4ARM

Submission For Liberty

2012 - Rising Records/Gordeon Music

A CURA DI
SALLY REYNOLD
21/05/2012
TEMPO DI LETTURA:
7,5

Recensione

La scena Metal australiana negli ultimi anni è stata capace di regalare al mondo (più o meno manifestamente) artisti di un certo calibro, freschi, intraprendenti, con tantissimo talento e voglia di fare. Di questa affascinante milizia fanno parte dal 2005 (col loro album di debutto "13 Scars") i 4Arm, aitanti giovanottoni col metallo nelle vene, che proprio quest'anno (per la precisione il 10 di Febbraio) hanno rilasciato il loro terzo lavoro dal titolo "Submission For Liberty", che analizzeremo in questa sede.

Al suo interno l'opera presenta un' evidente soluzione di continuità, in una miscellanea di elementi vecchio-stile interiorizzati tramite l'attitudine personale del gruppo ed esaltati da una modernità di sound e di strumentazione. Sin dai titoli lo scopo dell'album risulta abbastanza evidente nel suo desiderio di battaglia, denuncia, resistenza, dove i testi si asservono e si amalgamano perfettamente alla melodia.

Il primo brano, "Sinn Macht Frei" (1:23 min.), letteralmente "La mente rende liberi", è un intenso proclama. Un piano nostalgico e modesto, solo, introduce e poi accompagna una voce malinconica e grave, solenne e severa, che esorta con convinzione a liberarsi dalla schiavitù politica, a non donarsi a uomini che fanno i propri interessi sulla pelle del popolo. "Dictators free themselves but they enslave the people", ci dice la voce, urlando la sua convinzione accoratamente. È un estratto sapientemente scelto dalla scena finale de "Il Grande Dittatore", film del 1940, scritto, diretto ed interpretato dal grande Charlie Chaplin, in cui l'attore interpreta il dittatore Adenoid Hynkel (palese parodia di Adolf Hitler) che ricredutosi abbandona i suoi piani di conquista.

Il secondo brano, "While I Lie Awake" (7:33 min.), ha un principio pacato ma vigoroso, guardingo, di chitarra e batteria. La prima, accompagnamento, elabora un riff melodico, ripetitivo, poi sovrastato da una solista leggermente più incalzante ma ugualmente granitica, in alcuni punti più leggera laddove più acuta. La batteria le supporta, tamburo solenne, in una marcia vigorosa, con colpi ben assestati e cadenzati. La loro ultima nota, estinguendosi, dà vita ad un riff più spietato, più veloce, oggettivamente non eccessivo ma che provoca un distacco molto netto col tema introduttivo, in cui la batteria fa inizialmente solo capolino per poi diventare, nella sua seconda ripetizione, la base galoppante dell'insieme. Su di esso la voce, poderosa, si inserisce urlando la sua strofa con un certo vigore. Verso il minuto e trentaquattro secondi un piccolo ponte carico d'attesa sembra presagire un ritornello ma riaffoga con una continuità spiazzante (anche grazie all'effetto creato dalla voce) nella strofa, uguale alla prima, al cui termine un mini assolo indemoniato prende vita per pochi secondi prima della strofa successiva. Essa è seguita da un breve intermezzo più eclettico, in cui la voce urla parole distinte, staccate, che di nuovo confluiscono tramite una lunga frase nella strofa. Dopo di essa il ritornello si apre più lento, meno dinamico. La voce è più melodica, la chitarra meno estrosa ed audace. La melodia, dopo il ritornello, rallenta. La chitarra si fa pulita, malinconica. La batteria intona una marcia militare che, immediata, sfocia in qualcosa di interiore, velatamente triste ma non morbosamente lento, in cui la chitarra torna leggermente distorta e si impenna in un assolo vibrante, sostanzioso, sempre più acuto, pieno di acciaccature ben piazzate ma a tratti terribilmente dispersivo. Una nuova melodia si fa strada proponendosi come gemella cattiva della strofa iniziale, innalzandosi in una versione più acuta di sé stessa. Un nuovo cambio poderoso concede un nuovo assolo, stavolta più breve e più omogeneo sebbene comunque vario. Di nuovo si ripropone la melodia dell'intermezzo, incalzante, martellante, che ad un minuto dalla fine cede il passo alla nuova strofa ed all'annesso ritornello. Sulla melodia principale termina, netto, il pezzo.

La traccia, come intuibile, parla del'impotenza e dell'ignoranza di un popolo sottomesso ai potenti.

Il terzo brano, "Raise A Fist" (4:27 min), parte già da principio in modo abbastanza energetico. Com'è spesso da consuetudine lascia la prima ripetizione ad una chitarra quasi sola, solo in seguito raggiunta dalla batteria incalzante. La melodia rimane la stessa per tutta l'introduzione (un minuto circa) senza significativi cambiamenti, ed anche durante la strofa, che la voce sovrasta pesantemente, piegandola alle proprie esigenze espressive e dandole un senso totalmente stravolto rispetto a quello dell'introduzione. Dopo di essa il ritornello, di nuovo leggermente più melodico del resto, veloce, intermittente, occupa una parte importante del pezzo. Una nuova strofa lo segue, con conseguente ritornello, cui segue una strofa atipica più scandita, dialogica. Dopo di essa un rallentamento in cui la voce e la melodia si trattengono, esplodendo rimticamente, conduce all'assolo, veloce, modesto seppur articolato, non così enfatico ed esagerato, abbastanza logico nella sua struttura. Da lì la riproposizione prima della melodia accennata, poi dell'interezza del ritornello, stavolta condito da una chitarra in sottofondo più eterogenea.

Il quarto brano è omonimo all'album (5:14 min.). Chitarre lentamente crescenti sfociano in un'introduzione inizialmente eterogenea, in cui chitarra e batteria si soffocano a vicenda combattendosi un breve protagonismo. Da lì poi la stessa melodia si ordina, e gli strumenti si affiancano matematicamente. Dopo circa quaranta secondi la melodia si sposta su toni più battaglieri, gravi, intimorenti, fino all'ingresso della voce in cui la linea melodica si dirada leggermente mantenendosi abbastanza monocromatica ed asservita alla predominanza vocale. La strofa corre impavida come un treno merci su binari traballanti, la voce urla con una tempistica affascinante il suo fragore, la sua arrabbiata ed estrema partitura. Le due strofe lasciano presto il posto al ritornello, un'isola di totale aggressività contenuta, trattenuta, che romba ed esplode con ritmicità puntualissima nella voce e resta costante e pressante nelle chitarre e nella batteria. Dopo di esso, al grido di "Fuck you all" prende vita un assolo piuttosto lungo, di una certa possenza, che non si risparmià nè in tapping né in bending, con una certa personalità ben articolata ed un percorso con cognizione di causa. Il cambio successivo consente nella ripetizione ossessiva di poche note, che staccano con un bending potente verso un nuovo riff tremolante e penetrante come la punta di un trapano, per poi riaggregarsi in una struttura più modesta, preambolo di un intermezzo di voce quasi sussurrata, crescente che consuce alla nuova strofa ed al conseguente ritornello che, seguiti daslla ripetizione della melodia principale precedono la fine del pezzo.

Il testo, come intuibile, è un inno di anti-patriottismo totale, giustificato tramite la descrizione delle vessazioni operate dal governo.

L'introduzione di "The Opressed" (4:11 min.), crea un'ambientazione tesa, carica di aspettative, morbida e leggera. Dopo pochi secondi due colpi di cassa esplodono, con la chitarra, per innalzare il livello di tensione ed i decibel della composizione. Da lì, sulla melodia principale, comincia a muoversi, serpeggiando, una chitarra da brividi, onirica, quasi violentata dalla voce che subentra al suo posto con sbraitante esplosività. La strofa non è eccessivamente estrosa né particolarmente veloce, la chitarra resta composta nella stessa nota ripetuta ed in piccolissime variazione alla fine della figura. Il ritornello vede una voce più melodica sebbene sempre sporca ed una chitarra che rievoca la melodia introduttiva in un mix coralmente azzeccato e vagamente minaccioso. A quel punto la strofa si ripete, col ritornello, lasciandos poi assorbire da un iniziale delirio chitarristico, un divagare distorto, che prende piano la forma dell'assolo inizialmente modesto e poco pressante, e che poi sboccia poco prima di cedere al nuovo ritornello. Un riff di poche note, ripetuto, conduce, troncandosi bruscamente, al termine del pezzo.

Il sesto brano, "I Will Not Bow" (5:54 min.), vede inizialmente il protagonismo di una batteria più volenterosa ed esaltante su di una chitarra sottotono, che anche all'aumentare della velocità sembra non riuscire a scavalcare i tamburi in importanza. Un breve silenzio precede la strofa, urlata da una voce rabbiosa, graffiante, che aderisce quasi perfettamente alla struttura melodica di una chitarra che si concede unicamente una vezzosa variazione allo scomparire delle parole. Una mini strofa a sé stante, meno dinamica, prepara al ritornello diviso in tre parti ben distinte, la prima martellante, discendente, in cui campeggia una piacevolissima figura etimologica ("I will not bow, not now, not ever"). Segue una parte strumentisticamente concitata e discendente, immediatamente attaccata ad un brandello più ansiogeno, meno melodico, più ossessivo. Da lì un intermezzo  breve riconduce alla strofa ed al conseguente ritornello, ripetuto con la stessa struttura. Da lì un intermezzo veloce e martellante, un assolo elettrico e poco divagante dal tema principale, un rallentamento sensibile riconduce alla parte iniziale del ritornello, ripetuta identica nelle liriche ma sostanzialmente diversa nella melodia, accompagnata da una chitarra solista hard rock, tradizionalista, piangente, che sfuma nel termine del pezzo.

L'introduzione di "Taken Down" (4:19 min.), settimo brano, è decisamente originale rispetto al resto dell'album: il mix di chitarra pulita e distorta crea una melodia articolata, dal sapore medievale, favolistico, con una punta di acidità accentuata nel momento in cui la chitarra accompagnamento abbassa i toni. Da lì un riff veloce e batteristicamente impunturato, tremolio ossessivo, precede l'ingresso della strofa, mutandosi leggermente, abbasando i toni nell'accompagnare la voce graffiare il suo messaggio. Fra una strofa e l'altra si ripropone la melodia che le introduceva. Essa di nuovo si riabbassa, e poi sale, diradandosi, nel ritornello tutto da pogare. Di nuovo, dopo un breve intermezzo convulso, si apre la strofa nella sua schietta magnificenza, seguita dal fedelissimo ritornello (che mette, davvero, una voglia pazzesca di saltare). Dopo di esso un cambio introduce e caratterizza una strofa più lenta, meno concitata, seguita poi da un ulteriore rallentamento melodico su cui la voce si appoggia ritmicamente con pause consistenti. Da lì, sulla stessa melodia, prende vita l'assolo, acuto, altalenante, non molto dissimile dalla matrice dei precedenti. Dopo di esso un nuovo ritornello, energico, conduce al termine brusco del pezzo.

"My Father's Eyes" (5:03 min.), ottavo pezzo, è sin dal principio significativamente energico: la melodia principale e le percussioni si ergono battagliere e solenni, per poi gettarsi in una corsa forsennata, altalenante, che traducendosi in una fortunata miscellanea dei due movimenti crea la base della strofa cantata, sempre melodicamente poco articolata, in cui la voce alterna versi brevi ad altri di lunghezza doppia con un effetto molto dinamico. Senza netti cambiamenti di melodia si fa strada il ritornello, poi seguito da un intermezzo veloce, movimentato. La nuova strofa è seguita da un ponte, una specie di proprio prolungamento naturale. Il nuovo ritornello, dove la voce prende una piega più melodica nel termine dei versi, è subito soppiantata da tamburi battenti, una chitarra lenta come la quiete prima della tempesta: i battiti aumentano, così come le plettrate, su di essi si scagliano ancora parole d'odio, che si ricongiungono al corpo melodico del post-strofa e lasciano fiorire dalle ultime sue parole un assolo breve, modesto ed un po' confusionario. Da lì un ulteriore ritornello, con una strofa, e sul tema musicale della stessa le parole del titolo (seguite da un breve proseguimento melodico) chiudono il pezzo.

Il non brano, "The Warning" (4:09 min.), ha un principio perocolosamente a la Arch Enemy, se mi passerete il paragone: il riff veloce, di chitarra sola, si sente poi riecheggiato solo nelle note più alte dalla seconda chitarra e ribattuto sulle stesse dalla cassa fino a che le tre non vanno a formare un insieme omogeneo in cui le corde intonano la stessa melodia e la batteria le sostiene totalmente. Il riff della strofa è una sorta di scarnificazione della melodia introduttiva su cui la voce urla dei versi di lughezza più o meno variabile composti con criteri che mi restano abbastanza oscuri dato che non sembrano mantenere una soluzione di continuità se non nelle rime. La riproposizione della melodia introduttiva conduce ad una strofa successiva che mantiene la stessa struttura asimmetrica ( ed a tratti poco digeribile) per poi aggiungere il ritornello sottoforma di una sorta di prolungamento in toni alzati per due versi che poi ripiombano nel mood della strofa. Da lì un assolo lineare, in crescendo, conduce ad una strofa cadenzata, che salendo di toni mantiene comunque la stessa ritmica , e poi ricade velocemente nella melodia principale, presto soppiantata dalla strofa e dall'ultimo ritornello, sul cui verso finale, urlato, si chiude il pezzo.

L'introduzione di "Blood Of Martyrs" (7:03 min.), ultimo pezzo, è probabilmente la più romantica di tutte: dopo un breve crescendo la chitarra pulita si raccoglie in una composizione nostalgica, leggera ma grave allo stesso tempo, pizzicata dolcemente come l'inizio di un sogno. La stessa melodia viene poi impugnata e rivisitata da chitarre distorte, solenni, più minacciose, e la batteria si fa strada. La voce, più pulita che nel resto dell'album,(e qui sfido CHIUNQUE a non percepire nemmeno un po' di Sully Erna) alza lentamente il tiro incedendo con cuore, lasciando per pochi secondi di nuovo spazio alla chitarra ed alla sua melodia principale. Di nuovo, nella strofa, voce e chitarra si affiancano con pazienza ed anima. Il ritornello si fa strada, lento, più rotatorio, riavvolgendosi in sé stesso in un mini schema di tre versi ripetuto due volte. L'assolo si fa quindi strada, sull'accompagnamento mnaccioso, con vivace avidità di acutezza, e lascia presto spazio ad una sapiente modifica della melodia della strofa, in cui le note si fanno meno continuative nella chitarra principale e vengono sottolineate, sfidate dall'accompagmamento più spiritoso ed audace. Un nuovo intermezzo, melodico, in cui la stessa struttura di due strutture da quattro versi ciascuna si ripetono, con il piglio malinconico di una comunicazione tanto importante quanto dolorosa da dare. Di nuovo il ritornello, coronato stavolta da un verso nuovo, riecheggiante, lascia presto spazio ad un'inserto più rude, crudele, seguito da un'ulteriore stanza, veloce, sussurrata, in cui voce e chitarra si rincorrono in una caracollante ed improbabile aderenza. La struttura si ripete, portando poi ad un martellante fast picking dal sapore un po "Nu" che, bruscamente fermatosi, lascia prendere vita un "assolo a due" sapientemente intrecciato, in cui le chitarre si sfidano, abbracciandosi, con una potenza inaudita, sprigionando fuoco e fiamme fino al termine, netto, del pezzo. In questa sede il testo risulta olto più introspettivo ed interiorizzato del resto dell'album, distaccandosi leggermente dalla tematica di resistenza al potere accarezzata nei brani precedenti, avvicinandosi agli ipotetici pensieri di un individuo prossimo alla sua dipartita.

Gettando uno sguardo complessivo sull'opera possiamo sicuramente trovarvi tracce più o meno originali, di calibro più o meno nobile, ma complessivamente poco esuberanti in termini di novità compositiva. Essendo però io una di quelle persone che ritiene fondamentale fare belle cose e non solo cose nuove, mi sento di dire che il fatto che questi ragazzi abbiano palesemente imparato dai grandi del thrash per tirare fuori qualcosa di loro (Vedi Metallica, Slayer, Exodus...) può solo che rendere onore ad una band relativamente giovane come i 4Arm.


1) Sinn Macht Frei    
2) While I Lie Awake      
3) Raise a Fist    
4) Submission for Liberty         
5) The Oppressed    
6) I Will Not Bow    
7) Taken Down    
8) My Father's Eyes    
9) The Warning    
10) Blood of Martyrs

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