ALBA CADUCA

Uomo Nuovo

2015 - Autoprodotto

A CURA DI
GIACOMO BIANCO
13/07/2015
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6

Recensione

Il panorama rock italiano è da sempre un territorio abbastanza “controverso”. In mezzo a tante problematiche – specie a livello organizzativo e di bacino d’utenza poco avvezzo al genere – negli ultimi anni abbiamo comunque assistito ad una netta impennata qualitativa per quanto riguarda lo standard medio delle band. Nonostante questo indubbio miglioramento, è pur sempre vero che grossi problemi permangono nel mondo di chi vuol far musica in Italia. Proprio di questi tempi ho assistito a desolanti scene in cui organizzatori di eventi pubblici si sono pronunciati in frasi come “releghiamo questo gruppo «che urla» in quella zona là, almeno non disturba più di tanto” ed altre “amenità” del genere. C’è poco da fare: il bigottismo regna sovrano e grossi, grossi pregiudizi rimangono conficcati nelle teste di chi organizza. Tuttavia molte band se ne fregano di tutto ciò e vanno avanti per la loro via. Per carità: già lo sanno che la strada non sarà spianata come quella di chi esce da un talent show, ma comunque s’impegnano nei loro obiettivi reali, senza montarsi la testa, da raggiungere passo dopo passo. Di band del genere ce ne sono tante, ma oggi mi preme farvi conoscere i friulani Alba Caduca. Originari di Gemona del Friuli, i nostri quattro sono Massimo Dubini alla voce, Massimo Cisilino al basso, Elena Feragotto alla chitarra e Giulio D’Agosto alla batteria. Autodefinitisi “rock”, l’etichetta il più delle volte lascia il tempo che trova, e sostanzialmente, negli ultimi tempi, è venuta ad indicare quelle band che hanno (ri)creato un’attitudine ispirata dall’hard rock anni Ottanta, quello commerciale per intenderci. I nostri Alba Caduca vanno invece in tutt’altra direzione. Sono sì rock, perché indubbiamente si parte sempre da quelle determinate basi comuni, ma allo stesso tempo evolvono in una forma quantomeno personale e particolare. Verrebbe da dire alternative rock, se proprio dobbiamo etichettarli in qualche modo, e certamente il termine alternative calzerebbe a pennello giacché le loro canzoni – per sonorità, struttura e songwriting – non sono certo il classico brano rockeggiante. Questo distintivo sound è il frutto di un intenso e lungo processo, che rimanda alla genesi della band attorno alla metà degli anni Duemila. Dopo gli immancabili periodi d’assestamento, la band assume una fisionomia definita solo nel 2012, quando la line-up diventa quella elencata poco fa. Fu allora che la band spiccò il volo, esibendosi prima nella loro zona, poi valicando anche i confini italici per un mini tour in Bosnia Erzegovina. Durante questi anni hanno avuto l’occasione di condividere il palco con realtà di un certo spessore nella scena alternative italiana, come Modena City Ramblers, Motel Connection e Roberto Dellera (Afterhours). In mezzo a tanto daffare, c’è poi da ricordare che la band vanta ben tre album autoprodotti, tutti caratterizzati da una notevole ricerca sonora all’insegna dell’inedito e dell’elaborazione. Ma se prima il sound era votato alla sperimentalità, con il loro nuovo album, Uomo nuovo, gli Alba Caduca hanno deciso di sterzare più o meno fortemente: non hanno certo rigettato quanto fatto prima, tutt’altro: hanno piuttosto preferito consolidare maggiormente la loro proposta, acquisendo linearità e compattezza. Quello che da qui a poco andremo ad analizzare è dunque il frutto di un lungo percorso evolutivo, iniziato e portato avanti da una band di ragazzi che, come vedremo, avevano fin dall’inizio un’idea molto particolare di “rock”.



L’album si apre con “Vivo”, canzone introdotta da alcuni suoni elettronici che sorreggono la voce di Dubini, intento nell’opera di demistificare la nostra società opulenta, nella quale il benessere di pochi viene pagato col sudore di molti, persone “con l’acqua alla gola” che boccheggiano ogni santo giorno. Se gli “anni spesi in mutui di cemento” sono dei buoni motivi per dannarsi all’esistenza, ciò che non si tollera sono “precarietà e fantasmi”, quasi personificati come moderni vampiri che “stanno lì a succhiare”. In mezzo al beat elettronico, il gorgoglioso basso di Cisilino (0:12) apre la strada verso l’esplosione della strofa (0:24). Se l’unico vero dio che ancora conta qualcosa è il “Dio denaro” – parodisticamente raffigurato come il classico impiegato in carriera, con tanto di “posto fisso e scarpine di raso” – egli guarda l’umanità dall’alto, un’umanità che deve solo pensare ad ingozzarsi e stare buona buona “nelle gabbie”. A 0:48 avviene la svolta elettrica: la chitarra di Elena Feragotto è pastosa il giusto, abrasiva grazie alla distorsione abbondantemente satura. Se da una parte il Dio denaro ci osserva distaccato, i suoi emissari terrestri, come il “padre padrone”, ci stanno a controllare molto da più vicino, insegnandoci cos’è “buono” e cosa non lo è. Ribaltano le teorie a loro favore, fanno carte false: vogliono abbindolare qualsiasi persona su questo mondo. A parti dove domina la chitarra di cui sopra, s’alternano altre fasi relativamente più tranquille, dove la batteria di D’Agosto scandisce bene il tempo, prima dell’ennesimo boom. A 1:36 subentra un intermezzo elettronico, in cui i pattern effettati si mischiano al robusto groove della band. Ma anche questa non è la soluzione finale, giacché ritorna prepotentemente l’angosciosa calma del pianoforte già visto ad inizio canzone. I vagiti della chitarra sembrano urla sommesse all’interno del gorgo in cui è finita l’umanità intera, eppure i versetti lasciano intravedere, almeno verso la fine, un fioco barlume di speranza: la voce si fa più melodica, i cori creano un effetto avvolgente e quasi angelico, che ben s’intonano col contesto in cui ci siamo ritrovati. La parola “vivo”, più volte ripresa in questa traccia, assume una notevole importanza semantica, giacché si erge, da semplice aggregato di lettere alfabetiche, a vero e proprio “manifesto” di chi non vuole sottomettersi a questo mortifero sistema che ha avvinghiato il mondo interno, vera vittima inerte dei giochi di potere di chi comanda il gioco. L’andante drumming che sorregge i tintinnanti arpeggi di chitarra introducono “NQO”, la seconda traccia. Lisergiche distorsioni di basso spianano la strada alla voce del singer, decisamente impiantato sulle medesime coordinate canore del precedente brano. Se voce, basso e batteria costituiscono l’impianto trainante della canzone, la chitarra recita invece un ruolo d’abbellimento, fraseggiando qua e là, di volta in volta, ornando la composizione con tocchi sapienti e preziosi. Intermezzi con tastiere (0:43) intensificano il pathos della canzone, decretando un mood ben preciso, che, anche se siamo solo alla seconda traccia, scommetto possa essere il leitmotiv dell’intero album. Il brano si apre con la parola “Bianca”, probabilmente il nome della protagonista, intenta ad accendere la TV per cercare un’“erezione” (che sia una dissacrante assonanza con “emozione”?). Molte persone, oggigiorno, accendono la televisione per rifugiarsi in un “universo parallelo” a quello della propria misera vita, ma, sovente, all’interno dei palinsesti non si trova che merda: sotto agli occhi di Bianca capita infatti un “plastico trittico” di personaggi raccattati all’ultimo momento, scarni, vuoti di personalità, stereotipi di quello che si vorrebbe fossero i giovani d’oggi, tutti firmati e “lampadati”. Se attraverso il suo messaggio la TV ci propina modelli come “un ‘tronista’ emblematico” (qui l’ironia è davvero acuta e sottile), c’è poco d’altro da fare, dato che “l’embargo mediatico” non può che crearci uno “shock anestetico”, quasi stordendoci con la sua incredibile scarsezza di qualità. Se nella canzone di prima l’urlo era diretto verso il sistema intero, ora alla band preme piuttosto denunciare l’aspetto sociale di un mezzo – la televisione – così tanto radicato nella società italiana, eppure così scadente al giorno d’oggi. Da “membro della famiglia” vero e proprio negli anni Cinquanta – gli anni del boom economico – la televisione è arrivata oggi a recitare una presenza ingombrante e costrittiva, che ci obbliga a guardarla senza opporre resistenza. Ecco che però entra in gioco “Carlo”, l’altro protagonista della canzone, che invece ben “sa il valore della libera espressione e non si arrenderà”. Tuttavia, ancora una volta, “il regime gli dirà/nessuno ti sentirà”, come a ribadire il concetto che è inutile ribellarsi, tanto prima o poi si è destinati a soccombere. Infine tocca a “Neda”, l’ultima protagonista, che “corre verso il cielo sputa fuori il veleno inspira l’aria”, come se si stesse rendendo conto davvero di essere un organismo vivente, e non una semplice marionetta azionata da quel sapiente burattinaio che è il sistema. L’acronimo del titolo si svela a metà canzone, dove si trovano i versetti che iniziano con le tre lettere in questione: “Nessuno”, “Qualcuno” ed “Ognuno”. Se prima era “nessuno” a sentire le tue grida, lentamente la situazione cambia: “qualcuno” ora le sta sentendo. Incredibilmente tutto si capovolge poi verso il finale: “ognuno ricorderà ciò che hai fatto/il tuo gesto e la tua fine per l’eternità”, facendo assurgere il ribelle a martire per la libertà e l’indipendenza. L’ultima stanza, riflessiva ed introspettiva, è un’amara – ma neanche tanto rassegnata – considerazione sul concetto stesso di libertà. Che cos’è? Come si manifesta? È la causa delle nostre consapevoli azioni? A queste ed altre domande Dubini non riesce a dare proprio una concreta risposta, ma tuttavia rimane ben evidente il messaggio che si è voluti comunicare. Musicalmente, questa “NQO” – che apprendiamo dal libretto esser stata dedicata “a tutte le vittime della violenza di Stato” – segue fedelmente il canone dettato dall’opener: ritmicità incalzante e grande risalto alla voce non mettono certo in ombra l’operato del bassista, così come la stessa chitarra è abile a ritagliarsi luminosi spazi che le permettono d’esprimere anche notevoli spunti melodici (2:27). Sempre presenti sono pure gli inserti elettronici, che conferiscono al brano quel giusto tocco d’alternative (come peraltro già menzionato sopra). In ultima istanza va anche sottolineato lo spazio lasciato alla sola musicalità, come la parte solistica di chitarra a 2:50, che, sebbene sia esagerato considerarlo un vero assolo, è comunque un frammento che varia in giusta maniera la proposta finora delineata dalla band. La parte coristica finale, infine, suggella la canzone con un tocco “da stadio” che sicuramente coinvolgerà l’audience – tanto per rimanere in “ambito televisivo” – della band. “Aniel”, terza canzone in scaletta, è introdotta da un bel basso innestato su inediti pattern ritmici, esaltati anche da diversi campionamenti elettronici. Quello che risulta essere il brano più lungo dell’intero album entra nel vivo quando la chitarra della Feragotto apre le danze con un delicato arpeggio, dal punto di vista timbrico molto pulito e “scintillante”. La melodia che ne scaturisce sembra essere quella di un carillon vecchio e malandato che, a causa dell’incespicare dei suoni elettronici, rende alquanto angosciante l’atmosfera. Le scelte di soluzioni dissonanti, come pare sentire, evidenzia maggiormente lo stile adottato, che ben s’intona con il testo della composizione: “Aniel” possiede infatti un impianto lirico molto ermetico, più difficile da sviscerare rispetto ai precedenti. Il protagonista pare essere un ragazzo che chiede attenzioni da parte della madre, insistendo con frasi del tipo “non hai molto tempo per ascoltarmi”. Se dunque denotiamo un certo qual deficit d’attenzione, preme però fare due considerazioni sul nome del protagonista. Aniel (che significa “Dio delle virtù”) è infatti un angelo, custode dei nati dal 24 al 28 settembre, avente dunque domicilio zodiacale nella Bilancia. Egli ha come elemento distintivo l’aria e fa dei suoi nati persone sensibili ed altruiste, con uno spiccato ed innato senso di giustizia. Questi ultimi saranno inoltre affascinanti dal punto di vista estetico, così come ameranno l’arte e la bellezza in sé. La canzone, pur iniziando in maniera abbastanza inusuale – volendo possiamo dire addirittura “sperimentale” –, attraversa una sezione (1:14) ancora più ambigua, caratterizzata da un flavour decisamente electro rock. Quello che potrebbe essere definito il chorus (1:26) s’avvale di vocals languide e melliflue, abbellite da cori tanto semplici quanto azzeccati. Proprio nel ritornello si raggiunge l’acme del dolore patito dal protagonista: l’invito rivolto alla madre di venirlo a prendere si tramuta in seguito in una disperata richiesta d’aiuto (“insegnami a capire senza poi soffrire”), che tradisce l’essenza stessa dell’essere ragazzo: l’impossibilità di capire come funzionano certi meccanismi della vita e la consapevolezza – più o meno accettata – di dover chiedere aiuto nelle difficoltà a chi più è vicino. Forse la causa di tanto male è un amore mal finito, forse è addirittura qualcosa di più grave, ma non ci è dato saperlo. Certo è che il ragazzo se la sta passando non troppo bene, dato che ha “un mare dentro agli occhi”, modo elegantissimo per dire, come la band stessa suggerisce dopo pochi versetti, “lacrime negli occhi”. Attorno al minuto secondo la canzone acquisisce poi una certa linearità, anche se i toni rimangono sempre piuttosto quieti. La terza stanza lascia trasparire un’inadeguatezza alla vita quasi pavesiana, caratterizzata da un forte disagio, cui il protagonista fa comunque di tutto per provare a reagire. I cori sono macigni che consolidano le incertezze del ragazzo, ma verso la fine della medesima strofa si palesa l’interesse del protagonista al ribaltamento della situazione: la canzone acquista improvvisamente un deciso cambio di rotta, la chitarra si fa distorta e tutto appare più caotico (2:52). Subito dopo, tuttavia, la canzone si acquieta di nuovo, salvo poi ribalzare in alto (3:41), proprio quando Dubini spinge sul pedale dell’acceleratore per dimostrarci tutta la sua bravura. Dopo l’ennesimo exploit, la canzone ripiomba nel chorus e su questi binari s’avvia verso la conclusione. Pochi attimi prima della fine, possiamo ascoltare un breve estratto di violino, ad opera della guest musician Lucia Violetta Gasti. “Exodant” dà l’opportunità all’ascoltatore di storcere un po’ il naso: si sa che l’arditezza di alcuni azzardi elettronici non piace molto all’ascoltatore rock medio, ma d’altronde chi desidera ascoltare questo album non è certamente un rocker medio, bensì una persona predisposta all’innovazione ed alla sperimentalità. Prima dello stacco di batteria che sembra fare il verso a quello di “Rock and Roll” dei Led Zeppelin, l’ambientazione sintetizzata ci coglie davvero di sorpresa, accompagnandoci dentro al cibernetico mondo della band. Suoni elettrici ed elettronici cercano di mescolarsi assieme, anche se a volte l’effetto è fastidioso. L’eccessivo uso di campionamenti ha reso infatti quest’album davvero un “ibrido”, un prodotto che abbraccia molti generi musicali ma che, al contempo, non se ne definisce in nemmeno uno. Il sottotitolo della song è “Come un uomo sulla terra” e questa volta la tematica centrale è quella secondo cui non esistono confini in questo mondo: siamo tutti uomini e tutti fratelli. Barriere e dogane segnano i limiti di una nazione dall’altra, nel nome delle quali spesso si dichiara guerra per motivi abietti. Come già osservato nelle precedenti tracce, anche “Exodant”, dopo l’intro elettronica, parte effettivamente in sordina, tenendo un basso profilo e permettendo alla voce d’iniziare la sua opera di recitazione. Se all’inizio domina il paragone tra un semplice uomo (cui era “proibito vivere”) ed un soldato (il quale era “costretto […] a uccidere”), poco dopo l’attenzione dell’ascoltatore viene catturata da fugaci versetti di un idioma pressoché sconosciuto, che apprendiamo dal libretto essere il dialetto Akose, lingua bantu parlata dai Bakossi del Camerun. Le parti dedicate recitano “Proteggimi. Dammi la mano. Aiutami” ed evocano nella mente di chi ascolta immagini di un lontano conflitto in Africa, dove la popolazione nera è costretta a subire numerose angherie per conto dei bianchi invasori di turno. Con due attacchi ad “Europa” ed “America” – incarnazioni del capitalismo – il protagonista accusa la prima dei falsi annunci riguardo a “lavoro e dignità” e della seconda la “pace ed equità”. La canzone continua imperterrita col sound più sintetico finora ascoltato, fin troppo elettronico e troppo poco rock. La parola-chiave della canzone è indubbiamente “fratello”, da cui deriva il concetto di cui sopra, anche se il testo non è certamente innovativo, ma anzi risulta essere abbastanza mieloso e ripetitivo. Da 2:20 in avanti, poi, c’è la quintessenza dell’elettronica: rumori quasi noisy stordiscono e corrodono i timpani dell’ascoltatore per poi lanciarlo verso l’ultima sezione della canzone. Qui la canzone pare avvalersi del maggior contributo chitarristico della Feragotto, che imprime una sensibile sterzata alla composizione. Tuttavia questa “Exodant” pare non colpire nel segno più di tanto, giacché troppo contaminata da influenze che hanno – a mio sindacabilissimo parere – ben poco a vedere col rock propriamente detto. Arriviamo a metà disco e possiamo già fare una breve (e parziale) considerazione. Dopo un uno-due efficace ed intelligente – perché ha saputo presentare la proposta della band –, l’album s’è purtroppo già sùbito affievolito in prossimità del terzo e del quarto brano, puntando inesorabilmente al basso. La quinta “Buco di pietra” sembra smentire sin dall’inizio il periodo di stanca del disco, configurandosi sin dal principio in maniera decisa con le sue prepotenti distorsioni. Il ritmo di batteria dettato da D’Agosto, che pesta come mai sul crash, e la grezza distorsione della Feragotto introduco un brano che, nonostante l’inaudita violenza iniziale, si tramuta poco dopo in un soffuso arpeggio di chitarra. La voce di Dubini s’innesta su queste aeree peripezie, adottando la sua solita timbrica calma e distesa. Dal minuto 0:41 possiamo udire distintamente delle percussioni, che ben s’incastrano col tradizionale impianto sonoro della batteria. I cori presenti in questa canzone sono per l’occasione affidati a Matteo Dainese, ospite che ritornerà ancora in un secondo momento e sotto altre vesti. “Buco di pietra” è un brano effettivamente fuorviante, poiché prima ci aveva abbondantemente ingannato con la sua pesante intro, per poi invece lanciarci nuovamente verso le soluzioni tanto care alla band. Dal punto di vista testuale non ci sono highlights degni di nota, ad eccezione di un’iconica affermazione “esisto finché appaio”, facilmente paragonabile alla ben più famosa cogito ergo sum (“penso dunque sono”). L’espressione degli Alba Caduca è altrettanto interessante e come non dar loro torto? Finché siamo in vita, appaiamo (agli altri, a noi stessi). Quando moriremo, la nostra presenza cesserà. Il testo s’incentra poi sul rinnovamento imposto all’uomo dalla “moda” e da non meglio precisati “profili”. Tutto questo ammodernamento crea però un vero e proprio senso di confusione e stordimento all’interno dell’uomo. Altri concetti sono piuttosto banali (come quello della mutevolezza delle persone, riportato dal versetto “cambiamo maschere cambiamo faccia”), ma sono tuttavia inerenti alla tematica della canzone e quindi attinenti al cento per cento. Come abbiamo già avuto occasione di provare più volte dall’inizio del disco, anche “Buco di pietra”, in occasione del ritornello, acquista tutto il brio delle primissime parti della canzone. A lungo andare, però, questa soluzione comincia a stufare un po’, giacché, oltre a non definire in modo preciso lo stile della band (che è continuamente sottoposto a continue sterzate), oltretutto inizia ad essere davvero ripetitiva. A 1:58 un intermezzo di chitarra ed una leggera melodia di tastiera ci evocano nella mente ricordi che arrivano dal lontano “Tuonela” degli Amorphis, nella fattispecie dalla sua opener “The Way”. La chitarra è effettata e regala davvero attimi di ottima musica, sapientemente coadiuvata dal resto dei musicisti della band. Infine, dopo alcuni violenti colpi di coda, la canzone si chiude col solito minutaggio standard della band (e cioè attorno ai quattro minuti scarsi). Gli inediti arpeggi di chitarra acustica aprono “Scarti di stelle” e variano decisamente la proposta della band, snellendone però la potenza e l’incisività. Il ritmo di batteria si fa leggermente più complicato, pur sempre lineare ma con dei sapienti tocchi in controtempo. La linea melodica della voce, ahimè, ricorda quella dei Negrita – band nei confronti della quale nutro ben poco stima –, e ciò probabilmente è dovuto o per il ritmo leggermente “tribaleggiante” o per il suono stranamente troppo pulito. Il valido Massimo Cisilino al basso ci regale sempre partiture degne di nota, incastrandosi perfettamente con le melodie di voce ed altri strumenti, pur non assumendo mai un ruolo da prima donna. Come facilmente intuibile dal titolo, le lyrics della canzone trattano dell’universo (“grande e profondo è l’immenso/si espande si estende l’universo”) e di tutti gli aspetti che gli ruotano attorno. Da millenni, l’uomo ha sempre scrutato la volta celeste interrogandosi sulle sue origini, sulla sua consistenza, sulla distanza di quei piccoli puntini luminosi che sono le stelle. Nel farlo, l’essere umano ha sempre patito una situazione d’infinita inferiorità, la sensazione d’esser davvero un granello in mezzo ad un mare di sabbia, sentimento che suscitava in lui una certa qual sensazione di sublime. Se dunque anche nella canzone si urla di stupore (“che meraviglia la meraviglia”), il nòcciolo del discorso s’incastra poi su di un concetto particolare: se “l’uomo passa” (ovvero muore) la sua idea “resta qua”. Potrebbe significare che, dopo la dipartita, il ricordo del defunto (la sua “idea”) possa effettivamente “restare in vita”, grazie al ricordo, ad esempio, di chi gli voleva bene. A 1:10 si apre una delicata sezione musicale che ben rievoca le sensazioni astrali, e sembra lentamente trasportarci nei cieli più alti. Sebbene sia il brano meno rock dell’intero lotto, “Scarti di stelle” si candida comunque come uno degli episodi più riusciti dell’LP. I vagiti di chitarra di “damage inc-hiana memoria” (2:23) suggellano la preziosa composizione, la cui strofa finale, aumentata d’impatto grazie alla voce che sale di tonalità e dal ride sempre tintinnante del batterista, ci illustra una possibile teoria: “l’energia degli esseri/l’umanità e i suoi limiti” divengono “scarti di stelle in ciclicità”, come voler dire che l’essenza degli esseri umani confluisca, in una misteriosa maniera, nelle forze che animano l’universo, e dunque pure nelle stelle. D’Agosto esegue una lunga apertura in crescendo sui piatti per introdurre “Prenderti mai”. Il flusso ascendente s’interrompe poi quasi all’improvviso, giusto per lasciare spazio alla voce che entra piuttosto di sorpresa, sostenuta dai soliti suoni sintetici. Poco dopo è la volta della chitarra, che si prodiga nuovamente in un tenue arpeggio, per niente invasivo ma anzi molto delicato, come d’altronde delicato è il testo della canzone. “Prenderti mai” s’avvale infatti di liriche efficaci e dolci, accuratamente scelte. Bello è l’incipit: “Per quanto possa dire o riesca a fare/per quanto riesca a stringerti forte/la tua anima non arrivo mai a toccare”. Sono versetti degni dei più blasonati cantautori, certo che però bisogna anche dire che la scelta dell’italiano per queste frasi può risultare un’arma a doppio-taglio: l’inglese, si sa, rende tutto meno sdolcinato, ma forse proprio perché rende tutto meno intelligibile alle orecchie dell’ascoltatore italiano medio. Tuttavia, quante canzoni ampiamente idolatrate in ambito rock/metal, se tradotte in italiano, risulterebbero invece “scandalosamente” zuccherose? Comunque sia, in questo caso, la band osa sbilanciarsi con un testo davvero ardito, ma come abbiamo già avuto modo di ribadire – nel bene o nel male – gli Alba Caduca sono una band che sa bene come si fa ad osare. Ritornando al testo di cui sopra, il protagonista probabilmente si riferisce ad una probabile controparte amorosa, fuggevole a dire poco, in quanto non riesce ad afferrarla. Dal punto di vista interpretativo, la questione si presta a due possibili decifrazioni. La prima sarebbe quella secondo cui il protagonista non riesce a “toccare” l’anima dell’altro soggetto in quanto non è capace d’essere totalmente in sintonia con esso stesso. La seconda, più plausibile (e poi vedremo perché), è quella che fa supporre all’incredibile fuggevolezza dell’altro protagonista della canzone. A sostegno di tale tesi ci arrivano infatti gli ultimissimi versetti del brano, “non riuscirò mai a prenderti/sei come il vento”. Ecco che, alla fine, si spiega il senso di tutti quei versi tronchi, che terminavano sempre con un evasivo “tu…”. In concomitanza del finale, il protagonista riesce dunque a trovare le parole per descrivere efficacemente la sua controparte e così si pone anche la parola fine a questa canzone. Dal punto di vista musicale, “Prenderti mai”, a parte l’introduzione già descritta, si configura come un “lento”, a suo modo particolare per i sempreverdi effetti elettronici inseriti in ogni dove. Alcune melodie (0:41) osano davvero molto, andando a rasentare lidi distanti anni luce dal rock. Al minuto primo, però, subentrano le vigorose distorsioni cui la band ci ha abituato e così il brano inverte di tendenza. Chitarra e basso producono un groove ritmato e martellante, mentre la batteria trova spazio per divertirsi a cambiare tempi e soluzioni. Nelle sezioni prive di distorsioni, s’assiste ad un brano davvero “piatto”, non nel senso cattivo del termine, però sicuramente non esaltante e coinvolgente a chissà quali livelli. Canzone ibrida per struttura, “Prenderti mai” porta con sé le caratteristiche dei lenti ma anche dei pezzi più ritmati, forgiandosi così come un episodio sui generis all’interno di quest’album. Sul finire della composizione, il brano alza un’ultima volta i toni, abbracciando definitivamente le saturazioni e rievocando, almeno nel suo ultimo minuto, i segni distintivi dell’alternative comunemente definito (qua e là sembra infatti poter percepire qualche influsso riconducibile ai Placebo, maestri indiscussi del genere). “Vado in fa” è la canzone con uno degli inizi più briosi del disco. Le rapide sequenze di batteria introducono un riff di chitarra liquido e dilatato. Il supporto ritmico di D’Agosto dietro le pelli è davvero efficace e dà un notevole esempio della sua bravura. Nelle sezioni in cui la chitarra è assente, è il basso di Cisilino a tracciare le coordinate sonore che sono poi seguite fedelmente dalla voce. Quando poi entra anche la sei-corde di Elena, la trama sonora acquista in potenza ed in forza incisiva. Il testo è un continuo divenire, privo di un vero e proprio chorus, e con l’arcano titolo che si svela solo alla fine: “vado in fa” sta infatti per “vado in fabbrica”. A tal proposito le liriche tratteranno della vita dell’operaio comune. Sin dall’inizio della sua giornata è tutto un susseguirsi d’ordini, ancor prima di arrivare sul posto di lavoro. Dall’agitazione per la “sveglia [che] fa rumore” (e che dunque ti ordina d’alzarti) alla testa che ragiona meccanicamente (“la testa pensa male aiuta solo a camminare”), il testo conduce ai soliti temi inerenti alla vita in fabbrica: spersonalizzazione, routine, automaticità. Il grigiore di una vita sempre uguale (“6 meno un quarto […] un passo dietro l’altro e fuori il buio/non va mai via la monotonia”) è solo il preludio a ciò che accade entro le quattro mura della fabbrica, laddove i “capannelli di occhi senza lacrime” (metafora per esseri umani – gli operai – quasi svuotati d’ogni umanità) sono ormai troppo “stanchi di dire sempre di sì”. L’unica possibilità d’evadere è rappresentata dalla “mente che cerca di scappare”. Claustrofobia mista a ripetitività ha portato l’uomo ad essere una macchina. E per cosa? Per la paga? Che cos’è la paga? Il salario serve per pagare la forza-lavoro “prestata” dai lavoratori ai proprietari, ma cos’è che ripaga le ore passate sul posto di lavoro, la vita che mai più ti ritornerà indietro (“la vita e il tempo che mi rubi non han prezzo”)? Dubini si pone queste domande, e solo parzialmente riesce a trovar rimedio all’emblematica condizione del proletario, che ormai da due secoli abbondanti condiziona la vita filosofica dell’Occidente. Anche se ormai siamo entrati in un’epoca post-industriale, le medesime preoccupazioni affliggono la mente di chi ha la cosiddetta “coscienza di classe”, per dirla alla Marx, e cioè la consapevolezza d’appartenere ad una classe sociale al contempo figlia e schiava dello stesso sistema capitalistico. Amara è la rassegnazione delle ultime strofe: se “ciò che conta […] è ciò che do” allora “fuori i miei soldi e stop!”. Punto. E dunque il protagonista pare accettare qualsiasi destino (“e fa che sia lobotomia”), rifugiandosi negli unici due giorni festivi della settimana, bramati come manna dal cielo (“cercando un riscatto dentro al weekend”). Nei giorni di non lavoro sono lo svago e la perdizione a distogliere la mente da quella ciclicità che dal prossimo lunedì ricomincerà inesorabilmente (“i ritmi meccanici e la disco mi fan rinsavire/ballo in estasi e fuori è di nuovo buio/e vado in fa…/vado in fabbrica”). In sintesi, il testo mette bene in risalto le idee sociopolitiche della band, già percepite più o meno distintamente nelle tracce precedenti. “Vado in fa” è dunque un brano impegnato, portatore di un messaggio mai del tutto inattuale, che pare dare il giusto risalto alla tematica trattata, ma che al contempo s’avvale di un’ottima sezione musicale. Guarda caso, questa volta i campionamenti elettronici non sono preponderanti, bensì si bada di più al groove ed alla “fisicità” della canzone. Gli orpelli sono lasciati per una volta da parte e, se questo è il risultato, vien da chiedersi se non sarebbe stato meglio metterli in disparte già da prima. Brano più corto del disco, “Vado in fa” è semplice e convincente, sicuramente uno dei punti da ricordare di questo “Uomo nuovo”. Penultima traccia è “No Man’s Land”, dove subito ritroviamo tutto l’electro rock dei brani precedenti. Il beat è davvero alieno, anormale. Pure il basso sembra essere contaminato: dal suono cupo, ovattato e roccioso delle precedenti tracce, ora è diventato metallico e sferragliante. La chitarra ritorna ad occupare posizioni di prestigio sebbene non di primissimo piano. Allo stesso modo la batteria è più lineare del solito, ad eccezione di alcuni frangenti in cui la tecnicità del drummer viene sempre a galla (il controtempo da 1:37 in avanti). La voce è la solita componente trainante e pare trovarsi davvero a suo agio nell’ennesimo brano atipico della band. Niente e nessuno riesce a rubare il posto, o almeno a scalfire, l’alto piedistallo su cui sta seduto Dubini: la sua voce è la vera grande costante di questo disco. Di conseguenza il testo assume quasi automaticamente rilievo all’interno del contesto di questa “No Man’s Land”. La riflessività delle parole stesse porta il protagonista ad intavolare un discorso con un’altra persona, indagando gli aspetti profondi dell’animo umano. Sin dall’inizio mette in chiaro la sua tendenza ad investigare l’anima. Non è sicuro che sia cosa facile perché probabilmente la sua “è nascosta da sempre”, però vorrebbe sì fare qualcosa: vorrebbe “conoscere […] e capire poi”. Chiede così aiuto (“dimmi dov’è la verità?”), realizzando che nei reconditi meandri della psiche umana “non c’è solo amore”. Le difficoltà si riscontrano proprio quando si tenta di scavare ancora più in profondità. A tali latitudini le sfide richiedono una sfilza di qualità: occorre essere pronti – e lui non lo è (“non sono pronto”) –, occorre essere attenti – e lui non lo è (“non sono attento”). Che fare dunque? In questa regione ignota, metaforicamente paragonata ad un “deserto”, in questa terra di nessuno (appunto “No Man’s Land”), è davvero troppo arduo destreggiarsi in maniera efficace. Quello che vediamo non sempre è ciò che sembra. Eppure il protagonista arde “di sete e umanità”, ha voglia di conoscere e d’apprendere. Verso la fine giunge poi ad una conclusione: dentro se stessi “non c’è confine/dentro di te no man’s land/dove l’amore è verità. È per sempre”. Dentro di noi le emozioni non sono singole componenti. Prese una ad una esse rappresentano sensazioni ben precise, ma da un punto di vista olistico, sommandole, s’ottiene un prodotto di lunga superiore alla semplice somma di ognuna di loro. Il risultato è dunque un eccezionale miscuglio emotivo, caratteristico della singola persona e forse mai più replicabile in nessun altro spazio o circostanza. Se da una parte il testo è ben congegnato, dall’altra la musica pare ricadere nei soliti “peccati d’elettronica”, che snaturano fin troppo l’“essere-rock” della band. A partiture “artificiali” (2:15) se ne alternano altre abbastanza scarne (2:53), ma non bisogna dimenticare anche l’assolo di chitarra a 3:50. Sebbene non sia in primo piano, il guest Matteo Dainese ritorna in veste di percussionista per apportare alcune variazioni stilistiche al sound della band, tutto sommato abbastanza superflue vista la scarsa resa sonora. Con la chitarrista lanciata in una parte solistica (forse) mai vista prima, la canzone s’avvia alla fine con voce e chitarra a contendersi il territorio, mentre il supporto ritmico esegue il solito, preciso lavoro. Ultima traccia è “Non ti basta”. Un suono del tutto simile ad un encefalogramma piatto sottrae una manciata di secondi alla voce, che parte accompagnata da un arpeggio di chitarra. Isolate note di pianoforte disorientano l’ascoltatore, mentre il baso si produce in fills sottovoce ma comunque apprezzabili. Dubini comincia così a elencarci una serie di situazioni in cui “senza di lei” sei come incompleto, privato di una parte di te stesso, manchevole e sospeso. Ma a chi o a che cosa si riferisce? Come spesso abbiam visto, la risposta arriva solamente con gli ultimi versetti della strofa finale, ma prima di bruciarci la sorpresa procediamo con ordine. “Senza di lei non sei nella trendy-economy” (ovvero non sei cool, come si dice oggigiorno tra i fighetti); “con lei puoi essere un dio una divinità”; “senza di lei non puoi fare la guerra/senza di lei non fai l’amore hai dei limiti”. Qualche ipotesi la si può campare già in aria a questo punto, ma se non bastassero gli indizi ecco che “la cerchi sempre intorno e non ti basta mai/sopra quello specchio e non ti basta mai”. La risposta non può che essere una: la cocaina (ce lo fa supporre l’uso dello specchio come piano d’appoggio per l’assunzione, giacché la superficie riflettente mette bene in risalto ogni singolo granellino da sniffare). Descritta come “gioia malata”, la cocaina è qualcosa che non ha pietà per chi l’assume (“veloce come il tempo che ti mastica”). Poi arrivano due versetti davvero belli: l’ossimoro “nulla di più infelice è la tua felicità” ed il dissacrante paragone “polvere degli angeli forfora dei diavoli” (verrebbe da dire che son punti di vista!). Durante il primo minuto l’andatura è quasi stentata, claudicante, quasi a voler sottolineare l’inconcludenza di chi sta cercando disperatamente la dose d’assumere. Quando finalmente entra in corpo, ecco che sopraggiungono distorsioni di basso mai osservate prima d’ora (1:03). Dopo questo momento la canzone sembra riprendere pari-pari la medesima struttura adottata dall’inizio, sebbene i pattern di batteria arrivino subito a smentire – almeno in parte – quanto affermato. D’Agosto incasina il semplice ritmo di prima optando per passaggi su tamburi che suonano in maniera davvero “diversa” rispetto il solito. La sospensione a 2:15 aumenta la suspense per ciò che deve arrivare da lì a poco. In attesa del finimondo, la voce di Dubini ci lascia interdetti, cogliendoci nettamente in contropiede e lasciandoci a dir poco spiazzati. Se prima “era l’eroina/fantasmi d’eroina. Paura ed eroina” ora è solo più “cocaina. Il nulla e cocaina/sangue di cocaina”. L’organismo del protagonista ne è saturo: è giunto ad un punto di non ritorno e l’esito è facile immaginarselo. Dalla pausa di cui prima entriamo poi finalmente nel gran finale (3:08), dove la chitarra è libera di dispiegare le ali al cielo e di lanciare i suoi fendenti verso ogni dove. La quintessenza dell’alternative della band è forse racchiuso in questi ultimi minuti della canzone, dove la dissonante melodia, l’epicità dei cori, le urla dannate di Dubini chiudono davvero bene l’album, definitivamente “reinstradato” verso la meta che ogni musicista (ed ascoltatore) si prefigge.



Giunto alla fine di questo Uomo nuovo mi sorge spontaneo fare una piccola premessa. Restando l’alternative un genere al di fuori dei miei consueti ascolti, ho cercato di scindere nel modo più professionale i miei gusti personali da ciò che mi si richiede in quanto recensore, ovvero obiettività, competenza e preparazione nell’affrontare qualsiasi cosa mi si ponga davanti. Con gli Alba Caduca, devo essere sincero, ho affrontato un capitolo della musica rock moderna che finora avevo sempre lasciato in disparte, vuoi per scarso interesse, vuoi perché mi sentivo impreparato ad affrontarlo. Dal punto di vista dell’analisi, la band friulana si è dimostrata un osso davvero duro sotto molti punti di vista. Anche già solo a partire dal concetto minimalista che sottostà alle illustrazioni dell’album (dal biondo bambino con pistola della copertina, agli scatti parziali ed in bianco e nero dei musicisti) il modo di porsi della band è comunque “freddo” e “distaccato” (tutto rigorosamente tra virgolette), specie se paragonato al mondo colorato con cui solitamente sono abituato ad interfacciarmi. Asettici e lontani sono anche i numerosi effetti elettronici che costellano l’intera opera. Eppure gli Alba Caduca sono tutto ciò. Per carità, non fraintendetemi: non sono una band inespressiva o incolore. Sono semplicemente autori di una musica che va capita, studiata, contemplata. Non è la classica band da sentire in auto, per dirla con parole povere. Uomo nuovo è a tratti un concept (anche se paradossalmente manca delle caratteristiche base per poterlo definire tale) sul sistema e sui luoghi comuni che attanagliano la nostra epoca (lavoro, società, disuguaglianza, droga, ecc.). Le parole messe in grassetto all’interno del booklet sono quelle nozioni-chiave che rendono più chiara l’interpretazione di questo monolitico cd. All’interno di esso si sono potute constatare le capacità tecniche della band, decisamente valide all’interno del contesto in cui essa si muove, anche se vanno anche evidenziati dei punti a loro sfavore. Innanzitutto, a volte, la linea vocale è risultata noiosa e ripetitiva. Lungi dall’essere un cantante privo di mezzi, Dubini è in possesso di un voce potente, ma il fatto che si riservi veramente poco di modularla rende così l’effetto finale un poco monotono. Su basso e batteria non c’è nulla da dire dal punto di vista dei “contro”: la sezione ritmica, da cima in fondo, è stata autrice di valide soluzioni, mai scontate. Discorso a parte per la chitarra. Quello che normalmente è lo strumento più preponderante all’interno di una rock band, risulta qui essere uno strumento come gli altri, mai del tutto in prima linea, se non nelle parti più prettamente rockeggianti (dove appunto sa farsi rispettare, anche grazie a distorsioni potenti ed abrasive). Ultimo punto che mi preme far notare è l’effetto “copia-incolla” di sezioni veloci/ritmate ad altre lente/calme all’interno di quasi ogni benedetta canzone. Ad essere onesti, non riesco proprio a capire se ciò debba considerarsi un marchio di fabbrica positivo o negativo. Certo è che, dopo tot numero di volte, la soluzione perde d’efficacia e comincia a stancare ed a risultare prevedibile. Ritornando a ciò che c’è di buono, come detto in precedenza, gli Alba Caduca sono una band che sa osare, e lo fanno anche quando si pongono in maniera netta contro le avversità dei nostri tempi. Emerge chiaramente – se così la vogliamo chiamare – un’ideologia politica di sinistra, autodefinitasi nel corso delle tracce grazie ad indizi che lasciano ben poco spazio all’immaginazione. La sola dicitura alla fine della seconda traccia (“NQO”) delinea una sola, inequivocabile strada. Insomma, gli Alba Caduca sono una band che ci offre un genere ostico. Definirli solamente alternative rock è riduttivo; sarebbe meglio alternative/electro rock. Non vanno comunque dimenticate le numerose influenze, dallo shoegaze delle parti più oniriche (i frangenti centrali di “Buco di pietra”) all’alternative metal della quasi totalità delle volte dove si pigia sull’acceleratore (delle distorsioni). A chi è votato all’innovazione ed alla modernità gli Alba Caduca potranno sicuramente piacere; chi è radicato invece a sonorità “vecchio stile”, lasci semplicemente perdere.


1) Vivo
2) NQO
3) 
Aniel
4) 
Exodant
(Come un uomo sulla terra)
5) 
Buco di pietra
6) 
Scarti di stelle
7) 
Prenderti mai
8) 
Vado in fa
9) 
No Man's Land
10) Non ti basta