3TEETH

Metawar

2019 - Century Media

A CURA DI
DAVIDE PAPPALARDO
05/03/2020
TEMPO DI LETTURA:
7

Introduzione Recensione

2019. La fine del secondo decennio del primo secolo del terzo millennio. Molte delle profezie della fantascienza più distopica e legata alla realtà si sono avverate, anche se in modo molto meno eclatante e più sottile, rispetto alle sue previsioni naturalmente romanzate. Grandi multinazionali e corporazioni decidono nei fatti le sorti di intere nazioni, anche politicamente, l'inquinamento ha raggiunto livelli allarmanti e lo scioglimento dei ghiacci è qualcosa che non può essere più negato, così come l'effetto serra in generale. I fanatismi e gli estremismi si fanno sempre più forti e vivi, incontrando l'appoggio di una popolazione ignorante, impaurita, pilotata verso un grande nemico esterno. L'economia è al collasso, alcuni stati sono letteralmente falliti, mentre ovunque diventa sempre più difficile arrivare a fine mese. La musica elettronica è sempre più alla ribalta, tra il ritorno in auge della techno, il fenomeno synthwave, forti elementi elettronici in campo pop, e la sua ormai assodata accettazione anche in ambito rock e metal; il battito sintetico è per molti ormai più legato alla realtà odierna, rispetto a qualsiasi suono tradizionale. La popolazione mondiale comunica, vive, lavora, addirittura ama e odia tramite internet, immensa rete globale tramite la quale ogni giorni miliardi di persone entrano in contatto, scambiano informazioni, inscenano dibattiti e fanno sapere a tutti la loro opinione; sulla carta un'immensa opportunità culturale, nei fatti spesso una sorta di Torre di Babele virtuale dove anche idee fino a poco tempo fa impensabili, come il Terrapiattismo o il movimento Novax,hanno trovato terreno fertile per diffondersi ed attecchire. Intanto, lontano dagli schermi di computer e cellulari verso i quali sono rivolti i visi di tutti, le sempre più crescenti rivolte vengono represse, ance con violenza, dall'autorità, anche in paesi teoricamente democratici. Il clima generale è di tensione, sfiducia, e a volte disperazione. Questo quadro non esce da un racconto, da un videogioco, o da un film: è la quotidianità del presente. Ed ecco che in tutto questo gli americani Alexis Mincolla, Andrew Means, Chase Brawner, Justin Hanson, Xavier Swafford, ovvero i 3Teeth, presentano il loro album industrial metal "Metawar", pubblicato dall'etichetta Century Media. Un lavoro altamente influenzato tematicamente e musicalmente da quanto poco prima ampiamente descritto: basta solo la nera mano che schiaccia un mondo ormai agonizzante, rosso come il sangue, o come delle luci al neon, a rappresentare il suo messaggio. I nostri non sono esattamente di primissimo pelo, la loro è una storia che parte nel 2014 con l'omonimo album per la Artoffact Records, a sua volta preceduto da una serie singoli lanciati misteriosamente su youtube tramite video che poco svelavano della band. Qui un suono molto cyberpunk univa EBM, electro-industrial e loop di chitarre in una riproposizione aggiornata dello stile industrial metal anni '90 dai suoni più legati all'odierna scena elettronica, ma dall'attitudine anti-establishment vecchio stampo. Il disco ha un buon successo in ambito underground, e si incomincia a sapere di più riguardo ai suoi autori; in particolare il frontman italo-americano Mincolla si dimostra molto attivo sui social media e con la stampa,personaggio con un passato da promoter di eventi ed artista visuale, laureato in scienze politiche e dagli interessi che spaziano dall'occulto fino alla comunicazione nell'era digitale. Una sorta di Alain Jourgensen adattato al presente, cresciuto con hardcore punk, metal, techno pop e musica industriale. Intorno alla sua figura carismatica e dal non nascosto spirito imprenditoriale si raccolgono i suoi compagni di squadra, allineati alla sua estetica e musa "nella macchina". Ecco quindi che dopo un disco di remix che stabilisce un sodalizio anche con la scena elettronica underground, l'album "", uscito per l'etichetta di Mincolla OMF Records, da una maggiore visibilità al progetto grazie ad una maggiore componente metal che richiama White Zombie, Fear Factory, il vecchio Marilyn Manson e altri nomi (non a caso prodotto con Sean Beavan, in passato collaboratore di Nine Inch Nails,Guns N' Roses e Slayer). In contemporanea il destino vuole che la band venga scoperta da Adam Jones dei Tool, conosciuto dal cantante dei Nostri durante un matrimonio di amici comuni. La cosa porterà ad un tour con la ben più conosciuta realtà, lanciando definitivamente i Nostri, che suoneranno di seguito con Rammstein e Fear Factory e lasceranno anche interviste su testate di moda e grossi quotidiani internazionali. "Metawar" è quindi una conferma totale del loro status, prima uscita presso una grande label. Qui l'attitudine originaria viene bilanciata con un suono più in linea con la realtà metal attuale, tra richiami core e strizzate d'occhio a certe soluzioni "neo-nu metal", senza perdere del tutto il fondamentale apporto dell'elettronica, qui quasi di matrice EDM. La tematica principale è legata al' accelerazionismo e allo scontro tra due mondi, quello attuale capitalista e il futuro sistema che si trova in fase embrionale, figlio proprio dell'evoluzione tecnologica incominciata con il primo; un proseguimento quindi dell'analisi socio-politica della realtà attuale, intrapresa già dal primo disco anche se in chiave più acerba e vaga.

Hyperstition

Più che un brano nel senso classico, "Hyperstition" un'introduzione all'album di un minuto, teoricamente strumentale. Teoricamente, perché in realtà il suo suono in levare, carico di suspense, presenta parti vocali sapientemente campionate da notiziari, in modo tale da darci comunque una narrazione. Naturalmente i temi trattati e l'atmosfera preparano ai temi apocalittici del lavoro, dandoci un quadro non di fantasie distopiche in salsa sci-fi, bensì della realtà quotidiana che viviamo ogni giorno sulla nostra pelle. Basta guardarci intorno, nel nostro quotidiano: i costi della vita salgono, mentre ironicamente il valore che viene attribuito ad essa diminuisce, ed ideologie vecchie non fanno altro che fare cassa con la nostre paure in un vero e proprio terrorismo economico. Chiunque di noi può pensare alla sua vita, al sistema nel quale ci troviamo, e ritrovarsi in qualche modo in queste parole. Corporazioni, aziende dove il lavoratore è semplicemente "capitale umano", leggi sempre più a sfavore di quest'ultimo, una realtà dove il valore della persona è legato a quanto produce e consuma. L'atmosfera drammatica completa perfettamente lo scenario, in una tensione in levare pronta a esplodere nella traccia successiva con una ritmica marciante che fa da ponte.

Affluenza

"Affluenza" è la prima traccia vera e propria dell'album, esplicitazione di molti dei temi in esso contenuti, sia a livello sonoro, sia testuale. Riff spezzati ci preparano per un galoppo cibernetico dove suoni di matrice quasi EDM e vocals filtrate mettono in atto il loro spettacolo. L'universo dei 3Teeth è frenetico come una città sovrappopolata, con i colore rosso dei neon e zone nere piene di ombre. Un mondo dove le menti affamate vengono lasciate da parte, e a nessuno importa di noi se non acquistiamo. Il messaggio è quindi chiaro sin dall'inizio: un quadro del capitalismo spinto dei tempi moderni, dove tutto è mercato. E ancora una volta basta pensare al quotidiano, alle continue pubblicità, alle mode, inviti continui a spendere i soldi guadagnati sacrificando le nostre vite ad un Moloch fatto di denaro, destinato a fruttare altro denaro in una corsa verso il baratro che ci attende. Come un virus la cosa si diffonde, e mentre le persone spendono, si auto-convincono di protestare contro un sistema che li ha in pugno, semplicemente tramite i social network, cadendo in facili clickbait. In accordo, la musica si mantiene serrata e basata su loop di chitarra secchi e vibranti componenti pronte ad aprirsi in parti più ariose, sottolineate da un'atmosfera sinistra. L'affluenza, ovvero in inglese la compulsione psicologica che spinge i ricchi a non considerare le conseguenze delle loro azioni, supportati da un benessere economico che li fa sentire come degli dei. Una vera e propria orgia di denaro, compiuta mentre in realtà il mondo occidentale è sempre più corrotto e votato all'autodistruzione. Quasi a volerci dare un contrasto malinconico che rafforza l'idea di una situazione penosa, i synth si aprono in soluzioni spettrali che rimandano ad influenze dubstep. Una struttura abbastanza semplice ci accompagna quindi in una critica per nulla nascosta verso gli esponenti più facoltosi della società occidentale, persi in una sorta di delirio. La cupidigia passa come un bisogno primario, ormai tutti a bordo di una sorta di cavallo di Troia diretto a tutta velocità verso l'inevitabile conclusione. Il vuoto dentro diventa un malessere che viene riempito con ulteriori beni materiali, in un ciclo che si auto-alimenta. Ormai non c'è modo di cambiare le cose, solo chi sopravviverà al tracollo potrà estraniarsi da tutto questo e tagliarlo via, come se fosse un tumore infetto.

Exxxit

Siamo prigionieri in una condizione che sentiamo come aliena, ma che allo stesso tempo è radicata in noi. Un malessere costante influenza le nostre vite, qualcosa non va, eppure non sappiamo come fuggire da tutto questo. C'è un fuoco dentro che viene soppresso giornalmente da illusioni, pillole, false promesse da parte di politici che mantengono un sistema fatto per arricchire loro e chi è già ricco, e rendere ancora più schiavo chi invece riesce a stento a vivere. Questo è l'immaginario di "Exxxit", singolo della band accompagnato non a caso da un suono marciante ed aggressivo, uno degli episodi più in linea con il passato del gruppo e con la loro matrice industrial metal. Suoni oscuri e riff spezzati ci introducono ad una serie di bordate sottolineate da atmosfere sinistre; sulla marcia quadrata della batteria elettronica strisciano suadenti le parole di Mincolla, qui nelle vesti di un cospiratore consapevole della realtà. Ogni palliativo è uguale, ma incuranti e scegliamo uno, schiavi fuori e brucianti di desiderio di distruggere tutto dentro. Ed è il crescendo continuo della musica a dare voce a questa rabbia crescente, che esplode in un ritornello caotico fatto di riff circolari ed un cantato gridato molto alla Manson. Sentiamo le cose che dicono ogni giorno, ed è tutto una follia continua, non ci rimane che una scelta: votare alimentando ancora questo sistema con una fedeltà non ripagata, o uscire da tutto questo rinunciando al sistema i toto. Ancora una volta la mente vola alla realtà quotidiana, alla politica dove ogni parte sembra portare una maschera diversa, ma condurre lo stesso gioco. Situazione maggior mente presente nella situazione americana, riferimento dei Nostri e del cantante laureato in scienze politiche e da sempre attivo su questo versante; un continuo stato di propaganda tra parti diverse, che però finiscono sempre per fare l'interesse della élite più ricca e potente. Impotente, o peggio inconsapevole, il popolo li osserva mentre promulgano leggi e ripetono discorsi sempre uguali, costringendo le persone a percorrere una trama già conosciuta, facendo loro perdere il desiderio di cambiare le cose. Nuove esplosioni, nuova violenza non più repressa: i 3Teeth si propongono come una sorta di riscatto sonoro, possibilità di dare forma a quel qualcosa che è rimasto intrappolato dentro. Il discorso è chiaro: il narratore ha visto la grande bugia per quello che è, con tutti i suoi sempre più evidenti difetti e crepe. Il sistema sta sempre più crollando, e rimane solo una scelta: crollare insieme ad esso giurandogli sempre fedeltà, o uscire tramite noi stessi dal suo controllo.

American Landfill

Quando pensiamo all'America, spesso pensiamo all'immagine dei film. Gli attici a New York, i grattacieli, il mito della ricchezza e della terra delle opportunità. Oppure la California, con le sue spiagge, la vita da mare, l'atmosfera urbana. Quello che ignoriamo è la realtà del paese, fatto di diversi stati e con un vasto territorio: una maggioranza della popolazione quasi al livello della povertà, strozzata da mutui insostenibili, debito scolastico, mancanza di una sanità pubblica, un livello d'istruzione bassissimo, strade malandate e case fatte in pochi giorni con pannelli e prefabbricati. I 3Teeth lo sanno molto bene, e non dimenticano di darci un quadro non edulcorato della situazione. "American Landfill" si configura come una delle più legate al nuovo corso sonoro intrapreso con l'album, ricca di elementi che potremmo definire "core" quando non crossover/numetal, tra chitarre in loop ad accordatura bassa, parti dalle rime serate, e passaggi che non sarebbero fuori posto nei primi album dei Korn. Ecc o quindi uan serie di chitarre spezzate he annunciano l'andamento meccanico e dal gusto apocalittico del brano. Troviamo la descrizione di un mondo dove la popolazione è come un cane incatenato ad una staccionata, che si crede padrone del su territorio, mentre in realtà controlla le proprietà del suo padrone. Il gioco è tanto semplice, quando perverso: dare sostentamento e protezione quel tanto che basta per tenere le persone imprigionate senza nemmeno bisogno di una gabbia , e se dovesse sorgere della rabbia, basta indirizzarla verso un obbiettivo. Le persone sono abituate sin da piccole ad obbedire al potere e a non osare metterlo in discussione. In effetti, chi di noi questiona la nostra vita quotidiana? Lavoro, tasse, affitti, mutui, fare del proprio essere sfruttati quasi un vanto, credere nelle aziende, nei marchi, nei politici come se fossero divinità da adorare e che guidano la nostra esistenza. Ma dietro tutto questo? Un grande buco morale, spirituale, e ormai anche economico, dove lo spirito comune decompone, sfruttato come qualsiasi altro materiale, come fosse quel petrolio che le potenze occidentali, soprattutto l'America, ancora agognano. Tematiche nelle quali molti ascoltatori possono ritrovarsi, accompagnate da un suono più familiari per il giovane pubblico, temprato da tastiere sinistre da film horror e sezioni dal passo felpato con riferimenti ad immagini cyberpunk e tecnologiche che hanno sempre più il gusto della quotidianità. Pensiamo ai film sponsorizzati, ai videogiochi, e volendo alla musica stessa che stiamo ascoltando: anche quello che propone una qualche ribellione, è inevitabilmente un prodotto del sistema che critica, anche l'industria dell'intrattenimento è un' arma che sublima un disagio esistenziale del quale assolutamente non dobbiamo prendere reale coscienza.

President X

La politica come detto è un tema caro ai 3Teeth e al loro frontman, strumento d'analisi imprescindibile per capire la società, base della sua struttura e sistema. "President X" tratta il tema delle elezioni, molto sentito in ogni paese, ma soprattutto in America dove sono palco per scontri e spettacolarizzazioni continue, tra dibattiti, scandali, accuse, botte e risposta anche mezzo stampa, in cui la vita istituzionale e privata di ogni candidato viene analizzata alla ricerca di scheletri nell'armadio o elementi contrari alla "buona morale" statunitense. Un gioco delle parti però che nasconde un'amara verità: ognuno dei partecipanti è destinato a dover portare avanti l'interesse del sistema capitalistico, delle banche, delle multinazionali, a discapito di qualsiasi programma o promessa elettorale. Può cambiare la faccia, ma non il ruolo, è questo che ci dice la band. Chitarre di matrice ancora una volta molto crossover, ronzanti e cadenzate, accompagnano trame elettroniche e le vocals piene di effetti di Mincolla, sempre menestrello di una realtà post-tutto. La vecchia carne si ripresenta sotto le spoglie di un progressista, con un'immagine messa a nuovo per nascondere le bugie del potere, un "esterno" che parte svantaggiato, la favola che il popolo vuole sentire, stanco della vecchia faccia del potere che ora sa di vecchio e reazionario. Il fantomatico presidente x, perché il nome non importa, il viso nemmeno: basta sostituire con un altro, ma la storia, anzi l'inganno come un incantesimo, rimarrà sempre la stessa. Suoni lanciati danno spazio al ritornello, seguiti da elementi che riprendono l'elettronica che va di moda tra i giovani americani, dal gusto EDM pur se filtrato in chiave più rarefatta e minacciosa. Una bassline spezzata che una generazione cresciuta con Skrillex riconoscerà subito come familiare, conferma di un album che sposta l'ago della bilancia verso soluzioni e produzioni non necessariamente underground. E' come un ballo, un rituale che tiene tutti in trance, mentre il nuovo ordine mondiale presenta uno dei suoi esponenti, sintomo tra i tanti di una malattia ben più grande, un serpente che tradirà chi lo ha votato, così come ha fatto chi è venuto prima, e farà chi verrà dopo. E possiamo qui ricollegarci alle immagini del video del singolo dove Mincolla diventa una sorta di rettiliano impegnato in un comizio elettorale; la band si dimostra abile nell'usare topoi legati all'immaginario di internet, alla cultura giovanile dei meme, e riproporlo ad uso frutto del suo messaggio in un'unione fra arte visuale (altro campo del cantante), testi e musica.

Altær

Che cosa rimarrà quando il sistema crollerà, cosa inevitabile? Dopo il disastro ecologico ed economico globale? Ci sarà più un mondo? Si potrà andare avanti? Sembra essere questo ciò che ci si chiede in "Altær", uno degli episodi meglio riusciti dell'intero album, e ultimo singolo in linea temporale da esso estratto. Qui troviamo immagini apocalittiche e recriminazioni su quanto ha portato a tutto questo, e su come il potenziale di un'intera civiltà sia andato sprecato in nome di una cupidigia senza fine. Un bel fraseggio delicato ci accompagna con un passo lento e solenne verso ritmi cadenzati ed atmosfere malinconiche e misteriose, contornate da vocals quasi sospirate. Abbiamo modificato così tanto noi stessi e il nostro mondo , sena che ci fosse un vero scopo, rendendo tutta l'esistenza schiava di un processo dove il plus valore è il continuo carburante per una fornace che non smette di ardere. Con l'avanzare della descrizione i toni si fanno più tesi ed aggressivi, tra riff rocciosi e voce dai tratti aspri: ormai rimane solo un involucro disumanizzato, ossessionati dalla ricchezza come fosse una divinità, abbiamo prosciugato ogni cosa, e ora sardonico il narratore ci guarda mentre moriamo lentamente. Disastri ambientali, mancanza di risorse rinnovabili, crisi energetiche, violazioni costanti dei diritti umani. Basta pensare alle notizie quotidiane, a cose che diamo ormai per scontate, normali, per dare un contesto alle parole qui contenute. Abbiamo fatto di un altare al dio denaro il mondo intero, e ora su di esso rimarranno solo le ceneri di tutto quello che abbiamo sacrificato in una corsa folle e suicida. Non rimangono che visioni apocalittiche con soli morenti e dei piangenti, in un altare de cambiamento che richiede il sangue del vecchio affinché possa avanzare il nuovo. Largo quindi ad aperture lente ed epiche, con ritornelli sentiti sottolineati da effetti suggestivi. Come insetti abbiamo colonizzato l'intero pianeta, e abbiamo raggiunto un limite nel quale le nostre stesse azioni ci hanno portato alla disfatta. Ritroviamo quindi i temi cardine dell'opera, la celebrazione del collasso del sistema capitalistico portato alle estreme conseguenze e ormai non più gestibile, un vero e proprio Ragnarok socio-politico ed economico, un epitaffio scritto nei drammi che avanzano ogni giorno, epidemie, carestie, flussi migratori, guerre e rivolte. L'apice tematico è la cantilena finale, una vera e propria evocazione in egiziano di Ma'at, la dea egizia dell'armonia e dell'equilibrio, chiamata a giudicarci e a riportare l'ordine. Mincolla mostra il suo sincretismo dove l'occulto e i culti pagani, politica, economia, analisi sociale diventano una cosa sola.

Time Slave

Il tempo è denaro, si suol dire. Ma quando il denaro diventa quello che controlla le nostre vite, allora il tempo non è più un'opportunità, ma un carceriere che scandisce giorni dove le nostre vite vengono bruciate. Siamo stati traditi da noi stessi, la nostra così detta razionalità ha creato un sistema che va contro i nostri stessi interessi, eliminando i sentimenti e qualsiasi cosa non fosse profitto. "Time Slave" parla proprio di tutto questo, una traccia dove toni elettronici quasi paradisiaci, uniti al ticchettio di un orologio, ci portano verso un rock meccanico e robotico dalle accelerazioni drammatiche e dai ritornelli melodici ben orchestrati. Siamo come falene che vanno verso la fiamma secondo il cantato, rincorriamo monete verso lo scarico, pronti a caderci dentro. Il tema ricorrente del denaro come un'illusione mortale, qualcosa di ormai fine a se stesso e slegato da qualsiasi vero valore esistenziale, fa sempre capolino. Naturalmente, non è nulla di nuovo, la critica contro il capitalismo è ben vecchia, già presente come sappiamo tutti nelle teorie di Marx. Mai come ora però viviamo le reali conseguenze che sono state predette nel tempo, e sappiamo che la macchina che noi stessi abbiamo creato divora il nostro tempo e ci rende schiavi, cancellando le nostri menti e rendendoci puri oggetti, strumenti del sistema. Giri circolari e colpi come incudini segnano il passo del brano, che avanza inarrestabile proprio come ciò che evoca in suono e parole. La nostra mente ripercorre le nostre vite, e se siamo sinceri con noi stessi dobbiamo ammettere ciò che taciamo a noi stessi ogni giorno: ormai siamo tutti parte della cupidigia, lanciati senza più controllo verso la fine inevitabile, ma che ancora abbiamo il coraggio di negare, pur di poter continuare ad avere delle false comodità che sono catene che ci tengono imprigionati. La follia del sistema viene qui mostrata nella sua forma forse più orribile, miliardi di persone sacrificano le loro vite giornalmente per alimentare ciò che toglie loro valore umano, in un mito del progresso e del guadagno che, ironia della sorte, rende sempre più povere e vuote le loro vite. I toni solenni della musica valgono da giudizio e monito, così come il ritornello dai suoni quasi malinconici sembra sottolineare la tristezza dei fatti, così come la coda finale dai synth roboanti, che ripropone nella sua chiusura tanto le trame melodiche, quanto una serie di bordate rocciose conclusive che mettono in mostra l'anima più metal dei Nostri.

Bornless

Le immagini di distruzione e fine dei tempi si ripetono, il messaggio è fin troppo chiaro: schiavi e soggiogati, dobbiamo assistere ormai impotenti alle estreme conseguenze di quanto noi stessi abbiamo fatto accettando di vendere le nostre vite a chi si è arricchito su di noi, schiavi di un sistema he crolla e ci porta con sé nel baratro. E' quindi semplicemente questo il messaggio? No, i 3Teeth non si fermano a questo. L'accelerazionismo ha uno scopo: portare alla fine di un sistema, affinché possa avere luogo un altro. Ma quest'ultimo è ancora in stato embrionale, non ha una forma e una voce, se non nell'animo di chi vede il gioco attuale e non accetta di esserne asservito , mantenendo nel suo spirito un distacco e i semi di qualcosa di diverso. "Bornless" è appunto l'espressione di questo qualcosa di non ancora nato, che non può essere contaminato come è successo con il resto, puro e aldilà delle catene e del dolore che non lo possono imprigionare. Un concetto più vago e metafisico rispetto a quelli più concreti di crisi globale economica e sfruttamento capitalistico, ma parte dello stesso quadro per i Nostri. La ripresa sociale, politica, economica, è anche un atto spirituale per Mincolla, e anzi deve partire proprio dall'interiorità di ognuno di noi, che deve essere risvegliata dal torpore in cui la macchina del sistema ci ha posti. Un effetto elettronico in levare ci porta verso riff circolari programmati secondo un trotto imperante, contornato dai colpi secchi di batteria, che suona come un'incudine colpita con forza. Stavolta il cantato opta per toni rauchi e malevoli, dando forza alla sensazione di tensione generale. Tensione che nasce dall'essere incatenati ad una catena immaginaria, che non speziamo mai, disperati nel cercare da soli uno spazio nostro, autonomo. L'unica soluzione è viaggiare a ritroso dentro di noi, oltre la spazzatura spirituale, in modo da poter rielaborare la nostra anima. Si affrontano quindi temi interiori, lasciando momentaneamente da parte le già ampiamente affrontate descrizioni della realtà esterna e del sistema che la domina. Ognuno di noi ha dei momenti di rottura nella vita, nei quali ci fermiamo a considerare davvero la qualità di quest'ultima, a cosa ci sta portando. E le risposte molto raramente sono lusinghiere e positive; sentiamo che il giogo che ci tiene sottomessi ha un costo troppo alto, e che abbiamo perso l'identità di noi stessi. Ecco quindi i ritornello gridato, che suona con i suoi montati e toni sentiti come una dichiarazione d'intenti. Qualcosa di nuovo, ancora in sviluppo, senza un suo territorio, si fa strada, e sa che non può essere reclamato dal sistema che tutto cerca di far proprio. Una sorta di vagito ancestrale,una ribellione che nasce dall'interno, un seme per un mondo a venire dopo la distruzione.

Surrender

Un senso continuo di solitudine pervade le vite di tutti, così come di arresa e di impossibilità di scappare dalle maglie del sistema. Non ci si può fare nulla, ci diciamo, siamo costretti a fare quanto ci viene detto. Le aziende hanno i potere, lo stato, enti ed organi, multinazionali, l'esercito: tutte entità più grandi di noi, vere e proprie religioni istituzionalizzate che dobbiamo costantemente ripagare perché ci fanno "vivere". Lavoriamo per loro, votiamo, uccidiamo ance in alcuni casi, ed ogni nostra azione trova giustificazione nel dover andare avanti, nel fatto che è così per tutti. Ogni possibile spirito di ribellione viene messo a tacere sul nascere, spesso senza neanche il bisogno di un intervento esterno. Noi stessi tappiamo quella voce dentro di noi, cresciuti con la convinzione che questa sia la normalità e che non ci sia modo di ribellarsi. Questo è il quadro di "Surrender", pezzo già esplicativo nel suo titolo; non a caso un movimento mesto, lento domina l'incedere della traccia, salvo poi lanciarsi nel suo ritornello ad accorate e disperate scuse, quasi una confessione che non si riesce più a tenere dentro di se. Ecco quindi che vuoti dentro, svuotati come vasi, sentiamo questa verità dentro che sgocciola, e vorremo poter confidare tutto ad uno sconosciuto, incapaci di riconoscere le nostre radici, venuti su pieni della spazzatura, anche mentale, che il mondo ci ha propinati, pur di riempire il vuoto che abbiamo dentro e sentire qualcosa. Chitarre taglienti danno ancora più risalto alle parole, lanciate ora in un monologo dove enunciamo le nostre ragioni. Abbiamo fatto quello che potevamo, solo perché non avevamo altro, per gustare la guerra, ma in realtà non siamo altro che prostitute stanche come tutti, senza nemmeno più il senso di quello che eravamo prima. Parole dure che danno espressione totale all'idea dello sfruttamento capitalistico, che va ben oltre alla semplice servitù economica. Lo spirito deve essere spezzato, le persone devono essere loro stesse ad implorare il controllo, qualcosa che dia senso ad una vita svuotata da tutto. Tutte le visioni che avevamo ci sono state strappate dagli occhi, e ci hanno riempito di una così detta verità venduta come se fosse luce, e anche la religione è solo una distrazione che non ci fa vedere i grossi problemi che ci accompagnano. Siamo ridotti in una stato nel quale rimane solo la possibilità di arrendersi: ecco quindi una serie di riff sottolineati da una melodia triste, una sorta di marcia della disperazione dai connotati fortemente alt-metal che porta a conclusione il tutto.

Sell Your Face

"Sell Your Face" è un episodio dalla storia antecedente all'album, risalente al 2015, ovvero anche prima del precedente "". Una traccia pubblicata come singolo gratuito digitale, ed accompagnata all'epoca da un video legato sia ai social media, in particolare Facebook, sia al tema dei riconoscimenti facciali e della videosorveglianza. Nella sua forma iniziale una traccia industrial metal dal gusto cibernetico e dal movimento meccanico, intervallata in chiusura da un fraseggio arioso che per contrasto dava maggiore valenza agli attacchi in loop delle chitarre e della voce maligna e robotica di Mincolla. Ora ritorna sotto una nuova forma denominata come 2.0, che diventa dal punto di vista sonoro un punto di paragone tra lo stile precedente dei 3Teeth e quanto adottato nell'album qui analizzato. Il suono si fa più corposo e dalle atmosfere metal, l'elettronica accompagna i giri di chitarra che sono meno roboanti e più legati al formato canzone, mentre la voce del cantante si arricchisce di toni sempre filtrati, ma molto più umani, e il testo viene arrangiato in chiave meno minimale e più adatto a ritornelli ripetuti. Ancora una volta possiamo pensare alla quotidianità di una qualsiasi giornata, quando passiamo tra le persone con i cellulare in mano e gli occhi puntati su di esso, scollegate dalla realtà. Ma non solo: le informazioni vengono continuamente condivise ogni giorno, ogni dato è a portata di tutti, e letteralmente la nostra identità è materia di consumo e vendita. Facciamo parte di un database globale, e la vita sis volge ormai più online che in giro. Voci robotiche creano ritornelli sintetici, seguiti da attacchi dal gusto numetal, meno aggressivi rispetto alla versione originale ed accessibili. Una cantilena che sardonicamente inneggia a venderci, come d'altronde facciamo ogni giorno. Tutto è prodotto, anche quello che non può essere toccato: la nostra identità, la nostra essenza. Il così detto "spirito nella macchina" reso realtà, ma in maniera molto meno poetica o filosofica di quanto presentato nella fantascienza. E' una vera e propria droga, non possiamo staccarci dalla realtà digitale, dall'avere contatti virtuali, le emozioni ormai viaggiano su internet come fossero dati da assimilare nel grande sistema mondiale. Il fraseggio melodico viene qui sostituito da una bella sequenza di tastiere seguita da tasti delicati, araldi dell'esplosione finale che ci porta alla conclusione della traccia.

Blackout

Tornano i toni apocalittici, che ci portano alla fase finale del disco e alle sue considerazioni sulla realtà e sulla situazione quotidiana che contribuisce ad un quadro tutto tranne che lusinghiero. Il desiderio di una fine a tutto questo prende forma in "Blackout", un episodio che inizia come una sorta di lento dell'album e che presenta alcuni tratti sorprendentemente post-punk, salvo poi evolvere con ritornelli dall'animo metalcore più aggressivi e sottolineati da batterie pestate. Ecco quindi voci campionate e note delicate di pianoforte, seguite poi da un basso ritmato con synth malinconici, che annunciano la marcia di batteria dai colpi non tropo duri, contornata dalla voce calma, solo leggermente filtrata, di Mincolla, che delinea con pathos le sue parole. La voce iniziale evoca un evento catastrofico, invitandoci a raggiungere un rifugio, e molto realisticamente ricorda di limitare l'uso dei cellulari per lasciare ibera la linea per messaggi d'emergenza. Subito la mente va a tutta una serie di film che rappresentano catastrofi e disastri, tra cause naturali, attacchi terroristici, o più fantasiose invasioni aliene. Non importa la causa, il mito del crollo del sistema ha sempre fatto parte della nostra cultura, quasi una sorta di senso di colpa che si trasfigura in messa in scena purificatrice dell'estrema punizione che il nostro inconscio vorrebbe avvenisse. Basta sfruttamento, basta ingiustizia, basta vuoto, basta guerre, basta inquinamento: tutto spazzato via, una tabula rasa che cancella tutto e prepara la possibilità di un mondo diverso, un nuovo inizio, una seconda possibilità. Il cantante sembra guardarsi indietro, ripensando con amarezza a come si è arrivati a questo punto, alla vita scellerata che abbiamo intrapreso con noncuranza senza pensare alle conseguenze. Non sa esattamente come dovremmo essere ora, ma sente che qualcosa si è perso durante il tragitto, qualcosa che non è il cieco piacere che abbiamo continuato a perseguire per riempire il vuoto dentro, creando da soli il nostro stesso inferno. Ritorna il tema ricorrente del disco: un sistema che genera vuotò, e che offre bugie e compensazioni false per riempirlo, in un gioco perverso dove siamo noi stessi a dargli forza, un'entità che è figlia delle nostre azioni. E' come un sogno spezzato, abbiamo continuato a seguire tranquilli le nostre vite, facendo il nostro ruolo da bravi cittadini e sentendoci falsamente appagati in questo, mentre ammutoliamo la parte di noi che sa benissimo che le cose non vanno bene. Nulla è libero o completo, nulla ci appartiene davvero, grida in modo più aggressivo il cantante, preparandoci alle bordate del ritornello, sottolineato da chitarre taglienti e batteria pestata. Il sole eclissa e la miseria diventa uguale per tutti, in una fine dei giochi che non ammette eccezioni. Il rammarico domina quindi l'apocalisse, la consapevolezza che noi abbiamo causato tutto questo senza riuscire a fermarci prima.

The Fall

"The Fall" si configura come la ballad del disco, una traccia che avanza lenta e controllata, tra synth dal gusto cinematografico, fraseggi severi, e vocals languide che si aprono ad esternazioni che sanno di disperazione e rammarico. Forse la prova vocale migliore di Mincolla nel disco, che mette in mostra quanto imparato riuscendo a regalarci dei tratti davvero sentiti. L'atmosfera è molto retro, riportandoci in parte a certi elementi anni '80, innestati però su una base che si mantiene metal. La fine è arrivata, la caduta del sistema, il Kali Yuga, il Ragnarock, l'Apocalisse. L'intera umanità è ormai come un'intelligenza artificiale sul letto di morte, sull'orlo del baratro, e accoglie a braccia aperte la morte liberatrice. Non c'è più resistenza, non c'è più voglia di combattere per qualcosa che è andato perduto e nel quale non abbiamo mai creduto veramente , adesso tutto va via come deve essere, e finalmente possiamo fingere di smettere e mentire, possiamo ammettere che odiavamo il sistema di vita che conducevamo. La combinazione di trame tristi e suoni più duri e diretti funziona egregiamente, consegnandoci uno dei momenti migliori del disco e dall'identità più forte. Acceleriamo il passo, agevoliamo il crollo del sistema, non ci sono linee guida in questo test finale dal risultato già scritto. Disastri ecologici, politici, economici, guerre, rivolte, flussi migratori sempre iù pressanti, malattie nuove che contagiano il mondo, leggi sempre più conservatrici e cancellazione dei diritti umani, una vita spesa sempre più davanti a dei monitor, ormai anche nel quotidiano, solitudine, rapporti sociali compromessi, spesso falsi, legati al profitto. Immagini familiari, reali, che viviamo ogni giorno. Il fallimento del nostro sistema di vita che si fa sempre più concreto e reale, e meno materiale da fantapolitica, ma che proprio per questo viviamo passivamente, quasi come qualcosa che non ci riguarda. Come la carcassa di un dio morto, il sistema crollato sarà una rovina sulla quale ognuno accoltella il prossimo in un cieco desiderio di sopravvivenza, crollo delle falsità sociali e vera espressione della natura che ci ha portato a questo. Non resta che aspettare che tutto passi, che le onde della distruzione passino e spazzino tutto via. Solo allora si potrà ricreare un nuovo mondo, si potrà ricominciare da capo. Le parole si ripetono come un rituale, che riprende le immagini dell'artwork del disco: una oscura divinità schiaccia il mondo nelle sue mani, e pesa su una bilancia il nostro valore, dando risultati ben poco lusinghieri. La caduta di tutto viene celebrata come qualcosa di necessario, sano, inevitabile e scritto sin dall'inizio. Abbiamo creato la nostra stessa mitologia, e ne abbiamo anche da sempre predetto la logica conclusione, una corsa fine a se stessa verso il baratro che non possiamo più fermare, bensì solo accelerare ed accogliere.

Pumped Up Kicks

"Pumped Up Kicks" è l'episodio più particolare ed interessante di tutto il disco, ottima conclusione epr l'album che per la prima volta vede i 3Teeth alle prese con una cover. I rifacimenti di un pezzo altrui sono sempre qualcosa di rischioso, gli errori possono essere molti, e anche quando si fa tutto giusto il giudizio del pubblico non è mai unanime: troppo diverso o troppo uguale, non all'altezza, inutile, tanti sono i giudizi già pronti che possono essere già dati dagli ascoltatori. La strada più semplice qui sarebbe quella di riprendere un episodio industrial metal, magari dei Ministry o dei Fear Factory, o ancora un brano metal da riadattare secondo lo stile dei Nostri aggiungendo qualche synth. La band invece prende una direzione coraggiosa, e sceglie di prendere un brano pop. E non un brano pop anni '80, magari new wave, cosa fatta da molte band già dai tempi del nu-metal, bensì una traccia del 2010 dei Foster The People. Ecco quindi che l'inno indie-pop viene rielaborato in maniera astuta, decidendo di partire dalla natura del suo testo. Infatti una particolarità della canzone è quella, nella sua versione originale, di avere un suono molto tranquillo, placido, ma un sottofondo tematico inusitatamente oscuro per il genere. Si tocca un argomento tabù in America, piaga da anni della società d'oltreoceano, ma difficile da combattere a causa di una consuetudine radicata e di lobby. Parliamo delle sparatorie e dell'accesso delle armi da fuoco ai minori, e ai vari ati di cronaca nera che ogni anno sentiamo: sparatorie nelle scuole e presso eventi, l'uso della violenza per rispondere spesso ad altra violenza che passa inosservata fino a che non si raggiunge l'estrema conseguenza. E' un tema che ha interessato il rock e il metal, e in particolare i rappresentanti dell'area "mainstream" dell'electro-metal. In maniera molto ravvicinata e che esula dai semplici testi. Si pensi alle accuse verso Manson dopo i fatti della Columbine, e anche verso i KMFDM (autori di "Anarchy", traccia molto ascoltata da Eric Harris e Dylan Klebold, autori del massacro) e i Rammstein. Ecco quindi che con una geniale intuizione il combo decide di dare un substrato sonoro adatto alle parole che descrivono un ragazzino americano che ha accesso alla pistola del padre, e che con termini legati al gioco ci fa capire che la userà contro chi gli ha fatto dei torti. Un testo semplice, diretto, che fa capire benissimo il suo messaggio sena bisogno di descrizioni troppo esplicite . Qui la musica fa largo uso dell'elettronica, elemento tenuto a freno per tutto l'album rispetto al passato, ma che qui ha una sua "rivincita" dando un'atmosfera plumbea e solenne alla traccia. Seguiamo con essa e con la voce robotica di Mincolla, qui vicina al passato, il dispiegarsi della situazione, dalia descrizione quasi innocente del bambino che gioca a fare il cowboy con una sigaretta finta in bocca, dalla mano veloce e dalla natura curiosa. Inevitabilmente trova la pistola del padre in una scatola piena di "cose divertenti", e la narrazione prende una piega più sinistra: ora tutti i bambini con i pugni tesi che lo bullizzavano dovranno correre, più veloci dei proiettili dell'arma. Il gioco di atmosfere evocative, nelle quali la linea melodica dell'originale diventa un fischio lontano, e di ritornello quasi epico funziona egregiamente, svelando la atura di quanto riportato. Una vita passata senza la guida di un padre impegnato con il lavoro e che lascia cibi da riscaldare la microonde, una realtà oggi comune e che presenta ragazzi lasciati a loro stessi , che non conoscono il confine tra il mito delle armi che regna in America, e le reali conseguenze che esse comportano. Una sorta di "bonus tematico" che riporta il discorso dei Nostri in una direzione molto concreta e terrena, dando luce ad un problema sociale molto sentito oltreoceano.

Conclusioni

"Metawar" è un disco abbastanza particolare e significativo per la carriera dei 3Teeth, che mette in mostra luci ed ombre della loro evoluzione e della direzione intrapresa dal gruppo. Di sicuro il passaggio sotto la Century Media e l'accresciuto successo intorno alla band, alimentato dai tour con grossi nomi e dall'interesse della stampa, hanno avuto il loro effetto. Se con i precedente l'ago della bilancia si è spostato verso una maggiore componente metal, ma senza rinunciare del tutto a tratti nati dall'underground industrial ereditati dal loro debutti, qui è tutto standardizzato secondo i dettami di un suono che usa come base le regole del metal americano, tra echi metalcore e nu-metal, chitarre meno caotiche, aggiungendo una dose di elettronica decisamente diminuita e dai tratti molto più levigati e che strizzano l'occhio più ai giovani ventenni amanti della EDM, piuttosto che ai rivethead cresciuti con Skinny Puppy e Front Line Assembly. Oggettivazione, ci sono delle evoluzioni: se in passato a volte sembrava che più che il prodotto di una band coesa, il loro suono fosse il risultato di più parti assemblate, ora invece le tracce hanno un feeling più unitario. Mincolla ha anche imparato ad usare il pulito e tratti più umani, abbandonando la furia disumana del passato, spesso molto vicina ai Godflesh. E anche nei momenti aggressivi, i suoi riferimenti sembrano ora essere più Manson e Rob Zombie, tendenza questa già iniziata nel precedente lavoro. Per assurdo forse i Nostri hanno imparato a suonare anche troppo bene, o meglio nella transizione qualcosa dello spirito che li rendeva in qualche modo particolari, quel riuscire ad inserire nel songwriting elementi inediti per il mondo meno underground, è andato perduto. In tutta onestà non si può dire che questo lavoro sia brutto, suonato male o privo d'interesse. Fa decisamente il suo lavoro e presenta un'opera che offre nel panorama del alternative metal americano una sorta di riproposizione aggiornata del suono industrial metal anni '90, con un'enfasi marcata sulla seconda parte della definizione del genere. Ma le aspettative di chi li segue dall'inizio vengono un po' disattese, anche perché sopravvivono qui alcuni difetti che hanno caratterizzato il suono dei Nostri da subito. Infatti i 3Teeth tendono a mantenere un'idea sonora declinandola per tutto il corso delle tracce secondo modi diversi, ma il substrato è sempre molto familiare. Se in passato la presenza di tracce più elettroniche e sperimentali spezzava un po' questa sensazione, qui ora invece la modalità più "normale" usata rende la cosa più esposta ed evidente. Mincolla è migliorato come cantante, ma sembra aver perso in aggressività, non riuscendo più a darci quei tratti inquietanti che hanno fatto la fortuna di tracce come "Nihil", o le divagazioni futuristiche di "Antiflux", e ancora non troviamo episodi più electro come "Oblivion Coil" e "Voiceless" dove le chitarre andavano in secondo piano regalandoci una natura più ibrida. Da un punto di vista manageriale è difficile criticare le scelte intraprese, sicuramente aiuteranno la band ad avere un riscontro presso un pubblico più grande, al prezzo delle polemiche che già stanno nascendo nel pubblico underground che epr primo li ha seguiti, e che ora inizia a criticarli ferocemente in maniera molto simile a come è accaduto negli anni '90 con il successo dei NIN. L'industrial è sempre stato e sempre sarà un mondo e un termine molto controverso, dove chi incontra i successo del grande pubblico e/o cerca di normalizzarne il suono, verrà sempre osteggiato dai puristi o tali dichiarati. Ma aldilà di idee elitarie che lasciano il tempo che trovano, qui c'è anche da dare scontento ai più morigerati, ma che avevano ormai una certa idea della band. Probabilmente a giochi fati la realtà è abbastanza semplice: i 3Teeth non sono mai stati dei rivoluzionari. Questo non vuole essere un attacco o un giudizio sulla qualità della loro musica, si possono fare ottimi dischi senza rinnovare. Il loro suono ha sempre presentato elementi derivati da anni di tradizione dove chitarre ed elettronica, e la loro forza stava nel modo in cui combinavano questi elementi. Mancava quel quid, quel qualcosa che li potesse lanciare tra quei nomi che hanno un suono subito riconoscibile, loro. Probabilmente questa poteva essere l'occasione, ma ci troviamo davanti a qualcosa di ben diverso. Al contrario, la band decide di sacrificare le proprie particolarità invece di accettare la sfida di perfezionarle, affilando invece altre armi e prendendo una strada più sicura, e che in ogni caso non porta a disastri. Tematicamente il disco sviluppa quanto fatto in passato, dandoci in chiave meno criptica la visione anti-sistema che si concretizza nella così detta "Operation Mindfuck", ovvero una serie di video, post su Facebook con immagini, etc. indirizzati ad una sorta di terrorismo culturale. Ma anche quest'ultima è un aspetto ormai dal sapore più di una Hollywood che vuole scioccare, piuttosto che di un genuino attacco. La teoria del sabotare il sistema dall'interno è sempre rischiosa, soprattutto perché i passo dall'accusa di ipocrisia e del mangiare dove si sputa, e dietro l'angolo. La teoria del accelerazionismo, con la sua idea di sfruttare i precetti stessi del capitalismo per abbatterlo, mossi da una consapevolezza interiore dei suoi meccanismi che ci rende immuni anche quando partecipiamo ad esso, ha dei chiari elementi che possono dare spalla a tutto questo. I 3Teeth sono molto americani in questo, e il mito del raggiungere il successo da soli permane molte delle azioni di Mincolla, che nella sua vita ha fatto spesso il manager e sicuramente è ben consapevole della strada intrapresa. Tolti comunque questi discorsi che nel concreto poco devono interessare il giudizio del risultato sonoro, troviamo un album ben suonato che offre una direzione alt-metal con elettronica moderna e la descrizione abbastanza concreta del mondo "2.0" nel quale viviamo, delle sue trappole e disumanizzazione in corso. Basta prenderne atto per uscirne e non farne parte? C'è davvero possibilità singolarmente di scappare da esso? Qui non vengono date risposte, ma visioni legate alla funzione destabilizzante scelta dal progetto, Ad ognuno le sue considerazioni, mentre guadiamo fuori dalla finestra dai nostri computer, in casa o sul luogo di lavoro, mentre ci colleghiamo con il cellulare, mentre sentiamo dell'ennesimo scandalo politico, guerra o crisi.

1) Hyperstition
2) Affluenza
3) Exxxit
4) American Landfill
5) President X
6) Altær
7) Time Slave
8) Bornless
9) Surrender
10) Sell Your Face
11) Blackout
12) The Fall
13) Pumped Up Kicks