FOLKSTONE

Oltre... L'Abisso

2014 - FolkStone Productions

A CURA DI
DAVIDE CANTELMI
15/12/2014
TEMPO DI LETTURA:
9

Recensione

Non solo la Scandinavia (come immaginario comune impone), anche l’Italia, di per se ricchissima di tradizioni e particolarismi regionali, possiede una fortissima tradizione Folk Metal: basti pensare ad esempio a band come Furor Gallico e Draugr, o a molti altri complessi che fanno di alcuni tratti tipici delle loro zone (come il dialetto) un elemento di grande distinzione, unito a generi di metal un po’ più tradizionali, come Ul Mik ed i suoi Longobardeath. Arrivati a questo punto, non possiamo non citare una formazione che si sta facendo le ossa grazie a album molto convincenti ed un sound molto accattivante: i Folkstone.  Siamo nel 2005, a Bergamo, ove un numeroso gruppo di ragazzi decide di fondare questa band che si propone essenzialmente di unire le sonorità Folk Metal con il Medieval Rock grazie all’utilizzo di strumenti popolari come la Bombarda o la Cornamusa. Il loro successo è tempestivo, esordiscono con una demo intitolata “Briganti di Montagna” nel 2007 e già l’anno successivo donano alle stampe il loro primo omonimo Full – Length, “Folkstone” , grande successo di pubblico e critica. Ciò permette ai Folkstone di viaggiare all’estero e di costruirsi un nome importante, in patria e non, e di produrre ben altri quattro album: “Damnati ad Metalla” (2010), “Sgangogatt”, (2011), “Il Confine” (2012) ed il nuovissimo Oltre…l’Abisso, che rappresenta l’ultimo lavoro dei nostri in studio e che in questa sede ci apprestiamo a recensire. La pubblicazione è avvenuta quest’anno per la “Folkstone Records” ed il disco è stato distribuito dalla “Audioglobe”. Ovviamente, la “Folkstone Recors” è l’etichetta che si occupa, appunto, di questa determinata formazione. Curiosità che subito salta all’occhio, è che la band italiana risulta essere molto numerosa, poiché è composta da ben nove membri:  Lore (Voce principale, Flauto, Cornamusa, Bombarda), Roberta (Cornamusa, Bombarda, Voce), Andrea (Cornamusa, Percussioni, Voce), Matteo (Cornamusa, Voce), Edoardo Sala (Batteria), Maurizio (Chitarra, Cornamusa, Cetra, Legni), Federico Maffei (Basso), Silvia Bonino (Arpa, Tamburelli, Percussioni) e Luca Bonometti (Chitarra). Rispetto ai lavori precedenti, “Oltre…l’abisso” si rivela un album maggiormente improntato sul rock, poiché la formazione italiana ha cercato di creare un lavoro più accessibile al pubblico in modo da consolidare definitivamente il proprio nome, espandendo il suo raggio d’azione. L’artwork è puramente ambientato in epoca medievale in una scena emblematica: la band viene impiccata pubblicamente mentre la folla incita l’esecuzione. Ciò che risalta subito all’occhio è che i Folkstone hanno voluto intenzionalmente far sembrare questa copertina davvero realizzata da un pittore dell’epoca, poiché la scelta dei colori è fortemente influenza dalla pittura dell’epoca medievale; questa strana scelta tematica è dovuta al fatto che la band non è stata mai considerata dalle radio, poiché ritenuta fuori dagli “schemi” prefissati, mai  considerato comunque un demerito per i nostri Folkstone, i quali hanno sempre avuto comunque il desiderio di continuare il loro percorso non interessandosi affatto ai pareri altrui e alle critiche dei vari “boia” o “giudici” che appunto cercano di “impiccarli”. Il lavoro presenta ben quattordici track di media-breve durata, caratterizzate, comunque, tutte da strumenti  folkloristici, veri e propri marchi di fabbrica del combo bergamasco.



In Caduta Libera è la track introduttiva di questo album, e si presenta come un pezzo galoppante dalle ritmiche rockeggianti e orecchiabili. Le prime battute di batteria sono scandite dagli strumenti a fiato in sottofondo e a ciò segue la prima strofa in voce pulita di Lore. La sua è una voce abbastanza cupa e leggermente tagliente, e si fonde benissimo con gli strumenti sino ad ora uditi. Nel successivo refrain, dominato sempre dai fiati, l’interpretazione è molto buona  e il cantante si lancia in un piccolo acuto sorretto dalle note del suddetti strumenti.  Dopo una seconda strofa simile alla prima si riparte con il ritornello che, questa volta, è seguito da una parte calma, molto atmosferica , in cui il protagonista è il suono di un flauto, uno strumento tanto dolce quanto soave che trasporta verso luoghi magici ed inesplorati. Si sente forte in questo brano l’influenza degli Eluveitie, il sempre più emergente gruppo Celtic Metal / Melodic Death Metal. Segue, subito dopo, una sezione guidata dalla presenza delle due chitarre in cui quella elettrica funge da sottofondo all’acustica e al flauto. Ciò costituisce il preambolo perfetto per permettere al brano di ripartire con la strofa, seguita da un terzo refrain che termina con la nota prolungata del canto di Lore, con una distorsione finale di chitarra. Le Lyrics di questo brano potrebbero essere ambientate in un’esecuzione nella quale il condannato a morte (giustiziato forse per le proprie idee) cerca di reagire al sistema e di far valere il proprio punto di vista. Egli descrive una società corrotta ed immorale nella quale regna l’ingiustizia, e mentre tutto volge a questi termini, l’uomo osserva indifferente il mondo che cade davanti a lui. Cosa resta al condannato? Le possibilità di cedere o reagire al mondo che lo vuole sotterrare. Egli sceglie la seconda via, pur non negando che la parte di se guidata dalla coscienza gli intima di rinunciare. I Folkstone ci comunicano, quindi, che l’uomo è diviso in due parti: una che cerca di salvaguardarsi pur negando i propri ideali per salvare la propria vita, l’altra che fa vincere l’orgoglio portando in alto il baluardo dei valori individuali.  Prua contro il Nulla è il secondo brano di questo platter dei Folkstone, ed ha un andamento molto Heavy Metal / Hard Rockeggiante. Già dal primo riff sorretto dalla cornamusa notiamo la perfetta simbiosi tra questi elementi e il Folk.  In seguito parte subito il cantato basso di Lore, il quale è sorretto inizialmente da una voce secondaria ma poi, successivamente, si snoda attraverso note alternate di cordofoni e fiati. Un piccolissimo riff in palm muting apre il refrain che riprende moltissimo la struttura della strofa, da cui comprendiamo la struttura molto lineare del pezzo. Questo fino alla fine della seconda strofa, momento che precede un particolare cambiamento del tema generale: il ritmo si placa, la chitarra, la cornamusa e gli altri strumenti si fondono tutti in una bellissima parte atmosferica che funge solo da incipit per un nuovo aumento dell’aggressività generale che porta ad un nuovo refrain. Esso, però, questa volta è seguito da una sezione simile alla precedente che presenta al posto dei fiati l'arpa, con l’aggiunta dell’eco conclusivo di Lore. Questo è senza ombra di dubbio un finale molto riuscito che dona il giusto valore a un pezzo costruito in modo molto lineare ma non per questo banale. La prua della nave descritta dai Folkstone è il punto più alto della nostra speranza. La band italiana ci descrive un personaggio afflitto da numerosi guai che spesso l’hanno portato a perdere la ragione. Ma la formazione non ci mostra questi concetti con sguardo pessimista, anzi ci rivela la volontà del protagonista di voler affrontare il tutto senza neanche una strategia, affidandosi solo alla sua volontà. Questa imbarcazione, a conti fatti, si muove attraverso venti ostili e “allo sbando”, non ha una meta precisa. Ciò non rappresenta, però, un’intimidazione, poiché grazie a questa mancanza di obiettivi il navigatore è libero di viaggiare dove vuole e di scoprire la bellezza della vita. Questa sua idea, titanicamente, lo incoraggia a cercare di reagire e a proseguire il suo viaggio. La Tredicesima Ora, terzo brano del lotto, parte con percussioni molto folkloreggianti che sorreggono un arpeggio di chitarra e, in sottofondo, un riff più aggressivo sempre del suddetto strumento per poi far spazio a note delicate dei vari cordofoni utilizzati dal gruppo. Le vocals sono molto cupe e liriche mentre l’andamento risulta molto hard rockeggiante come nei precedenti brani. Nel ritornello è presente la cornamusa che accompagna gradualmente il tutto, e siamo di fronte a un nuovo esempio di linearità generale. I Folkstone, infatti, hanno puntato molto sull’orecchiabilità e la semplicità delle melodie in modo da rendere le canzoni facilmente assimilabili. L’interpretazione di Lore è ottima e conferisce un’ottima liricità alla composizione. Non possiamo non considerare l’uso azzeccatissimo degli strumenti a corde (Arpa, Bouzouki, Cittern, nei vari casi) in tutte le strofe successive, mentre la chitarra elettrica accompagna fortemente il tutto. La sezione ritmica è impreziosita dal tamburello e dalle percussioni che scandiscono anche l’entrata del fagotto. Gli attimi conclusivi riprendono il tema generale in un’atmosfera eroica e disperata, mentre il finale vero e proprio è affidato ad una ripresa della intro che termina questo brano dall’andamento circolare. Il testo è molto poetico e rimarca il tema a cui i Folkstone sono decisamente votati, come abbiamo potuto notare sino ad ora: il sacrificio per i propri ideali. In queste lyrics, difatti, si rimarca proprio questo concetto, evidenziando il fatto che non c’è bisogno di essere famosi per far valere il proprio credo.  La band italiana, infatti, loda maggiormente chi con la sua nobiltà e purezza d’animo riesce a farsi strada tra tante persone famose ma corrotte, ed è quel “passaggio segreto e nobile” a rimanere scritto negli annali. In realtà, il personaggio di cui si parla nel testo probabilmente è una donna eretica o strega che è stata giustiziata e che parla dalla sua tomba (ritorna, dunque, anche il tema del pagare a caro prezzo la propria indipendenza). È come se l’intero brano fungesse da memoriale e da monito per un futuro migliore, che può attingere dal passato per migliorarsi. Mercanti Anonimi, quarto brano,  parte con un andamento molto galoppante e con note di fagotto che anticipano un incedere più dinamico, grazie a influenze Heavy Metal e Hard Rock e grazie ad una batteria a dir poco martellante, unita splendidamente alla carica evocativa e melodica degli strumenti folkloristici, in questo momento in grande spolvero. Ad un certo punto, gli strumenti si zittiscono lasciando spazio solo alla chitarra elettrica ritmica e alla batteria coadiuvata dal tamburello e prima dalla voce di Lore, il quale riesce ad esprimersi su di un sottofondo incredibilmente evocativo e di gusto orientaleggiante. Successivamente, Lore è raggiunto dalla tagliante e graffiante voce di Roberta che dapprima diviene protagonista, ed in seguito si lancia in un duetto, nel ritornello, con il cantante principale. Segue un’altra strofa accompagnata da ritmi martellanti di chitarra e da altre note orientaleggianti create dal fagotto, successivamente l’approccio si fa maggiormente medievale con melodie tipiche del periodo. Questo è il preambolo perfetto per un nuovo duetto tra i due cantanti che porta alla conclusione del pezzo, una conclusione brusca e concisa. Il testo è molto particolare e lascia molto all’immaginazione. I Folkstone ci evocano un’atmosfera a tratti molto straniante: i mercanti sono anonimi proprio perché, ricollegandosi al tema della canzone precedente non verranno ricordati. La storia verrà sempre scritta “dai vincitori”, ed il suo svolgimento è irreversibile;  non per questo, tuttavia, dobbiamo dimenticarla, poiché rappresenta la nostra identità, la nostra memoria. Conoscerla in toto sempre e comunque, sforzandosi di andare oltre le apparenze. La band italiana ci comunica, inoltre e con grande estro poetico, come non bisogni mai dimenticare le proprie origini e come si debba sempre far tesoro delle proprie esperienze passate. E questo linguaggio poetico da dove deriva? Proprio dal passare delle stagioni che lascia ricordi e segna indelebili momenti nelle nostre esistenze. I Folkstone non si fermano qui e proseguono l’album con la quinta track: Respiro Avido. Essa inizia subito con forti note di bagpipes sorrette dalla solita struttura ritmica guidata dalla chitarra elettrica. Lore parte subito con voce cupa sorretta da palm muting ritmici e battenti, con la struttura che si ripete nel medesimo modo per diversi secondi, non presentando notevoli modifiche nell’andamento, mentre il refrain riprende il riff iniziale aggiungendo la cetra che si ode fiocamente in sottofondo. Dopo una nuova strofa che riporta in luce il tema principale, la track si snoda in una parte più calma dove un arpeggio di cordofoni si distingue chiaramente con le sue note delicate che, però, riescono a farsi sentire nonostante il cantato di Lore. Un nuovo refrain porta la canzone alla conclusione e notiamo come le strutture di questa track riprenda molto dagli schemi tipici dell’Hard Rock tradizionale: intro, strofa, ritornello, strofa, ritornello, outro, senza scordarsi di una sorta di “anthemicità” presenta nel ritornello, il quale viene letteralmente costruito per essere cantato in coro durante i concerti. Parlando principalmente della componente lirica, questa volta la band italiana ci mostra le cause e le conseguenze del vivere la vita seguendo gli estremi e godendosi ogni singolo attimo. Il testo è molto evocativo e psicologico poiché i Folkstone ci mostrano un personaggio che, pur avendo oscurità dentro di sé, riesce con il fuoco che possiede dentro il cuore a ricavare per se stesso un’energia incontrollabile. Questa gli permette di cercare costantemente la verità anche nel grigiore del mondo che ci attanaglia con i dogmi e false convinzioni, opprimendoci. La volontà di ricerca può creare uno stato di paura che però non permette a nessuno di non raggiungere gli obiettivi prefissati  e di negare la verità. Proseguiamo il nostro viaggio imbattendoci  in Manifesto Sbiadito, una track dalla partenza cadenzata che si sviluppa tramite intrecci di cornamusa, chitarra elettrica ritmica e basso che, specialmente nel breakdown,  riesce a sentirsi molto chiaramente. Le strofe cantate da Lore sono accompagnate da note di cetra e da palm muting di chitarra, accorgimenti che rendono il cantante un vero e proprio “bardo”, quasi un cantastorie di tempi arcani, intento a narrarci le gesta di eroi e cavalieri. Una struttura assai delicata e lineare nel suo proseguo, un cammino che ci fa giungere al refrain, che punta molto sull’orecchiabilità. Nello stile dei Folkstone possiamo distinguere chiaramente, oltre le influenze della musica medievale folkloristica (sicuramente una vena “à la Angelo Branduardi”), anche quelle di band Heavy Metal che per prime hanno sperimentato la fusione fra melodie arcane e sound più rocciosi e metallici, come i Medieval Steel, senza scordardi di qualche strizzata d’occhio dei bergamaschi ai teutonici Blind Guardian. E’ noto a tutti gli ascoltatori, infatti, come i tedeschi abbiano utilizzato molto determinate influenze ed accorgimenti sonori soprattutto in pezzi come “The Bard Song”. La struttura di questa traccia è anche questa volta lineare, e si prosegue con una nuova strofa simile alla prima che conduce, come siamo ormai abituati, a un breakdown più atmosferico sovrastato dalfli strumenti a corde. Negli attimi conclusivi un ritornello ulteriore ci porta alla outro dove il basso si mostra in tutta la sua magnificenza in un semplice quanto accattivante giro. “Manifesto Sbiaditopossiede un testo molto significativo, e anche qui dal lessico molto poetico e evocativo. Dalle lyrics si evince come la nostra esistenza sia guidata dal nulla e come ogni nostro giorno sia una vera e propria incognita. I Folkstone si rifanno molto ai concetti romantici di indeterminatezza della vita e di fugacità dell’esistenza, poiché notiamo l’utilizzo di terminologie velate ed indefinite, come se le nostre certezze fossero pari allo zero. La band italiana ci consiglia in questo caso di rischiare, poiché la vita non si sa mai cosa nasconde dietro l’angolo. È anche vero, però, che questa azione nasconde un duplice “guadagno”: da una parte, un’azione “sconsiderata” può salvare e giovare alla nostra esistenza, dall’altra rappresenta un “salto mortale”, ovvero una possibilità di fine certa. Del resto, è comunque la paura che spinge i pulcini a muovere le ali, quando lasciano il loro nido per compiere il loro primo volo. Compiamo il giro di boa giungendo alla settima traccia, Le Voci della Sera, brano che comincia subito con un’intro molto hard rock con palm muting ossessivi e marcianti, mentre le bagpipes si distinguono in sottofondo, imprescindibili matrici del sound folkloristico – tratto distintivo del combo bergamasco. Lore, in questa canzone, è nuovamente molto teatrale ed estroso quanto un cantastorie: la sua interpretazione sembra quasi un vero e proprio racconto, poiché ci trasporta in atmosfere oniriche, poetiche ed estremamente fiabesche. Questo tema si ripete fino al refrain, evidenziato dalle note dell’arpa che si fanno più forti. Successivamente queste vengono sostituite da quelle di cetra, molto più delicate. Un nuovo refrain ci porta verso una parte particolare, dove le note di violino di Chris Dennis (Modena City Ramblers, Nomadi) si scambiano fugacemente con quelle della bombarda e della cornamusa creando una simbiosi di suoni unica nel suo genere e rivelando appieno la maestria della formazione italiana nella creazione delle atmosfere. In questo caso, un contesto quasi “festaiolo”, quasi ci trovassimo intenti a ballare una danza popolare durante un banchetto o una sagra d’altri tempi. L’atmosfera descritta in questa canzone è, difatti, molto bucolica e notturna. Un uomo è immedesimato nella lettura di una vecchia lettera che parla di una violinista che i Folkstone descrivono come una donna dalla forte dignità. A questo punto parte una forte riflessione filosofico-storica, della quale non ci sono forniti dettagli particolari a parte il fine ultimo: cercare un senso alla nostra attualità e al domani partendo innanzitutto dal passato. Molti gruppi Folk Metal hanno caro il tema della conservazione del passato come unica matrice indispensabile per capire la nostra esistenza, e difatti dalla lettera si traggono spunti di questo genere, ma anche riflessioni diverse e questa volta molto nostalgiche e tristi: “L’illusione rende tangibile ogni utopia”, con questa frase molto significativa i Nostri ci vogliono far comprendere come la nostra esistenza sia basata spesso su false speranze che vengono rese più forti dall’illusione, poiché essa ci trasporta in un mondo che sembra reale, quello della Fantasia.  Nella Mia Fossa è un pezzo che riprende molto le strutture Hard Rock anni ’80, e forse qualcuno fra i più attenti di voi sentirà molte influenze derivate direttamente da gruppi come i Dropkick Murphies (impossibile non pensare a brani come “I’m Shipping Up To Boston” o “The Legend of Finn MacCumhail”). Difatti, il brano è interamente dominato dalla cornamusa e da una ritmica fortemente energica e forsennata. La struttura complessiva è molto lineare e costituita dal solito schema di massima: intro, strofa, refrain, strofa, refrain, breakdown, strofa, refrain, outro.  Le strofe sono tutte incentrate sui medesimi temi musicali molto semplicistici ma comunque di grande effetto. Una nota particolare è quella del breakdown che, stranamente, è guidato dall’arpa che si lancia in motivi molto orientaleggianti, “spezzando” il tema scanzonato e veloce che domina comunque il brano nella sua interezza, ben allegro e vivace. Musicalmente, “Nella Mia Fossa” è un brano molto lineare e semplice nel quale sono presenti anche leggere influenze punk nella sezione ritmica e nello stile chitarristico, anche se la sei corde appare molto in secondo piano, però, rispetto agli altri strumenti. E proprio parlando di celtic punk, la tematica trattata da questo brano si basa proprio su una profonda invettiva – protesta:  in una società corrotta, i Folkstone ci mostrano i pensieri di un morto che, nella sua tomba, osservando dal basso tutto ciò che succede, con rabbia si scaglia feroce su un mondo che egli ritiene inaccettabile. Quest’anima dannata sputa parole mortali come il veleno poiché la sua voglia di far sentire la sua voce trascende la mancanza della vita terrena, e a questo punto la band italiana annuncia, quindi, una resurrezione futura di questo corpo deceduto, poiché saranno i suoi valori a portarlo in auge e a fargli superare persino la morte. Queste parole non sono però udibili in realtà, ma esistono già solo per il fatto che quella tomba e quella rabbia esistono, e pur non riuscendo a parlare “come tutti”, la fossa riesce a dialogare anche meglio di come farebbe, emettendo un vero e proprio suono. Questo morto, inoltre, è descritto come un “intruso”, un “tarlo costante” che continua a farsi sentire nonostante le urla della gente, una presenza che “rischia” suo malgrado di svegliare coscienze su coscienze grazie alla sua tenacia ed al suo esempio. Il nono pezzo del disco, Fuori Sincronia, è un brano differente dagli altri poiché possiede dei toni molto più cupi, oscuri e aggressivi. Lo stile dei Folkstone, in questo preciso contesto, risulta essere totalmente diverso pur conservando le caratteristiche principali. Il riff iniziale è molto duro, in puro stile Heavy Metal, sempre sostenuto dall’apporto degli strumenti folkloristici (arpa, cittern ecc.), molto più delicati di un’elettrica pronta a dispensare riff rocciosi, creando un connubio di “luce ed ombra” assai particolare e gradevole. Lore si fa più cupo nel suo stile vocale e il ritmo è serrato ma veloce, con le varie parti di chitarra che si susseguono senza sosta e assai rapidamente, mentre il ritornello presenta una sezione in sottofondo i tremolo-picking. La strofa successiva riprende il tema della prima e ciò porta a un nuovo refrain che non presenta notevoli differenze. Ad un tratto ecco apparire una parte molto particolare e evocativa: i ritmi si fanno più lenti e ossessivi, i cordofoni si ritagliano una loro piccola porzione di “esistenza” non risultando più troppo protagonisti, similmente le bagpipes sono delicatissime in sottofondo, a dominare è una durezza ed un’oscurità particolare ed incedente, ciò provoca una sensazione di forte tensione emotiva mentre la chitarra, dall’incedere lento, si mostra pesante e dura ma, allo stesso tempo, rabbiosa e consistente. Una ripresa del refrain e una successiva distorsione chitarristica concludono questo brano molto particolare ma, allo stesso tempo, molto bello. Anche il testo riflette la musicalità poiché siamo di fronte a dei temi un po’ più nostalgici e malinconici: nella fattispecie, un uomo che solo alla fine della sua vita si rende conto di tutto il suo percorso ed analizza criticamente gli sbagli e le ragioni dei gesti. Ed è grazie a questo processo di autoanalisi che si colgono le più piccole sfumature e si comprendono le vere motivazioni dietro ogni singola azione. Il linguaggio è fortemente allegorico e di difficile comprensione, poiché i Folkstone sono soliti utilizzare testi intricatissimi dove le parole sono funzionali alle atmosfere musicali trattate e non viceversa.  Ci domanderemmo dunque cosa potrebbe essere questa sincronia che non è rispettata.. Quella tra la mente e l’azione probabilmente, quella che ci costringe a non approfittare dei momenti propizi e a vedere la nostra vita scorrere troppo velocemente senza aver concluso nulla. Questa canzone è un vero e proprio invito a evitare tutto ciò e a capire la strategia ottimale per sfruttare tutto ciò che abbiamo a disposizione, per non avere rimpianti in futuro. Il lungo cd dei Folkstone continua con la decima traccia: Soffio di Attimi. È una traccia che inizia in modo molto delicato con arpeggi di chitarra acustica molto dolci. In effetti, l’intera composizione è una ballata folk divisa in due sezioni: la prima caratterizzata da suoni molto delicati grazie anche alla presenza dei legni, mentre la seconda si mostra più rockeggiante mediante l’utilizzo della chitarra ritmica in sottofondo, e gli onnipresenti fiati. L’interpretazione di Lore è come sempre magistrale e molto lirica e si fonde benissimo con l’atmosfera che la musica crea. La struttura è semplice e diretta poiché anche in questo frangente la band italiana mira alla facile comprensibilità e assimilazione dei brani, non rendendoli troppo intricati o comunque labirintici. Assistiamo, difatti, ad un semplice e delicato tappeto sonoro acustico sul quale Lore può esprimere se stesso in maniera assai struggente ed evocativa, sicuramente una prova che non lascia indifferenti e fa venire voglia di abbracciarsi e cantare in coro, come la tradizione concertistica impone in certi momenti. La struttura, come detto, non è complessa, ed il tutto è giocato più sulla volontà di suscitare delle belle sensazioni mediante un brano coinvolgente, che quella di esibire virtuosismi o tecnicismi che comunque, troppo spesso, sono fini a loro stessi. Un brano così è sempre bello da udire, proprio per la sua intrinseca capacità di emozionare e di “far gruppo”, di farci rivedere un po’ di noi soprattutto nelle liriche. La cosa che particolareggia molto i Folkstone, difatti, è la presenza di un testo che tramite le sue assonanze e figure retoriche riesce a creare un suono proprio che si aggiunge all’atmosfera generale. Il finale vede un’ulteriore calma delle ritmiche a favore di chiari arpeggi di cordofoni. Siamo di fronte a un altro testo molto pessimista: i Folkstone ci descrivono con parole molto evocative cosa si prova quando la vita passa fin troppo velocemente. Le nostre esperienze ci mutano e ci fortificano ma molto spesso ci conducono a bivi insormontabili. I momenti volano e non ce ne accorgiamo minimamente poiché siamo troppo impegnati nelle nostre azioni. Ed è allora che notiamo che abbiamo speso tutto e che i nostri affetti più cari se ne sono andati nel momento in cui decidiamo di correre troppo. Non riusciamo, infatti, a sfruttare i singoli attimi adeguatamente e i secondi si trasformano in ore. E quando si rinnega se stessi per non aver adempiuto adeguatamente ai doveri , ciò non ci riporta indietro le cose a cui dovevamo tenere. Le abbiamo perse per sempre, ed ora possiamo solo guardare mentre tutto svanisce. L’undicesima track è L’Ultima Notte. Questa si distingue dalle altre per la intro evidenziata da veloci e frenetiche note di flauto. Il ritmo accelera grazie a una batteria forsennata e lo strumento principale diventa prima la sezione dei fiati, e poi la chitarra elettrica, la quale si lancia in un riff vagamente Thrash. Questa leggerissima  vena si farà sentire abbastanza durante la track, mentre sono poi le bagpipes a far tornare, come sempre, il sapore folkloristico della composizione, per non farci scordare mai dinnanzi a che band e a che disco ci troviamo. Lore è sempre molto convincente nella sua performance vocale, molto evocativa e tagliente. Il ritornello è preceduto da un piccolo breakdown che riprende le noti iniziali di flauto accompagnate dalle percussioni. Il refrain cerca di essere molto catchy e ci riesce alla perfezione, grazie a ritmiche semplici e accostate tra di loro in maniera molto funzionale. Il finale si lancia in un piccolo giro di basso chiaramente distinguibile nonostante la battente parte di batteria. Un brano di durata non eccessiva, una splendida cavalcata “hard folk” che convince e si candida sicuramente a hit estraibile dal disco, per lanciarlo a dovere facendo proseliti fra i fan più affezionati come fra quelli della cosiddetta ultima ora.  Il testo è molto drammatico e descrive gli ultimi attimi di una persona che sta atrocemente pagando per il suo errore. L’ultima notte precede la fine ed il singolo sbaglio riesce ad offuscare tutte le buone azioni compiute nella vita. I Folkstone ci descrivono un quadro drammatico in cui il corpo è inesorabilmente sepolto sotto terra e gli avvoltoi approfittano addirittura della situazione. La visione del mondo è, perciò, fortemente pessimistica: è una società egoista la nostra, che punta solo al suo tornaconto e non si cura degli altri. E in questa amara giungla come si può contemplare un concetto difficile come il perdono? Ma in realtà quest’uomo è convinto di non aver commesso davvero un errore e di essere stato giustiziato ingiustamente. Notiamo così come questo tema della condanna ingiusta si rifletta in molti testi dei Folkstone e si riallacci soprattutto alla copertina di questo quinto album, fortemente incentrato sull’eterno duello fra la purezza del cuore e la manzoniana “ragion di Stato”, quella per la quale non si può far leva sugli ideali e su concetti troppo vaghi, si può contare unicamente sull’oggettività e sull’ “utile”.Veniamo immediatamente condotti alla dodicesima fatica di questo disco, rappresentata dal brano Ruggine. Questo inizia subito con gli strumenti tipici del folklore della band, che in questo caso assumono dai vaghi sapori celtici. La strofa è sorretta semplicemente da un palm muting piuttosto convenzionale e da semplici ritmiche senza troppe pretese.  Il ritornello è composto essenzialmente dalla voce di Lore che è accompagnata da sporadiche note di cetra e dall’accompagnamento della chitarra ritmica. Ogni strumento, seppur giochi un ruolo minimo mentre il massimo lavoro è affidato al cantante, riesce ad amalgamarsi splendidamente a tutto il contesto, dando vita ad una track coinvolgente e molto evocativa, nel suo complesso. Il ritornello è anche qui di facile presa, basato su classici giri di accordi e dalla delicatezza dell'arpa. La struttura è convenzionale e ridotta all’osso e, infatti, dopo una seconda strofa che riprende il tema iniziale, si giunge a un nuovo ritornello che porta alla fine della canzone, episodio che non brilla di originalità ma comunque trova un posto comodo ed al sicuro nella tracklist.  “Ruggine è la chiara esposizione della caducità delle certezze che, infatti, possono vacillare da un istante all’altro. Le convinzioni non sono eterne ma sono soggette alla “ruggine” appunto che, ossidandole, cambia completamente i loro equilibri e stravolge il pensiero comune. In questa atmosfera di disorientamento, l’uomo si interroga su quali decisioni prendere. Ma il più delle volte lo scopo di esse non è noto : “Ma i sentieri mi incantano più della cima”. Forse la gioia sta più nel percorrere che nell’arrivare, come Leopardi insegna, ed è forse per questo che non sussiste più l’occasione di riflettere e di analizzare bene le situazioni, le queli possono svelarsi secondo diverse prospettive, come già visto. Perciò, tutto diventa dominato dalla singola impressione, l’unico vero strumento per conoscere la realtà. La tredicesima Texè un pezzo che dimostra la versatilità dei Folkstone nell’approcciarsi a uno  stile ancora più rock-oriented. Difatti, il brano non è di loro produzione: ci troviamo dinnanzi ad una cover degli italianissimi Litfiba, i quali diedero alla luce il pezzo originale nel 1988, inserendolo nell’album “Litfiba 3”. La particolarità del brano è che quest’ultimo non si limita ad essere una semplice riproposizione, ma anzi risulta essere un riadattamento in tema folkloristico ed assai personale. L’originale “Tex” adoperava infatti un sound che molto da vicino richiamava il mondo “country western”, mente qui troviamo gli stessi elementi solo… “medievalizzati” per l’occasione. L’incedere blues dell’originale viene dunque rivestito di Metal e Folk, ed il pezzo rivive praticamente una seconda giovinezza grazie a questa splendida rivisitazione. Le parti ritmiche e strumentali sono molto semplicistiche e, la chitarra in particolare, si basa su powerchord ben assestati. Sin dalla prima strofa la song si basa su una forte vena energica che esplode letteralmente nel ritornello. La seconda strofa riprende come al solito il tema musicale della fine mentre nelle fasi conclusive possiamo osservare alcuni cambiamenti: Lore cambia il suo modo di cantare e lo rende molto più aggressivo gettando un urlo a squarciagola. Una sezione un po’ più calma dominata dalla cetra conclude questa cover che rappresenta una buona ventata di diversità in un album piuttosto lineare.  Così come il pezzo, anche il testo presenta notevoli differenze rispetto ai precedenti brani, dovuto proprio al fatto che ci troviamo dinnanzi ad una cover. Il lessico è più scurrile, le figure retoriche sono meno presenti e il linguaggio è più semplice e accessibile. Le lyrics riguardano probabilmente un cowboy corrotto o non accettato che, pur portando in alto gli ideali della libertà, si rivela come un vero e proprio ladro. Difatti, il brano è incentrato sullo sciacallaggio compiuto dai “portatori di civiltà” ai danni dei Nativi Americani, depredati ignobilmente delle loro terre per via delle smanie espansionistiche dell’uomo bianco, che mai ha accettato, nella storia, di accontentarsi unicamente del necessario e di quel che la natura gli aveva generosamente donato. Il Cowboy entra in contatto con il “Grande Spirito”, una figura ancestrale e mistica, protettore della cultura dei Nativi, un’entità che narra le contraddizioni e la crudeltà delle genti del Cowboy, senza andarci troppo leggero e senza addolcirgli la pillola. Le vicende degli Indiani d’America possono tranquillamente trovare spazio anche in un album Folk Metal, in quanto le nobili tribù sono sicuramente fra i massimi esempi di coerenza e dignità “popolare”, portatrici sane di quei valori cantati ed uditi lungo i solchi di questo disco ed, in generale, di molti altri lavori simili. La quattordicesima e ultima traccia è proprio l’omonima dell’album, Oltre.. l’Abisso,  un brano abbastanza cadenzato che comincia con surreali ed oniriche delicate note di cordofoni, capaci di trasportarci in un mondo avulso totalmente alla nostra frenetica realtà. Dopo questa splendida ed evocativa intro, veniamo accolti immediatamente da Lore, la cui voce è sorretta in duetto da quella di Roberta, mentre la chitarra acustica fa strada a quella elettrica che si lascia andare in riff melodici in sottofondo. Il refrain è preceduto da un pre-chorus in cetra e poi si caratterizza con un sottofondo di bagpipes che rende il pezzo maggiormente folkloristico. La strofa successiva è resa più atmosferica dai vocalizzi di Roberta  e ciò conduce a un ulteriore ritornello. Il brano si mantiene su un certo livello di calma generale che mira più a creare la giusta atmosfera che un alto livello tecnico. Il tema generale della track si mantiene costante per circa tutti i 4 minuti, una fine in dissolvenza è la giusta conclusione per questo semplice ma azzeccato album. La titletrack presenta un testo come al solito molto evocativo e poetico. Come l’album giunge alla fine così riaffiorano i ricordi di una persona cara ormai svanita. Il suo ricordo lascia tracce indelebili che difficilmente saranno sostituite ed è per questo che il personaggio fittizio riflette su questa dipartita, analizza la sua situazione e deduce che tutto è destinato ad un necessario “voltare pagina”. Ma questa cosa non è accettata fino in fondo, ed in verità, in questo attimo sbiadito, l’uomo non si da pace e cerca di ritrovare tutti i ricordi che gli danno conforto, per non lasciarsi sopraffare da un dolore cieco ed irrazionale. La cosa, però, non è così semplice:  dopo aver respirato un po’d’aria ed aver ritrovato una vena di ottimismo, è lampante e continuo il ricordare la consapevolezza di come la figura cara sia ormai svanita ed andata per sempre. Per questo l’immagine finale ritrae la brace che ormai si è spenta, e quindi l’impossibilità di ricreare le situazioni positive e care al personaggio.



“Oltre…L’abisso è un album veramente ben riuscito che conferma il duro lavoro che i Folkstone stanno intraprendendo per raggiungere altissimi standard qualitativi. Non aspettatevi tecnicismi o strutture arzigogolate e complesse, siamo di fronte ad un album totalmente diverso dai precedenti che cerca di affrontare un approccio più orientato ad un pubblico di più ampio respiro ed utilizza il rock per concretizzare questa evenienza. Non mancano momenti in cui l’heavy metal si fa sentire di più ma sono veramente sporadici. Ciò che si lascia maggiormente udire dalle orecchie è sicuramente il fatto che questa band si distingue notevolmente dalle altre band Folk Metal: infatti, la struttura dei pezzi, in generale, non segue gli stilemi classici del Folk Metal ma quelli dell’hard rock e questi strumenti antichi ed ancestrali sono più un abbellimento dello stile di base, di per se molto “duro” e comunque concreto. La vera musicalità è data dalla splendida interpretazione del cantante Lore che, tramite le sue parole e il modo in cui vengono espresse, riesce a creare un “suo” strumento ben distinguibile. Dal punto di vista tematico i Folkstone utilizzano, soprattutto in questo disco, un linguaggio molto allegorico e complesso da capire poiché quest’ultimo viene incentrato direttamente sull’evocazione di atmosfere particolari e sognanti. Il tutto è amalgamato alla perfezione e la band italiana cerca, in questo modo, di creare la perfetta sintesi tra la voce e gli strumenti. Le parole sono accostate non tanto per rendere il testo chiaro ma per donare vivacità alla composizione musicale. I Folkstone riescono quindi a stupire con uno dei migliori platter della loro carriera e ci trasportano in un incedere vorticoso che ci trascina più di 600 anni indietro. In questo viaggio ai confini del tempo ci accompagna il rock, sempre presente quando ascoltiamo questo disco. Le tracce, pur essendo quattordici, scorrono tranquillamente e senza risultare pesanti o noiose. Unica pecca, probabilmente, è che è abbastanza monotematico musicalmente poiché le strutture si ripetono senza particolari variazioni. Questo difetto, però, è facilmente compensato dall’ottima produzione e, soprattutto, da una scelta molto accurata di queste melodie. Esse, pur essendo semplici, riescono a creare i giusti groove e feels in grado di coinvolgere l’ascoltatore, ed egli non potrà fare a meno che imparare a memoria i ritornelli dopo un solo semplice ascolto. In conclusione, questo  disco potrà tranquillamente essere una validissima aggiunta alla vostra discografia e rappresenta  sicuramente un ottimo lavoro da parte di una band che ha detto e che può dire ancora moltissimo. Se volete essere catapultati in altri mondi, divertirvi, rilassarvi con questa bellissima musica date una possibilità ai Folkstone, non sapranno sicuramente deludervi. 


1) In Caduta Libera
2) Prua Contro il Nulla
3) La Tredicesima Ora
4) Mercanti Anonimi
5) Respiro Avido
6) Manifesto Sbiadito
7) Le Voci della Sera
8) Nella Mia Fossa
9) Fuori Sincronia
10) Soffio di Attimi
11) L'Ultima Notte
12) Ruggine
13) Tex (Litfiba cover)
14) Oltre... L'Abisso