VED BUENS ENDE

WRITTEN IN WATERS

Artwork

A CURA DI
NIMA TAYEBIAN
17/02/2015
TEMPO DI LETTURA:
9

recensione

I primi anni novanta segnano, come molti ben sanno, l'esplosione definitiva del fenomeno "black metal seconda ondata", contraddistinto dal fenomeno originario (che potremmo chiamare a questo punto "black metal prima ondata", anche se userei il termine più specifico di "proto black". ) per una seriosità mai ricordata nel panorama metallico (gli adepti della nera fiamma sembrano quasi appartenere ad una congrega di iniziati) e una maggiore omogeneità stilistica rispetto al precedente "non-movimento" (sarebbe una forzatura ricollegare gruppi con considerevoli differenze stilistiche come Venom, Bathory e Celtic Frost sotto un'unica vera bandiera. Diciamo che lo pseudo-insieme proto-black - in sostanza abbastanza aleatorio -  ha una funzione sicuramente "genealogica" , ma non gode di un'effettiva concretezza). Nascono in questo periodo i grandi capolavori di alcune band destinate a divenire tra le più importanti della scena: "De Mysteriis Dom Sathanas" dei Mayhem (1994), "Under A Funeral Moon"(1993) dei Darkthrone "In The Nightside Eclipse"(1994) degli Emperor ed altri ancora. La parabola del black, è ormai risaputo, non è comunque destinata a durare tanto. Nel giro di pochi anni, tra arresti eclatanti, fughe picaresche e sanguinosi fatti di cronaca, pian piano il genere si affossa. Certo qualcuno obietterà che molte band geniali e molti capolavori sono emersi anche in tempi più recenti, o comunque dopo il lustro 1990/1995 che ha rappresentato lo zenith per il genere. Ma è innegabile che tutto il succo del black seconda ondata ha il suo vero baricentro proprio in quegli anni. Gli anni dello splendore. E' una cosa normale per il metal avere dei "ritorni di fiamma" e vedere riesumati generi o sorgere "outsiders" che portano avanti discorsi musicali ormai cronologicamente sorpassati. Si veda per confermare quanto detto nel primo passaggio il ritorno di un genere come il thrash (dal duemila in poi) in un ambito totalmente "revival". Ma sto divagando. Sta di fatto che, mentre il black si prepara alla sua inevitabile parabola discendente, alcuni gruppi, forse intuendo il possibile tracollo o forse perchè impossibilitati ad aggiungere qualcosa di nuovo a quanto già detto, decidono di cambiare parzialmente rotta incorporando nel loro sound elementi nuovi pescati da diversi ambiti musicali in maniera eterogenea. Nascono così, proprio in quei primi cinque anni dei novanta, i primi gruppi avant - garde metal propriamente detti (seguendo l'insegnamento, come ormai sanno anche i sassi - direttamente o indirettamente, non importa - dei Celtic Frost, tra i pionieri di questa sorta di "inquinamento sonoro"). Con il termine avant-garde metal si incomincia ad etichettare una serie di gruppi che partendo dal retaggio black metal trasformano tale genere in una creatura ibrida mescolando nella propria proposta, talvolta senza soluzione di continuità, generi come l'elettronica, la musica classica, il trip-hop, la new/dark wave, il jazz.  E' l'alba di una nuova era musicale: iniziano ad emergere da un brodo primordiale decine di bands accomunate solo da un lontano retrogusto black (talvolta terribilmente lontano) e dalla voglia di sperimentare, di osare. Ulver, In The Woods, Dodheimsgard (DHG), provengono tutti da un passato black tout court. C'è chi poi nasce decisamente "avanguardista". Chi, come i Ved Buens Ende, muove i suoi primi passi direttamente con il concetto di sperimentazione stampato nel proprio genoma. E che purtroppo non andrà più avanti di un'unico, meraviglioso full, ossia Written In Waters, di cui ho l'onore di occuparmi oggi, nella nostra rubrica dedicata alle copertine. Nati in Norvegia nel 1994 come Manes (da non confondere con l'omonimo gruppo, sempre norvegese e sempre sperimentale) i nostri cambiano ben presto monicker e si affibbiano il nome di Ved Buens Ende. Con il nuovo monicker danno alle stampe prima una demo intitolata "Those Who Caress the Pale"(1994) e quindi il disco di cui parlavamo in precedenza, "Written In Waters" (1995), uno dei capolavori massimi del genere avant-garde, purtroppo non eccessivamente ricordato dai più. Per adornare tale capolavoro optano per una copertina a mio parere davvero incredibile, estremamente evocativa e perfetta per ricreare la magia della loro proposta. Una copertina che sembra rievocare certi paesaggi mentali di Salvator Dalì e Yves Tanguy senza per questo plagiarli, ma anzi, tramutando la loro proposta in qualcosa di diverso, di inedito. Dando un rapido sguardo vediamo come, specie per quel che riguarda la scelta cromatica, sia abbastanza semplice: i colori su cui questa risulta impostata sono essenzialmente tre, ossia ossia il rosso (il terreno), il grigio, in un'ampia gamma di sfumature (il cielo) e il bianco (gli inquietanti omini).  Pochi colori, che riescono a sublimare la tematica rappresentata senza offrire distrazioni cromatiche agli occhi dello spettatore. Già, dato che qualsiasi eccesso coloristico forse avrebbe determinato una possibile dissipazione della forza della suddetta immagine. Un'immagine impostata su un campo spoglio, rossastro e caratterizzato dalla presenza di "omuncoli" o pupazzi, o comunque esseri abbastanza strani. Una stranezza che risiede innanzitutto nelle loro fattezze e nelle proporzioni, goffamente anormali (le teste sembrano amorfi palloncini privi di qualisasi dettaglio, le mani enormi, i corpi, incredibilmente bianchi e magri, nell'esibire la loro nudità rivelano la totale mancanza di sesso) e nel fatto che tutti questi strani omuncoli siano posizionati su piedistalli, come delle statue. Entrando nello specifico notiamo come vi sino ben quattro di queste figure in perfetta evidenza: una in primo piano, a destra, che alza le mani a coprirsi la faccia in un gesto che ricorda molto chi tenta di ripararsi da una luce troppo forte (e nell'innalzare la testa notiamo, in quel glabro palloncino, almeno un dettaglio, ossia una cavità che potrebbe essere orale oppure orbitale); due al centro, di cui una vista lateralmente, genuflessa in un tragico inchino e una subito in alto (in realtà dietro) in piedi, con la testa piegata in basso e le braccia innalzate e le mani unite in una sorta di preghiera; spostandoci ulteriormente verso sinistra, l'ultima figura intera: piegata verso di noi anch'essa in un'inchino, con le braccia però inarcate lateralmente. Al margine sinistro notiamo il dettaglio di una quinta figura, una sola mano enorme, che sinceramente ci suggerisce poco sulla posa della quinta figura. Tutte le "marionette" sono comunque cristallizzate in atteggiamenti tragici, pregni di grande pathos. Sembrano figure consapevoli di andare incontro ad un destino ineluttabile. Ci viene in mente la possibile reazione umana di fronte a qualcosa di estremamente catastrofico, che può essere la furia devastante di un vulcano (si possono, con un po' di fantasia tracciare parallelismi con le persone morte tragicamente a Pompei ed Ercolano) un'asteroide, o un esplosione atomica. Ma forse qui ci riferisce a un pericolo decisamente più metafisico, che, non essendo stato rivelato, è destinato a rimanere inconoscibile. L'opera ci concede un ulteriore piano di lettura, ossia che le figure che si presentano al nostro sguardo, per quanto rappresentino il concetto di una minaccia imminente, sono solo pupazzi (è il piedistallo a ricordarcelo). Tutto dunque assume il sapore di una messinscena, un teatrino tragico destinato a rimanere solo ed esclusivamente una pantomima. L'album, a distanza di tempo, è stato ristampato con una differente cover (in maniera abbastanza inspiegabile, dato che l'originale era già perfetta), che vede rappresentata una scena, che pur non essendo troppo dissimile nel contenuto (una serie di figure colte in un momento di disperazione) viene effigiata con cromatismi e tecnica diversa. Stavolta le figure (quattro in tutto, semievanescenti e inserite in una radura brulla, che in lontananza lascia trapelare un qualche tipo di vegetazione) sono rappresentate a colpi liberi di inchiostro (dando l'idea, anche grazie a quelle particolari tonalità violastre, che lo strumento utilizzato possa essere uno di quegli inchiostri idrosolubili tipo quelli contenuti nelle tratto-pen) con segni casuali inseriti a ruota libera in tutta la illustrazione. Pur amando molto anche questa seconda versione trovo il "restyling" dell'album abbastanza superfluo. Una cover come l'originale è un piccolo capolavoro di grafica, e rimpiazzarla è a mio parere, oltre che inutile, anche snaturante, dato che il disco trova un grande punto di forza anche nella sua cover originaria. In definitiva dunque, ennesima promozione per una copertina che nella sua semplicità riesce ad essere terribilmente evocativa ed accattivante.