INFERNAL DEATH

Call To War

2015 - Punishment 18 Records

A CURA DI
DAVIDE PAPPALARDO
11/05/2015
TEMPO DI LETTURA:
7

Recensione

La Danimarca non è certo terra estranea al metal, basta pensare a colossi come i Mercyful Fate e King Diamond, o a band come Make a Change... Kill Yourself in ambito black, o ancora i Volbeat con la loro particolare unione di metal, hard rock e rockabilly; oggi andiamo a conoscere una realtà non propriamente nuova, ma che solo di recente ha avuto modo di trovare un’incarnazione capace di pubblicare un album, grazie all’etichetta italiana Punishment 18 Records sempre interessata a realtà sotterranee del mondo death/thrash (come per esempio i già da noi trattati e nostrani Warmblood), ovvero gli Infernal Death (è facile pensare qui ad un omaggio al brano tratto da “Scream Bloody Gore” dei Death, tra i numi tutelari del genere di cui portano il nome). Il gruppo nasce già nel 1989, pubblicando due demo (“Demo 1” e “A Mirror Blackened”) fino al 1994, anno del loro momentaneo scioglimento; il gruppo vedeva alla batteria Jon Larsen (vero e proprio capitano di lungo corso del Death Metal danese underground e già membro di band come Illdisposed, Dominus e Deadflesh),  Braca Rajinalla alla chitarra e Thomas Christensen al basso, e l’attuale membro Thomas Pedersen alla voce. Dopo ben vent’anni qualcosa è successo, e il cantante, ora non più certo giovanissimo, ha deciso di dare nuovamente vita la gruppo, con una nuova formazione; ecco quindi che dal 2013 i nostri sono tornati sulla scena, ottenendo poi in due anni il contratto con la prima citata etichetta, con la quale viene pubblicato ora nel 2015 il qui analizzato "Call To War - Chiamata Alle Armi". Ora Pedersen è accompagnato dal probabile parente Allan Pedersen come chitarra ritmica (anch'egli ex membro dei Deadflesh), da Matias Lambropoulus al basso, da Sune Borring alla chitarra principale (altro "veterano" ed ex membro dei Saturnus), nonché dal già citato Lars Hald alla batteria. Il risultato è un death old-school che non reinventa certo nulla, e non vuole farlo,  il quale si nutre tanto della scuola svedese più melodica, quanto di quella americana più feroce, senza scordare forti dosi di thrash, seguendo una tendenza oggi abbastanza diffusa che vede il sincretismo di questi elementi in un suono familiare e allo stesso tempo fresco, capace di usare le diverse suggestioni ottenute con lo sviluppo del genere; la musica e l’immagine seguono comunque delle coordinate che gli appassionati del death conoscono molto bene, evitando estraniazioni e mettendo in chiaro il loro pubblico di riferimento, ovvero chi è sempre interessato ad un disco di death pieno di riff, groove e voce in growl con riferimenti alla religione, alla necrofilia e al putrido, e in parte molto minore al conflitto.   



Si parte con "Ruin of Hate - Rovina Dell'Odio" e con le sue linee di synth dark ambient che fanno da introduzione spettrale ed oscura, non priva di suoni marziali di tamburi e strumenti a fiato in sottofondo; cori ariosi si uniscono, creando un’aria sacrale che si dilunga fino al minuto e tre. Qui un riffing roccioso dall’animo thrash prende posto con le sue falcate, e dopo dei colpi di piatti un’impennata fa da cesura; ecco versi in growl del cantante, che segnano il galoppo incalzante di batteria e loop taglienti, delineando un esaltante corsa tirata. Ecco dopo una serie di bordate che si riprende con i riff a motosega, insieme alle declamazioni gutturali di Pedersen; il movimento diretto s’intervalla con le bordate prima sentite, come al minuto e quarantatré, accompagnate da un drumming pesante. Dopodiché intervengono fraseggi distorti dai toni melo - death, sui quali il cantante si da ad un cantato disgustato, ma capibile; il movimento viene anche ripreso da assoli virtuosi e stridenti che aggiungono al tutto una nota tecnica. Essi si sviluppano in scale complesse, mentre poi al secondo minuto e ventisei incontriamo una serie di impennate taglienti sottolineate dai versi del cantante, in un gioco di botta e risposta; un fraseggio roccioso intanto prosegue in sottofondo, con un andamento roccioso dal grande effetto. Al secondo minuto e trentatré un ennesimo verso gutturale segna una cesura strisciante con giri marziali che poi esplodono in un galoppo con batteria ritmata, sul quale poi si aggiungono le vocals aspre e i piatti; inevitabile pensare al death old - school di scuola svedese con nome come Dismember e Grave, anche grazie alle chitarre squillanti  che spingono il pezzo in avanti. Una nuova bordata segna il rallentamento con una marcia rocciosa, intervallata con impennate improvvise di batteria e chitarra; si riprende poi con i loop circolari e con la doppia cassa, trascinandoci con i toni gutturali del cantante e i fraseggi improvvisi che ristabiliscono melodie atonali ed acute. Si prosegue così fino al finale segnato da un incremento dei colpi di batteria, prima di una bordata conclusiva; un brano con tutti gli ingredienti del genere, che certo non stupisce con chissà quali innovazioni, ma offre un onesto death con punte moderne nei fraseggi melodici. Il testo narra degli orrori dell'inquisizione e il suo lascito di morte; nonostante siano passati anni il male grazie ad essa prospera, attendendo con odio e osservando. Vittime innocenti sono state molestate e torturate in suo nome, dalle menti di perversi credenti; "Brutal evil times, seas of blood - Tempi brutali e malvagi, in un oceano di sangue" continua, mostrando poi come il luogo dove sono avvenuti i misfatti sia ora freddo e posseduto, e anche distrutto in rovine, mentre un tempo era rigoglioso. Il Mondo è dominato da folli religiosi che impongono le loro stupide idee, ottusi tanto che nulla sembra entrargli in testa; mentre il Mondo collassa, distrutto oltre ogni possibilità di ripararlo, l'umanità continua ad adorare i suoi falsi dei, lasciando il Mondo in una rovina dell'odio. Un testo semplice organizzato in versi brevi, che lancia un messaggio anti religioso tipico del genere e condiviso tra varie band, criticando gli orrori del passato, e poi passando ad un attacco più generale riguardo all'azione della religione cristiana. "Resurrected - Risorto" si apre con un rullo di batteria, dopo il quale viene introdotto un tagliente fraseggio serrato dalle bordate incalzanti che instaurano poi un groove ammaliante sul quale il cantante si da  a profondi versi gutturali inconfondibilmente death; verso il ventisettesimo secondo il drumming controllato accompagna giri ricchi di tetra melodia solenne. Si prosegue quindi con il loop marziale dalle mitragliate striscianti, il quale poi vede epiche aperture che riportando i riff circolari all’attenzione dell’ascoltatore; al minuto e quattro un piatto di batteria segna una cesura con fraseggio roccioso e vorticante, sul quale si distribuiscono piatti e bordate. Ecco che la doppia cassa picchiata prende velocità insieme ai riff, in una corsa incalzante dove Pedersen segue la strumentazione con le sue declamazioni; al minuto e cinquanta dopo una serie di giri parte una chitarra a moto sega che crea un andamento spettrale sul quale incontriamo versi gutturali. Riprende quindi la cavalcata ricca di loop devastanti e dal cantato cupo, arricchito dal drumming pestato e dalle impennate di piatti e chitarra; ritroviamo poi i loop taglienti ed ariosi, sui quali si unisce un assolo stridente che però ha breve durata. L’andamento è abbastanza variegato e vede una serie di cambi di tempo repentini, come il genere vuole; ecco quindi che al secondo minuto e cinquanta si torna ad una marcia rocciosa, la quale avanza con i suoi riff acuti e i piatti cadenzati. Riesplodono poi i riff severi sui quali il cantato si fa più stridulo, in un continuo che giunge al terzo minuto eventi; un’ennesima cesura vede loop in tremolo e bordate, lanciando poi il tutto in una tempesta di doppia cassa e giri taglienti. Riecco quindi groove complessi e stridenti, che poi si velocizzano insieme ad un assolo tecnico; ma le sorprese sono dietro l’angolo, e al quarto minuto e tre l’andamento è ripreso da un greve fraseggio di basso  dal tocco moderno. Si torna quindi al movimento precedente e alle sue punte acute, mentre non mancano aperture più epiche ed ariose, che dominano la parte finale ; ecco la conclusione quindi più evocativa che vede uno stop improvviso che lascia solo il silenzio prima di passare alla traccia successiva. Il testo prende una deriva gore e perversa che ci ricorda band come i Cannibal Corpse, o più in generale l'ondata brutal death più recente; un cadavere risorgere dopo aver dormito in una profonda tomba, rivedendo dopo lungo tempo il vecchio cimitero. La sua carne marcia collassa lentamente mentre si erge dalla bara, necessitando una vergine morta per appagare la sua fame malata, poiché le sue deformi membra necessitano di sangue; "A grave I find, Virgins are rotting there - Ho trovato una tomba, Qui le vergini marciscono" esclama ora trionfante, prima di disseppellire una bara e sfogare le sue malate voglie sessuali con un cadavere. L'irruenza è tanta che fa il corpo a pezzi, mentre la visione del suo sesso pulsante e decadente che eiacula lo incita sempre di più; alla fine i suoi eccessi bizzarri terminano, rinvigorito dall'atto, mentre il suo cadavere marcito lentamente risorge, pronto a tornare nella tomba. Qui può tornare a dormire a lungo, soddisfatto e pronto a non rivedere mai più il cimitero; un testo non certo fine o significativo, votato all'unione di tematiche raccapriccianti tipiche del death, tra cui necrofilia spinta, fatte apposta per disgustare i ben pensanti e seguire il filone del genere. "A Mirror Blackened - Uno Specchio Oscuro" ci accoglie subito con un riffing robusto che si organizza in loop e marce insieme alla batteria cadenzata e rullanti di pedale; al ventunesimo secondo un verso del cantante segna una cesura con fraseggio roccioso accompagnata da colpi di batteria. Si prosegue quindi con un groove strisciante e battagliero che prosegue fino al quarantesimo secondo; all’improvviso un greve suono di basso sostituisce la strumentazione precedente, creando una pausa dai connotati doom. Ecco quindi che riesplode l’andamento claustrofobico che ci riporta ai suoni brutali di scuola americana chiamando in causa ancora una volta band come i Cannibal Corpse, con un uso devastante di giri taglienti e della doppia cassa, senza negare rallentamenti con fraseggi atonali che fanno da contrasto con le parti più serrate; un suono quindi ancora una volta mutevole e variegato, che al minuto e quarantotto vede un fraseggio tetro e solenne accompagnato nei suoi giri stridenti da versi gutturali. Ecco poi una nuova marcia dopo al quale riprende l’andamento precedente, questa volta con un assolo dalle scale tecniche vorticanti; esso si consuma in un rallentamento doom di pochi secondi, che a sua volta poi lascia spazio ad un suono roccioso di chitarra. Dopo alcuni colpi di batteria incalzanti riparte la doppia cassa insieme ai loop a moto sega di chitarra, in un crescendo d’intensità che vede un suono sempre più devastante con muri sonori esaltanti; riprende quindi il movimento di poco precedente, con giri circolari devastanti, rullanti di pedale, e colpi di batteria secchi e pestati. Al terzo minuto e ventisei un nuovo assolo stridente si aggiunge al caos sonoro, mentre al terzo minuto e trentotto una marcia combattiva di chitarra viene ampliata da un drumming serrato; ecco di nuovo le aperture devastanti, alternate con suoni rocciosi e fraseggi squillanti, mentre Pedersen si da ad un cantato sgolato che prosegue fino all’improvviso finale con colpo di piatto. Il testo verte ora su temi più astratti è più ridefiniti rispetto al precedente, grazie a versi astratti riguardo al proprio essere; uno specchio oscuro, che non riflette l’essenza terrestre del protagonista, bensì un’immagine oscura della sua anima abbandonata, che cerca i suoi resti vaganti. Toccato dalle mani dell’eterno freddo, egli trema mentre viene trascinato verso la sua fine; è giunto il tempo in cui dovrà vedere la Morte con i suoi occhi. Quando sarà li, sepolto sotto l’argilla, non ci sarà una via di ritorno per lui, e dovrà rimanervi per l’eternità; “At the sea I gaze, Into the idle waves, I see a Mournful face - Mi specchio nel mare, Nelle onde nascoste, Vedo una faccia tetra” continua il narratore, che senza piaceri non è più un portatore di gioia. Ora c’è solo tristezza, adombrato mentre il vuoto cresce, e si vede scomparire, svanire; non può esserci luce nel buio, e all’improvviso egli guarda avanti per sfuggire a questa paura. Ma ancora ricorda che quando sarà li, sepolto sotto l’argilla, non potrà tornare, e dovrà rimanervi in eterno; un testo tetro e depressivo dai versi oscuri e pieni di amarezza, che crea un mood sommesso e senza speranza, anch’esso presente nel genere. "Gorefeast - Festino Sanguinolento" parte in quarta con un riffing vorticante tempestato dalla batteria ed accompagnato da un assolo ammaliante; al sedicesimo secondo il movimento si blocca con un verso del cantante, lasciando spazio ad un fraseggio roccioso che fa da cesura. Si riparte quindi con la corsa ricca di beat devastanti, versi aggressivi e loop taglia ossa, in una potente sequenza ossessiva; verso il quarantesimo secondo s’instaurano tetre melodie atonali che creano un’atmosfera dal grande impatto, giocate su giri solenni, che vedono ad alternanza l’intervento di bordate distorte. Al cinquantesimo secondo torna il cantato gutturale, mentre la strumentazione prosegue con chitarre a moto sega e doppia cassa lanciata; l’effetto è potente e brutale, come nella migliore tradizione del death, e ancora una volta non mancano poi aperture più ariose cariche di inquietante atmosfera. Al minuto e diciotto troviamo un marcia rocciosa intervallata da giri serrati, in un movimento trascinante sul quale Pedersen prosegue con i suoi versi gorgoglianti; il cambiamento repentino di songwriting è dietro l’angolo, e al minuto e trentotto si rallenta in un andamento minaccioso dai giri rocciosi e dai piatti cadenzati. Esso poi prende leggermente velocità in un galoppo ammaliante che vede poi il ritorno della marcia alternata a giri circolari; si prosegue così fino al secondo minuto e ventotto, quando all’improvviso tastiere evocative si sovrappongono ad un fraseggio squillante, creando una cesura onirica con bordate distribuite che la squarciano. Dopo alcuni rullanti che cerano un’impennata, si continua con rulli di pedale di batteria e giri serrati,  sempre con i suoni di tastiera solenni che mantengono l’atmosfera sacrale; un giro di chitarra annuncia una nuova svolta, caratterizzata da muri di chitarra stridente e blast incisivi. Si torna quindi ai suoni squillanti con tastiere, creando una coda old - school che ha l’apice in una cavalcata energica con tanto di assolo squillante; ma la furia non viene questa volta repressa, e subito dopo tutto esplode con grida e loop sempre più taglienti e devastanti, così come la batteria caotica. Si continua tirati con giri in tremolo distruttivi, mentre ci si lancia nel finale segnato da bordate ripetute in modo ritmico per alcuni secondi; un altro pezzo che mostra una band ancorata al death saldamente, ma che sa come giocare in modo interessante con il songwriting, proponendo qui uno degli episodi meglio riusciti dell’album, il quale può essere paragonato con i Bloodbath in termini di rielaborazione moderna dei canoni classici del genere. Il testo torna sulle coordinate dei temi splatter ed horror; sepolti nel cimitero i cadaveri giacciono ovunque, mentre vermi intestinali e parassiti divorano organi putrefatti, mai soddisfatti e sempre cercando nuove vittime e tombe. I Cervelli vengono consumati da insetti, mentre il pus rancido riempie la bara, e la pelle viene riempita da vermi, e i genitali marciti spariscono; “Corpse slowly decompose, Until skeleton remains - Il cadavere si decompone lentamente, Fino a che rimane solo lo scheletro” annuncia il testo, fino a che il festino finisce. Non rimane nulla da consumare, e le bare senza carne crollano, mentre la terra schiaccia resti spellati, ma la fame non verrà mai soddisfatti, e si cercano nuove vittime; un altro esempio dunque di testo horror semplice e giocato sui topoi del death metal, con un morboso interesse per la putrefazione, la morte, e tutto quello che normalmente  evitato e censurato per disgusto e paura dell’inevitabile destino di tutti. E’ chiaro che non si vuole rivoluzionare il mondo tematico del genere, bensì seguirne le direttive per creare un lavoro allineato con i suoi canoni e dettami d’immagine ed estetica, sonora e tematica. Immortal Race & Psychotic Thoughts - Razza Immortale & Pensieri Psicotici" è introdotta prontamente con un riffing roccioso sul quale poi parte la doppia cassa insieme a loop circolari alternati; si prosegue poi diretti con un groove tetro sul quale Pedersen si lascia alle sue vocals gutturali. Al quarantacinquesimo secondo tornano i giri epici e taglienti, devastanti e allo stesso tempo incalzanti grazie alle loro melodie atonali; al cinquantanovesimo secondo si passa ad una marcia roccioso e combattiva con piatti pestati dall’animo thrash, la quale poi vede un riff in solitario, prima di proseguire supportata da un assolo stridente. Si continua quindi con giri potenti e rullanti di pedale in una cavalcata feroce, la quale si quieta al minuto e quarantaquattro offrendo suoni più dilatati; qui tutto striscia con chitarre solenni e rullanti improvvisi, prima di passare poi ad un nuovo motivo roccioso dove trova posto un ennesimo assolo vorticante dalle scale vibranti. Eccoci al secondo minuto e trentuno, dove si torna ai loop a moto sega con rullanti di pedale; ci si alterna quindi con velocizzazioni improvvise e dirette, in un gioco di dinamiche che collima nella cesura ritmata del terzo minuto e tredici. Dopo di essa si torna a cavalcate assassine con versi gutturali e giri ripetuti, fino ad una nuova cesura con bordate; si cambia quindi direzione con chitarre dissonanti e batteria pestata, abbandonandosi poi anche a giochi tecnici che fanno da contrappunto. Si finisce quindi sui riff squillanti, squartati sempre da pause ritmate, come quella che anticipa la marcia rocciosa del quarto minuto e trenta, strisciante e solenne nei suoi giri rallentati e nei versi gutturali del cantante; i suoni sono sempre più taglienti fino al quinto minuto circa. Qui partono una serie di stop e riprese che creano ritmo, prima del ritorno ad andamenti più diretti; al quinto minuto e trentatré una cesura con bordate segna il passaggio ad una cavalcata con assolo vorticante e loop corrosivi, la quale poi si amplifica in un muro di chitarra caotico che si lancia nell’improvvisa conclusione. Il testo, è diviso in due parti; la intro “Immortal Race” vede un verso dove si esprime una sorta di purezza fanatica, dove il narratore dichiara che la sua anima è pulita e la mente è lucida, mentre ha la sua fede e credenza, che lo spingono a pensare di essere immortale, e a non temere la fine del Mondo, desideroso di ottenere la vita eterna, che egli ricerca continuamente. Vaghe parole, che però possono riferirsi al cieco fanatismo religioso, spesso alimentato dall’ossessione di raggiungere un aldilà dove i “giusti” trovano la vita eterna, e che non considera gli orrori reali e terreni. Dopodiché abbiamo “Psychotic Thoughts” che cambia totalmente rotta, andando su binari gore che ormai non devono sorprenderci; il narratore ci invita ad un viaggio nella sua mente malata, piena di pensieri perversi. Orge di carne e orgasmi cannibali. Egli ha eccitazioni malate e psicotiche nei suoi omicidi seriali senza fine, mentre crea un cerchio; un anello di sangue, al cui centro pone un trono di ossa, mentre prepara il suo prossimo festino; “I disfigure my victim with my humble blade - Sfiguro la mia vittima con la mia semplice lama” continua, mentre poi gli spacca la testa ed ottiene un’erezione dall’odore del sangue, ottenendo piena soddisfazione. Ecco che toglie la carne dalle ossa fratturate, leccando il sangue prezioso dalla carne, e bollendo gli organi per poi divorare i resti;  dopodiché il rituale riparte da capo, in un’orgia di sangue senza fine che racchiude il nostro in un folle loop dominato dalla follia. "Extinguished - Estinto" parte con un fraseggio roccioso accompagnato da giri squillanti, improvvisamente violato da urla  e bordate; ecco che si prende velocità con un drumming più diretto e montanti alternati ai loop taglienti. Al trentatreesimo secondo si passa a falcate potenti che danno un andamento ritmato al brano, con muri di suono sotto i quali percepiamo arpeggi di basso; ripartono quindi i giri a moto sega, alternati con una parte più controllata. Al minuto e dodici si passa ad una corsa severa con riff tetri e doppia cassa lanciata, sui quali il cantante si da ad un cantato gutturale sottolineato dai toni sempre più aspri delle chitarre; ecco montagne russe sonore che collimano nel minuto e cinquantadue. Qui un nuovo motivo roccioso crea una marcia devastante, che avanza monolitica prendendo poi velocità con bordate dure e rullanti di pedale, riaprendosi poi a rallentamenti che qui prendono connotati doom; il basso torna brevemente, mentre poi un esclamazione di Pedersen in solitario anticipa un altro motivo strisciante dal sapore death/doom americano che può richiamare gli Autopsy. Ma il cambiamento è dietro l’angolo, e al secondo minuto e quarantotto si accelera, insieme ad un assolo vorticante che poi lascia di nuovo il post ai loop circolari alternati ad attacchi squillanti e diretti; altri assoli fanno capolino in un caos generale, che però si stabilizza poi in una ripresa dell’andamento precedente. Si giunge ad un nuovo grido del cantante, che segna l’ennesima svolta: un fraseggio roccioso che evolve presto in un movimento tritacarne con blast ossessivi, che cresce sempre più di potenza. Si torna quindi ai giri familiari, che ancora una volta rallentano in chitarre solenni e piatti cadenzati, fino a bloccarsi nel finale con chiusura improvvisa del variegato pezzo, giocato su rincorse continue; ormai è chiaro che siamo davanti ad un album inconfondibilmente death che fa riferimento alla tradizione offrendo brani che gli appassionati sapranno apprezzare, con una buona tecnica e competenza che nulla rivoluzionano, ma fanno il proprio lavoro. Il testo ritorna sulle tematiche anti religiose che compongono parte del lavoro; il protagonista è impegnato in un monologo in cui dichiara di cercare il signore della creazione, e richiede ai credenti di mostrargli la luce che li guida, ammesso che non sia stata estinta per sempre. Egli non ha mai visto il loro dio in carne ed ossa,  e non ha mai provato la sua gentilezza; “I never saw the flaming light - Non ho mai visto la luce fiammeggiante” prosegue, e dichiara di non essere mai stato sotto il suo Sole ridente. Se c’è un pezzo di Dio in ognuno, egli ha perso il suo, e ora è pieno di risentimento ed è ai limiti; si chiede se è solo un’immagine o una vera icona, e se la verità verrà mai saputa. Rifiuta di nascondersi dietro la sua croce sbiadita, ripetendo poi ancora come in un mantra i versi precedenti. Un testo di dubbio che mette in discussione l’idea di un dio che guida gli uomini, e della sua luce divina, conforme a questo tipo di tematiche e con uno schema non certo inedito nel genere, adatto per il death diretto dei nostri. "Call To War - Chiamata Alle Armi" è il finale del lavoro qui recensito, introdotto da campionamenti bellici con esplosioni e colpi di mitra; si prosegue fino all’introduzione di un riffing roccioso con doppia cassa e urla gutturali, il quale si apre in serrati passaggi spacca ossa. Continua quindi il motivo precedente, diretto e squillante, per quello che da l’idea di essere un pezzo più diretto e conciso rispetto a quelli che lo anticipavano (la quale però verrà presto sfatata); il songwriting è giocato sulle urla di Pedersen e sulle chitarre vorticanti violate dai colpi di batteria. Al quarantasettesimo secondo si passa ad una marcia tagliente e contratta ricca di piatti e montanti incalzanti; all’improvvisa si accelera con loop a moto sega e doppia cassa, incontrando punte squillanti che delineano l’andamento. Al minuto e diciassette un assolo dalle scale e tecniche si unisce al resto della strumentazione, che poi prosegue senza di esso, incrementando la propria intensità in un muro distorto di suono; ma come detto ora la struttura ha raggiunto i livelli di variabilità a cui i nostri ci hanno abituato, e quindi si torna ad un suono più lineare con nuovi assoli squillanti e doppia cassa, in una corsa ricca anche di blast tempestanti. Largo poi a nuove falcate taglienti che danno al tutto un effetto ammaliante ed esaltante, trascinando con se l’ascoltatore; nel finale un nuovo riffing roccioso si blocca all’improvviso lasciando spazio a nuovi campionamenti con un battaglione che marcia, concludendo il breve, ma interessante brano, capace di racchiudere una serie di direzioni diverse nella sua più esigua durata. Il testo chiude l’album con tematiche di Guerra espresso con versi semplici e diretti senza fronzoli o grandi elucubrazioni; rinasciamo in un percorso di decadenza spirituale, sputando sangue e assaggiando il ferro, mentre il primo è tutto intorno a noi. Accadimenti nel profondo, niente di più o di meno, e decisioni fatte per sconvolgere l’ordine, vedono il bene nell’uomo massacrato, “As above, So below - Come sopra, così sotto” riprendendo la frase tipica del misticismo occidentale ricavata dall’Ermetismo; i segni della guerra sono marchiati nella nostra carne, mentre osserviamo le catene dell’ascensione e rilasciamo il pugno di ferro, in modo che la carne e le armature non resisteranno più, in una chiamata alle armi. Ecco che il verso iniziale viene quindi ripetuto, terminando come in un cerchio eterno il pezzo, e anche il disco, che aggiunge nel finale un’altra tematica cara la death e al metal estremo, completando la “triade” di blasfemia, decadenza, e ora guerra, toccando i tabu e le paure censurate del mondo moderno.  



Tirando le somme un buon album di death metal ancorato saldamente alle basi del sound classico, soprattutto alla variante svedese, ma con alcuni elementi anche più statunitensi, che presenta un songwriting competente che con lo sviluppo del lavoro si fa sempre più interessante, con vari cambi e sorprese; di buon gusto e mai eccessivo l’uso di parti più moderne come i groove di basso, calibrati e ben posizionati, e anche il più tipico uso delle tastiere, anch’esse mai abusate. Certo, non dobbiamo aspettarci rivoluzioni o livelli da mostri sacri, ma questo sarebbe un eccesso da parte nostra; nonostante l’età non più freschissima dei componenti, o forse proprio per quello grazie all’esperienza, la performance è potente e allo stesso tempo interessante, richiamando come detto tutto un universo sonoro ben stabilito, senza però annoiare l’ascoltatore. Un debutto che ha atteso moltissimi anni prima di venire alla luce, e che da finalmente al gruppo la possibilità di mettersi in gioco e di mostrare al Mondo la propria musica; indirizzato certamente agli amanti del death robusto, ma che non rinuncia alla melodia senza cadere nel melo death o in altre varianti lontane dall’old - school, i quali cercano un buon lavoro che riporti quel suono che già conoscono bene e che non perdono occasione di riascoltare con piacere. Per il futuro si può sperare che gli Infernal Death riescano a sviluppare ancora di più le loro doti, magari smussando alcuni angoli e adottando in certi frangenti un sound più diretto, dando sfogo a quella ferocia che a volte appare nel disco, ma che viene poi “sacrificata” in favore dell’eclettismo di alcuni passaggi; inoltre la voce di Pedersen, adatta al disco e mai irritante, può essere usata ancora di più e in modo più variegato essa è spesso uguale in molti brani, senza mai essere veramente marcia e senza seguire veramente una linea melodica, rimanendo un po’ anonima. Si tratta in ogni caso di un punto di partenza, quindi questi difetti sono più che legittimi e non vanno a inficiare quello che è un insieme di pezzi che si fanno ascoltare piacevolmente; semplicemente qui c’è il potenziale per qualcosa di più, e sarebbe un peccato se esso non uscisse fuori con il tempo. Promossi, sperando di rincontrarli con qualche arma in più e con spade ancora più affilate! 


1) Ruin of Hate         
2) Resurrected                     
3) A Mirror Blackened                    
4) Gorefeast              
5) Immortal Race & Psychotic Thoughts              
6) Extinguished                    
7) Call To War