ARMORED SAINT

Delirious Nomad

1985 - Chrysalis

A CURA DI
ANDREA CERASI
06/01/2016
TEMPO DI LETTURA:
8,5

Introduzione Recensione

Al ritorno da un estenuante tour nei vari stati americani, intrapreso insieme a W.A.S.P. e Metallica, gli Armored Saint sono pronti a rientrare in studio di registrazione per dare seguito al loro ottimo ma sfortunato "March Of The Saint". Siamo agli inizi dell'estate del 1985 ed è un difficile periodo per la band, i ragazzi (appena ventenni) sono sconfortati e delusi dalle misere vendite del primo album, hanno sperperato tutto il loro budget e hanno accumulato debiti nei confronti dell'etichetta discografica, la Chrysalis, che li tiene imprigionati fino al 1988 dando loro pochissime garanzie, tanto da far saltare la seconda parte del tour programmato con i Metallica nel continente europeo, dove il loro nome è quasi totalmente sconosciuto a causa della difficile distribuzione del primo album. A questo punto, il manager Michael James Jackson (che negli anni 80 aveva lavorato anche con i Kiss), che sta attraversando una situazione familiare molto delicata, viene licenziato perché considerato distratto, inaffidabile, per la scarsa presenza in studio e per lo sperpero di soldi, e sostituito dall'inglese Max Norman, maggiore conoscitore della scena metal con il quale gli Armored Saint lavorano in perfetta simbiosi sulla resa sonora, riscattandosi dal disastro avvenuto col primo disco, visto che in casa Chrysalis (importantissima etichetta pop/rock) nessuno ha confidenza con l'heavy metal. Norman non è il primo arrivato, negli anni precedenti ha collaborato con i Savatage per "Power Of The Night", con i Loudness per "Thunder In The East" e con Ozzy Osbourne per "Blizzard Of Ozz" e "Diary Of A Madman" (e in seguito lavorerà con i Megadeth), perciò è l'uomo giusto e la band è felice di collaborare con un produttore esperto e talmente preparato da prendere la situazione in pugno, non solo presenziando alle fasi di pre-produzione ma risollevando il morale dei cinque ragazzi e persino licenziando il chitarrista Phil Sandoval per problemi legati all'abuso di alcool che in quel periodo inficiano sulla professionalità della band, rallentando i lavori e creando litigi tra i membri. Con l'allontanamento di Sandoval (che comunque ritornerà nel 1991 per sostituire il compianto Dave Prichard) e chiariti alcuni aspetti professionali, ritorna finalmente la quiete e tutto è pronto per iniziare le registrazioni del nuovo album. In realtà, non tutto il materiale è nuovo di zecca, infatti, vengono rispolverate alcune tracce risalenti agli esordi e scartate dal lavoro precedente, tanto che alcune portano la firma di Phil Sandoval stesso. Gli Armored Saint riscuotono i soldi delle vendite di "March Of The Saint" (che ha venduto 150.000 copie nel mondo, non pochissime, anche se l'etichetta se ne aspettava almeno il triplo) e li mettono a disposizione per modellare la nuova creatura. Sono mesi di duro lavoro ma anche di numerose soddisfazioni, durante i quali la band preferisce provare di notte, solitamente dopo la mezzanotte, perché il vocalist John Bush sente di avere una voce più potente rispetto al resto del giorno, e nell'aria c'è una vibrazione positiva sia nei rapporti con il manager che con la Chrysalis, che lascia loro carta bianca e un tempo generoso per la composizione dei pezzi. "Delirious Nomad" esce nel novembre del 1985, il bassista e leader Joey Vera spiega che il titolo è ispirato alla situazione mondiale, la guerra fredda è appena terminata ma c'è ancora la paura di una guerra nucleare, perciò il nuovo album assorbe le fobie e le frustrazioni che avvolgono il mondo intero in quel particolare periodo storico e la musica si fa nervosa, cervellotica, intellettuale e molto più tecnica rispetto al debutto discografico. Il secondo capitolo griffato Armored Saint è un capolavoro avanti quasi un decennio, un viaggio sonoro nelle paure dell'uomo che presenta suoni freschi e inediti per il metal americano, nonché capace di evidenziare la classe cristallina di questi giovanissimi musicisti. Purtroppo il disco viene accolto tiepidamente dal pubblico, tanto che vende meno di 80.000 copie (la metà del primo) anche per colpa di MTV che, in contemporanea con la sua uscita, comincia a snobbare la musica dura, tra i cui i due singoli preparati per il lancio dell'album, in favore di una vena sempre più commerciale che influenza le fasce di ascoltatori più giovani, decretando l'ennesima delusione per questa mitica ma sfortunata band.

Long Before I Die

"Long Before I Die (Prima Che Io Muoia)" è una traccia brevissima, nemmeno tre minuti, che fa della potenza e dell'impatto sonoro i suoi punti di forza. Subito la chitarra di Dave Prichard ruggisce e si inerpica in un riffing serrato, tagliente come una lama di rasoio, ma dal sentore ipnotico, quasi nervoso, a tema con l'album. Questa impulsiva ossessività è chiaramente riscontrabile nella sezione ritmica, molto solida, più improntata sull'hard rock che sull'heavy metal. Il basso di Joey Vera e la batteria di Gonzo Sandoval seguono a ruota la chitarra elettrica, creando un muro di suono dalla struttura compatta e irrequieta. John Bush esordisce dopo pochi minuti con un urlo rauco e quasi vomitato e inizia a intonare la prima lunga strofa, l'unica che compone il brano, per poi approdare velocemente a un ritornello poco melodico ma brutale al punto giusto, che si staglia in testa e non va più via. Siamo all'inizio del secondo minuto e già arriva lo splendido assolo di Prichard, il quale dà il meglio di sé in questo disco, sicuramente un gioiello dal punto di vista chitarristico. L'assolo prosegue con energia e freschezza, crescendo di intensità nel momento in cui il muscoloso basso di Vera accompagna il ritmo fino a prendersi quasi tutta la scena. Le scintille della chitarra e del basso lasciano una coda brillante, una apertura melodica che lascia spazio a un bridge da brividi nel quale Bush evidenzia tutta la sua potenza vocale riprendendo, infine, il chorus accompagnato dalle rasoiate di Prichard. Meno di tre minuti di heavy metal adrenalinico, nevrotico, ma non sparato a mille anzi, un pezzo dove i tempi medi la fanno da padrone. Un opening-track azzeccatissima, che ha il privilegio di mettere in chiaro ciò che andremo ad ascoltare all'interno di "Delirious Nomad", ossia mid-tempos più che altro, infarciti da riffs magnetici e istintivi, quasi animaleschi, che rispecchiano le tematiche affrontate e le paure recondite di un'intera generazione. In realtà, la prima traccia presenta il testo meno convincente del lotto, diciamo pure quello più canonico e sintetico. Si parla di verità e menzogna all'interno di una coppia di giovani amanti. Si tratta di incomunicabilità tra i due, ognuno dei quali non disposto a condividere la propria essenza con l'altro, perciò non si vengono incontro e il loro rapporto è come un salto nell'acqua, dove questo elemento è metafora di bugia e di verità nascoste, persino di egoismo. Ma le bugie, si sa, hanno le gambe corte,  e prima o poi vengono a galla, emergendo dalle stesse acque che bagnano i loro corpi. Bisogna scoprir le carte in tavola e rivelarsi per quello che si è realmente. Prima di morire bisogna dare un senso compiuto a questa effimera vita, a questa esistenza ostacolata dall'ipocrisia, dall'egoismo e dalla falsità. Ma l'acqua non è solo allegoria del rapporto amoroso, è anche rappresentazione di una meschina società che sembra voglia affogare la realizzazione personale dei ragazzi, la loro anima, e spezzare così i loro sogni.

Nervous Man

La title-track è "Nervous Man (Uomo Nervoso)", introdotta dalla solita isterica chitarra di Prichard, mai così ispirato e sperimentatore. Il riffs vengono stoppati dando una sensazione di straniamento e proiettando l'ascoltatore nel vortice confusionario che compone la canzone, ancora una volta un mid-tempo minaccioso e violento. Le strofe irrompono quasi subito, proprio nell'istante in cui parte interamente la sezione ritmica e la batteria comincia a scalciare come fosse posseduta da un demone. Ancora una volta troviamo una lunghissima strofa, pesante e claustrofobica, cantata con voce arcigna da un barbarico Bush. Arriva prontamente il pre-chorus, cattivissimo, e si giunge al brillante refrain, come al solito breve, d'impatto e totalmente privo di dolcezza. All'orecchio, infatti, suona crudele, velenoso, che si diffonde come un virus letale. Il tempo cambia, il ritmo rallenta di poco, gli strumenti si spengono all'unisono e ritorna il vortice metallico dell'inizio. Una seconda tormenta sonora, dei riffs appena accennati che stordiscono e si riparte con l'assolo. Seconda strofa e secondo refrain che si smorzano subito sotto i colpi dell'ascia, il ritmo cambia ancora una volta, il brano è camaleontico, di sublime intensità, e Prichard si lancia in un secondo assolo, meno veloce del precedente e più ipnotico, mentre basso e batteria si sfidano a duello creando una sorta di marcia cimiteriale in sottofondo. La velocità riprende nell'ultimo minuto, dove la sezione ritmica crea il panico e Bush inizia a gridare tutta la sua frustrazione, facendo un'interpretazione magistrale. Un vero istrione dietro al microfono ma, in questo caso, tutti i musicisti sono ispirati, e immediatamente si ha il sentore che questo non sia un disco semplice da assorbire, sicuramente più maturo del debutto e anche avanti per l'epoca in cui è uscito. "Nervous Man" è il brano simbolo dell'album, nel testo sono impresse tutte le fobie che attanagliano la mente di questi giovani artisti. Menti invase da troppe preoccupazioni, nelle quali i pensieri assumono le forme più disparate, come nuvole di passaggio che mutano forma secondo dopo secondo, modificandosi fino a sparire dall'orizzonte e perdersi chissà dove. La menti vagano per lenire il dolore, cercano di evadere e di rilassarsi, i problemi vengono scacciati, ma un segno è chiaramente visibile, una sorta di piano progettato in testa. È il pensiero di questi uomini nervosi, lacerati dalla frustrazione per l'impossibilità di realizzarsi secondo il proprio modo di essere. Dei nomadi deliranti, appunto, senza dimora né certezze. La fine non si scorge, la paranoia è padrona del loro corpo, e li guida inermi verso una meta ignota. Sono ragazzi giovani, senza certezze né speranze, sono ragazzi solitari, senza una guida che li possa indirizzare sulla retta via. La società ha seminato semi cattivi, dai quali sono nate piante cattive, marce e senza identità, molte delle quali sono state strappate o calpestate. Il futuro è lontano, probabilmente sarà un mondo delirante, inquieto, malato. 

Over The Edge

"Over The Edge (Oltre Il Confine)" è un pezzo scritto due anni prima, tanto che, alla seconda chitarra, troviamo Phil Sandoval. L'attacco con le due chitarre è grandioso, imponente, elevato all'ennesima potenza anche grazie a un giro di batteria di Gonzo, a seguito del quale il riffing portante si alternerà con degli arpeggi cupi. L'atmosfera è epica, molto solenne, oscura, incrementata da un Bush trascinante, qui davvero protagonista incontrastato. Praticamente le strofe sono costruite sul basso e sugli arpeggi di chitarra, mentre il ritmo incrementa in prossimità del ritornello, uno dei migliori della band, condito da rullate di batteria e fraseggi mistici. A metà pezzo il tempo cambia, rallenta di nuovo, sembra di trovarsi su una montagna russa, di cadere a picco per poi risalire, rallentare e accelerare di continuo. Sezione centrale dominata dal basso di Vera, dunque ci si inoltra in un apertura intimista che sembra richiamare i primi U2, quelli di "Boy" e di "October" per intenderci, ovvero quando suonavano uno splendido post-punk, sovrastata dalla calda voce di John Bush. Prichard esegue un assolo stupefacente e abbastanza lungo, terminato il quale ha inizio la terza parte della traccia. Ritorna il ritmo intimista e quasi sospeso, con i gorgheggi di Bush poggiati sull'arpeggio di chitarra, mentre la batteria di Gonzo è piuttosto quieta, prima di sfogarsi, verso la fine, riprendendo il giro iniziale e smuovendo tutta la sezione ritmica e accompagnando le grida incontrollate del vocalist. "Over The Edge" è un brano fantastico, dal corpo sinuoso, sensuale, dal sapore hard rock ma dotato di un'indole animalesca e primitiva. Il testo è opprimente, come la musica, e molto amaro, parla infatti di un uomo ingiustamente incarcerato per omicidio. La vittima si dichiara innocente, dice di essere stato incastrato da dei farabutti e quindi la giustizia ha commesso un grave errore condannandolo per un crimine che non ha commesso. La cella è buia e stretta, le sbarre d'acciaio lo soffocano, ma ora è troppo tardi per sperare, poiché è destinato a restare in carcere a lungo. Il confine della razionalità è stato abbondantemente superato, l'uomo ha fatto da esca per dei balordi che sono riusciti a scappare e l'ingiustizia si è accanita su di lui. Sorte nefasta, destino ingrato. Qualcuno lo ha sfruttato e poi lo ha lasciato solo, ma oramai la speranza di libertà è una vana attesa, il suo tempo scorre lentamente come un fiume. Sta marcendo dentro una gabbia per un crimine non commesso, la mente prova ad evadere oltre le sbarre ma è stanca, il confine con la verità è stato superato, la menzogna lo tiene prigioniero tra le sue spire, un innocente incastrato. Non c'è modo per lenire il dolore, ma lì dentro deve rimanere, chiuso in quella dannata cella. Senza speranza alcuna.

The Laugh

"The Laugh (Il Sorriso)" ha un introduzione oscura, quasi alla Black Sabbath, dominata dalla chitarra elettrica e dalla potente batteria di Gonzo Sandoval, vero punto di riferimento della band. Appena dieci secondi e subito parte la prima strofa che culmina con un ritornello nascosto, nel senso che è un tutt'uno con i versi, anche perché Bush non cambia tono anzi, la sua voce è tesa e infuriata per tutta la composizione. Seconda strofa che porta dritti al bellissimo bridge, dalle ritmiche più serene, per poi esplodere in un solo eccentrico, dal piglio melodico e che sfida il basso di Joey Vera fino a protrarsi con diversi fraseggi cerebrali e talmente affilati e letali che riprendono un po' quelli della prima traccia, costruendo così un classico pezzo hard 'n' heavy, dotato di freschezza e di emozioni nevrotiche che catapultano il pubblico in una spirale senza fondo. La lunga coda finale è una delizia per le orecchie, il tempo accelera fino quasi a disporsi ordinatamente su base rock 'n' roll, atipica per gli Armored Saint, sulla quale il singer conclude, sfumando nel silenzio, una delle hit dell'album. Insomma, struttura semplicissima e molto compatta e dotata di un animo puro grazie al talento dei quattro giovanissimi musicisti. Le liriche di "The Laugh" sono criptiche, nichiliste, apparentemente nonsense ma che in realtà nascondo un significato importante. Si parla di una comunità ben precisa e di un ragazzo che vuole essere accettato al suo interno. Un reietto stanco della vita, il cui unico desiderio è quello di farsi una bella dormita, magari dopo aver assunto una dose di droga per calmare il nervosismo. La droga è il biglietto per farsi un bel viaggio ed evadere dalla miseria dell'esistenza. Lo spacciatore viene condannato per il suo sporco e meschino lavoro, mentre il fine viene giustificato, perché è l'unico modo attraverso il quale un poveraccio può partire alla volta di altri mondi. La mente è in preda alla confusione (e qui si potrebbe riassumere l'obiettivo dell'album), dovuta alle paure e alle psicosi che dominano l'essere umano e il periodo in cui vive. Nulla funziona, tutti sono pronti a deriderti e a schiacciarti, e allora c'è solo un modo per fregarsene e per isolarsi: partire con la testa verso un'onirica narcolessia, in direzione di un sogno in frantumi ma che aggrada non poco rispetto al grigiore spento e sbiadito della realtà. Giungiamo all'ultimo brano del lato 

Conqueror

A con la traccia più veloce del lavoro, quella che più si avvicina alla filosofia di "March Of The Saint", con la classica galoppata U.S. power che prende il nome di "Conqueror (Conquistatore)". Apertura velenosa a velocità sparata con la sezione ritmica indemoniata e la mefistofelica voce di Bush, le strofe sono lunghe e articolate ma dotate di una certa forma snella, proprio per dare al testo un andamento feroce, con frasi brevissime e ripetute, e poi si giunge al refrain piuttosto articolato, dalla natura selvaggia ma senza dimenticare l'intellettualità del concept, quindi ci troviamo di fronte a una melodia grintosa e quasi preda di isterismo, dove il chrous è bello e di sicuro impatto, che prepara bene il suo tragitto per arrivare dritto al cuore dell'ascoltatore. Questo pezzo è una bomba assoluta, dinamite dal taglio epico ma che risente, in parte, dell'influenza della N.W.O.B.H.M., specie nei fraseggi e nel riffing portante ma con l'agilità tipica del metallo americano. E' una corsa contro il tempo, il ritmo è sostenuto e non si lascia spazio a pause nemmeno per riprendere fiato, la seconda parte vola via in un baleno e, dunque, si arriva alla fase centrale dominata dall'assolo egregio di un fuoriclasse come Prichard, che si diverte a illuminare la scena con la sua ascia preparando il compagno Bush per decantare il forastico bridge, impossibile da tenere a bada tanta è la foga. La terza e ultima sezione vede la ripresa della prima strofa, con tanto di uguali parole. Sembra un po' di rivivere le atmosfere del debutto, ci troviamo in un mondo funestato dal peccato e dai vizi, un mondo che sembra destinato a perire. Ma ecco che giunge il conquistatore, l'eroe pronto a sacrificarsi per la pace del proprio regno. Si vive un sentimento pacifico, di serenità ritrovata dopo un periodo di decadenza. L'uomo insegna ai cittadini come ritrovare la positività, come trasformare i propri difetti in pregi, tanto da renderli il loro punto di forza. La falsità è bandita e la verità illumina il cammino e i cuori, e la guerra non è altro che un pallido ricordo che presto si dissolverà scomparendo per sempre. Ci vogliono anni per rimediare agli errori commessi, ci vuole tempo per cambiare il modo di pensare delle masse, ma pian piano la pace trionferà sotto il controllo del conquistatore. Egli sarà un guida per le generazioni future. Il testo è un elogio alla fratellanza e un inno alla speranza, per ritrovare un mondo migliore, apparentemente utopico, ma possibile. E' ovviamente un brano destinato a scuotere le coscienze, di natura politica, di critica sociale, ma dite che qualcuno, negli anni, ha ascoltato queste belle parole?

For The Sake Of Heaviness

 "For The Sake Of Heaviness (A Causa Della Pesantezza)apre il lato B di "Delirious Nomad" ed è l'ennesima traccia di protesta, espressione di un sentimento atavico di ribellione che si scaglia contro la religione e la politica. Il testo è intriso di dubbi e di una depressione cronica, di pesantezza mentale propria di chi combatte tutti i giorni per far valere i propri diritti e le proprie opinioni. Affidare le proprie preghiere a un Dio inesistente è cosa vana, poiché bisogna credere solo in se stessi e fare ogni sorta di esperienza per la ricchezza spirituale, quella ricchezza che fa crescere l'uomo, lo fa maturare quotidianamente, a differenza della religione o della politica errata che creano una sorta di stasi nell'evoluzione di un popolo, destinandolo ad arretrare intellettualmente. Purtroppo l'unica condizione per sopravvivere in questa società è allontanarsi da essa, vivere nel proprio mondo, isolarsi creando una bolla asettica, ma questa società ingiusta è pericolosa perché crea disturbi mentali, frustrazioni che potrebbero portare a uno stato depressivo. Il segreto è trasformare la pesantezza in un sentimento positivo per i fini della sopravvivenza. L'attacco è durissimo e dal clima crepuscolare, riesce a riprodurre la pesantezza descritta nelle liriche, quel sentore di stordimento e di depressione causati dal male sociale. La chitarra di Prichard ruggisce facendo balzi felini, quasi per aggredire l'ascoltatore, ed ecco che il basso di Vera la segue a ruota creando note convulse mentre Gonzo, dietro le pelli, ha modi di sfogarsi. Il brano prende quota, si innalza per diversi secondi, ma quando giunge la prima strofa il tutto si smorza, il tempo rallenta, Prichard esegue degli arpeggi mistici e Bush declama la quartina con leggerezza. La sezione ritmica cresce di intensità tra una quartina e l'altra, gli strumenti si impennano alternando momenti armoniosi con altri più tesi. Nella seconda strofa Bush alza la voce e torna su tonalità più aggressive e, mentre la chitarra opta per un fraseggio oscurissimo, un pre-chorus viene incastonato nel corpo del brano, per poi arrivare al dirompente ritornello urlato a squarciagola. Dopo il terzo verso il chitarrista si lancia in un assolo pungente, intensissimo ma molto breve e dall'animo oscuro, ma è solo l'antipasto, perché mentre Bush continua a protrarre le parole del refrain, giocando con la voce tra acuti, falsetti e ruggiti, Prichard continua la sua esibizione prendendosi la scena, mettendo a segno una serie di lisergici assoli dotati di una crudeltà innata. E' proprio lui il motore della band, nonostante la giovane età è un vero maestro della sei-corde, capace di inventare grandi riffs e di condirli con mille idee che molti altri musicisti potrebbero solo sognare, ma gli Armored Saint sono una vera band, nel vero senso della parola, sono un gruppo unito, dove tutti partecipano attivamente alla composizione dei brani e alla stesura dei testi, ognuno pronto a dare il proprio apporto e a condividere la propria filosofia musicale. Basta ascoltare l'impegno di Joey Vera, bassista favoloso e dotato tecnicamente, spesso creatore delle migliori sezioni strumentali, oppure Gonzo Sandoval, sempre preciso e potente, senza tralasciare la sublime voce di John Bush, non troppo tecnica ma dal timbro unico, per capire che questi ragazzi avevano tutte le carte in regola per sfondare e che la loro musica era avanti rispetto a quasi tutti gli altri colleghi. Questo album, in particolare, presenta dei suoni freschissimi, innovatori, in grado di anticipare di qualche anno certe tematiche o certe cervellotiche modalità musicali (che, ad esempio, saranno riprese da generi come il technical thrash o l'heavy metal oscuro e dalla forte critica sociale di fine anni 80).

Aftermath

 "Aftermath (Conseguenza)" prosegue il discorso del precedente pezzo, il suo incedere è cadenzato e cupo, l'attacco è devastante come nei brani doom, ma è solo l'intro, perché l'andamento subisce una variazione e la canzone si trasforma in heavy classico, sostenuto da fraseggi solenni e da vigorosi giri di basso. Eppure è tutto un'illusione, infatti giungiamo al terzo minuto, dopo questa doppia lunga introduzione, e il brano cambia nuovamente pelle, diventando una ballata. L'arpeggio di chitarra acustica è meraviglioso, Bush è incantevole e delicato nelle prime due strofe, poi parte l'assolo acustico, soffice come piuma, struggente, infine troviamo la terza strofa. Siamo quasi al termine di questa strana canzone, ma l'ultimo minuto e mezzo è funestato da tempeste elettriche, ritorna il metallo sparato a mille, la velocità esplode dettata dalla batteria di Gonzo e dai soli incrociati di Prichard e di Phil Sandoval (c'è anche lui visto che il pezzo in questione è di vecchia data) in un epico duello. C'è poco da aggiungere, "Aftermath" è una power ballad capolavoro, una piccola opera camaleontica costituita da quattro sezioni ben distinte e ricche di sentimenti difficili da ignorare. Anche gli ascoltatori più distratti saranno ipnotizzati da tale magnificenza. Scritta l'anno precedente per l'album di debutto ma non terminata in tempo e quindi scartata, il tema trattato è quello della morte, o meglio, il passaggio tra la vita e la morte, in quella sorta di limbo in cui fluttuano le anime dei caduti. È un processo di trapasso voluto al fine di fuggire da questo mondo gelido, paralizzato dalla corruzione e condito da sciocco egoismo. La vera vita ha inizio ora, il protagonista riesce a intravedere le ombre dell'inferno che volano libere e spensierate, oramai è troppo tardi per portare indietro le lancette dell'orologio ma, tutto sommato, il limbo è un luogo di pace e di benessere. Il limbo è casa. Il giovane invita anche la sua ragazza a unirsi, poiché l'eternità li aspetta. Il loro è un addio a questo disilluso mondo senza speranza. Una ballata amara. 

In The Hole

Segue "In The Hole (Nel Buco)", altra perla dura e priva di positività, questa volta il tema affrontato è la guerra, la distruzione della razza umana. Un uomo è sopravvissuto agli attacchi aerei nascondendosi in quel che resta di casa sua, rasa al suolo da una bomba. Egli si trova in un buco, tira fuori la testa per osservare la situazione fuori e intorno a sé vede solo desolazione, il vento alimenta gli incendi, tutto brucia e le bombe sollevano polveroni di macerie. È come se la sua mente fluttuasse nell'aria, in quel limbo citato precedentemente, e fuggisse dalla tragedia, ma il suo corpo è bloccato, costretto nel buco, incastrato sotto le travi e i mattoni. Casa sua, quel luogo beato e pacifico, non esiste più, distrutto dal signore della guerra, corrotto e viziato. Bisogna fuggire da questo mondo, liberarsi dalle catene che costringono l'uomo alla schiavitù e cambiare le regole. Dannata guerra, il vizio più pericoloso del genere umano. Un cancro da estirpare, portatore di dolore e di sofferenza. La critica si sposa bene con la musica. È una musica velenosa, crudele, fatta di sangue e di acciaio, l'heavy metal esce dagli altoparlanti e invade l'ambiente circostante, la metrica è veloce, il guerriero Bush divora le strofe e si precipita a decantare il lungo e orgoglioso ritornello, sparando a raffica grida e acuti, acidi e pericolosi, come se venissero fuori dall'esplosione di una bomba. La struttura del pezzo è ossequiosamente quadrata, compatta per natura, concentrata soprattutto sull'impatto più che sul movimento, le linee sono grezze, pesanti immobili macigni costituiti da una sezione ritmica screziata di ruggine, pronta a sparare veleni travolgendo l'ascoltatore con la sua potenza. Questa è la traccia più classica dei nostri, e anche quella meno articolata. La fase centrale è più emozionale, incentrata sul basso etereo di Vera che si diverte a eseguire dei giri claustrofobici, cui segue la batteria di Gonzo in stile parata militare e dove Bush intona l'ultima parte, una specie di strofa-outro dalla diversa melodia rispetto alle altre.

You're Never Alone

L'isteria cronica che avvolge tale opera si acutizza nella penultima traccia, una delle più ricordate di questo album, "You're Never Alone (Non Sei mai Solo)". La batteria dà inizio alle danze, cadenzata ma potentissima, la chitarra elettrica spara un riff assassino, subdolo e urticante e allora interviene il basso, iniziando uno dei miei pezzi preferiti, nonché quello più feroce del lotto. L'interpretazione di Bush è da antologia, vomita parole a volontà, divincolandosi tra corpose e complicate strofe, dinamiche e tossiche, dal dondolio funky, difficili da seguire perché cantate velocemente, che si snodano in un refrain orecchiabile, melodiosamente perfetto e dai tempi dilatati. Probabilmente il migliore del disco. Prichard è mitico con la sua ascia, il suo solo è brillante e dà il via alla seconda parte che culmina nel fantastico bridge incentrato su dei vorticosi giri di chitarra e di basso che ci proiettano in una spirale infinita, cerebrale, nervosa, riprendendo il tema portante dell'intero lavoro. Quel leitmotiv ricercato con cura maniaca dalla band, non soltanto qui ma in tutti i loro album. "You're Never Alone" è un pezzo fantastico, capace di passare da fraseggi funky ad aperture hard 'n' heavy e ancora, travolgendo in più punti con un riffing di natura thrash metal. Non a caso gli Armored Saint saranno presi come riferimento anche da band thrash metal (MetallicaOverkill e Anthrax, in particolare), nonostante la diversità di sottogeneri, visto il loro squisito U.S. power metal, a testimonianza che la loro idea di metallo è sempre stata estendibile a varie categorie. Le liriche parlano di uno psicopatico che si diverte a torturare e uccidere le ragazze. Le uccide perché è frustrato da una vita di miseria, va in giro impugnando un coltello pronto a mietere vittime, sa di essere folle, sa che c'è qualcosa che non va in lui, ma il mondo lo ha reso così severo e crudele. La società nella quale è cresciuto non si è presa cura di lui, della sua fragile mente, e allora ha perso il senno, il lume della ragione. Lo stato lo ha reso nevrotico, paranoico, teppista, violento. Ma in realtà, tutto ciò che chiede è una compagna con la quale vivere un'esistenza normale. Ma che cos'è la normalità? L'uomo non è in grado di afferrarla, non connette più e se qualcuno non è d'accordo con le sue idee egli lo fa fuori, con la sua lama pronta a sgozzare. La sua ultima donna lo ha deluso, ha preferito terminare il rapporto con lui, proprio perché spaventata dalla sua psicopatia, ha voluto uscire dal suo mondo e adesso non le resta che fuggire lontano, perché il malato la sta cercando, vuole massacrarla, pugnalarla fino alla morte. L'uomo è minaccioso, le dice di seguirla sempre, di osservarla nel buio, pronto a saltarle addosso. La donna non è sola, non lo sarà mai, l'assassino è sempre con lei.

Released

"Released (Rilasciato)prosegue sulla stessa scia, ossia heavy purissimo, diretto e classico come quello della scuola inglese e costruito su una struttura bipartita, divista esattamente in due parti uguali separate da una lunga fase strumentale dominata dagli assoli di Prichard e soprattutto da quelli di Vera. Il basso, in particolare, è lo strumento maggiormente udibile, il motore di questa speed song, senza però dimenticare l'apporto di Gonzo, alla batteria, che pesta come un dannato. La particolarità di questo brano è che manca di un vero e proprio ritornello, visto che va spedita a tutta birra per tre minuti tondi tondi e le cui parole-chiave sono compattezza, stabilità e energia. Certo, in soli tre minuti i movimenti e i cambi di tempo latitano, si va dritti al sodo e, a mio modesto parere, si sarebbe potuto chiudere con maggiore pathos, tanto che "Released" resta una discreta canzone, probabilmente quella di minore importanza, dove persino il testo risulta sbrigativo e troppo poco abbozzato, incentrato sul rapporto sessuale, o sulla sua negazione, visto che il protagonista rifiuta di accoppiarsi, di lasciarsi andare. L'uomo è bloccato, è stanco e depresso, vorrebbe fare sesso ma non può, si irrigidisce al solo pensiero di doversi spogliare e sudare, mentre la donna è ansiosa, apre le gambe, è impaziente. Lo attende adagiata sul letto e lui la guarda con sguardo vitreo. È assente, come la sua anima, stanca di vivere, stanca del mondo, stanca di tutto. Con questa botta di nichilismo cosmico si chiude il grande e, all'epoca, poco capito "Delirious Nomad".

Conclusioni

Il secondo capitolo targato Armored Saint è forse l'apice della band, a mio avviso superato solo da "Symbol Of Salvation". Appena uscito, nel 1985, non riscuote grandi favori né di critica né di pubblico, visto il cambio di rotta rispetto al primo album "March Of The Saint", salvo essere rivalutato negli anni, troppo tardi per rendere giustizia a questa gloriosa band americana. La sorte contraria e il destino beffardo si sono scontrati con questi ragazzi, i motivi vanno ricercati nel brutto trattamento riservato alla band da parte della Chrysalis, un'etichetta non adatta a distribuire heavy metal, ma anche al cambio di direzione artistica intrapresa dai nostri rispetto all'inizio, sostituendo un'immagine fantasy cavalleresca (come evidenziato nella cover-art del debutto) a una più seria e matura e dando maggiore intellettualità, eterogeneità e tecnica alle composizioni, aumentandone così la vena polemica. Ma non dobbiamo dimenticare che in America, nella seconda metà degli anni 80, le carte in gioco cambiano drasticamente (anche se nulla a che vedere con quello che accadrà nei primi anni 90), da una parte il metallo si irrobustisce ed esplodono i generi più estremi, a cominciare dal thrash californiano, dall'altra parte inizia a imporsi lo sleaze metal (composto da glam, street, AOR, class), mentre l'hard rock classico e l'heavy metal vengono accantonati, complice anche canali musicali come MTV che dettano legge tra gli ascoltatori e guidano il mercato, condizionando non poco i gusti dei giovani. Gli Armored Saint subiscono i traumi del cambiamento e vengono risucchiati da questo vortice viziato e turbolento. In "Delirious Nomad" la band esprime se stessa, le paure che l'attanaglia, i disagi, le nevrosi, le varie incertezze, e il pubblico non le capisce, non è ancora pronto, ma gli altri gruppi, che stupidi non sono, colgono le complessità, le idee progressiste e la freschezza sonora che costituiscono questo lavoro, tanto che il cinismo dei testi, le forti critiche sociali, le rasoiate psicotiche e le turbolenze strumentali influenzano subito la scena metal americana. Il produttore Max Norman, in seguito, porterà la sua esperienza nei Megadeth e Dave Mustain ammetterà più volte di ammirare gli Armored Saint, e questo non solo lui ma tutto l'ambiente thrash (in primis Metallica e poi Anthrax, che riusciranno a spuntarla arruolando Bush tra le proprie fila). Ciò significa che "Delirious Nomad" è un gioiello di heavy metal, capace di guardare oltre, varcando i confini di un genere e anticipando i tempi. Peccato che, nel 1985, il mondo non sia preparato ad accogliere un'opera di tale caratura, nonostane l'eccellente produzione le vendite non decollano, i videoclip dei singoli scelti vengono cancellati e i ragazzi restano delusi, tanto che nel seguente "Raising Fear" optano per un compromesso, riesumando la copertina fantasy e la compattezza musicale tipiche degli esordi ma mantenendo la maturità stilistica e le doti tecniche acquisite sul campo.

1) Long Before I Die
2) Nervous Man
3) Over The Edge
4) The Laugh
5) Conqueror
6) For The Sake Of Heaviness
7) Aftermath
8) In The Hole
9) You're Never Alone
10) Released
correlati