LED ZEPPELIN

LED ZEPPELIN IV

1971 - Atlantic

A CURA DI
ANDREA ORTU
13/04/2015
TEMPO DI LETTURA:
8

recensione

In un’epoca in cui “stranezze”, eclatanti velleità religiose, politiche o estetiche fanno normalmente parte dello show business, senza che nessuno se ne scandalizzi più di tanto, ed in molti casi lanciando vere e proprie mode, potrebbe sembrare un’operazione inutile e alquanto kitsch, andare ad analizzare il “lato oscuro” di una band degli anni’60/70. Lato oscuro che a confronto delle manie sbandierate dalle band contemporanee, quasi suscita il sorriso. Tuttavia, essendo i Led Zeppelin alla base del big bang dal quale etichette e artisti avrebbero tratto il loro background estetico e ideologico, oltre che musicale, vale la pena fare questo passo indietro e cercare di capire come non solo le premesse musicali, ma anche quelle estetiche e simboliche di quel grande calderone che furono gli anni ’70, avrebbero influenzato l’immaginario collettivo e posto le basi della personalità di innumerevoli band odierne. Lo faremo con “Senza Titolo”, il quarto album della band, conosciuto come Led Zeppelin IV o, talvolta, come “Zoso”, in quanto il simbolo, quest’ultimo, più rappresentativo, dal punto di vista grafico, della passione occulta dei Led Zeppelin. O, più che dei Led Zeppelin, forse dovrei dire di Jimmy Page. Egli è infatti il vero, unico cultore dell’occultismo, un amore genuino, a differenza di molti manieristi dell’hard rock, avviato fin dalla prima adolescenza. Ma partiamo con ordine. Alcune caratteristiche della copertina dell’album furono scelte commerciali degli stessi Zeppelin, le quali, tra parentesi, hanno fatto la storia dell’editoria musicale, e sono in linea con la paradossale astuzia di non pubblicizzarne in nessun modo l’uscita; l’album, infatti, oltre a non avere un titolo (scelta che riprendeva il cosiddetto “Doppio Bianco” dei Beatles e “Untitled” dei Byrds, ma in chiave ancor più radicale), non aveva alcun riferimento scritto in copertina. Sfrontatamente, sottintendeva che il contenuto era così elevato che qualsiasi parola era inutile, di troppo. Tali mosse, anticipando coraggiosamente le meccaniche della psicologia inversa nell’hype del grande pubblico, si rivelarono un enorme successo. Ma non sarebbe bastata la psicologia, senza una grafica in grado di catturare l’attenzione e creare quell’alone di mistero sul quale si basava l’intera operazione commerciale. Il soggetto della copertina dell’album venne ideato dagli stessi Page e Robert Plant: su un muro in rovina, nel quale a malapena intravediamo le decorazioni floreali della carta da parati a brandelli, campeggia un dipinto il quale, più che appeso, appare fuso col muro stesso. Tale dipinto (una vecchia pittura ad olio acquistata da Plant da un antiquario di Reading), rappresenta un vecchio ricurvo che trasporta delle fascine in legno sulla schiena, sullo sfondo di un paesaggio di campagna. Il muro in rovina prosegue sul retro del disco in un gioco prospettico che si interrompe nel crollo dello stesso, ed oltre i resti del muro osserviamo la fotografia di una tipica ed anonima periferia urbana. L’intento è ovvio, cioè creare una dicotomia concettuale tra il passato ed il presente. Il vecchio del dipinto è come il ricordo di un ciclo naturale, del quale l’uomo faceva parte, ormai sbiadito e quasi dimenticato, il suo mondo ormai in rovina, sostituito, non necessariamente in chiave negativa, ma senz’altro nostalgica, dal contesto urbano, squadrato eppure caotico, nella sua mancanza di certezze, così ben sottintese dalla semplice saggezza del vecchio del dipinto. La scelta di questa copertina fu pensata soprattutto per dare un input immediato e forte al pubblico, e ricondurlo forse alla stessa dicotomia della musica della band, tra blues americano e folk britannico. Ma la vera carta di identità del disco si trova all’interno dell’album, decorato da un’illustrazione misteriosa ed evocativa: l’Eremita. Disegnato dall’illustratore Barrington Colby, di cui si conosce ben poco, l’anziano incappucciato dalla lunga barba, con la lanterna in una mano ed il bastone nell’altra, in piedi sulla cima di un monte, altri non è che una versione rivisitata dell’Eremita dei Tarocchi, figura cara agli amanti dell’occulto e della cartomanzia. È la nona carta degli arcani maggiori, un gruppo di tarocchi, e simboleggia la saggezza e la fiducia in se stessi, e in tale ottica è del tutto riconducibile al vecchio con le fascine. A seconda delle varie versioni del mazzo alcuni dettagli cambiano, in alcune ha una clessidra, in altre ha un serpente ai suoi piedi, dettaglio che carica l’eremita di un significato allegorico più ampio, in cui saggezza significa conoscenza dei segreti attraverso la sottomissione della bestia, ed il mantello serve a celare tale conoscenza, la quale diventa il veicolo della superbia, dell’auto-adorazione, punto focale di movimenti definiti satanici da molti gruppi religiosi. Nell’illustrazione di Colby, inoltre, all’interno della lanterna notiamo una stella a sei punte, il cosiddetto Sigillo di Salomone o esagramma, il cui valore simbolico è ampio e complesso, ma che può essere riassunto nell’unione tra il mondo terreno con quello spirituale. L’esagramma è ancora il simbolo di Aiwass, una voce, o intelligenza disincarnata, avvertita e, per così dire, documentata dal mago e mistico Aleister Cowley (1875-1947), figura chiave per Page, di cui parleremo tra poco. Sulla quarta di copertina, dove compaiono i titoli dei brani, l’unica firma è rappresentata da quattro simboli, uno per ogni membro della band. Page mostrò ai compagni il “Book of Signs” di Rudolph Koch, da cui trarre ispirazione per la scelta dei simboli; Bonham scelse il simbolo magico con tre anelli sovrapposti, che simboleggiano la famiglia, Jones volle per sé il cerchio con tre archi intrecciati, simbolo magico che protegge dal male. Plant e Page si fecero disegnare dei simboli personalizzati, la piuma in un cerchio scelta da Robert è ispirata ai nativi americani, mentre il simbolo scelto da Jimmy Page è, come da lui ripetuto, solo un ghirigoro, le cui “lettere” stilizzare sembrano formare la parola ZoSo (da lì il titolo con cui alcuni chiamano l’album). Per alcuni però, tale simbolo è da ricondursi a “Zos Kia Cultis”, denominazione del culto del mago Austin Osman Spare, guarda caso collegato proprio ad Aleister Crowley, che ne sottopose la candidatura al suo ordine dell’Argenteum Astrum (poi rifiutata per divergenze tra i due). Crowley fu forse il più autorevole maestro dell’occulto del suo tempo, famoso per le pratiche di magia nera, la sperimentazione di droghe e le orge cerimoniali. Nel 1971 (anno dell’uscita del quarto album), Jimmy Page acquistò la casa del mistico sulle rive del Loch Ness, in Scozia. Leggenda vuole che la casa sia stata teatro di numerosi omicidi, e che uno dei custodi di Page sia morto proprio lì. Il chitarrista studiava anche altri maestri, e praticava sedute in quanto “non si può ignorare il male, se si studia il paranormale”. Per Page la magia aveva un’importanza fondamentale nel mondo. Conservava molti manufatti di Crowley, tra cui vesti e, indicativo, tarocchi. Vicino alla casa vi è un vecchio cimitero dove si dice si trovasse una chiesa, andata a fuoco con i suoi fedeli ancora all’interno. Alcuni sostengono che fu l’influsso nefasto della Boleskine House (questo il nome della casa), la causa delle disgrazie che colpirono alcuni membri dei Led Zeppelin nel corso degli anni, come la morte del figlio di Robert Plant e, nel 1980, con la morte del batterista John Bonham, anno in cui Page decide di vendere la villa. I Led Zeppelin non sono stati certo i primi nel mondo della musica, e dell’arte in generale, ad appassionarsi di tematiche occulte, ma certo sono tra i più rappresentativi, nella versione contemporanea, dell’interpretazione estetica e concettuale di tali pratiche e del modo in cui tutto questo ha influenzato molti gruppi del panorama rock e metal (e non solo). Ogni qual volta una band black metal sfoggia un palese assortimento di simboli satanici, e nei suoi testi spinge argomenti antireligiosi o pagani, ciò non è che il punto di arrivo, in chiave semplicistica e priva di solennità, a volte anche autoironica, dell’universo di segni esplorato e diffuso da Page e compagni. Un universo che, comunque, non finiva con “Led Zeppelin IV”.