3TEETH

Shutdown.exe

2017 - OMF Records

A CURA DI
DAVIDE PAPPALARDO
09/04/2020
TEMPO DI LETTURA:
8

Introduzione Recensione

Siamo nel 2017, anno cruciale per la band industrial metal 3Teeth, composta da Alexis Mincolla, Andrew Means, Chase Brawner, Justin Hanson, Xavier Swafford. Dopo il discreto successo del loro omonimo debutto, i Nostri si sono trovati sempre più al centro dell'attenzione, e vari eventi hanno portato un successo probabilmente inaspettato anche per loro. Nel 2016, grazie ad una serie di conoscenze comuni, il cantante Mincolla riesce ad entrare in contatto con Adam Jones dei Tool, il quale si dimostrerà impressionato dalla loro musica e deciderà di farli suonare come spalla proprio con la sua ben famosa band. L'evento sarà un catalizzatore per la carriera dei 3Teeth, che da band prettamente underground, ora si troverà a suonare negli stadi con nomi del calibro dei Fear Factory e Rammstein. E' ormai chiaro che le prospettive sono ben più ampie rispetto a quelle iniziali, e Mincolla non perde tempo e prende l'opportunità al balzo, rilasciando interviste anche su quotidiani non necessariamente di musica, portando avanti l'immagine di una rinascita dell'industrial metal anche in campo più "mainstream". Tutto questo mette momentaneamente in stasi i programmi musicali dei Nostri, che già dal 2015 si erano messi a preparare nuovo materiale. Adesso le cose vano fatte in maniera diversa rispetto al debutto, interamente mixato e gestito dalla band stessa, è necessario affidarsi a professionisti del settore. Per "", secondo disco in studio, entra in campo Sean Beavan, in passato collaboratore di Nine Inch Nails,Guns N' Roses e Slayer, produttore veterano pronto a dare un sound leggermente più in linea con i gusti del pubblico alla proposta dei 3Teeth. Se infatti il debutto dava sfogo, anche per cause di forza maggiore, ad uno stile più sperimentale, minimale e dall'elettronica dominante, ora le parti organiche, tra chitarra e batteria, vengono rafforzate anche grazie ad una decisa volontà di rifarsi allo stile di nomi come White Zombie, Fear Factory, il vecchio Marilyn Manson, Bile, KMFDM, anche sul piano vocale. Mincolla prende lezioni di canto, riuscendo a diversificare di più i versi robotici del passato, aggiungendo anche tratti puliti meglio gestiti e parti malevole che rimandano ad alcuni dei nomi prima citati. Forti e sicuri di questi elementi, e dell'interesse del pubblico, la band decide di far uscire l'album sulla propria etichetta OMF Records, probabilmente ritenendo la precedentemente Artoffact una realtà troppo underground per l'attuale identità del progetto. I temi anti-establishment del debutto vengono qui mantenuti e anzi esplorati in modo ancora più dettagliato, cardine dell'estetica sonora e tematica dei Nostri. Una sorta di analisi dell'individuo e dei meccanismi di controllo nei confronti di quest'ultimo, alcuni profondamente radicati tanto da richiedere una sorta di "reset collettivo" per uscire dal lavaggio del cervello globale, dalle abitudini sulle quali il capitalismo e il neoliberalismo prosperano e portano avanti la propria agenda. Il tutto condito con elementi esoterici e rimandi socio-politici come diventerà sempre più da tradizione per Mincolla, laureato in scienze politiche ed artista visuale fortemente interessato ai media, ai meccanismi di comunicazione e controllo, così come a dottrine e culti antichi. Il tutto viene usato nella così detta "operazione mindfuck", ovvero un bombardamento di immagini, suoni, video dove i simboli del capitalismo e i suoi concetti vengono stravolti ed usati contro esso stesso. Una pratica che si riallaccerà in futuro all'accelerazionismo nel successivo "Metawar", ma che qui parte da una dimensione più personale ed individuale, analizzando l'effetto del sistema sulla vita e spirito dell'individuo. Suoni e concetti iniziano a presentarsi in maniera più professionale, anche con video ufficiali girati come veri e propri spot o film, mostrando scene di ribellione contro il sistema in chiave "chic" e levigata, mantenendo al costante cromatica di rosso e nero, caratterizzante della band. Tutto ora è studiato, ridefinito e presentato al grande pubblico come una sorta di cavallo di Troia, o meglio un virus, che porti alle masse un messaggio "rivoluzionario" adattato alla realtà odierna e al mondo iper-collegato e frenetico nel quale i Nostri operano. La coldwave americana degli anni '90 iene quindi ripresa nei suoi stilemi, aggiornandone alcune componenti sonore con un'elettronica che incomincia a prendere ispirazione dalle scene più in linea con il grande pubblico (ma ancora non ai livelli levigati del futuro album già citato), ma mantenendo una certa componente caustica che per ora traduce il tutto in chiave tagliente.

Divine Weapon

"Divine Weapon"? è l'introduzione al disco, una traccia che funge da parata iniziale, e che esprime con metafore occulte uno dei significati del nome del gruppo. I tre denti infatti rappresentano sia l'odontomanzia, ovvero la divinazione tramite l'uso dei denti, sia il tridente usato dal dio Marduk contro la dea Tiamat nella mitologia babilonese. Marduk, discendente di Tiamat stessa, dea del cosmo, avrebbe creato problemi a quest'ultima giocando con le tempeste di sabbia e i tornado, tanto da provocare la creazione per vendetta di undici mostri lanciai contro la divinità e guidati dallo sposo di Tiamat, Kingu. Il tutto si risolve con il massacro non solo dei mostri e del loro generale, ma della dea madre stessa, dal cui corpo poi sarà creato il mondo. Un'arma quindi che rappresenta un mezzo di distruzione che porta alla creazione, in un mito che riprende un tema praticamente universale, quello della creazione del nuovo dalla distruzione del vecchio. Un po' come Giove fece con Saturno, castrandolo (rubando quindi al tempo il potere della creazione/fertilità); ed ecco infatti che i Nostri nominano Saturno, entità/pianeta al centro di riti più o meno occulti (basti pensare che gli anelli nuziali e le aureole dell'iconografia cristiana e non derivano da antichi riti ad esso dedicati), intento a divorare il Sole., simbolo della fonte di vita sulla Terra. Ora quindi l'arma divina, il tridente, diventa un mezzo per "la vendetta" dell'antico, che porta i conti al presente. L'interesse per l'occulto di Mincolla traduce tramite questa metafora la crisi economica, sociale, ecologica globale, sempre più viva e presente. La fine del sistema, un ciclo di morte e rinascita che verrà varie volte riproposto nella musica della band. Da un punto di vista musicale la cosa si concretizza in una marcia cerimoniale che si apre con canti sacri e un sottotono più inquietante, raggiunto presto da una ritmica meccanica e pulsante, che mette in mostra la natura elettronica del progetto. Tratti dal gusto mediorientale, offerti dalle tastiere, completano il quadro prima dell'esplosione di riff rocciosi e versi distorti da parte del cantante, che ci consegna una sorta di rito ruggito. Il mantra alterna quindi passaggi dal gusto electro-industrial ed attacchi organici di chitarre, consegnandoci una buona soluzione per la proposta dei 3Teeth, una dichiarazione d'intenti su quello che il loro suono vuole rappresentare. I loop di chitarre e i colpi duri si ripetono, così come il ritornello, vera e propria evocazione della divinità e della sua opera purificatrice.



Pit Of Fire

"Pit Of Fire" è un altro viaggio nelle metafore occulte dei 3Teeth, supportate da un suono industrial metal fatto di elettronica strisciante e chitarre tritaossa coadiuvate da versi ora seducenti, ora ruggenti e quasi vomitati con veemenza. Troviamo qui,come detto, ulteriori nuove immagini e metafore non sempre facili da decifrare con sicurezza: serpenti, simbolo di fertilità e conoscenza nel mondo antico, nonché una rappresentazione gnostica della colonna vertebrale, stelle a cinque punte , ovvero i pentacoli, logge dal sapore massonico che dominano il mondo con interessi petroliferi (e qui il riferimento all'America e alle sue multinazionali è abbastanza chiaro). Il cantante, forte dei suoi studi universitari ed interessi personali, gioca con il medium della comunicazione, usando metafore appartenenti ad un'area misteriosa e "proibita" al pubblico della cultura mondiale, per rappresentare temi concreti di natura sociale e politica. Viene richiesto un viaggio interiore da parte dell'individuo, per estirpare le radici del controllo sul quale su fonda il sistema. Una nuova visione di distruzione, questa volta compiuta dal fuoco purificatore di una fossa infuocata, non a caso un ennesimo elemento usato in riti antichi e sacrifici. Un suono distorto si erge, ripetendosi varie volte, prima di essere raggiunto e sostituito all'improvviso da una serie di riff che ne riprendono l'andamento, contornati da colpi duri di batteria e versi come ruggiti in sottofondo, in un'atmosfera potente. Un passo cadenzato con un ammanetto meccanico accompagna la voce suadente di Mincolla, che scandisce le sue parole, alternandole con parti più "ariose" filtrate con effetti dal sapore sci-fi. Dispieghiamo la colonna del serpente, situata nell'origine del nostro desiderio, dentro alla nostra stella divina, e gustiamo il sangue di un grido scarlatto, come se bevessimo dalla coppa di una divinità, legata alla stella a cinque punte. Possiamo pensare ad un collegamento con Venere, dea che appunto nella civiltà classica era associata al pentacolo poiché l'astro corrispondente compie una rotta di movimento che lo riprende, simbolo antico già presente nei riti misterici egiziani e mesopotamici. E quindi il momento per lo scoppio della furia metal con suoni robusti e dissonanti, sui quali Mincolla ruggisce come un cyborg indemaniato: vuole affogarci nella nostra fede ingenua, che ha permesso al sistema di arrivare a questo punto, e sarcasticamente incoronarci con il suo odio, prima di bruciare tutto nella fossa di fuoco in un rito propiziatorio al nuovo inizio, a ciò che verrà dopo. Un suono di sassofono strategicamente posizionato fa poi da ponte verso la ripresa dell'andamento precedente, che viene ripetuto illustrandoci nuovi passaggi, dediti alla scoperta di bugie sotterranee, intrighi sporchi di olio, perpetrati da chi dietro le quinte controlla e manovra gli interessi globali. Questa volta il ritornello feroce viene intervallato con una bella sessione evocativa dal gusto delicato, dove sassofono, pianoforte ed elettronica ci consegnano un'atmosfera piena di pathos, prima dell'improvviso ritorno a colpi duri e chitarre segaossa, ripetute fino alla conclusione.


Atrophy

"Atrophy" ci accoglie con un campionamento vocale di Christopher Hyatt, occultista americano morto nel 2008 che è stato membro di alcune famose sette quali L'Ordine del Ordo Templi Orientis, nonché studioso di tecniche sperimentali di psicologia ed ipnosi a livello accademico. Non è un caso la sua presenza qui: le sue parole che sir riferiscono al controllo di mente e cervello, le cui facoltà secondo i Nostri verrebbero volontariamente mitigate di potenti tramite il bombardamento di messaggi nelle pubblicità e nei programmi proposti, che ci consegnano ad una passiva accettazione e ad uno stato di atrofia che non ci a agire, succubi e schiavi. Un suono elettronico sottolinea le parole, aprendosi poi ad una marcia fatta di suoni stridenti e colpi duri, scenario per la voce pesantemente piena di effetti di Mincolla, che ricorda non poco qui i toni rochi del Manson degli anni '90.La base sonora si mantene combattiva e marciante, dandoci un'atmosfera marziale e tesa; proprio come le parole del testo, vere e proprie declamazioni contro la massa intorpidita e controllata dal potere. Non è nel potere di chi parla salvarla, non può seguirlo perché troppo impegnata a riempire il vuoto si esplicita quindi con espressioni di consapevole disprezzo, anzi quasi compatimento, verso il modo di vita odierno, nel quale il vuoto esistenziale viene riempito con oggetti, alimentando quel meccanismo che crea il vuoto in prima battuta. Un gioco perverso analizzato negli anni da medici, psicologi, e che porta ad acquisti sfrenati, dipendenze dal gioco, ed altro. Dopo una pausa dai toni oscuri, parte la cavalcata del ritornello, con riff circolari in loop e batteria meccanica, sulla quale Mincolla si da ad un cantato aspro e d epico. Non riesce a percepire la sua stessa atrofia, e non vuole che ci sia, e nemmeno riempire l'auto-identità altrui, vedendo solo vanità negli altri. Dopo l'attacco un' altra cesura elettronica ci reintroduce al movimento precedente, dai toni cyberpunk e caratterizzato da quello spirito sci-fi/distopico che è fulcro e base per l'estetica del progetto. Non c'è modo per noi di trovare pace, siamo confusi dalle bugie che noi stessi propiniamo a noi stessi per permetterci di dormire alla notte. E' in atto una spietata critica quindi alla corruzione interiore di ognuno di noi, che lasciamo prendere possesso della nostra mente da parte della mentalità capitalistica, continuando a nutrire il mercato fatto di cose superflue e vane, che lasciano il vuoto che è dentro di noi intatto, e probabilmente ancora più grande di prima. Un nuovo crescendo ritmico ci riporta ai suoni taglienti e duri del ritornello, seguendo uno schema abbastanza minimale, intervallato da sezioni dal gusto electro con loop frammentati, Un galoppo futuristico dove la lezione dei Nine Inch Nails di "Broken" è riconoscibile nel suono filtrato delle chitarre, ripetute fino alla conclusione improvvisa.


Oblivion Coil

"Oblivion Coil" prosegue il tema dell'interiorità e di come essa viene condizionata nel mondo moderno da fattori esterni, spesso di carattere socio-economico. L'individuo visto come una sorta di drone sul quale è stato impostato un programma, che non riusciamo a riconoscere credendoci liberi: liberi di acquistare, di lavorare per ottenere denaro con cui nutrire l'economia mondiale, in un eterno circolo che nutre la macchina e permette a ricchi e potenti di mantenere i propri privilegi. Una gara truccata dove ci viene detto che ognuno, se si impegna e lavora ciecamente, può vincere, ma dove in realtà i giochi sono stati decisi sin dall'inizio, e chi è destinato ad essere povero viene tenuto in questo stato. L traccia si configura come un episodio decisamente più elettronico, dai synth pulsanti e dalla batteria elettronica cadenzata; ed è proprio così che si presentano le prime battute, accompagnate dalle vocals lascive e malevoli di Mincolla, ancora una volta cantore cyborg di scenari dai colori dei neon rossi e dalle atmosfere nere ed oscure. Egli ci da il benvenuto dentro noi stessi,indirizzandoci verso l'omicidio dell'immagine di benessere che ci è stata imposta, una bugia clonata ed incastonata nella pietra. Siamo invitati a dissociarci da tutto, mantenendo solo il contato con una nostra zona autonoma, poiché siamo gli unici che possono rivoltarsi contro il controllo psicologico in atto nei nostri confronti. Un chiaro messaggio di ribellione, in cui l'individuo è chiamato all'auto-analisi e al riconoscimento di quei meccanismi che sono stati inculcati nelle nostre menti sin dall'infanzia, ai fini della loro distruzione in un vero e proprio reset. Torniamo ai temi della così detta "operazione mindfuck" intrapresa dalla band, una sorta di terrorismo tematico volto allo scardinare i mezzi usati dal potere per mantenere la sua presa sulle menti delle persone. E' tempo per il ritornello combattivo, fatto di loop di chitarra e voci elettroniche che rafforzano il sapore industrial della traccia, che si allinea all'ala più sperimentale della band e legata al loro primo periodo. Un momento frenetico, basato sulla ripetizione ossessiva di un semplice concetto: dobbiamo bruciare le carte che ci hanno dato all'inizio, ovvero fare tabula rasa. Dentro di noi è come se ci fosse un hard drive da riconfigurare, perché i nostri occhi hanno trasmesso giornalmente bugie come se fossero un input verso il software che è il nostro cervello, e sta a noi capire che possiamo formattare noi le linee guida. Metafore cibernetiche che si adattano perfettamente allo stile sonoro, in un quadro moderno e "2.0" che è il campo d'azione dei nostri. Parole legate ai computer, alla connettività, realtà giornaliere sia a casa, che a lavoro, per molta della popolazione occidentale e non solo. L'opera di ribellione per i 3Teeth parte dall'interiore, e il loro obiettivo, come ci dichiara una voce campionata, non è quello di preservarci , bensì di scardinarci e ricrearci sotto nuova forma. Una serie di riff dissonanti e robusti, sottolineati da piatti pestati, creano un ponte dal sapore più metal che fa da contraltare alla ripresa successiva della corsa sci-fi, lanciata a tutto spiano verso la conclusione.



Shutdown

"Shutdown" è la title track dell'album, un episodio electro-metal completamente in linea con la proposta della band, ricca di riferimenti allo stile anni '90 e all'estetica sonora di nomi quali White Zombie e KMFDM, con l'aggiunta naturalmente di tratti moderni che confermano l'identità del progetto. Un suono in loop si ripete, accompagnato poi da una ritmica dritta di drum machine e dai toni suadenti di Mincolla, intento a parlarci di una vera e propria operazione di reset personale, atta ad eliminare le sovrastrutture mentali che permettono il controllo della nostra mente da parte del potere, intenzionato a tenerci legati ad una sorta di mente unica da alveare. Ciò che ci definisce e rende diversi è ciò che ci rende vivi, ed è solo nel luogo interiore dove non possiamo essere acquistato come oggetti, che possiamo svestire l'uniforme imposta dal potere. Quest'ultimo ci vuole , ha bisogno di noi per potere esistere, come ci ricorda il cantante con toni accorati sottolineati da atmosfere oniriche ed eteree, sempre cadenzate da una batteria sintetica marziale e dai suoi piatti, ma non lasceremo che sia esso a decidere. Siamo pronti per il ritornello fatto di chitarre devastanti, suoni apocalittici e toni aggressivi, una celebrazione della distruzione del programma che ci rende schiavi: abbiamo raggiunto il punto interiore di noi stessi dove la corona del potere s'incrina, e il nostro obbiettivo è quello di provocarne la caduta, come dei novelli terroristi spirituali. Parole riprese dal video del brano, uno dei singoli dell'album, dove durante la diretta televisiva di un telegiornale, caratterizzata da strani fenomeni che lasciano intendere una crepa nella visione realtà dovuta ad un bicchiere contaminato con una misteriosa sostanza, bevuto da uno dei giornalisti, tre terroristi irrompono in studio, interrompendo il tutto e "resettando" la mente del giornalista, liberandolo dal controllo. Un concetto abbastanza semplice e legato ai temi anarchici che caratterizzano l'estetica dei 3Teeth e il disco qui analizzato, ripresi anche nei testi e nella musica. Riprende l'andamento dal gusto elettronico della traccia, mentre il cantato ci confida come la corsa giornaliera verso non si sa bene dove, gli ricordi che non può accettare di vivere in un alveare, uno spazio con confini , dove già ha deciso di cancellare e ripulire il suo "drive" interiore. Il continuo uso di metafore dove l'essere umano è visto come un programma o un computer, è una costante del mondo 2.0 dei 3Teeth, che decodifica il linguaggio del mondo moderno per sovvertirne gli schemi, in una sorta di ribellione cyberpunk. Si ripetono le alternanze precedenti, così come l'esplosione metal del ritornello, questa volta delineato da un ponte fatto di suoni sottili e dissonanti, costellati da colpi duri: ecco quindi che torniamo alle trame con chitarre taglienti, ripetute questa volta in una cavalcata che porta a compimento la traccia.


Degrade

"Degrade" è stato il primo singolo legato al disco, uscito ben prima della pubblicazione dell'album stesso. Forse non a caso, quindi, una delle trace più vicine al vecchio corso della band, dove il rapporto tra elettronica e chitarre è sbilanciato nei confronti della prima, elemento portante intervallato da chitarre che, contenute nel ritornello, hanno un gusto molto filtrato e meccanico. Anche le vocals risultano più vicine all'uso pesante di filtri, con meno linee vocali cantante secondo il corso seguito invece da Mincolla in latri episodi. Insomma, probabilmente una canzone di transizione come il singolo "Sell Your Face", con la differenza rispetto a quest'ultima di essere stata inserita poi anche nell'album. Anche il tema si allontana dalle descrizioni di analisi e restaurazione interiore spesso presenti nel disco, riprendendo invece le metafore vaghe di ribellione sociale e figure retoriche a volte astruse, più un flusso di coscienza, tipiche del primo disco del gruppo. Ecco quindi una bassline vibrante che si fa strada tra colpi duri di batteria e vocals aggressive dai tratti robotici e ribelli. Esse ci parlano di manifestazioni della pistola e di sangue nero su ogni lingua, così come di spechi fatti in nome di una grazia divina e di odio sputato sui giovani. Parole vaghe che possono evocare la tensione sociale occidentale, e sopratutto americana, paese sempre più caratterizzato da scontri sociali, un degrado che da titolo al brano. Esplode di seguito il ritornello futuristico caratterizzato da cantato e riff di chitarra pieni di filtri elettronici e dal movimento spezzato, quasi dubstep, in una ripresa dei tratti dell'elettronica moderna in ambito metal, tipica del gruppo; esso viene associato ad una nuova cantilena robotica, in un gioco di contrasti. Sono stati compiuti atti abominevoli, e sono rimaste cicatrici psichiche su ogni figlio della società, sancendo il destino della nostra razza e diffondendo odio. Nel degrado bruciamo gli altari del dollaro, rinunciando ai martiri del denaro e ai colletti che rappresentano la schiavitù economica. I toni meccanici si basano sempre su synth graffianti e stridenti, pronti a riaprirsi nei precorsi precedenti, dove Mincolla mantiene uno stile ritmato nelle vocals, quasi una filastrocca apocalittica. Nuove immagini apocalittiche si manifestano: metastasi sul sole e cemento nei polmoni delle persone, in allegorie dell'inquinamento e degli effetti della distruzione ambientale e delle sostanze chimiche che distruggono il buco dell'ozono. E' iniziata un'infiltrazione. L'odio viene sputato su quello che dovrebbe essere il nostro futuro, ovvero i giovani, in una manifestazione di autodistruzione inconsapevole, scacciati dal peso di uno stato globale che ci controlla. E' tempo per nuove esplosioni di chitarra e toni ruggenti, sempre con un tocco cyberpunk laccato e conforme ai gusti contemporanei e giovanili in campo elettronico. Esse vanno a collimare con una cesura quasi industriale, fatta di campionamenti da fabbrica ripetuti mentre voci da robot ripetono il ritornello; si prosegue fino ad un riff solitario, antesignano della ripresa dell'assalto metal, spinto avanti fino alla conclusone della traccia.


Tower Of Disease

"Tower Of Disease" è probabilmente uno degli epodi più riusciti del disco, un potente brano industrial metal dove chitarre e synth si uniscono in un percorso pulsante e combattivo, che mantiene i toni allarmanti ed apocalittici del gruppo, mettendo in mostra allo stesso tempo i tratti acquisiti in questo disco, con elementi di chitarra più presenti. La traccia parla del sistema economico e sociale che ci tiene schiavi, in una torre malata che tutti abbiamo contribuito a costruire, sorvegliata dal potere mondiale. Un suono squillante, come un allarme da fabbrica, si ripete con colpi cadenzati di batteria sintetica, presto raggiunto da riff mitraglianti e vocals strisciatati e roche, che ripetono i toni suadenti di Mincolla, intervallate con samples vocali. Si crea così un'at5mosfera urgente, che spinge in avanti la composizione fino al raggiungimento di una cesura dai toni misteriosi e drammatici. Viene descritto fin qui un mondo in cui paghiamo privilegi verso un ladro al quale consegnano le chiavi della nostra esistenza, passata sulle ginocchia ad implorare senza speranza, chiedendo pietà mentre sanguiniamo e le nostre suppliche non vengono nemmeno sentite dal potere. Eco quindi che la narrazione passa dalla parte di esso, dando inizio al ritornello feroce fatto di grida trionfanti e chitarre segaossa promulgate in riff. Il messaggio è molto semplice e senza possibilità di replica: dobbiamo creare la sua "Torre Della Malattia" e sottometterci, non c'è altra scelta. I toni assordanti e d ossessivi traducono in musica la natura caustica del tema, riproposti fino all'intervento di un synth dai tratti tipici della band. Dobbiamo dare tutto al potere, inchinandoci sulle ginocchia mentre recitiamo una preghiera silenziosa che ci mostrerà il padrone stesso. Riprende quindi l'andamento iniziale, fatto sempre di suoni pulsanti e dalla progressione militante. Mincolla torna con i suoi toni graffianti, parlandoci della cupidigia senza senso legata ai costi militari e alle bugie che vengono imposte senza fine in una vera e propria polizia mondiale che distoglie gli sguardi dalla violenza che avviene nelle nostre strade (riferimento particolarmente forte per l'America attuale, piena di episodi di violenza da parte delle forze dell'ordine). Alla fine non rimarrà nulla da vedere per noi, saremo legati ai piedi con un nastro rosso (riferimento al red tape, ovvero l'insieme di regole statali inutili e burocratiche) mentre l'élite espande il suo potere a discapito di minoranze e poveri. Riecco quindi che si ripresenta al richiesta del potere, sublimata dal ritornello dai tratti mansoniani molto forti nelle grida del cantante e dai riff ossessivi. Ormai la struttura del pezzo al consociamo, largo quindi alla terza reiterazione dei suo sviluppi, per una conclusione lasciata ai loop di chitarra e ai suoni stridenti, in un mantra protratto fino al finale improvviso.

Tabula Umbra

"Tabula Umbra" è l'intramezzo strumentale dl disco, un pezzo caratterizzato da tratti rituali e tribali che rimandano alle sperimentazioni del primo industrial, uniti a timbriche grevi e basse che chiamano in causa i Godflesh, tra batteria secca ed atmosfere distorte, quasi dub, dai toni acidi e disorientanti. Si tratta quindi anche di una delle tracce in qualche modo legate più al primo corso sperimentale della band, e che vede tratti che rimandano anche ai NIN di "The Downward Spiral" e "The Fragile" nell'uso di elementi "discordanti" sia a livello elettronico, che organico. Una "tavola d'ombra" che possiamo interpretare come una zona oscura, una tensione sotterranea che sale, una falla nel sistema. La musica come detto è serpeggiante, legata alle manifestazioni musicali questa volta slegate da connotati vocali e quindi priva di parole che possano consegnarci significati, per quanto eventualmente ambigui. Tutto è legato alle sensazioni suscitate, a quell'improvvisa marcia rigorosa che fa ad sfondo per accordature basse e ritmiche quasi jazz, costellate da accenni di synth e distorsioni in sottofondo che riportano quei suoni ad fabbrica presenti in altre parti dell'album. Pause tribali ed accelerazioni improvvise dal gusto rumoroso ci consegnano la cifra di una sota di ponte sonoro che ci traghetta verso la sessione finale del disco, uno spartiacque concettuale e strutturale che, coem detto, molto ha in debito con il Trent Reznor di fine anni '90 e con il suo monumentale doppio album, caratterizzato da molti episodi strumentali di questa fattura. E' quindi una manifestazione del DNA sonoro dei 3Teeth che, va detto, non inventano nulla, ma semplicemente riescono a dare un'interpretazione moderna di suoni che hanno caratterizzato al storia e lo sviluppo del così detto industrial rock/metal .

Voiceless

"Voiceless" è uno dei moneti apertamente più sperimentali del disco, dai tratti quasi EDM dove a dominare sono i synth, i tratti di tastiera, ed un'atmosfera suadente, lisergica, che ci consegna una sorta di techno-pop coniugato ai modi dei nostri, e aggiungendo voci femminili. Le chitarre non scompaiono del tutto, ma vengono rilegate ai ritornelli improvvisi, pesantemente sottolineate da suoni elettronici squillanti e dal gusto molto moderno ed americano. In un certo qual modo un rimando a tracce presenti nel debutto della band come "Antiflux", caratterizzate da atmosfere melliflue e alienanti, acide, e da una maggiore vicinanza all' electro-industrial degli Skinny Puppy. Qui le basi gettate da questi esperimenti incontrano uno stile leggermente più "commerciale" e meno ostico, dando un'idea della direzione intrapresa dalla band, che si spingerà sempre più verso coordinate, sia elettroniche che metal, più "rassicuranti" per chi non è avvezzo a certi tratti underground. Tematicamente la traccia tratta di come gli individui vengano zittiti interiormente e socialmente se non allineati al sistema, con un controllo che parte prima di tutto dalla nostra mente, dove sono radicati voci programmate che dettano i nostri comportamenti e le nostre idee di giusto e sbagliato. Una linea pregna di suoni oscuri e striscianti introduce il nostro viaggio, sconvolta poi da accenni di tastiera e colpi cadenzati di batteria, che ne sostengono le onde sonore. Il suono è elegante e misterioso, base per un Mincolla meno in modalità da cyborg rispetto al solito, più controllato e quasi sospirante nei suoi toni. Scossi dall'opulenza e dall'odio, rimaniamo zitti, mentre le speranze degli uomini vengono stracciate e la decadenza del nostro dolore viene divorata, e i nucleo della nostra stessa mente viene corroso. Immagini di un decadimento interiore in atto, che riprendono il tema generale del disco legato all'azione del sistema sul nostro mondo interiore, e su come possiamo prima di tutto emanciparci da esso proprio partendo dalla nostra mente, riprogrammandola. Un misto di odio e confidenza viene passato dal sistema, come un contratto segnato nel silenzio; quest'ultimo concetto viene ripetuto dando vita al ritornello fato di tastiere squillanti, chitarre ruggenti e grida rauche da parte del cantante, con un basso greve e ben presente nella composizione. Esso funge come una sorta di grido di liberazione, un'accusa al sistema, segnando poi una ripresa della parte elettronica ora ancora più pulsante e dalle connotazioni "dance". I BPM si alzano in una bassline aggressiva coadiuvata da digressioni e cori femminili dai tratti angelici, mentre il cantato delinea immagini di voci silenziose che avanzano negli spazi tra le nostre vene, legando le lingue nelle nostre bocche per zittirci. La censura, la teoria dei mass-media e il modello di propaganda studiato da Noam Chomsky, filosofo ed attivista politico ben familiare al leader della band per via dei suoi studi in Scienze Politiche, sono temi che vengono in mente ascoltando il brano e le sue parole, che ci consegnano l'immagine di un sistema dove con ipocrisia messaggi di fede e provvidenza divina nascondono l'odio, l'esaltazione del dominio e dello stupro culturale. Ritroviamo le evoluzioni precedenti, così come il ritornello altisonante e lanciato, che suggella la natura urgente , ma allo stesso tempo malinconica, del brano, dilungandosi ora in code potenziate da synth spettrali in sottofondo.

SlaveGod

"SlaveGod" è una delle tracce risalenti nella sua prima presentazione al pubblico al periodo tra il disco omonimo e questo, un episodio più pesante e legato ad influenze doom che chiamano in causa i Godflesh, in uno stile molto greve ed industriale. Suoni grevi e bassi ci introducono in un'atmosfera solenne e quasi cerimoniale, contornata da versi spettrali e ritmiche pesanti, delineate da trotti elettronici di bassline graffiante. Su di essa si distendono le vocals serpeggianti e rauche di Mincolla, dedito ad un'interpretazione suggestiva e molto "spoken word", che ci rimanda al suo primissimo stile. Ci parla di come siamo nutriti da una mano senza nemmeno essere seduti al tavolo, abbeverandoci direttamente da un cavo, come esseri deformi e curvi nella nostra culla, senza ombelico perché nati in laboratorio. Immagini che richiamano la filmografia anni duemila e film come "Matrix", che traducono in ambito sci-fi l'idea del controllo da parte di un sistema che rende inermi gli individui, assuefatti ad essere nutriti nei modi da lui decisi e dipendenti da esso. Un sistema che è un dio onnipotente, del quale siamo tutti schiavi: questa l'immagine potente che viene concretizzata nei soni monolitici e sinistri, parata sonora per questa divinità, un Moloch meccanico e grigio. L'intero mondo alla fine è una presa in giro, una Torre di Babele che caratterizza l'economia globale e la falsa globalizzazione dove tutto è appiattito sullo stesso livello in nome del denaro crea un'illusione di abbattimento delle barriere. Parte il ritornello fumoso ed ultra-distorto, dai ruggiti maligni e dalle atmosfere sature, uno dei momenti più propriamente metal del disco; crocifiggiamo i nostri occhi per non vedere le bugie che ci circondano, e che nascono da noi stessi pur di portare avanti la nostra realtà, o meglio quello che concepiamo come tale. Concetti che si ricollegano tanto ad idee filosofiche e mistiche vecchie quanto l'umanità, dal Velo di Maya alla Caverna di Platone, dallo Gnosticismo al mondo virtuale, quanto alla concretezza di un sistema politico, economico, sociale, dove tutto ciò che è comunicato dal potere è dato per scontato e vero, fondamento di una narrativa atta a portare avanti il meccanismo consolidato. Criminali ed eroi, terroristi e ribelli, costume, tendenze: tutto è questione di punto di vista e comunicazione. Per liberarsi non rimane che riuscire a liberarsi dal controllo, dai brand che vendono favole mentre obbediamo al sistema pensando di farne parte come contribuenti, quando invece siamo solo sfruttati e tenuti a distanza dalla vera ricchezza, dono per pochi. La musica riprende con i suoi ammanetti industriali, sottolineata questa volta da suoni di pianoforte suggestivi ed evocativi. Si ripresenta la digressione del ritornello, che si manifesta in tutte le sue chitarre ad accordatura bassa ed effetti stridenti e sinistri, scenario su cui si riversano le grida vomitate del cantante. Questa vota il tutto collima con una cesura sospesa e magistrale, dai piatti cadenzati e dai campionamenti vocali incastrati con il cantato in una sorta di duetto fittizio. Il finale vede un trotto metal dalla batteria pesante e dalla corazzata di chitarre, che si dirige evrso una punta marziale che suggella il nostro viaggio.



Insubstantia

"Insubstantia" si apre con un suono rarefatto e misterioso, dalle punte stridenti e sottolineato da ambientazioni eteree. Esso è destinato a lasciare il passo ad un lento trotto elettronico, coadiuvato da battiti duri di batteria elettronica e dalla voce quasi sospirata di Mincolla. Introduzione ad un pezzo che sintetizza la duplice natura dei Nostri, dando per ora maggior risalto alla componente più "robotica" del loro suono. Il tema tratta della vita moderna, affidata ad un'esistenza fugace e piena di illusioni materiali e di terrore alimentato dalle istituzioni, un mezzo di controllo. In realtà non troviamo, anche in questo caso, discorsi di senso compiuto, piuttosto varie associazioni verbali e giochi di parole che seguono la libera espressione con allegorie varie. Ecco quindi che afferra le sabbie del tempo, che scendendo dalle nostre dita rivelano come il nostro destino sia segnato, caratterizzato da una vita vissuta con paura, nella quale accumuliamo più cose possibili e ce le teniamo strette, marchiando il territorio e decidendo chi può avere e chi no, perdendoci in una fantasia sempre più lontana dalla realtà. La musica si apre in bordate di piatti possenti e chitarre dai riff distorti, su cui ci si interroga su cosa è veramente reale, in un mondo in cui tutti siamo nati in un perfetto stato di vergogna, usati come una labile fiammella; è il momento per una cavalcata dal forte gusto metal, contornata da suoni orchestrali magistrali e dagli archi drammatici, che rimandano in parte allo stile dei Rammstein. Riecco quindi la ripresa dell'andamento strisciante e dalla tensione trattenuta, sempre accompagnato da un cantato altrettanto trascinato e suggestivo. La situazione è come un'onda che s'innalza contro un mulino e che cancella segni nella sabbia, che forse ci permetterà di svegliarci e sollevare il velo che avvolge tutto, dissolvendo questa mancanza di sostanza che non ci fa respirare. Forse allora potremo finalmente far prevalere la nostra essenza, come in un giudizio dove una piuma e un cuore vengono confrontati su una bilancia (chiaro riferimento questo alla mitologia egizia e alla psicostasia a cui era soggetto il defunto per capire se era degno di entrare nell'aldilà), per vedere se la nostra mente può andare oltre la prigionia che ci viene inflitta. Cori femminili tessono ambientazioni evocative, mentre l'elettronica si da a digressioni graffianti che ancora una volta richiamano i Nine Inch Nails di "The Fragile" . Il regno della mancanza di sostanza ci vuole, ha bisogno di noi, ci ricordano le voci in maniera sarcastica. Si ripropone il climax fatto di variazioni evocative che esplodono nel galoppo orchestrale che chiude il nostro viaggio con una punta squillante che riprende il motivo iniziale. Una traccia abbastanza semplice nella sua struttura, giocata su impennate emotive che vogliono essere epiche.

B.O.A.

"B.O.A" è la penultima traccia del disco, un viaggio pulsante e nervoso tra coordinate industrial metal inquisitorie e dall'atmosfera da film distopico, contornato da effetti grandiosi ed ariosi, che portano avanti l'impronta cinematografica dei pezzi contenuti nell'ultima parte dell'album. Le parole del cantato ci consegnano un immaginario di rovina in atto e di controllo, coerentemente con i temi portanti della band. Ecco che una melodia lisergica in levare si manifesta tra intrusioni rumorose, evolvendo in una marcia decisa dai tratti industriali e dalle vocals rauche e robotiche. Tratti di pianoforte s'inseriscono tra i colpi ritmati, in un gioco di emozioni diverse incastrate tra loro. Osserviamo mentre i nostri mondi collidono tra di loro, dormienti mentre nel disastro altri decidono per noi, nonostante la natura delle loro azioni malevoli sia in bella vista. Un'ennesima analisi della realtà sociopolitica americana e non solo, dove la popolazione lascia in mano il proprio destino ad una classe dirigente ben più interessata la proprio tornaconto, tanto da compiere azioni che mettono in rischio l'esistenza di tutti. La musica segue i suoi tratti ruggenti, esplodendo in un ritornello fatto di riff distorti e cori elettronici dal sapore retro, posizionati in modo da sottolineare le grida aggressive di Mincolla, diviso tra la veemenza e la supplica quasi lasciva. Egli descrive come siamo indeboliti da questa adorazione estrema, sanguinanti nella disperazione e morenti per l'abdicazione dei nostri stessi diritti, veri e propri schiavi. I loop si ripetono fino ad una cesura di basso, segnale per la ripresa della marcia, sempre segnata da suoni distruttivi e pulsanti, ma questa volta con anche campionamenti vocali che arricchiscono l'atmosfera tesa del brano. Continuiamo ad osservare, mentre chi ci controlla complotta e progetta, creando macchine contorte in una folle routine in cui continuano a lavarsi le mani di tutto, ma ironicamente non sono mai veramente puliti, non nella coscienza. La parte campionata, o meglio probabilmente una parte di cantato con effetti applicati per farla sembrare una registrazione, ha il sapore di una dichiarazione: descrive come tutto sembri un'unica grande pentola bollente, dove il coperchio è abbastanza pesante da mantenere tutto sotto controllo, fino a che esploderà, e tutti si bruceranno. Una metafora che a chiaramente l'immagine della tensione sociale che sale, tra povertà e disperazione, fino all'inevitabile crollo. E allo stesso modo, esplode di novo la musica, con il ritornello ripetuto, con i suoi riff decisi e tastiere oniriche. Tratti dal gusto noir si dilungano con effetti che ricordano un sax, pronti a collimare verso parti in riverbero che fanno da ponte all'ultima riproposizione dei loop segaossa, una gran parata tempestata da una batteria corrosiva.


Away From Me

"Away From Me" è l'ultima traccia del disco, una sorta di ballad meccanica dai tratti onirici e dall'andamento lento, pronta dedicarsi a ritornelli accorati nel momento giusto. Una canzone quasi struggente, che però non è la classica ballad romantica posta in finale di un album. Le chitarre infatti si mantengono marziali, anche se più controllate, e il testo è di resistenza, una dichiarazione di sfida verso il potere e il suo controllo da parte di chi non accetta le sue imposizioni e vuole essere il padrone di se stesso. Un suono baritonale, accompagnato da cori filtrati, introduce il pezzo, sostituito poi da un riff lento e pachidermico, segnato da una batteria altrettanto monolitica. Su questo scenario si distendono le vocals sdoppiate di Mincolla, suadenti e allo stesso tempo dalle caratteristiche in qualche modo artificiali e robotiche, consegnandoci un senso di minaccia nascosto nell'apparente calma. Egli dichiara di avere una ferma presa sulla realtà, tanto da poterla quasi strangolare ogni volta che vuole. Se guardiamo nei suoi occhi c'è un obbiettivo, uno sguardo che non si riesce a sostenere, perché non crede nelle bugie. All'improvviso un coro femminile si accompagna ad un fraseggio marziale, dandoci la cesura che anticipa il ritornello arioso con la voce di Mincolla appassionata e quasi melodica, sottolineata verso la conclusione da un'elettronica squillante e dal gusto EDM. Il Nostro brucia dentro mentre gela fuori, e spavaldo sfida quasi a portargli via tutto, perché sa che non potranno mai portare via la sua mente da lui, forte ed ancorata nella certezza della realtà e nell'identità del cantante. Un coronamento dei temi dell'album, un grido di sfida verso il sistema e i suoi meccanismi di controllo, soprattutto interiori, descritti per tutto i corso del nostro viaggi musicale. Si ripresenta al cesura, questa volta riportandoci alla marcia iniziale, misteriosa e decisa, questa volta accompagnata anche dai cori femminili soavi e leggeri. Il cantante si dichiara monarca della sua stessa pelle, e diffida chiunque dal cercare di penetrarla, anche perché sarebbe incapace di farlo. La sua volontà è chiara: smantellare le leggi e il sistema a cui non crede, e a cui non obbedisce. Sale quindi di nuovo la tensione, riproponendo le alternanze precedenti. Siamo dunque pronti al ritornello diretto ed emozionale, ripetuto nei suoi giri concentrici taglienti e risoluti, ancora una volta sottolineato da synth squillanti, quasi orchestrali, e segnato da una batteria cadenzata. Si tratta di un'estasi catartica, dove il loop diventa legge in uno sfogo reiterato più volte fino alla conclusione, dove a farla da padrona è un pianoforte "cosmico". Impossibile non pensare ancora una volta allo stile di Reznor, che aleggia come uno spettro su questa chiusa sognante.


Conclusioni

può essere considerato il lavoro di svolta dei 3Teeth sotto ogni punto di vista, concettuale, stilistico, di carriera, una sorta di passaggio che si pone a metà tra il "caos" iniziale e la visione più definita che d'ora in poi i Nostri avranno di quello che vogliono. Risulta pure, per ora, probabilmente anche la loro opera più riuscita nella somma delle parti; le ingenuità del debutto vengono corrette, mentre ancora non si opta per soluzioni più vicine al metalcore americano e a tratti elettronici apertamente EDM come avverrà con il terzo album. Elettronica e metal hanno qui un giusto equilibrio che si concretizza in tracce capaci di richiamare nomi e stilemi familiari, ma mantenendo quel tratto "meccanico" tipico dei 3Teeth. E' vero che viene a mancare l'effetto sorpresa del disco omonimo, e che di base molti elementi derivano da li, semplicemente con un mixaggio e scelte diverse, ma è innegabile che la prova vocale di Mincolla sia migliorata,e che i riff di chitarra risultino ben più taglienti e presenti nell'economia delle tracce. Non mancano però alcuni esperimenti che mantengono le radici "altre" della band, tra richiami electro-industrial ed EBM come quelli presenti in "Oblivion Coil" e "Voiceless" che mantengono viva l'immagine di un cyborg di carne e metallo dai tratti per ora non troppo alla Hollywood. Un momento come detto di cambiamenti, dove sulla bilancia vengono messi molti fattori, e dove incominciano ad essere fatte delle scelte non casuali. Sul piano di fama e successo, la band vince decisamente la scommessa: critica e pubblico generale rimangono positivamente impressionati, e ora il nome dei Nostri diventa qualcosa che circola anche tra chi ascolta prettamente metal normale, provocando un risveglio d'interesse verso un genere, il così detto industrial-metal, che al momento non vedeva nuovi nomi di punta oltre a quelli ben conosciuti e con carriere ormai decennali alle spalle. Naturalmente, come con tutte le band underground che trovano un riscontro di pubblico, non mancano i primi dissapori con la fan base industriale, che incomincia a vedere le scelte della band come un vendersi rispetto a premesse che potevano evolvere in una chiave più legata all'ibrido tra industrial/EBM e metal in un contesto lontano dai gusti popolari. Cosa sarebbe successo se Mincolla non avesse fatto ascoltare i 3Teeth a Jones? Una risposta concreta non la avremo mai. Forse le cose erano comunque destinate, a livello di suono, ad evolvere secondo questa direzione, o forse avremmo avuto una realtà ben diversa e confinata ad un raggio di azione prettamente sotterraneo. Ai fini pratici, quello che conta sono i fatti, e così come è successo negli anni '90 con i Nine Inch Nails il suono industriale torna ad essere nominato in ambito mainstream tramite una band che alcuni puristi non vedono di buon occhio. Fattori questi corollari ed inevitabili, che non cambiano la concretezza di un disco industrial metal che riesce a dare espressione e focus a quanto precedentemente detto, e ad implementare in modo convincente novità che prenderanno sempre più posto nell'evoluzione sonora dei 3Teeth, in parte anche a discapito della loro identità. Qui ancora vige un certo equilibrio, e non sarebbe corretto giudicare negativamente quanto qui implementato alla luce di sviluppi futuri che ancora non hanno avuto atto. è il biglietto da visita della band per il successo, e allo stesso tempo una manifestazione della band che probabilmente non si ripeterà mai più in questa forma, essendo ora del tutto orientata verso un discorso che si sta facendo molto più convenzionale. Qui troviamo l'essenza dei 3Teeth sia nel bene che nel male, tra rimandi vari, a volte fin troppo palesi, a band cardine del genere, e alcune soluzioni più moderne che regalano un certo margine di novità, anche se non di autonomia vera e propria. Per ora l'elettronica ha ancora una certa rilevanza non solo come contorno, ma in alcune tracce è l'ossatura sula quale si organizzano le parti organiche del disco. Questo permette di mantenere un certo gusto futuristico, ma in alcuni tratti consegna anche un songwriting minimale che può farsi ripetitivo all'interno di una stessa traccia. La cosa però all'onor del vero è rara, e il gruppo riesce a distinguere tra di loro i vari episodi pur mantenendo una certa linea unitaria che mostra la sua identità. Il prodotto 3Teeth è pensato al minimo dettaglio, la musica mantiene abbastanza connotati alternativi per avere un'aria cyberpunk, ma la produzione e molte scelte permettono anche di avvicinare il pubblico mainstream non familiare con il genere, o ancora meglio che lo scopre proprio ora. La fusione di riferimenti esoterici e tematiche socio-politiche suggella il tutto con un'aria di legittimità intellettuale che esemplifica il messaggio della band, dandogli un tema portante che si mantiene per tutta la loro produzione. Tirando le somme, la fotografia del momento, per ora, artisticamente più completo della formazione, che ha qui superato le ingenuità iniziali, ma non ha ancora banalizzato certi suoi tratti come farà nel successivo "Metawar".


1) Divine Weapon
2) Pit Of Fire
3) Atrophy
4) Oblivion Coil
5) Shutdown
6) Degrade
7) Tower Of Disease
8) Tabula Umbra
9) Voiceless
10) SlaveGod
11) Insubstantia
12) B.O.A.
13) Away From Me
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