15 REASONS

The Art Of Commitment

2013 - Graviton Music Services

A CURA DI
NIMA TAYEBIAN
15/05/2014
TEMPO DI LETTURA:
8

Recensione

Post-grunge? Alternative metal? Post Hard-rock con influenze hardcore? In che modo possiamo definire i 15 Reasons? Certo le catalogazioni non sono facili, al giorno d'oggi, specie nell'ambito della musica cosiddetta "dura". Siamo partiti da etichette molto più basic per incanalarci, anno dopo anno verso nomenclature sempre più complesse e talvolta, non me ne abbiano a male i critici, anche fuorvianti. Così, se una volta si parlava di black metal, oggi si può parlare di viking black, atmospherical black con contaminazioni folkeggianti, depressive suicidal black metal di ascendenza pagan. Se una volta il death metal era puro e semplice death metal oggi abbiamo goregrind, deathgrind, slamming brutal death metal, middle eastern technical brutal death metal e chi più ne ha più ne metta. Sicuramente non voglio ammorbarvi con migliaia di catalogazioni che spesso neanche riescono a rendere in toto la complessità di certi gruppi, finendo inevitabilmente per sminuirli stipandoli in scaffali come merce da supermercato. "<<Il technical groove goregrind?>> <<in alto a destra! Se cerchi il brutal technical con influenze folk è vicino alla cassa, prendi due paghi uno>>". Dunque, sarcasmo a parte dove "stipare" i 15 Reasons? Nella buona musica, senza ombra di dubbio. Per chi ha orecchio è abbastanza superfluo sottolineare come le influenze della band sono da ricercare in gruppi come gli Stone Sour, nell'alternative rock e nel grunge e post grunge. In tal proposito, a parte gli Alice in Chains, che il gruppo cita tra le proprie influenze, mi vengono in mente anche vaghi aloni dei Soundgarden, quelli più "potenti", che strizzano maggiormente l'occhio alla scena metallica senza però entrarci totalmente. Dunque in queste coordinate  si incanala "The Art Of Commitment", nuovo parto dei nostri che, con il suddetto full, edito dalla Graviton Music Services, giungono al terzo traguardo discografico. Ma facciamo un doveroso passo indietro: la band, attualmente composta da Valéry Granson (chitarra), Fred Werner (batteria) e Nicholas Brynin (basso e voce) nasce ufficialmente nel 2007. Il primo nucleo della band, differente da quello odierno, affronta una lunga serie di cambiamenti nell'organico prima di arrivare ad una stabilizzazione di line up con i tre membri sopra citati. Nel corso degli avvicendamenti, che vedono comunque la presenza stabile di Valéry e Fred, i nostri riescono comunque a incidere e pubblicare ben due album, ossia "Equilibrium" (2007) edito dalla "Watt's On Records" e "Second Coming" (2011) per la "Concrete Records/Suburban Records". Il definitivo consolidamento dell'organico avviene nel 2012 grazie all'incontro con il bassista e cantante Nicholas. Dopo aver, come si suol dire, quadrato il cerchio, il loro nome inizia a circolare all'interno della scena belga e questo da modo alla band di esibirsi in molti prestigiosi festival locali, quali il "Durbuy Rock Festival", il "Francofolies", la "Fete De la Musique", oltre a permettere loro di dividere il palcoscenico con i Channel Zero al "Biebob", storico locale Metal belga, annoverato tra i migliori a livello europeo. Da menzionare inoltre la loro partecipazione al "Sziget Festival" di Budapest nel 2012. Divenuti ormai un nome di spicco in patria, vedono i loro lavori recensiti da importanti riviste del settore, e i loro brani trasmessi di frequente alla radio e in programmi musicali specializzati nei generi rock e metal. Riguardo al nuovo disco è da sottolineare come questo venga considerato quasi il loro primo, vero esordio, tant'è il gran lavoro di squadra dietro alla sua realizzazione: prima di T.A.O.C.la band sembra essere sempre sull'orlo dello scioglimento, tanto è destabilizzante il continuo avvicendamento dei componenti. Trovato il giusto affiatamento i nostri sono più liberi di lavorare in gruppo facendo ognuno la propria parte, mescolando in maniera sapiente il tutto e dando vita a brani decisamente sentiti, buona parte dei quali dal carattere personale, senza dubbio derivati da esperienze di vita vissuta. La band cita tra le proprie influenze gruppi come gli Stone Sour e gli Alice In Chains (come già evidenziato precedentemente) oltre che i MetallicaGodsmack, Tool, System Of A Down (e mi associo a quest'ultimo riferimento, dato che pur se di misura, evidenti sono i rimandi, a livello di sonorità). Tanti gruppi di riferimento, che vengono canalizzati e metabolizzati in un sound riconducibile ad un alternative metal con influenze post grunge e. Dunque, evitando di perderci in inutili digressioni, e sperando di avervi sufficientemente stimolato, inoltriamoci ora nelle trame del suddetto disco.



Apre le danze "Damage Done" (Il Danno è Fatto): a darci il benvenuto è un secco rumore, possibilmente un vetro in frantumi. Si sente il borbottio di un uomo e immediatamente una sirena della polizia. Quindi un dialogo tra due uomini, mentre in sottofondo la sirena continua a sibilare distante, non placandosi neanche al subentrare del primo plumbeo giro di chitarra, sordo e atonale. Pochi secondi dopo si intrufola nella tessitura chitarristica la batteria, scarna, minimale, dalla cui funzione più che altro strutturale, capace di dare maggior risalto a un preambolo strumentale grigio e freddo. Il vocalist Brynin fa la sua comparsa già dal primo minuto, con voce decisa e arrembante. Il pezzo ha effettivamente inizio. La comparsa del vocalist coincide con un primo chorus, introduttivo, strutturato su un ritmo dinamico e potente. Una strofa vigorosa, dall'andamento non dissimile a quanto già udito nel chorus mantiene il brano in lidi carichi di grinta ed energia. Siamo così trascinati entro una struttura tutta giocata su accordi ribassati tanto basilari quanto efficaci, che ci portano a percorrere sentieri di incompromissoria linearità. A spezzare la tensione ci pensa comunque un bridge più evocativo, giocato su accordi lunghi e su un'alternanza vocale screziata di epos. Degna di nota la digressione strumentale a tre minuti e mezzo circa, (rotta solo da sparuti "hey" di incitamento), indispensabile alla creazione di un frangente più atmosferico necessario a spezzare la tensione. Il brano in questione fa riferimento con tutta probabilità a chi, per sconsideratezza, ha perso molto in tutti i sensi. Un uomo che per lavarsi la coscienza tenta di incolpare qualcun altro sino a che non si rende conto che il vero responsabile di determinate azioni è proprio lui e neanche pregare può dargli la salvezza ("Prega se vuoi, io non sono il nemico/ Provaci se vuoi, sono al limite, debbo fermarmi/ [...]Il danno è fatto/ Non puoi tornare indietro/ Non puoi cancellare nulla/ Ogni speranza è persa!"). La voce di Brynin, secca, senza accompagnamento, sfregia quell'attimo di silenzio tra una traccia e l'altra: la successiva "N.B.M.A." (acronimo di Never Be Myself Again, ossia "Non sarò mai più lo Stesso") ha inizio. Di nuovo una prima strofa, poi usata nel refrain ci accompagna in una texture screziata da riff di chitarra ribassati. Il brano si mantiene come il precedente su binari di assoluta linearità, giostrato su un'alternanza di parti molto cariche (più che altro in prossimità del ritornello) ad altre più flebili ed evanescenti (come nel ponte introduttivo al chorus, delicato quanto pregno di tristezza) nei quali la voce del singer si tinge di toni avviliti, carichi di forza melodrammatica. Testualmente stavolta il brano tratta di una storia d'amore finita decisamente male: il protagonista del brano si perde in riflessioni riguardo ad un rapporto che sembra averlo lacerato nell'anima, distrutto nello spirito. Un rapporto la cui fine sembra aver decretato una insanabile crepa nei suoi sentimenti ("Non distruggermi, non dirmi bugie/ non sono mai stato così prima d'ora/ hai distruttola mia vita, mi hai sconvolto/ hai distrutto la mia mente,/ mi hai ingannato" e ancora " Il ghiaccio inizia a screpolarsi, si notano le prime crepe.../ lasciami andare, ora e per sempre"). "Humans Are Pollution" (Gli Umani sono Spazzatura) prende il via con una intro carica di groove strutturata su basso e batteria, nella quale si intrufola in breve la chitarra che inizia a saettare repentini singulti, semplici ma gustosi. L'intro, della durata di una cinquantina di secondi, ci porta al primo intervento canoro che prende i connotati di poderose gang vocals. Il brano si mantiene su tempi medi, perlopiù quadrati e modellati su un sincero gusto modernista. Ci troviamo al cospetto di una creatura che ha assimilato in maniera intelligente varie influenze (dal grunge all'alternative, al groove) rielaborandole sottoforma di un prodotto molto personale. Il fragoroso main riff alimenta la carica di un brano imponente, destinato a stemperare la propria "marcia" giusto in prossimità di un break a circa tre minuti, nel quale un giro di basso apre un frangente più evanescente, autunnale, triste, che comunque in breve ci trasporta verso lidi più aggressivi, strutturati su un riff "meccanico" letteralmente attraversato da un serpeggiante solo guitar sottile e altero. Il brano stavolta è un invettiva contro le prepotenze dell'umanità ai danni della natura. Il genere umano viene visto come il vero e proprio "inquinamento". Si fa inoltre leva sulla fede "sciaqua-coscienza" mediante la quale l'uomo cerca di risollevarsi dalle sue colpe, per sentirsi finalmente in pace ("Gli umani sono spazzatura,/ vogliono sempre di più/ vittime del consumismo/ bruciano completamente/ una spirale fuori controllo/[...] il sole inizia a sorgere/ è testimone della distruzione,/ crede a tutte le vostre menzogne/ [...]non puoi farcela/ non puoi cercare di rimediare a nulla/ la colpa è solo tua!"). Un giro di chitarra introduttivo, freddo e avveneristico apre la successiva "Around Me" (Attorno a Me). Dopo dieci secondi si fa spazio un riff grasso e roboante che in poco tempo si smorza in un frangente pacato screziato dalla voce di Brynin, trasognata e cullante. Questione di pochi secondi e siamo di nuovo in balia del poderoso riff di cui prima, che si fa strada imperioso come un Juggernaut dall'alto della sua possenza. Ancora una parte pacata speculare alla precedente prima del vigoroso refrain, forte di un campionamento vocale del singer sfruttato nel controcanto che riesce ad amplificarne la grandiosità. Il pezzo in questione fa perno principalmente sull'alternanza del chorus a frangenti più morbidi, che generano un interessante contrasto. Il testo stavolta ci pone di fronte a un uomo differente dal mondo che lo circonda, dominato dall'apatia e dalla menzogna. Questi cerca di convincere qualcuno (intuiamo possa trattarsi di una ragazza) che lui non è come gli altri e che può cambiare le cose ("Sto pensando ad una vita e ad un altro tipo di Verità./ Sto pensando ad un mondo dove si vive diversamente,/ un mondo che non è pieno di conflitti e miseria./ Ma non trovo nessuno in questa circostanza/ Io posso essere tutto questo! (Lo sono!)/ Voglio scendere da questa nave di folli!! (tu non lo farai)/ Stringimi fra le tue braccia… non capisci?") ma alla fine sembra perdersi nella rassegnazione constatando che "lei" non sembra disposta ad aiutarlo. La seguente "The End Of Everything" (La Fine di Tutto) ci presenta un testo di interpretazione non immediata, che comunque, ad un attenta analisi può rivelarsi basato in qualche maniera sul viaggio di un uomo verso "lidi superiori" (non ci è dato sapere a cosa si riferisce la metafora: se si parla del cammino dell'uomo verso l'eternità come aldilà o come accrescimento dell' Io attraverso un cammino interiore) Questi cammina su sentieri colmi di desolazione, mentre una voce gli suggerisce di dimenticare tutto quel che lui conosce ("Cammino lungo queste strade desolate,/ confuso e logoro, sui miei stanchi piedi./ I ricordi di quegli anni se ne vanno…/ il mio primo assaggio di paradiso.../ Dimentica tutto ciò che conosci,/ seguimi in quel luogo!/ Lasciati alle spalle le tue paure interiori"). Il brano presenta una prima parte introduttiva giocata su tempi rilassati. Una parte soffusa, affrescata da note di grigia rassegnazione. Già dopo il primo minuto i ritmi si fortificano grazie ad un riff granitico che sposta le coordinate sonore verso lidi corazzati e vigorosi. Anche le vocals, che sino al primo minuto si mantengono pacate, giocate su toni desolati e decadenti, acquisiscono vigore incrementando la carica espressiva con toni screziati di epos. Da qui il brano inizia una riuscita altalena di sali scendi emotivi che attraverso parti più grintose alternate ad altre più dimesse, consacra il brano come uno dei più interessanti ed espressivi del lotto. Da aggiungere che il brano in questione, se ben ascoltato, sembra riecheggiare a tratti la celebre title track del bellissimo After (2010) di Ihsahn. Con "Darkest Days of Our Lives" (I Giorni più bui della Nostra Vita) arriviamo ad una strumentale di quasi un minuto e mezzo, strutturata su un fluido tappeto quasi ambient nel quale compaiono spettrali vocals filtrate, "tamponate". Un frangente narcotizzato, espressione eloquente del concetto di apnea mentale, sorretto da una chitarra liquida che ripete a loop, in maniera mantrica, poche note algide e stranianti. Il titolo della seguente "Mirror Mirror" (Specchio, specchio) ci riporta alla mente celebri brani omonimi dei Blind Guardian ("Mirror Mirror" è uno dei brani più ricordati nel capolavoro "Nightfall In Middle Earth") e degli Helloween (un brano dallo stesso titolo è incluso nel buon "The Dark Ride". Il pezzo in questione risulta uno dei più belli del lotto.). Del resto anche il refrain pare omaggiare in qualche maniera l'ottimo pezzo degli Helloween. Discorso a parte per il riffone verso il quarantesimo secondo, che sembra uscito dal songbook di Tom Morello. Comunque, citazioni a parte il brano riesce a fare presa, grazie ad una struttura molto avvincente che evita di scadere nella banalità e sa come mantenere alta la tensione per tutto l'arco dei suoi cinque minuti e venti. Da antologia il break chitarristico intorno ai tre minuti e mezza, in un primo frangente maggiormente riflessivo oltre che colmo di un certo retrogusto speziato quindi più deflagrante e barocco. A livello lirico stavolta il brano si può interpretare come una sorta di metafora: la rottura dello specchio può coincidere con lo stato d'animo del protagonista, letteralmente "a pezzi" dopo un colpo durissimo a livello sentimentale e psicologico ("Cocci di vetro in frantumi cadono ai miei piedi,/ milioni di occhi mi osservano, sono incredulo,/[...]Specchio specchio lì sul muro, chi è il più bello in assoluto?/ Specchio specchio lì sul muro, spingimi ad accettare tutto questo..."e ancora "Lo sento, un’ombra vola vicino al mio cuore,/ come se tanti piccoli pugnali mi mutilassero,/ mi avvolge il tuo fuoco, anche se non sono il tuo nemico,/ sette anni di sfortuna mi cadono addosso."). Quando ormai ci sembra di aver intuito l'andamento generale dell'album viene fuori una song che si distacca in maniera abbastanza netta con quanto ascoltato sino ad ora. La traccia numero nove, "Alyson Wonderland" (Alice nel paese delle Meraviglie), correlata di un interessantissimo testo incentrato sui "paradisi artificiali", si struttura come un brano furioso e dirompente, la cui essenza è da ricercare fondamentalmente nel punk hardcore. I ritmi sono estremamente dinamici e folli per la maggior parte del brano, salvo spostarsi in piccoli break verso frangenti più meditati e grigi. Le lyrics si mantengono ancora una volta sul metaforico utilizzando richiami al celebre libro di Lewis Carrol per incanalarci in un gioco di rimandi riguardo a mondi illusori generati dall'uso di stupefacenti. Non a caso viene citata una cannuccia (usata dai cocainomani per tirare la coca) puntualizzando come questa normalmente dovrebbe servire per bere, oltre che una "piastrina per viaggiare", forse riferita all'LSD in "francobolli" ("La scena trema, la mia testa inizia a rompersi,/ spingendo fuori l’uomo ed il coniglio./ Il cappello si logora, le nostre povere vite ci vengono strappate via/ e gettate nella polvere./ [...] La cannuccia serve per bere/ la piastrina per viaggiare...").Si parla anche di un "guaritore", forse allegoria del pusher ("Cerca la tua guarigione,/ fai a meno dei tuoi sentimenti,/ giriamo attorno al Guaritore, questa notte!"). In sostanza un ottimo brano, diverso dai suoi precedenti, capace rendere più variegata e interessante la proposta del combo belga. Da un brano sostanzialmente veloce, irrefrenabile come "Alyson Wonderland" passiamo con la nona track "Broken Zero" (Zero Spaccato) ad una song meno "esplosiva", distesa nei toni, dotata di un carattere fortemente introspettivo. Sostanzialmente una ballad. La voce venata di rassegnatezza di Brynin fa da sfondo a trame torbide e desolate, tutte giocate su una maggiore lentezza complessiva. Il brano sembra risollevarsi dal mesto torpore in prossimità del refrain, un pizzico più gintoso, per poi scivolare nuovamente tra le braccia di morfeo in quelle trame ipnotiche stemperate nel grigio. A livello lirico stavolta ci imbattiamo in un uomo che rievoca il cosiddetto "superuomo" nietzschiano, in lotta con il suo squallido presente.("Sono qui, imbattuto!/ Sono il Fuoco che alimenta!/ Abbi paura di un uomo che vuol fare ciò che crede,/ Il destino giunge per te!/ Abbi paura di un uomo che vuol fare ciò che crede...") . Sperare è inutile ("Più in alto ti arrampichi,/ più ti fai male quando cadi,/ è sempre così, non c’è speranza../ ma non significa che tu non debba arrampicarti") infatti, come disse il celebre filosofo: "La speranza è il peggiore dei mali, poichè prolunga il tormento degli uomini". "Worm Inside" (Il Verme Dentro) cambia nuovamente le carte in tavola, catapultandoci in uno dei brani obiettivamente più laceranti del lotto. Si impone sin dai primissimi secondi un andamento grove/post-thrash sorretto da un riff molto violento, compresso, ulteriormente fortificato da una batteria martellante. Le vocals passano con tranquillità da parti declamate e potenti a frangenti urlati a squarciagola. Non mancano piccole porzioni più ragionate capaci di stemperare anche se solo per poco l'isteria della texture complessiva (come nel brevissimo frangente "atmosferico"intorno al minuto e dieci, quando la tensione si smorza e il vocalist sibila poche, laconiche parole. Frangente destinato a ripresentarsi nel finale.) ma nel complessivo ci si mantiene su ritmiche selvagge, monolitiche. Il brano usa la metafora del verme per rappresentare il marcio dentro di noi. Infatti è quasi inutile specificare che il verme è simbolo di marciume e putrefazione. ("Fuggi dalla realtà, cerca un altro luogo,/ vuoi andartene da qui, voglio veramente sentire../ Sentire il Verme qui dentro,/ basta domande, basta scuse!/ Voglio sentire tutto quello che non puoi nascondere!"). L'ultima traccia ufficiale è rappresentata dalla title track, "The Art Of Commitment" (L'arte di Impegnarsi), mastodontico brano strumentale (della durata di nove minuti e mezzo, dunque il pezzo più lungo del lotto) capace di chiudere in bellezza un disco senza crepe ne incertezze. Il brano, che inizia in sordina, vede una crescita graduale del climax già dal primo minuto e venti, trascinandosi in trame strumentali poderose sorrette da mirabili svolazzi pindarici alla chitarra. A fungere da contraltare sullo sfondo riff maestosi, imponenti, tratteggiano scenari carichi di gran forza. I ritmi si distendono verso i quattro minuti e venti: la chitarra ritmica solletica evocative note mentre la solistica si getta in un assolo affascinante e riflessivo. Ci si incanala in meno di un minuto in un frangente "ipnotico", in cui la ritmica inizia a ripetere a loop un motivo molto triste e screziato di malinconia. Ancora un minuto e il motivo ricamato dalla ritmica si avvia verso un maggiore dinamismo di fondo, complice l'apporto della solistica che imprime una modesta accelerazione attraverso favolosi svolazzi e della batteria che impone tempi più spediti. Finale scortato da note venate di una sottile mestizia. Impossibile non rivedere, in questo imponente titano, l'influenza dei Metallica, per inciso quelli delle strumentali "Orion" e "The Call Of Ktulu". Dopo due tracce che rappresentano la versione radiofonica dei brani "Damage Done" e "The End Of Everything", del tutto simili alle originali (quindi inutili da prendere in esame), arriviamo all'ultimo brano "effettivo" ossia il remix elettronico di Damage Done (rinominato "I Am Not The Enemy"). Screziato da vocals sussurrate, nei primissimi istanti, il brano si incanala in un vortice fortemente deumanizzato, reso freddo e straniante grazie all'ausilio di trame industriali fortemente accentuate. Il disco giunge così alla fine.



Dunque che parere esprimere in merito? Decisamente positivo direi. La band, dotata di innegabile classe e capace di costruire egregiamente piccole sculture sonore di assoluta bellezza non attenendosi necessariamente al classico schema di forma-canzone, riesce nel tentativo di canalizzare l'attenzione dell'ascoltatore senza far scemare la sua attenzione. In più sa mirabilmente offrire un esempio di musica che pur nutrendosi del passato, si proietta verso il futuro. I ragazzi dimostrano come ben siano riusciti a metabolizzare le proprie influenze primarie (innegabilmente necessarie per creare "nuovi percorsi sonori"), e a riplasmarle in una nuova creatura senza dubbio credibile e affascinante. Promuovo quindi The Art Of Commitment consigliandolo vivamente a chiunque abbia bisogno di un sound che non rinnega il passato, ma anzi, lo fa rivivere e convivere sapientemente con un forte spirito odierno.


1) Damage Done
2) N.B.M.A.
3) Humans Are Pollution
4) Around Me
5) The Eye Of Everything
6) Darkest Days Of Our Lives
7) Mirror Mirror
8) Alyson Wonderland
9) Broken Zero
10) Worm Inside
11) The Art Of Commitment
12) Damage Done (Radio Edit)
13) The End of Everything (Radio Edit)
14) I Am Not the Enemy 
("Damage Done" EBM Remix)