SETA

Interferenze

2013 - Atomic Stuff Records

A CURA DI
SAMUELE MAMELI
09/02/2014
TEMPO DI LETTURA:
8

Recensione

Quando ho ascoltato questo cd, gradualmente ho attraversato delle fasi. In partenza è come se mi fossi immerso sotto un gettito di acqua calda, mi ha riscaldato e viziato. Le riflessioni, scatenatesi in seguito al vapore intenso, hanno plasmato sensazioni opache, immagini indistinte ostacolate da quel calore frastornante che ha reso il respiro sempre più affannoso, irregolare. Eppure, ero solo all'inizio perchè man mano che il tempo scorreva, i muscoli perdevano abilità e il corpo nudo, impotente, era preda della nebbia fitta e compatta che mi teneva nascosto dalla realtà, lasciando allo stato di vuoto e d’impercettibilità l'onore di tenermi vivo. Quei brevi impulsi di paura sono stati una manna dal cielo. Sembrerà assurdo, forse per chi legge è improponibile simili risultati, ma son riuscito ad assaporare la semplicità di un disco che proprio per il suo essere, maschera un'onda anomala di emozioni. Alla resa dei conti, posso dire di essermi divertito, ha risuscitato l'amore per un sound spesso inconsapevolmente ignorato, facendomi apprezzare digressioni lontane un miglio dall'ascolto quotidiano ma dannatamente ispirate da far cadere ogni piccolo pregiudizio se mai ce ne fosse e perchè no, riportandomi indietro nel tempo, quando un certo tipo di sperimentazione avviatasi con disinvoltura negli anni ottanta, è riuscita a consolidarsi e a trovare l'esatta forma, la perfetta maturazione negli anni novanta. Tale filone musicale inquadrato come rock elettronico, riscontra in codesta band nostrana chiamata Seta, una potenziale risorsa, un qualcosa di magico che vi farà sbranare gli occhi. Con testi rigorosamente cantati in italiano, il gruppo veronese spiana il campo di battaglia con il genere sopra citato, rendendola più congrua con ingredienti di rock/pop italiano che prende a braccetto sfumature passionali darkeggianti così delicate da renderlo discreto e allo stesso tempo spinoso. L'esordio “Interferenze” del 2013 catapulta in prima linea un cd personale dal songwriting ispirato che semina attenzione. L'alone agrodolce che ne trasmette, ci consegna un sound figlio dei pionieri Bluvertigo che non disdegna mescolarsi con i mai troppo sottovalutati Babylon Zoo (grandissima band!) e a quel quid che riporta agli Afterhours. Anche l'atrwork non si esime a trasmettere quel senso di dark/noir. L'immagine realista in bianco e nero per quanto possa sembrare scarna, ha una forte capacità di comunicazione. Le quattro mini fotografie in serie (nell'originale sono dodici), mostrano una specie di studio o stanza da letto nell'arco di un intervallo in cui esigui elementi subiscono variazioni ma importanti per essere oggetto di analisi. Sembriamo catapultati in qualche azione di spionaggio, dove ogni aggeggio è esaminato con dovizia da esperti del settore. Uno scatto esemplare per coprire la scrivania di taluni centri investigativi che prolificano teorie e costruiscono ipotetici retroscena in pieno stile thriller. Indi per cui, mi è doveroso aprire una piccola parentesi all'ideatore Christian Facchini che nella sua collezione “Il Terzo Uomo”, propone una ricca esposizione fotografica da scrutare assolutamente, permeando quegli stessi scatti di atmosfera nichilista. Per ciò che concerne la stesura, siamo dinanzi a un concept album intrigante e magicamente esposto, una storia romantica/crudele che risalta con decisione. Gli argomenti sono pungenti nonostante gli angoli siano smussati con fare poetico. La loro importanza va di pari passo con quella musicale, si percepisce un grosso lavoro dietro e ciò non di meno, è tutto incastonato a meraviglia, quasi stessimo guardando un film che cattura e ti trascina sino all'epilogo. Elemento non di poco conto che valorizza ulteriormente questo prodotto. Arriviamo al nocciolo e partiamo con la prima “Interferenze”. Siamo al cospetto di una traccia strumentale che pone subito le mani avanti su ciò che rileveremo durante l'ascolto. Un mix di sinistri suoni elettronici che si muovono cauti nei circa 40 secondi offertoci e che tiene alto il suspance per l'entrata in scena di “Sid”. S'inizia a fare decisamente sul serio, la canzone si presenta come un matrimonio tra Babylon Zoo e Timoria. Nel bel mezzo di synth e drum machine, il pezzo procede lento, il cantato forte e sicuro di Luca Tosato balza subito all'orecchio, idonea al contesto in cui ci troviamo, ma questo è niente quando il ritornello irrompe con una scarica elettrica. Il muro sonoro si scaglia con impeto, un micidiale colpo di artigli affilati che sfiora le arterie e via a farci del male con una song fantastica che raccoglie dolcezza e vigore. Impressionato dall'intensità udita, cado a capofitto sulla scrittura che può rappresentare l'anticipazione e la conclusione della storia, una sorta di sunto ricco di frecciate intuitive. Il nostro personaggio rivive quanto capitò all'icona del punk anarchico Sid Vicious. S'immedesima in quella vita pregna di follia che violentemente uccise la propria amata con una gelida lama. La caduta in drammi psicofisici è solo la facciata superficiale di un'esistenza ormai segnata dal rimorso. Infatti, nella successiva “Lame Di Luce”, l'uomo rimembra gli attimi di quando accadde l'irreparabile. L'omicidio si staglia sulla mente. Il carcere diventa sede dei suoi incubi. Il rimpianto per l'errore commesso è attenuato dal ferreo desiderio di ricongiungersi con Lei a morte avvenuta, laddove con angoscia oltrepasserà l'esistenza materiale. A livello musicale la canzone mi stringe di tanta tristezza, mi piega sotto gli accordi melodici che sanno come colpire. E' devastante e minimalista. Una rock-song slanciante che vede nella batteria insistente di Matteo Ortolani l'input di partenza. Molto easy listening, sarebbe un bel potenziale radiofonico, l'utilizzo del pianoforte incrementa la sostanza delle armonie, non perde un colpo, addirittura nel bridge avverto un flashback che mi rimanda a Cesare Cremonini in versione elegante e raffinato. La mia preferita in cui si può encomiare anche il bel lavoro alla sei corde di Lorenzo Meuti che sul finire sguaina un bell'assolo energico. “La Follia” testualmente menziona ed evidenzia il seme dello squilibrio. La normalità si separa dal corpo e ora più che mai, egli stesso, maggiormente esposto alle minacce di bestialità, sarà sopraffatto dalla pazzia che ucciderà la ragione e lo spirito. Non c'è rimedio o salvezza. Si apriranno le porte dell'oblio e la coscienza sarà risucchiata con cruciale determinazione. Per il resto, l'estratto manifesta una maturità sorprendente. Ha una struttura inedita e indovinata, forse quello più rappresentativo per la band. Da una base elettronica e sintetica che ormai ci segue con generosità, prende una piega cadenzata e languida su cui padroneggia l'interpretazione sublime del singer che offre ammiccanti soluzioni. Dotato di ottima espressività, ci guida in note melodiche degne del pop/rock made in Italy, il leit motiv carico e sgargiante è optimum per essere intonato in sede live ma è nella seconda strofa che rimango estasiato. Si fa largo, infatti, il cantato spagnolo e credetemi se vi dico che è magnificamente appetibile, più dell'italiano e qui, Luca Tosato da il meglio di sé, avvolge e accarezza la carne con taglienti unghie. Gli immancabili brividi non si fanno attendere. Da applausi. In “Per Un Giorno In Più”, gli impulsi iniziali cyber s’impongono con autorità, l'adagiata andatura è meditativa e ponderata, ravvivata da sporadici riff corposi che schiaffeggiano l'ascoltatore, ma lo stato quasi di riposo è totalmente devastato dall'immediato ritornello spigliato e sciolto che afferra per le spalle e strattona con forti oscillazioni. Calda e sensuale, convince senza riserve. Nelle liriche, al contempo, campeggia il dolore dell'uomo davanti alla morte della sua donna. I dubbi e le valutazioni lo tormentano. Rende tangibile il racconto del “se”, sui possibili capovolgimenti qualora avesse ascoltato consigli sulle sue scelte di vita e Lei fosse rimasta ancora viva. Giungiamo così alla ballad di turno. “Romanza” non è adatta a un ascolto superficiale, benché la semplicità sia profusa con accordi di facile richiamo, si adagia su un'intelaiatura quadrata ed evocativa che vede nel motivo principale il perno della song. E' calzante e terribilmente struggente, riesce con una giocata azzeccata, a ribaltare le sensazioni ambigue originarie, dando un retrogusto intelligente e coraggioso. Il pianoforte domina dall'inizio alla fine, insieme alle vocals, formula autentici anthem, arricchendo di romantiche melodie un brano perfetto per essere dedicato alla giusta compagna. In questo squarcio, il testo descrive il nostro uomo ammaliato dalla bellezza di Lei che riappare fronte ai suoi occhi sotto parvenze spettrali, di luce celestiale. Sebbene si tratti di sembianze spirituali, tanta basta per soddisfarsi e ricoprire il vuoto d'amore che le ha solcato. “Istante” è un fulmine a ciel sereno. La forma canzone è in sintonia con la produzione Disturbed. Bella possente con massicce dosi industrial, è una testata in pieno volto. Le linee vocali si tramutano grintose e in sinergia alle solide chitarre, abbelliscono trame oscure e arcigne. Di sicuro l'episodio più cattivo esaltato da un sempre pronto Lorenzo Meuti che sull'epilogo sciorina una calibrata prestazione alla sei corde. Merita di essere sparata a palla. La scrittura si focalizza sul protagonista nuovamente in condizioni depressive. Eternamente più propenso a dar fine alla sua vita, nell'attimo cruciale concentra tutta la paura e il rammarico per un credo religioso che l’ha abbandonato. Il rispetto e i suoi ideali svaniscono dalla propria vita. Su “Indifferente” si prosegue con il discorso di cancellarsi. L'uomo vuole fuggire dalla società che l’ha reso schiavo. Privato dei sogni, ragiona su un’ipotetica rinascita futura che con l'ausilio dell'indifferenza per certi dettami, gli consentirebbe di riconquistarsi quei desideri. In concreto lo stralcio accenna una base di disco anni “80 che si legherà saldamente con la strumentazione rock pronta a dare forti segnali da lì a poco. L'operato di Alberto Rossetti ai synth, spicca in particolar modo, una continua battaglia con le guitars reboanti per chi riesce a rubar la scena. Si sgretola su una velocità prudente che sfocia in allegra, la montatura quasi prog dona la giusta qualità per farsi ammirare. Le buone abilità musicali non si fanno nascondere e quelle rudi melodie mordono miserevolmente. Atroci segni cronici. “Clock” è devastante. Note fluttuanti preparano una track con scossoni a effetto. Spasmi elettrici sorretti da ammiccanti sintetizzatori, ci accompagnano in un leit motiv intenso e pregevole. Mi entusiasma. Sfodera una concisa scarica adrenalinica, una notevole spinta che desidera solo di essere cantata a squarciagola. Mi travolge i sensi. Nelle liriche, il soggetto esamina con ironia la foto scelta per il camposanto. Il viso è statico e impassibile, eppure cela una gioiosità e allegria che nessuno può captare, una quarta dimensione dove tutto è diverso. In “Alibi” finalmente giunge il giorno del trapasso. Ormai fragile dagli errori commessi, si dirige verso Lei rassicurandola di proteggerla. Metterà in gioco tutto se stesso, certi sbagli saranno lontani dalla memoria. La traccia è scanzonata, echi funky fuoriescono dagli altoparlanti. Si dimena tra continue accelerazioni che trova nel ritornello sempre e comunque, il punto focale. Creativa con un innesto di variabili soluzioni sonore, si mostra introspettiva ed euforica. Chiude il cd, l'ultima “Syntesi” e qui cari miei, si entra in un altro mondo. Mi alzo in piedi, incondizionatamente quello che c'è intorno a me, è deviato. Gli oggetti si trasformano, cambiano anatomia quasi mi fossi ingerito un allucinogeno. Rimango imbalsamato. Osservo il soffitto e dal nulla viene giù una strobosfera e i miei arti vibrano. Si da il via alle danze nel vero senso del termine. Progressive trance incalzante, suoni campionati che si rincorrono, la mia stanza è ora una discoteca. Curiosa e insolita, l'ascolto con gusto e anche ripetutamente. Non posso negarlo, è concepita con savoir fair. Sono stordito e quando sembra finito, ci pensa la ghost track remixata di “La Follia”, intitolata “Suena”. Bene, dalla discoteca non esco più, si ritorna in pista a ballare, i bassi pompano, l'atmosfera surreale cala sulle orecchie e viaggio nei mitici anni “90 quando ho varcato la soglia dei disco pub. Se pensiamo sia stata creata dal polistrumentista Daniele Dupuis, in arte Megahertz, famoso per la militanza nella band Morgan, tutto acquisisce valore e serietà. Sudato e stanco, consumo l'ultimo drink ed esco da questo scenario. Senza parole, avvincente. In ultime, se proprio devo dirla tutta, reputo siffatto lavoro maggiormente indicato per tutti quegli ascoltatori open minded, di quelli che non si scandalizzano se il genere non appartiene ai suoi preferiti e non si pongono problemi ad abbattere quel fastidioso paraocchi che ne limita la cultura e l'assorbimento di emozioni artistiche. Questo disco rock merita, registrato senza pecche, si può gustare svisceratamente... io ho iniziato a farlo e voi?


1) Interferenze
2) Sid
3) Lame Di Luce
4) La Follia
5) Per Un Giorno In Più
6) Romanza
7) Istante
8) Indifferente
9) Clock
10) Alibi
11) Syntesi