HORRID

Blasphemic Creatures (Reissue)

2014 - Punishment 18 Records

A CURA DI
MAREK
05/09/2014
TEMPO DI LETTURA:
8,5

Recensione

Crazy sound that has always come from underground”. Definizione del nostro genere preferito, enciclopedica a dir poco, fornitaci dai pionieri e sempiterni Vanadium. Verso della loro celebre hit “Streets of Danger” (facente parte dell’album “Game Over”), quella manciata di parole aveva descritto appieno, in quel lontano 1984, cosa significasse suonare Metal in Italia. Indipendentemente dal fatto se questo fosse stato Heavy classico o magari un po’ più spinto, rissoso ed aggressivo. Erano gli anni in cui il thrash emetteva i suoi prepotenti vagiti, gli anni in cui la musica nasceva non sui giornali o sulle riviste, ma nei sobborghi delle metropoli, nei pub, nelle cantine, nei centri sociali. Posti non propriamente alla portata di tutti (e snobbati volutamente da molti), luoghi dove orde di ragazzi si riunivano per incendiare palchi scenici a suon di decibel ed amplificatori in procinto di esplodere da un momento all’altro. L’estremo andava via via delineandosi, trovando terreno fertile in quell’underground, appunto, quello popolato da gente vera, abituata a provare stimoli nuovi e a ricercarne febbrilmente, ogni giorno di più. Nasceva il thrash, lo seguiva il death, il black seminava le sue radici, il tutto mescolato alla lezione dei grandi padri, gli alfieri dell’Heavy Metal, quel suono pazzo nato appunto nelle periferie, grande (ed unica) valvola di sfogo per tutti coloro che non volevano arrendersi ai cieli grigi e alle acciaierie di Newcastle, motivo di speranza ed ancora di salvezza per tutti quei giovani che al mattino erano chini sui libri e al pomeriggio neri di fuliggine, causa lavori in industrie o miniere. Bisognava trovare qualcosa che fungesse da fune di fuga, da mezzo per scappare da un obbligato futuro impiegatizio o manovale. E’ così che nasce l’underground, in fin dei conti. Chi è abbastanza pazzo da ribellarsi alle regole e alle convenzioni in voga nella società viene sempre relegato nel sottobosco, additato come un pessimo esempio da cui non trarre nessun insegnamento. Un ostracismo che comunque rafforza e compatta, che fa in modo di creare un’autentica cerchia di fedelissimi con un unico grande scopo: affermare la propria volontà di ribellarsi e fuggire dalle lusinghe di un mondo cialtrone e ruffiano. Un underground che in Europa è vivo e pulsante più che mai, basta assistere a quei piccoli – grandi festival metal per accorgersi di quanti gruppi nuovi ci siano, o quanti capitani di lungo corso continuino imperterriti a tenere alta la bandiera dei propri ideali, nonostante cambi di line up, problemi con etichette e via discorrendo. Da questo underground provengono tanti grandi nomi che oggi possiamo vedere su palchi importanti, e parlando specificatamente di Italia, potremmo creare una lista considerevolmente lunga di gruppi, ai più “informati” sconosciuti, agli appassionati invece ben noti. In questo elenco figurano certamente i lombardi Horrid, che dell’assalto in musica hanno fatto, dal 1989 sino ad oggi (ed in fieri), un vero e proprio Culto al quale rimanere fedeli. Niente compromessi sciocchi, niente “svendite”, nulla di tutto questo. Solo passione, passione e passione, volontà di creare un qualcosa di proprio, che appassioni chi richiede a gran voce una musica selvaggia e viscerale, quasi fosse un orso affamato che reclama la sua prossima preda. E’ difficile sfondare con l’Heavy Metal, in Italia, figuriamoci con la mistura di Death Metal (rasentante spessissimo il Black) che i nostri decisero di proporre sin dagli albori. Eppure, il cammino dell’Orrido non si è mai fermato, arrestato o dichiarato completamente finito, nonostante i molti ostacoli da esso incontrato lungo tutto il percorso (ancora ben lungi dall’essere concluso). Formatisi a Varese nel 1988 sotto il nome di “Rites of Death” per mano di Belfagor (chitarra) e Max (basso), i nostri decisero di intraprendere la loro avventura musicale ispirati da due band importantissime per lo sviluppo del metal estremo, i due progetti del geniale Tom Warrior, Hellhammer e Celtic Frost. Un anno dopo la loro nascita, decisero di cambiare nome in Horrid; reclutato a bordo il duo James (voce) e Draughar (batteria), i nostri riuscirono (a cavallo del 1992 -94) a dare vita a due demo squisitamente autoprodotte, ovvero “Eternal Suffering” (1992) e “You Are Mine” (1994), nei cui nastri meravigliosamente registrati “à la D.I.Y” (“Do It Yourself”) assistiamo ad un vero e proprio death metal che molto ricorda da vicino la vecchia scuola europea (Asphyx ed Entombed su tutti), unita ad una massiccia e sanissima voglia di esagerare il contesto, per rendere il tutto maggiormente più concreto e perché no, invitante. La proposta funziona, il gruppo comincia a farsi notare ed arrivano le prime importanti attenzioni da parte di varie etichette che decidono di prendere i nostri sotto la loro ala, per aiutarli a promuovere il loro lavoro.  Giungiamo così al 1996 e all’EP “Awaiting For the Truth”, prodotto dalla “Cryptic Soul Production”, un disco che vede l’aggiunta del chitarrista Robert ed un ulteriore passo avanti, musicalmente parlando. Grazie ad una produzione migliore delle prime due demo (produzione che comunque NON intacca minimamente la loro furia e rabbia primordiale) i nostri riescono ad esprimere ancora meglio il loro importante potenziale, e a far circolare il loro nome con maggiore intensità. Un’intensità che li porta, nel 1998, a realizzare un lavoro destinato col tempo a divenire un autentico classico del metal underground italico. L’EP “Blasphemic Creatures” vede la luce nientemeno che nei celeberrimi “Sunlight Studios” di Stoccolma, vera e propria Mecca del Death Metal. Proprio in quei luoghi hanno visto la luce importantissimi pilastri del genere come “Left Hand Path” degli Entombed, per intenderci. La buona stella dei nostri (a cinque punte e rovesciata, of course) sembra proprio non voler smettere di brillare, e cogliendo al volo questa opportunità decidono di sfruttarla appieno, per dare vita ad un lavoro che restò (e resta e resterà) nel cuore e nella mente di decine di appassionati che tutt’oggi ne posseggono una copia originale, dalla quale mai e poi mai vorrebbero separarsi. Cambiò leggermente la line up (lo storico membro Draughar venne sostituito dal comunque bravo Matt) ma la sostanza rimase intatta: “Blasphemic Creatures” fu un successo di pubblico e critica, divenuto nel corso degli anni il vero “distintivo” degli Horrid, assurti grazie a questa grande prova a veri e propri colossi dell’underground e a band di culto. La loro avventura non terminò comunque a questo EP: di seguito, negli anni 2000, i nostri riuscirono a dar vita a ben quattro full-lenght (“Reborn in Sin”, 2002; “Rising From the Hidden Spheres”, 2006; “The Final Massacre”, 2011; l’ultimissimo “Sacrilegious Fornication”, uscito quest’anno). E’ comunque importante approcciarsi alle vicende di un gruppo esattamente come ci si accingerebbe a studiare un lezione di Storia, e proprio per far si che tutti potessero ascoltare la Storia degli Horrid e goderne a prescindere dalla generazione di nascita e di appartenenza, nel giugno di quest’anno la “Punishment 18 Records” ha deciso di ristampare Blasphemic Creatures, divenuto introvabile nel suo formato originale. Sarebbe stato un vero peccato non riuscire (e parlo a nome di noi giovani) ad ascoltare questo capolavoro, motivo in più per gustarsi febbrilmente questa nuova riproposizione della “Punishment..”, che come già avvenuto con i Deathrage, ci  fornisce su un piatto d’argento un biglietto di andata-ritorno nel magico e sconvolgente mondo dell’underground, proprio per farci capire come suona un vero disco Metal, vero nel cuore e nello spirito, lontno anni luce dalle ultra-produzioni milionarie che spesso poco aiutano la causa, anzi. Tuffiamoci su questa succulenta ristampa e prepariamoci ad addentrarci nell’oscuro e blasfemo mondo degli Horrid.. all we need is Gore, cominciamo!



Iniziamo il nostro cammino approcciandoci alla primissima track, Misunderstood God, che prima di scatenare un’autentica tempesta nera si lascia presentare da una intro inquietante e disturbante. Corvi e cornacchie gracchianti, lupi ululanti e cani latranti, il vento fischia mesto e tranquillo, tessendo una sinistra melodia. Una strana risata mista ad urla non troppo percepibili si fa largo attraverso un cupo suono di campane, finché una strana voce (quasi paragonabile a quella di una strega) ci dà il benvenuto, immettendoci di colpo nel cuore del brano. Una intro veramente ben costruita, che ricorda molto da vicino gli espedienti utilizzati dai Death SS per rendere i loro brani ancor più carichi e densi di pathos (si pensi difatti ai rumori orrorifici presenti in brani come “Vampire” oppure “In The Darkness”). Il “vero” inizio è altrettanto da pelle d’oca: i nostri, quasi avessero di colpo sciolto una belva famelica, si lanciano in un ciclone di puro death metal rotten to the core, “marcio sino al midollo”, caratteristica meravigliosamente distintiva che rende questo brano una perfetta opener per un disco che si prefigge determinati intenti. Le chitarre di Belfagor  e Robert sono sicuramente le grandi protagoniste della track, una coppia d’asce d’eccezione in grado di sprigionare un sound tellurico e potente come pochi, macinando riff sicuramente death metal ma di gusto spiccatamente black in alcuni passaggi. Impossibile non notare alcuni rimandi alla scena estrema scandinava ed europea: se da un lato l’impalcatura della track ci riconduce ai Gorefest degli esordi (la “leggendaria” demo “Tangled in Gore”), molti accorgimenti, come un sound sicuramente più veloce, volutamente “sporco” ed in diversi punti venato addirittura di spunti decadenti ed evocativi (le sei corde che sembrano assumere un sound simile all’ascia di Quorthon in momenti ben precisi, come il riff di apertura del brano “Enter The Eternal Fire”, contenuto nel masterpiece “Under The Sign of the Black Mark”) non possono non farci pensare, per un momento, a band come i colossali Mayhem “storici” (quelli di “Deathcrush” e del “Live in Leipzig”). La sezione ritmica è forse penalizzata da una qualità del suono che non la esalta appieno, ma la presenza è comunque forte: Max e Matt riescono a tenere ben salda la band, costruendo una solida base sulla quale far appoggiare i loro compagni, che hanno così la certezza di potersi esprimere al meglio. La voce di James è un autentico concentrato di acidità e malvagità, perfettamente aderente al classico stile estremo ma non per questo noiosa o “scopiazzata”. Un growl cavernoso e violento, più che mai adatto al contesto sonoro sprigionato dall’insieme. Se volevamo un po’ di sana old school, ebbene, eccoci serviti: gli Horrid si dimostrano sin da subito come una band attenta ed atta a sprovincializzare il panorama italiano, introducendo sonorità tipicamente estere, simili a quelle introdotte dalle esperienze di colleghi importanti come Bulldozer ed i già citati Death SS, appunto. L’importanza della band che stiamo in questa sede recensendo è proprio questa, dunque, l’aver portato nella nostra penisola una nuova lezione estrema, come già fatto dai loro importanti predecessori. Death Metal tendente al Black, duro e puro, senza compromessi, l’inizio è veramente col botto. Accompagnato da un testo, poi, che sicuramente avrà causato all’epoca non pochi problemi di censura. Le lyrics si configurano difatti come un autentico attacco alla morale cattolica, bollata sin da subito come ipocrita e soprattutto venata di sottomissione ed arrendevolezza. Il dio cattolico viene infatti descritto come un tiranno che costringe la sua gente alla sordità e alla cecità, un dittatore che vuole il suo popolo ignorante e privo di voglia di sapere, che sevizia ed ostracizza chi gli si oppone. Difatti, quello considerato dagli Horrid come il vero dio, Lucifero, è stato proprio il primo a fare le spese di questi comportamenti. Per la sua sete di sapienza e di conoscenza, è stato cacciato via dal paradiso e maledetto per l’eternità. Per il complesso lombardo, l’angelo caduto assume quindi i connotati dell’uomo “perfetto”, quello che non sceglie di soggiogarsi ad un dio ma al contrario fa della sua naturale curiosità un punto di forza, un’unità di misura della vita tutta. Domandarsi perché, scoprire, inventare, curiosare, tutte virtù che il dio cattolico scoraggia e che Lucifero invece esalta, invitando l’umanità ad essere un organismo senziente e non pilotato (“At the beginning of Time our Lord was expelled from golden halls paradise, because Lucifer asked “why” and “wherefore” “ | “these golden rules of your God, why do we have to do what you say? Why we can’t follow our istinct? Why must we go against our desires?” – “All’Alba dei Tempi il nostro signore fu cacciato dai dorati saloni del Paradiso, solo perché Lucifero aveva chiesto “perché” e “per quale motivo?” | Queste sono le regole d’oro del vostro Dio, perché dobbiamo fare quello che dici?? Perché non possiamo seguire i nostri istinti? Perché dobbiamo combattere contro i nostri desideri?”). A seguire, The Prophecy, anch’essa introdotta da una intro che in qualche modo stempera i toni aggressivi della track precedente e spiana la strada ad un’altra (splendida) aggressione in musica. Dopo un sommesso suono di chitarra ed un arpeggio dal sapore quasi marziale tanto è preciso e scandito, il brano decide di scatenarsi pur non perdendo le caratteristiche anticipate pocanzi. E’ sicuramente veloce ed aggressivo, ma questa volta la decelerazione gioca a favore di un’andatura più death e meno black della precedente. La ritmica ne risulta, in questo frangente, più valorizzata ed esaltata. Matt fa uno splendido lavoro dietro le sue pelli, mostrando una tecnica non male unita comunque ad un ottimo senso del ritmo, quindi non “esagerata” e priva di punti fermi o comunque sostanza. Il basso di Max è forse lo strumento maggiormente sacrificato, ma riesce comunque nell’intento di accompagnare Belfagor e Robert alla perfezione, rendendo i due axeman sicuri e forniti di un solido pavimento sul quale muovere i loro passi. Come già detto, in questa track la tendenza black viene parzialmente messa da parte per uno stile maggiormente tendente al Death nel senso più classico del termine: eco dei primi Death si fanno largo con grande prepotenza (“Scream Bloody Gore” deve essere sicuramente un album che, sugli Horrid, ha avuto un notevole ascendente) alternate, perché no, alla sonora lezione impartita dagli olandesi Asphyx. Non sarebbe sbagliato, difatti, paragonare la struttura di questo brano ad alcuni cavalli di battaglia del combo olandese (“M.S. Bismarck” è la prima che può saltare in mente, come molte altre di “Last One on Earth”), proprio perché il sound si fa più dilatato e maggiormente più “introverso”. L’esplosione arriva comunque, certo, ma è alla fin fine mitigata da un clima di maggior “angoscia”, quasi, contenuto, intento a sprigionare sentimenti diversi dalla furia iconoclasta, pur rimanendo ad essa affini. Menzione d’onore per la voce gutturale di James, autore di una performance da manuale, rasentante i lidi già raggiunti da un certo Chris Barnes anni orsono. Il pezzo risulta dunque essere variegato e mai banale, con altri accorgimenti decadenti (e quasi melodici, soprattutto verso la fine) che ricordano, in questo senso, alcuni dei complessi black più inclini alla sperimentazione “romantica” (da intendersi nel senso filosofico del termine e non certo in quello “odierno”), come i Mutiilation. Se la musica in qualche modo “rallenta”, l’asprezza delle lyrics cresce di intensità: nuovamente chiamati a dire la loro su temi prettamente religiosi, gli Horrid non si risparmiano nemmeno questa volta, giudicando “falsi” sia Cristo sia suo padre, Dio. Per il complesso, la Religione costruita attorno a queste due figure è solamente un’enorme bugia rafforzata da paure e superstizioni. L’uomo, fragile ed insicuro, ha dovuto a tutti i costi cercare il sovrannaturale per dare un senso alla sua vita, non riuscendo ad accettare la Morte e vivendo sempre nella paura di incontrare, per l’appunto, la Mietitrice Nera. Una vera e propria psicosi di massa che ha portato l’umanità a compiere efferatissimi crimini nei riguardi del prossimo e soprattutto a tradire, mentire ed imbrogliare, proprio per riuscire ad ingraziarsi Dio e conquistarsi così un posto nel tanto agognato Paradiso (“Please look at your God and his real face, see through his light, believe me.. you’ll see death! Death and destruction by the greed in this world, blackmailed to have your ticket up to Heaven!” – “Per favore, guarda il vero volto del tuo Dio, guarda attraverso quella luce.. credimi: vedrai la Morte! Morte e Distruzione causate dall’avidità di questo mondo, vieni ricattato per ottenere un biglietto per il Paradiso!”). Proviamo nuovamente l’ebbrezza della velocità e della potenza allo stato puro con la traccia numero tre, la tetra Is God Worthy for You, aperta da un parlato orribilmente (meravigliosamente) distorto, che ci porta alla mente la celeberrima apertura dell’anthemica “In League With Satan”, cavallo di battaglia dei maestri Venom. In questo caso la voce di James sembra mimare i deliri di un posseduto o in alternativa le tetre litanie di un sacerdote oscuro, nell’atto di evocare chissà quale mostruosità degli abissi. Il brano inizia definitivamente con un riff spacca – ossa che infrange il clima di mistero instaurato dal parlato e riprende i connotati della prima track di questo EP, servendoci di nuovo su un vassoio d’argento una miscela esplosiva di Death Metal venato di Black. Il cantato di James, come in una sorta di crescendo, si fa sempre più aggressivo e soprattutto cupo: in questo caso è sicuramente plausibile effettuare un paragone con la voce del già citato Barnes, i primi Cannibal Corpse (“Eaten Back To Life” è forse il disco maggiormente rappresentativo per avvalorare l’esempio qui proposto) difatti optavano per una voce simile, senza contare la parte strumentale, anch’essa simile a quello che è il contesto creato dal gruppo di Tampa. Con una particolarità, tuttavia. Gli Horrid non si limitano certo a prendere spunto, e sicuramente NON copiano, dato che il tutto è altamente dimostrabile dalle commistioni presenti nella loro musica ed in questa track in particolare. Non certo una sfuriata fine a se stessa, anzi; se la potenza dei Cannibal Corpse è sicuramente presente, queste è sapientemente mescolata con l’oscurità dei Celtic Frost (gruppo molto stimato dagli Horrid) e soprattutto con un gusto “nero” à la Bathory. Ascoltando per bene questa traccia nella sua completezza (voce, chitarre, basso e batteria) capiamo quanto i nostri siano stati e siano tutt’oggi degli attenti ascoltatori e degli abilissimi assimilatori. E’ richiesta sicuramente una grande sensibilità nel processo creativo, selezionare le varie esperienze secondo un concetto di gusto personale è quanto di più complesso esista, dato che in troppi cadono nella trappola della “musica precotta”, ovvero già confezionata, pronta da utilizzare e da consumarsi entro pochi anni. I Nostri sviano abilmente da tutto questo proponendo un mix originale ed accattivante, filtrato secondo criteri che rispondono unicamente alla loro sensibilità artistica. Veramente un lavoro con i fiocchi. Il testo è nuovamente incentrato sul rapporto uomo/dio. In questo frangente, gli Horrid invitano l’umanità tutta a porsi delle domande specifiche, che prevedono risposte secche e prive di giri di parole. Senza discorrere troppo, i lombardi chiedono all’uomo se egli è felice di vivere sottomesso ad un dio la cui esistenza nemmeno può essere provata con certezza. Se è felice di sentirsi dire ogni domenica, a messa, in quanti modi egli ha peccato ed in quanti modi il suddetto dio gliele farà pagare. Se è felice di vivere come un cane al guinzaglio, perennemente sgridato e maltrattato. Siamo molto più di quel che la religione vuole farci crede, per questo il gruppo ci invita a prenderne coscienza e soprattutto a spezzare le catene che ci vogliono stretti ad un culto antiquato e privo di fondamenta, che si regge unicamente sulla paura, sull’ipocrisia e sulle menzogne. Possiamo vivere da soli ed autogestirci, perché ne abbiamo pieno diritto e soprattutto siamo portatori sani di grandi potenzialità. Basta metterle a frutto ed abbandonare entità sovrannaturali (“You’re an animal, you’re a potential winner, with your istinct and thought keep yourself alive! Glorify your true self, eliminate holy interference, Trust in yourself at all times, is your God worthy for you?” – Tu sei un animale, sei un potenziale vincitore, mantieniti vivo con i tuoi istinti e pensieri! Glorifica il tuo vero essere, elimina le interferenze sacre, credi in te stesso, sempre.. il tuo dio è degno di te?”). Altra scarica di adrenalina con la quarta canzone del lotto, la titletrack Blasphemic Creature. Un brano che presenta diverse particolarità ed allarga in un certo senso il suo raggio d’azione, sconfinando addirittura in territori (seppur brevissimamente) più propriamente Heavy, “estremizzati” per l’occasione, non dimenticando comunque la lezione Black. L’andatura del brano è difatti lineare e potente, la furia del Death Metal si fa sentire forse in maniera ancor più marcata che nelle precedenti canzoni e si delinea come un vero e proprio assalto sonoro senza compromessi. Un riff dal sapore quasi thrash (un thrash “pesante” à la Sodom, nello specifico i Sodom di “In The Sign of Evil” ed “Obsessed by Cruelty”) ci dà il benvenuto nella tempesta, entro la quale le chitarre di Belfagor e Robert riescono a tessere ancora e più che mai dei riff che, incastrandosi divinamente a vicenda, ci fanno capire cosa significa suonare metal estremo. La batteria di Matt offre una prova altrettanto concreta, all’altezza della situazione, proprio come il basso di Max. James, dal canto suo, cerca ancora una volta di farsi sentire più minaccioso ed arrabbiato che mai, proprio per far capire a tutti quanto, per suonare questo genere, sia richiesta una vera e propria attitudine. Per dieci secondi, poi (dal minuto 2:03 al minuto 2:13), assistiamo addirittura ad un richiamo non troppo velato al guitar sound presente dei dischi di King Diamond, quei riff e quegli arpeggi orientaleggianti che hanno consacrato il maestro Andy LaRocque come un autentico guitar hero da stimare e rispettare. Se di lezione Black, inoltre, si parlava, impossibile non notare come (soprattutto alla fine del brano) vi sia nuovamente un rimando a complessi come i Mayhem ed i primissimi Darkthrone, vista la scura melodia ricamata dalle chitarre e magistralmente proposta in combo al sound Death che sin qui ha decretato la fortuna di questo EP. Essendo quest’ultima la traccia conclusiva dell’EP originale, il commiato lirico è d’eccezione: quasi (molto probabilmente lo è) fosse Lucifero a parlare in prima persona, questa volta, vi è un autentico invito ad abbracciare il “Male” come unica e sola ragione di vita, un “Male” descritto come tale unicamente da chi voleva farlo apparire sotto una cattiva luce, da chi era intento a costruire un “Bene” fittizio che si, è malvagio. Il Diavolo ci tende la mano, siamo le sue creature blasfeme e per essere definitivamente felici dobbiamo solamente allungare il nostro braccio verso di lui ed accettarlo come nostro signore. Allora vedremo la vera luce, saremo finalmente liberi dal giogo del “Paradiso” e potremmo vivere felici, gustando tutto ciò che il dio cattolico ci aveva fino a poco tempo prima precluso. Inconsciamente, siamo sempre stati legati al “maligno”: abbiamo certo pregato e giurato fedeltà a Dio.. ma in un certo qual modo, i nostri “peccati” erano commessi proprio per una sorta di inconscia volontà di ribellione e libertà (“You’ve always preached God’s name, you’ve always slide into temptation, you’ve always spoke his faith, why then you desire my flesh? | Come, come to me, come into my soul, see the light you’ve always looking for.. Blasphemic Creature!” – “Hai sempre pregato Dio, ma sei sempre caduto in tentazione. Hai sempre diffuso il suo verbo.. allora perché desideri la mia carne? | Vieni, vieni da me, nella mia anima.. vieni a vedere la Luce che da sempre cerchi.. creatura blasfema!”).



Quattro tracce una più ruvida e caustica dell’altra. Ringraziando Lucifero, tuttavia, il nostro viaggio è ben lungi dall’essere concluso. In allegato alle quattro track originali, difatti, la “Punishment..” ha inserito altre tre canzoni: si tratta di “Kissing the Rotting Cross”, “Winds of Procreation” e “Awaiting for the Truth”, brani tratti dai lavori della band precedenti all’EP appena recensito. I primi due pezzi componevano in origine l’EP “Awaiting for the Truth” (1996, “Cryptic Soul Production”) mentre il terzo risale al 1995 ed era sino ad oggi rimasto inedito. Catapultiamoci nuovamente nel tetro mondo degli Horrid, continuando più determinati che mai la nostra avventura!

 



Con l’avvento della quinta traccia, Kissing the Rotting Cross, ci troviamo dinnanzi ad un lavoro dotato di una produzione migliore di quanto udito in precedenza. Il suono risulta maggiormente curato (ma non certo troppo da risultare “stucchevole”) ed ogni membro della band, approfittando di tutto ciò, riesce a ritagliarsi un suo spazio ove tutti hanno maggiori possibilità di esprimersi, possibilità che decidono di sfruttare appieno, in egual misura. Il brano re-introduce (ed in questo caso anticipa, essendo l’EP da cui è tratto antecedente a “Blasphemic..”) alcune cadenze à la Asphyx già udite in precedenza, non rendendole elemento di spicco ma al contrario “sottomettendole” ad un contesto al 90% Death metal vecchia scuola. Cadenze rasentanti quasi il Doom, quel sound che nel 1989 consegnò alla storia gli Obituary, esordienti quell’anno con il celeberrimo “Slowly We Rot”. Il drumming di Draughar offre la prova migliore possibile, una vera e propria macchina da guerra capace di passare da momenti più “calmi” a momenti più “aggressivi” senza patire il “jet lag”, mentre le chitarre di Robert e Belfagor la fanno ampiamente da padrone, alternando uno stile grezzo e ruvido ad uno più ricercato ed “introspettivo” (soprattutto nei momenti più “calmi” e cadenzati). Le lyrics vertono, questa volta, più sulla falsità del clero e del Vaticano piuttosto che sul rapporto uomo – dio o dio – realtà. L’anticlericalismo degli Horrid si riversa in un torrente di rabbia iconoclasta, rabbia che si scaglia contro le alte sfere dell’organizzazione e soprattutto contro il Papa, reo di essere unicamente a capo di una falsa associazione di carità, un’azienda disonesta volta unicamente all’incassare più soldi possibili, che lascia i poveri nella miseria e pensa unicamente al proprio tornaconto economico. La croce che gli uomini di chiesa portano al collo viene vista come “marcia”, e tutti i seguaci di questi ultimi vengono bollati come creduloni e mentecatti, gente povera che preferisce farsi guidare piuttosto che prendere in mano la propria vita e vivere da uomini liberi (“The pope is deaf and blind, his prayers are full of nosense, oh, priest.. your God is false!! You’re Kissing a Rotting Cross!! | a rotting Church i see, and hypocrits wearing in black!” – “Il papa è sordo e cieco, le sue preghiere sono piene di cose insensate, oh, sacerdote.. il tuo dio è falso! Stai baciando una croce marcia! | vedo una chiesa decomposta, ed ipocriti vestiti di nero!”). La sesta traccia, Winds of Procreation, non è certo da meno della sua precedente. Una nuova intro, oscura e terrificante, (nella quale i rantoli di James si fanno aggressivi e vaticinanti morte e distruzione) si fa largo nelle nostre orecchie sino ad annunciare l’inizio “ufficiale”, inaugurato da un riff – schiacciasassi che mette subito in chiaro le cose: non siamo qui per assistere ad un qualcosa di “leggerino”, ma per buttarci in un furioso moshpit dal quale difficilmente ne usciremo intatti. Un brano che si rivela essere squisitamente disturbante: i volumi sono al massimo, i suoni distorti e potenti quasi ci catapultano in un inferno vero e proprio, dove la voce di James quasi fatica ad imporsi sul resto degli strumenti, intenti a rendere il contesto quanto di più old school ci sia. Il sound di questo pezzo ci fa quasi pensare alle prime demo di gruppi come Emperor e Darkthrone, quelle demo registrate senza troppi fronzoli o belletti vari, che suonavano dirette e prive di filtri come mai si era sentito, prima di allora. E proprio tenendo a mente la lezione di demo come “Wrath of the Tyrant” e “Cromlech” (l’una realizzata proprio dagli Emperor e l’altra dai Darkthrone, rispettivamente nel1992 e nel 1989) i nostri si lanciano in una composizione luciferina senza freni, dove il sound estremo viene capito appieno e posto nella sua forma vergine ed incontaminata. Andando indietro nel tempo e valutando gli anni in cui “Winds..” vedeva la luce, c’è sicuramente da apprezzare il lavoro svolto dagli Horrid, veri e propri alfieri di un certo tipo di sound nella nostra penisola. La formazione è per ampie parti uguale a quella di “Blasphemic Creatures”, fatta eccezione per il batterista, in questo caso Draughar, un picchiatore dotato comunque di una buona tecnica oltre che resistenza, in quanto è sicuramente difficoltoso tenere ritmi del genere per un brano intero. Belfagor e Robert optano per un’esecuzione tagliente e diretta, forsennata ed a tratti realmente “esplosiva”, in grado di creare in noi non pochi sussulti ed emozioni, mentre Max decide di appoggiarsi (dando man forte) a Draughar, per completare lo splendido lavoro ritmico intrapreso dal batterista. Un brano che farà la fortuna degli ascoltatori più esigenti e bisognosi di aggressività, poco ma sicuro. L’alternarsi di parti incredibilmente prorompenti ad altre maggiormente cadenzate ci fa notare, inoltre (ed ancora una volta, ma è sempre bene ribadirlo) quanto gli Horrid ci abbiano da sempre tenuto a non creare un qualcosa di scontato o incredibilmente noioso e già visto –sentito – suonato. ). Il testo è in questo caso dedicato al Diavolo in persona, visto come una sorta di nuovo messia, un profeta che guiderà l’umanità verso una nuova età dell’oro nella quale finalmente saremo liberi dal giogo del dio straniero e potremmo vivere in pace/libertà, senza più guerre, privazioni e sofferenze. Un concetto di fede piuttosto Crowleyano ed impegnato, che differisce dal “satanismo esplicito” di molti altri colleghi, intenti a presentare Satana più come un mostro da film horror che altro. In questi testi si evince, abbastanza, una sorta di interesse ruotante attorno alla filosofia di Crowley, appunto, ma anche intriso nel pensiero di Anton Szandor LaVey, padre del satanismo spirituale e gran maestro della “Satan’s Curch”, la “Chiesa di Satana” (“The false prophet will be executed and his souls will be possessed by Him, our divine, by him our father. Winds of procreation, they are arrived, my disciples!” – “Il falso profeta sarà giustiziato e la sua anima sarà posseduta da lui, il nostro divino, da lui, nostro padre! Venti della procreazione, sono arrivati, i miei discepoli!”). Ci accingiamo dunque a parlare della track conclusiva, la (fino ad oggi) inedita Awaiting For the Truth, risalente al 1995 e mai pubblicata. Salta subito all’orecchio una sorta di “scarto” con le canzoni sino ad ora udite: la produzione rende i suoni forse eccessivamente “piatti” e meno corposi e densi che in precedenza, tuttavia non si può certo definire questo come un elemento “a sfavore”. Seppur richiedente un istante (quanto basta) per abituarsi ad un altro tipo di aggressività e sound, il brano comunque non perde certo, in termini di velocità e cattiveria. I riff rimangono duri come macigni, la ritmica imponente, la voce sempre splendidamente caustica a cavernosa, giungente dal più profondo degli abissi. Vi sono addirittura degli accorgimenti sonori “a supporto” delle chitarre, accorgimenti che quasi mimano il suono di strumenti “extra metal”, come corni o un organo (e forse maggiormente quest’ultimo), non proprio come già accaduto in “To Mega Therion” dei Celtic Frost ma comunque abbastanza simile, per certi versi. Il brano risulta essere una cavalcata indomabile e fiera, in puro stile Death Metal che molto deve alla tradizione thrash: è possibilissimo parlare di forti influenze derivate dagli elvetici Hellhammer, assieme ai già citati Celtic Frost fra le principali influenze degli Horrid. Il brano non si discosta comunque dai predecessori per quanto riguarda le liriche: la Verità che tutti aspettano sarà sconvolgente, e per molti una triste sorpresa. Se difatti l’avvento atteso con ansia è quello di Cristo, del salvatore e di suo padre Dio, alla fine dei tempi la popolazione mondiale dovrà ricredersi ed accettare fra di essa l’unico vero dio, ovvero Lucifero. Il suo sarà l’unico vero avvento, e l’umanità potrà forse sperare di cavarsela anche meglio che nei tempi in cui credeva in quello che dagli Horrid è stato a più riprese definito come un “falso profeta”.



Si conclude dunque qui il nostro viaggio nel mondo dell’estremo, è giunto il momento di premere il tasto Stop e di tirare le consuete somme. Capolavori del genere non dovrebbero mai e poi mai essere dimenticati, anche e soprattutto da chi si ritrova a condividere la nazionalità con le band che li creano. Riflettiamo su quanto appena ascoltato: in questo breve EP è presente di tutto, da rimandi al Black scandinavo al Death di matrice prettamente americana, passando per del sano thrash teutonico / elvetico. Tutti elementi che dimostrano quanto gli Horrid siano stati (e sono!) una band di ragazzi appassionati di un certo tipo di musica. Appassionati veri, non certo di facciata. Musicisti di tutto rispetto che si sono guardati molto attorno, che hanno scelto la via più difficile, che in nome delle loro passioni sono riusciti ad inglobare in un devastante tutt’uno tante esperienze sulla carta differenti, ma in senso generale molto, molto vicine. La voglia di osare, sperimentare e cambiare, di proporre con forza e vigore un lavoro originale e mai sentito. Accantonando l’abilitò tecnica mutuata attraverso determinati ascolti, è forse questo il grande pregio di questa band: l’aver imparato prima di tutto la lezione fondamentale, quella dell’creare. Non assemblare pezzi, creare. Crearne di nuovi, inventare, partorire un’idea facendola funzionare, guardandola prendere forma giorno dopo giorno, saldando il tutto con il sacro fuoco dei Maestri. Celtic Frost, Hellhammer, Sodom, Death.. alcuni dei gruppi citati nel corso di questa recensione, complessi che hanno aiutato gli Horrid a sviluppare la propria personalità artistica. Forgiando, non imponendo. Perché se al Metal togliamo un po’ di sana “pazzia” e l’inventiva, cosa ci rimane? Una miriade di cover band mascherate da “gruppi con pezzi propri” che in realtà risultano già sentiti e stantii ancor prima d’essere incisi. Non è il caso di una band che mi sento di accostare ai grandi nomi estremi della nostra penisola. Se in principio furono i Death SS ed i Bulldozer, in seguito furono gli Horrid, che dimostrarono e tutt’oggi dimostrano come con la passione si possa arrivare molto, molto lontano. Rimasto l’unico membro fondatore (proprio di recente Max ha abbandonato la band per divergenze di varia natura), Belfagor non si è certo perso d’animo, anzi. La sua tempra è invidiabile, e possiamo ancora aspettarci grandi cose, in futuro. Grandi cose sotto il segno dell’Orrido, di sicuro!



1) Misunderstood God
2) The Prophecy
3) I God Worthy for You
4) Blasphemic Creature

Bonus Tracks:

5) Kissing the Rotting Cross
6) Winds of Procreation
7) Awaiting for the Truth

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