ANCIENT DOME

Cosmic Gateway to Infinity

2014 - Punishment 18 Records

A CURA DI
GIACOMO BIANCO
19/11/2014
TEMPO DI LETTURA:
6

Recensione

Il nuovo millennio portò un senso d’innovazione incredibile, che si tradusse sostanzialmente nella ricerca di nuove ambizioni, ma, soprattutto, nella coscienza di essere dinnanzi ad un’epoca che stava solo allora dischiudendosi. Quanti di noi si chiesero come sarebbe stato il “domani”, sapere quale sarebbe stato l’aspetto di quel mondo che pareva votarsi definitivamente alla tecnologia. Sotto questo punto di vista, il Duemila è stato un assoluto spartiacque tra il passato, con tutto lo strascico indelebile della sua storia, ed il futuro, cioè di quell’avvenire dipinto nei film e nei racconti quasi come qualcosa di irraggiungibile, di mitico. Negli anni Sessanta, l’Odissea nello spazio era intesa niente popò di meno che nel 2001, e questa cosa, adesso, non può che farci (sor)ridere. In quegli anni, il nuovo millennio era visto davvero come un qualcosa di assolutamente strabiliante, lontanissimo pure nell’immaginazione, tanto che per quel tempo si pensava l’uomo già capace di vagare nello spazio, addirittura alla volta di Giove, verso le scoperte più sconvolgenti. Da un punto di vista molto più spicciolo, l’alba del Duemila significò per ognuno di noi un nuovo inizio, o almeno una tappa più o meno significativa della propria esistenza. Ma, in ogni caso, “significò” qualcosa. Ormai sono già passati 14 anni, gente su Giove non ne ho ancora scorta, però ho visto un mondo accentuare le proprie contraddizioni, ho osservato il perpetuarsi dei medesimi errori, avendo la sensazione di assistere allo stesso film. Eppure anch’io, all’epoca giovanissimo, mi ero proposto nuovi obiettivi, più o meno rispettati, e non fui sicuramente escluso da quell’aria di euforia generale che accompagnava in maniera febbricitante quel fatidico 31 dicembre 1999. Penso che lo stesso discorso si possa fare anche per quattro giovani ragazzi di Saronno – Pol, Cuzzo, Pech e Syra – che, all’alba del nuovo millennio, decisero di metter su una loro band, gli Ancient Dome, riponendo in essa tutte le loro speranze. Per prima cosa, quando si fonda un gruppo, inevitabilmente ci si chiede – con l’aria del sognatore – se mai si farà strada. A tal riguardo, quante band abbiamo visto nascere sotto grandi proclami, salvo poi naufragare miseramente senza aver lasciato scritto qualcosa di rilevante... Ebbene, dopo quei fatidici 14 anni che ci separano dal Duemila, gli Ancient Dome sono ancora vivi, e ciò significa effettivamente qualcosa. A parte gli inevitabili cambi di line-up, che hanno visto la defezione di ben tre dei membri fondatori (Pech, Syra e Cuzzo), la band ha saputo mantenersi in attività, rimpiazzando adeguatamente ogni musicista che lasciava il progetto. In questo modo subentrarono facce nuove, come quella di Ale (chitarra), Joe (batteria) e White (basso). Fu però nel 2011 che la band decise di ampliare a cinque il numero dei componenti, con l’arrivo del singer Jerry, che prendeva definitivamente in mano il microfono, fino ad allora prerogativa dell’unico membro fondatore rimasto, quel Pol di cui prima, che ora poteva dedicarsi anima e corpo alla sola chitarra. In questi anni di attività, i Nostri hanno partorito diversi lavori (quattro demo, un live, uno split ed una compilation), tra cui spiccano assolutamente i tre full-length. Prima di arrivare alla loro ultima fatica, oggetto della nostra recensione, occorre ricordare che la band aveva già debuttato nel 2009 con “The Human Key”, per poi ripetersi l’anno seguente con “Perception of This World” (2010), entrambi pubblicati dalla nostrana Punishment 18 Records. Questi due album erano il risultato di anni di lavoro, di pura dedizione al mondo del thrash classico, quello della Bay Area, tanto per intenderci, al quale la band ha fatto sempre esplicito riferimento. Parallelamente al successo che andavano raccogliendo tra gli addetti ai lavori, i ragazzi di Saronno cominciavano a farsi le ossa nel mondo live, affiancando sui palchi realtà consolidate della scena thrash mondiale come Heathen, Artillery, Holy Moses e Whiplash. Con il passare degli anni, si arriva finalmente a quel 2011 in cui si aggiunge il nuovo cantante, ma occorre aspettare ancora tre anni prima che la band esordisca discograficamente con la nuovissima formazione (i primi due album, infatti, vedevano ancora Cuzzo al basso e Pol nel doppio ruolo di cantante/chitarrista). “Cosmic Gateway to Infinity”, il loro nuovissimo album, è uscito il 27 ottobre 2014 in edizione limitata (sono state prodotte soltanto 1.000 copie), edito dalla P18R. Col disco tra le mani, l’occhio cade inevitabilmente sulla copertina, che gioca sicuramente un ruolo importante nell’impatto che ha l’ascoltatore col cd. L’ambientazione spaziale non può che rimandare ad un illustre precedente storico: “Somewhere in Time” degli Iron Maiden, adornato anch’esso da un’incredibile copertina a sfondo futuristico. Le somiglianze, musicalmente parlando, si fermano qua, giacché gli Ancient Dome propongono un thrash metal fortemente tecnico, con sonorità personali derivate dai variegati gruppi di riferimento dei vari membri della band.



Senza dilungarsi eccessivamente sulla copertina (lascio infatti a voi il piacere di “esplorarla” in ogni suo più piccolo dettaglio), passiamo subito al lato musicale, quello che più ci piace. “N.I.F. (New Interstellar Force)” ha l’onore di aprire le danze, non prima di un’intro assolutamente in linea col mood tecnologico-spaziale del disco. Rumori ovattati, siderali ed oscuri, con tanto di voci misteriose in sottofondo, anticipano il primo vero impatto sonoro, a tutti gli effetti technical thrash. Il riffing pare, a tratti, addirittura orientato sul death metal, ma l’entrata della voce pone in chiaro il messaggio della band: thrash preciso e chirurgico in ogni sua nota, chitarre sapientemente bilanciate tra melodia e ritmica, basso sobrio e batteria d’impatto. All’inizio la voce di Jerry scandisce a mo’ di coro ogni singola parola, proponendosi come portatrice di sventura per l’intera umanità, devastata da ben “quaranta decadi di guerra”, che hanno inevitabilmente modificato l’aspetto dell’intero pianeta Terra, un tempo “così puro”, ma ora in piena “caduta libera”. La doppia-cassa elabora un pattern lineare su cui basso e chitarre si divertono a ricamare un interessante riff. Influssi testamentiani accompagnano liriche fantasy, in cui, nella disperata situazione di cui sopra, nuovi e moderni “argonauti”, conosciuti altresì come i N.I.F. del titolo, cercano nuovi mondi da colonizzare, affinché la “speranza del genere umano” possa sopravvivere ai suoi stessi errori. A sezioni più serrate – i versi – si alternano ritornelli maggiormente melodici, sia per le linee scaturite dalle asce che per la voce. Proprio quest’ultima deve convivere con delle parti parlate cui a volte pare difficile stare dietro, quasi come se mancasse una qualsivoglia forma di punteggiatura. La sezione musicale è quella che comunque convince di più, complice anche il pregevole assolo di Ale, senza dimenticare nemmeno il versatile tappeto ritmico che gli fa da base. L’impatto del brano c’è, anche se occorre evidenziare che non è il classico thrash “macina-ossa”, quello oltranzista e senza compromessi. L’impatto sta più che altro nel fatto che la band riesce a calibrare in maniera adeguata parti più cattive ad una giusta dose di melodia, confezionando un prodotto apprezzabile, ma che pecca forse un poco di cattiveria. “…Hyperspace”, seconda traccia, è scandita da un potente riffone di chitarra, su cui si innestano i pesanti stacchi della sezione ritmica. La melodia ritorna prepotentemente in auge, grazie anche agli intrecci in terza delle chitarre. Il discorso intrapreso dalla prima canzone pare continuare, con gli stessi argonauti che vagano nell’iperspazio. Una forma di vita “strana e timida” viene citata nei primissimi versetti della song, all’inizio di un discorso che si sa già dove voglia andare a parare. Questa forma di vita che “tramuta in spazzatura ogni cosa che incontra”, che “rifugge la verità”, altro non è che l’uomo stesso, ma ciò lo capiamo solo dagli ultimissimi versetti, in cui il riferimento diviene peraltro esplicito. Se da una parte stanno versi apprezzabili come “Se esiste una creatura mai soddisfatta, che corrompe i propri compagni e che vive nella menzogna/Ma [che] nelle avversità prova a reagire… Tutti noi sappiamo che si tratta dell’uomo”, dall’altra il discorso pare farsi eccessivamente contorto, dato che non si riesce bene a comprendere i vari nessi che collegano gli argonauti, il loro viaggio stellare e, soprattutto, se essi siano figure positive o negative. Se i testi, dunque, non appaiono estremamente chiari, altrettanto non si può dire della musica, assolutamente sempre godibile. Apprezzabile è il riffing di chitarra che accompagna la linea vocale, così come i bridge spezzano l’andamento sostenuto della song, regalandoci fugaci attimi per rifiatare. Dopo i cori ad opera di David White (cantante degli Heathen), la canzone, ad 1:36, intraprende una sezione centrale in cui si alternano parti vocali più dilatate ad altre più serrate. Ale ci regala un altro ottimo assolo, melodico quanto basta, impreziosito dai virtuosi passaggi di batteria in sottofondo. A 2:56 delle schitarrate via via in controtempo – tanto “moderne” quanto evitabili – cercano di dare maggior profondità al brano, che però ritorna nuovamente al cantato con la sua ultima parte. Verso e ritornello chiudono infine una canzone che viene indubbiamente penalizzata da un testo non all’altezza, non per intonazione o interpretazione, quanto più per una mera questione metrico-stilistica, che conferisce quell’aria di improvvisazione o poca cura che certo non fa guadagnare punti. A questo punto abbiamo bisogno di una svolta. Musicalmente parlando, l’intro acustica di “A Sea of Stars” già ci offre qualche novità sostanziale, in piena antitesi con l’impatto elettrico delle prime due composizioni. La voce calda di Jerry, sdoppiata in due piste complementari, culla l’ascoltatore tra i meandri infiniti dell’universo, senza rinunciare comunque ad un tono cupo, ipnotico, quasi come volesse instillare una sensazione di angoscia, al pari di quella che deriva dall’ammirazione della sublimità del cosmo. Dopo neanche quaranta secondi, l’introduzione sfocia sulle medesime coordinate dei brani precedenti, ma, grazie alla ritmica di doppia-cassa, il verso assume una precisa connotazione power metal, e ciò rimarca ancora una volta la variegata vena compositiva della band. La voce, questa volta, si trova a recitare le parti di un romantico e malinconico pellegrino dello spazio, un autentico girovago che, nella sua esistenza, ha peregrinato in un vero e proprio “mare galattico di stelle”. Questo bisogno di vagare è nato a seguito dell’esigenza di ritrovare “la propria identità”, dopo che eventi negativi hanno messo in discussione il suo stesso essere. Dopo aver fatto esperienza di mondi diversi, il narratore (tramite un espediente per cui il testo della canzone si configurerebbe come una sorta di memoriale) si ritrova ad essere assillato da un atroce dubbio: l’aver raggiunto questo mare di stelle potrebbe essere “il traguardo oppure [la dimostrazione di aver compiuto] un viaggio a vuoto?”. Fatta sua la maggior parte delle certezze che aveva perso, il narratore esce dunque convinto da questo momento di debolezza, giungendo finalmente alla consapevolezza che questo viaggio lo porterà a conoscere “quale sia la giusta via per vivere”. Finalmente il testo si presenta in maniera corretta e scorre in modo fluido. Se a ciò ci aggiungiamo una qualità media della musica certamente buona, la canzone si candida ad essere uno degli episodi più riusciti dell’album. Nello specifico, la sezione che si apre a 2:43 è testimone dell’alto tasso tecnico della band, così come gli assoli (prima quello acustico di Pol e poi quello di Ale) riescono sempre ad aggiungere quel quid in più. Nonostante una struttura molto canonica, la canzone si dimostra piacevole all’ascolto, non stufando mai l’ascoltatore. Dopo una bella melodia di chitarre intrecciate, quando la canzone sembra finire, ecco che Pol ritorna sotto ai riflettori con un ultimo assolo, che confeziona in maniera ottima la prima song che ha saputo ritagliarsi un posto di rilievo all’interno di questo disco. La quarta canzone in scaletta è la title-track, “Cosmic Gateway to Infinity”. Una chitarra vagamente orientaleggiante semina le sue note al di sopra di una sezione ritmica decisa e marcata, prima che il brano viri, per via della melodia quasi dissonante, su lidi nuovamente death. La saga degli argonauti continua, con la loro astronave che avanza nel suo “viaggio senza tempo”, costretta a fare i conti con le “scarse provviste”, ma arrivata ormai giusto ad un passo dall’obiettivo finale. Sebbene la ciurma del vascello galattico sia “fuori di senno” a causa della paura esercitata dalle possibilità di fallimento, tutti pregano affinché possano sopravvivere in quella “gelida atmosfera”. La musica alterna riff prettamente thrash a veri e propri “momenti di sospensione” (come a 0:55), che inspessiscono il tasso qualitativo della canzone. Il ritmo del cantato è incalzante e pure il ritornello si struttura in un botta-e-risposta intrigante. Nel chorus si concentra tutto il nerbo del discorso: questo “portale cosmico per l’infinito” è, simbolicamente parlando, un espediente per dimenticare “il sacro ed il profano”, per dileguare “le ombre del passato”, l’occasione insomma per perdonare sé stessi e per immettersi in una nuova realtà come entità rigenerate spiritualmente. Da un punto di vista più concreto, questo portale spaziale pare condurre ad un punto sconosciuto dell’universo, addirittura ignoto allo stesso Jason (Giasone in inglese, ovvero il mitico eroe greco condottiero degli argonauti nella loro missione per la ricerca del vello d’oro). Nei fatti della canzone non è però esattamente chiaro chi sia questo Jason, sebbene sia lecito supporre che possa essere il leader di questi moderni argonauti dello spazio. Ecco che, dunque, in un contesto che mescola leggende del mondo antico a tematiche futuristico-tecnologiche, l’ascoltatore ricade nuovamente in quella sensazione di smarrimento di cui prima, aiutato ben poco da un testo troppo dispersivo. Terminato il secondo ritornello, il brano ottiene una svolta decisa: la velocità si fa sempre più sostenuta, tanto che questo climax ascendente erutta nell’ennesimo assolo azzeccato di Ale, cui segue poi un’altra sezione puramente musicale. Il ritorno della voce risulta necessario solamente per l’ultimo chorus, ma la canzone si chiude rimarcando ancora una volta la buona vena musicale della band, con un ultimo riff di chitarra che conclude in maniera vorticosa la composizione. A questo punto dell’album (siamo esattamente a metà), il mood consolidatosi pare essere questo: ad inizî che lasciano supporre buone cose, irrimediabilmente gli succedono testi quasi mai all’altezza, non tanto per tematica (questa sempre molto coerente), quanto per chiarezza espositiva e fluidità. E ciò non è assolutamente un fatto da poco, bensì influisce in maniera negativa sull’ascolto dell’album, che inizia a farsi un po’ pesante. Dispiace dire ciò, ma le note positive – assoli in primis – sono loro stesse le conferme di quanto sostenuto: immancabilmente la parte solistica di turno serve infatti a risollevare le sorti della canzone, che altrimenti risulterebbe priva del suo lato migliore ed eccessivamente piatta. È proprio questa la condizione della title-track. “Colonizing Asteroids” si apre con una vena melodica molto buona, e ciò non è affatto una novità. Le linee vocali entrano sin dall’inizio, a parte una breve intro “marziale”. Il supporto dato dalla sezione ritmica è molto sui generis, giacché si fonda su una buona dose di melodia dissonante. La soluzione di conferire al verso un andamento alternato – un versetto lineare ed uno sincopato – può sembrare un valido escamotage, ma tuttavia non fa che acuire il vero problema della band: se i testi non funzionano su un pattern lineare, figuriamoci su un tempo contorto come quello proposto a partire da 1:05. Eppure, a dirla tutta, qua i versi potrebbero anche starci, devo essere onesto, ma per una volta che sono loro a funzionare, ci si mette la sezione musicale ad inciampare vistosamente. Non molto convinto dall’andamento generale del brano, tocca al ritornello (1:27) il compito di smentirmi, grazie ad un tiro di più ampio respiro, in cui la chitarra fa il verso al cantato. Le lyrics ci narrano questa volta di desolati campi di asteroidi, all’interno dei quali si aggirano dei fantasmi disperati. Essi sono gli spiriti di vecchi “comandanti di terre [poi] distrutte”, “re dei falsi giorni passati”: in sostanza sono vecchi governanti di mondi che, spinti dal desiderio di trovare nuovi pianeti abitabili, hanno trovato invece nient’altro che disgrazia. In questo modo, si sono così ritrovati a vagare nello spazio infinito: sarà il medesimo destino che aspetta gli argonauti? Con una seconda strofa più accademica, ma certamente migliore della prima, la canzone si evolve in maniera accettabile, alternando parti veloci ad altre rallentate e melodiche (2:45). Un primo assolo di Ale anticipa una piccola sezione in cui si palesa il nefasto avvenire degli argonauti, ma poi tocca ancora al chitarrista prodigarsi in un secondo assolo. Purtroppo poi la canzone vuole a tutti i costi ripartire da capo, concedendoci nuovamente una stentata strofa, ma per fortuna un ultimo ritornello avvia la canzone verso un lungo fade-out. Che dire… una composizione che nulla aggiunge a quanto ascoltato o detto finora: un’onesta canzone, eseguita in maniera professionale, ma che lascia tanto quella sensazione di “compitino” svolto in fretta e furia. Simmetricamente alla song precedente, “Nebuloid” si apre con un fade-in, in cui ritmiche moderne e potenti la fanno da padrone. Il brano è uno strumentale, quindi occorre concentrarsi più che accuratamente sulla sezione musicale. Il suono granitico incide in maniera decisa sulla pesantezza della canzone, strutturata molto bene con le sue ritmiche serrate. Il graffio della chitarra ritmica si mette in primo piano e finisce con l’essere il motivo trainante di questa canzone, anche se pure la traccia solista di Alessandro Monopoli (Chantry) risulta molto bella, armonicamente parlando. La scelta di sdoppiare l’ascia solista nei due canali stereo crea un effetto di surrounding molto avvincente. Le evoluzioni in tapping conferiscono quel pizzico di spericolatezza in più, nel cui sottofondo si avvicendano invece pattern ritmici sempre gagliardi. Poi, di punto in bianco, un singolo accordo di chitarra acustica smonta tutto quanto, ma non in senso negativo: serve infatti ad inaugurare una nuova sezione, senza che la band dilegui comunque la carica energica della traccia con inutili intermezzi acustici. Il ritmo pare essersi rallentato, ma la buona melodia non viene mai meno. Dei bei stacchi – che lasciano l’ascoltatore davvero senza fiato – preludono ad un’altra sezione, dove i colpi in batteria si fanno più pesanti (2:54). In ultimissima posizione all’interno di questo interessante strumentale, troviamo una forte accelerazione che apre all’ennesimo buon assolo di quest’album. Una melodia – che pare essere uscita direttamente dalla penna dei Four Horsemen di Ride the Lightning – chiude poi la canzone in maniera eccellente. Il miglior brano dell’album senza dubbio. Sui sognanti arpeggi acustici di “Dead Zone” ci addentriamo verso la chiusura del full-length. Il brano, incominciato sotto una buona stella, pare amalgamare nel migliore dei modi – o almeno di quelli finora sperimentati – la trama sonora ed il cantato. Il testo tratta di una “zona morta”, all’interno della quale sono capitati gli argonauti. Pare che qua nessun essere vivente abbia lasciato traccia di sé, in quanto “nessuna costruzione, segno o memoria” è rimasta a testimoniare l’ipotesi di una forma di vita precedente. Tutto ciò che gli occhi possono abbracciare è “un vuoto deserto divorato dalla ruggine”, una sorta di “tomba eterna di carne che sta marcendo”. La ruggine, tuttavia, ci farebbe supporre ad una futuristica città abbandonata, magari da millenni, e quindi corrosa nel ferro che la costituiva. Eppure questa ipotesi non sarebbe affatto in sintonia con i versetti precedenti, in quanto non esisterebbe alcuna forma di vita intelligente. La domanda che si pongono a questo punto gli argonauti è la più ovvia: “dove andiamo adesso?”. Ecco che il testo pare nuovamente smarrire il filo del discorso, in quanto non si capisce un passaggio in particolare, cioè quello in cui i naviganti dello spazio si chiedono se a loro servisse veramente “un nuovo mondo per vivere”. Pare strano che gli argonauti, dopo una vera e propria epopea spaziale, arrivati per giunta in una sorta di vicolo cieco (rappresentato appunto dalla “zona morta”), si chiedano solo ora se era necessario imbarcarsi in una simile impresa. Tralasciando questa ambiguità, nel bridge la voce di Jerry acquista un cantato più aggressivo, quasi in bilico con le corrosive timbriche del metalcore. La stessa tonalità di voce recita poi le domande su cui si costruisce il chorus, con una voce – leggermente filtrata – che risponde a tono ad ogni interrogativo. Con un ritornello scontato, la canzone procede abbastanza nell’anonimato, almeno fino a che un buon break di chitarra (3:18), arioso quanto basta, spezzi il flusso drammatico della canzone, preparando la base per una sezione che tenta di conferire una decisa connotazione melodica alla canzone, salvo poi ritornare prepotentemente su suoni più aggressivi (4:06). Un buon assolo, caratterizzato da un ampio uso del wah-wah, spinge su di giri il ritmo della song, che però inevitabilmente – alla pari della quinta traccia – opta poi per una ripresa del verso/chorus, chiudendo in maniera abbastanza scontata. “Empire of Lies”, tassello conclusivo di questo album, si apre con la forza della melodia della chitarra solista, con l’altra a supportarla nella tessitura di un’interessante armonia. Essendo l’ultima traccia, Empire è anche la tappa conclusiva del viaggio di Jason (o Giasone, che dir si voglia) e della sua ciurma di argonauti spaziali. Se nella strofa iniziale il viaggio sembra essere giunto ad un lieto fine (“Guardate! Laggiù sta l’inizio di una nuova vita”, “Argonauti! Preparatevi ad atterrare, preparatevi a colonizzare”), bastano poche righe per smantellare una vera e propria farsa: “l’impero delle bugie” del titolo non è altro che il gioco di potere orchestrato dai potenti che abitavano, come vedremo, questo mondo. Invece di trovare il “pianeta dei sogni”, una terra vergine grazie alla quale ricominciare, i “marinai delle stelle” si trovano su un mondo non dissimile da quello da cui erano salpati: i “resti di un’antica civiltà” sono testimoniati da segni tangibili come “città abbandonate” oppure “scheletri coperti da ruggine” (probabilmente gli “scheletri” sono da intendersi con ciò che rimane delle costruzioni abitative, ndr). In questo modo gli argonauti si fanno sorprendere dalla disperazione, ma, nonostante questo senso di rassegnazione, trovano comunque la forza per riprendere la loro marcia, cosicché il viaggio di Jason non sia “[ancora] concluso”. Paradossalmente, a causa di questo smacco, rinascono invece “nuove speranze per una nuova vita”. Il finale della saga è tanto scontato quanto scolastico, ma comunque, almeno in questa sezione, è chiaro nel suo sviluppo. Musicalmente, il riffing della strofa iniziale si dimostra molto dinamico, subendo invece un netto rallentamento nei pressi dei ritornelli. La chitarra solista, affidata questa volta al guest Thaen Rasmussen (Anvil Chorus, ex Heathen, ex Vicious Rumors), si ritrova a recitare ben due assoli, che variano una struttura altrimenti fin troppo accademica. Una sezione parlata, accompagnata da arpeggi acustici, riassume il succo del discorso di cui prima (quello della sete di rivincita degli argonauti, nonostante la rassegnazione sia tanta). Sul finire della traccia, l’ultimo solo dell’album (sempre ad opera dell’ospite) riesce a ritagliarsi una manciata di secondi, prima che la canzone chiude in maniera netta, segnando la conclusione dell’opera.



Voler giudicare quest’opera non è semplice. Se da una parte stanno l’innegabile abilità dei suoi musicisti e la tecnica mostrata in diverse occasioni, dall’altra si erge impietosa la débâcle – pressoché continua – rappresentata dai testi. Questa è, a tutti gli effetti, una costante negativa, che incide non poco sulla valutazione finale. Senza girarci troppo intorno, quel senso di pressapochismo nella strutturazione delle liriche dà un non so che di puerile, non certo all’altezza di una band come gli Ancient Dome, che, nonostante tutto, ricordiamo già essere al loro terzo album. “Cosmic Gate to Infinity” avrebbe dovuto simboleggiare la “prova del nove” della band e l’esito, pur non essendo dei più felici, non è del tutto sommato negativo, poiché ritengo che la band abbia le carte in regola per far bene. Sottolinearne i difetti potrebbe essere una critica costruttiva per intraprendere quel processo di miglioramento tanto auspicato, ma ciononostante vanno evidenziati pure diversi fattori positivi. Primo fra tutti un songwriting assolutamente maturo, che si ottiene solamente quando una band è in attivo da diversi anni: certe soluzioni ascoltate, infatti, non paiono essere accessibili ad una formazione di primissimo pelo. In secondo luogo va poi rimarcata la buona vena melodica dimostrata in più occasioni, che trova il suo culmine nei bellissimi assoli di Ale. Via via vengono altri elementi lodevoli, come la precisione della sezione ritmica e la fantasia – notevole – per una trama concettuale (che però poteva essere certamente affrontata in maniera migliore). Se l’aggiunta di diversi guest musicians non fa tuttavia guadagnare chissà quanti punti in più, rimane il fatto che l’album raggiunge a stento la sufficienza, perché un handicap così grave come quello dei testi non può che essere una zavorra quasi insopportabile. Il sei arriva di stima, ma attendiamo caldamente una prova di tutt’altro spessore.


1) N.I.F. (New Interstellar Force)
2) ...Hyperspace
3) A Sea of Stars
4) Cosmic Gateway to Infinity
5) Colonizing Asteroids
6) Nebuloid
7) Dead Zone
8) Empire of Lies