CHAOS PLAGUE

Existence Through Annihilation

2015 - Revalve Records

A CURA DI
MAREK
15/05/2015
TEMPO DI LETTURA:
9

Recensione

E’ sempre una gran soddisfazione, per un recensore, il potersi confrontare con una band che fa della personalità il suo marchio di fabbrica. Cosa intendiamo per personalità? Semplicemente, il riuscire ad esprimere un concetto profondamente interiore, il riversare nella propria musica i tratti distintivi di ciascuna personalità formante il combo tutto. Tutto questo, per creare un uno formato a sua volta da diverse unità, aventi come comun denominatore la volontà di differenziarsi dallo status quo e di balzare agli occhi (ed alle orecchie) dei fans e di chi come noi è chiamato invece a discorrere e disquisire circa un determinato prodotto. Avvicendarsi nel mondo dei Chaos Plague è stato per il sottoscritto impegnativo e molto gratificante, in quanto la proposta musicale dei Nostri comaschi (originari di Mozzate) non è certo fra le più scontate e “reperibili”. Già dal nome del nostro quintetto possiamo capire molto, circa i loro intenti: parafrasando la band tutta, il monicker è di derivazione strettamente nicciana, in quanto i Chaos Plague decidono di riallacciarsi al pensiero del grande Nietzsche per spiegare in sostanza qual è la loro poetica. “Chaos”, disordine, imprevedibilità, elemento visto e definito secondo la prospettiva del filosofo tedesco: una forza irrefrenabile ed inarrestabile, la quale non conosce limiti ed è in grado di donare, a chi riesce ad accettarla, poteri altrettanto sconfinati. La vera capacità di capire il mondo, soggiogando il chaos e rendendolo nostro servitore ed instancabile fonte di energia, un combustibile d’eccezione che ci renderà in grado di assurgere all’ambito stadio di Ubermensch, ovvero “super uomo” (od “oltre uomo”, che dir si voglia); una creatura, quest’ultima, perfetta nel suo essere, la quale si è finalmente liberata dal giogo dei falsi valori etici dettati dallo “spirito Apollineo” (ovvero la “compostezza”, l’equilibrio inteso come opprimente sistema di regole morali e moralistiche) per abbracciare definitivamente l’ebbrezza dello “spirito Dionisiaco”. La nostra vita diverrà dunque simile ad un baccanale: l’ebbrezza del chaos, niente più limiti, niente più catene.. gioia per ognuno, libertà, sacrosanta libertà. Questo, dunque, il Chaos. Giungiamo alla seconda parte del monicker, analizzando la parola “Plague”, ovvero “malattia”, “pestilenza”. Vista la grande positività che permeava il concetto di Chaos, in questo caso viriamo su lidi ben più pessimistici. Parliamo di malattia per qual motivo? Perché, purtroppo, in molti pochi riescono a comprendere appieno la forza del Chaos, e le gioie che da quest’ultimo potrebbero derivare. Un uomo libero è visto come pericoloso e sovversivo, la nostra società tende ad ostracizzare e demonizzare chiunque cerchi di risalire la corrente non seguendo il corso d’acqua.. e dunque, chi veramente riesce a comprendere le potenzialità e la forza del Chaos, è automaticamente un disadattato, un reietto da bollare come minante la tranquillità del collettivo. In un nome si celano dunque mille verità diverse e differenti, le quali riescono a farci ben capire quante e quali sfumature andranno a colorare il sound dei Nostri. Parlando in termini più strettamente biografici, invece, i Chaos Plague si formano nella loro prima incarnazione nel 2006, anno in cui vediamo il crearsi della sinergia fra tre membri in particolare: Matteo Salvestrini (basso), Davide Luraghi (chitarra) e Stefano Tarsitano (batteria) decidono infatti di unire le loro forze per iniziare a modellare questo progetto, prendendo spunto dal Death Metal americano per creare qualcosa di loro, che fosse comunque molto particolare e complessivamente orientato verso i lidi più tecnici della vecchia scuola estrema. Si iniziò immediatamente a comporre materiale inedito, i tre musicisti cercarono nel frattempo di migliorare costantemente le proprie abilità per poter offrire alla loro proposta quanta più credibilità possibile, e non passò molto tempo prima dell’arrivo di un nuovo membro (Simone Fontana, chitarra solista, ingaggiato nel Marzo 2009); una seconda chitarra giovò infatti all’economia della band, la quale riuscì così a compiere altri e notevoli passi avanti. Si arriva così al quinquennio che va dal 2010 al 2015: i Chaos Plague si arricchiscono della presenza del vocalist Francesco Patea, cominciano contemporaneamente ad intensificare un’attività live che gli permetterà di girare e di farsi conoscere, giungendo sino alla produzione di un omonimo EP di tre tracce atto a consolidare il loro status di realtà emergente da tenere sotto stretta sorveglianza. Reato ipotizzato, il poter donare grandi soddisfazioni ai loro ascoltatori! Nonostante gli addii (avvenuti nel 2013) di Simone e Francesco, i Nostri non si demoralizzano ed anzi, riescono immediatamente a trovare due validi sostituti per poter permettere alla macchina Chaos Plague di ripartire alla massima potenza. Gli arrivi di Daniele Belotti (voce) e di Luciano Duca (chitarra solista) giungono proprio nel momento in cui il gruppo decide di lavorare sul suo primo vero full-length, giunto proprio in questo 2015. Existence Through Annihilationè dunque il prodotto di queste avventure sino ad ora narrate, il primo tassello, l’esordio in full-length oggetto di questa recensione. Death Metal, tecnica, passione e Nietzsche: un connubio che sembra dunque promettere assai bene, più un titolo assai evocativo e molto imponente. Come suonerà, dunque, questo album? Addentriamoci nella Selva del Chaos e, come dei novelli Dante Alighieri, raggruppiamo tutte le nostre forze per fronteggiare tutte le chimere che balzeranno dinnanzi ai nostri occhi. Let’s Play!



A porgerci il benvenuto è una strumentale di appena due minuti, A Fair Vendetta, la quale funge da intro per il disco tutto. Notiamo come in questo caso i Chaos Plague abbiano voluto giocare molto con le atmosfere, andando a concepire un brano il cui punto di forza è sicuramente la forte componente “emozionale” delle note qui presentate. Diversi sono i rimandi musicali chiamati in causa, possiamo scorgere suoni tastieristici effettati e contemporaneamente una sorta di clavicembalo, più altri tipi di melodie rimandanti a cordofoni di varia natura (violino, ad esempio), il tutto sapientemente incollato e tenuto a bada per costruire quella che si rivela essere ben più di una “semplice” intro strumentale. La complessità di quel che udiamo già ci fa capire che i Chaos Plague non scherzavano di certo, quando ci spiegavano le origini del loro sound, e difatti già in queste prime battute veniamo posti con forza dinnanzi a quel caos che la band ci descriveva. Splendide successioni di suoni si dileguano come serpenti in una foresta buia, strisciando e lasciandosi udire quel tanto che basta da far salire lungo la schiena di noi esploratori quel proverbiale “brivido”. I tempi sono dilatati e si mantengono costanti per tutta la durata del pezzo, note effettate degli svariati strumenti elencati vanno a dipingere uno scenario lugubre ed abbandonato, quasi il gruppo voglia effettivamente metterci dinnanzi ad un qualcosa di tetro e devastato da chissà che calamità. Sembrerebbe quasi di scorgere qualche timido climax in questo rapido susseguirsi di suoni , tuttavia è solo un’illusione. Non v’è esplosione alcuna o rallentamento, il tutto si mantiene ben saldo lungo il sentiero disegnato passo dopo passo, forse è proprio questa la potenza di questa intro. L’angoscia generatasi predispone il terreno agli assalti sonori che udiremo più in là.. ma per ora, possiamo solo rannicchiarci tenendo ben salde le braccia attorno a noi, quasi dovessimo ripararci da un predatore nascosto nei rami di una buia foresta dentro la quale ci troviamo. L’assalto è imminente, i suoi occhi scintillanti saranno probabilmente l’ultima cosa che vedremo in vita nostra. Una lunga nota chiude il brano sfumando, ed è tempo per il primo vero pezzo di mostrare tutta la sua potenza; in Coil i tamburi di Stefano vibrano perentori ed imperiali, con precisione chirurgica, e sul tempo marziale scandito dal batterista presto si staglia un riff oscuro e melodico, ossessivo quel tanto che basta, il tutto condito dall’ingresso trionfale del vocalist Daniele, il quale dimostra di saper adoperare alla perfezione gli stilemi tipici del cantato Death Metal. Il ritmo è sino ad ora assai cadenzato, il valore aggiunto è sicuramente il basso di Matteo; quest’ultimo decide di tirar fuori il meglio dal suo strumento, mostrandosi come un’artista completo, per tecnica ed espressività. Raggiunti i venti secondi tutto cambia, ai tempi dilatati e cadenzati si sostituisce una velocità disarmante ed ancestralmente crudele, tipica di quella old school che i Chaos Plague hanno a più riprese dichiarato di ammirare (Death e Pestilence su tutti). Un assalto che ha una durata cospicua, nel quale continuiamo ad udire il basso di Matteo che detta legge, splendidamente sorretto dalle asce di Davide e Luciano, le quali vanno letteralmente a “giocare con l’Apocalisse”, mantenendo ben fermi gli standard del Death Metal ma mostrandoci anche grandi capacità di dialogo. Rapidissimi scambi che cesellano alla perfezione un pezzo sino ad ora straniante, dapprima iniziato in un modo e poi in seguito svoltosi in tutt’altro. Arriviamo al secondo 00:58, i tempi cadenzati sembrano tornare e la veloce aggressività viene lasciata da parte, il momento si estende per una buona porzione di brano ed osserviamo come il sound dei nostri sembri quasi giungere da profondità “spaziali”, tanto suona lugubre e “freddo” (non certo nel senso di non ispirato, si intende). Questa capacità di creare atmosfera non si è certo esaurita con il finire di “A Fair Vendetta”, il che è senza dubbio un bene, visto che questo è sicuramente uno dei loro maggiori pregi. Menzione d’onore alla produzione, che in questo caso riesce perfettamente a mostrarci una band in salute e riesce a ben distinguere ogni singolo strumento, lasciandoci letteralmente assaporare (seppur sempre un po’ “angosciati”) questo brano sino ad ora perfetto. Minuto 1:49, i ritmi si abbassano ancora, i tamburi di Stefano continuano perentori il loro battere ed è una melanconica melodia a farsi spazio nelle nostre orecchie, sicché giunge la prima vera sorpresa del pezzo: un lungo frangente in cui non udiamo growl ma anzi un cantato pulito, una splendida esecuzione che ci fa ben capire quali siano le reali potenzialità di Daniele ed in generale di tutta la band. Il basso di Matteo non perde un colpo, le chitarre di Davide e Luciano riescono a re-inventarsi praticamente sempre, adottando ora uno stile più aggressivo e “rugginoso” ora più melodico, non smettendo MAI di ricamare quei riff in grado di richiamare alla nostra mente i padri del Metal Estremo, ma anche di farci guardare al futuro, grazie alla forte carica innovativa che i Chaos Plague riescono ad immettere nel loro sound. Al minuto 3:40 ritorna infatti una voce ben più pulita del solito growl, il quale comunque non tarda a manifestarsi stavolta più subitamente che nella precedente alternanza “cantato aggressivo / clean”. Abbiamo l’opportunità di ascoltare brevissimamente Stefano lasciato solo, il quale (seppur per poco) riesce a donarci un saggio della sua tecnica andando ad impreziosire il suo drumming anche con colpi di piatti ben assestati. Arriva dunque il momento per Luciano e Davide di spiccare il volo e compiere l’assolo definitivo. Sarebbe impossibile compendiare in poche parole l’incredibile prova che questi talentuosissimi chitarristi sono stati in grado di fornirci, ma ci proveremo ugualmente, cercando di descrivere a voi lettori un vero e proprio affresco d’alta scuola. Sempre splendidamente sorretti l’uno dall’altro, il nostro duo decide di partire in maniera blanda, abbondando con la melodia e cercando in qualche modo di creare un assolo tinto d’oscurità e melanconia, il quale beneficia di tempi non certo velocissimi ed anzi, si staglia meravigliosamente sul drumming di Stefano, preciso e marziale. D’improvviso tutto cambia, si preme sull’acceleratore fondendo i tempi dilatati a degli improvvisi scatti di velocità che affondano le loro radici nel Melodic Death Metal di stampo Svedese, non disdegnando comunque passaggi che ricordano molto da vicino il mondo dell’Hard Rock – Heavy Metal. La pulizia del suono è magistrale e la fierezza – potenza dell’esecuzione ci lascia letteralmente senza fiato, un vero e proprio capolavoro di stili fusi fra di loro e meravigliosamente tenuti compatti dall’abilità dei chitarristi, ma anche dai loro compagni di band, i quali si dimostrano perfettamente uniti in falange, quasi fossero un plotone di spartani pronti alla guerra. Stefano è bravissimo ad accelerare anche lui improvvisamente, senza parlare della forte presenza di Matteo che si configura come la vera e propria bussola dei Chaos Plague. Udiamo, alla fine di questo momento solista, una voce sussurrata intenta a declamare gli ultimi versi con in sottofondo un arpeggio assai evocativo; questo frangente viene intervallato ad altri (sempre corti) di aggressività maggiore, e dopo l’ultima alternanza giungiamo così ad udire il riff iniziale, cupo ed ossessivo, e con le ultime grida del vocalist si conclude un brano atipico e personalissimo, davvero un inizio col botto per questa formazione lombarda. In linea con gli intenti “filosofici” della band, il primo testo che ci apprestiamo ad analizzare è assai criptico e ricco di sfumature metaforiche, espressioni ed immagini che sembrano rimandare ad una sorta di “pessimismo cosmico”, se proprio vogliamo rubare un’espressione ben nota. Le lyrics di “Coil” infatti non sembrano certo parlare di ottimismo e speranza, tutt’altro. Si inizia descrivendo l’aspetto ed i “suoni” che adornano la Verità, intesa come un mondo di sofferenza perpetua. Tragedie colmano gli occhi del protagonista, così come le sue orecchie sono piene di grida di dolore e sofferenza. Si passa dunque ad una disamina più generale, viene sottolineato il peso che ciascuno di noi porta sulle sue spalle, un peso metaforico, che in un certo qual modo ingabbia le nostre esistenze e ci costringe ad un mondo di cecità. Non vediamo ciò che realmente è proprio perché obnubilati da questa coltre oscura, così pesante e forse rimandante al celeberrimo “velo di Maya”. E’ quando lo squarciamo, che le domande sgorgano spontanee: chi siamo? Perché? Quando? Dove siamo diretti? Insomma, un monologo interiore circa i grandi interrogativi del’esistenza; in solitaria, partiamo alla ricerca della verità, persi in una spirale senza fine, cercando le risposte celate unicamente nei nostri cuori e nelle nostre anime. Un viaggio difficilissimo che ci permetterà, se riusciremo a sopravvivere, di entrare in contatto con la nostra vera essenza, abbandonando i quotidiani inganni dei sensi deviati dalla “morale comune”. La strofa più bella ma anche la più complessa non fa altro che accendere i riflettori circa la misera condizione in cui l’umanità è costretta a vivere: sostanzialmente, veniamo definiti come degli esseri egoisti, i quali si sono auto-rinchiusi in una torre d’avorio giusto per scampare alla morte ed alla devastazione che fuori imperversano. Tuttavia, ciò ci ha portato ad un’esistenza di isolamento e di misantropia, siamo persi in un abisso ancora più nero e per di più siamo convinti d’esser superiori a qualsiasi altra entità. Insomma, siamo dei narcisisti belli e buoni, innamorati unicamente di noi stessi, le nostre radici affondate nel rancore e nella negatività. “Fra la luce brillante e la seducente oscurità, osserviamo il fiume del Tempo”, una frase incredibilmente evocativa, che descrive appieno il nostro status di creature perennemente perse fra il bene ed il male. E’ tutto oro, ciò che luccica? La luce del giorno è la vera fonte di salvezza? O forse è nel buio, che dovremmo rintanarci per trovare protezione? Grandi quesiti che da sempre dominano le notti insonni di filosofi e pensatori.. tutti fissiamo quel fiume, eppure pochi hanno il coraggio di immergervisi. “Rendi il Mondo colmo d’ombre, ove l’albero del tuo desiderio cresce.. ove lo piantasti, tanto tempo fa”. Forse siamo veramente destinati a dover assecondare unicamente i nostri desideri. La descrizione della strofa precedente verteva su un certo tipo di pessimismo, vista la dissertazione su di una specie di “egoismo” che contraddistingue la razza umana, tuttavia in questo ultimo verso riusciamo a trovare un barlume di “speranza”, per alcuni motivi. Un albero che sorge fra le ombre, una vita che nasce dal buio.. che sia veramente la nostra rivalsa? Che il buio possa essere l’ignoranza del mondo e l’albero il nostro autentico volere, non condizionato o osteggiato da alcunché? Perché no, del resto la filosofia di Nietzsche prevedeva appunto l’abbandono di ogni tipo di catena per giungere allo status di “super uomo”. Ancora ammaliati dalla poliedricità e dall’ampio raggio di azione che i nostri ci hanno mostrato nel brano precedente, giunge il momento del terzo brano del lotto, Collision of Entities, il quale si fregia di un inizio ben più sostenuto di quello udito in “Coil”. Al solito è il drum kit di Stefano a scandire la partenza, le chitarre di Davide e Luciano decidono di accomodarsi in un limbo dal sapore Death – Thrash mentre grande protagonista è il basso frastornante di Matteo: quest’ultimo è un bassista che oserei definire quasi “ciclonico”, dato il suo modo di suonare atto non solo a scandire bene il ritmo (tenendo fede al compito principale di uno strumento ritmico). Al contrario, il nostro bassista è bravissimo a far risaltare il suo strumento ed il suo sound, e basta udire anche solo i primi minuti di questo pezzo per rendercene conto. “Ciclonico” perché le sue note sembrano rivestire, quasi fossero le spire di un serpente, il sound dei due chitarristi e della batteria, andando ad esaltare il tutto. Un lavoro di precisione chirurgica, eseguito con mano ferma e tanta, tanta passione proprio per non cadere della trappola della “tecnica ad ogni costo”. Punti in più, ed anche molti. Di certo Davide e Luciano non rimangono a guardare e coadiuvati da Stefano dettano i punti all’ordine del giorno, alternandosi sempre fra un sound ben più “ruggente” ed in altri frangenti ben più melodico. Nel primo caso è sempre la old school a dominare, vista anche la splendida prova compiuta dal vocalist Daniele, aggressivo ma mai “urlatore della domenica” o comunque volgare nell’offrirci un meraviglioso saggio  sul cantare in maniera estrema. Nel secondo caso, quando invece riusciamo a sentire un po’ di melodia, notiamo certo riferimenti al mondo Melodic Death, ma comunque assistiamo ai frangenti di maggiore personalità, quelli che rendono i Chaos Plague un’entità a sé stante e del tutto distinta dalla maggior parte dell’odierno panorama. Dunque crudeltà sonora, ma anche gusto per il melodico, il tutto condito da passaggi molto tecnici e ben calibrati di chitarra e basso, senza scordarsi il drumming pressoché perfetto del batterista. Un brano che prosegue dunque aggressivo ed abbastanza veloce, sino ad arrivare al minuto 1:30. Dopo i ritmi forsennati di questo primo minuto e mezzo assistiamo ad un progressivo rallentamento, ed i tempi tornano a dilatarsi, mantenendo sempre e comunque quell’aura di violenza che pervade l’ambiente. Le chitarre acquisiscono una splendida cadenza “sega ossa”, il ritmo diviene più lento e preciso (ciononostante Stefano si diverte a “girare” rapido sui suoi tamburi, di quando in quando, non perdendo di vista comunque la prerogativa di un batterista del suo genere) e nuovamente si cerca di far leva più sulla violenza che un’atmosfera claustrofobica è in grado di generare. Il titolo della canzone viene letteralmente urlato da Daniele, il quale al solito rimane aggressivamente composto e non eccede praticamente in alcunché. Il momento “lento” termina ufficialmente allo scoccare del minuto 3:18, un attimo di silenzio e poi si riparte in quarta, riprendendo ritmiche molto care a bands come Death ed In Flames. Di nuovo le chitarre di Davide e Luciano si divertono ad alternare riff più “marci” e “violenti” ad altri ben più melodici, ed è sempre il basso di Matteo a spiccare ed a contorcersi come un serpente lungo il flusso sonoro ricamato dai suoi compagni. Minuto 4:52, i tempi sembrano volersi contenere maggiormente e dopo poco ritornano anche le clean vocals (splendide, a dire il vero), le quali vanno a beneficiare di un clima assai oscuro che la band tutta riesce ad instaurare grazie ad un uso praticamente perfetto di tutta la strumentazione. Tecnica ma anche molta Atmosfera, entrambe sono l’una al servizio dell’altra. Il vero momento da incorniciare (come se non ce ne fossero già abbastanza) giunge comunque con l’arrivo di un nuovo assolo questa volta ad opera di Davide; il momento solista è abbondantemente melodico e ben strutturato secondo i canoni precedentemente espressi (rapporto “atmosfera – tecnica”). Il chitarrista riesce a tingere di ineluttabilità la sua musica, come se le sue note fossero il preludio ad una fine certa. Un suono struggente, decadente, che porta in se molto del neoclassicismo molto caro a chitarristi come Malmsteen, pur facendo le dovute differenze di generi. In effetti, lo stile qui udito sembra ricalcare un po’ quell’Heavy Classicheggiante a cui il tronfio Maestro svedese ci ha abituati, adattandolo però ad un contesto estremo, quello del Death Metal. Mancherebbe solo il clavicembalo udito in “A Fair Vendetta”, ed allora rasenteremmo la perfezione. La presenza di Luciano e Matteo a supporto è comunque già di per se la garanzia delle garanzie, mentre il camaleontico drumming di Stefano riesce letteralmente a far la differenza. Ritornano anche le clean vocals, ed il brano finisce così com’era iniziato. Altra magistrale prova fornita dai nostri giovani Deathsters, con altro testo annesso molto interessante. Come già possiamo intuire dal titolo, è di un conflitto che parliamo.. tuttavia, non ci saranno fucili o spade, coinvolti in questa particolare guerra, visto che i duellanti altro non siamo che noi stessi, contro le nostre “metà oscure”. Due entità che convivono in un corpo, due anime in perenne contrasto fra di loro, quasi ci si rifacesse alla ben nota teoria orientale del “Tao”, ovvero il principio sul quale si basa l’esistenza. Yin e Yang, da una parte la luce dall’altra le tenebre, la bontà e la malvagità. I Chaos Plague ci descrivono questo nemico come abitante delle più recondite profondità del nostro Io, una presenza che cerca in tutti i modi di sopraffarci per dominare definitivamente questo corpo che si ritrova nel mezzo di un vero e proprio conflitto a fuoco. Lo scontro fra i nostri “noi stessi” viene descritto come una vera e propria collisione di pianeti, e veniamo informati del fatto che questo nemico non è sorto all’improvviso, anzi, siamo proprio noi i creatori di questa malvagia essenza che ora cerca di impossessarsi della nostra anima, per gettarla negli abissi dell’eterno oblio. Le ferite che ci provoca sono descritte come “prive di sangue” visto che è la nostra anima (e non il corpo) ad essere lacerata, ferite che non eruttano liquido cremisi ma comunque dolgono anche di più di quelle “ordinarie”; le conseguenze di questa guerra sono devastanti, cominciamo ad accusare i colpi sotto i quali veniamo fustigati a morte, la disperazione ci sta portando verso la pazzia più totale e “la nostra essenza viene ridotta in pezzi”. Niente più certezze, niente più tranquillità, cerchiamo di divincolarci ma è tutto inutile. L’espressione “coma turbolento” che i Chaos Plague decidono di utilizzare è perfettamente adatta a descrivere uno stato simile, così come lo è il verso successivo, “si delinea il Chaos in una fragile vittima”. Non possiamo liberarci di tutto ciò che ci sta affliggendo e mai più potremo anche solo sperare di anelare alla libertà. Vista la descrizione e l’uso che Nietzsche (ricordiamo quanto i nostri siano molto legati al filosofo in questione) ci presenta della parola “chaos”, intesa in senso più che positivo, possiamo intendere in questo caso il suddetto termine non nell’accezione più prettamente nicciana. Nel senso.. tutto ci fa pensare al faatto che ci troviamo dinnanzi ad un clamoroso caso di conflitto di interessi”. Il Chaos, come ben sappiamo, è forse la vera libertà, la liberazione totale da ogni tipo di morale (politica, religiosa ecc.) che si frappone fra di noi e la libertà. Siamo plagiati e profondamente impauriti dalla nostra realtà, le istituzioni religiose e politiche non fanno altro che additarci come “peccatori” o “sovversivi” ogni volta che decidiamo di prendere una posizione contraria al “ben pensare”. Se questo nostro “altro” che ci tormenta fosse invece non un qualcosa di negativo, ma al contrario il nostro voler tendere ed anelare a quella libertà? Non c’è da sorprendersi, se lo temiamo e ne abbiamo così paura. Il senso di colpa ci porterebbe a considerare questa nostra ancestrale volontà come una sorta di peccato, come un qualcosa di sporco. O se invece noi fossimo esseri perfetti, e questo “assalto” fosse comandato da quella morale che invece è giunta perentoria a volerci “rimettere” sulla retta via? E’ solo un’ipotesi, ma valeva comunque la pena avanzarla. Certo è che i nostri sono chiari, “non raggiungerai mai la libertà”, in un modo o nell’altro ci siamo autocondannati. Frastornati da cotanta poliedricità ma pronti più che mai ad un nuovo ascolto ci approcciamo dunque alla track numero quattro del lotto, Trascendental Liberation. Tenendo fede all’aggettivo presente in questo titolo, l’inizio si configura come un vero e proprio gioiello fra i gioielli. Parlavamo, in precedenza, di un sound “spaziale”, e difatti a porgerci il benvenuto è proprio una tastiera che sembra richiamare da vicinissimo qualche futuro avveniristico. Suoni elettronici alternati ad altri ben più melodici, sembra quasi che il portellone di un’astronave si stia lentamente aprendo dinnanzi ai nostri occhi: vapori misteriosi celano ombre perse in essi, luci martellanti e rumori claustrofobici.. un inizio col botto, ancora una volta, che lascia trapelare quanto ai nostri sia anche caro un determinato tipo di musica elettronica. Non sarebbe sbagliato parlare (facendo sempre le dovute proporzioni) di un piccolo excursus Trance, visti i ritmi ipnotici di questi suoni così sapientemente studiati. I più melodici e meno “effettati” saranno udibili molto in sottofondo al resto della composizione, proprio per creare quell’atmosfera definitiva che arricchirà un brano di per se estremamente atipico. Ci discostiamo non certo totalmente ma abbastanza dai canoni del Death Metal classico, non appena le tastiere finiscono il loro operato è la batteria di Stefano ad introdurre la coppia d’asce che è intenta si a scandire un riff aggressivo ma mai veramente “estremo”, il quale beneficia di un ritmo incedente ed anche quest’ultimo mai esagerato o particolarmente violento. Si continua su quest’andatura molto cadenzata e precisa, il basso di Matteo al solito coinvolge ed avvolge, a sorprenderci è la voce di Daniele il quale decide di partire immediatamente con il cantato pulito, andando a costruire delle linee vocali pressappoco perfette e di donare al pezzo quella carica “trascendentale” in più. La sua voce ricorda quasi quella di Quorthon nei suoi capolavori appartenenti al periodo Viking Metal dei Bathory, con la differenza che il buon Belotti risulta essere molto meno “posato” del vichingo svedese ed anzi più “istrionico”, volendoci dimostrare senza paura quali sono le sue reali capacità, andando ad interpretare il brano con un’ottima carica emozionale. Anche alcuni effetti donati alla sua voce (in alcuni frangenti un po’ “robotica”) riescono a rendere la prova del nostro più che buona, riuscendo a farci rendere conto di quanto questo cantante sia estremamente poliedrico e ben avvezzo ai cambi di stile. Come tutti i suoi compagni, del resto. Minuto 1:04, udiamo la furia del growl ma subito sono di nuovo le clean vocals a declamare i versi della canzone, alternandosi ancora una volta al primordiale ruggito, giungendo dunque al primo assolo del brano, ad opera di Luciano. Un momento non lunghissimo ma melodico quanto basta, sconfinante quasi nell’Heavy Metal, un delicato susseguirsi di note che per nulla stona con l’atmosfera sin qui costruita dai nostri bravi strumentisti. Quasi il tutto dovesse galleggiare nel quieto aere, anche il suono della chitarra di Luciano si mantiene su determinati standard; note eleganti quanto il volo di un falco. Al termine dell’assolo il clima si inasprisce, torna il cantato aggressivo e gli strumenti accelerano per la prima volta, riallacciandosi agli stilemi del Death old school e rivelando l’anima estrema dei Chaos Plague, mai sopita comunque, nonostante i cambiamenti al sound apportati in questo brano. Stefano in alcuni frangenti sembra accelerare all’improvviso ed all’impazzata, mentre i due chitarristi seguono a ruota i loro compagni, alternando aggressività e grande gusto per la melodia, come udito sino ad ora. Giungiamo al minuto 3:54, è un arpeggio assai decadente e melodico ad estendersi a mo’ di tappeto sonoro per l’esibizione solista di Matteo, che forse avrebbe anche potuto fare qualcosa in più a livello di tempi e quantità, ma del resto va benissimo così. Prova definitiva che poggia il sigillo sull’abilità del nostro bassista, più che mai virtuoso del suo strumento. Ritorna una voce pulita ed effettata, nuovamente “spaziale”, presto spazzata via dal growl imperante e da un nuovo assolo, sempre molto vicino al mondo Heavy, sempre ad opera di Luciano. Un altro momento da incorniciare, che non disdegna nemmeno momenti Hard Rock quasi à la Jimmy Page. Perfetto il contrasto fra la sua eleganza e la pesantezza del drumming e della chitarra ritmica, senza scordarsi la potenza del benemerito basso. Un momento che lascia spazio ad un frangente in cui è tutta la band ad esibirsi mostrando ogni singola forza impiegata, ritorna la voce aggressiva di Daniele ed anche Stefano aumenta la presenza della doppia cassa.. tutto prosegue perfettamente, sino alla fine, sancita da uno stop quasi improvviso. Forse il miglior brano del lotto, dobbiamo alzare le mani e renderci conto d’essere dinnanzi ad un disco veramente ben suonato. Ancora una volta, dal titolo possiamo capire molto circa i contenuti delle lyrics, e questa volta parliamo di Liberazione. Liberazione dalla prigione che ci opprime, liberazione dagli obblighi e dai doveri fasulli, liberazione da tutto ciò che fu creato unicamente per opprimere le nostre esistenze, condannandoci sin dai primi vagiti ad osservare le sbarre della prigione entro le quali saremmo cresciuti. Il “super uomo” rompe le catene e riesce finalmente ad osservare il cielo, nulla più ci asfissierà o strangolerà.. siamo finalmente giunti alla tanto anelata libertà, possiamo finalmente rinascere (nel vero senso della parola), siamo uomini nuovi che oramai non temono più nulla. Una liberazione “trascendentale”, in netto contrasto con l’immanenza terrena. “Trascendentale” perché incomprensibile ai naturali sensi umani, un qualcosa che ci proietta oltre questa vita / realtà e ci porta in dimensioni ai più sconosciute, ancora rimaste in larga parte inesplorate. Siamo come “fiori che sbocciano dalle pietre”, urliamo la nostra rabbia ad un mondo cieco e sordo e finalmente attraversiamo “il sentiero della libertà”. Persone nuove, forgiate nel fuoco della liberazione trascendentale. I Chaos Plague, mediante un’espressione meravigliosamente eloquente, ci mettono comunque in guardia: “Il sentiero della libertà crea sinergia con la vera dannazione”. Come già spiegato nel corso della dissertazione sul loro monicker, un uomo realmente libero è malvisto da chiunque ed è obbligato a vivere in esilio. Solo un suo simile potrebbe accoglierlo, ma sono in pochissimi ad aver raggiunto questo stato di atarassia. Dunque, per percorrere questo sentiero bisognerà rinunciare all’ordinario, alla quotidianità.. insomma, fare molti sacrifici e sopportare lo scherno degli schiavi. Ebbene, i nostri comunque non si lasciano intimorire e ci fanno sapere d’esser prontissimi ad iniziare questo cammino. E voi che leggete.. lo siete a vostra volta? Potrei pormi la stessa domanda io stesso, per par condicio. Instancabile ed indomabile quanto un frisone selvaggio (ma di pari passo elegante) è nuovamente il basso di Matteo ad assurgere a protagonista del brano successivo, Chirality, aperto proprio dal suono denso e curato dello strumento del Nostro. Veloce e perentorio, Matteo viene presto raggiunto dal suo compagno di sezione, Stefano, il quale dapprima si palesa con degli “stop and go” e solo di seguito comincia a delineare un sentiero ritmico continuo, coadiuvato anche dal sopraggiungere dei due chitarristi, anche loro molto aggressivi. E’ difatti su certi lidi che ritorniamo, in quanto i Chaos Plague decidono di mostrare i muscoli e di donarci un po’ di sana aggressività senza troppi compromessi. La batteria di Stefano viaggia di doppio pedale in maniera suprema, per un altro frangente è sempre Matteo a rimanere solo. Passati questi primi secondi, comunque, il brano può prendere il via definitivamente e grande protagonista del tutto è la forza maschia e virile di un Death Metal certamente tinto di progressività ma comunque molto solido nelle sue basi old school. La voce di Daniele non mostra velleità di pulizia ed anzi ci delizia con un bel growl (le parti in scream sono invece affidate a Matteo), urlando certamente in maniera acida e terrificante quanto serve a mostrare in pieno la sua anima estrema, ben intersecandosi con il suo compagno di band. Il momento più aggressivo giunge comunque verso il minuto 1:33, in cui i tempi si fanno ancora più serrati ed “assassini” e la voce del vocalist sembra quasi uscire dalle nostre casse sotto forma di carro armato. E difatti è proprio questo il mezzo al quale potremmo paragonare la band di questo frangente, visto si che anche Davide e Luciano decidono di far stridere le loro corde percuotendole in una sorta di “trance agonistica”. Potenza su potenza, velocità, tecnica.. ma il tutto sta per essere incredibilmente sovvertito. Minuto 2:00, un melodicissimo arpeggio, che sembra riprendere quelle velleità “spaziali” già abbondantemente presenti nel quarto brano, ci catapulta in un vortice di trascendenza. Abbandoniamo l’immanenza e la sicurezza del materialismo per tuffarci in una dimensione parallela, nella quale è questa caleidoscopica melodia a dominare, accompagnata dalla voce pulita di Daniele, intenta a declamare i versi del brano in maniera assai delicata ed espressiva. Tutto cambia al minuto 3:09, ritornano le cadenze “spacca ossa” del Metal Estremo ed anche il cantante torna a padroneggiare l’uso del Growl, scandendo precisamente le parole sui ritmi impostati da Stefano. Anche le chitarre si “scordano” di quanto accaduto in precedenza e tornano a sfoderare tutta la loro rabbia, rendendo i loro riff carichi di estremo e di potenza Death. Minuto 3:58, la musica cambia ancora ed un suono di chitarra particolarmente effettato sembra quasi richiamare il Dave Mustaine dei tempi d’oro. Se non fosse per la voce di Daniele e per la particolare tecnica di Matteo, infatti, potremmo quasi dire che i Nostri stiano cercando di seguire le orme dei Megadeth, “thrashizzando” il loro sound comunque non rinunciando ad una certa tecnica ed attenzione ai dettagli. Si ritorna su territori più propriamente Death a seguire, la batteria di Stefano imposta ora ritmi più aggressivi e cadenzati ora più veloci e distruttivi, la voce di Daniele risulta quasi “sguaiata” durante gli scream (e non è certo un difetto) e il gruppo torna a sfoderare i suoi bicipiti, quasi fossero una banda di nerboruti taglialegna. E’ al minuto 5:41 che abbiamo una nuova variazione, coincidente con il momento solista affidato a Luciano. Il nostro non rinuncia alle sue velleità maggiormente Heavy Metal, e ricama nuovamente un assolo dalle tinte neoclassiche che ben si sposa con la rugginosa ritmica tenuta su da Davide e dal solito, imperiale quanto Raoh, Stefano. Un assolo comunque atipico, almeno nelle prime battute, che esulato dal contesto Death potrebbe tranquillissimamente andare a finire in una ballad di un gruppo Hard Rock, visto che qui lo stile di Luciano sembra quasi ricordare alla lontana il grande Paul Stanley (se questo avesse deciso di rendere più cupo il suo sound), per il particolare utilizzo della melodia. Sempre se ci è concesso fare un paragone azzardato, mantenendo le giuste distanze.. ma in un calderone così colmo di stili e spunti diversi, non sarebbe certo una stranezza troppo inusuale. Proseguendo, comunque, il momento solista viene reso “aggressivo” quel che serve e riportato su stilemi molto più Death / Thrash, qualche puntatina in ambito Heavy ma sempre di “aggressione” in musica parliamo, visto anche l’inasprimento di clima compiuto in un crescendo / tripudio di rabbia e violenza ritmica. Il tutto termina così, con la band che potrebbe esplodere definitivamente ma rinuncia, concludendo il brano e lasciandoci forse con le speranze parzialmente disilluse. Il testo sembra riallacciarsi alle tematiche già affrontate in “Collision of Entities”, anche se in questo testo il tema del doppio viene trattato con molta meno drammaticità e ben più ottimismo. A colpirci è innanzitutto il titolo, che rimanda alla cosiddetta “Chiralità”, concetto di notevole importanza in svariate branche della scienza e della matematica, qui usato in senso filosofico. In generale, la proprietà posseduta da un oggetto di avere un’immagine definita speculare (da “specchio”, dunque si implica un riflesso) non sovrapponibile a sé viene appunto detta chirale. Esempio lampante di quel che stiamo asserendo? Basta guardare le nostre mani! Difatti, il termine “chirale” deriva proprio dal termine greco indicante la mano. Le nostre mani sono in un certo senso due entità separate ma complementari. Destra e Sinistra, non potrebbero mai esistere due destre e due sinistre, e partendo proprio da questo fenomeno i Chaos Plague ci parlano della profonda complessità dell’animo umano. Il dualismo domina la nostra mente, oscilliamo perennemente fra il bene ed il male. Guardandoci più nel profondo, possiamo osservare come in fondo non siamo altro che creature viventi ciascuna nel suo guscio, che crescono fra la luce e l’oscurità. Il corpo umano viene visto, dai nostri, come “la bara della discordia” in quanto in questo ammasso di carne vivono un conflitto ed una complessità senza eguali. Andare alla ricerca della vera essenza dell’esistenza implica il riconoscere la nostra “vita gemella”, due entità che fra di loro sono si opposte ma comunque riconducono entrambe ad un unico sentiero, quello della libertà. Il riconoscere la forte duplicità alla base delle nostre anime è il primo passo verso il ricongiungimento con la vera Libertà, in fin dei conti il concetto che i Nostri esprimono è similare a quello già espresso da molti esoteristi come Eliphas Levi, se vogliamo. Il Baphomet come disegnato da Levi indicava proprio questo concetto. Solve et Coagula, crea e distruggi, il vero equilibrio sta nel riconoscere questo conflitto, prendendo atto dell’esistenza di queste due forze che regolano la vita tutta. Attraverso questa presa di coscienza possiamo dunque raggiungere i nostri traguardi e mete. “Giusto o sbagliato, cosa importa?”. Dunque, liberiamoci dei vecchi “significati” e delle ridondanti e pedanti “regole”.. ancora una volta, la realtà che viviamo deve inginocchiarsi dinnanzi alla complessità del mondo trascendentale. Rimaniamo ad alti livelli con il brano numero sei, Inner Visions of Eternal Disillusions, lunga strumentale dalla durata di sei minuti. Le velleità melodiche della nostra coppia d’asce sono in questo frangente mostrate in tutto il loro splendore, in quanto ciò che qui riusciamo ad udire ha veramente dell’incredibile. Abbiamo la certezza di trovarci dinnanzi ad un disco Death Metal, eppure quel che sentiamo rasenta il Goth e l’Ambient in maniera a dir poco magistrale. Sentite questa delicata successione di note, perdetevi nella fitta pioggia che Davide e Luciano sembrano generare con i loro strumenti; un’atmosfera unica, decadente, gothicheggiante nonché splendidamente “disillusa”, un incedere trascendentale che sembra quasi catapultarci all’interno di una villa persa fra lussureggianti colline poco distanti da impervie scogliere. La giornata è plumbea, queste note di chitarra ben rendono il clima che respiriamo, mentre malinconicamente osserviamo fuori dalla finestra, in pace ed armonia con il creato. Il brano scorre, la batteria di Stefano sembra voler timidamente accelerare il tempo portando una sferzata di aggressività al tutto.. ed in effetti arriva, verso il primo minuto, una sorta di cambio di prospettiva. L’ambiente viene reso decisamente più “pesante”, il tintinnare del ride del batterista si fa frenetico, mentre le chitarre divengono meno delicate e decisamente più “sornione” nell’uso della melodia. Arriviamo all’esplosione definitiva verso il minuto 1:22, momento in cui torna il suono graffiante ed aggressivo delle elettriche Death Metal, le quali comunque non si lanciano certo in una discesa lungo il rettilineo ma anzi mantengono una cadenza posata e ragionata. Grandi protagonisti, Stefano e Matteo che con la loro poliedricità permettono ai loro compagni di potersi esprimere con la sicurezza di una ritmica in questo caso meno “virtuosa” e più tendente ad una solida essenzialità, non rinunciando comunque alla propria capacità di “dominare” la scena. Un sound che non delude e riesce magnificamente a compendiare aggressività e melodia, mordendo ed accarezzando in maniera perfettamente alternata, non esagerando mai né nell’uno né nell’altro verso. Entrambe le asce vogliono mantenere quella particolare “decadenza” di cui il suono è pregno, ed al minuto 4:26 difatti il suono ridiviene più melodico, come udito ad inizio di brano. Il tempo scandito da Stefano è preciso e marziale, il basso di Matteo torna a farsi sentire con maggiore “prepotenza” ed assistiamo così ad un lungo frangente melodico, seguito poi da un ritorno alla “violenza”. Giungiamo dunque al finale, in cui ri-udiamo la melodia in apertura e veniamo abbandonati così, persi e sognanti, totalmente abbandonati in questo microcosmo creato dalla musica dei Chaos Plague. Giungiamo or dunque alla settima traccia, Fall of Reason, la più “corta” del lotto, dalla durata complessiva di “appena” quattro minuti e ventitre secondi. L’apertura è di quelle evocative ed imponenti, una voce baritonale ed assai effettata pronuncia una frase in maniera declamatoria e perentoria, creando sin da subito un clima di solennità e gravità generale. Il brano può dunque partire, con le chitarre della coppia d’assi subito grandi protagoniste, pronte immediatamente a lasciarsi andare a qualche virtuosismo; una sequenza di note rapide ed in alcuni punti “tremolanti”, presto raggiunte dalla ritmica che decide come al solito di estremizzare i contenuti proposti. Stefano e Matteo non si fanno pregare ed arrivano ancora una volta a cesellare il lavoro compiuto da Davide e Luciano, i quali sembrano recuperare in questo brano qualche velleità doom – death, andando a conformare il loro stile a quello di band quali Asphyx od altre maggiormente “gothicheggianti”, come i My Dying Bride. La vecchia scuola si nota soprattutto nella sostanziale aggressività delle chitarre appunto, certo molto melodiche come sempre ma anche estreme e sferraglianti quando serve, dal suono cupo e distorto quando arriva il momento di inasprire il clima e di far risaltare la voce di Daniele, vero e proprio titano del growl. Anche il momento solista, appannaggio totale di Luciano, in questo caso suona maggiormente più ancorato al mondo Death che ad altri, andandosi a configurare come una splendida sfuriata che molto sa di vecchia scuola estrema. Il pezzo è forse quello dalla struttura maggiormente prevedibile e, se vogliamo, è anche il più “radiofonico” del lotto, in quanto riesce a creare un perfetto compromesso fra l’aggressività e la tecnica dei nostri, andandosi a configurare come molto orecchiabile ma al contempo non troppo da staccarsi eccessivamente dal resto del repertorio. Un pezzo gradevolissimo e dallo scheletro non troppo elaborato, che alterna velocità e momenti molto più “bui” e cadenzati, andando come sempre a ricercare nella creazione di un’atmosfera claustrofobica la sua maggior virtù. Un pezzo che funziona, non più bello d’altri, ma comunque ben incastonato in una tracklist pressoché perfetta. Si ritorna con delle tematiche assai pessimistiche, se prendiamo in esame il testo di “Fall of Reason”, il quale assurge a vera e propria cronistoria dell’umana miseria. Nella prima strofa ci viene narrato come un tempo l’uomo vivesse in pace ed armonia con tutto ciò che lo circondava: persino i rapporti fra Morte e Vita non erano un problema, in quanto entrambe venivano viste come unità di un medesimo progetto, e nessuna delle due scavalcava l’altra. Tutto era in perfetta sintonia, non v’erano motivi di conflitto e la pace regnava sovrana, lasciando tranquilli gli uomini che potevano in questo modo entrare in diretto contatto con la vera libertà. Come spesso accade, però, questa favola non ha affatto un lieto fine. Il “nemico” era alle porte, pronto ad intervenire per minare questa placida atarassia in cui l’essere umano imperversava felice. Non c’è nemico perggiore dell’uomo, per l’uomo stesso.. il “cancro” (così definito dai Nostri; espressione assai efficace) dell’egoismo e dell’avidità hanno corrotto gli animi delle persone, rendendole delle nevrotiche macchine tese unicamente alla volontà d’accumulare ricchezze e di opprimere il prossimo. La sete di potere ha deviato l’umanità, scaraventandola giù nel baratro oscuro, laddove non esistono pace e libertà. L’uomo ha volutamente scelto di portare in spalla la sua croce, credendo che la libertà dimorasse unicamente nel desiderio spasmodico di potere e successo. Ci siamo schiavizzati ed abbiamo chinato il capo dinnanzi alla “bestia”, maggiormente il progresso è avanzato e tanto più abbiamo stretto le redini e le catene. Questa impostazione così pessimistica delle lyrics, basate sul contrasto “Passato felice = presente triste” sembra ricordare alla lontana il mito del “buon selvaggio” del filosofo francese Jean Jacques Rousseau. Secondo le teorie di quest’ultimo, ogni cosa è destinata a degenerare nelle mani dell’uomo, e i momenti di maggiore felicità di quest’ultimo vanno ricercati nei periodi in qui egli meno sapeva, di tutto: religione, politica ecc., è importante per il nostro mantenere sempre viva un po’ di quella visione adamitica del nostro presente, in modo tale da non cadere nella trappola dell’ingordigia e della superbia. Più siamo “selvaggi” più siamo felici e di buon cuore, insomma.. ed a giudicare dalla fine che l’umanità ha fatto, leggendo il racconto dei Chaos Plague, verrebbe effettivamente da crederci. Si ritorna a “sorprendere” con l’avvento della track numero otto, Ubermensch Path; se dapprima abbiamo analizzato il brano più corto, ora ci troviamo alle prese con quello più lungo, dalla durata incredibile di nove minuti abbondanti. Si parte in maniera “anomala”, la batteria di Stefano batte timidamente un tempo assai cadenzato e “delicato”, preciso sino al midollo mentre basso e chitarra decidono di ricreare, con i loro suoni a tratti “futuristici” (splendido questo effetto, soprattutto la melodia arpeggiata cantata dalla sei corde), quasi un’ambientazione di tipo spaziale ed ultra tecnologica, con annesse voce “robotiche” effettate per l’occasione. Il clima rimane assai leggero, totalmente diverso da quello opprimente ed angosciante che abbiamo avuto modo di percepire lungo i solchi di questo disco. Anzi l’atmosfera è rilassata e totalmente esule da contesti troppo “dark”, mettendoci dinnanzi quasi uno stile maggiormente psichedelico e colorato, quasi ci trovassimo di fronte ad una sorta di sperimentazione in salsa Cynic, e chi ha apprezzato un capolavoro come “Focus” non potrà fare altro che confermare le similitudini fra la band del geniale Paul Masvidal e questi talentuosissimi ragazzi, che si ispirano ma NON COPIANO. Il tocco leggero di Stefano sui suoi piatti riesce a rendere ancora più giustizia a questo clima, possiamo udire ancora meglio che in altre tracce il basso di Matteo, il quale arriva a rubare letteralmente la scena, mentre la serpeggiante chitarra, resa più melodica che mai, riesce a fare perfettamente il suo dovere. Presto tutto volge ad un primo cambio di rotta, siamo al minuto 1:18, dopo aver cominciato a “sibilare” già qualche secondo prima, la voce di Daniele torna meravigliosamente aggressiva ed i nostri decidono di spostarsi nuovamente su lidi Death Metal, andando a riprendere le atmosfere funeree già udite nel brano precedente, rese brutali da alcune sfuriate del drum kit di Stefano e dalle chitarre che rinunciano a buona parte delle loro velleità melodiche per proporci un sound perfettamente in bilico fra crudeltà e melodia, con il basso sempre grandissimo protagonista. Si rimane su questi stilemi per un cospicuo lasso di tempo, sino a quando, al minuto 2:18, non si ritorna definitivamente alle atmosfere psichedeliche e spaziali udite ad inizio traccia. Vengono riprese tutte quelle peculiarità ascoltate nel primo minuto di pezzo, ma presto si ritorna all’estremo con un’improvvisa accelerazione ed un nuovo passaggio senza compromessi da clean vocals a growl. Il tutto coincide con lo sfociare nel primo momento solista del brano, eseguito magistralmente da un Luciano sugli scudi, aggressivo quanto serve ma mai “sporco” nella sua esecuzione. Lo stile maggiormente Death dei nostri viene così nuovamente abbracciato e si continua su questa strada, aggredendo e martellando senza troppa pietà. I tamburi di Stefano battono precisi e puntuali, le chitarre fanno il loro lavoro regalandoci come al solito degli splendidi dialoghi e presto ci imbattiamo nel secondo assolo, di durata più breve del primo e sicuramente più sconfinante nel mondo Thrash – Heavy; il tutto, sempre ad opera di un Luciano instancabile. Il clima sembra decisamente crescere d’intensità, si “pesta” più duro e la voglia d’alzare il volume è sinceramente molta, per poter gioire appieno di un momento di così alta scuola estrema. Meraviglioso il frangente che va dal minuto 5:00 al minuto 5:16, in cui il brano sembra quasi stagliarsi su continui “stop and go”, in cui ogni frangente è chiuso letteralmente a colpi d’ascia, e la voce di Daniele diviene ancora più crudele e malvagia. Tutto cambia qualche secondo dopo, un arpeggio assai pacato di chitarra si insinua lascivamente nelle nostre orecchie ed a Matteo viene spianata la strada per un bellissimo solo di basso; notiamo come il nostro bassista propenda anche lui per un approccio neoclassicista, quasi, andando a ricamare un momento sicuramente indimenticabile e di pregevolissima fattura, “arioso” ed assai melodico, di forgia Canoviana, oseremmo dire. Presto il talentuoso musicista viene raggiunto dal vocalist, e l’atmosfera che si respira in questo momento ricorda molto da vicino le sperimentazioni compiute dagli Ulver in album come “Shadows of the Sun”: voce calda e musica avvolgente, quasi rilassante e visionaria. Presto giunge anche il momento di udire in solitaria Davide, il quale non si fa pregare e ci offre uno splendido solo a metà anch’egli fra un approccio neoclassic rock ma molto più “blueseggiante” in alcuni passaggi. Calma definitivamente squarciata al minuto 7:04, momento in cui si riparte ad aggredire adottando nuovamente uno stile Death ed estremo, tuttavia il growl di Daniele è destinato a ri-lasciare presto lo spazio alle meravigliose clean vocals, nonostante il resto della strumentazione rimanga comunque in equilibrio su di un massiccio monolite di potenza. Arriva l’ultimo assolo, questa volta è nuovamente Luciano a ri-assumere connotati ben più melodici ed Heavy in questo fragente, e ci avviamo verso la conclusione, in cui domina letteralmente il basso di Matteo e Daniele decide di chiudere urlando a mo’ di belva scatenata. Un viaggio allucinante da compiere e ri-compiere.. a parer di chi scrive, il brano migliore dell’intero disco, senza troppi dubbi o incertezze. Il testo di “Ubermensch Path” è, assieme a quello di “Trascendental Liberation”, forse il più rappresentativo della poetica dei Chaos Plague. La citazione nel titolo, in questo caso, riconduce immediatamente al gergo nicciano, e troviamo in queste lyrics una spiegazione pressappoco perfetta della cosiddetta “via del Superuomo”, teorizzata da Nietzsche e definita come il punto focale di tutto il suo pensiero. Cos’è dunque un superuomo? E’ un uomo che, avendo preso effettiva coscienza delle sue reali capacità, riesce stoicamente ad innalzarsi al di sopra della massa ignorante. Chiunque sia schiavo della politica o “timorato di Dio” non potrà mai competere con il superuomo, il quale sempre sarà l’unico padrone della sua anima. Non vi sarà catena che potrà intrappolarlo, non vi sarà prete od intellettuale che potrà soggiogare la sua mente. Egli è il massimo concetto di libertà, è la perfezione, è la forza dell’animo che tende ad eruttare con prepotenza, deflagrando in una profonda esplosione in grado di distruggere “la morale”, qualsiasi essa sia. Una dottrina, se vogliamo, molto simile a quella profetizzata dal mantra già enunciato da Aleister Crowley nel redigere il “regolamento” della sua Abbazia di Thelema. In sostanza, la ricerca della libertà risiede nell’accettare la nostra vera natura, strappandoci letteralmente di dosso il lordume con il quale troppe sovrastrutture cercano di sporcarci. Vorremmo poter fare qualcosa, ma subito ci viene detto che è “immorale”, senza fornirci un qualsivoglia motivo. Vorremmo pensare qualcosa, ma ci viene vietato in nome del “quieto vivere”. Insomma, da che si nasce si è condannati a seguire delle regole, impostate chissà quanti anni prima della nostra nascita e chissà da chi. Sarebbe pura utopia, un mondo privo di regole.. tuttavia basta essere coscienti del proprio essere, ed Esistere in base al nostro volere, senza prevaricare nessuno e senza far del male al prossimo. I Chaos Plague ci parlano di nuovo del problema che un Superuomo deve affrontare, in quanto ricordiamolo, essere “speciale” non sempre è sinonimo d’essere accettato da tutti. I Nostri non sembrano preoccuparsi, e ridono a loro volta di chi ride di loro, dicendo di non voler diventare delle bestie immobili in un gregge, ma anzi di voler sfruttare la loro vera Volontà come trampolino di lancio, con il quale potranno raggiungere la tanto agognata Liberà. Questo slancio verso la meta finale viene paragonato al volo di un’aquila, che fiera ed elegante solca i cieli senza paura di nulla, anzi dominando quasi la volta celeste. Vedendo un’aquila volare si rimane ammaliati, e la sua visione genera subitamente in noi una grande voglia di libertà. Che cosa faremmo pur di stare lì anche noi.. padroni del cielo, liberi come uccelli ed orgogliosi quanto un Re. Non è mai troppo tardi per battere il sentiero del Superuomo, basta avere tanto coraggio e fregarsene delle conseguenze “negative”. In fondo, ciò che perderemo e chi si allontanerà da noi non è mai stato realmente vicino a noi.. “chi lascia la strada vecchia..”, si dice. In questo caso, però, sappiamo quel che troveremo. LA FELICITA’. Ancora frastornati ci accingiamo ad ascoltare la penultima track, I, Annihilation, la quale parte in quarta e subito ci aggredisce, grazie ai poderosi blast beat di Stefano ed all’instancabile riffing di Davide e Luciano. Il cantato di Daniele ritorna crudele e violento, ed anche Matteo decide di incupire il suo sound per fornire maggiore corposità e concretezza al risultato finale. Il pezzo si configura sin da subito come un assalto tecnico e ragionato, nel quale la band sembra voler tirare fuori tutta l’aggressività altrimenti non espressa in brani come il precedente per l’appunto. I nostri vogliono mostrarci d’essere delle vere e proprie macchine da guerra, e lo fanno andando a recuperare gli stilemi tipici di band come Death “seconda maniera” (da “Human” in poi), proponendoci il giusto mix fra potenza e tecnica. Sono una band Death Metal e questo è più che certo, e vogliono dimostrarcelo assumendo quella che è la loro forma primaria. Soffermandoci soprattutto sul momento che intercorre dal minuto 2:27 al minuto 3:20 possiamo capire alla perfezione quanto sino ad ora asserito, in quanto in questo frangente specifico scorgiamo tutti i tipi di esperienze “estreme” che hanno di sicuro solleticato il cervello dei Chaos Plague. Dapprima lo splendido assolo di forgia Thrash Death di Luciano, in seguito lo splendido lavoro generale che spazia dal Thrash appunto al Death più intransigente e tecnico (scuola Schuldiner dunque), senza mai “cadere” nuovamente nell’ampio uso di melodia udito in altri brani. La voce di Daniele poi si mantiene splendidamente su determinati standard senza mai “sforare”, andando a digrignare le zanne, sputando rabbia ad ogni parola. Passati i tre minuti e mezzo assistiamo ad un nuovo inasprirsi del clima, la potenza del Death viene questa volta espressa senza troppi compromessi ed i nostri riescono addirittura a spaventarci tanta è la loro carica e tanta è la furia che riescono a tirar fuori dai loro strumenti. Rimangono aggressivi anche quando decidono di dilatare enormemente il tempo, andando a rallentare in maniera importante ma presto tornando, grazie ai trascinanti blast beat di Stefano, ad un livello di potenza inaudito. Momento di pura furia distruttiva che difatti chiude un altro pezzo facilmente assimilabile anche a chi non è propriamente avvezzo alla tecnica ed allo sperimentalismo. Il testo di “I, Annihilation” è quanto di più crudo e pessimistico esista, forse è il più “violento”, a livello di immagini, mai composto dai nostri all’interno di questo album. L’annichilimento viene visto come un annullatore di anime e di esistenze: egli è quasi un’entità personificata, un mostro insaziabile atto a cibarsi ed alimentarsi grazie alle nostre paure ed incertezze. Tanto più siamo smarriti nel limbo del panico e del dubbio, tanto più la sua forza cresce. Il mostro assume la forma dei nostri peggiori incubi, è giunto per privarci di ogni certezza insidiando in noi il germe della paranoia e della paura. E’ un nemico privo di denti ma che morde senza sosta, cresce sotto la nostra pelle e come il veleno si insinua nelle nostre vene, scorrendo a velocità folle e contaminando il nostro sangue; vivere con questo mostro equivale ad essere rinchiusi in una bara, ogni nostra minima manifestazione di dolore provoca in lui un brivido di piacere, rendendolo soddisfatto del suo operato. Il finale è quanto di più esplicito ci possa essere: l’Annichilimento, divenuto ormai un’entità corporea, arriverà a dilaniare le nostre carni strappando via il nostro cuore (tanto, non ci servirà più a molto), decidendo di usare le nostre ossa come parte integrante del suo trono. Cercare di opporsi alla violenza di questa forza distruttrice è solamente il preludio di una sconfitta ancora più amara, non ci resta altro da fare che accettare impotenti la sua fame e la sua volontà di distruggerci. Ancora una volta, il termine “chaos” viene usato in maniera negativa, non indicando più il sovvertire l’ordine “morale” ma realmente una situazione indecifrabile causata da dolori lancinanti, sia fisici sia psicologici. Arriviamo dunque alla fine di questo viaggio con il sopraggiungere dell’ultimo brano, Sinner’s Regrets, che come il suo predecessore non lascia scampo a sperimentazioni o troppi tecnicismi e decide di partire già al massimo della velocità, senza paura di bruciare il motore. In effetti, la partenza è devastante: blast beat di Stefano, voce forsennata di Daniele e coppia d’asce Davide / Luciano che non ha minimamente intenzione di lasciare prigionieri, andando a sfoderare un riffing violento e fustigante, anche più devastante di uno tsunami al suo apice. I tamburi dell’ottimo drummer riescono quasi a simulare degli schiocchi di frusta, i nostri chitarristi non indugiano troppo nella melodia ed il basso di Matteo rende il sound corposo e pesante quanto basta, solo Daniele decide di farci una sorpresa ri-sfoderando delle perfette clean vocals che, su di una base estrema, riescono addirittura a rendere il doppio proprio per l’inusualità dell’accostamento. Quando sembra che il pezzo possa effettivamente indugiare nella melodia, notiamo con sorpresa che invece sono le connotate estreme ad essere salvaguardate, e tutti i Chaos Plague (Daniele compreso, che ritorna nelle sue vesti di Mr. Hyde) decidono, fino all’improvvisa sorpresa, di continuare con il loro assalto Death Metal. Parlavamo, però, di una sorpresa.. ed ecco che, al minuto 2:42 udiamo unicamente il basso di Matteo sorretto da uno Stefano più che mai sornione nella sua andatura. Il ritmo è accattivante ed è solamente la ritmica ad andare avanti, almeno fin quando non subentrano le chitarre che questa volta si bagnano nello Stige della melodia e decidono di ricamare un nuovo momento sui generis, presto “battezzato” dall’arrivo in clean di Daniele, grande interprete, che con la sua voce dimostra di saper fare praticamente quel che vuole. Il vocalist riesce ad impreziosire il lavoro strumentale grazie all’adozione di linee vocali atte a cesellare il sottofondo musicale, linee vocali assolutamente non monotone e degne di un cantante dalla grande tecnica ed esperienza. Ci avviamo alla conclusione, le chitarre continuano a ricamare una serpeggiante melodia ed è il basso di Matteo a chiudere definitivamente un brano dalla doppia faccia ed essenza, degno rappresentante di una band dai mille e più volti. L’ultimo testo che ci apprestiamo ad analizzare, nella sua brevità, sembra quasi composto a mo’ di epitaffio: i “rimpianti del peccatore”, già traducendo il titolo potevamo dunque intuire che si trattasse di un commiato mesto e funereo. Creature disperate che cercano una via di fuga, menti unicamente dominate da una gran confusione, “appannate” da quelli che sono molto probabilmente brutti ricordi.. la nostra pelle così bianca e rovinata, che mai più ricrescerà forte e dai colori vivaci come un tempo. Questa descrizione della condizione umana riprende ampiamente le concezioni di “pessimismo cosmico” già affrontate in altri brani, e ci mette dinnanzi una situazione assai drammatica ma comunque “calma” nel suo svolgersi. Nel brano precedente era un’incalzante angoscia a dominare, in questo caso invece è tutto così immobile e triste che, nei nostri cuori, altro non nasce al di fuori di una sensazione di malinconia. I Chaos Plague ci fanno notare come, comunque, questo nostro status di disperazione non venga mai mostrato, in quanto tutti indossiamo, a modo nostro, una maschera: dietro di essa, nascondiamo un volto pallido e provato dalle ingiustizie della vita, e collassiamo sotto i colpi di una depressione imperante. Chi ci vede da fuori potrà vedere un sorriso felice, chi invece sa guardare più in profondità capirà quanto invece la sofferenza sia praticamente di casa, nella vita di ognuno. Cerchiamo di opporci ma tutto quel che possiamo fare è gridare, gridare forte contro questa dannata vita che non fa altro che “regalarci” dolore su dolore, come se non ne avessimo mai abbastanza, come se fossimo una masnada di masochisti ansiosi di ricevere un nuovo castigo per provare ancora più piacere. Il finale è assai più triste: “e tutto rimane così, senza conoscere nessuna risposta”. Dunque abbiamo dovuto soccombere, alla fin fine? Sembrerebbe proprio di si. Nonostante qualche slancio eroico presente in diversi testi, sembra proprio che la nostra guerra contro la Vita sia oramai destinata a questo tristissimo epilogo.





Giunti alla fine di un viaggio così emozionante, sarebbero tantissime le cose da dire. Anzitutto, partiamo dalle qualità più oggettive e, come si suol dire, “sotto gli occhi di tutti”. Ci troviamo dinnanzi ad un gruppo formato da grandi musicisti, bravissimi interpreti e personalità assai preparate, ciascuno padrone dello strumento che suona. Dalle chitarre alla voce, passando per il basso e per la batteria, ci rendiamo perfettamente conto di come le unità che compongono i Chaos Plague siano effettivamente molto forti, ciascuna dedita ad occupare lo spazio ad essa destinato, per poter mostrare al pubblico le proprie abilità. Questa volontà di mostrarsi e mostrare non è però un limite e non sfocia certo in un miserabile atto di “pavoneggiamento”, in quanto esiste un filo conduttore che unisce indissolubilmente i nostri e gli permette di esprimersi al meglio: la comunanza di intenti e la passione per ciò che si suona. Senza questi due elementi, un gruppo (per quanto tecnico e preparato) è destinato a naufragare nella deriva del “già sentito”, e proprio grazie alla loro volontà di creare qualcosa ASSIEME, i Chaos Plague riescono nell’intento di mostrare a tutti quanto la tecnica possa essere benissimo propedeutica alla passione e non solo un freddo esercizio; contemporaneamente, donano alle stampe un disco assolutamente spiazzante, fuorviante, che senza dubbio deve molto a band come Death e Cynic ma contemporaneamente si erge a grande novità in una scena forse troppo oppressa dalle regole “non scritte”, quelle che ci vogliono obbligati a suonare Death  o Thrash sempre nel solito modo, copiando i grandi del passato, pena l’essere tacciati di “falistà” ed essere etichettati come “impostori”. I Chaos Plague non solo se ne fregano altamente delle “regole”, ma anzi sembrano sfidare (proprio come Nietzsche vorrebbe!) la morale comune, ergendosi a superuomini a loro volta e promuovendo alle masse un sound atipico e spiazzante, in grado di farci viaggiare letteralmente. Perché se oggettivamente tutti (e sfido chiunque a sostenere il contrario) possiamo prendere atto della loro preparazione musicale, saranno invece in pochi quelli che sapranno farsi catturare da un sound a tratti trascendentale, che decide di salutare l’immanenza terrena per catapultarsi letteralmente oltre le stelle. Quanti coraggiosi riusciranno a seguire i Nostri in quel meraviglioso iperuranio, ove le normali e scontatissime regole della ”realtà” sono sovvertite e piegate ad un modo tutto nuovo di vedere le cose? Dicono che sia un istinto naturale sbattere le ali per volare, e alla nostra vita manca solo il coraggio di alzarsi in volo, diceva un noto complesso della nostra penisola.. e seguire passo dopo passo la musica dei Chaos Plague aiuta letteralmente a spiegare le ali, a maturare in noi la volontà di spiccare il volo per allontanarci dall’ordinario e del preconfezionato. Certo la sicurezza dello “scontato” è molta.. ma perché vivere nella bambagia, se lì fuori c’è un mondo sconfinato che attende solo di essere esplorato? Diveniamo dei superuomini a nostra volta e lasciamoci sopraffare dalla potenza e dalla magia di questo “Existence Through Annihilation”.. potremmo rimanere piacevolmente sorpresi.


1) A Fair Vendetta 
2) Coil
3) Collision of Entities
4) Trascendental Liberation
5) Chirality
6) Inner Visions of External Disillusions
7) Fall of Reason
8) Ubermensch Path
9) I, Annihilation
10) Sinner's Regret