Winterage

The Harmonic Passage

2015 - Nadir Music

A CURA DI
ROBERTA D'ORSI
16/03/2015
TEMPO DI LETTURA:
8,5

Recensione

Il fascino della musica classica, una delle prime fonti artistiche da cui poi si sono sviluppati tutti gli altri generi musicali che conosciamo, ha invaso anche il genere metal, in ogni sua categoria. Per quanto riguarda il power metal, negli anni novanta la commistione con le note classiche è stata sviluppata da un paio di band italiane. Gli Skylark ed i più famosi Rhapsody of Fire, hanno arricchito ritmo speed e cantato con introduzioni orchestrali dando vita al symphonic power metal. L’innesto cospicuo di tastiere è principalmente il fulcro stilistico della “sinfonia”, e non di meno troviamo anche l’ausilio di sezioni orchestrali, fiati o orchestre complete. Il gruppo di cui mi appresto a parlarvi è di Genova e si chiama Winterage. La nascita di questo progetto risale al 2008 per mano del violinista Gabriele Boschi e del tastierista Dario Gisotti; aggiuntosi al duo il chitarrista Riccardo Gisotti i tre componenti cominciano a comporre del materiale di stampo power metal, con ispirazione classica. L’ingresso nel 2010  nella line up di batteria e basso, a cui corrispondono i nomi di Davide Bartoli e Matteo Raganini, porta i Winterage ad esibirsi live nelle zone locali. L’aprile dell’anno successivo vede il gruppo rilasciare il loro primo lavoro, ovvero un ep omonimo comprendente sei tracce, che riscuote buoni consensi sia da parte del pubblico, che di riviste e webzines specializzate. Nel 2012 la band chiude il cerchio della formazione arruolando alla voce Daniele Barbarossa, col quale i Winterage partono alla ricerca dello stile a loro più congeniale. Rilasciano “Forest of Consciousness” brano utilizzato nella colonna sonora di un film horror indipendente. La band continua per la sua strada, preparando il primo full length e condividendo il palco con Elevenking e Dark Moor. Nel 2014 i Winterage firmano con la Nadir Music e si chiudono in studio di registrazione; vengono supervisionati dal polistrumentista Tommy Talamanca (Sadist). “The Harmonic Passage” è un lavoro minuziosamente curato, che vede l’inserimento di un’orchestra composta da quaranta elementi, la quale ha interpretato gli arrangiamenti scritti dal gruppo. Spostiamoci un attimo sull’artwork di copertina, che merita davvero di essere descritta. Il realizzatore è un grafico romano che si cela dietro lo pseudonimo di Dooms, e che ad oggi si è specializzato proprio nella realizzazione di artwork per le copertine di cd e libri. La scena che ci si presenta davanti è il palco di un teatro, sul quale si erge in piedi un violinista i cui piedi sono appoggiati su una pavimentazione distrutta, come se qualcosa fosse esploso dalle profondità. Il violinista è a braccia aperte, in una mano tiene il suo strumento e nell’altra l’archetto che punta davanti a lui come una bacchetta magica. Il teatro vuoto dinanzi a lui presenta le balconate distrutte e piene di crepe, davanti al violinista compare un varco magico il cui bordo è costituito da un cerchio e da una serie di simboli, alcuni a loro volta cerchiati. All’interno del circolo si staglia un paesaggio fantastico, dove si ergono montagne dalle punte acuminate, castelli e navi volanti che attraversano il cielo e le nuvole. Il titolo del cd “The Harmonic Passage” può assumere quindi la doppia valenza, sia musicale che “fantastica”. Nel caso della copertina, descrive un passaggio in un'altra dimensione. La potenza e la magia della musica producono un varco spazio temporale che permette di viaggiare per altri mondi. Le tracce presenti nel disco di debutto dei Winterage sono tredici, per una durata di 1 ora e 9 sec. La struttura creativa e compositiva è quella di un concept, che non ha una storia vera e propria, ma il cui filo conduttore sono fantasia ed immaginazione, due elementi fondamentali nella noiosa quotidianità. Immergiamoci nell’ascolto delle melodie alla scoperta dei luoghi fantastici dei Winterage.



Si parte in grande stile con “Ouverture in Do Minore” nella cui parte iniziale scorgiamo la Sinfonia No. 1 C minor del compositore classico Antonín Dvorak, riarrangiata dal violinista dei Winterage Gabriele Boschi. Un tripudio maestoso di epicità, donatoci non solo dagli strumenti ma in seguito da sublimi cori, che caricano l’atmosfera con veemente trasporto. Il crescendo dell’iniziale strumentale ci porta alla seconda traccia nonché titletrack del disco ovvero “The Harmonic Passage”, nei cui primissimi secondi di attacco sentiamo entrare in scena con un vocalizzo “urlato” il cantante Daniele Barbarossa. Il violino, protagonista fiero, scandisce il passare delle note con destrezza e forza vitale. La composizione si di stampo speed corre su binari velocissimi grazie a chitarra e tastiera che si danno quasi battaglia, supportati con enfasi dalle pelli. Il cammino al fulmicotone prosegue anche durante le parti cantate, dove Barbarossa e Boschi formano una vera e propria coppia d’attacco. La parte finale è costituita da un’armonica sezione in cui il suono del violino la fa da padrone. Le liriche non lasciano il minimo dubbio sul tema incentrante del disco, ovvero la fantasia. Ecco che un passaggio magico consente al protagonista di fuggire da quel luogo triste e desolato in cui vive. Un apprendista stregone con la sua magia, porta il nostro protagonista a respirare una nuova aria, ad avere visioni incantate. Le terre armoniche hanno altri colori, vividi e accesi, risplendono di una luce brillante. Tale magia incanta così tanto il protagonista, che egli decide di non voler più tornare indietro; quella è la sua vita, la dimensione in cui ha sempre voluto vivere. Scorgo attraverso il testo, la metafora più che palese della musica come viaggio alla scoperta della propria mente, dei propri sogni e desideri. La musica apre le porte della libertà, consentendo di distrarci dal piattume, piuttosto che dalla tristezza, piuttosto che dai problemi quotidiani. In questo caso i Winterage vedono la musica come un vero e proprio passaggio che grazie alle sue armonie sonore, ci conduce nelle terre magiche (della nostra mente). Citando una famosa canzone dei nostrani Litfiba “la musica fa sognare e volare capire.. la musica fa viaggiare senza partire”. Sono sicura che i Winterage sono in perfetto accordo con queste parole. L’atmosfera fantasy a cavallo tra folk ed epic metal prosegue con il brano “The Flame Shall Not Fade” dove il violino è sempre protagonista indiscusso; il suo suono così elegante e “maturo” arricchisce il power metal dei Winterage, instaurando con l’ascoltatore un rapporto si impattante, ma carico di quella ricercatezza e creatività, da lasciare estasiati. Proprio ascoltando questa traccia più volte, si viene irrimediabilmente rapiti dalle melodie prodotte, e con l’andare del disco, si può solo che rafforzare il giudizio positivo su questi musicisti. Immaginate di guardare al cinema o in tv film come “Il Signore degli Anelli”, si arriva ad una delle epiche battaglie in cui forze del bene e del male se le danno si santa ragione; ecco l’adrenalina che scorre nell’osservare tali scene è la stessa che si prova ascoltando le note armoniche alternate alle ritmiche speed di questo brano, per altro tutto il disco sarebbe un’ottima colonna sonora per film di genere fantasy! Posso, a nemmeno metà disco, affermare che il punto forte della band è proprio quello di mescolare sapientemente momenti più pacati a ritmi al fulmicotone. La metà del brano vede il solo di chitarra eseguire un crescendo ritmico, prima più adagio poi con plettrate veloci che si fondono ad effetti synth e che continua nella sua cavalcata creativa per andare ad abbracciare un bel fill di batteria che funge da supporto all’ingresso in scena nuovamente di violino e cantato. Sette minuti di goduria pura. Che scoperta questi ragazzi! Questa volta le parole del testo rimandano ad una storia fantastica vera e propria, ma che mi danno l’impressione prendano spunto dalle gesta dei Cavalieri Templari. Una razza saggia che dovrebbe arrivare ad avere il controllo del mondo, ma la cui ascesa porterà caos. Vita e morte si contrappongono e legano al tempo stesso, la razza prescelta che è perita tra le fiamme per la fiamma della vita, è una metafora che indica il sacrificarsi per un bene superiore, per una nuova rinascita. Il violino viene accompagnato da una mitragliata di colpi alle pelli nella parte iniziale di “Wirewings”, a cui segue l’ingresso del vocalist che dopo poche battute rilascia un urlo in pieno stile power metal! L’esecuzione per circa metà canzone ha un impatto decisamente spinto, poi l’atmosfera si placa con una pacata armonia smorzando lo status speed del pezzo, riprendendo poi l’accelerata corsa iniziale che porta fino al termine. Il brano è piuttosto lineare il cui fulcro è l’energizzante assetto compositivo. Le liriche di questo brano si riferiscono molto probabilmente al protagonista che lotta per le proprie passioni, per i propri sentimenti, pur sentendo la sua anima imprigionata. Una probabile voglia di anticonformismo, piuttosto che di lotta contro le convenzioni, le quali portano a non essere se stessi. Dover portare una maschera spinge alla malinconia, al versare tante lacrime che velano la vista di una vita perfetta. Il protagonista vive, si ma, non è realizzato, sente che gli manca qualcosa per essere davvero felice. Ambientazione decisamente fiabesca quella che di “Son of Winter”, la cui melodia iniziale introdotta dalle note di violino ci conducono per mano attraverso boschi ricoperti di neve, ove è possibile scorgere tra i rami degli alberi, la danza di eleganti fate vestite di bianco e argento. Una voce femminile accarezza le magiche note prodotte dai musicisti dei Winterage, ed è il soprano Silvia Traverso a deliziarci con la sua voce vellutata che all’incirca a metà brano con una risata quasi diabolica, stravolge l’atmosfera portandoci in un luogo scuro, tetro, pauroso, come le drammatiche note di pianoforte che accentuano tali caratteristiche. La voce di Silvia comincia a proferire delle frasi recitate sul tappeto sonoro del pianoforte, mentre nella successiva parte cantata la melodia prende pian piano ritmo, fino a scatenarsi con l’ingresso in scena di una copiosa e frenetica batteria. Traccia perfettamente bilanciata dall’inizio alla fine, songwriting creativo e melodie evocative, il tutto impreziosito dalla splendida voce della soprano Silvia. Il testo è una poetica descrizione che può essere colta in varie sfaccettature, come quella puramente fiabesca di una madre che sacrifica se stessa per concedere l’incoronazione del figlio, che di riflesso si traduce nell’amore immenso e senza confine di una mamma per i suoi figli. La visione fiabesca delle liriche vede questo “figlio dell’inverno” crescere forte e robusto in una terra abitata da corvi neri che volano sul suo cielo e da fiori del male che tentano di avvinghiarsi a lui per renderlo proprio. Ma la tenacia della madre (terra?) per salvaguardare la crescita di questo figlio dell’inverno (inteso come stagione? O come essere nato malvagio al quale si cerca di inculcare il bene) è talmente forte da combattere pur di consentirne lo sviluppo vitale. Non è sempre facile entrare nella psicologia del significato di molte canzoni, in particolare in quelle impostate come vere e proprie poesie ermetiche e colme di metafore. La traccia seguente “La caccia di Tùrin” è la breve descrizione della storia narrata nella canzone che segue questo intro, sia descrittivo che musicale. Si tratta di una sorta di antefatto sonoro interpretato con linea vocale recitata e non cantata, in lingua italiana. Suoni tribali di batteria che scandiscono l’incedere del tempo, accompagnati dalle note di un corno in un crescendo sonoro e d’impatto sull’ascoltatore introducono “Golden Worm”. Ritorniamo su ritmiche sostenute bilanciate da altre più armoniche, rese entusiasmanti da chorus ad opera di voci soprano. Il cantante si diverte nell’esecuzione degli “urli” a cui ci ha abituato dall’inizio del disco, dividendo la scena con il tenore Raffaele Feo, che con la sua corposa intonazione attribuisce spessore stilistico ad un brano già di per sé eccezionale. Si eccezionale, per concezione, per arrangiamento, per esecuzione, per energia, per melodia, in sintesi una canzone perfetta dalla prima all’ultima nota. Ogni strumento musicale e vocale è incastonato egregiamente, creando una trama melodica avvincente, mai ripetitiva, mai banale, ma sempre coinvolgente, in particolare tastiere e violino. Si narra la vicenda di una terra chiamata Narghothrond nella quale il verme di Morghoth con undici pezzi d’oro ha creato il suo trono. Un mago nero dalla pelle dorata, con l’imbroglio ha fatto si che Beleriand lo incoronasse Re, fin quando non incontra sul suo cammino l’oscuro Turin. Inizia una lotta sanguinaria. Per cercare di abbattere il verme dorato molte vite sono state spezzate, ma alla fine lo stregone viene giustiziato, e con la sua morte vengono spazzati via anche la cattiveria ed il dolore. “Victory March” è un pezzo strumentale di quasi quattro minuti in cui il violino è protagonista sin dalle prime battute. Ritmica principalmente sostenuta se non per pochi frangenti dal sapore evocativo, il tutto permeato da strepitosi chorus e da prestazioni di chitarra elettrica entusiasmanti. Quest’ultimo strumento si da battaglia col violino in una  corsa forsennata di note taglienti, la batteria cuce per entrambi un tappeto sonoro sul quale i due strumenti equilibristi giocano, danzano, combattono e danno vita ad un vero e proprio duello tra Titani. L’intro de “La Grotta di Cristallo” sulla falsa riga di una canzone dei Rhapsody of FireDanza di fuoco e Ghiaccio” è l’apoteosi del folk! Lo stile prosegue nel resto del brano, che però trovo più sottotono rispetto alle tracce precedenti. Anche la linea vocale ed i cori li trovo banali rispetto alle meraviglie a cui mi avevano abituata da inizio cd i Winterage. Musicalmente verso metà brano il songwriting si riprende; ponendo alcuni accenti sia sul piano vocale che sulla prestazione della chitarra elettrica, l’atmosfera uditiva risulta più convincente anche se pare ancora di ascoltare una brutta copia dei Rhapsody of Fire in particolare nel ritornello, non me ne vogliano i Winterage, ma l’effetto prodotto su di me da La grotta di cristallo è questo. Un particolare che trovo positivo è la scelta del cantato totalmente in italiano, che rende onore alla nostra lingua. Poi al contempo mi chiedo se non sia proprio questo, abbinato alla linea vocale, il motivo che rende il brano ovvio e scontato. La storia narrata nella canzone è una delle versioni esistenti sulla sorte del Mago Merlino. Esistono diverse varianti ed adattamenti sia sul personaggio che sulle sue vicende. Una delle più citate vede lo stregone artefice della nascita di Re Artù, tramite un incantesimo. Il fato lo porta ad essere lui stesso “vittima” di un sortilegio da parte di una sua giovane allieva di cui si innamora, conosciuta con vari nomi ma anche detta “La Dama del lago”, che lo imprigiona per il resto dei suoi giorni. Cambiamo registro con “Crown to the Crowds” che già dalle prime battute preannuncia un songwriting dal tiro roccioso, e così è. Drammaticità dal tono funereo per i primi secondi iniziali, per procedere subito alla volta di leste galoppate sonore. Ritornello speed come tutto l’assetto compositivo, di quelli che rimangono impressi velocemente nella testa. Il combo chitarra e batteria produce una danza infuocata in particolare in presenza della doppia cassa. La linea vocale è accattivante così come l’energia che emana il vocalist nella sua esecuzione. L’innesto del violino, ove presente, è quel tocco in più che non stona mai, è sempre collocato perfettamente per equilibrare le varie partizioni ed è semplicemente un incanto per le orecchie. Si parla di libertà nella canzone. Un popolo oppresso dalla schiavitù di un Re decide di lottare per rivendicare la propria autonomia. Il ritornello declama come tutti gli individui dovrebbero essere Re, e non dovrebbe esserci un unico Sovrano che decide dell’indipendenza altrui. La potenza sonora continua a perversare anche in “Panserbjørne” sebbene la ritmica sia più cadenzata. In questa traccia a dare segni rocciosi troviamo la batteria con la sua doppia cassa impazzita, a dir poco elettrizzante. Performance e linea vocale sono assolutamente convincenti, si intersecano abilmente all’interno della struttura musicale. L’assolo di chitarra a circa metà brano, ci delizia con evoluzioni di tutto rispetto ed ultimo ma assolutamente non tale, il violino a cui ormai ci siamo non solo affezionati, ma di cui non possiamo più farne a meno! Strumento principe e peculiarità indispensabile nell’assetto e nello stile dei Winterage. Pelose macchine da guerra, i cui morsi e zampate sono vere e proprie armi letali. Non sto parlando di robot con la barba, ma di creature simili ad orsi polari che vengono identificati con il nome di Panserbjørne, la cui traduzione è “orso corazzato”. Tali personaggi li troviamo nel ciclo letterario “Queste oscure materie” dell’autore britannico Philip Pullman. I Panserbjørne vivono nel regno di Sbalvard, questo è il nome di un arcipelago di isole sito in Norvegia, terra da cui proviene il termine usato per nominare questi personaggi. Come detto prima, simili ad orsi polari questi personaggi sono dotati di parola e di pollice opponibile, che gli permette quindi di svolgere lavori manuali come l’essere umano. Guerrieri mercenari la cui forza può tenere testa a decine di uomini; queste creature possono raggiungere dimensioni notevoli, e la lotta tra due esemplari di tale specie può essere di proporzioni titaniche. Nella canzone le liriche oltre che a descrivere la razza dei Panserbjørne, parlano della rivendicazione del trono da parte di uno di loro. Inizia con la malinconia di un requiem la penultima traccia “The Endless Well”, la cui mestizia viene scandita dal suono di un organo monastico e dalle note tristi del violino. La marcia prende ritmo il cui tempo viene scandito dai tocchi di batteria che portano l’iniziale marcia al suo termine, lasciando il posto allo stesso riff ma sottolineato da un’andatura decisamente più speed. Doppia cassa a manetta e colpi sui piatti che riempiono ogni piccola particella d’aria di suono. La chitarra con vibrazioni taglienti fa da apripista a chorus di eccezionale impatto drammatico. Soave vocalità femminile stempera la ritmica sostenuta con delicata atmosfera, ma la corsa riprende più vigorosa che mai, accompagnandoci ad un finale che termina con stoppato degli strumenti. Il testo sembra parli di un uomo che arriva alla fine del suo percorso vitale, e ripensando a come ha vissuto la sua esistenza si rende conto che ad averla contraddistinta è stato un bene infinito. Tra lacrime e sorrisi, il suo attaccamento alla vita è stata una maledizione che lo ha paradossalmente benedetto. Siamo giunti al termine di questo disco con un pezzo conclusivo lungo quasi nove minuti. Un’opera vera e propria che affonda le sue radici nel classicismo. Dall’impostazione orchestrale dell’arrangiamento all’innesto della suite Swan Lake di Tchaikovsky, quello che si palesa nelle nostre orecchie è una composizione prestigiosa per la band, che mette in evidenza gusto e raffinatezza così come l’abilità compositiva di mescere sonorità classiche con quelle puramente metal. Malmsteen ha insegnato che tutto ciò non solo è stato possibile, ma che la musica classica applicata al metal genera elegante potenza sonora. I Winterage questo lo hanno percepito subito, dedicandosi alla concezione e realizzazione di questo binomio, con risultati eccezionali aggiungerei. Basti ascoltare quest’ultima canzone per rendersi conto non solo della mole di lavoro, ma di quanto l’impegno messo nella costruzione delle tredici tracce ascoltate, abbia prodotto un lavoro estremamente minuzioso delle stesse. Dalle prime note di “Awakening” in fade in si parte alla volta di un viaggio sonoro e spirituale; le orchestrazioni si alternano e si fondono ad una batteria ora solo lievemente percepita, ora poderosa nella sua presenza. I chorus preannunciano quella dose di epicità che rende ancor più corposo il brano, con innesti di chitarra elettrica, arpa e violino da far venire i brividi a fior di pelle, per la bellezza delle armonie udite. Il merito di tale beltà non è soltanto merito del buon Tchaikovsky, che ha “prestato” la sua composizione ai Winterage, ma del gruppo stesso, che con i propri arrangiamenti ha apportato forza, energia e vigore trasmutando in chiave power metal, una delle opere classiche più belle di sempre. La presenza dei cori, strutturati in maniera tale da essere non un semplice riempimento, ma un altro strumento, anzi una serie di strumenti i quali creano un tessuto sonoro dalla fitta trama, che non lascia spazio a momenti spenti. Il debut album dei Winterage non poteva chiudersi in maniera più sublime di questa! E se in futuro riusciranno a fare meglio di così, beh.. vorrà dire che ci troviamo davanti a dei veri e propri colossi del genere. Testo molto lungo ed articolato, con frasi piuttosto criptiche ed ermetiche nelle quali scorgo un senso metafisico dell’illusoria esistenza che ogni individuo si trova a vivere. Viaggiamo attraverso i nostri sogni i quali divengono per noi diverse realtà nelle quali crediamo di esistere. Ogni volta che ci risvegliamo da un sogno, è come se mettessimo fine ad una vita per poi riaddormentarci e riviverne una nuova. Un’altra spiegazione molto simile ma sostanzialmente diversa, pone il protagonista delle liriche a svegliarsi nella reale dimensione vitale quando invece si addormenta. Una sorta di realtà parallela onirica in cui l’individuo si rifugia e crede così fermamente nei suoi sogni, da ritenere quella la vera vita. Difatti alcune frasi riconducono all’esistenza di un mondo oscuro, abitato da ombre dalle quali si desidera e si cerca di fuggire, per vivere liberamente in una condizione migliore. Insomma quello in cui tutti noi ci rifugiamo, ovvero i nostri sogni, nei quali ci immergiamo per scappare dai problemi quotidiani e per sperare in una vita migliore.



Termina così “The Harmonic Passage” dei Winterage, un debutto che mi ha entusiasmata, che ha arricchito il mio bagaglio emozionale sia dal punto di vista musicale che dal significato dei testi. La fantasia come fulcro attorno al quale ruotano le vicende e le considerazioni presenti nelle tracce del disco, sono un motivo importante di riflessione. Alcune volte dimentichiamo quanto la nostra mente abbia il potere di defluire le emozioni positive nella nostra anima, mentre ci lasciamo avvolgere dai pensieri negativi, dalle avversità e dalle ombre che costantemente ci mettono nella condizione di lottare per sopravvivere. Dovremmo sempre tenere a mente quanto i nostri sogni siano un’ancora vera e propria di salvezza alla quale appigliarsi, che la fantasia non è roba per bambini, ma un allenamento a tenere la mente sempre viva, sempre in continuo fermento, in modo tale da cercare sempre quel desiderio che ci tenga vivi. La fantasia ci rende liberi, la fantasia non ha prezzo da pagare, la fantasia sono le ali con le quali poter volare in qualsiasi momento lo si desidera, ma soprattutto la fantasia non conosce limiti di tempo ed età. I Winterage questo lo hanno non solo capito, ma lo hanno applicato ad una delle altre passioni fondamentali nella vita (per molte persone) la musica! Dalle vicende di personaggi che abitano mondi fantastici, di creature che vivono in dimensioni parallele, di maghi e stregoni, di incantesimi e magie, nelle quali storie apparentemente "inventate" si nasconde sempre un pensiero profondo, una riflessione filosofica, nonché un significato che può sfiorare (se non addirittura approfondire) tematiche sociali e psicologiche. Se pensiamo che già la musica è una terapia per l'umore grazie alla quale, sia che la si suoni o la si ascolti semplicemente, la nostra mente riesce a trarne benefici, immaginate quanto bene possa fare l'unione della musica con l'immaginazione. Tale binomio può essere per molti una vera panacea per corpo e anima. Io ho sempre sognato fin da bambina, e continuo a farlo, continuo ad immaginare una realtà diversa, dove a volte la semplice realtà può cambiare come desidero, a vere e proprie incursioni in mondi incantati. Grazie ai Winterage posso affermare che la musica per me è linfa vitale, ma anche il passaggio armonico che collega la mia mente al mio cuore.


1) Ouverture in do minore
2) The Harmonic Passage
3) The Flame Shall Not Fade
4) Wirewings
5) Son of Winter
6) La Caccia di Tùrin
7) Golden Worm
8) Victory March
9) La grotta di cristallo
10) Crown to the Crowds
11) Panserbjørne
12) The Endless Well
13) Awakening