WHISPERZ

Whisperz

2014 - Revalve Records

A CURA DI
MARCO PALMACCI
21/04/2014
TEMPO DI LETTURA:
7,5

Recensione

La passione muove il mondo, non vi è altro da dire. La passione, quella vera, quella che ti fa amare sul serio la tua musica e ti porta un giorno, per forza di cose, ad imbracciare uno strumento per poter dimostrare al mondo che ci sei, che essere uno spettatore non ti bastava più, che il tuo sogno è ed è sempre stato quello di ritrovarti lì, su un palcoscenico, a condividere la scena con band che poco prima avevi unicamente potuto vedere da semplice fan. E' la passione che non ti fa arrendere mai, è la forza, la determinazione, quella che anche al novantesimo minuto, quando i riflettori sembrano ormai sul punto di spegnersi, ti fa trovare le energie per quell'ultimo tiro o per quell'ultimo cross, quello che potrà addirittura decidere una partita intera. Basta crederci, non arrendersi mai, provarci, quanto meno. Perché indipendentemente da quello che sarà il risultato finale, andrà comunque bene se si tornerà a casa con la consapevolezza di non essersi arresi mai e di essersi sempre rialzati, nonostante tutto e tutti. Pioggia, vento, cicloni, frane, nulla può sottomettere il nostro orgoglioso spirito di Metalheads. Siamo sempre noi, gli "strangers on streets of danger", come cantavano i Vanadium, l'indomita "Metal Brigade", quelli che nonostante le raccomandazioni di "crescere" e di "mettere la testa apposto" sono sempre là, a crederci e a lottare per la propria affermazione. Ed i romani Whisperz, in quanto a tenacia, hanno abilmente dimostrato di non essere secondi a nessuno, poco da dire. Troppe band, alle prime avvisaglie di "crisi", gettano imperdonabilmente la spugna appendendo prematuramente al chiodo gli strumenti, senza star a pensare che la Musica è come la vita. Si guadagna e si sperpera, si vince e si perde, e solo un uomo di Kiplingiana memoria ce la farà. Ebbene, le ossa degli Whisperz sono tenaci e robuste, hanno attraversato periodi "no" come ogni band, hanno cambiato spesso formazione, hanno dovuto aspettare diversi anni prima di poter donare ai loro fan un prodotto discografico degno di rappresentarli al meglio. E ce l'hanno fatta. La loro storia e le loro fatiche potranno tranquillamente essere un ottimo esempio, per molte band giovani, di come nella Musica, se si vuole veramente, si può riuscire ad arrivare alla consapevolezza d'aver raccolto i frutti di un duro lavoro, fatto di impegno, dedizione e devozione. Formatisi a Roma nel 2004 grazie all'incontro di Marco Di Ianni (basso) e Leonardo Olasio (chitarra) con Massimiliano Maggi (chitarra), gli Whisperz  destano immediatamente curiosità attorno al loro progetto, riuscendo ad ampliare la loro formazione con gli innesti di Pierpaolo Calore (voce) e Paolo Vellucci (batteria). Il combo sembra solido, le premesse sono incoraggianti, la macchina può avviarsi senza problemi. Il viaggio comincia, tuttavia già un primo intoppo viene scorto all'orizzonte: Pierpaolo decide di rinunciare al suo ruolo di cantante, ruolo che viene quindi ricoperto prontamente da Roberto "The Sheriff" Di Leo (ex Rainspawn, gruppo Thrash/Power metal Romano) per permettere agli Whisperz di andare avanti con il loro progetto e la loro volontà di suonare. Le cose sembrano andare bene e la band Romana non fatica a trovare spazi dove esibirsi e farsi conoscere, anche grazie alla grande attività svolta dalla "MetalMassacre" del compianto "Baffo" Jorg, persona che con i suoi eventi riusciva a coinvolgere un gran numero di band e spettatori, mantenendo sempre altissima la qualità delle serate e garantendo sempre uno spazio alle giovani leve affamate di palchi scenici. Nel 2006, però, i tempi duri tornano a bussare alle porte dei Nostri. Per divergenze con la linea del progetto, Paolo lascia il gruppo e per sostituirlo dietro le pelli viene ingaggiato il fratello di Massimiliano, Fabio Maggi. La nuova collaborazione porta alla registrazione di un demo presso il Ghostrack Studio di Roma, tuttavia altri attriti interni minano la serenità della band, la quale si ritrova nuovamente senza batterista. Ruolo che viene dunque ricoperto da Enrico "Fortaleza" Bagnato, ex Ipernova e dalla consolidata esperienza in sede live. Risolto il problema del batterista si presenta, però, quello del cantante. Roberto decide anch'egli di abbandonare gli Whisperz per divergenze musicali, tuttavia la sorte è benevola nei riguardi dei nostri tenaci amici:  ben presto trovano sulla loro strada il singer Flavio Falsone, il quale viene in contatto col gruppo tramite amici comuni e sostiene diversi provini per poterne entrare a far parte. Salito ufficialmente a bordo, la nuova formazione riprende senza sosta a macinare live ed attività compositive. Nel loro curriculum possono vantare presenze accanto ad importanti gruppi della scena metal Italiana e non. Dai T.I.R agli Holy Martyr, passando per i Subhuman ed i Phantom X. La scia positiva prosegue e nel 2010 comincia ufficialmente l'avventura in studio per registrare il loro omonimo debutto, il tutto avvenuto presso l'Ipernova Studio di Roma, di proprietà dello stesso Enrico Bagnato. Dopo altri piccoli "stop" dovuti a problemi personali dei singoli membri, la creatura vede ufficialmente la luce alla fine del 2013. Dopo aver firmato per la Revalve Records per la distribuzione, "Whisperz" giunge finalmente fra le mani di tutti gli appassionati di Metal, promettendo a suon di decibel di non lasciare scontento chi ha atteso così a lungo per poterlo ascoltare. E' un traguardo importante, che consolida la tesi secondo la quale con la giusta forza e determinazione si può realmente far tutto, nella vita. Anche dopo innumerevoli cambi di line up, anche quando tutto sembra perduto, una speranza c'è sempre. E' a quella che bisogna aggrapparsi, non smettendo mai di crederci ed andando avanti, a testa alta, sempre e comunque. Il tempo è stato un benevolo testimone di questi ragazzi: in 10 anni di attività sono riusciti a sfornare un album imprevedibile, dal sound caleidoscopico, inquadrabile a tratti nel metal classico e a tratti nel progressive metal, comunque estremamente personale e ricercato, lontanissimo da canoni standard e noiosamente imprescindibili. E' arrivato il momento di addentrarci nel loro mondo! Lo stereo ruggisce, è tempo di sedarlo premendo Play.

L'accoglienza è di quelle memorabili. La prima traccia, "Mr. Nothing", viene introdotta da un riff che suona quasi come una sirena di pericolo imminente che irrompe nel vuoto lasciandoci quasi increduli e sbigottiti. Un sound ipnotico ma non ripetitivo, avvolgente ma non noioso, degno preludio di una traccia diretta e priva di guanti od orpelli che potrebbero far perdere di vista quel che è il suo vero scopo: una open track che deve subito mettere in tavola le carte, svelare il gioco dei nostri Whisperz. Un gioco inclassificabile, degno di un giocatore di Poker che come obiettivo ha quello di sbaragliare i suoi avversari puntando su di una sorta di ragionata imprevedibilità. Un ragno che sa come tessere la sua tela, mediante una geometria a lui nota ma sconosciuta alle sue prede. Dopo l'intro, i tratti "ipnotici" vengono momentaneamente tralasciati per dare spazio ad un sound decisamente più crudo e diretto; il dialogo delle chitarre richiama molto da vicino un sound tipicamente Heavy Metal (tuttavia velato di una sorta di oscura claustrofobia, stile Mercyful Fate, per intenderci), che a fatica riesce a contenersi entro confini ben saldi (evidentissima, nonostante l'aggressività generale, una vena progressiva per nulla celata) e che viene sorretto da una ritmica articolata e per nulla elementare. Se da un lato Max e Leonardo riescono perfettamente a trovare un punto di incontro fra le loro asce, Marco ed Enrico danno il loro contributo creando una sottotrama discretamente articolata che si sposa alla perfezione con l'abilità della coppia chitarristica. A coronare degnamente il tutto, la possente e ruvida voce di Flavio, aggressiva quanto serve a rendere giustizia al pezzo ed al testo, un'amara riflessione riguardante la Vita. C'è ci va, c'è chi viene, c'è chi ci porterà felicità, c'è chi è pronto a distruggerci appena ne avrà l'occasione, tramutando i nostri sogni in bugie che svaniranno come bolle di sapone su nel cielo, senza lasciar traccia della propria esistenza. Il ritrovarsi da soli, senza più certezze, senza più aiuti o solide fondamenta sulle quali basarsi per poter ricominciare. Chi è, dunque, il "Signor Nulla"? Chi ci tradisce e ci fa del male o forse anche un po' noi stessi, ridotti ormai a dei corpi vuoti, fustigati dalle delusioni? L'ottima interpretazione della band e del cantante riescono a farci immergere nel dramma del protagonista, facendoci certamente godere della musica (molto bello l'effetto dei cori, le cui voci sembrano realmente provenire dai meandri del buio, come se uscissero fuori da una cripta) ma al contempo riescono anche a farci porre più di una domanda, se vogliamo, "esistenziale". Una band che ha tantissimo da dire, e lo dimostra già dalla prima traccia. Proseguendo il nostro cammino ci imbattiamo nel secondo pezzo, "Malicious Intent", introdotta da una distorta voce "radiofonica", che presto lascia il posto ad un riff cadenzato, racchiudente in se suggestioni tratte dalle più varie esperienze sia Heavy, sia Power, sia addirittura Doom. Un po' Iron Maiden un po' Hellwell, Max e Leonardo ce la mettono tutta per far si che il brano risulti sempre e comunque un trionfo di esperienze e suggestioni differenti, ben unite per dare man forte ad una comune causa: far capire che le influenze, in questi casi, sono servite a creare un sound 100% Whisperz. Ed al loro impegno, "picche" non è certo la risposta della sezione ritmica e vocale: Enrico dimostra d'essere un batterista degno del termine, sfoderando una prestazione veloce ad alto tasso tecnico. Ritmo ed espressione, un connubio perfetto, senza mai eccedere e rimanendo sempre attento e preciso quanto un metronomo. Dal canto suo, Marco non ha problemi nel seguire i suoi compagni in questa avventura, trovandosi abilmente a suo agio in un contesto che non si accontenta certo di un paio di accordi eseguiti a tempo. C'è bisogno di sostanza, ed il basso è pronto a fornirne in quantità, senza paure o timori. A completare l'opera, la voce di Flavio che incarna perfettamente l'atmosfera cupa e ruggente del brano. Una voce a metà fra la NWOBHM più "arrabbiata" (vedasi Algy Ward, dei monumentali Tank) e quella invece più "melodica" (Brian Ross, dei Blitzkrieg e dei Satan), che ci fa capire quanto il lead singer sia molto legato alla nobile cultura metallica della Gran Bretagna: un vero e proprio compromesso fra aggressività e melodia. "Compromesso" che troviamo comunque all'interno dello svolgersi del brano. Se la cadenza iniziale viene mantenuta per circa un minuto oltre la metà della durata, oltre quel confine tutto improvvisamente cambia. Il brano assume tratti meno cadenzati e più veloci, forsennati quasi, acquisendo una forte carica di pathos da scaricarsi inevitabilmente contro l'ascoltatore ignaro, che si ritrova così immerso in un vortice dal quale è impossibile sfuggire. Del resto, come la musica così le lyrics, che per alcuni versi richiamano le tematiche della precedente "Mr. Nothing" ma al contempo le amplificano. Questa volta la faccenda si complica, è una "bestia malvagia" a dettare legge, forse quella belva che inconsciamente si nasconde dentro di noi, sempre pronta a ghermire una preda per poter dar sfogo ai suoi intenti "malvagi", appunto. Si parla esplicitamente di un qualcosa che proviene letteralmente dalle viscere dell'oscurità, dai meandri della nostra essenza ("anger, stronger than myself as a barren demon inside"), di una forza oscura che noi non vorremmo mai tirare fuori per non trovarci in pericolo, ma che inevitabilmente è pronta a far capolino quando meno ce lo aspettiamo, quando la nostra vita è ormai tristemente provata da continua e perpetua negatività. Possiamo provare a contenere i nostri demoni interiori rendendoli innocui, ma riuscire ad annullarli è uno sforzo che molte volte trascende dalle nostre possibilità. Ed eccoci lì, nel buio, prede della rabbia e della Bestia che ormai ci governa. Alla rabbia in genere subentra la tristezza, e nemmeno a farlo apposta, la successiva "Violent Seeds" sembra una vera e propria quiete dopo la tempesta, quando ci ritroviamo soli su di uno scoglio a renderci conto dei danni provocati dalla marea. Lo stile aggressivo dei primi due brani viene momentaneamente accantonato per far spazio ad una melodia struggente ed evocativa, che consente ai nostri di dar comunque ulteriore sfoggio della loro poliedricità. Un'andatura che si mantiene costante e che solo nel ritornello concede un'eccezione, preparando l'ascoltatore ad un'esplosione improvvisa che arriverà nella parte conclusiva del pezzo. Se sembravamo abituati ai canoni di una ballad "decisamente sui generis" ma che comunque sia conservava le caratteristiche tipiche della ballad, in questo tratto di brano ci troviamo dinnanzi a dei riff serrati e ad una ritmica che sembrano sconfinare nel metal estremo più che in un Heavy progressive. Da scura ed accomodante, la voce di Flavio si tramuta in minacciosa e maligna, coadiuvata da dei cori evidentemente della stessa risma, per poi tornare al ritornello e alla melodia iniziale, che chiudono definitivamente il brano. Un pezzo che come già detto continua il discorso dei precedenti, questa volta facendo leva più sulla tristezza e sulla malinconia che su di una sorta di rabbia titanica d'Alfieriana memoria. E' la triste testimonianza di un uomo che cerca di trarre un bilancio quanto meno positivo della sua vita, non riuscendovi. Un'esistenza passata come un subordinato, sottomesso al volere dei potenti, anni di frustrazioni, delusioni e demoni troppo difficili da esorcizzare. Non gli resta altro da fare che guardare dentro se stesso ed osservare più da vicino le radici del suo malessere, ormai radicate in profondità estrema e perennemente pronte, anche dopo estirpate, a donargli sempre nuove erbacce. Un poderoso rumore di chiavi ed una porta che sinistramente si apre introduce la quarta traccia, la possente "The Cage", fra gli episodi più aggressivi dell'intero album. Notiamo un (naturalmente positivo) appesantimento della batteria, in primissima battuta: un drumming lineare ma incredibilmente possente, forsennato quanto basta e dal sound meravigliosamente pieno e battente. All'unisono, tutti gli altri musicisti decidono di "esasperare" il loro modo di suonare per donarci quasi cinque minuti di rocciosissimo heavy metal old school rimaneggiato per suonare splendidamente attuale e personale, non certo come un'operazione "nostalgia". I "duelli" fra Massimiliano e Leonardo si fanno maggiormente serrati ed in continuo crescendo (menzione d'onore per l'assolo, incredibilmente ben eseguito), Marco riesce da gran trascinatore a mantenere solidissima la band scandendo i ritmi assieme ad Enrico, mentre Flavio decide di votarsi totalmente alla causa speed-heavy della gloriosa New Wave of British Heavy Metal già citata, tirando fuori dal cilindro una prestazione aggressiva e con i contro attributi. E' un brano esplosivo in cui i nostri decidono di sfoderare il meglio del loro arsenale, riuscendo a far scorrere il pezzo veloce come un treno, facendogli abbattere qualsiasi ostacolo e qualsiasi cosa decida di frapporsi fra l'ascoltatore e la loro musica. La tematica trattata è nuovamente molto introspettiva. La "gabbia" in questione altro non è che il vicolo cieco in cui molto spesso la nostra vita si arena, quando sembra che non ci siano più possibilità di riscatto o salvezza. Ci riduciamo a prigionieri di noi stessi, sacrificati dietro una pesantissima maschera che forse mai potremo levarci, anche se non è mai troppo tardi per spezzare le proprie catene e liberarsi dell'oppressione paradossalmente auto inflitta. Si nota come il gruppo opti per temi esistenziali molto delicati da trattare, riuscendo comunque a comporre testi intelligenti e soprattutto molto maturi. Dopo un altro giro di chiavi ed il rumore di una porta chiusa, giungiamo alla quinta traccia, "My Asylum". E' un brano dall'andatura piuttosto lineare, dalle cadenze marcate e soprattutto dal sound molto vicino a quello di band come Black Label Society. Percepiamo dietro questa particolarità un'influenza sicuramente notevole esercitata dal panorama Hard Rock e Blues Rock sui nostri Whisperz, i quali, dopo averci mostrato la loro competenza in campo Heavy e Progressive, adesso ci mettono dinnanzi ad un brano di purissimo "dirty rock n roll" alla maniera del buon vecchio Zakk Wylde, al solito venando di grande personalità il pezzo e non copiando nessuno. Da segnalare soprattutto il momento in cui il brano, dopo l'assolo, prendendo il via e partendo spedito verso un crescendo rossiniano stravolge il ritmo della canzone salvo poi tornare seguace dell'impostazione originale. Imprevedibilità, una caratteristica sempre ben accetta. Ad essere scandagliato a fondo, questa volta, è l'argomento pazzia, intesa come una delle cause peggiori delle condizioni descritte nelle canzoni precedenti. Cerchiamo di guardarci intorno, ma "walls of pillows, other you have not". Ed è allora che cerchiamo di sedare il nostro status con antidolorifici vari, ottenendo di tutta risposta solo un momentaneo allontanamento della sofferenza, la quale si ripresenterà immediatamente dopo il torpore con forza raddoppiata. Un tema che si ricollega, quasi ci trovassimo dinnanzi ad un concept album sugli anfratti più oscuri della mente umana, con il brano seguente. "Outcast" è la narrazione delle conseguenze della follia, il compimento di un gesto sconsiderato che ti porta poi a rovinare la tua vita proprio con quelle mani che da sempre conosci e che in quei casi vedi sporche di sangue, per la prima volta. Nella fattispecie, parliamo di un Dottor Jekyll tristemente esploso in Mr. Hyde, in una notte come tante. Un uomo onesto divenuto belva ("i was honest man but that night madman") e carnefice dei suoi cari ("caught my wife and my son, my hunting ended in bloody lake") in un raptus di scellerata pazzia, un uomo che ormai vive gli ultimi anni della sua vita con un peso che gli lacera il cuore e che mai riuscirà a trovare felicità, in niente e nessuno. Musicalmente è forse uno dei brani che meglio rappresenta il sound caleidoscopico del quale i nostri hanno fatto il loro marchio di fabbrica. E' un pezzo che parte tranquillo e sommesso: una chitarra delicata, una ritmica non invadente, la voce di Flavio che si fa meno aggressiva del solito. Sino ad arrivare al ritornello in cui i toni pacati esplodono quasi in un grido esasperato, una richiesta di aiuto, uno sfogo, proprio come se fosse il protagonista a parlare tramite la musica degli Whisperz, salvo poi virare verso un sound certo deciso ma decisamente più atmosferico, in cui la melodia tesse trame complesse ed intricate, atte a far prendere forma alla mente deviata di un assassino seriale. Un crescendo che porta ad un assolo nuovamente ben eseguito, con il sound che di nuovo si ramifica in più direzioni: da una sorta di doom (nel quale la voce del cantante è splendidamente effettata e cavernosa) a tinte goth ad un heavy metal senza compromessi, passando addirittura per degli stilemi tipicamente orientaleggianti. Se volevano stupirci, i nostri Whisperz ci sono riusciti. Passare in un secondo da un genere all'altro in maniera così competente e disinvolta è sicuramente sintomo di grande capacità nonché estrosità ragionata e mai fine a se stessa. Un riff diretto e senza fronzoli apre la penultima traccia, la ruvida "Dusty Road", nella quale il gruppo ritorna a poggiare su fondamenta più propriamente Heavy vecchia scuola, dando vita ad un episodio fra i più esaltanti del lavoro tutto. E' un brano che stempera l'atmosfera di "Outcast" spingendoci dalla riflessione alla sana voglia di scatenarci, facendo partire il nostro collo dietro chitarre di stampo Maideniano. Ma l'abbiamo detto, imprevedibilità è la parola d'ordine. Ed ecco che, dopo tanta esaltazione, una melodia malinconica si fa largo prepotente, per poi lasciare spazio ad un assolo veloce ed ultratecnico che ci riconduce nelle terre dell'estremo. Un brano costruito "alla Type O Negative", quasi, e con le dovute differenze: un momento di velocità alternato a melodia mesta, poi un nuovo momento di cattiveria sonora. Atmosfera perfetta per un brano che parla delle lunghe strade polverose percorse all'interno di noi stessi, alla ricerca di risposte che sazino finalmente i nostri affamatissimi "perché". Strade oscure, lastricate di colpe commesse, di errori, di sangue, di bugie. Un percorso ad ostacoli che vogliamo e soprattutto dobbiamo superare per poter sperare, in futuro, di trovare un po' di serenità, anche se il cammino è lungo e la fatica sarà tanta. Senza contare quanto ci costerà rimpinguare il nostro cuore di prezioso carburante, per non rimanere persi in quelle badlands per sempre. Giunti ormai alla fine del disco, troviamo in "Bloody Eyes" un congedo degno di tale nome. Un pezzo sospeso a metà fra l'old school e il nuovo che avanza, un compromesso che metterà d'accordo nuove leve e veterani, senza escludere nessuno. Per l'ennesima volta i nostri sfoderano quindi la loro carta vincente, quella voglia di costruire un qualcosa di loro filtrando attraverso la propria sensibilità artistica le varie esperienze musicali vissute sino al momento del concepimento del pezzo. Il drumming di Enrico è come sempre una testata nucleare che viaggia su di un motoscafo lanciato a velocità massima, preciso ma non per questo limitato, avvezzo ad apprezzabili tecnicismi senza mai scordarsi del ruolo fondamentale di un batterista: tenere il tempo. Marco, idem. Un basso ruggente ed in grado di far sentire la sua voce e al contempo mantenere salda tutta la band, e soprattutto offrire degna compagnia alla coppia d'asce Massimiliano e  Leonardo, in chiusura ispirata a tal punto da volerci quasi far bramare di ricominciare ad ascoltare tutto da capo. Assoli al fulmicotone, dialoghi serrati senza mai una sbavatura, con la possente e titanica voce di Flavio a rendere giustizia ad un lavoro di gruppo incredibilmente valido. Questa volta non ci troviamo dinnanzi ad una rassegnazione cupa e malinconica. Il protagonista delle lyrics sembra essere decisamente più arrabbiato ed irruento del solito, forgiato dal gelido fuoco di un passato ridondantemente triste ma volenteroso di consumare quella che in qualche modo potrà essere una vendetta. Un nichilista, un uomo che è consapevole d'aver vissuto nella menzogna ma che non vuole per nulla al mondo piangersi addosso. Un autarchico eremita, che attende che giustizia sia fatta, per potersi dire almeno una volta soddisfatto all'interno della sua esistenza tutta.
Un'avventura terminata nel migliore dei modi e non certo con l'amaro in bocca. E' tempo di premere stop e di risistemare il cd sullo scaffale assieme agli altri.

Ce ne sarebbero da dire, di cose, su questo lavoro. Potrei dire che l'inventiva di questi ragazzi è una ventata d'aria fresca in una scena forse troppo impantanata nel tradizionalismo e nell'imitazione, potrei dire che il tutto è la degna prova di come il Metal sia una creatura uniforme e camaleontica, non uniformabile. Potrei dire che tutto ciò dimostra quanto essere "tecnici" non significhi per forza essere "piatti" o "monotoni", in quanto di sostanza ed emozioni da trasmettere in questo album ce ne sono ed anche in quantità abbondante. Potrei dire molte cose, ma alla fin fine tutto ciò che mi sento di potervi consigliare è: comprate questo disco ed ascoltatevelo per bene. Fate in modo di non perdere nemmeno un solo passaggio, sentite, percepite, riascoltatelo più e più volte. Perché "spiegare gli Whisperz" è una vera e propria impresa, garantito. Possiamo forse supporre e formulare teorie, ma una risposta certa non la troveremo mai. Loro sono quel che sono, un gruppo di ragazzi abituati a seguire il proprio istinto, componente fondamentale dell'Arte forse oggi non molto considerata dia più. L'istinto varia da persona a persona, ecco perché vi dico, affidatevi alla vostra capacità di comprensione e procuratevi questo disco. Traetene le vostre conclusioni, proprio come ho fatto io. E non mi dispiacerebbe rinnovare l'appuntamento con questi ragazzi, trovandomi un giorno a recensire un loro prossimo album. Perché se come esordio possiamo definire "Whisperz" un disco vincente, è sicuramente nella continuità che sapranno dare alla loro creatività che il loro valore potrà uscire fuori ancor più nitidamente, mostrandoceli per quel che sono: dei potenziali nomi importanti, per le generazioni a venire, del metal tricolore.

1) Mr. Nothing
2) Malicious Intent
3) Violent Seeds
4) The Cage
5) My Asylum
6) Outcast
7) Dusty Road
8) Bloody Eyes