A2aThoT

Gestalt

2015 - Buil2Kill Records

A CURA DI
DAVIDE CANTELMI
26/03/2015
TEMPO DI LETTURA:
7

Recensione

E’ sempre interessante scavare a fondo nel panorama musicale italiano per andare alla ricerca di qualcosa di innovativo e geniale. Ed è così che nei meandri dell’underground troviamo un artista veramente particolare: A2aThoT (pronuncia: Azathoth, esattamente come la famosa divinità del pantheon Lovecraftiano). Si tratta di una One-Man Band, ovvero un contesto in cui è un solo componente (come già successo, in casi più “eclatanti”, in band come Burzum o Bathory) ad utilizzare tutti gli strumenti a disposizione, mixandoli tra di loro per creare qualcosa di assolutamente inusuale e che segua unicamente le sue idee e direttive, senza il pericolo che nessuno travisi o mal esegua quanto egli ha pensato. Lo scopo dell’artista, in questo caso, è quello di miscelare le sonorità del rock psichedelico (primi Pink Floyd, The Doors per intenderci) con atmosfere Drone Doom Metal alla Neurosis o alla Sunn O))). Ma il suo sound è questo e moltissimo altro ancora. Egli, infatti, cerca di utilizzare strumenti elettronici e tutti gli espedienti possibili volti a creare un effetto di disorientamento e straniamento negli ascoltatori. La One Man Band ha cominciato le sue attività nel 2012: A2aThoT pubblica il suo primo full prodotto interamente da lui proprio nel 2012, lavoro che porta il nome del progetto stesso mentre, successivamente, si cimenta in una cover / parodia di “Call Me Maybe” di Carly Rae Jespen (disponibile solo su Youtube). Dopo l’EP “Trust your Ear” (“Pure Steel Promotion”) che rappresenta il passo definitivo verso una personalizzazione maggiore dello stile dell’artista, nel 2014 è la volta di Gestalt, sempre un’uscita indipendente nonché il secondo full del progetto, che andremo qui a recensire completamente. A2aThoT si occupa dell’elaborazione di tutte le parti musicali dei pezzi, del recording, del lavoro di engineering e del mixing. Tanto è stato importante il feedback  ricevuto con questo ultimo lavoro (unito già alle critiche positive racimolate con i precedenti) che il Nostro è stato immediatamente notato dalla  “Built2Kill Records”, etichetta che si è già occupata di svariate band nostrane come i Solphureus e gli Hybrid Circle, la quale nel 2015 si è incaricata di rimasterizzare il disco qui presente, grazie al lavoro svolto da Tommy Talamanca dei “Nadir Studios”. La copertina del lavoro mostra uno sfondo monotematico che ricorda un po’ il legno con evidenti e nervosi tagli. Su questo “muro” figura il logo della band ed il nome dell’album. Vi sono delle macchie nere grigie ai lati di cui il motivo della loro presenza non è totalmente chiaro. Quello che l’artwork ci comunica sicuramente è l’ambiente freddo, opprimente e ostile contro il quale andremo a “scontrarci” scendendo nei meandri del disco, descrivendolo con il consueto metodo track by track. A questo punto, dopo aver analizzato in sintesi l’artista, possiamo procedere con un analisi più approfondita del disco sviscerandolo in tutte le sue parti. “Gestalt” è composto da 9 brani non eccessivamente lunghi (a parte uno che si spinge sui 17 minuti), la struttura è lineare ma, allo stesso tempo , non completamente ovvia visto che le canzoni sono molto particolari sotto ogni punto di vista. Un disco dunque da capire fino in fondo e da apprezzare nella sua intera economia, non trascurando nemmeno un dettaglio di tutto ciò che ci viene presentato.



La prima traccia è la Intro, appunto, 2 minuti di pura confusione sonora dove gli strumenti e gli effetti elettronici sono i padroni incontrastati del discorso. Non riusciamo a capire bene cosa sta succedendo poiché i vari suoni, tra pause, vocalizzi e fastidiosi ronzii, ci mostrano un’atmosfera assolutamente caotica. Si sente una penna scrivere, probabilmente qualcuno sta scrivendo una lettera, oppure potremmo intendere quei suoni come qualcuno che sta graffiando un muro. Le voci che si odono risiedono quasi sicuramente nella testa di un eventuale protagonista, come se il personaggio fosse sotto l’effetto di qualche droga fortemente allucinogena. Il fastidioso stridio finale conclude la intro ma già comprendiamo che lavoro d’avanguardia A2aThoT ci sta per mostrare. La partenza “vera” del disco, perciò, coincide con la seconda track Wrong Way, un brano che si mostra abbastanza lineare ma che, in realtà, dimostra al contempo caratteristiche molto particolari sin dai primi istanti. L’atmosfera che si avverte, infatti, è molto “allucinogena”, tipica dei più particolari pezzi Stoner / Doom ed è presente un forte utilizzo di componenti di matrice industrial, che rendono il tutto più freddo e cinico. Non siamo di fronte a un brano che punta sulla tecnica o su particolari espedienti ma che, con semplicità, riesce a trasmettere un vortice di strane emozioni che si intrecciano le une con le altre. I riferimenti ai Neurosis sono molto evidenti, così come ad alcune band estranee al Metal come Depeche Mode e i primi Pink Floyd. Le varie atmosfere, infatti, si mescolano creando un’unione veramente particolare di Drone Doom Metal / Industrial e Alternative in un mix assolutamente sperimentale. La voce di A2aThoT è molto evanescente ed ispirata a gruppi Stoner come sicuramente gli Electric Wizard. Il brano procede linearmente con questo tono vocale molto perentorio e monotono, che però è perfettamente adatto all’atmosfera generale. La distorsione di chitarra guida tutti gli istanti del brano mentre nel finale c’è un assolo dal forte tono industrial e, allo stesso tempo, molto hard rockeggiante, accompagnato dai vocalizzi di A2aThoT. La batteria non si avverte molto ed è relegata quasi in secondo piano. Per quel che riguarda le lyrics, l’artista si concentra molto sull’esplorare il concetto dell’alienazione. Questa fantomatica persona, protagonista del brano, si ritrova infatti a passeggiare al cospetto di molta gente ma, contemporaneamente, non ricorderà mai nessuna faccia che vedrà. In realtà il protagonista delle lyrics non solo è disorientato ma sta andando incontro alla sua decadenza morale (da qui il lato doom / malinconico sempre presente nelle produzioni dell’artista). Infatti, musicalmente, notiamo già che durante il pezzo molti attimi erano molto malinconici, e quasi lugubri e decadenti. Questo dimostra come l’artista voglia mostrare degli ambienti completamente oscuri ed alienanti, dove l’uomo si perde nei meandri delle sue stesse vie e imbocca sicuramente strade sbagliate. Negli istanti finali il personaggio chiede aiuto agli altri poiché, ora che si è reso conto di cosa realmente è diventato, vorrebbe cercare di scegliere una strada più giusta per poter rinascere ed essere finalmente al sicuro. La terza traccia, Hic Et Nunc (“Qui e Adesso”, in latino) è un brano molto particolare: tutto si basa, infatti, su un vero e proprio beat che si ripete quasi continuamente durante tutto il brano. Nonostante questo la canzone non è per nulla noiosa, poiché il beat riesce a creare la giusta e ritmica e atmosfera, coinvolgendoci. Dei piccoli riferimenti Drone a formazioni come gli Ahab, poi, sono presenti nelle forti  e soffuse distorsioni di chitarra in sottofondo. Ogni tanto si sente qualche nota differente, mentre il cantato è quasi sussurrato, tanto che è molto difficile comprendere bene le parole senza il testo davanti. La tecnica è quasi assente in questa song, tanto che la vera bellezza del brano è lasciata alla capacità che quest’ultimo ha di creare e suscitare determinate atmosfere. Nelle fasi finali, ad ogni modo, gioca un ruolo molto importante il basso che, con le sue “pizzicate”, riesce a rendere la ritmica più vivace. Non essendoci però variazioni notevoli all’interno della track, l’analisi non risulta essere complessa dal punto di vista strumentale. Più complesso, certamente, analizzare ogni minima sfaccettatura che ognuno di noi può cogliere in questa musica altamente sperimentale, e ciò varia per ognuno di noi, questo è garantito. Il testo è molto breve e criptico poiché l’interlocutore si rivolge a qualcuno che molto probabilmente ha un bisogno di lui,  sostenendolo e garantendogli che ci sarà sempre. Si calca la mano poi sull’ineluttabilità del tutto, sostenendo che le cose non dovranno mai essere forzate poiché andranno così come il destino ha scelto. Tutto il resto, quindi, sembra non essere importante per nessuno. Seppur le lyrics non dicano tanto, possiamo ricordarci della musica e dell’atmosfera che si genera grazie ad essa, per dedurre come ciò che emerge da queste parole sia sempre malinconico ma, a tratti, anche morboso e ossessivo. Is This Brutal?” è la quarta traccia del disco di A2aThoT ed ha un andamento in alcuni frangenti simili a quello della precedente track. Il brano riprende le influenze più svariate, dal Synth Pop a forti riferimenti allo Stoner di band come Kyuss ed Electric Wizard, passando per suoni industrial e, come si nota da alcune scelte chitarristiche, facendo tappa anche nel Doom Metal più classico. Queste ultime influenze sono garantite grazie a una forte attenzione per il blues da parte dell’artista; del resto, non bisogna mai scordarsi le proprie radici per poter innovare e presentare un qualcosa di nuovo, ed il nostro A2aThoT sembra averlo capito in maniera piuttosto evidente. Le parti vocali, dal canto loro, sono più che altro accennate e sembrano anche qui quasi sussurrate più che espresse in maniera distinta: solo nel ritornello (se così si può chiamare, data la struttura particolare del brano e dei brani), infatti, esse si alzano leggermente di tono. Nella prima parte, specialmente i Synth e il basso creano qualcosa di molto evocativo e etereo, anche se l’atmosfera, comunque, rimane molto soffusa e malinconica in tutto il brano e gli effetti elettronici sono i veri padroni della mistura qui presentata. Anche questo pezzo non varia moltissimo durante la sua esecuzione e l’andamento è molto ossessivo e ripetitivo (ovviamente, queste sono scelte volute dall’autore).  Il testo della canzone è molto “deviato” e criptico anche in questo caso ma, per molti versi, si riallaccia alla track precedente e conferma la tesi della “morbosità” avanzata in precedenza. L’attenzione morbosa dell’interlocutore verso la sua “amata”, in questo caso, viene mostrata attraverso la violenza. Anzi, il personaggio cerca continuamente conferma su quanto egli sia effettivamente “violento”, chiedendo se ciò che fa sia troppo brutale oppure no.  La violenza diviene l’unico modo per autoaffermarsi e far valere le proprie ragioni d’amore. Per questo motivo, alla fine, c’è la tendenza egoista del personaggio che, in preda alla sua decadenza morale (già mostrata nella prima track) si lascia andare anche ad una sorta di “nero” sarcasmo, chiedendo alla sua bella se il Paradiso non sia una buona meta, in fin dei conti, per le vacanze.. dato che in questo periodo “deve essere un bel posto!” e c’è già una camera riservata per entrambi. Omicidio / suicidio, quindi? Non possiamo saperlo con certezza.. ma sembra proprio che la risposta sia affermativa. Cutting Knives apre la seconda metà del disco e si mostra come una track molto più consistente in durata, con i suoi nove minuti.  Per molto tempo il pezzo si snoda in una lunga parte strumentale governata da effetti elettronici e timide note di chitarra in pulito. C’è comunque alternanza tra distorsione e unplugged, mentre il ritmo sembra sempre di più aumentare. Le influenze blues sono fortissime nelle scelte d’accostamento delle varie frasi musicali, e per i primi quattro minuti il brano continua su questa linea tra cambi di tema abbastanza leggeri e qualche variazione minima. Dopo questo spartiacque il pezzo assume una vena molto più particolare ed industrial metal, se vogliamo. Si sentono forti riferimenti ai Ministry e ai Rammstein nella scelta di powerchord pesanti e per quel che concerne gli effetti. Comincia, quindi, il cantato dell’artista che, sempre nella sua veste abbastanza silenziosa e accennata, si mostra abbastanza convincente nel contesto. I riff conservano sempre la distorsione tipica dello Stoner Metal con un forte utilizzo di palm muting. Rispetto alle precedenti, possiamo dirlo, la track è molto più convincente sotto tutti gli aspetti e nonostante l’eccessiva durata il tutto scorre senza molti fronzoli ed orpelli, consegnandoci un pezzo lineare ma molto interessante nella sua struttura complessiva. In questo testo, il protagonista cerca quasi di sfidare se stesso, cercando di conoscere ciò che si cela dietro il nostro animo, forse ricorrendo ad una pratica autolesionista che si configura con il tagliarsi mediante lama. Il personaggio principale è difatti alla costante ricerca di scoprire il perché della sua esistenza e di capirne di più: abbiamo appreso dalla seconda track che egli è disorientato e prima si affida ad un’altra persona per comprendersi, ora cerca di compiere lo sforzo in solitudine, ripiegando su se stesso. Perciò, navigando nel dolore, l’interlocutore cerca disperatamente queste risposte. E qual è lo scopo di queste rivelazioni future? E’ il potersi salvare poiché il personaggio, dopo aver intrapreso la cattiva strada, si trova a doversi fronteggiare e a cercare uno spiraglio di salvezza per espiare le sue colpe e rimettersi in pista. Una punizione auto inflitta per lenire il dolore e pagare i suoi debiti o semplicemente inferta per stare meglio “egoisticamente” parlando? Il “coraggio liquido” che scorre, ovvero il sangue, indica comunque un gesto che non è del tutto fine a se stesso. Si avvertono suoni di campane nella intro di Hiding in a Glass House poiché siamo di fronte a un pezzo fortemente claustrofobico. L’atmosfera è completamente oppressiva e tutti i suoni rimandano, appunto, a suoni vetrosi e tintinnanti. La voce di A2aThoT è molto enigmatica, come sempre, e ci accompagna in questo viaggio scandito da riff stoner ed effetti elettronici. La tecnica, come al solito, è lasciata molto da parte ma è molto interessante il risultato che si crea. L’ascoltatore, infatti, si sente fortemente stranito mentre l’artista ripete incessantemente, in maniera quasi ipnotica, “Keep The Others Out”. Si rivela, così, tutto il senso di angoscia, solitudine e malinconia che il compositore ci mostra con delle melodie molto distorte. I toni ossessivi e perentori sono ormai una caratteristica di A2aThoT il quale si diverte, ormai,  a creare atmosfere malate e suggestive. Il senso di chiusura che questo brano ci dona è opprimente ma, allo stesso tempo, affascinante ed espressivo. Come struttura generale, però, questa sesta canzone non ha nulla di non lineare. La genialità dell’artista italiano risiede, infatti, nello stravolgere gli schemi pur rimanendo in essi, senza presentarci miscugli senza né capo né coda ma anzi, proponendoci un qualcosa di ordinato ma comunque variegato ed assai suggestivo. Il testo è una chiara manifestazione della solitudine dell’interlocutore che si ritrova in una gigantesca casa di vetro che rappresenta quasi una prigionia. Il vetro è sempre inteso come una gabbia illusoria ed evanescente che ci porta alla decadenza (pensiamo, ad esempio, a “The Glass Prison” dei Dream Theater, relazionata con la dipendenza dall’alcool di Mike Portnoy). Il personaggio invita a tenere tutti lontano da questa dimora che rappresenta, probabilmente, l’unica sicurezza alla quale egli si appoggia. Infatti, lo sostiene chiaramente, nessuno può avvicinarsi a questa dimora che diventa l’unico terreno libero dove sfogare la propria frustrazione e tristezza. In tutto questo contesto le luci sono sempre spente proprio per simboleggiare la mancanza di libertà e fiducia nelle proprie capacità. Il vetro è trasparente e non si lascia guardare, la gabbia non è visibile dall’esterno: difatti, solo il protagonista conosce questo suo stato, continuando a vedere il mondo normale da fuori che non sembra accorgersi delle sue drammatiche condizioni. Ogni brano sembra concatenarsi perfettamente, perciò, con la seconda “Wrong Way”(M) è la settima traccia dell’album e si rivela subito come ricca di riferimenti elettronici alla Depeche Mode o Kraftwerk, senza mai dimenticare il gusto sopraffino per il Doom Metal imprescindibile dalla produzione dell’artista. I riff sono composti dalla forte distorsione della chitarra e da una sola nota che si ripete incessantemente. Le vocals sono sempre molto serrate e timide, quasi accennate. Verso la metà del pezzo c’è un breakdown il quale sembrerebbe cambiare il tema generale ma che, successivamente, si rivela solo come il preludio ad una nuova ripresa dell’andamento sino ad ora ascoltato; il contesto giova comunque, giusto per differire leggermente, di un uso degli effetti elettronici più smodato e marcato. I toni si alzano di più sul finale con innesti sempre più pesanti ed effettati. È un pezzo dall’andamento piuttosto lineare che conserva, più o meno, le caratteristiche che abbiamo notato in precedenza. Il titolo di questo brano è molto enigmatico e strano da comprendere, poiché composto da una “M” tra due parentesi. Il testo è molto criptico e di difficile comprensione, molto di più rispetto ai precedenti. La voce effettatissima del cantante e quasi tremolante ci dà, comunque, indizi sulla “sanità” delle lyrics che, a quanto pare, appaiono piuttosto deviate. Questa fantomatica persona invita il suo destinatario a venire con lui, riprendendo un po’ i temi di alcune precedenti canzoni: la “persona amata”, per cui, si ritrova con il nostro protagonista il quale afferma che lei non può fare a meno del suo amore, nonché del suo tempo.  Egli le dice di potersi rendere invisibile, se lei lo vorrà, ed entrambi odono un motivo suonare.. questa canzone, però, non è molto chiara ed appare piuttosto distorta (così come la personalità del Nostro) ed è per questo che sono costretti a non poter ballare. A2aThoT ad ogni modo insiste moltissimo sul motivo della possessività e dell’ossessione amorosa, da come si evince dalle lyrics, impregnate di una strana morbosità e preoccupazione verso l’amata. Il compositore, comunque, non ci rivela precisamente cosa vuol dire il titolo. Maybe It’s Not Up to Us (You’re Talking Me About Me) è la penultima e più lunga track del disco. Essa si compone di ben 13 minuti di cambi di tempo, di suoni particolari e atmosfere stranianti ed alienanti.  Dopo una intro molto Depeche Mode con un accennatissimo gusto “etnico”, A2aThoT ci presenta un pezzo molto complesso ricco di parecchie sfaccettature. I suoni diventano sempre più elettronici e robotici mentre noi ci sentiamo stranianti e fuori dal mondo, come stessimo viaggiando nei meandri della nostra mente sempre più in profondità cercando di esplorarla, ma senza cogliere appieno il significato di tutto ciò che ci circonda. Le vocals sono, come sempre, molto particolari. La slide guitar (che ricorda alla lontana quella di David Gillmour nelle ultime release dei Pink Floyd) rende il tutto più mistico e distorto. Differentemente dagli altri pezzi il cantato è molto più accentuato e ci sono riferimenti molto forti al prog rock degli anni ’70 e agli ultimi gruppi neoprogressive come Iluvatar e Pendragon. Il sound, infatti, riflette un’atmosfera molto più “filosofica” ma, allo stesso tempo, compatta. Notevole influsso è dato anche dalle prime composizioni degli Hawkwind che evocavano molto paesaggi e situazioni legati allo Spazio e alla tecnologia avveniristica.  Il brano si snoda piuttosto linearmente nonostante i cambi di tema e riusciamo a non sentire per nulla l’eventuale “peso” di questi tredici minuti. Uno dei pregi di A2aThoT è quello di non farci avvertire in modo consistente la durata dei pezzi nonostante la loro sostanziale ripetitività. Le note finali, abbastanza influenzate dal blues, si ripetono in un riff ossessivo per circa 3 minuti mentre gli strumenti elettronici evocano le ben note atmosfere. L’autore immagina, questa voltam una discussione fittizia intrapresa circa temi assai criptici fra cui spicca, però, una sorta di riflessione generale  sul ruolo dell’uomo nell’umanità. Dalle lyrics non riusciamo a capire bene quali siano “tutti” questi concetti poiché nella musica di A2aThoT tutto è fortemente celato e nascosto, così come i suoi testi. Il motivo della solitudine, però si ripete incessantemente in ciascun pezzo e questo non fa eccezione: l’interlocutore si ritrova a parlare da solo o, comunque, vi è incomprensione se egli è in presenza di qualcun altro. In tutto questo, dunque, qual è il ruolo dell’uomo al quale accennavamo ad inizio descrizione del testo? Forse, quello di un caduto perenne che si ritroverà nel fondo di un grande Canyon, dal quale non potrà più uscire. Perciò, è inevitabile la decadenza umana, la solitudine che la malinconia gli provoca è forse la prassi più naturale di questo mondo. Soprattutto, non siamo mai pronti a possedere davvero ciò che abbiamo, lasciando tutto svanire nell’aere e rimanendo perennemente schiavi dell’inconsistenza dei nostri sogni e traguardi raggiunti. Tutto è destinato a scomparire, non riusciamo ad apprezzare nulla, e questa incapacità pesa sulle nostre teste come una spada di Damocle. La conclusiva Blanket ha come ospite Garo al violino, un artista indipendente anche detto “The Magic Violinist”. Il pezzo sembra essere leggermente più convenzionale rispetto agli altri seppur con un forte tono avanguardistico. Il violino accompagna già le prime note e ci trascina verso atmosfere molto decadenti e solitarie. Il piano talvolta suona il suo tenebroso accordo mentre l’autore sussurra le sue parole in un tono molto misterioso ed a tratti quasi onirico. Il basso rappresenta la vera ritmica del pezzo, intento a suonare quasi come se cercasse di evocare l’atmosfera che si prova leggendo un libro giallo o comunque assistendo ad un film thriller: suspance allo stato puro. Si tratta di un pezzo geniale dalla forte carica atmosferica, alcuni suoni elettronici somigliano stranamente alla intro di “Wailing Wintry Wind” dei Baroness, la famosa band Sludge Metal americana originaria di Savannah. Il pezzo è comunque scandito da alcune note di acustica che garantiscono un tono ancora più misterioso al contesto tutto. Il violino nel finale rivela la sua matrice schizofrenica con alcune note molto acute e distorte. Il brano si conclude, infatti, con queste stranissime note. Degno commiato di quel che alla fine si è rivelato un buon album, carico di spunti e situazioni assai interessanti.  A2aThoT, in questo testo, ci rivela in che mondo noi viviamo: una realtà formata da puro disorientamento. Infatti, non ci rendiamo conto di ciò che accade al di fuori della nostra mente o, comunque, niente è reale ed è tutto immerso nell’oscurità più totale. La nostra esistenza ci porta verso lo smarrimento assoluto, quasi come se la nostra mente si alienasse dalla nostra realtà di tutti i giorni e navigasse verso l’indefinito. I temi tipici del Doom Metal si mischiano, quindi, con queste tendenze sperimentali e particolari. L’ultima frase, però, ci rivela le reali intenzioni del protagonista soggetto a questo degrado morale che ormai ci ha accompagnato in tutti i brani. Avevamo specificato la presenza di un’attenzione morbosa verso qualcuno ed, in effetti, un espressione come  “uno stupro non è così triste quando sei un masochista”, la frase conclusiva che ci provoca shock e ci rivela l’effettiva decadenza della situazione.



Giungendo definitivamente alla fine ed operando le consuete riflessioni finali, “Gestalt” è un album molto particolare sotto tutti i punti di vista. Volendo eseguire una sorta di summa su tutto ciò che abbiamo analizzato ed ascoltato, scopriremo che questo è un album molto “psicologico”: già dal titolo possiamo comprendere questo lato, dato che la teoria della psicologia della Gestalt, infatti, si basa particolarmente sull’esperienza e sulle sensazioni. A2aThoT è lo sperimentatore di tutto ciò, poiché la sua musica è fortemente evocativa, ci colpisce direttamente nella nostra mente e ci fa viaggiare facendoci provare particolari esperienze. Se noi inquadrassimo, dunque, la sua musica alla luce del titolo dell’album e di ciò che le parole esprimono, potremmo definitivamente carpire tutta la genialità dell’autore. Dal punto di vista tecnico non assistiamo a nulla di rilevante poiché sono gli strumenti e gli effetti elettronici a generare il tutto con assoluta semplicità. Le soluzioni messe insieme dall’artista sono disparate e, miscelate insieme, rivelano un andamento infatti molto lineare. I brani si assomigliano molto tra di loro e questo è, a volte, un limite del disco, che in certe occasioni manca di un’identità chiara e definita (ma probabilmente anche questo è voluto). L’impatto vocale avrebbe avuto bisogno di una spinta in più nella concretizzazione delle atmosfere trattatem anche se si mostra abbastanza adatto al contesto. Un po’ più di varietà, in sostanza, non avrebbe fatto male ad un disco comunque abbastanza buono sotto tutti i punti di vista. Per cui, questo secondo full di questo sperimentalissimo artista si presenta come un lavoro pregiato ma di difficilissima comprensione. Va interpretato, infatti, chiaramente dal punto di vista artistico e senza un’adeguata contestualizzazione è difficile capirne davvero il significato. Un altro difetto, anche se trascurabile, è la ripresa eccessiva di alcune strutture che, alla lunga, possono stancare l’ascoltatore conducendolo quasi in un limbo di prolissità e verso una mancanza di una “conclusione” vera e propria. Ma se tutto ciò è stato intenzionale non c’è che da fare i più vivi complimenti ad un artista che sta sperimentando in modo originale soluzioni davvero particolari. E non è cosa da poco trovare in Italia un artista che esca fuori da schemi congetturati e stereotipati.


1) Intro
2) Wrong Way
3) Hic et Nunc
4) Is This Brutal?
5) Cutting Knives
6) Hiding in a Glass House
7) (M)
8) Maybe It’s Not Up to Us
9) Blanket