MINDWARS

The Enemy Within

2014 - Punishment 18 Records

A CURA DI
MAREK
24/10/2014
TEMPO DI LETTURA:
8,5

Recensione

Più che la calma, troppo spesso (e soprattutto nel nostro ambiente!) è l’Esperienza ad essere la virtù dei forti. Passione ed Esperienza, un connubio perfetto, due elementi dalla provata e consolidata alchimia, le componenti tipiche ed imprescindibili di un musicista Metal, che a suon di decibel e km macinati a bordo di un furgone non si rende quasi conto d’aver passato gli anni in tour, in sala di incisione, d’essere oramai diventato un pilastro, un punto fermo per centinaia di appassionati, giovani fan che crescono ascoltando i suoi dischi ed a loro volta decidono di intraprendere il suo stesso percorso. Un percorso dal quale è virtualmente impossibile “sviare”. E’ un sentiero, il Nostro, che sa dare tanto quanto prende: gli diamo gli anni migliori della nostra vita, un po’ di “calma”, gli regaliamo il concetto di “vita tranquilla” che tanto non ci serve, anche se alcune volte potrebbe rivelarsi utile e vantaggioso.. eppure non ci aggrada, questa”tranquillità”. La nostra vita è là, confusionaria e splendidamente “a tutto volume”, sul palco, con il nostro strumento, con la nostra t-shirt “d’ordinanza” ed i nostri gilet ultra rattoppati. Chi baratterebbe tutto questo per la monotonia della “pace”? Siamo dunque inseriti in un contesto che si configura come un perpetuo divenire, perennemente affamati di Musica, vogliosi di mettere per iscritto (e sottoforma di note) tutto quello che rimbomba fiero nella nostra testa e nel nostro cuore. Passano gli anni, l’Esperienza aumenta, di pari passo con la fatica. Ma nulla, nulla è in grado di fermare un musicista esperto e navigato, tant’è che suonare in una band, dopo anni di concerti, diviene più un “modus vivendi” che un qualcosa “che ogni tanto accade”. Si acquisiscono ritmi precisi, viaggiare da una città all’altra diviene normalissimo, rimanere a casa davanti alla televisione sembra quasi una pena da girone infernale, più che un elemento di relax. Si sente il bisogno, ecco tutto. Il bisogno di continuare a far vivere la propria arte, la quale può mantenersi intatta proprio grazie alle conoscenze / abilità acquisite negli anni.. insomma, un instancabile ad maiora che permette a molti metalheads, al giorno d’oggi, di non darsi per vinti ma anzi di rimettersi in discussione, coraggiosamente, mostrando fieri la propria corazza, ancora intatta e brillante. Dopo tanti anni “di palco”, possiamo prenderci una pausa.. ma non potremmo mai rimanere giù troppo a lungo. E questo, personalità come Mike Alvord lo sanno, fin troppo bene. Un nome che ai nostri metalheads più esperti non sarà certo passato inosservato, un nome importante, indissolubilmente legato ad una band considerata leggendaria, nel panorama underground tipicamente a stelle e strisce (e non solo). Esatto, parliamo proprio della prima band di Mike, quegli Holy Terror che assieme ad altri gruppi noti e meno noti come Whiplash, Rigor Mortis ed Evildead (giusto per citarne alcuni) componevano una Scena, quella statunitense, di tutto rispetto. Un panorama eccezionale, un underground pulsante, vivo, eccezionale, che sapeva donare a tutti gli affamati di velocità delle autentiche perle nere, come appunto i due lavori sfornati dal Sacro Terrore. Formatisi nel 1986, durante l’autentica esplosione del genere Thrash, gli Holy Terror nacquero su iniziativa del chitarrista Kurt Kilfelt, già axeman dei noti Agent Steel, con i quali registrò l’indimenticabile “Skeptics Apocalypse”. Il nostro Mike venne subito chiamato a bordo, e presto si unirono alla causa anche il compianto Keith Deen (voce) e la sezione ritmica composta da Floyd Flanary (basso) e Joe Mitchell (batteria, subentrato nel 1987 in sostituzione di Jack Schwartz). Trovata l’alchimia giusta, i nostri si imposero immediatamente grazie alla loro proposta dura e concreta: un thrash / speed metal legato agli stilemi proposti all’epoca da molte band loro coetanee o più vecchie, come Metallica, Overkill ed Exodus, stilemi a loro volta fortemente debitori delle esperienze Hardcore Punk britanniche (Discharged, G.B.H, The Exploited) ed americane (Agnostic Front, Black Flag) ma non solo: nel caso degli Holy Terror è d’obbligo citare, fra le varie ispirazioni, anche nomi facenti parte della scena Heavy / power sempre americana (Jag Panzer, Omen, Manilla Road), dalla quale veniva ripresa a piene mani la forte carica distruttiva ed una sorta di vena “evocativa”, atta a rendere il sound più coinvolgente ed “avvolgente” soprattutto. I nostri arrivano quindi a pubblicare, nel giro di tre anni, una demo (risalente al loro anno di nascita) e due full-lenght. “Terror And Submission” (1987, “Combat Records”, stessa etichetta che si occupò anche di diversi lavori di Exodus ed Agent Steel) e “Mind Wars” (1988, “Under One Flag”, etichetta che collaborò anche con nomi del calibro di Bathory, Dark Angel e Death), unici due full prodotti dagli Holy Terror, sono da considerarsi senza ombra di dubbio come delle autentiche miniere d’oro del loro genere. Riff travolgenti, voce graffiante e possente, ritmica di puro acciaio. Tutto quel che un amante del thrash vuole sentire, nei dischi che compra. Due album che consacrarono il loro nome nella leggenda ma che, purtroppo, non ebbero fratelli. Gli Holy Terror decisero di porre fine alla loro avventura forse troppo presto, smantellando quella che sarebbe potuta essere una grande realtà, addirittura più famosa ed affermata di quanto non lo sia al giorno d’oggi. Un percorso, per Mike, preziosissimo per due fattori ben precisi: in primis, l’esperienza maturata nel corso degli anni, come già detto.. l’aver viaggiato molto, suonato in ogni dove, aver potuto confrontarsi con realtà innumerevoli, costruirsi una propria carriera. Insomma, Mike può dire d’aver vissuto gli anni d’oro sulla sua pelle, può fieramente portare avanti un discorso importante, tutto grazie alla sua caparbietà e alla ricerca sempre costante di migliorarsi e migliorare. In seconda battuta, un’esperienza importante proprio perché ha fatto si che il caso “non caso” facesse la sua parte, incoraggiandolo. In una data italiana del tour intrapreso dagli Holy Terror a supporto del loro secondo full length, “Mind Wars”, avvenne l’incontro fra Mike e Roby Vitari, talentuoso batterista attualmente in forza nei piemontesi Jester Beast (“padri” del full length “Poetical Freakscream”, risalente al 1991, album da ascoltare e riscoprire obbligatoriamente, se ci si definisce amanti del thrash) però all’epoca militante nel gruppo Heavy / Speed Metal Headcrusher, complesso di origine cosentina. Un gruppo del quale ricordiamo un ottimo lavoro, “Nothing Will Remain”, datato 1989, disco splendidamente diretto e concreto, una vera e propria perla dell’underground italico. Due “mondi” che collidono, quelli di Roby e Mike, anche per delle origini in comune: il drummer è infatti calabrese, così come lo erano i nonni di Mike, che a sua volta ha ereditato da loro le sue origini italiane. Una sinergia fatta anche di storia comune, un rapporto d’amicizia che si protrae a lungo, fino a sfociare nella più contemporanea attualità. Dopo anni passati comunque a suonare con diverse band amiche, Mike decide che la sua avventura, sia in studio sia live, non può e non deve ancora terminare; decide così di rivolgersi a Roby, per fondare una band che potesse in qualche modo riportare in auge un tipo di sound (quello classico, Heavy - Speed Metal 80’s senza troppi compromessi) in qualche modo un po’ perso, in questo 2014 che concede spazio a tutti ma arriva desolatamente a dimenticarsi di chi, invece, la storia l’ha scritta. Eccome, se l’ha scritta. E proprio grazie a questo ritrovato entusiasmo e all’immediato reclutamento di Roby (che dal giorno del loro primo incontro non si era certo fermato, anzi. Fondamentale molto spesso il suo apporto in sede live / studio per dozzine di band, instancabile musicista giramondo, che negli ultimi anni è arrivato persino ad ottenere la qualifica di produttore ed ingegnere del suono) prendono forma i Mindwars, un nome che, come i più attenti avranno notato, è proprio derivato dalla seconda fatica in studio degli Holy Terror. Al duo si aggiunge presto il bassista Danny “Z” Pizzi, anch’egli musicista molto esperto e dalla consolidatissima esperienza in ambito musicale. Un trio di veri e propri veterani, di persone che sanno stare su un palco scenico tanto quanto in una sala di incisione. L’Esperienza di cui parlavamo prima, appunto. Quella di tre capitani di lungo corso che hanno deciso di mettere a disposizione del panorama musicale quel che, nel corso di questi lunghi anni, hanno potuto imparare. Concretezza, forza di volontà, capacità di considerare il palco scenico come una seconda casa: ingredienti fondamentali, per la buona riuscita di un’avventura così impegnativa ed importante, degna di chi ha “il mettersi in gioco” nel sangue, di chi non teme nulla e nessuno, proprio perché ne ha passate di cotte e di crude. Il combo non si fa attendere, e difatti siamo qui proprio per recensire il loro debutto, il roccioso The Enemy Within, “Il Nemico Interiore”, prima (ma non prima) prova dei nostri tres hombres, che scelgono proprio il “power trio” (tipica formazione composta da tre soli membri) come topos iniziale, per questo ritorno alle (splendidamente) prepotenti origini. Come sarà, dunque, questo “The Enemy Within”? All’altezza di curricula così importanti? Lo stereo rugge, è tempo di premere il tasto Play e di verificarlo con le nostre stesse orecchie. E cuori, naturalmente, perché certa musica non è intendibile solamente tramite un udito superficiale. Let’s go!



Veniamo immediatamente accolti da una intro incredibilmente calma e melodica, ma già dotata di un retrogusto ottantiano niente male. Upside Downparte bene, si mantiene delicata e costante per tutta la sua durata, e a dominarla letteralmente è la chitarra di Mike, mai come prima d’ora evocativa e addirittura psichedelica in alcuni passaggi. Qualche spruzzo di Manilla Road, qualche vaga sensazione blues, la potenza romantica di quel lato poetico e decadente del Metal delle Origini, quelle sensazioni sviluppate in seguito da gruppi come Diamond Head, e più in là ancora dai Mercyful Fate. Un genere di sound che ha influenzato veri e propri capisaldi del goth metal come Josh Silver e Tuomas Holopainen, per intenderci. Ritorno in grande stile alla vecchia scuola, quasi fossimo stati catapultati in un album come “A Time of Changes” dei britannici Blitzkrieg (impossibile non pensare a brani come “Vikings”, ascoltando questa intro) o magari “Borrowed Time” dei Diamond Head, senza scordarsi la forte carica epica di dischi come “Crystal Logic” dei già citati Manilla Road. Il tutto è perfettamente unito dal saldo collante rappresentato dalla chitarra di Mike, calda ed espressiva, accogliente ed accomodante, almeno finché l’effetto “quiete” pre tempesta è destinato a durare. Possiamo tuttavia apprezzare questo minuto abbondante, nel quale il guitar man, accompagnato da una sezione ritmica che tende a rimanere in disparte per esaltarlo, può farci vedere di che pasta è fatto. Come inizio, non c’è proprio male. Cambiamo totalmente clima e prospettiva con l’avvento della seconda traccia, dal titolo quanto meno emblematico: Crashè introdotta da un riff sferragliante e cadenzato, severo, marziale, che si impone con prepotenza ed arroganza dinnanzi a noi, intimandoci di proseguire con l’ascolto, senza fermarci mai. Siamo costretti ad obbedire dinnanzi al potere della chitarra di mr. Alvord, il quale scandisce fieramente questo riff d’apertura, coadiuvato questa volta da una ritmica possente e da un particolare effetto sonoro: voci misteriose, provenienti da una radio (di quelle portatili), parlano minacciose fra di loro, finché una sirena non pone fine a questo preludio, sormontato dall’inizio vero e proprio, in cui è la velocità a farla totalmente da padroni. Come un Legionario, Mike (anche in veste di cantante, se la cava egregiamente) suona la carica ed il pezzo parte spedito; la batteria di Roby ed il basso di Danny scandiscono, a suon di poderose “martellate”, il tempo che il chitarrista / cantante deve seguire, un modus operandi che esalta le sue esperienze thrash / speed, mutuate senza ombra di dubbio dalla sua militanza negli Holy Terror, dei quali sentiamo una eco non certo lontana e confusa, all’interno di questa traccia. Una canzone massiccia e possente, tipicamente Americana (alcuni tratti non possono non ricordare anche il thrash made in U.S.A, Anthrax in primis) ma dotata del tipico andamento lineare e travolgente di band come Judas Priest, il cui stile è riscontrabile soprattutto nell’assolo che Mike decide di donarci. Un assolo che tinge tutto ancor più d’acciaio vivo, che inasprisce i toni e permette a “Crash” di rendersi ancor più arrogante del suo titolo. Questo è METAL, senza compromessi, senza “forse”, senza “può darsi”. E’ metal, delle origini, della vecchia scuola, è un sound che oggi fa paura, a chi è abituato a produzioni troppo “perfette” ed a sound forse troppo “artefatti”. Un ritorno che però non sa di stantio o datato. Un sound fresco e squillante, rabbioso ed elegante, massiccio e in alcuni momenti più “pulito”. Una perfetta unione di tutto ciò che ha fatto storia, sottoposta però al modo di comporre e di intendere la musica dei Nostri. Una ripresa dell’inizio (con tanto di riproposizione delle voci radiofoniche) ci accompagna alla fine di questo “vero” preludio, che ci lascia sicuramente soddisfatti e desiderosi di proseguire. Il testo è leggermente più criptico della struttura musicale del brano, ed aperto a molte interpretazioni. Se da un lato sembra certo che si parli di una sorta di panorama post apocalittico, così ridotto a causa di un violentissimo conflitto (“the victims blood spilling all around, as flames engulf those bodies on the ground, fire and death” – “Il sangue delle vittime si rovescia tutto intorno, nel mentre le fiamme avvolgono questi corpi a terra, morte e fuoco”), non è altrettanto chiaro il ruolo che una certa “Her”, ovvero una “Lei”, abbia. Sarebbe limitativo o comunque troppo semplice pensare ad una donna crudele e tentatrice, che riduce il protagonista sull’orlo della pazzia a causa dell’estrema spavalderia e volubilità delle quali è portatrice sana; il contesto generale e la visione di questo terribile panorama costituito da morte e distruzione (nonché la presenza, velata o letterale, di esseri demoniaci, come nel verso: “when i returned the Evil’s taken flight, the Demon’s back after me” – “Quando ritorno, il Demone spicca il volo. È proprio qui, mi è alle calcagna”) possono farci identificare, quindi, la Lei con la Morte, sovrana e vera vincitrice di ogni conflitto intrapreso dai comuni mortali, che credono di trionfare quando invece rimpinguano unicamente le tasche della Grande Mietitrice (“Right in front me, staring back, her Eyes are watching me, the dedly kiss woken from reality” – “Dinnanzi a me, il suo sguardo mi fissava da dietro, i suoi occhi mi osservano, il bacio della morte mi sveglia dalla realtà”). Giungiamo così alla terza traccia, Speed Kills, che adotta uno stilema strutturale molto simile al precedente pezzo, seppur presentandoci sostanziali cambiamenti man mano che il suo sviluppo viene lasciato proseguire. La similitudine sta nel fatto che, nuovamente, ci troviamo dinnanzi ad un riff posto in apertura, cadenzato e scandito, supportato sempre dalla ritmica precisa e puntualissima di Danny e Roby, autori fin qui di una prova inattaccabile. Notiamo però già le differenze rispetto a quanto avvenuto nel corso di “Crash”. Se la traccia precedente adottava un sound tipicamente ‘80s, “Speed Kills” risulta, nella resa finale, addirittura più “estrema”, grazie ad una distorsione niente male e soprattutto a degli effetti particolari dei quali la voce di Mike ne giova letteralmente. Dopo il preambolo iniziale ed un colpo secco sulla campana del ride da parte di Roby, si ritorna alla velocità, che non è più tagliente come già udito, tutt’altro. Il sound perfetto e “serpeggiante” à la Judas Priest viene mantenuto ma estremizzato, la chitarra suona più “sporca” e quasi “fredda”, quasi ci trovassimo di fronte ad un perfetto compromesso fra Heavy Metal e “vecchia scuola estrema”. Proviamo per un secondo a confrontare il riff principale a quel che riusciamo ad udire nell’assolo posto al minuto 2:13 (esteso sino al minuto 2:31). Il momento solista è chiaramente Heavy, tinto di Speed, mentre il riff principale a suo supporto sembra quasi ossessivo, martellante e distorto tanto quanto poteva esserlo il sound di chi, in tempi non sospetti, stava cominciando a tingere di “nero” le sue note. Con le dovute differenze, potremmo sicuramente parlare di influenza subita dai Venom, o addirittura da band come i Possessed, con un velato retrogusto di black speed, marchio di fabbrica di band come gli statunitensi Exorcist. Un gran bel brano, crudele e selvaggio quanto basta, capace di mostrarci ancor di più la poliedricità dei Mindwars, sin qui tutt’altro che noiosi! Se aggiungiamo inoltre che, grazie agli effetti sopracitati, il cantato di Mike ricorda molto da vicino quello di Alice Cooper, allora il quadro è (come si suol dire) completo. Anche in questo caso, il brano riprende l’inizio per chiudersi, mostrando la sua struttura ciclica. Il testo non è lunghissimo, ma non è nemmeno di facilissima comprensione. Non sono chiarissimi il ruolo e l’entità di questa “velocità che uccide”, tuttavia, leggendo le parole, è facile intuire come il tutto possa risultare una condanna al sostanziale atteggiamento “tutto e subito” assunto da molte persone, le quali si arrogano il diritto di fare ciò che vogliono imponendo al prossimo il ritmo frenetico delle loro esistenze. Nulla importa, se si manca di rispetto, si calpesta o si urta. Tutto è sacrificabile alla causa della “velocità”, la quale è sovrana ed uccide a prescindere, che si corra troppo in auto o in moto, o si decida di vivere “troppo” al massimo, non ponendosi freni e scialacquando così tempo prezioso, che potrebbe invece essere impiegato per fermarsi anche solo per un istante, per guardarsi intorno e cercare la felicità in ciò che rimane, non in ciò che è destinato a correre perennemente a mille km orari (“in light i see my face turned red, hate and rage.. desperate souls, search for the truth, deep inside, finding you.. take what’s yours, leave what’s mine, hope to find peace of mind! / Shoot once more, it’s your cure, faster now, the speed of life! – Nella luce vedo il mio viso, rosso per la rabbia e l’odio.. anime disperate che cercano la realtà, è sepolta dentro, vi troverà.. prendo ciò che è tuo, abbandono ciò che è mio, spero così di trovare la pace! / Spara un’altra volta, è la tua cura, ancora più veloce, è la veocità dell’esistenza!”). Un incalzante riff smaccatamente hard rock – heavy metal spiana la strada alla quarta traccia, Retrobution. Se prima era solamente il cantato di Mike a somigliare alla voce dell’immortale Alice Cooper, questa volta è l’intero brano ad essere strutturato secondo gli stili tipici del Re del Brivido Metallico. Notiamo infatti una chitarra che rinuncia all’aggressività senza quartiere udita in precedenza (pur mantenendo una discreta “pesantezza”) per acquisire un’andatura molto più accattivante e “seducente”, quasi fosse intenta a circuirci,  con il fare di una bad girl, con la baldanza tipica di chi sa che riuscirà in un modo o nell’altro a perseguire gli obbiettivi prefissisi. La ritmica, d’altro canto, risulta ancora una volta granitica e compatta, e giova di questo cambio di stile, in quanto ha modo di far valere ancor più che in altri contesti la sua magnifica presenza. E’ un capovolgimento di prospettiva che spiazza, senza dubbio, ma non in negativo. Da un gruppo di musicisti di formazione prettamente speed / thrash metal ci si aspetterebbe un disco quanto meno lineare e chiaro nei suoi intenti.. ma troppo spesso sono queste aspettative a penalizzare il lavoro di una band  e a renderlo estremamente monotono. Dinnanzi ad un gioiello sì cesellato di hard n heavy, dunque, cosa dovremmo avere da obbiettare? Cantabile, coinvolgente, in grado addirittura di farci muovere a ritmo, con dei momenti che tradiscono la presenza dell’acciaio pesante nell’impasto generale ma che non guastano quello che risulta essere forse uno dei pezzi più interessanti del lotto. Un po’ Ted Nugent, molto Alice Cooper. Un più che degno tributo ai maestri dell’hard rock americano, che tanto hanno dato alla causa per la quale Mike, Roby e Danny stanno tutt’ora combattendo. Semplice ma estremamente efficace, sicuramente richiestissima durante i concerti ed apprezzatissima da tutti i fan. Le lyrics risultano essere abbastanza complesse, forse incentrate su una sfida. Si fa ampio riferimento a demoni celati dentro di noi, a forze negative pronte a prendere il sopravvento ogni qual  volta si mostri un qualsiasi segno di debolezza o di resa. Sfidare queste entità sembra essere d’obbligo per il protagonista, che stoicamente decide di reagire alle prepotenze e a mettere dinnanzi agli occhi di tutti la necessità di prendere una posizione netta e decisa, contro tutta questa negatività. Salvarsi è possibile, e non è certo giusto gettare la spugna prima ancora d’aver cercato di muovere guerra contro il Male, contro tutto ciò che può corrompere il nostro animo (“I’ll open my soul and the demons within – Aprirò la mia anima.. (libererò) i demoni dentro” - Can you feel it? Did they steal your life? Can you feel it? It’s your time to fight!! Falling down, lose control, you damage my life! Walking over my soul, covered up my eyes / i fought you once before.. I’ll tell you again as I told you before, peace and love  will free your mind!” – “Lo capisci? Ti hanno rubato la vita? Lo capisci? E’ il momento di combattere!! Cado atterra, perdo il controllo, tu hai rovinato la mia vita! Hai camminato sulla mia anima, mi hai chiuso gli occhi.. / ti ho combattuto una volta, te lo ridico, come te lo dissi tempo fa.. la pace e l’amore libereranno la tua mente!”). Ritorniamo su sonorità più prettamente speed heavy con l’avvento della quinta traccia, Time in The Machine, introdotta da una chitarra maestosa, melodica ma aggressiva. Un’apertura à la “The Hellion”, “bloccata” all’improvviso da suoni elettronici che subito dopo lasciano spazio ad un’incalzante riff che dà il via vero e proprio al pezzo, strutturato secondo le regole dell’Heavy Speed più ferree ed intransigenti (un bel mix fra primi Megadeth e Blitzkrieg). Il cantato sembra quasi sofferto, tirato, ricco di espressività, nella doppia veste di chitarrista e cantante Mike dimostra di trovarsi perfettamente a suo agio, riuscendo a tirar fuori, sia dalla sua ugola sia dalla sua sei corde, una potenza “viscerale” da non sottovalutare, tipica di chi questo mestiere lo fa ormai da anni. Il brano si mantiene veloce e potente, come al solito il duo Roby / Danny dimostra di non avere nulla da invidiare a colleghi stranieri, mostrando una capacità di tenere il tempo e di rendere più densa la canzone tutta che ben in pochi hanno. La sezione ritmica ha anche questo arduo compito, quello di andare a cesellare e rifinire il lavoro svolto dal chitarrista, far valere la propria personalità di strumentisti sempre e comunque, con l’aggravante di dover mantenere SEMPRE un tempo preciso, per non far sfociare tutto nell’anarchia sonora. Riuscire in questo è sempre un gran vanto per un bassista ed un batterista, che in questo caso certamente possono fregiarsi delle loro qualifiche, ed orgogliosamente. Giungiamo alla metà, dove una voce elettronica coincide con un rallentamento del pezzo, che in questo istante diviene più cadenzato. Un’autentica cavalcata Maideniana dalla durata esigua lascia poi il posto ad il riff principale, introdotto da un preciso “percuotere” il ride da parte di Roby, e la velocità torna imperiale come un condottiero vittorioso. Il brano si conclude in maniera anomala e melodica: sentita, “romantica”, struggente, quasi ci trovassimo di fronte all’elegante maestria di un guitar hero come Yngwie Malmsteen, o ad alcuni momenti particolarmente powereggianti (uno su tutti, la seconda parte del celeberrimo assolo contenuto in “Fast As A Shark” dei teutonici Accept), dotati comunque di una calma serafica, a tratti. Elegante, avvolgente, tagliente: un momento che non ci saremmo aspettati ma che invece si è fatto ascoltare ed apprezzare. Il testo sembra molto criptico, in generale improntato su una sorta di malessere interiore del protagonista. Egli sembra quasi intrappolato in un determinato luogo, un luogo che sembra più che altro essere un fastidioso stato d’animo più che una “prigione” vera e propria, pur mantenendo comunque i tratti sia dell’una (cattività psicologica) sia dell’altra (cattività psicologica). Il nostro cerca quindi di uscirne in tutti i modi, sperando di trovare presto una via di fuga, che gli permetterà di respirare un po’ d’aria buona e di prendere un po’ d’ossigeno, elemento accomunato alle capacità di ristorare anche la più crudele delle sofferenze (“Feeling helpless, i cannot decide who will rescue me. Disconnect my mind, damaging immages / now i awake to realize, it is not just in my mind, how will i get free from here, get back to where the air is clean” – “Mi sento privo d’aiuto, non riesco a decidere chi mi salverà. Disconnetto la mia mente, immagini di distruzione / adesso mi sono svegliato, ho capito, non è solo nella mia testa.. come riuscirò a fuggire da qui? Devo tornare dove l’aria è pulita!”). Proseguiamo con il brano più lungo del lotto, la monumentale Lost, che sin dalle sue prime battute cerca in diversi modi di ricordarci qualche brano Metallicano nel suo insieme. Ascoltiamo il malinconico arpeggio supportato da un massiccio riff in apertura: come non pensare a “Welcome Home: Sanitarium”, contenuta nell’immortale “Master Of Puppets”? Anche Mike sembra quasi riprendere lo stile di James Hetfield, e non solo chitarristicamente parlando. La sua prova vocale si avvicina (non per somiglianza di timbro, è più un discorso stilistico) difatti a quelle forniteci dal buon James lungo tutto il corso della sua carriera. Gli fanno eco Roby, che adotta un drumming che maggiormente si amalgama a questo particolare tipo di composizione (più massiccio e preciso, meno virtuosistico e “forsennato”), fornendo il suo supporto sempre in compagnia dell’inossidabile Denny, vero e proprio metronomo. Il brano prosegue in un climax che ci porta poi al momento “topico”, nel quale la band “esplode”, questa volta adottando uno stile a metà fra i Metallica ed i Megadeth più recenti. Soprattutto questa componente (quella Megadethiana) diviene in seguito più marcata, quasi i Mindwars avessero voluto tributare onore a due band simbolo della Bay Area e più in generale del Metal. La struttura si ripete, dopo le “esplosioni” tornano gli arpeggi malinconici che poi accompagnano il brano verso un nuovo culmine, riuscendo strapparci sicuramente più di un’emozione. Bisogna ammettere che la tentazione di lanciarsi in un dirompente air guitar è forte, molto molto forte. Soprattutto quando ci troviamo dinnanzi ad un assolo da manuale eseguito da Mike, ispirato come non mai, capace di tirare fuori dal suo strumento l’ennesima prova a sostegno della sua maturata esperienza, acquisita in giro per il mondo SUONANDO, non compiendo viaggi di piacere. Sul finale la sua chitarra acquisisce quasi un suono “nipponico”, termine un po’ azzardato ma utile per descriverne l’andatura orientaleggiante, in linea con quanto compiuto dai belgi Ostrogoth in brani come “Samurai”, per fornire un esempio concreto di ciò che affermiamo. Il malinconico arpeggio iniziale chiude quest’autentica perla, un gioiello più luminoso d’altri, conservato comunque in un forziere stracolmo di ricchezze. Il generale clima “malinconico” di questo brano ben si adatta alle lyrics: il protagonista del brano è difatti un uomo solo, smarrito, privo di punti di riferimento. Alla totale deriva in un mondo che sembra aver perso i tratti distintivi dell’umanità (compassione, rispetto, affetti), egli vaga senza meta cercando ovunque una risposta alle sue domande esistenziali. Vale la pena vivere ancora? E soprattutto, per qualcuno? Egli vaga in un deserto, reale e figurato allo stesso tempo. Un viaggio dai connotati fortemente ascetici ma in predominanza pessimisti, dato che il luogo isolato è più che altro una metafora indicante la sostanziale aridità del mondo in cui oggi siamo confinati; un mondo vuoto, sordo, muto e cieco, che non conosce altre regole se non quella “del più forte”, secondo la quale prevale unicamente chi meglio riesce a sopraffare i più deboli (“Feeling lost and caught in time, awaken to the screams and cries.. truth and lies are blinding me, search the wreckage, calling to be free. Placed up upon this land, sifting through the thoughts and grains of sand. Lost, what has become of me.. is this my life, I see.. help me to find my way, destined here to stay” – “Mi sento perduto, smarrito nel tempo, vengo destato da pianti e urla.. la verità e le bugie mi stanno accecando, cerco rottami, spero di divenire libero. Mi hanno messo qui, su questa terra, scavo fra i pensieri ed i granelli di sabbia.. Perso, che ne sarà di me.. questa è la mia vita, lo so.. aiutami a cercare la mia strada, sono destinato a rimanere qui”). Una eco hard n heavy tipicamente Megadethiana è udibile anche nelle battute iniziali della tellurica Chaos, settima traccia della tracklist di questo bel lavoro. Si presenta, alle nostre orecchie, un’introduzione maestosa e massiccia, colma di malinconico potere, che dà presto il via ad un’autentica scarica di adrenalina metallica. Un riff rabbioso e serrato quanto i colpi di una mitragliatrice ci pone il suo benvenuto, portandoci direttamente indietro nel tempo, nei giorni in cui la nobile tradizione thrash a stelle e strisce viveva il suo momento d’apoteosi. Drumming forsennato, ritmica d’acciaio, la voce di Mike che si mescola a quella degli altri componenti divenendo ancor più aggressiva, forte, minacciosa. Il tutto senza mai smettere di far rombare la sua chitarra, oramai un’autentica macchina da guerra sparata a tutta velocità su di un rettilineo, pronta a distruggere qualsiasi cosa. Giungiamo ad un momento di pausa verso il minuto 1:55, nel quale mr. Alvord si butta a capofitto in un assolo di forgia Mustainiana, seppur tendente quasi al power / neoclassic udito come già detto in alcune composizioni del maestro Malmsteen. Il momento non è tuttavia destinato ad avere lunga vita, e difatti il brano ritorna alla velocità iniziale, terminando così come si era sviluppato dopo le prime battute: rapido, letale, possente. Come un falco sulla sua preda. Ottimo lavoro compiuto da tutti gli strumentisti, che ancora una volta si dimostrano capaci di spaziare in più campi senza per questo snaturare la loro personalissima attitudine. Altra grande prova di maestria e capacità, sia individuali sia collettive. Le lyrics di “Chaos” si configurano come una sorta di manifesto della resistenza: ovvero, vengono messe in luce, nelle parole, le varie piaghe che affliggono questo mondo, compresa la dilagante ondata di crudeltà che ha reso gli umani sempre più insofferenti ed insensibili nei riguardi del prossimo. Quella crudeltà che fa cominciare guerre e conflitti nei quali centinaia di vite vengono ingiustamente spezzate, più in generale si fa leva sulla sostanziale inclinazione dell’essere umano alla violenza priva di scrupoli. I Mindwars comunque ci comunicano che non è troppo tardi per reagire, e che volendo siamo capacissimi di ribellarci e di cambiare le cose. Basta unicamente volerlo, sconfiggere i nostri demoni personali (“il nemico di dentro”, come il titolo del resto recita) non è impossibile. Uniti e compatti potremmo dare scacco matto alle forze maligne, che dovranno per forza di cose ritirarsi sconfitte. Sarà una battaglia per molti mortale, ma possiamo farcela (“I say we must fight! Stand my people, follow the light! ..fight now, make no mistake / wake up my brother, it’s only a dream! This Hell on Earth is not what it seems. Terror and hate controlling our mind, it’s not too late, we still have time!” – “Ve lo dico, dobbiamo lottare!! In piedi, mia gente, seguiamo la luce! ..combattiamo ora, non commettiamo errori! / Svegliati fratello, era solo un sogno! Questo Inferno in Terra non è come sembra. Terrore ed Odio controllano le nostre menti, ma non è troppo tardi, abbiamo ancora tempo!”). Altrettanto rabbiosa anche la traccia numero otto, Final Battle, stavolta molto più lineare, in quanto il suo inizio coincide poi con quel che sarà il leitmotiv del brano tutto. Un riffing incalzante, ossessivo, ipnotico, turbinante quasi fosse un tornado pronto a spazzarci via in un soffio. Gli fa presto eco la batteria di Roby, che picchia selvaggia senza porsi troppi problemi, coadiuvata dal basso di Danny. L’aggressività aumenta, ed il brano perde parzialmente la sua iniziale “ridondanza” per assumere nuovamente dei connotati puramente speed, simili (se non uguali) a quelli già uditi nella precedente “Crash”. Il pezzo ha una struttura semplice e lineare, giocata appunto su quel che la vecchia scuola ha insegnato. Una old school che ha tracciato una via, una strada che non tutti sono in grado di seguire. I nostri ci dimostrano d’esserne degni, sfoderando tutta la loro esperienza e ricamando un brano il quale, battuta dopo battuta, è decisamente figlio dei tempi che i Mindwars hanno deciso di riportare in auge. C’è molto da imparare, da brani come “Final Battle”. Mai dimenticare la differenza che intercorre fra passato e Storia. E “Final Battle” è in grado proprio di farci vedere cos’è, la Storia. Si giunge, verso la conclusione, a momenti leggermente più cadenzati: viene ripreso il riff principale, ed il brano si conclude con un febbrile lavoro di chitarra, supportato da un preciso battere di tamburi. La velocità ritorna e ci accompagna alla fine, un finale stoico e possente, che non lascia l’amaro in bocca ma che anzi ci invita a proseguire, gettandoci ancor di più a capofitto in questa avventura. Le lyrics sembrano incentrate su una figura assai dittatoriale e totalitaria. Un Master che forse potremmo intendere come la personificazione di quanto di più malvagio esista nel nostro animo, un essere spaventoso in grado di incuterci paura quant’altri mai, uno spregevole tiranno in grado di manovrare le nostre vite e farne semplicemente quel che vuole. Come già detto, c’è il forte dubbio che egli non sia una persona “fisicamente reale”, bensì una proiezione, una sorta di “ologramma”: in altre parole, noi stessi siamo il nostro Master, in quanto schiavi dell’avidità, della violenza, di tutto quel che c’è di negativo. Non riusciamo controllare il nostro istinto distruttore, ed in quanto semplici esseri umani il nostro destino è quello di soccombere, di inginocchiarci dinnanzi a questa figura, che ridendo sguaiatamente si compiace dell’ascendente che riesce ad avere sulle nostre vite e la nostra capacità di decidere (“I am your Master, won’t you bow before me? This is the final battle cry! I judge you and your brothers, sent to hell now serve me.. blood runs deep from your eyes, killed and raped for me, you didn’t ask me why!!” – “Io sono il tuo Maestro, non vuoi inginocchiarti dinnanzi a me?? Questo è il tuo ultimo grido di Guerra! Giudico tee d I tupi fratelli, vi mando all’inferno, ora siete miei servitori.. avete ucciso e violentato per me, non mi avete mai chiesto il perché!!”). Questa sorta di rapporto “padrone / schiavo” che esiste fra i malcapitati ed il Master potrebbe indurci a cercare similitudini con un altro noto Master del mondo metal (seppur con le dovute differenze).. il Maestro dei Burattini, altrimenti noto come Master Of Puppets. Toccante ed estremamente sentita giunge in seguito la traccia numero nove, l’unica non originale dell’album: una cover della ben nota Masters Of War, capolavoro del maestro Bob Dylan. Il brano originale è contenuto nell’album “The Freewheelin’ Bob Dylan”, datato 1963. Il pezzo, a sua volta, non nacque come originale, e si rivelò essere il riadattamento di un’antica canzone folk, “Nottamun Town”, brano che Dylan decise di far rivivere dotandolo di parole diverse, orientate verso il suo pensiero pacifista ed non – violento. Il brano originale è costruito seguendo le regole tipiche dell’american folk, una chitarra improntata sulle sonorità di un tempo e Bob che declama il suo messaggio, in maniera imperterrita e stoica, ponendo particolari accenti sulle parole, le quali sono il vero e proprio fulcro del pezzo tutto, un inno contro i potenti da scandire a gran voce, per far si che essi capiscano e vengano messi dinnanzi alle loro malefatte. Nelle sue vesti metal, questo pezzo si rivela ad essere un autentico capolavoro. Dopo una scorpacciata di velocità, questa cover giunge impetuosa e tonante, quasi ci trovassimo dinnanzi ad un juggernaut che fiero sfila per delle vie di una città, incutendo timore e paura nei suoi avversari. Curioso, quanto meno, che un pezzo dai chiari intenti anti – militaristici risulti essere, in questa circostanza, di impatto quasi “bellico”. Esso è reso potente dall’assillante chitarra di Mike, che nel ripetersi non annoia, anzi, costruisce e ricama un riff cupo e ridondante, vero e proprio punto di forza della canzone, il suo scheletro, magnificamente sorretto da una roboante ritmica. Un’iniezione di testosterone, un episodio letteralmente da brividi, un climax che “estremizza” il lavoro compiuto in origine da Dylan ma non lo rovina, anzi, lo esalta: l’intento del musicista era quello di arrivare dritto ai cuori delle persone, svegliare le loro coscienze.. ebbene, i Mindwars riescono meravigliosamente a confezionare una prova tinta d’emozioni fortemente marcate, capaci di insinuare nei nostri cuori quel che è l’orrore dei rombi dei carri armati, del fragoroso esplodere di bombe. Del resto, il Metal tutto è un genere troppo sottovalutato dalle masse. Ci credono tutti eterni adolescenti perennemente persi dietro orrore e demoni.. beh, mai errore fu più grave, dato che il buon vecchio Acciaio Pesante è uno dei pochi generi musicali in grado di denunciare determinati problemi, di parlarne apertamente e senza troppi complimenti. Chi conosce bene il cantautore americano, autore di questo brano, saprà sicuramente del suo noto attivismo pacifista e del suo essersi sempre votato a nobili cause, come la pace nel mondo e l’opposizione ad ogni tipo di conflitto. Ebbene, “Masters Of War” non tradisce le aspettative, e si rivela essere un inno contro i potenti, rei di organizzare conflitti e di dotarsi di artiglieria bellica unicamente per salvaguardare i loro interessi, e non certo per difendere le loro nazioni dalle “minacce” tanto millantate. Ogni guerra nasconde sempre interessi economici o politici, e chi ne fa le spese sono unicamente i civili morti in maniera brutale ed i giovani soldati, costretti ad abbandonare le famiglie per imbracciare un fucile, per sparare ai loro coetanei (“You that build all the guns, you that build the death planes, you that build the bombs.. you that hide behind the walls, the desks.. i can see through your masks. You play with my world like it’s your little toy.. you put a gun in my hand” – “Voi che avete costruito le pistol, voi che avete costruito I cacciabombardieri, voi che avete costruito le bombe.. voi, che vi nascondete dietro i muri e le scrivanie.. riesco a vedere attraverso le vostre maschere. Voi giocate con il mio mondo quasi fosse il vostro giocattolino.. voi avete messo una pistola nella mia mano”). Ritornano gli arpeggi malinconici nella decima track, Death Comes Twice, introdotta da una chitarra mesta e pacata, che lascia presto il posto alla roboante elettrica di Mike, scatenata più che mai e nuovamente incentrata alla velocità senza quartiere, in vena di spaccare più di un muro a suon di decibel. Il preciso ritmo scandito da Roby e Danny è un invito a nozze per il signor Alvord, che non si risparmia e preme l’acceleratore sino al massimo consentito, rinunciando alla calma udita ad inizio brano per proporci un altro magnifico esempio di speed thrash, che molto risente della vecchia scuola americana. Impossibile non sentire, in questo brano, l’influenza degli Exodus periodo Zetro Souza, senza dimenticarsi della lezione degli alfieri del nobile acciaio inglesi, udibili in particolar modo nell’assolo, uno dei migliori del disco. Alfieri come i già citati Judas Priest, come gli Iron Maiden più aggressivi.. ed aggiungere al tutto anche una piccola nota d’europa del nord (Mercyful Fate) non sarebbe comunque sbagliato, data l’intrinseca ed ancestrale “malinconia” incalzante presente in alcuni particolari passaggi del pezzo, come ad esempio il momento pre - conclusione, che pare quasi costruito (seppur non totalmente) seguendo lo stesso modus operandi del combo capitanato da King Diamond, un complesso che cercava di rivestire i propri brani di quella punta di oscurità, tanta quanta ne bastava. Il brano si protrae lungo tutti i suoi abbondanti quattro minuti senza rivelarci troppi scossoni o sorprese. D’altro canto, bene così: un momento di calma e razionalità è ben concesso in un disco che sino a questo momento è stato senza dubbio una sorpresa continua. Vecchia scuola, certo, ma nessun scopiazzamento e nessuna “operazione nostalgia”. I Mindwars sono qui per essere dei protagonisti, e non delle comparse o degli “old metalheads” da ascoltare solo per commuoversi ricordando i bei vecchi tempi, tutt’altro. Proprio come il precedente, il testo sembra improntato su una sorta di polemica anti – militaristica, una dura ed aspra critica contro un sistema colpevole di sfruttare chiunque sia facilmente plasmabile, il tutto tramite discorsi allettanti e, perché no, “patriottici”. Essere leali e voler bene al proprio luogo natio non è certo un qualcosa di negativo, eppure i “potenti” sanno come esasperare il tutto, portando le persone ad essere cieche e malleabili, facilissime da manovrare, intolleranti e disposte ad uccidere nel nome della propria nazione (“Patriot lies, they captured you.. feed the fear it’s what they do!” – “Bugie patriottiche, ti hanno raggirato.. nutrire la paura, ecco ciò che fanno!”). Sostanzialmente viene messa in luce l’assurdità di qualsivoglia conflitto: tutte le guerre sono unicamente delle orribili manifestazioni di morte, dove i veri vincitori sono unicamente i potenti che decidono di spiegare le loro forze per curare i loro biechi interessi. Tutti i combattenti, dal primo all’ultimo, perdono. I loro cari, la loro salute fisica e mentale.. tutto è perduto, per colpa di qualche “signore” troppo interessato ai soldi, e per nulla attento alle vite spezzate e rovinate inevitabilmente (“Twisted minds, tortured souls.. the breath of death will take control, evil thoughts bring you down, dust from corpses alla round “ – “Menti sconvolte, anime torturate.. il respire della morte prende il sopravvento, pensieri malvagi ti stendono al tappeto, polvere dai cadaveri, sparsi tutti in torno” / “You fight their war without any questions.. they fooled us, all their evil plans..” – “Combatti la loro guerra senza porti nemmeno una domanda.. ci hanno ingannati, con i loro piani malvagi..” ). Ci avviamo alla conclusione con un altro pezzo strumentale, decisamente più corposo e importante della intro udita in apertura. La “outro” Walking Alone ricorda, in apertura, molto da vicino l’andatura di “Masters Of War”, proprio per quei riff granitici e pesanti ripetuti in maniera ridondante ed ipnotica, quasi volessero sin da subito incantarci e gettarci in una spirale di distruzione senza quartiere. In concomitanza di voci poste in sottofondo, udiamo solamente la precisa ritmica di Roby e Danny, capacissimi di esprimersi ancora una volta a grandi livelli. Un brano strumentale di grande impatto, che paradossalmente potrebbe risultare molto più efficace come apertura, che come chiusura di un qualsiasi cosa (disco o concerto che sia). La sua potenza spiana la strada all’entrata di qualcosa, le chitarre roboanti, la ritmica spacca – ossa, il tutto mescolato quasi i Mindwars vogliano lasciar presagire l’avvento di qualcosa. Un presagio, una profezia.. un brano perfetto da udire subito dopo che i riflettori si spengono ed il pubblico rumoreggia perché ha capito che il concerto è finalmente iniziato. Vedere i nostri entrare sul palco con questo sottofondo sarebbe sicuramente epico, almeno per il sottoscritto. La chitarra decide, poi, quasi di “dividersi”: se è possibilissimo udire note leggermente più ampie, sentite e tremolanti, è altresì possibile udire riff molto più serrati e graffianti, seppur comunque “fedeli” alla causa dell’atmosfera sino ad ora descritta. Qualcosa accadrà, ne siamo certi. Nonostante sia un brano strumentale, possiamo udire chiaramente diverse voci lungo tutto il pezzo. I più assidui cinefili presenti fra i nostri lettori potranno sicuramente riconoscere molti di questi, tratti principalmente da due kolossal d’eccezione, i capolavori “2001 Odissea Nello Spazio” ed “Apocalypse Now”. E proprio quest’ultimo film risulta il più riconoscibile all’interno del pezzo: chiaramente udibile, verso il minuto 2:09, il baldanzoso Colonnello Kilgore ed il suo elogio al profumo del Napalm al mattino: “Sentite quest’odore? Lo sentite? Sentite! Mi piace l’odore del Napalm, di mattina! Sa come.. di vittoria”.



Tirando le somme, si può senza dubbio affermare quanto segue: NON ci troviamo dinnanzi ad un lavoro che cerca maldestramente di scimmiottare quanto già scritto e fatto dagli Holy Terror. Il nobile nome del gruppo americano è per forza di cose da legarsi ai Mindwars, tuttavia non si rivela un’eredità pesante o comunque un fardello insopportabile, opprimente e totalitario. Anzi, uno dei punti forti di questo “The Enemy Within” è proprio quello di porsi sin da subito come un qualcosa di non succube di un passato certamente importante, ma non per questo dittatoriale. C’è differenza fra l’attingere al sound dei tempi che furono, per far tornare in auge una certa mentalità / attitudine, e fra il mettersi ad imitare pedissequamente, chitarra alla mano, riff già scritti, che hanno fatto la fortuna di determinati artisti e che solo nelle loro mani possono brillare come gioielli. Una differenza che i Nostri hanno capito sin troppo bene, tanto che hanno deciso di cogliere appieno l’essenza dell’operazione “back in the 80s” limitandosi a filtrare esperienze varie secondo la loro visione del mondo musicale. Il loro modo di comporre, il loro modo di intendere la musica, il loro modo di agire, di suonare, di produrre. Loro, la cosiddetta “parola magica”. Facevamo nell’introduzione particolarmente leva sulla parola Esperienza. Ecco, dopo aver ascoltato un disco del genere, si capisce appieno il significato di questo termine. Un vasto insieme – repertorio di idee, spunti, un’autentica miniera stracolma di possibilità ed opportunità, saggiamente arricchita di ogni sensazione artistica raccolta nel corso degli anni, quegli anni passati a fare musica, non persi dietro chiacchiere o proclami della domenica. Quando tre musicisti dall’importante passato decidono di rimettersi in gioco con un nuovo progetto, moralmente esule da quel che fu la loro vita.. allora non possiamo altro che aspettarci un album come “The Enemy Within”. Un disco carico di belle idee ed intenzioni, che trovano la loro naturale concretezza in quel che sono le tracce sino ad ora ascoltate. Lo stesso Mike ci ha tenuto sin da subito a dire che questo non sarebbe stato un nuovo disco degli Holy Terror, bensì un disco dei Mindwars. Solo e solo loro. Nonostante gli anni, i Nostri si sono ritrovati a re – iniziare un percorso.. che sicuramente gli regalerà soddisfazioni non indifferenti. Rimettersi in gioco è una virtù, NON cullarsi sugli allori il pregio più grande per un artista. Virtù e pregi che sino ad ora sorridono a questo trio, in procinto di costruire un qualcosa di importante e duraturo. Direi che la fiducia se la meritano, eccome. E non solo per i gruppi legati a questo complesso, tutt’altro. Se la meritano per quel che sono stati in grado di creare, con le loro mani e la loro.. Esperienza! Perché si sa, la “rabbia giovanile” è un ottimo elemento.. ma l’ambizione senza la conoscenza è come una barca sulla terraferma.


1) Upside Down (Intro)
2) Crash
3) Speed Kills
4) Retrobution
5) Time in the Machine
6) Lost
7) Chaos
8) Final Battle
9) Masters of War
10) Death Comes Twice
11) Walking Alone 
?(Instrumental)

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