3TEETH

3Teeth

2014 - Artoffact Records

A CURA DI
DAVIDE PAPPALARDO
21/04/2020
TEMPO DI LETTURA:
7,5

Introduzione Recensione

Il nostro viaggio nella discografia del gruppo californiano industrial metal 3Teeth raggiunge oggi gli albori della loro carriera. Siamo nel 2014, anno in cui viene pubblicato l'omonimo debutto della band "3Teeth" per l'etichetta indipendente Canadese Artoffact Records,specializzata in musica post-punk, electro-industrial, EBM. Il progetto è in realtà nato l'anno prima come un passatempo per l'artista visuale e promoter di serate "alternative" Alexis Mincolla e il suo amico Xavier Swafford, che in quell'anno aveva rilasciato un singolo chiamato "Oppenheimer" sotto il nome Bites, traccia creata insieme alla band witch house H3X3N. I due si erano conosciuti ad una delle serate della Lil Death, organizzate proprio da Mincolla, dove già avevano incominciato a discutere di idee sulla fusione di visual e musica in un progetto artistico. Poco tempo dopo Andrew Means manda un video da lui realizzato ai due, che rimangono favorevolmente impressionati, ed entra così in squadra. Il primo nucleo di quelli che saranno i 3Teeth incomincia quindi a pubblicare pezzi online creando interesse tra gli ascoltatori di musica industrial ed EBM in campo underground. Per ora le parti di chitarra, minime rispetto al futuro, vengono commissionate, ma diventa chiaro che per una futura evoluzione serva un chitarrista in pianta stabile. Ecco quindi che l'amico d'infanzia di Means Chase Brawner si aggiunge come chitarrista dopo un'audizione, creando ufficialmente la band. Ogni aspetto viene sin da subito pensato e progettato, a partire dal nome della band che fa riferimento sia al tridente, arma divina presente nella mitologia babilonese, dove Marduk la usa per uccidere Tiamat, sia alla cosi detta odontomanzia, ovvero al divinazione tramite l'uso di denti. Riferimenti particolari che danno un'immagine misteriosa, allora potenziata dalla mancanza di notizie riguardo ai componenti del progetto. Si presentano anche un'estetica e modus operandi particolari, pesantemente basati su internet e sui linguaggi di comunicazione ad esso legati, presentando un video per il primo singolo "Nihil" che usa spezzoni dal documentario di Ron Fricke "Baraka" fondendoli perfettamente con la musica meccanica del pezzo e con il suo messaggio nichilistico-spirituale che invita a liberarsi dei confini terreni della carne. Dopo altri due singoli molto elettronici e dai connotati electro-industrial, ovvero "Pearls 2 Swine" e "Master Of Decay", la prima citata etichetta mette sotto contratto i Nostri, che dopo 6 mesi di lavoro in studio sfornano il loro debutto. Si tratta della loro opera più elettronica, dove le chitarre vengono usate come complemento per robuste bassline e batterie elettroniche inquisitorie e dal ritmo da fabbrica. Si tratta allo stesso tempo del lavoro più sperimentale ed "ingenuo" della band, legato ad un songwriting abbastanza basilare dove spesso abbiamo la ripetizione di parole e loop di musica "incollati" in sequenze che danno al tutto un sapore poco organico. In realtà la cosa piacerà a molti ascoltatori della prima ora per l'essenza molto industriale del suono così ottenuto, mentre le evoluzioni future saranno malviste da alcuni di essi, conquistando però il favore di una fetta più ampia di pubblico proveniente dall'area metal più alternativa. Le influenze della band sono già comunque chiare, e un ascolto smaliziato chiarisce come in realtà nulla venga dal nulla: abbiamo richiami a Front Line Assembly, Minsitry, Godflesh, Nine Inch Nails, KMFDM, mentre ancora non sono molto presenti le somiglianze con nomi come Rob Zombie e Manson, che si mostreranno invece in futuro con lo sviluppo vocale di Mincolla e con la maggiore presenza di componenti rock/metal. Proprio il cantante della band è qui alla sua prova più "basilare", ma per certi versi più inquietante. Spesso la sua voce è satura di filtri e distorsioni, quasi un elemento musicale al pari della strumentazione, dedita a cantilene rituali giocate su testi dalle poche parole e dalle molte ripetizioni, vere e proprie associazioni di idee. Ancora il messaggio anarchico della band è molto nascosto e contenuto più negli elementi visuali di video e post su internet, anche perché i testi vengono pubblicati via PDF dal cantante qualche tempo dopo l'uscita del disco. Insomma, come molti debutti, un insieme di elementi iniziali che poi scompariranno e presagi di quello che verrà, che possono essere colti con un ascolto postumo e viziato dalla conoscenza della produzione futura.

Nihil

"Nihil" è il brano che apre l'album, nonché il primo pezzo mai reso pubblico dalla band al pubblico, e che tanto ha fatto per la diffusione del suo nome. Una traccia dall'incedere lento e meccanico, influenzata tanto dall'industrial metal di Ministry e Godflesh, quanto dai Front Line Assembly, e contornata da arie spirituali ed oniriche, così come violata da attacchi caustici di loop di chitarra e sirene allarmanti. Un perfetto biglietto da visita per i 3Teeth al mondo., con un tetso caratterizzato da pochi versi ripetuti in un mantra dai tratti onirici e rituali. Siamo lontani dai lunghi testi dalle connotazioni socio-politiche che verranno in futuro: qui la parola è funzionale al suono, lasciando che gran parte del messaggio venga convogliato da suoni, e nel caso del video del singolo, dalle immagini. Ecco quindi che una ritmica cadenzata avanza strisciante dopo un'introduzione severa e dal gusto dark-ambient. Le atmosfere sono opprimenti e robotiche, coadiuvate da suoni da fabbrica e campionamenti vocali che richiamano inni sacrali, introducendoci in una sorta di chiesta industriale; all'improvviso distorsioni movimentate ci investono, portandoci al ritornello basilare quanto efficace: loop di chitarra rocciosa e tagliente si uniscono alle grida di Mincolla, qui cyborg inumano e pieno di livore, intento ad esprimere con arie intransigenti il suo semplice messaggio, ripetuto varie volte: imprigionati dalla carne, siamo liberati solo dal sangue. Non c'è un contesto ed una spiegazione, molto è lasciato all'immaginario dell'ascoltatore. Facendo riferimento però anche alle immagini del video, prese dal documentario "Baraka", possiamo ricostruire un tema portante. Il contrasto tra la civiltà moderna, schiava della tecnologia, e la saggezza delle popolazioni tribali e delle antiche religioni, dove il fine ultimo non era il piano materiale, bensì il superamento di quest'ultimo. La morte vista non con paura, bensì come un rito di passaggio, i superamento di uno stadio in vista della purificazione; gli cumulai di ossa e teschi, e i fuochi, come di pire, che ritroviamo sempre nel video sembrano proprio alludere a questo. Di contro, il suono ossessivo, pressante, che però si apre a momenti ariosi ed onirici, sottolineati da chitarre marziali, vanno ad esemplificare il tutto sul piano sonoro. L'ascoltatore rimane investito da queste sequenze di suoi, accostate secondo uno schema molto da "fabbrica di montaggio", che ci consegna lo spirito degli albori della band, più vicina ad un progetto artistico che ad una band nella classica concezione "rock" del termine. I loop, la ripetizione, i sample sono gli elementi principali, mentre la voce interviene solo in maniera concisa nel ritornello, che si ripresenta dopo una cesura dominata da riff incisivi, colpi continui di batteria, e cori sacrali in sottofondo. Esso interviene per l'ultima volta come un'ennesima esplosione di rabbia, consumata nella sua furia fino alla chiusura in digressione.




Consent

"Consent" è un ottimo esempio della natura più sperimentale ed elettronica dei 3Teeth della prima ora: si tratta infatti di un episodio totalmente privo di chitarre, basato solo sulla batteria elettronica, su una cassa ossessiva e su synth distorti e dissonanti. I riferimenti sono il lato più sperimentale e acido dell' electro-industrial anni '80, tra Revolting Cocks, Ministry pre-svolta metal, Portion Control, Skinny Puppy. Esiste pure un video per la traccia, girato appositamente con uno stile che esce dritto dritto da quel decennio, e pieno di immagini surreali e colori lisergici, soprattutto quando compare, per la prima volta al pubblico, il cantante Alexis Mincolla, del quale vediamo la silhouette e l'ormai quasi iconico look fatto di ciuffo, occhiali da motociclista, e baffoni in bella vista. Le immagini servono anche a dare sostegno alla parte testuale del pezzo, dove comunque il cantato è più presente, pur non raggiungendo le più complesse strutture future. Il consenso politico è il tema principale, visto come una fiamma che brucia chi gli si avvicina, intontito però da promesse di ricchezza che riempiono il vuoto, ingannando con un mito del successo molto poco veritiero. Intravediamo quindi i semi del mondo tematico dei 3Teeth futuri, con riferimenti al sistema economico mondiale ed americano che si ripeteranno, e diventeranno anche la base per album futuri. La falsa sicurezza del denaro, l'imbroglio delle masse usate da un sistema che le ipnotizza, un vuoto interiore appositamente voluto da parte del potere, per riempirlo con beni materiali e promesse di lusso. Una batteria elettronica rombante si muove quindi con battiti d'acciaio e bassi pulsanti, mentre campionamenti di macchine fotografiche e voci creano un'atmosfera acida ed irreale, perfetta per il brano. Mincolla interviene con una voce pesantemente distorta, figura ancora lontana dal cantante che verrà, e qui più vicino ad un crooner robotico, pronto ad irrompere in grida acide e corrosive. Bambino dopo bambino, vengono attirati sin da piccoli verso al fiamma che brucia via i loro pensieri autonomi, in un meccanismo dove nessuno ha modo di fuggire da essa. Suoni squillanti, quasi da stadio, segnano l'esplosione del ritornello, basato semplicemente sulla ripetizione del titolo della canzone, sempre devastata dalla batteria dritta e robotica. Esso è molto breve, e va a scontrarsi verso una cesura ritmica con altre voci campionate. Siamo pronti per la ripresa del corso familiare, tra cantato malevolo e beat d'acciaio: il vuoto si accumula su altro vuoto, grattando un'irritazione interiore. Ci fanno sentire ricchi, in uno schema che è tutto a loro guadagno. Ossessionante Mincolla quasi ci rimprovera sardonicamente, ricordando come inseguiamo un mito, che in realtà compriamo ogni giorno con i nostri soldi. Lo stile militante del brano è pronto a rilanciarsi nel ritornello dissonante, sempre minimale nei suoi elementi e dalla breve durata, e sempre cesellato da una cesura vibrante e dai campionamenti disorientanti. Siamo tutti vittime di un crimine di coercizione. Mentre affamano le nostre menti, sempre seguendo uno schema dove la nostra perdita è il loro guadagno, ottenuto distraendoci dalla realtà delle cose. Riempiti di bugie siamo confusi ed incapaci di capire la verità. L'unica conclusione non può essere che al terza reiterazione delle grida aspre del cantante, su un loop ripetuto ad oltranza fino alla chiusura.



Pearls 2 Swine

"Pearls 2 Swine" irrompe con un suono ambient tetro e sommesso, calibrato con vibrazioni e loop vocali spezzati che aggiungono un sapore meccanico, robotico. Un lento incedere di batteria si fa man mano più cadenzato, portandoci all'entrata in gioco di una marcia industrial costituita da colpi d'acciaio e bassline sci-fi. Si tratta di un altro episodio che mette in luce il lato più elettronico della band, tra drum machine pulsanti ed effetti vari. Le chitarre compaiono sporadicamente, pesantemente filtrate, per creare cesure dai riff dissonanti; il risultato è un'atmosfera disorientante, aliena, che instaura un clima d'allarme. Il testo si mantiene criptico ed allusivo, una sorta di rituale cibernetico che evoca il conflitto cuore-mente, e presagi sinistri di un vuoto interiore che viene accresciuto dal terrore. Volendo ricollegare la cosa ai messaggi socio-politici più diretti che poi prenderanno piede da parte dei Nostri, e alle proiezioni usate durante i loro concerti come sfondo alla traccia, possiamo individuare legami con la politica americana e il sistema bellico che la supporta: il terrore, anche tramite i media, è spesso stato usato per giustificare le invasioni di altri paesi, così come le misure restrittive entrate in vigore dopo il 9/11 e tutt'ora presenti. Resta da capire cosa siano effettivamente le "perle ai porci". Una sarcastica rappresentazione della considerazione del governo verso il suo popolo? Un acritica verso il popolo stesso, apatico ed asservito a questa situazione? Non c'è una risposta, bensì una serie di ritmiche incalzanti che investono l'ascoltatore, evocando non poco il modus operandi dei Nine Inch Nails di "The Downward Spiral". Largo quindi ad ambientazioni da film distopico, con elementi altamente ossessivi, ipnotici, ripetuti per la durata della traccia: una ritmica da marcia industriale, vocals che ripetono il proprio mantra con tratti da cyborg dittatoriale, loop di chitarra in levare che creano ponti sonori diretti verso climax dai riff rocciosi e dai piatti cadenzati. Il cuore, simbolo dell'anima umana e della mente, dialoga con la parte oscura dentro di noi, il vuoto che permette il nostro controllo e che succhia proprio la nostra anima. Mentre la musica si fa ancora più concitata, tra bassline sincopate e giochi vari con gli effetti, anche la voce diventa uno strumento, ripetendo la parola terrore fino alla ripresa della parte ritmica. La struttura è abbastanza basilare, e mette in luce tutti i pregi e i difetti della prima fase della band: se da una parte lo stile schematico e pesantemente basato sulla ritmica elettronica conferisce un'aura robotica perfetta per lo stile e l'estetica allora adottata, è anche vero che la ripetizione può stancare, soprattutto dopo vari ascolti e la fine dell'effetto sorpresa. E' da notare comunque come si tratti di una delle prime tracce scritte dalla band, quando ancora la scrittura era sostanzialmente gestita dai primi due componenti. In definitiva uno dei momenti più basilari del disco, conforme ai tratti essenziali della musica dei 3Teeth allo stato del debutto, dove i testi sono più basi per le sequenze ripetute in maniera molto meccanica.


Dust

"Dust" è un momento industrial rock che chiama in causa un suono ancora una volta in debito verso varie influenze, tra rimandi nelle parti di synth abbastanza familiari a "Pretty Hate Machine" della band di Trent Reznor già spesso nominata, ad asprezze di chitarra che ci riportano ai Ministry, così come la voce caustica di Mincolla. Vengono comunque aggiunti alcuni elementi propri, tra orchestrazioni drammatiche e cesure eteree dai cori femminili; insomma, una band alla ricerca del proprio suono, con dei riferimenti abbastanza espliciti che vengono largamente usati come un template per questa prima fase della band. Tematicamente, troviamo il tema del controllo, sempre caro ai Nostri, espresso con immagini forti di coercizione che evocano l'uso violento della forza da parte di polizia ed esercito, braccio armato di un governo che non accetta nel pratico reali defezioni e punta ad indicare come terroristi coloro che sono scomodi e non accettano i suoi fondamenti. Ecco quindi che una base vibrante di chitarra con effetti, che ricorda non poco il motivo della traccia "Down In It" dei NIN (che per ironia della sorte è un tributo/plagio confermato da Reznor stesso di "Dig It" degli Skinny Puppy, creando un'affascinante filologia), ci introduce al brano, accompagnata da beat cadenzati e bassline vibrante. Essa si scontra contro un suono ossessivo, sul quale si distendono le vocals maligne e dalle punte distorte del cantante, dedito a sfidare le forze oppressive invitandole a reprimerlo: chiede di essere sbattuto per terra, bloccato dal potere, e promette di non fiatare. Notiamo qui un modus operandi tematico-estetico che torna in diversi punti dell'album: l'allusione quasi BDSM al rapporto potere-dominato, dove c'è una continua evocazione della forza, che viene non solo accettata, ma quasi richiesta con bisogno. Non è difficile pensare ad una rappresentazione in chiave "fetish industriale" del pubblico, che accetta come norma l'esistenza di organi di repressione, che vengono spesso difesi dalle persone come qualcosa di necessario per l'esistenza della società. La voce narrante irrompe ora in una sorta di crisi, dichiarando come non può essere asservita e come non accetterà tutto questo, giungendo all'unica considerazione: ridurre tutto in polvere, spazzare via con violenza il sistema. La musica tiene gioco, ed ecco quindi una serie di riff di chitarra in loop sottolineati da campane gotiche, in un'atmosfera serrata ed evocativa dove ulteriori loop vocali fanno da tappeto in sottofondo. Anche qui si mantiene un songwriting "copia ed incolla" caratteristico dell'album , dove le varie parti si susseguono con scissioni abbastanza nette; non ci stupisce quindi il ritorno improvviso alle contrazioni precedenti, che mantengono i climi nervosi fati di bassline tremanti e riff di chitarra secchi. Ora il cantante chiede di essere portato via da se stesso, messo in una cella , e poi corrotto con il miraggio della ricchezza. Intravediamo ulteriori temi che faranno spesso capolino, anche in maniera più elaborata, nella carriera dei Nostri: la ricchezza paventata come miraggio usato dal potere per giustificare, e farci giustificare, la nostra avversione ad esso, mezzo dal meccanismo perverso nutrito da entrambi i partecipanti. Si ripresenta il crescendo che ci porta ai riff severi dai toni oscuri e meccanici, destinati a collimare con nuovi versi. Alla promessa di essere curati con l'appagamento dei nostri desideri, in realtà nei fatti rovinati, rispondiamo mandato malamente al diavolo tutto e riducendolo in polvere; questa volta però invece dell'esplosione immediata, una serie di cori femminili creano una sorta di estasi spirituale, sottolineata da una chitarra solenne che si fa strada tra battuti ritmati, salendo fino ad introdurre l'ultima manifestazione del riffing portante. Su di esso la voce di Mincolla si fa sempre più isterica, rivelando come egli veda oltre l'illusione, e per questo non accetterà il compromesso. Un synth breve in sfumatura segna la chiusa della traccia.


Zeit

"Zeit" è il primo intermezzo strumentale del disco, più che una traccia una sorta di coda di quaranta secondi per il brano precedente, di cui riprende i cori femminili innestando su di essi elementi dark ambient e droni noise, in un pastiche industriale dove intervengono in lontananza anche suoni di sax dal sapore dark jazz. Sul brano in sé non c'è molto da dire, data la sua brevità e la sua natura strumentale, ma possiamo prendere lo spunto dall'occasione per discutere della rilevanza di questi momenti più sperimentali nell'economia della musica dei 3Teeth di allora. Oggi una band che ha trovato abbastanza riscontro e un suo stile industrial metal che prende a larghe mani dai suoni dell'attuale scena alternative/metalcore e dall'elettronica di tendenza, alla prima prova un progetto senza aspettative, nato quasi per caso ma con già le idee ben chiare dal punto di vista visuale ed estetico, senza il peso di dover consolidare qualcosa e con uno spirito più sperimentale e libero. Se dal punto di vista strutturale il meglio lo daranno in futuro con il successivo "shutdown.exe" , disco che godrà di una produzione professionale, di un Mincolla più cantante e di parti integrate in maniera più organica, qui vige una sorta di brodo primordiale cibernetico più legato a soluzioni meno in linea con il grande pubblico e più vicine alla scena electro-industrial underground, punto di partenza dove la band ha trovato i primo successo. Allora difficilmente si poteva immaginare i 3Teeth in grandi arene in compagnia di Rammstein, Fear Factory, benché meno i pigmalioni Tool che li lanceranno verso il pubblico più ampio. E questo vale prima di tutto per i componenti della band stessa, pur non essendo stato Mincolla mai personaggio privo di ambizioni e dall'eccessiva modestia. Abbiamo quindi un caso dove certi eventi hanno influenzato l'evoluzione sonora di una band e la direzione presa, e il debutto e il successivo album di remix segnano una prima fase che possiamo considerare separata con uno spartiacque rispetto a quanto venuto dopo. Qui i formato canzone è più lontano, i ritornelli sono ripetizioni ossessive, le chitarre loop taglienti, i pezzi prevedono parti accostate come in fabbrica, e i riferimenti al' elettronica industriale, che in certi casi la fa da padrona rispetto allo strumento a corda, sono molteplici. Insomma, un prodotto per ora più indirizzato ai fan di Youth Code, High Functioning Flesh, e tutta la scena neo EBM/industrial, piuttosto che agli ascoltatori di metal , che vuole unire però a queste tendenze una componente ripresa dalla così detta coldwave americana: la fusione di chitarre e synth, qui con maggiore attenzione ai secondi. Una fotografia quindi di un periodo unico, con pregi e difetti, ma che di sicuro non tornerà nello stato attuale dei Nostri, non nella maniera qui presentata.

Master Of Decay

"Master Of Decay" è uno dei pezzi di maggior successo dell'album, nonché probabilmente il momento più "da club" in virtù del suo suono prevalentemente elettronico e basato su bassline robotiche e toni electro-goth molto anni '90. Troviamo qui l'ombra di nomi quali i Front Line Assembly e i Front 242, quest'ultimi soprattutto per lo stile vocale adottato da Mincolla, tra beat militanti e synth taglienti dal sapore sci-fi. I riff vengono usati come tappeti sonori, mentre momenti orchestrali regalano alcune sessioni evocative . Possiamo percepire anche una leggera influenza dalla techno underground attuale, soprattutto quella di Berlino all'insegna della fusione tra essa e la musica EBM ed industriale. Le atmosfere oscure, ma altisonanti, della traccia ben si adattano ai testi, ancora una volta criptici e fatti più di suggestioni , piuttosto che di dichiarazioni esplicite. Un'atmosfera lasciva, ripresa dalle immagini fetish che accompagnavano al circolazione della traccia su YouTube prima dell'uscita del disco, permane il pezzo, con toni quasi acidi e disorientanti, tendenza ripresa anche dalle vocals striscianti e scandite con fare quasi ipnotico. Viene qui rappresentato un fantomatico Maestro della Decadenza, un araldo della fine delle cose che come un profeta annuncia che livellerà la situazione. Individuiamo qui i neri semi di futuri riferimenti apocalittici che verranno uniti a riferimenti occulti; la fine della civiltà, l'Apocalisse, il Ragnarok, usati come metafora per la fine della società moderna e del sistema economico capitalista, vista come continua fonte di sfruttamento e schiavitù. Una ritmica strisciante apre il nostro viaggio, contornata da distorsioni in sequenza e da suoni in levare, delineata da rullanti spezzati, che poi segnano il passo della nenia gotica creata dalla voce del cantante. Vita dopo vita, spreco dopo spreco, arriva l'araldo, il maestro della decadenza, e morte dopo morte, festino dopo festino, si manifesta lo sciacallo, che noi ripaghiamo con le nostre vite. Riff di chitarra sottolineano l'avanzamento della narrazione, mentre ci dividiamo tra realtà e bugie, arrivando innanzi a colui che livella e porta la giustizia suprema tramite l'unico modo, ovvero la distruzione. Una sequenza di archi in reverse ci introduce l'esplosione del ritornello fatto di piatti e batteria concitati, sui quali sample sincopati e ripetizioni sonore ci consegnano l'ennesimo mantra per anime cibernetiche; loop di chitarra in sottofondo completano i quadro prima della ripresa della marcia pulsante. Si ripropongono tutte le evoluzioni già incontrate, cosi come le cesure ariose ed orchestrali, che ora ci portano verso una brevissima pausa ambient prima della nuova esplosione ritmica che segna il ritornello. Ponti cibernetici uniscono le sue riproposizioni, portandoci ad una sequenza appassionante, ripetuta fino alla conclusione segnata da una dissolvenza.

Unveiled

"Unveiled" è uno dei momenti più particolari dell'album, tra i più rappresentanti della natura mutante del loro primo sono. Si tratta infatti di una sorta di episodio synth-pop che chiama in causa suoni che possiamo ricollegare ai Depeche Mode di "Construction Time Again" e "Some Great Reward", vagamente influenzati da una versione soft dei suoni industriali che allora aleggiavano in Inghilterra e Germania (non a caso in quel periodo Martin Gore frequentava molto l'ambiente berlinese, e il più sperimentale Alan Wilder era entrato in formazione caratterizzando quello che per molti è il periodo migliore della band). Voci femminili, offerte da tale Yöri Bjártsdöttir, che già aveva fato i cori su "Dust", e che ora è in duetto con il cantato maschile, in una dualità rappresentata anche dalla natura più eterea della sua voce, rispetto a quella più rauca di Mincolla. Un troppo di synth e drum machine apre il nostro percorso, in un mantra rimico esposto presto alle vocals sommesse, ma taglienti, del cantante e ai cori ariosi dell'ospite, che aggiunge elementi malinconici ed evocativi. Siamo invitati a liberarci dalle menzogne questa notte, a rivelare la verità prima di morire, lasciando scorrere e usando l'interlocutore come mezzo per emergere. Parole queste ultime, sottolineate da un fraseggio squillante di chitarra, che accelerano i toni senza però perdere l'aria sospesa, quasi romantica, che aleggia sul tutto. Il brano è caratterizzato da un testo criptico e dal sapore rituale, che ci mostra l'influenza dell'interessa di Mincolla verso l'occulto, i rituali, le metafore spirituali legate ad un concetto di rinascita. Dobbiamo staccarci da questa continua lotta giornaliera, lasciare andare tutto quello che teniamo come caro, ci viene detto, sulla ripresa del motivo principale , ribadendo come dobbiamo lasciare scorrere tutto per raggiungere la verità. Notiamo al struttura semplice e molto "synth-pop" della traccia, ma in un qualche modo contaminata con un po' di abrasione riservata a certi effetti elettronici e alla voce da orco di Mincolla. Il risultato è una "ballad per robot", dove schemi meccanici e sublimazioni atmosferiche convivono in maniera indissolubile, legate ad evoluzioni graduali che si ripetono nell'incedere. L avoglia di sperimentare dei Nostri è forte, usando diverse influenze in base alla tarccia; qui come detto è inevitabile pensare ai Depeche Mode, soprattutto durante una cesura ritmica che ci conduce verso un assolo di chitarra arioso, che permette una sessione finale dove la voce femminile e la bassline rimangono in solitario, dando poi la scena solo alla seconda, fino alla chiusura. L'atto finale vede la richiesta di essere liberati con una lama di luce che squarcia le tenebre, la ragione che vince contro l'oscurità della paura e dell'ignoranza, un messaggio che possiamo sia interpretare in senso universale, sia in riferimento alla situazione socio-politica. Un episodio semplice e diretto, che smorza un po' i toni combattivi dell'album e offre una facciata più riflessiva per la band californiana.

Dissolve

"Dissolve" è uno dei momenti più potenti e serrati del disco, una pulsante bordata industrial metal dove chitarre rocciose in loop e colpi secchi di batteria elettronica si uniscono a synth drammatici ed oscuri, così come alle vocals da cyborg di Mincolla. Esplosioni rigorose ci portano su coordinate familiari, riportandoci allo stile robotico e marziale della band. Trattiamo qui dell'idea di un mondo al collasso, digerito da se stesso, dove l'unica possibile salvezza è la distruzione di quello che siamo, i preconcetti che ci caratterizzano, un reset che ci permetta di diventare altro, qualcosa di migliore. In realtà, volendo, questo concetto fa da base per tutto il mondo narrativo dei 3Teeth, anche futuro: la così detta Operation Mindfuck che abbiamo già accennato varie volte, un insieme di arte visuale, sonora, concettuale che vorrebbe fare del "terrorismo artistico" distogliendo le menti dal controllo del sistema. Un contro-lavaggio del cervello insomma, uno scardinare gli input usati per condizionarci alle regole del consumismo. E la reazione non può essere che violenta, rigorosa, diretta; quindi, dopo un'introduzione con campionamenti vocali e colpi d'acciaio sempre più pressanti e duri, scatta l'intervento della cassa, e di seguito dei riff di chitarra in loop, dando al base per atmosfere sinistre . L'ultimo tassello è la voce del cantante, ancora una volta in modalità cyborg, quasi più uno strumento che una manifestazione d'intervento umano nel brano. Si delizia nel parlarci di un mondo masticato, sputato e digerito, il mondo di coloro che osserva sprezzante, un mondo morto dove non è rimasto più nulla. La strumentazione mantiene un clima marziale, perfetto per la natura della traccia, e non ci stupisce l'esplosione di bordate schiaccia-ossa e grida acide, che costituisce il ritornello: stanchi, rigettati, allontanati, non ci rimane che dissolvere noi stessi, resettarci, in modo da poter davvero fuggire da tutto questo. La struttura ormai è chiara: loop di chitarra e batteria pesante, in una ripresa in chiave più cyberpunk della lezione dei Godflesh, qui meno monolitica e spigolosa. Ritroviamo il crescendo precedente, tra synth in levare e ritmi ipnotici, in una spirale verso l'alto: fatti a pezzi e cotti, veniamo iniettati dal sistema, in un mondo morto e tenuto sotto sostanze, stanchi e disconnessi dalla realtà, con un libro morto dove non c'è più nulla. Un ponte fatto di riff distruttivi e fraseggi stridenti ci porta alla nuova esplosione , sempre caratterizzata da urla corrosive e bordate possenti, che si dilungano in una coda dai synth evocativi in sottofondo, un galoppo metal che vede anche colpi duri che sottolineano il passo del brano, fino alla sua improvvisa conclusione. Un momento abbastanza in linea con lo stile della band, e che ha tutti gli elementi che porteranno in futuro allo sviluppo di episodi dove la chitarra la farà da padrone e sarà organica, mentre ancora si manifesta sotto forma di loop dal gusto artificiale.

Eradicate

"Eradicate" viene introdotta da una serie di colpi ritmati, che ricordano lontanamente l'introduzione della celebre "Closer" dei già varie volte nominati Nine Inch Nails, riferimento costante nel debutto dei Nostri. Essi ci conduco verso un effetto in levare, che esplode con riff taglienti e vocals corrosive da parte di Mincolla, veloce e dal passo feroce. intravediamo quindi già un episodio electro-metal pulsante e pieno di adrenalina, ricco di loop di chitarre e voci maligne da cyborg, come da tradizione per il genere. Ancora una volta i 3Teeth pescano da tutto un bagaglio sonoro ricavato dal suono anni '90, qui in maniera ancora più evidente rispetto alle future produzioni. Il testo si rifà ad immagini di controllo del sistema e di eradicazione , di ingranaggi che mandano avanti un meccanismo di cui siamo schiavi, e che siamo invitati a Sovvertire con slogan di ribellione abbastanza sui generis. Un suono di chitarre contratto, dalle bordate taglienti, si alterna con effetti squillanti, in una marcia condita dalla voce assassina del cantante. Mentre gli ingranaggi girano, i denti si configgano, creando una trincea ce centimetro dopo centimetro, sempre più a fondo, in un solco che è il segno del mietitore, per noi. Scoppia con veemenza l'atmosfera, dando libero sfogo al mantra nervoso di musica e voce, con un ritornello altisonante fatto di distorsioni e termini ripetuti, che collima con una galoppata dura e dai versi isterici. Il nostro possibile destino è solo uno: eradicare via le radici di tutto questo, in un atto di aperto contrasto. Riprendono quindi gli andamenti precedenti, tra colpi ritmati e riff marziali; la nostra anima si fa sempre più sottile, spinta dal peccato, e si crea quella trincea che rimane segno della nostra lenta rovina. Seguendo uno schema abbastanza semplice, ritroviamo le evoluzioni familiari, tra bordate serrate e grida distorte, che questa volta vanno ad infrangersi contro una cesura dai synth sommessi e dalle vocals sommesse. Creando segni nella nostra pelle, troviamo rughe nella nostra pelle invecchiata, con occhi senza lacrime che ci incroceranno nella nostra disfatta. Parole che parlano di decadimento ed invecchiamento sotto il giogo del sistema, che consuma le nostre vite. Riemergiamo con una gloriosa sequenza di chitarre ad alte frequenze, che ci riportano alla sessione martellante e violenta, in una chiusura piena di tensione. Un episodio in definitiva diretto e massacrante, che si allinea al corso più propriamente industrial metal dei nostri, e alle tracce scritte a formazione completa, con parti di chitarra più presenti e sentite.

X-Day

"X-Day" è una traccia dai tratti  ritmati ed esplosivi, che prende le chitarre in loop tipiche dei Ministry e le innesta su una base fatta di rullanti  cadenzati, creando un gioco fatto di contrasti tra aperture e chiusure, in una sorta di onda sonora  che s'innalza in esplosioni piene di tensione. Ritroviamo quindi il gusto per le sessioni ben delineate e contrastanti, così come una cantato malvagio e distorto, che accentua al velocità delle bordate principali. Insomma, una versione aggiornata ed adattata ai Nostri di album dal sapore punk ed industriale come  "The Mind Is A Terrible Thing To Taste". Il testo si configura come un insieme di termini associati tra loro, in una serie di immagini verbali che si allineano al contenuto musicale: abbiamo momenti in cui sale la tensione, ed esplosioni che lasciano intendere una corsa sfrenata contro il tempo, cercando di fuggire dalla tetra realtà descritta. Il succo del discorso è sempre lo stesso, un mondo devastato, dove in questo caso abbiamo una sovra-informazione che serve solo a sedarci e mantenerci confusi, in un mondo rovinato oltre ogni possibile redenzione.  L'inizio vibrante vede un suono di bassline in levare, sul quale si aggiungono  sirene ed effetti industriali vari, in un'atmosfera allarmante pronta ed esplodere; ed ecco infatti le chitarre in loop, in una struttura spezzata per familiare, alternata a riprese delle pulsazioni iniziali, contornate da sample vocali e dai toni da orco di Mincolla. Egli descrive l'informazione mediatica che ci assale, potenziando al massimo il nostro essere sedati, ignoranti sulle vere cause della nostra condizione, ma spinti verso la devastazione.  Ecco quindi che finiamo nel ritornello violento, fatto di loop ossessivi di chitarra dal tipico gusto industrial, e dalle grida rabbiose e distorte del cantante, che semplicemente ci invita a toglierci da qui con termini poco gentili, dando l'idea di un disastro in corso all'improvviso, come in una scena d'azione. Pensiamo anche al video ufficiale, dove immagini di rivolte si accompagnano a messaggi di un telegiornale fittizio, che ci invita ad ubbidire al governo. Una tensione sempre sottopelle, pronta ed esplodere, ora calibrata da pulsazioni costanti, sulle quali il cantato si fa quasi sospirato, ma sempre caustico: una degradazione agonizzante, tra radiazioni ionizzate e mutazioni cellulari nauseabonde, la metastasi di un'opera della morte. Metafore da pandemia, da malattia, che ben danno la metafora qui usata, dove gli effetti del potere sono come quelli di un tumore. Andiamo così a collimare con una cesura dalle chitarre lisergiche, quasi psichedelica, creando una nuova base che tornerà di seguito. Ora invece ritroviamo gli assalti con chitarre distorte e grida concitate, in un ritornello sempre al fulmicotone, e delineato da  una batteria sintetica cadenzata. Distorsioni di chitarra, sample vocali e passo ossessivo si uniscono in una marcia che si conclude con una considerazione del cantante, ovvero cme siamo così tanto nella destra estrema (in un gioco di parole molto politico), che non rimane nulla (nothing left=nulla di sinistra anche volendo) in un mondo pestato e fottuto fino alla morte. Il tutto ci porta ad un riff meccanico e rallentato, in decadimento, che è destinato a convertirsi nell'assalto frontale ormai familiare, ripetuto nelle sue battute fino ala convulsione della traccia, lasciata con distorsioni  vocali in scemare. 

Final Product

"Final Product" è una danza meccanica che mette in mostra il suono duro dei Nostri, tra colpi duri come acciaio di batteria elettronica e scariche di chitarra nervose e sparse,  ma anche momenti esaltanti e dal gusto epico. Qui l'elettronica ha la prevalenza rispetto alle chitarre, pur presenti come sample, in una natura più vicina al' electro-industrial e alla musica EBM. Uno di quei momenti mutanti del primissimo periodo dei Nostri, che poi andranno man mano scemando nello sviluppo della loro carriera, che sarà più improntata su un industrial metal vicino a quest'ultima componente. Il testo si lega al messaggio anti-sistema della band, compenetrandosi sullo sfruttamento in atto nei confronti delle persone, investite da menzogne e trattate come un prodotto da vendere come tanti altri nella società,  che vive solo di consumismo. Suoni meccanici e battiti cadenzati segnano l'inizio del brano, condito con colpi come su incudine, in una marcia industriale su cui intervengono bassline frammentate e le vocals aspre di Mincolla intento a parlarci di menzogne senza volto, senza tracce di sé, tentativi inutili in luoghi erosi. Immagini astratte che danno idea di decadimento, in uno stile di scrittura ancora criptico e legato ad un flusso di coscienza, piuttosto che a descrizioni fattuali. Riff rocciosi e loop vocali intervallano la marcia cyberpunk, con un gusto elettronico ben presente; siamo modellati fino alle nostre menti, assemblati in modo tale da assomigliarci tra di noi, lasciandoci ciechi come prodotti finali. E' il momento per il ritornello fatto di riff carichi di effetti e per la voce rabbiosa del cantante, che ci lascia solo due opportunità: comportarci in maniera diversa da quanto ci si aspetta da noi, o autodistruggerci. L'uomo come un prodotto assemblato in fabbrica, questo l'orrore della società capitalistica, che lo porta ad impazzire per una situazione insostenibile. Un ponte roboante ci riconduce verso il galoppo robotico, sempre alternato ad aperture con campionamenti vocali che mantengono una certa linea electro-industrial. Acquisti senza vergogna riempiono il nostro vuoto, mentre l'ottenere vuote approvazioni dal sistema ci mantiene attivi, in un perverso gioco di controllo. Si ripetono le alternanze precedenti,  portandoci verso l'inevitabile ritornello dai riff graffianti e dalla batteria devastante. Esso si ripropone fino ad un fraseggio elettronico, che presenta  la terza sezione della traccia. Grida senza fede mostrano facce sconfitte, occhi senza terrore di una così detta razza superiore, o che molto ironicamente si ritiene tale. Sono qui i semi della critica al mondo occidentale e soprattutto americano, potente e ricco sulla carta, ma in realtà in piena crisi umana ed economica, foriero di un sistema che annienta la volontà dell individuo affinché sia utile. Riesplode il ritornello martellante, in un mantra che prosegue fino alla chiusura della traccia.  


Anti-Flux

"Anti-Flux" è uno dei momenti più particolari del disco, un episodio lisergico dove atmosfere diafane e distorsioni elettroniche creano un mondo alieno, che si adatta perfettamente all'idea di un anti-flusso, una spirale che ci trascina come un mulinello. Accenni a melodie retrò ed asprezze vecchia scuola configurano una traccia propriamente elettronica, dove non troviamo chitarre. Una vera e propria reliquia dei primissimi 3Teeth, una band qui ancora non solo metal, ma anche legata al mondo underground che ha radici in Skinny Puppy, Front Line Assembly, Numb, e altri nomi che hanno coniugato un suono spesso puramente elettronico, o con un ruolo marginale delle chitarre, con una violenza espressiva tradizionalmente collegata al punk o al metal. Ecco quindi che un suono diafano si accompagna a bassi vibranti, incontrandosi poi con piatti sparsi; inizia la marcia elettronica sottolineata dalla voce suadente e distorta di Mincolla, potenziata da distorsioni improvvise e da malinconie cibernetiche. Il testo tratta il tema dell'indottrinamento da parte dei media e del terrore come mezzo di controllo, argomento molto vivo sin dai tempi del 9/11. Una popolazione bombardata dall'illusione di una sicurezza offerta al costo della propria libertà, dove ogni opposizione è zittita. Capi del dogma ci inseminano con credenze congelate, inchinandosi a ladri burocrati, vendendoci un'illusione di verità e facendo i finti tonti per distarci dai veri inganni. L'atmosfera irreale da l'idea di un sogno, di illusione, convogliando nella musica le immagini delle parole. Le cose si fanno più aspre grazie a distorsioni ritmate e a toni vocali più aggressivi, innalzando la tensione: siamo atrofizzati come nel ghiaccio, la morte della ragione si configura in una vita stagnante e in un tradimento spirituale che è la negazione della luce stessa. Metafore che sublimano la realtà di un popolo inerme, tenuto nella sua posizione di sudditanza senza possibilità di evolvere in alcun modo. Il cantato non può ora fare altro che constatare come tutto questo non scomparirà, alimentato dalla nostra paura in un gioco perverso, mentre un interessante suono distorto sembra ricreare un sax in una versione maligna di suoni molto anni '80. Una cesura con ritmi ed atmosfere ariose ci prepara per la ripresa del trotto principale. Riprendono quindi i corsi precedenti e le evoluzioni in levare, tra distorsioni elettroniche e batterie pulsanti, inossidabili nella loro fermezza. Il ritornello si manifesta come un tripudio di effetti, rispetto ad oltranza insieme agli effetti stridenti. Una bassline ora sottolinea i giochi di ritmica, portandoli avanti fino alla chiusura del brano. Troviamo lo spettro di un certo suono crossover caro ad un nome come i KMFDM, dove i modi del funk e del dub vengono convertiti secondo le abrasioni industriali. Insomma, le influenze dei Nostri rimangono ben presenti ed individuabili per gli amanti del genere.

Chasm

"Chasm" è una traccia semi-strumentale segnata da ambientazioni cinematografiche dal sapore noire, dove campionamenti vocali discutono della natura dell'organico e del meccanico. Troviamo qui arie mediorientali dai tratti etnici, fuse con suoni stridenti e marce lente d batteria, mentre l'unico intervento umano si limita alla voce, comunque pesantemente manipolata, di Mincolla, che ripete a tratti un mantra in arabo, che tradotto suona "Tra la montagna e il fuoco, devi decidere o il cielo, o il fuoco"; parole dal gusto mistico che non vengono spiegate, ma che possiamo ricollegare ad idee di elevazione spirituale o rovina, la scelta dell'individuo di potersi sottrarre alla stretta del mondo e del sistema. Musicalmente si tratta di una traccia breve al disotto dei tre minuti di durata, più una sorta di epilogo dell'album; essa ci rimanda a suoni presenti nel DNA della musica industriale da molto tempo, tra le strumentali dei Ministry e il suono orchestrale ed ambient del disco "Zamia Lehmanni - Songs Of Byzantine Flowers" degli australiani SPK. Qui infatti elementi della musica etnica e tradizionale vengono fusi con tratti industriali e sperimentali, creando un sincretismo che collega passato, presente e futuro in un'unica soluzione. La ricetta mantiene un certo quid tipico della band, grazie alla struttura ritmica che si configura secondo lo stile meccanico tipo del songwriting della band. Dopo l'introduzione eterea e sospesa, prende infatti piede la batteria elettronica con i suoi colpi duri, alternata da effetti stridenti e facente base per le melodie vocali campionate. Il cantato, sospirato, misterioso, si presenta tra tensioni sommesse di synth evocativi, che en potenziano l'effetto come se il tutto avvenisse su un palco. Individuiamo quindi l'inizio di una parte finale dell'album dove i Nostri si danno alla sperimentazione rispetto alle coordinate precedenti, riprendendo un po' in questo il modus operandi degli Skinny Puppy di metà anni ottanta, propensi a riservare i brani più particolari per la parte finale dei loro album di allora.


Too Far Gone

"Too Far Gone" è l'ultima traccia del disco, una suite strumentale dove elementi ariosi, riff rocciosi e monolitici, fraseggi evocativi, interventi sintetici e batterie da parata, pesanti e dal passo di un panzer, s'incontrano in piena libertà, ma seguendo una struttura ben precisa. Sembra lo score di un film d'azione, che sottolinea i momenti più concitati degli atti finali, quando appunto le cose sono andate troppo oltre. Il passo deciso della chitarra e il candore di archi e violini giocano insieme in un contrasto egregiamente eseguito, riuscendo quasi a darci immagini mentali suggerite dalla musica. Esce fuori qui la prima natura dei Nostri, quando ancora i 3Teeth erano un progetto sia sonoro, sia concettuale, non necessariamente legato al tradizionale concetto di band; radici superati già in questo debutto, ma che fanno da base per momenti come questo dove il tutto ha un sapore più evocativo e d'orchestra. Ecco quindi un suono in levare pieno di archi ariosi e linee delicate, classiche, che va a svilupparsi fino allos contro con le chitarre robuste dal sapore quasi doom, potenziate da synth vibranti che mantengono un pur minimo elemento cibernetico. Fraseggi notturni riempiono gli spazzi, in un andamento che si arricchisce man mano di elementi, consegnandoci un crescendo controllato dove improvvisi violini dipingono climax dove chitarre più veloci e melodie d'archi si uniscono in un tripudio che trascina l'ascoltatore. Il finale vede un'esplosione di suoni dove tutto si fa più altisonante, una liberazione che si annulla in una breve coda distorta. Gli ascoltatori più familiari con il metal progressivo potrebbero pensare dalla descrizione ai Mekong Delta, ma in realtà qui le cose sono molto più lineare e meno tecniche, portandoci più a considerare una commistione di influenze più vicine ai Nostri, tra le strumentali dell'album "The Fragile" dei Nine Inch Nails e il recentemente rinato gusto per le colonne sonore d'autore che caratterizzano produzioni hollywoodiane e di Netflix. Insomma, per l'ennesima volta la band dimostra di essere molto attenta agli stimoli del presente, e di appartenere ad esso, pur nel suo riportare allo scoperto stilemi del passato.

Conclusioni

Un debutto che segna per diverse ragioni un periodo irripetibile, sia nel positivo, che nel negativo, per la band. Una nuova realtà che si affaccia sul mondo underground, senza dietro aspettative, se non quelle create dai singoli rilasciati su internet autonomamente un anno prima, che lasciavano nel mistero molto di quanto riguardava i 3Teeth. In una scena da anni soggetta al retrò e al ritorno di suoni anni '90 legati alla vecchia scuola EBM ed electro-industrial, i Nostri decidono di riprendere anche un genere che aveva avuto successo nel mondo pre-internet, salvo poi essere stato dimenticato con l'avvento del crossover e del nu-metal: l'industrial metal. Esso qui viene fuso con coordinate più elettroniche, in uno stile ancora mutante e che ha il sapore di un brodo primordiale di idee e tentativi, che da una parte suonano freschi e privi di remore, dall'altra mostrano un songwriting schematico e basilare, bisognoso di un'evoluzione e di una produzione più professionale. Ripensiamo al mondo di riferimento da cui il gruppo attinge sia dal punto di vista musicale, sia da quello estetico: la stagione di Nine Inch Nails, Ministry, Godflesh, KMFDM, Marilyn Manson, Rammstein, e di diverse piccole realtà dal minor riscontro mediatico e più rilegate all'underground, ma da non dimenticare, come Sister Machine Gun, Skrew, 16Volt, Chemlab, dove l'unione tra chitarre ed elettronica aveva consegnato alla generazione x  un cyborg sonoro capace di dare una forma futuristica al pessimismo e cinismo che caratterizzava molta della produzione artistica in campo rock e metal. Siamo negli anni del grunge, del metal alternativo, della disillusione nei confronti delle promesse e speranze degli anni 60' e '70, e dello sfarzo pop della superficie degli anni '80. Gli adolescenti sono carichi di rabbia e diffidenza verso il mondo degli adulti, fatto di muti-nazionali senza scrupoli e politici corrotti, temi rappresentati spesso anche in film e fumetti. Insomma, un mondo non cosi diverso dal secondo decennio degli anni duemila, dove crisi economiche e politiche, l'inquinamento, la corruzione, fanno sentire spesso il loro peso. Un collegamento che, forse anche solo in maniera intuitiva, Mincolla e soci hanno captato, ripensando agli anni della formazione musicale. Serviva però qualcosa di sentito e caratterizzante, che non proponesse una semplice copia trasportata via dal suo contesto. Se negli anni '90 la facevano da padrona le storie di decadenza esistenziale ed auto mortificazione di un Reznor in modalità autodistruttiva, o gli attacchi alla cristianità e i tratti superomistici di un Manson camaleontico, o ancora i giochi di parole ed allusioni sessuali e perverse  di un Lindemann che giocava sulle possibilità e il mistero dell'idioma tedesco,  ora i 3Teeth si concentrano sul mondo socio-politico e sui media, sui schemi e strutture di potere, interessi radicati nell'allora già trentenne leader della band. L'interiorità non viene dimenticata, ma viene sempre analizzata in relazione ai rapporti politici, sociali, economici, che la influenzano in modo insindacabile. Psicologia, politica, teoria dei media, anche l'occulto, diventano aspetti non alieni tra di loro, ma alla base del mondo tematico del Nostro, per lui sinceri e diretti tanto quanto i temi trattati in passato dai nomi prima citati. Si aggiunge inoltre un modus operandi legato a fattori tipici dei tempi moderni: l'uso di video e post su internet, il giocare con i media e gli aspetti visuali, in qualcosa che diventa più che il suono in sé. Certo, un tempo questo ruolo era dato ai video musicali, allora finanziati con grosse somme dalle etichette; oggi le cose stanno molto diversamente, e deve essere l'artista ad occuparsi di questo, con la parte positiva che può averne totale controllo. Insomma, un suono fato da persone che sono state adolescenti a fine anni '90, ma che vivono nel presente, e che vogliono trasportare nel adesso le influenze del loro passato. In questa prima manifestazione abbiamo un'identità ancora in bozza, ma che ha tratti che diventeranno marcati nel futuro sviluppo della band, in primis la già citata natura "politica v.2.0" e la ripresa degli stilemi industrial metal. Complice una serie di fattori, nel debutto abbiamo un periodo della band diverso da quanto verrà dopo, tra maggiore elettronica, liriche più sintetiche ed astratte, e un'immagine più misteriosa, priva dei video che verranno in futuro, con i volti dei Nostri in bella vista. Il songwriting è molto minimale e crudo, giocato su facili ripetizioni ed ossessioni di chitarre e batteria. Per alcuni, più legati al suono industriale, questo sarà un pregio che verrà perso in futuro a favore di una struttura più rock dei brani, per altri invece che li scopriranno a partire dal versante metal, un aspetto acerbo che doveva essere aggiustato. In ogni caso la storia la conosciamo: i 3Teeth esploderanno anche in ambito più "mainstream" grazie al supporto dei Tool e ad album come "" e il successivo "Metawar", che aggiusteranno sempre più il tiro secondo un gusto alternative metal molto americano. Viene da chiedersi quanto sia stato influenzato dagli eventi, e come sarebbe potuta evolvere la loro musica se fossero rimasti confinati ad un ambito più ristretto; ma probabilmente si tratta di domande che lasciano il tempo che trovano, e che possono essere applicate a qualsiasi realtà che riesce ad affacciarsi dall'underground su territori più vasti. Nella sostanza, i 3Teeth sono, con tutti i distinguo dovuti alle differenze di numeri e mercato rispetto al passato, l'equivalente odierno di quelle band già citate che sono riuscite a portare il termine industrial, con buona pace dei puristi, nel mondo rock e metal. In un'epoca di revival, era inevitabile succedesse, e in questo la band rappresenta ancora più perfettamente lo Zeitgeist del suo tempo.                      


1) Nihil
2) Consent
3) Pearls 2 Swine
4) Dust
5) Zeit
6) Master Of Decay
7) Unveiled
8) Dissolve
9) Eradicate
10) X-Day
11) Final Product
12) Anti-Flux
13) Chasm
14) Too Far Gone
correlati