MANOWAR Concert

Basilea (Basel), 25 marzo 2011

A CURA DI
PAOLO VALHALLA RIBALDINI
28/03/2011
TEMPO DI LETTURA:

recensione

Vedere i Manowar dal vivo è stato uno dei grandi sogni di chi scrive sin dal primo ascolto della struggente "Swords in the Wind". Quel sogno si è realizzato in data 25 marzo 2011, in quel di Basilea, ridente e soleggiata città svizzera al confine con la Germania. Una compagnia di sette fan dei re del metallo parte alle ore 8.00 del mattino con un Ducato a nove posti per raggiungere il luogo del concerto, la St. Jakobshalle situata proprio all’uscita della superstrada, un palazzetto dello sport ed arena da concerti in grado di contenere novemila posti dichiarati. Il viaggio è lungo e stancante, soprattutto per il superumano Ruggiero alla guida del pullmino, ma in circa sei ore e mezza, con un paio di meritate soste per spazzolare i panini preparati per il pranzo, giungiamo alla Halle. Il posto è veramente bello e sa di pulito, tutto trasuda precisione e professionalità elvetica.
Ci attestiamo all’ingresso della Halle verso le 16, consapevoli che fino alle 18 circa non si entra. Per fortuna un gruppetto sparuto ma valido di fans dei Manowar è già presente davanti ai tornelli. Guarda caso sono quasi tutti italiani... Quattro ragazzi di Treviso, a cui va tutto il mio plauso, sono lì addirittura dalle 10 del mattino. Encomio.
L’attesa è snervante e faticosa, ma tra una chiacchiera e l’altra il tempo passa abbastanza velocemente. Si arriva all’unanime accordo che Bill Kaulitz debba bruciare all’istante per autocombustione, e che tutti i maschi presenti, la prima inevitabile volta che hanno visto il video della prima canzone di quel gruppaccio che non voglio nominare, abbiano esclamato: mazza, non male QUELLA... Amenità a piene mani. Finalmente, alle 18, si aprono i tornelli e comincia la corsa alla prima fila, alla quale quasi tutto il gruppetto mantovano riesce a giungere. Il sottoscritto si trova al centro-sinistra del palco, davanti alla postazione di DeMaio, in compagnia della sua adorata metà, e comincia una lunga attesa prima dello show, segnata dalla notizia che non ci saranno gruppi spalla, e dalle note di molte canzoni del compianto Ronnie James Dio sparate nell’impianto di amplificazione (i Manowar si sono sempre giustamente dichiarati grandi fan dell’Elfo). Lo show è previsto per le 21, ma le spinte da una parte all’altra della prima fila sono difficili da reggere: tutti vogliono contravvenire al principio fisico secondo cui la materia non può essere occupata da altra materia, e tentano di forzare questa incontrovertibile legge naturale pressando dai lati verso il centro, quasi come se chi è arrivato lì prima di loro ed ha guadagnato faticosamente le posizioni migliori potesse, o addirittura DOVESSE, sparire per mistero della fede... Da notare che la prima fila è quasi tutta italiana. Complimenti alla solita inciviltà italica. Ci dobbiamo sempre distinguere vero?
Alle 20.30, in anticipo sulla tabella di marcia, le luci si spengono, la gente comincia ad urlare, e la voce registrata pronuncia le tanto attese, fatidiche, quasi "fatali" parole: "Ladies and gentlemen, from the United States of America... MANOWAR!". Mutande da cambiare. Sul palco salgono per primi il chitarrista Karl Logan (baffetti e barbetta assolutamente pessimi, voto 3 e mezzo. Carletto, sei tanto figo senza barba, perché ti vuoi far del male!?) ed il batterista Donnie Hamzik, visibilmente più in forma dell’ultimo tour e con i capelli tinti di un bel biondo anni Ottanta (adorazione…), cui segue correndo un incazzatissimo DeMaio (è lui, voglio dire, è davvero lui a 3 metri da me!!!). Chiude il gruppetto l’intramontabile Eric Adams. La prima canzone della scaletta è proprio "Manowar", che apre la parentesi iniziale dedicata all’esecuzione integrale di "Battle Hymns MMXI", un disco re-edit che a molti di voi lettori non sarà andato giù, e posso capirlo benissimo, ma al sottoscritto obiettivamente piace parecchio, pur non avendo la stessa magia del suo "papà" targato 1982. La prova del quartetto ha un sapore primitivo, essenziale, quello che in inglese è racchiuso nel termine "rough", un misto di ancestrale rozzezza e spinta inarrestabile: senza fronzoli è quel che in italico idioma forse si accosta di più a questo termine intraducibile. Nessuna scenografia, se non l’enorme bandiera dell’ultima release che campeggia dietro al palco, nessun tastierista, basi pre-registrate ridotte veramente all’osso, il sound della band è esattamente quel che viene fuori dai quattro immortali musicisti.
Perdonate a chi scrive il fatto di non ricordare l’ordine preciso di esecuzione della setlist, ma comprenderete l’emozione indescrivibile di ascoltare i propri idoli dalla prima fila, e la conseguente amnesia in merito alla collocazione dei pezzi... "Death Tone" segue l’opener, ed il frontman non si fa pregare in merito a corse da una parte all’altra del palco, ad incitamenti del pubblico e occhiate "personalizzate" (primo cantante che vedo a guardare direttamente negli occhi le persone davanti a lui). DeMaio alla fine del primo pezzo non vede abbastanza segni del martello e se la prende un po’, incitando la folla a salutare come di dovere i re del metallo. Idolo indiscusso.
Passando attraverso "Shell Shock", una "Metal Daze" inarrestabile a dir poco, e "Dark Avenger", ci si rende conto che i quattro sono tutt’altro che i vecchietti descritti dagli ultimi rumors: la band suona praticamente senza sosta, non si risparmia, compensa con la presenza scenica la mancanza di contorni extramusicali (niente drakkar e comparse vestite da vichinghi stavolta), regalando immensa goduria agli astanti. Arriva il momento di "Battle Hymn" e noi fans, già esaltati all’inverosimile, esplodiamo letteralmente in un boato, tanto che all’acuto finale tutto il palazzetto è trascinato con i Manowar in un crescendo di potenza e partecipazione. Chiudono l’amarcord in nuova versione la strabiliante "Fast Taker" e il solo di basso di "William’s Tale". In molti si aspettano a questo punto una selezione praticamente solo dagli album degli anni Duemila, ma il gruppo ci sorprende piacevolmente sfoderando una "Kill With Power" da brivido. Gira nell’aria la consapevolezza del grande concerto...
Vengono toccate alcune vette della produzione dei Kings, con "Metal Warriors", "Brothers Of Metal" e "The Gods Made Heavy Metal", cantate a gran voce da noi armata degli immortali (dalla nostra amata Mantova proviene proprio il vessillo italiano recante la scritta "Italian Army of Immortals"). Quando "Heart Of Steel" viene intonata in tedesco da un Adams espressivo e trascinante al massimo, il pubblico comincia il singalong ma... in inglese! Il cantante si rende conto e domanda: "English or German?". Ovvia la risposta. Tripudio, esaltazione. Secondo paio di mutande.
Non mancano pezzi della produzione recente: "Call To Arms" e "House Of Death" fanno strage, per non parlare di "Sons Of Odin"! In mezzo, i soli di un DeMaio casinaro come non mai e di un Karl Logan semplicemente spaventoso, che si lancia in tecniche ultra-shredding non prive però di musicalità e gusto. Ovvio, l’intento è impressionare, perciò il virtuosismo è d’obbligo, ed allora vai di tapping, doppia plettrata, scale supersoniche, escursioni sopra il manico a velocità disumana, sempre con quella posa da supereroe dei fumetti e la calma che contraddistingue il chitarrista sin dagli esordi con la band a metà anni Novanta.
C’è ovviamente ancora molto tempo per gustarsi altri successi, ed allora si ruzzola giù dalla ripida china dell’esaltazione con "Hail And Kill" sentitissima dal pubblico, l’evergreen "Kings Of Metal", "Fighting The World", "Sign Of The Hammer", "King Of Kings" (senza basi e senza intermezzo melodico, tutta potenza e cattiveria). A seguire, una lunga digressione di DeMaio che, immancabilmente, loda la qualità dall’amplificazione e della strumentazione custom della band, esalta i promoter svizzeri, si incazza con quelli austriaci, saluta i fans presenti da Austria, Germania, Francia, Serbia, Spagna. E l’Italia? Evidentemente la bandiera italiana non la conosce, perché almeno sette o otto sventolano in primissima fila... Pazienza, lui è fatto così, prendiamolo come viene o incazziamoci, a lui non interessa nulla. Puntuale lo stacchetto in cui una ragazza ungherese mostra le tette al pubblico, anche se nessuno l’ha chiesto; preferivo vedermi altre due canzoni, magari una "Guyana" e una "Gates Of Valhalla", ma meglio non chiedere troppo agli dei. Dopo aver evitato di guardare le grazie della biondona, torno con l’attenzione allo show del quartetto americano, che chiude la scaletta con "Warriors Of The World" e "Black Wind Fire And Steel", non prima che DeMaio abbia strappato le corde del basso per farle donare da un roadie a quattro fanciulle di suo gradimento, promettendo loro di… non diciamo cosa. Il personaggio.
Le luci si spengono sulle note di "The Crown And The Ring", dopo due ore e mezza di grande spettacolo.

Impressioni sulla band? Ottime. Chi si aspettava un gruppo di vecchietti bavosi in disarmo sarà rimasto assai deluso: in barba a basi registrate, comparse, orchestre costose, tastieristi in prestito, scenografia milionaria, i Manowar hanno ritirato fuori la loro aggressività anni Ottanta, fatta di tre strumenti e di una voce strepitosa, certo con caratteristiche adeguate al passare del tempo. Gli acuti di Adams non sono più così frequenti, ed anche l’agilità vocale è commisurata ai cinquantasei anni suonati suoi e di DeMaio, ma la potenza e l’inflessione demoniaca sono nettamente aumentate negli ultimi tempi. Insensato aspettarsi le meraviglie vocali di "Into Glory Ride" (unico disco non toccato dalla band in questo show), ingiusto più che altro. In compenso, ci siamo goduti una grande partecipazione ed un grande affetto da parte del frontman verso i fans, e pure qualche siparietto divertente di battute scambiate col bassista.
Karl Logan si è dimostrato ancora una volta un chitarrista nettamente sopra la media del mainstream, solidissimo tecnicamente ma anche potente, versatile, concentrato, musicale. E sbrodolone almeno quanto piace a noi (solo chitarristico pazzesco). DeMaio è ormai prigioniero (senza rimpianti, probabilmente), del personaggio costruitosi col passare degli anni: defender convinto, bastian contrario ad ogni costo, arrapato all’inverosimile oltre ogni limite del buongusto, impegnato forse più nel mantenimento del business della band e della propria fama di più antipatico, maschilista, misogino, avido, egocentrico, auto incensante stronzo figlio di puttana del panorama heavy metal. A me sinceramente non piace come si comporta, non piace quello che fa, ma "lui" è indiscutibile, è un mito, è intramontabile.
Per finire, un Donnie Hamzik letteralmente sugli scudi, prestazione da incorniciare, potente e preciso, una macchina da guerra. Molti "grandi" batteristi di oggi avrebbero da imparare molto...
Piacevole sorpresa il flusso di coscienza ininterrotto tra le vecchie e le recenti glorie del gruppo, con la già citata omissione di pezzi dal secondo storico disco, che però non può inficiare un concerto indimenticabile, soprattutto se visto al fianco di persone speciali. Un consiglio? Se vi capita l’occasione, andate a vedere i Manowar. Non sono per niente finiti, hanno anzi ancora un bel po’ di strada davanti, sperando in una prossima uscita del loro atteso album, "Hammer of the Gods". Che altro dire se non "onore ai re"?
"This is what we do. And if you like it, good. If not, go fuck yourself."