WARSENAL

Barn Burner

2015 - Punishment 18 Records

A CURA DI
LORENZO MORTAI
31/01/2016
TEMPO DI LETTURA:
7,5

Introduzione Recensione

Capita spesso, e di questi tempi ormai con sempre maggior frequenza, che molti ascoltatori (soprattutto coloro che si fregiano del titolo di "Trve"), vadano sempre più a ritroso nelle band, pensando che ormai niente più di buono possa nascere né nel loro paese, né tantomeno in altre parti del mondo. Ebbene, per i nostalgici oggi, questa recensione cercherà di fargli cambiare idea; esploreremo lidi conosciuti da molti, ma lo faremo con la consapevolezza di non stare ascoltando un disco sul cui retro è scritto "printed in 1984 o 1986", ma nel nostro maledetto presente. Tuttavia, come sempre, è bene procedere con ordine; lo Speed Metal, quella parte marcia, aggressiva e cacofonica, degno rovescio della medaglia dell'Heavy Metal più articolato, sarà uno dei pilastri di questa lezione odierna di stile. Fin dalle prime scorribande musicali dei Motorhead, passando poi per i Raven, gli Warfare, ed andando ancor più a scavare nella nicchia arrivando a formazioni misconosciute come i Maniac, i Vampyr ed i Fortress, lo Speed possiamo considerarlo come "l'altra faccia del Metal", quella specie di fratello gemello con le fattezze da demone, come quel parente che non vorresti mai invitare ad una festa, perché sai bene che devasterà tutto. Eppure, questa accezione così figlia dello stampo classico, anzi, sua naturale evoluzione, cattura ancora oggi i cuori di molti appassionati; cattivo, dissacrante nei testi, linee dirette e colpi musicali che farebbero stramazzare al suolo anche il più nerboruto degli uomini, questo il cocktail vincente di un genere che, fin dalla prima metà degli anni '80, miete vittime come una nera signora armata di falce. Se poi a questo unite ciò che da sempre viene considerato come il fratello malvagio dell'Heavy Metal, ovvero il Thrash (se lo Speed infatti è il gemello demoniaco, il Thrash è come quel fratello venuto poco dopo, ma che essendo secondo genito scalpita  e strepita come un forsennato, nel tentativo di dire "ci sono anche io!") viene fuori un sottogenere che definire devastante è meramente riduttivo. Nato poco dopo la comparsa del Thrash Metal sulle scene, siamo più o meno nel 1985/86, quando la follia per il metallo percosso ormai aveva preso i fan come una vampa incendiaria, lo Speed Thrash si proponeva di accontentare tutte le falangi di metalheads presenti a quei tempi, sia chi all'epoca cominciava già ad essere sulla quarantina ed aveva consumato Ace of Spades o Iron Fist dei Motorhead fino allo sfinimento, sia chi si era seduto sulla lignea sedia dei Metallica facendosi folgorare come un condannato a morte. Tuttavia, lo Speed Thrash cercava anche di accontentare quelle fazioni più conservatrici del genere che ha dato vita a tutto questo, il classico Metal proveniente dai magici anni '70 (essendone infatti lo Speed degno erede, incattivito nel sound, lo Speed Thrash usava e proponeva linee fedeli anche ai primordi di questa corrente musicale). Una branca dunque eterogenea e piena di band che in quegli anni si dettero a tal genere, alle volte fondando anche correnti ancor più alternative (lo dimostrano gli americani Toxik ed il loro Speed Technical Thrash, con partiture precise e senza sbavature, velocità unita ai testi da humor nero del Thrash, la lezione di Lemmy impartita da Hetfield, con la pulizia musicale di Malmsteen, per fare un paragone). Ebbene, c'è chi, ancora oggi, pensa che di questa corrente ce ne sia ancora bisogno, e ha deciso di propinarla al pubblico come una letale iniezione di musica, ottenendo ovviamente consenso e gloria, specialmente dalla parte più saldamente ancorata alle vecchie sonorità, che poi è la maggior parte del pubblico che ascolta Metal, almeno in generale. Per conoscere questi folli e lisergici individui dobbiamo addentrarci fin nella fredda e battuta dal vento terra canadese, patria di formazioni che negli anni tanto hanno dato alla sperimentazione, da far si che questo paese divenisse, nel tempo, una delle nicchie musicali per eccellenza. Dai Voivod ai Rush, passando per altre decine di bands che negli anni hanno dato lustro e gloria al Canada, la terra degli aceri ancora oggi, dopo trenta e alle volte più anni, ancora stupisce per la capacità dei suoi abitanti, o per meglio dire dei suoi musicisti, di proporre una musica sempre "sul pezzo", pulita, devastante e suonata come dio comanda, senza prigionieri né limiti. Oggi stringiamo la mano agli Warsenal, da Joliette, cittadina del Quebec. I nostri ragazzotti canadesi sono sulle scene ormai dal 2012, e dopo il rilascio di una demo nello stesso anno, intitolata semplicemente "Warsenal - Demo", e dopo aver partecipato anche ad una immensa compilation dal titolo si Thrash Sells?But Who's Buying (chiaro riferimento al celebre disco di MegaDave e soci) nel 2013, i nostri decisero che era il momento di sfornare qualcosa di decisamente più serio. Sessioni lunghe, composizione e sudore hanno portato, nel 2015, alla nascita delle nove tracce che compongono il primo full lenght di questa band, intitolato Barn Burner. Nove slot che cercando di ricalcare i fasti del passato, mischiando la sagacia appresa dalle band provenienti sia dalla Bay Area, sia ovviamente dalle loro gelide terre, ma calde di note, ed aggiungendo anche linee provenienti tanto dal brodo primordiale del "metallo veloce", quanto da accezioni nettamente più technical, spolverando il tutto con una manciata di metallo classico, che non guasta mai. Devastazione, dissacrazione, violenza sonora e tecnica sopraffina, queste le armi segrete degli Warsenal, che con la loro cartucciera pesante a nove colpi, sono pronti a venirci incontro a tutta forza, battendo duro dentro le nostre orecchie. Copertina sagace che reca i tre componenti della band sotto ad una enorme pira incendiaria che divampa fra le fiamme, ed una enorme morte che campeggia sopra il fumo che esce dal mucchio di fuoco, quasi a simboleggiare la cattiveria e la perfidia che aleggia negli animi di questi tre musicisti: anche perché come si nota, sono stati proprio loro ad appiccare l'incendio al fienile del titolo, dando forse potere e gloria alla nera signora che sta sopra di loro. Ma bando alle ciance, come si suol dire, tirate fuori il vostro smanicato di jeans, indossate cartucciera e sneakers, e tuffiamoci a capofitto in questa prima produzione firmata Warsenal.

Dying On Stage

Il walzer tossico ci viene aperto da Dying On Stage (Morire sul Palco); violenti colpi di chitarra danno subito il via alla canzone, facendoci subito iniziare a correre, mentre in sottofondo iniziamo prima ad udire colpi di grancassa e basso che, come in un tamburo da guerra, dettano il ritmo. Piccolo stop & go per i nostri canadesi, e l'apocalisse si scatena quando la chitarra inizia a vomitare un ritmo spedito e senza troppi fronzoli, veloci e taglienti giri di note si alternano con i violenti colpi della batteria, che si concentra principalmente sulla cassa e sui piatti. All'intro dato dalla sei corde si aggiunge anche un piccolo ritmo cadenzato, sempre sul filo della velocità, fino all'ingresso, quasi al primo minuto, della voce ed il suo carico di potenza. Ugola che riprende quasi fedelmente le impronte lasciate tanto dai carismatici frontman Thrash Metal, quanto dalle sporche tradizioni Speed di inizio anni '80. Graffiata, rauca e senza freno, il cantato va a tempo con la musica, in un enorme turbine di suono e schiaffi musicali a non finire. Neanche tre minuti di durata per questo primo slot, in perfetta linea con le tradizioni a cui il genere degli Warsenal si rifà; mentre la voce continua ad arringare il main stage sotto di loro, gli strumenti man mano continuano a gonfiare il pezzo, producendo il main theme udito dopo l'intro. Pochi colpi di chitarra distorta danno il via ad un balletto fra la sei corde e le spesse linee di basso, la prima inanellando note una dopo l'altra, dal sapore dannatamente Metal, mentre lo slap del basso fa da contralto, dando corpo alla canzone ed al ritmo generale. Si continua così, con il basso che improvvisa sprazzi quasi dai sentori Funky, e la chitarra che continua a distorcere il suono sempre più, usando tapping, hammer on e power chords, finché una rullata poderosa di batteria non ci ributta in mezzo alla mischia per il ritornello, breve ed intenso con la sola ripetizione scandita del titolo. La bufera imperversa di continuo mentre ci avviciniamo al finale del brano, in cui con un brusco stop i canadesi pongono fine alla loro venuta sulle scene, repentini cambi di tempo ad un certo punto si fermano di botto, lasciandoci tumefatti per le botte subite, ed anche con un po' di amaro in bocca, ma non per la qualità della canzone, quanto piuttosto per la sua poca durata, ne avremmo voluta di più. Un inizio di disco in pieno stile Speed Thrash, con l'ascia singola da guerra in questo caso che funge da duetto di sé stessa, cambiando ritmo ed improvvisando quell'elemento centrale insieme al basso, segno della provenienza di questi ragazzi, terra di esperimenti sonori e lisergici cambiamenti. Poche righe anche per il testo, che ci parlano di una furente battaglia durante un mefitico live stage; botte, sangue, sudore ed headbanging la fanno da padrone, folte chiome che si muovono al ritmo della musica suonata, spintoni e pugni volano come mosche sul miele, e nella bolgia generale, ci sentiamo vivi per la prima volta dopo tanto tempo. Siamo e viviamo insieme alla band che si sta esibendo per noi, accanto ai nostri fratelli, e loro sul palco accanto ai compagni d'avventura ed amici per la vita; si dice che per un musicista non vi sia morte migliore che quella durante un enorme live, stramazzando sul palco come un grande eroe sul campo di battaglia. Non v'è morte migliore che essere ucciso dalla tua stessa arte, ci dicono gli Warsenal, ed è dannatamente così; chiunque ama la musica a tal punto, tutti quelli che non prendono in mano uno strumento soltanto per percuotere le sue corde una tantum, ma vivono la musica on the road, per i palchi di mezzo mondo, possono confermarvelo in ogni momento.

Let Me Out

Subito in coda troviamo un'altra ritmica sezione di chitarra elettrica, che da il via a Let Me Out (Fammi Uscire); i colpi della sei corde durano per i primi trenta secondi di pezzo, alternandosi con le rullate di batteria in sottofondo. Un piccolo stop, quasi in dissolvenza, e si riparte con la maratona di devastazione, stavolta con l'ingresso di tutta la strumentazione. Una cascata di note ci investe in piena faccia, e chitarra e basso iniziano a duettare proiettando la musica verso un vortice di suoni, prima leggermente più cadenzato, con le pelli in sottofondo che danno lemmi colpi alla cassa ed ai piatti, e poi con una brusca accelerazione il ritmo cambia, diventando più sostenuto, più aggressivo ancora, e la sezione ritmica li segue a ruota. Il giro di accelerazione è unito anche all'ingresso della voce, che col suo solito tono graffiato prende le redini del pezzo ed inizia ad arringare la folla. Mentre dietro al microfono gli strumenti imperversano, l'ugola canta a squarciagola disappunto e dissacrazione, vessando il pubblico sottostante con larghe parole d'odio verso le ingiustizie. Finito il primo blocco, la batteria ed il basso si concedono un attimo per relegarsi a tappeto, con lievi colpi ad entrambi i propri suoni, mentre la chitarra ricama un arpeggio nuovamente dal sapore Heavy Metal, con un saliscendi continuo. Momento di tranquillità che dura poco, un colpo ai piatti e si riparte nella mischia; è interessante vedere come, nonostante alla fine le strutture utilizzate siano assai semplici, gli Warsenal riescano a creare una musica tutto sommato onesta e godibile, senza fronzoli o ricami troppo elaborati, pura energia che scaturisce dai loro strumenti. La mischia di prima gonfia il petto e riparte col turbine di note ritmiche precedentemente sentite, aiutate dalla voce. Un nuovo cambio di tempo, segnalato dalla chitarra, ci porta ad un ritmo sincopato della sei corde, con una rocciosa presentazione di ogni nota suonata, sound granitico e niente prigionieri. Nuovi ricami di chitarra si legano al ritmo appena sentito, la batteria dietro pesta duro sulle pelli e sui piatti, mentre ci avviciniamo all'ultima sezione della canzone; blocco che viene segnalato dalla ripetizione del titolo, un piccolo stop and go, ed il ritmo prodotto diventa puro Speed Metal a tutti gli effetti. Si riprendono le tradizioni basilari di questo genere, note acide e veloci che si susseguono una dopo l'altra, dalla matrice classic Metal, ma suonate a velocità smodata. E' l'ultima sferzata che i canadesi ci danno, prima di continuare a produrre lo stesso ritmo in maniera ossessiva fino allo stop finale, che arriva nuovamente in maniera brusca e repentina.  Ossessione, oppressione, rimanere chiusi in una stanza senza finestre, cubica, claustrofobica, solo noi ed i nostri pensieri; questo il tema portante del secondo pezzo, l'anima che brama la libertà di andarsene come e quando le pare, senza limiti né limitazioni. Piccoli sprazzi di gioia che vengono quando qualcuno entra nella stanza, e noi speriamo che la libertà sia ad un passo da lì; possiamo considerare il pezzo però (dalle liriche comunque molto brevi e scarne, come vedremo sarà un vizio per i nostri abitanti del Quebec) anche una critica feroce a tutti coloro che hanno la mente chiusa dai pregiudizi, occlusa da tutto ciò che media ed altre persone cercano di infilare a forza fra le pieghe del nostro cervello. Quel "lasciami uscire", potrebbe essere la nostra stessa mente che si ribella alla chiusura che sembra le abbiamo messo davanti, scalpita come un animale in gabbia, desideroso di rompere quella serratura e tornare libera di fare ciò che vuole. Una delle canzoni più interessanti di tutto l'album, in cui ben si combinano elementi classici con larghi sprazzi di Thrash Metal (di stampo americano), resi ancor più aggressivi dalle venature di Speed.

Hit'n Run

I prossimi tre minuti scarsi sono occupati da Hit'n Run (Colpisci e Scappa); sembra che i nostri amici degli aceri amino le canzoni brevi e concise, perché anche questo terzo slot di Barn Burner parte in medias res, con un intro di devastante chitarra che entra subito in testa e si piazza lì, senza uscire. Stavolta niente stop né intro, anche la voce entra da subito, alzando l'asta suonata dalla chitarra e dandole ancor più corpo e presenza sulla scena. Dietro possiamo udire i sonori colpi di batteria e le corde di basso che vengono suonate a gran velocità, il clangore degli strumenti si fa incandescente man mano che andiamo avanti nell'ascolto. Nuovamente il cantato è dritto come un fuso, colpisce senza pietà come un colpo ben assestato, e stavolta ad aiutarlo troviamo anche il coro (cantato dal bassista) a fare da contrasto ed aiuto all'ugola stessa. Note di violenza che vengono sprigionate, e la voce qui si diletta anche in alcuni acuti, non troppo lanciati, ma comunque apprezzabili grandemente. Il filo rosso che lega i vari strumenti viene ripetuto fino allo sfinimento, lasciando spazio alla voce ed alle sue arringhe di clamore; i cori si fanno sempre più sommessi, finché, ad un certo punto, anche la sei corde non esita a staccarsi un attimo dal ritmo suonato finora, e fa un piccolo ricamo sulla sua paletta, seguito da un clamoroso duello fra batteria e basso, a colpi di ritmi diversi, le pelli chiamano, le spesse corde rispondono. Dopo il cozzare degli scudi ritmici, abbiamo una sinossi di chitarra ancora più metallara nella nostra testa, si riprende bene dalle tradizioni lasciate tanto dai Metallica, quanto da gruppi decisamente più underground come gli Watchtower, gli Evildead, ma anche accezioni più lontane nel tempo come gli Warfare stessi (si sentono in alcuni punti quello che gli autori di Metal Anarchy definivano come MetalPunk, una commistione di generi così diversi, rispetto al Thrash basico, ma che risultava geniale sotto tutti i punti di vista), solo piogge di note che si abbattono sulle nostre orecchie, e le fanno copiosamente sanguinare. Considerando lo scarso minutaggio dei pezzi (il che ricorda molto formazioni come gli americani Hirax), c'è il tempo per un ultimo passaggio; dopo la ripetizione del titolo con toni sempre più gravi, una macchinazione di Speed senza quartiere invade il nostro ascolto, e ci costringe a danzare con lui come si fa con la morte. La chitarra infiamma le corde, mentre la sezione ritmica monta il pezzo e lo fa diventare ancora più corposo. Purtroppo è un momento che dura l'attimo di una farfalla, neanche il tempo di iniziare ad apprezzarlo e muovere la testa, che è già finito tutto quanto, niente dissolvenza, solo un altro fermo stop. Un bullo, così lo potremmo definire il protagonista del brano; egli si diverte, corre per le strade, colpisce chi gli capita a tiro e scappa. Niente lo può fermare, le persone hanno, anzi, devono aver paura di lui quando lo vedono passare. Egli è un metalhead armato di giacca e borchie, niente si può frapporre fra lui e ciò che vuole fare, niente e nessuno. Nonostante anche stavolta le liriche siano composte davvero da poche righe, possiamo notare una cosa; in ogni testo che gli Warsenal scrivono, ci mettono l'anima, ma soprattutto un pezzettino di sé stessi. Anche qui probabilmente sono andati avanti coi ricordi, di quando camminano per le strade della loro città e si sentono i re indiscussi, perché la fiamma della musica arde in loro. Colpire possiamo anche identificarlo come un "colpire socialmente", come un voler apparire nella massa per far capire agli altri che ci siamo anche noi, e che non siamo in grado di stare zitti e buoni, colpiamo duro e scappiamo, senza ritegno. Come dicono loro stessi nel testo, presto la tua faccia ed il mio pugno si incontreranno, ed è un colpo che fa male. Le brevi liriche sono nuovamente riprese dalle basi di inizio anni '80, in cui si badava molto alla musica, ed il testo era solo un accompagnamento, oppure bastavano pochissime frasi per far capire il senso generale di ciò che si voleva dire.

Conquer

Alla quarta posizione troviamo Conquer (Conquistatore); nuovamente veniamo gettati in mezzo all'arena da un roccioso intro di chitarra e batteria, che danzano fra loro facendoci muovere a tempo. Un altro inizio senza crescendo, ma subito pronti in prima linea a combattere per i nostri ideali. E nuovamente anche una durata non troppo prolungata per gli Warsenal, che si assestano sui tre minuti e mezzo circa. All'intro così diretto segue l'ingresso della voce, che col suo carico ormai acclarato di violenza, fa sempre si che il pezzo assuma connotati ancor più alti di quelli che aveva durante i primi secondi. Non certo un'ugola degna di clamoroso fragore di mani, ma altresì una voce onesta e dissacrante, perfettamente in sincrono con la musica suonata. L'ingresso del frontman fa da trampolino di lancio anche per una prima sessione di chitarra elettrica ramificata e piena di power chords, suonati come sempre a velocità incredibile; la batteria in sottofondo si limita a seguire gli strumenti suonati, dando il tempo e scandendo il ritmo da seguire. Il comparto sonoro diventa sempre più alto, abbiamo, al centro della canzone, una nuova sezione della sei corde veloce e precisa, a cui seguono rasoiate sonore sempre della chitarra, che si barcamena in un ritmo Heavy e catchy nella resa, senza stancarsi mai. Questi giri vorticosi della chitarra vengono seguiti dai piatti della batteria, che in lontananza danno il loro forte contributo; una volta finito il loop, la chitarra si assesta nuovamente su uno Speed Metal di ingenti proporzioni, coadiuvato da pesanti venature Thrash Metal, specialmente nei giri di chitarra finali prima dell'ultimo ingresso vocale. Ingresso che, come ormai siamo abituati fin dalle prime batture di Barn Burner, è preciso e al tempo stesso assai gutturale nella resa, con colpi sonori di grande portata che ci vengono sparati in faccia senza pietà né limiti. L'ultimo blocco del pezzo è affidato ad un intro dato dalla voce e dal coro, piccolo bridge  e si parte con una ultima danza sonora della chitarra, aiutata dalla voce che ogni tanto scandisce il titolo del pezzo. Rullate di batteria finali, un ultimo stacco ed il pezzo se ne va come era arrivato, anche se stavolta lo stop è nettamente meno brutto e tagliente. Un brano che si assesta come gli altri sulle stesse linee; la struttura circolare che gli Warsenal usano per comporre la loro musica, intro, voce, rullate, riff di chitarra, ritmo sostenuto e poi crescendo sul finale stoppato bruscamente, nonostante possa apparentemente sembrare banale, non viene a noia se lo si prende nel verso giusto, e cioè come un chiaro omaggio ai pilastri dei generi a cui i canadesi si ispirano. Come possiamo tranquillamente evincere dal titolo, parliamo di un sanguinario e integerrimo conquistatore; il mondo è suo, niente può fermarlo, nessuno può placare la sua sete di conquista. Se ne va a spasso per il mondo puntando gli occhi su tutto ciò che gli interessa, e prendendoselo con la forza, senza chiedere scusa né tantomeno dicendo grazie a nessuno. L'intera Terra è ai suoi piedi, egli è in cima alla lista, e niente potrà cambiare tutto questo; un richiamo forse alla voglia di questi ragazzi di salire la pericolosa china dei musicisti, una volta arrivati in cima, vedranno il mondo da un'altra prospettiva. Oppure semplicemente l'ennesimo bad boy che impregna le liriche di questi ragazzi, che sembrano ormai votati a dare voce alle falangi più marce e cattive della società intera.

Stab You One by One

Un altro intro di chitarra, ma stavolta nettamente più breve ed incisivo, apre a Stab You One by One (Pugnalarvi Uno per Uno); nostalgia canaglia che ci prende le viscere mentre sentiamo l'incedere di questo pezzo, nel quale, dopo il primo accenno di sei corde, colpi di piatti batteristici danno il la alla prima apparizione vera del pezzo. Si tratta sostanzialmente di un'altra scala da parte dell'ascia da guerra, ma stavolta incentrata su un ritmo prettamente Thrash Metal, al pari di tante formazioni storiche del genere. Va a scavare principalmente nella Bay Area americana, ma sentiamo anche alcuni sprazzi provenienti dalle fredde terre canadesi a cui i nostri fanno riferimento. Siamo quasi sui quattro minuti di esecuzione per questo slot, ed una volta terminato il riff portante che abbiamo sentito inizialmente, la chitarra inizia ad alternare quest'ultimo con alcune pennate più dirette e dure, salvo poi far esplodere l'intero sound con distorsione ed effetti, per permettere l'ingresso della voce. Corde vocali che qui decidono di lasciare per un attimo i fasti di Kilmesteriana memoria, per incentrarsi su un cantato tipico del Thrash di stampo classico, rugoso e pieno di vetrose note urlate a squarciagola, nell'unico intento di far alzare il tiro dell'intero set. Tentativo che va nettamente a buon fine quando, dopo un ritmo che ricorda formazioni come Hallow's Eve o i nostrani Insane, decide di duettare con la propria chitarra sfornando un andante man mano sempre più aggressivo. Sentiamo anche alcuni chorus ad effetto durante la ripetizione del titolo di questa parte di disco, e poi di nuovo giù a capofitto con le note, dandoci dentro a più non posso. Il ritmo portante si protrae per diversi altri secondi, lasciando spazio alla voce, libera di esprimere il suo carico di maligna sagacia; un piccolo cerchio di note e poi uno stop danno il via alla corsa che ci porterà al finale. Brusca accelerazione da parte di tutti gli strumenti e partiamo a correre come forsennati, inseguendo il gruppo nel suo suonare; velocità che viene aumentata grandemente dalla sezione ritmica, qui in forma più che mai e che si permette anche qualche sprazzo di improvvisazione, giocando fra piatti e tom. Prima di lasciarci andare del tutto al prossimo brano, gli Warsenal trovano il tempo per sfoderare un ultima rullata di corde da parte della chitarra, che vomita riff senza ritegno, agganciandoli gli uni agli altri grazie ad alcuni sapienti bridge, e poi, man mano che arriviamo al lato più esterno dell'ascolto, il brano digrigna i denti e ci da un'ultima scudisciata direttamente nelle gengive, riprendendo il ritmo sentito all'inizio e chiudendo il cerchio con le ultime linee vocali rimaste. Brano easy listening, ma che al tempo stesso risulta essere piacevole e dannatamente trascinante, ti fa venire voglia di muoverti a tempo con la musica, pogando con i fratelli che trovi accanto a te in sede live; liriche impregnate ovviamente di malvagità, sono in realtà una feroce critica alle istituzioni, a quegli uomini in doppiopetto e cravatta che strozzano il mondo con il loro fetore. E l'unica soluzione pare chiara fin dalle prime battute; deve essere fatta pulizia nei cuori e nel mondo stesso, la feccia va eliminata senza ritegno, al fine di garantire un futuro migliore a noi, e soprattutto ai nostri figli. Si critica aspramente l'establishment politico e sociale del Canada, ma anche del resto del mondo, con una classe dirigente che altro non fa che tenere sotto i propri piedi tutto il resto della popolazione; il desiderio di pugnalare quel dolore, quel sentimento di rivalsa sociale che alberga nella mente di chi non si gira dall'altra parte, è la chiave per la vittoria, ed è il fil rouge che lega insieme le liriche di questa traccia.

Unstoppable

Un ossessivo ritmo di chitarra, ripetuto nuovamente fino allo stremo, ci da il la per affrontare Unstoppable (Implacabile): il ritmo così trascinante, degno dei Metallica della prima ora, con quel profilo di base a metà fra Heavy e Souther, viene spazzato via da un altro incedere della sei corde, ma stavolta si tratta di un riffing elaborato, ma non troppo, e diretto come sempre dentro le nostre orecchie. Uno dei brani più lunghi di tutto il pattern, la sesta traccia si assesta sui cinque minuti quasi di durata, a dimostrazione che i nostri canadesi non amano solo gli slot brevi e poco fantasiosi. Alla scrittura chitarristica appena nominata segue un duetto fra ritmi serrati e ricami da parte dell'axeman, a cui poi si lega successivamente la voce, che torna ai fasti Speed in men  che non si dica. Il cantato incede con la sua dose di sagacia, ed inizia a prenderci a schiaffi fin da subito, aiutato dalle pelli che sfoderano ritmi sempre più oppressivi, tirando colpi gravi e man mano che andiamo avanti progressivamente più pesanti e ritmici. Il basso in tutto questo si relega a metronomo, ma è sempre lì, ed i suoi slap continui e cacofonici, non fanno altro che aumentare la portanza del pezzo, fornendo ulteriore materiare su cui fare affidamento. Il brano si trascina così fino al ritornello, finito il quale abbiamo un piccolo riffing di chitarra, e poi nuovamente torniamo al pilastro centrale della canzone, quel duetto fra chitarra e pelli sentito in partenza di brano. Pilastro che, nonostante abbia comunque una struttura easy nella sua stesura (come è già successo svariate volte nel corso di questo disco), risulta essere ben fatto, e soprattutto ben suonato. Ottimo anche il lavoro in fase di produzione, nel quale, dato che il compito è stato svolto in maniera corretta, si riesce bene ad apprezzare ogni tassello delle canzoni. Dopo un altro ritornello, che si lega al primo grazie al sapiente uso dei bridge, abbiamo un ritmo di chitarra più veloce e ritmico, prima che esso sfoci in un turbine di note che si riversa su di noi quando, al segnale della batteria, parte l'assolo che ci trapana il cervello come una diamantata punta, anche se canonicamente non è definibile un solo, ma più come un riffing. A questo si legano dei possenti colpi di basso, che per la prima volta dopo diverse canzoni, si sente in tutta la sua interezza; agli slap delle corde segue un lungo e meraviglioso solo dello stesso strumento, dal sapore quasi Jazz (una tradizione presa sicuramente da gruppi come i conterranei Voivod, avvezzi ad inserire in mezzo al caos più totale, questi geniali tasselli), duellando con la batteria che si distacca un attimo dal solito fragore, e si dimena in mezzo a tempi dispari e ritmi più sostenuti. Una volta finito il solo, al nuovo incedere della chitarra, il brano riprende corpo e si ributta nel ritmo iniziale, stavolta con una velocità leggermente superiore a prima; prima di lasciarci andare del tutto, dato che siamo all'ultima sezione, i canadesi trovano il tempo per un ultimo ritornello ed un'ultima parte di ricamo da parte dell'ascia, che qui si diletta, sul finale, in un ritmo prettamente Thrash, coadiuvato dalla batteria che pare aver scordato il Jazzing di prima, e si è ributtata nel tifone del metalhead. Lo stop, al solito, arriva brusco e repentino, pochi colpi alle pelli e la chitarra in dissolvenza fanno finire questo interessante pezzo di Barn Burner. Brano in cui a farla da padrone è la sperimentazione, considerando il blocco centrale, il pezzo parla sostanzialmente della band stessa, e della sua voglia di non farsi fermare da niente. Il caos che riescono a generare sul palco è unico, come unica è la loro voglia di andare avanti senza ritegno e senza limiti, degli Warsenal possiamo fidarci, loro ci saranno sempre. Ed in mezzo a tutto questo, i canadesi sputano in faccia anche a coloro che negli anni hanno tentato di mettergli i bastono fra le ruote, tutti quelli che dicevano "non ce la farete mai"; ed invece loro, senza perdersi d'animo, hanno confezionato il loro primo demone, mettendoci anima e corpo, e dando vita a qualcosa di davvero pregevole, sotto quasi tutti gli aspetti. Loro sono il futuro, il tuo futuro, l'alba di un nuovo impero per tutti gli incalliti metalheads in spandex e chiodo che non ne hanno abbastanza di ritmi old school, ed i nostri speed thrashers sono qua per iniettargliene una dose ogniqualvolta se ne presenti l'occasione, nel più puro revival dei mitici anni '80.

Wars

Un mefitico e sporco arpeggio di chitarra invece ci fa da tramite per iniziare Wars (Guerre); i primi secondi sono occupati da una diretta e corposa sezione ritmica, con tutti e tre gli strumenti che si dilettano in un andante corposo e senza ritegno, quasi a volerci veramente prendere a pugni con la loro musica. All'iniziale andamento che abbiamo sentito ne segue uno nettamente più cadenzato, e poi nuovamente il tema portante torna a farsi sentire, trascinandoci a fondo con lui nel turbine delle note suonate. La voce stavolta torna, come i primi brani, ad entrare dopo i primi secondi di brano, quasi come se gli strumenti preparassero il campo alla sua venuta sulle scene; il cantato continua a prendere nettamente spunto dalle tradizioni tanto Thrash quanto il più sporco Speed Metal degli esordi, con alcuni toni decisamente più bassi che quasi sfociano nelle linee tracciate da gruppi teutonici ed inglesi. Nel mentre la voce arringa la folla, il comparto strumentale continua la sua danza mortale proponendoci lo stesso ritmo in maniera compulsiva e ripetuta, l'ugola e la musica rimangono separate a livello di metrica, di modo da farci apprezzare sia ogni parola che nota suonata. Ripetizione del titolo con un comparto vocale quasi proto Growl, e si riparte nella mischia con la sei corde che incendia il manico grazie a movimenti serpentini e veloci, quasi claustrofobici nella resa totale del pezzo. Gli scambi repentini fra i vari strumenti continuano per quasi un minuto e mezzo, al centro del quale abbiamo la ripetizione nuovamente del titolo, a mo' di ritornello, e poi alcune brusche stoppate ed accelerate della batteria, che vanno ad incorporarsi perfettamente con la sezione di chitarra. Il basso, dopo il magnifico solo che ci ha regalato nello slot precedente, qui torna a dettare il tempo con il suo carico di pesantezza, cercando di concentrarsi sulle note più basse, dando forma al pezzo e facendogli prendere sempre più piede nell'ascoltatore. Man mano che procediamo, notiamo che i cerchi che compongono la canzone alla fine si ripetono per una buona metà, una classica traccia per il pogo selvaggio, in cui si bada poco ad assoli o riff articolati, soltanto pura e semplice velocità degli strumenti che ti fa balzare sulla sedia e spintonare la prima persona che ti capita a tiro. Peraltro pare anche essere una traccia adatta ad essere suonata live, essendo la sua struttura molto semplice, non ha grossi problemi di fonica a cui dover sopperire, solo violenza sonora canadese che ci viene sparata in faccia. Ad un certo punto però, verso i due minuti e mezzo, il brano muta, ed inizia ad essere suonato un andante nettamente più Metal classico che Thrash o Speed, con la chitarra in prima linea che, dopo l'astio dimostrato fino ad ora, si ammorbidisce un attimo (almeno come tempi di suono) e inizia a ricamare man mano che i secondi scorrono; il ritmo prodotto diventa ancor più trascinante, ed in sede da concerto, è quel classico tempo in cui le corna si alzano al cielo. Cambio di tempo ancora senza avvertimento, segnalato solo da un quasi impercettibile cambio delle pelli, e torniamo a lottare nel mosh più sanguinolento, anche se stavolta l'ascia comincia a riffeggiare a più non posso, con sprazzi che vanno dal Thrash all'Heavy, passando anche per qualche venatura Hardcore qui e là. Il solo imbastito dalla chitarra si protrae fino all'ingresso dei cori, ed a questi ultimi si alterna per l'ultimo blocco di brano; blocco in cui iniziamo a sentire bene anche le corde di basso, che nei momenti di riffing della chitarra sono là in sottofondo ad improvvisare anche loro. Fra saliscendi e hammer on veniamo infine portati di peso alla conclusione, nel quale torna chiudendo il cerchio quel ritmo sentito in partenza, e poi abbiamo una rullata di tom e le pennate di chitarra che dichiarano la fine. Tutti sappiamo quanto la guerra sia qualcosa di atroce, e che non porta mai niente di positivo dietro di sé; e se invece fosse solo una enorme e devastante guerra la soluzione ai problemi del mondo? Gli Warsenal si immedesimano in un armato plotone di morte, pronto a tutto pur di ghermire il mondo stesso fra le proprie mani; si muovono come tanti fantasmi armati fino ai denti, dimostreranno al mondo quanto sono grossi, sparando a vista e facendo fuori chiunque si metta fra loro e la vittoria. Le guerre però possono anche essere personali, quelle combattute a suon di cervelli che cozzano l'uno con l'altro, e sono forse quelle più pericolose, quelle che fanno più vittime e lasciano di più il segno. Nell'immenso turbine della musica suonata, il gruppo cerca (e riesce) di farci sentire su un enorme campo di battaglia, fucile fra le mani sporco di fango e pronti alla carica. Al segnale del comandante ci gettiamo nella mischia, sicuri che potrebbe essere l'ultima nostra guerra, ed è proprio per questo che la combatteremo senza quartiere e senza fare prigionieri, ma solo vittime sotto i nostri piedi. Si carpisce però anche una sibillina critica al solito comparto governativo, a quegli stati, a quel mondo stesso che usa la guerra come strumento per accumulare denaro, lucrando sul sangue e sulle vite di giovani innocenti ed ancor più innocenti vittime delle stragi.

NightStalker

In penultima posizione nella nostra scaletta troviamo NightStalker (Stalker Notturno):  rullata di batteria seguita da alcuni slap di basso danno il via al brano, seguiti a ruota dalla voce, che entra senza chiedere il permesso e stavolta sceglie un cantato decisamente più aggressivo del solito, probabilmente a voler sottolineare il carismatico e pericoloso argomento del pezzo. I primi secondi sono all'insegna della violenza più pura e devastante, con la strumentazione che pare impazzita sotto i colpi dei singoli membri, e continua a prendere piede davanti a noi senza fermarsi. Abbiamo poi un rallentamento dei toni, la batteria inizia a martellare ossessivamente, seguita dalla chitarra, e legata a questa iniziamo a sentire un ritmo che quasi sfocia nell'Hardcore Punk di scuola statunitense, con le pennate da parte della sei corde che si fanno sempre più gravi e ritmiche, e la batteria dietro che continua a montare il brano sempre più, senza fermarsi e soprattutto lasciandoci senza fiato a noi che stiamo ascoltando. A questo ritmo che quasi sfocia nel Punk si legano riff di pura estasi Thrash, con la voce che inizia a ripetere alcune frasi sommesse e sempre nel segno della violenza, dando ancor più forza all'ascolto. Si riparte nuovamente con il riff che abbiamo sentito poco prima fino a che un piccolo duello fra basso e chitarra non segnala un altro cambio di tempo ed una nuova sezione delle liriche; stavolta il ritmo prodotto è nettamente Thrash, cerchi di sei corde che si ripetono ed il basso che gli va dietro, facendo la "roccia" della canzone. La batteria si limita a seguire i due strumenti, ma è sempre lei a dettare i cambi, rallentando ed accelerando man mano che procediamo all'interno del brano, le sue rullate prendo corpo e piede via via che i secondi scorrono, finché dopo l'ennesimo cambio da parte delle pelli, non abbiamo un ritmo che affonda letteralmente le radici nei classici dell'Heavy di inizio anni '80. Sentiamo quelle note sprigionate che, chi è fan di questa musica, certamente manderà in estasi anima e corpo durante l'esecuzione. Si va avanti così fino a che l'ultima parte del pezzo non inizia a farsi sentire, ed anche noi che sentiamo capiamo che il brano sta per arrivare a conclusione; prima di lasciarci andare però, il frontman/chitarrista, fa in tempo ancora a buttarci addosso un'altra cascata di note grazie ad un solo articolato e davvero ben eseguito, dal sapore old school. Finito il quale abbiamo la mischia finale di tutti gli strumenti, con in primo piano stavolta la batteria, che lavora di doppia cassa e piatti, dando un sentore di ostruzione e sentimento puro al pezzo, ed è un altro di quei momenti in cui il mosh pit inizia certamente a farsi sentire, persone le une sopra le altre, in un fragoroso cozzare di corpi umani. Lo stalker penso sappiamo tutti bene cosa sia, specialmente in questi ultimi anni; è una figura abbastanza pericolosa nella società, che vessa arrivando anche a fare del male fisico, una persona in particolare, con cui è morbosamente fissato. La segue, le tende agguati, la chiama in continuazione, spia ogni suo movimento, finché la vittima non si ritrova prigioniera dentro sé stessa, senza alcuna via di scampo; in questa parte di album, il gruppo si mette nei panni di un sudicio guardone, convinto che nessuna vittima possa scampare alla sua presa. Egli parla direttamente alla sua preda, le dice che della notte deve avere paura, specialmente se lui è in giro, e lui è sempre per le strade, pronto a fare di lei quello che vuole. Niente potrà salvarla dal suo atroce destino, ormai il nostro stalker è con lei che si è fissato, ed è sempre con lei che porterà a termine il suo compito, finché probabilmente non riuscirà ad ucciderla, sentendo scorrere il suo sangue fra le dita. E' una canzone che, giocando molto su ritmi cacofonici e oppressivi, ti fa davvero sentire al posto della povera vittima, con alle spalle un energumeno nero come la notte che ti insegue, e tu, per quanto possa correre veloce, alla fine sentirai le sue fredde e callose mani intorno al collo che ti stringono senza alcuna pietà.

Minefield Game

La chiusura intera dell'album è affidata, dopo otto brani uno più devastante dell'altro, a Minefield Game (Il Gioco del Campo Minato): il brano viene aperto dalla batteria, che incede nell'ascolto con un altro ritmo senza ritegno né tantomeno limiti, e viene poi coadiuvata quasi subito dal basso, che arriva immantinente a darle manforte. La chitarra arriva di conseguenza, iniziando a ricamare in maniera bassa con le corde, finché, dopo un paio di slap dal basso stesso, non si parte con un ritmo nettamente Speed stavolta, senza limiti né freni, e la voce che segue a ruota i tre strumenti, per l'atto finale di questo disco. Si continua con i serpentini scambi fra la voce e gli strumenti fino al primo ritornello, in cui di sottofondo l'intero comparto musicale si tira su letteralmente e ci colpisce duro in piena faccia. Un colpo dato principalmente dalle pelli e dalla sei corde, ma anche il basso, che come ormai abbiamo imparato sembra solo in apparenza relegato a dare il ritmo, quando può entra in scena e si fa sentire con il suo suono basso e possente, una voce in più che dona ritmica al pezzo stesso; man mano che il pezzo continua a scorrere dentro le nostre orecchie, assistiamo sempre a questi continui scambi fra sezioni strumentali date dalla combo di corde e batteria che sembrano impazziti, e altre vocali invece che riprendono al volo il pezzo e ci malmenano a destra e sinistra. Dopo un minuto e mezzo dall'inizio del brano siamo ormai già tumefatti dai colpi subiti, ma gli Warsenal ormai hanno deciso che devono finirci ad ogni costo, e lo fanno mettendo in piedi una metrica Thrash con il piede ben premuto sull'acceleratore, ed il contagiri del pezzo che quasi spacca il proprio vetro per seguire il tempo. Abbiamo anche un piccolo assolo di batteria, verso i due minuti, a rotazione del quale veniamo ributtati nel pozzo in cui eravamo grazie ad uno dei temi portanti del brano stesso: è bello vedere come questi tre ragazzi riescano a produrre un chiasso simile prima di tutto senza l'ausilio di un'altra chitarra, e poi soprattutto cercando sempre di dare vita a ritmi semplici, ma al tempo stesso maledettamente trascinanti, ti fanno venire voglia di premere stop e ricominciare da capo ogni volta che finisci il disco, o un singolo pezzo. Fra stop & go ed accelerazioni senza avvertimento, ci avviciniamo alla parte finale del brano, in cui la chitarra ci regala un ultimo pregevole assolo prima di lasciarci andare del tutto; solo che, come era accaduto per la traccia precedente, è di stampo classico, sembra di sentire l'odore del cartone di un vecchio vinile di inizio anni '80 mentre lo si ascolta, e se si è fan, si va automaticamente in estasi sonora senza problemi. Il solo stavolta si allunga più che in tante altre tracce precedentemente ascoltate, salvo poi cedere ai colpi finali di batteria che danno il la per l'ultima piccola sezione, in cui si chiude il balletto suonando l'inizio del brano, le ultime liriche vengono cantate, e poi soltanto il silenzio ci rimane di questo enorme campo devastato dalla battaglia. Come possiamo evincere dal titolo, parliamo di un sadico gioco qui; quello in cui i soldati in guerra devono loro malgrado affrontare un enorme campo minato. Devono dunque stare attenti, ogni passo che fanno potrebbe significare perdere un arto, se va bene, oppure la propria stessa vita. Il gruppo ironizza come nella migliore tradizione Thrash che si rispetti, sottolineando quanto questo è il prezzo da pagare per essere divenuto un soldato al servizio del potere, magari dovevano pensarci prima. Ed adesso invece sono lì, un click sotto i piedi e sei ufficialmente morto, ogni piede messo in fallo può significare la tua dipartita da questo mondo, e molti di loro sicuramente si stanno chiedendo che cosa ci fanno lì, la paura e la distrazione li prendono, ed in un attimo, dopo un fragoroso scoppio, i loro corpi volano come coriandoli dopo carnevale, pezzi di carne maciullata cadono addosso ai compagni, sangue e polvere, fumo, e distintamente in lontananza, il marcio e penetrante odore della carne bruciata e della morte.

Conclusioni

Cosa dire dunque di questo Barn Burner? Un incipit sicuramente onesto per i nostri canadesi; un disco che si fa ascoltare senza problemi, e che metterà d'accordo falangi sempre più ampie di fan. Infatti saranno accaniti sostenitori di questo lavoro sia i nostalgici, ma anche coloro che sono arrivati sulla scena Metal qualche anno dopo, e che magari hanno voglia di fare un tuffo nel passato senza bisogno di scavare negli archivi della musica. Un disco che, ovviamente, è ben lontano dalla perfezione, ci sono alcune sbavature,  ma sono sottigliezze dettate dal fatto che è la prima produzione in assoluto targata Warsenal. Un disco che, per essere l'esordio, si assesta sicuramente come un bel lavoro, e fa anche ben sperare per il futuro; al suo interno si alternano momenti di Speed Metal vecchia scuola, ad alcune linee Thrash che, man mano che il disco procede, si fanno sempre più sentire, salvo poi alcune piccole venature di Hardcore, ma anche sperimentazione ed improvvisazione ( i vari momenti di stacco ed i duelli fra le sezioni ritmiche ne sono un bell'esempio). Un'altra prova di quanto il Canada stia donando ormai da trent'anni alla musica, forse anche di più; un paese in cui la parola "bassa qualità" non credo sappiano neanche cosa sia. I suoi abitanti sono fra i più attenti ascoltatori del globo, secondi forse solo ai giapponesi, che dalla loro hanno una positiva "malattia" che li lega ad una compulsiva analisi di ciò che hanno davanti. Gli abitanti della terra d'acero invece sono analizzatori, non così seriali, ma sono dannatamente bravi a confezionare i propri prodotti con genialità e soprattutto con umiltà; ecco, l'esordio alla regia degli Warsenal può essere considerato così.  A momenti di tecnica e sopraffina produzione si alternano scanzonate liriche tipiche di menti giovani, ma anche sibilanti critiche alla società, come i generi a cui si ispirano quasi impongono. Un album che si gode dunque dall'inizio alla fine, e che fa venire voglia di ascoltarlo più volte; entrate dunque anche voi nel campo di battaglia con i canadesi, non ve ne pentirete, ricordatevi solo di armarvi fino ai denti, perché questi ragazzi colpiscono duro, e ripeto, se le premesse sono queste, fanno ben sperare per un futuro secondo album ancora più devastante.

1) Dying On Stage
2) Let Me Out
3) Hit'n Run
4) Conquer
5) Stab You One by One
6) Unstoppable
7) Wars
8) NightStalker
9) Minefield Game