METALLICA "by Request" + Special Guests

live in "Ippodromo Capannelle", Roma, 01/07/2014

A CURA DI
ROBERTA D'ORSI & LORENZO MORTAI
09/07/2014
TEMPO DI LETTURA:
8

recensione

Una delle band più famose al mondo finalmente ci regala una data live nella capitale. Parliamo dei Metallica che, in collaborazione con il "Sonisphere" ed il "Rock in Roma", hanno scelto la location dell’ippodromo delle Capannelle sito nella zona sud-est della città come unica data italiana. Partiamo col dire qual è stata la novità più significativa, che ha contraddistinto questo nuovo tour per i Four Horsemen, ovvero il “by request”. I quattro showman hanno messo a disposizione dei fans, nei mesi antecedenti l’inizio del tour, un sistema di votazione il quale ha poi delineato la scaletta proposta durante le esibizioni. Il risultato non mi ha stupita per nulla quando ho visto l’esito finale. Le sedici tracce vincitrici appartengono tutte ai primi cinque album della discografia di Hetfield e soci. Il risultato ha di certo scaturito discussioni di ogni genere, una delle più comuni quella della scarsa varietà rispetto ad una discografia più cospicua. Mancano anche tracks più recenti, che di certo sono più in linea con il prodotto discografico dal quale la band proviene. Molto semplicemente i fans hanno votato seguendo un criterio tanto scontato quanto comprensibile, quello di voler ascoltare e di gradire ciò che i Metallica hanno concepito, ovvero la “storia”. Il che si traduce con quella prima parte di discografia tanto emozionante quanto convincente. L’unica novità è stato il brano "The Lord of Summer", un inedito uscito da poche settimane, mentre tre pezzi che sono arrivati a parimerito nella scelta finale per una manciata di voti, nell’ordine "Fuel", "Wiskey in the Jar" e "The Four Horsemen", hanno goduto di una votazione in tempo reale mentre il concerto era in atto; alla fine "Fuel" l’ha spuntata. Per me l’evento Metallica è cominciato già dalla sera prima, ovvero da lunedì 30 giugno, poiché la cover band romana dei Blackened si è esibita all’ "Orion", locale nei pressi di Ciampino, la cui serata pre concerto è stata un omaggio al grande evento del giorno dopo. Quella sera inoltre i Blackened hanno festeggiato i loro dieci anni di carriera. Direi che è stato un “Compleanno” degnamente celebrato. Torno a casa felice di quell’antipasto, pensando al pranzo luculliano che mi attende il giorno dopo. Il primo luglio arrivo all’Ippodromo delle Capannelle intorno alle 17:45 e finalmente mi incontro col mio adorato collega di "Rock & Metal in My Blood" Lorenzo Mortai. Dopo un lungo tragitto dal parcheggio per arrivare all’ingresso, mi appresto a fare la fila per entrare assieme (come si può immaginare) ad un numero spropositato di gente, sotto un sole cocente, col sudore che comincia a colare da ogni dove. Una volta entrata noto altre ambulanze oltre a quelle fuori, file di bagni chimici alla mia destra e alla mia sinistra, lo stand delle magliette ufficiali ed altri stand di beveraggio birresco. Lo spiazzo antistante il palco non è grandissimo, me lo aspettavo più ampio, sui lati le torrette impiegate per le luci e le riprese video proiettate sugli schermi. Intravedo l’area riservata agli acquirenti del gold ticket, situata al centro dello spiazzo davanti al palco, il quale si presenta piuttosto “minimalista”. Uno schermo al centro con impresso il logo del festival e della band in esibizione e due laterali che proiettano le immagini dello show. La distesa del manto erboso ha permesso alla gente di potersi sedere sul suolo avvalendosi di asciugamani e teli; certo la mancanza di alberi non consente di ripararsi dal sole e dal caldo. Questo mi ha fatto riflettere sul fatto che in Italia la concezione di “Festival” non sia ancora del tutto chiara. L’Ippodromo delle Capannelle non è proprio il luogo adatto per un concerto che inizia dalle prime ore pomeridiane e destinato ad un pubblico così vasto. Un’aera laterale che era stata chiusa tramite l’ausilio di transenne è stata in seguito aperta dopo l’esibizione degli Alice in Chains; la gente continuava ad arrivare e la zona inizialmente dedicata all’accoglienza dei fans, non era sufficiente a contenere i presenti, tanto da portare gli organizzatori del festival alla decisione di ampliare lo spazio adiacente transennato. Anche il fatto che l’asfalto sia in piano non permette una buona visuale, nonostante il palco rialzato. L’idea che meglio può funzionare a mio avviso è quella di un’arena o di uno stadio con gradinate e comunque che abbia una pavimentazione in pendenza. Detto questo, sicuramente chi presenzia ad un concerto sa che chi prima arriva si accaparra i posti migliori, ovvero davanti al palco. Per il resto ci si accontenta di sentire, più che di vedere, i propri beniamini. La prima band ad esibirsi è stata quella norvegese dei Kvelertak, che sfortunatamente ho perso, essendo arrivata poco dopo la fine dell’esibizione. Per cui passo la parola a Lorenzo che vi parlerà della performance del gruppo. Se amate il genere Symphonic sporcato con pesanti venature di Punk, Folk e Black, allora i Norvegesi, formatisi nel 2007 e con all’attivo fino ad ora due dischi, fanno sicuramente per voi; l’esibizione è stata lineare e decisa; il loro sound, pur non essendo propriamente fra le mie corde, è possente e diretto, il cantato è in scream, come tradizione Black richiede, ma viene ampiamente supportato dai ritmi degli altri strumenti, che in alcune occasioni si ergono quasi a soli individui sul palco, pronti a vomitare note sul pubblico; hanno suonato soltanto mezz’ora, essendo il gruppo di apertura, ma hanno dato un forte assaggio delle loro potenzialità, eseguendo brani sia dal primo disco che dal seguente, e in generale cercando di scaldare gli animi e coinvolgere il pubblico che man mano si andava affollando sotto il palco ed in ogni pertugio possibile della location. Nella pausa tra i Kvelertak ed il successivo show, io e Lorenzo abbiamo scambiato qualche parola, fatto poi un giro tra gli stand ed esplorato il posto. Inutile dire che alle due postazioni di vendita delle magliette ufficiali dei Metallica, la fila era interminabile, mentre ad una dedicata alla vendita di cd e vinili, un acquisto sono riuscita a farlo. Per le magliette ho sperato di rifarmi in seguito. Il secondo gruppo sale sul palco, si tratta dei danesi Volbeat. La loro carriera comincia nel 2001 ed in poco tempo si affermano facendosi apprezzare per uno stile innovativo, che mescola sonorità metal, blues e country, con un’ interpretazione canora di stampo rockabilly. La formula funziona alla grande; immaginate di ascoltare Elvis Presley versione metal. Gli album in studio dei Volbeat sono convincenti, il sound è potente e la melodia non manca; la sperimentazione di questo stile è accattivante, tanto da portare i Volbeat ad essere considerati una delle band danesi più promettenti. Dal vivo non deludono le aspettative. Chi non li ha mai visti live, come me, ha potuto apprezzare un’esibizione impeccabile. L’acustica rendeva loro merito ascoltandoli principalmente dalla zona centrale. Io e il mio collega, che a inizio show eravamo su uno dei lati vicino al palco (per scattare qualche foto) lo abbiamo constatato. Spostandoci centralmente, il suono migliorava nettamente. La canzone che dà inizio al live è "Doc Holiday", tratta dall’ultimo lavoro "Outlaw Gentlemen & Shady Ladies". In scaletta "Radio Girl", che dal vivo i Volbeat hanno reso alla grande, il cui sound potente pompava in tutto l’ippodromo. Si passa poi alla coinvolgente 16 Dollars, in pieno stile rockabilly. Ascoltare l’interpretazione vocale di Michael Poulsen è una goduria. Simpatico e trascinante, le cui chitarra e voce lo rendono un personaggio carismatico, difficile non apprezzarlo. Una delle canzoni migliori e che i Volbeat hanno portato in sede live è "Still Counting", contenuta in uno dei loro lavori migliori, "Guitar Gangsters & Cadillac Blood" del 2008. Il ritornello e le strofe catchy sono in netto contrasto con la parte sonora pre refrain, che è invece spaventosamente potente. Un muro sonoro al cemento armato. La combinazione di questa miscellanea, rendono la traccia una vera bomba che vi assicuro dal vivo, è eseguita degnamente. Dopo circa quaranta minuti lo show dei Volbeat giunge al termine, con soddisfazione dei presenti compresi me e Lorenzo. Il sole è ancora alto nel cielo; io e il mio collega decidiamo di trovare un posto dove sederci per riposarci in vista della prossima esibizione e poi del grande momento. Dopo qualche chiacchiera e un paio di sigarette, altro giretto perlustrativo. Si arriva all’area transennata e inizia l’esibizione degli Alice in Chains. Il sole non è più insopportabile, la sua luce illumina ma non stordisce. Faccio qualche foto e poi mi appoggio alla transenna per godermi lo spettacolo. Benché siano le tematiche trattate e la provenienza (Seattle) a racchiudere il gruppo nel filone del grunge, vedere on stage una band che nel genere ha fatto la storia, è un’emozione. Rispetto a Pearl Jam, Soundgarden e Nirvana, gli Alice in Chains hanno un’impronta stilistica e sonora più energica, poderosa, tanto da avvicinarsi più a linee metal che punk rock. Per quanto riguarda l’acustica, vale lo stesso discorso fatto per i Volbeat. Ovvero lateralmente il suono era penalizzato, più impastato e leggermente ovattato. La coppia Jerry Cantrell / William DuVall era in ottima forma, così come il resto della band, che ci ha portato per mano attraverso i pezzi della loro storia, che dura da oltre 25 anni. Si è passati per tracce cariche e ritmate quali "Theme Bones", "Dam That River e Stone", ad altre lente e melodiche come "Hollow" e "Nutshell". Devo dire che tra tutte le canzoni proposte quella che più mi ha fatto piacere ascoltare è stata la bellissima "Man in the Box", tratta dal debut album del 1990 "Facelift". Non pensare al compianto Layne Staley è impossibile, non solo in relazione allo show in generale, ma per quanto mi riguarda proprio ascoltando questo brano.. un vero capolavoro! La sua interpretazione urlata, incazzata, ribelle e colma di rabbia, il suo sguardo malinconico, in quel video dal colore seppiato, rimarrà nel cuore e nei ricordi di chiunque abbia ed ancora apprezza questa grande band, il cui nuovo assetto vocale porta avanti il lavoro e la passione che anni prima furono opera della coppia Cantrell / Staley. Così come per Layne, un pensiero va a Cliff Burton, il cui cuore dei fans dei Metallica (e non solo) è sempre con lui. Quando gli Alice terminano c’è ancora luce solare, la coppia di recensori decide di rifocillarsi. Nell’aria ristoro dell’Ippodromo c’era un quantitativo di persone indecente, ed a parte un disguido con i responsabili di un’area ristoro (l’Italia non si smentisce mai) prendiamo posto lateralmente al palco, in quel famoso spiazzo prima chiuso e poi reso disponibile. Il buio cala, si intravedono delle stelle, purtroppo siamo piuttosto lontani dal palco, ma quando loro finalmente escono e riesco a intravederli attraverso le teste di chi mi sta davanti (sono queste le occasioni in cui detesto essere nana!) le lacrime scivolano sul mio volto così.. spontaneamente. Dite che è da bimbiminchia? Sarà, ma non mi importa, finalmente riesco a vedere i Metallica dal vivo, per me è un sogno che si realizza, e dato che per quanto possa essere professionale e obiettiva, sarei comunque di parte, cedo la parola al mio collega, che è più super partes! P.S. sfido chiunque a dire che i Metallica live non siano animali da palcoscenico e che non facciano sempre, la loro porca figura. La loro verve, la carica energica, le faccette buffe di James quando sbaglia qualcosa (perché piccole imprecisioni ci sono state) le meravigliose installazioni e luci che accompagnano le canzoni, in particolare le immagini proiettate sui maxi schermi per "One", sono alla stregua di un’opera d’arte, proprio come il brano in questione. Ed è a "Fade to Black" che non ho retto, la bimbaminchia ha pianto tipo fontana, ascoltando live la sua canzone preferita, quella che fa parte della colonna sonora della sua infanzia. Mi fermo e passo la parola a Lorenzo, col quale sono stata felice di aver condiviso una delle esperienze più significative della mia vita. 

Si parte con la proiezione di un video in cui viene spiegato nei dettagli (per quanto il concetto sia semplice)  cosa sia il "By Request tour", ogni singolo membro dice la sua, scherzando anche sulla “paura” che il pubblico scelga pezzi davvero in là nel tempo (magari troppo difficili da suonare? Chissà), e anche sulle modalità di voto e sul “pilotaggio” delle votazioni verso alcuni brani piuttosto che altri. Il concerto vero e proprio inizia con la proiezione di un estratto da “Il Buono, il Brutto e il Cattivo”, con in sottofondo le magnifiche note di Ennio Morricone, compositore e maestro delle colonne sonore, in questo caso specifico abbiamo sentito la traccia intitolata “The Ecstasy Of Gold”. Dopo averci fatto assaporare le atmosfere western, l’intro di "Battery" e la conseguente entrata in scena dei Metallica, inizia a martellare il nostro cranio con forza, mentre Hetfield subito si piazza davanti al microfono, pronto ad arringare il pubblico con la sua consueta verve. Devo essere sincero, ero un po’ scettico sulla prestazione di Lars Ulrich prima di sentire l’esibizione, considerando che il nostro batterista anti Napster è famoso per avere qualche problema “di tempo” durante le esibizioni live, ma mi ha felicemente stupito quando  ha dimostrato per oltre due ore di essere in splendida forma. Dopo un inizio al vetriolo come Battery, la strada è tutta in discesa, si prosegue infatti con "Master Of Puppets", ad oggi probabilmente il loro brano più famoso ed ascoltato, nonché uno dei migliori di tutta la loro discografia, e iniziamo pian piano a vedere cosa contraddistingue un live dei Metallica da quello di tante altre band, l’uso imponente della scenografia e dell’impatto sonoro: nonostante fossimo di lato rispetto al palco, e quindi in una posizione non tanto favorevole per l’uscita del sound, esso ci è arrivato comunque in piena faccia come un treno in corsa, mentre per quanto riguarda la scenografia, certamente i Metallica non sono avvezzi a statue semoventi o mascotte parlanti (come da Maideniana memoria), ma sono più improntati all’uso della tecnologia video e degli effetti visivi come laser, fumo e luci, il tutto crea un mix quasi mistico in alcuni frangenti (specialmente durante l’ascolto delle ballad), quasi come se tutto il resto sparisca, e ci ritrovassimo soli sul palco assieme a loro. In due ore di concerto Hetfield e soci hanno ripercorso la storia della loro carriera, soffermandosi sui brani che li hanno resi quello che sono, passando dalle struggenti note di "One" o "Nothing Else Matters", alla durezza Thrash di "Creeping Death" o "Seek And Destroy", il tutto in un’atmosfera in perfetta sincronia col pubblico, vero protagonista della serata, con alcuni interventi sul palco proprio da parte dei fan, che hanno presentato due dei brani che sarebbero stati eseguiti poco dopo. L’atmosfera generale di tutto il live è quella di una “rimpatriata” dopo anni di silenzio, eseguendo quasi esclusivamente brani storici, i Metallica si sono abbondantemente scavati ancora più a fondo una nicchia nel pantheon dei vincitori, far decidere la scaletta al pubblico è stata un’operazione di marketing senza precedenti, e mai tentata prima; per quanto riguarda le performances singole di ogni membro, il buon vecchio Kirk Hammett ha dimostrato ulteriormente di essere un chitarrista che sa imbracciare il proprio strumento con maestria e potenza, sfornando assoli su assoli e muovendosi sul manico della chitarra come se avesse vent’anni di meno, Hetfield dal canto suo, pur essendo tutto bello imbrillantinato e decisamente più muscoloso di un tempo, ha conservato la sua solita verve, sia mentre suona la chitarra, che, ovviamente, quando si dedica alla sua attività principale, la voce è graffiante ed incisiva, gli urli provengono dalle porte dell’inferno, e la sua simpatia conquista al primo impatto. Il bassista più corpulento della storia invece, con un passato da Funk Metaller (ha militato sia negli "Infectious Grooves", che nella sua accezione più Thrash, i "Suicidal Tendencies"), Robert Trujillo, ha saputo anch’egli infiammare Roma con le sue slappate rocciose di basso, ricamandosi anche uno spazio per eseguire un assolo degno della migliore tradizione technical e Funk al tempo stesso, colpendo le spesse corde del basso con audacia e prestanza; venendo all’ultimo, ma non meno importante membro, Mr Lars Ulrich, come già detto qualche riga fa, mi ha ampiamente stupito la sua performance, che credevo non potesse essere così fluida e scorrevole, mi ha inoltre ampiamente stupito il suo carisma sul palco, pur essendo circondato da piatti e tom, non perde mai occasione per far vedere che “là in mezzo esiste anche lui”. Una data dunque che ha soddisfatto anche i palati più esigenti, con un background di gruppi prima dell’esibizione vera e propria davvero pregevoli, adatti ad un pubblico vasto, azzeccata in pieno la scelta degli Alice in Chains come gruppo spalla, un assaggio di violenza melodica prima di farsi investire dall’ondata Thrash che seguiva. Unica pecca dell’evento, purtroppo, è da ricercarsi nell’evento stesso, e riallacciandomi al discorso della mia collega Roberta, ci terrei a sottolineare quali sono i punti a sfavore dell’organizzazione da parte del Rock in Roma: unità di ristoro posizionate in punti poco strategici, ed ovviamente sempre affollate di persone per tutta la durata del giorno, con file interminabili e personale poco qualificato (e in alcuni frangenti anche scortese con i clienti), bagni chimici sparsi un po’ a caso per tutta la location, ma piazzati sempre in punti in cui, durante le esibizioni, era inevitabile si ammassassero le persone per ascoltare il concerto, di conseguenza chi aveva necessità di andare in bagno doveva farsi strada fra il pubblico, e viceversa. Punti di vendita delle magliette, soltanto due, piazzati in fondo all’arena del concerto e di lato, ovviamente dato lo scarso numero di bancarelle, anch’essi come i punti ristoro erano costantemente presi d’assalto dai fan, e la mia collega, che voleva semplicemente portarsi a casa un ricordo tangibile dell’evento, ha dovuto aspettare la fine del concerto stesso per poter comprare qualcosa, nonostante comunque anche a quell’ora ci fosse ancora gente in fila alla bancarella. Unica nota positiva concernente l’organizzazione è stato senza dubbio il banco di vendita dei Cd e dei vinili, un ottimo strumento per non smettere mai di far capire al pubblico l’importanza della musica e, magari, prendersi quei cinque minuti in più fra un gruppo e l’altro per spulciare fra le casse di dischi, e forse trovare la vera perla che da anni stavamo cercando. In conclusione, una data questa dei Metallica che certamente non ha deluso le aspettative di nessuno, anzi, forse in alcune occasioni ha anche stupito chi il gruppo lo aveva già visto qualche anno fa, considerando la forma generale dei membri, e il carisma che è venuto fuori per tutte e due le ore del concerto, soprattutto gradevole l’assoluta mancanza di momenti di stanca o sezioni in cui l’attenzione calava, i Metallica hanno saputo infiammare la platea e tutti gli astanti ogni minuto di esibizione, ad ulteriore conferma che passano gli anni, passano i dischi (anche quelli meno piacevoli), ma continuano ad essere uno dei gruppi migliori che la storia musicale abbia mai prodotto, certo, hanno compiuto i loro passi falsi, questo è certo, ma ciò che rimane scritto nella storia come marchiato a fuoco è il contributo che essi hanno dato alla musica stessa, soprattutto fondando assieme agli altri tre gruppi che vanno a comporre i cosiddetti “Big 4” un genere vero e proprio, quando agli inizi degli anni 80, stanchi (o più probabilmente solo vogliosi di sperimentare) delle sonorità del Metal classico, decisero di prendere quegli stessi suoni, ed incattivirli ancora di più con venature di Hardcore Punk, dando vita ad un movimento che ancora oggi cerca di essere replicato, quella cattiveria venuta fuori più di vent’anni fa ancora oggi si sente, e non è questione di face painting o di testi inneggianti al diavolo, si tratta semplicemente di salire sul palco e suonare con tutta la potenza possibile, in barba agli anni e al tempo che passa, questa, credo sia, la più corretta e lineare definizione che si possa dare ai Metallica.  

1) The Ecstasy of Gold (Intro)
2) Battery
3) Master Of Puppets
4) Welcome Home (Sanitarium)
5) Ride The Lightning
6) The Unforgiven
7) Lords of Summer
8) ...And Justice for All
9) Sad But True
10) Orion
11) One
12) For Whom The Bell Tolls
13) Blackened
14) Nothing Else Matters
15) Enter Sandman

Encore:
16) Creeping Death
17) Fuel (Vote of the Day)
18) Seek & Destroy