LED ZEPPELIN

Houses of the Holy

1973 - Atlantic Records

A CURA DI
ANDREA ORTU
24/04/2015
TEMPO DI LETTURA:
9,5

recensione

Quando, nel 1972, uscì il quinto disco dei Led Zeppelin, la scelta della band di domare del tutto le differenti energie creative che li contraddistinguevano, integrandole definitivamente, fu chiara fin dalla prima visione della copertina dell’album. La musica degli Zeppelin era frutto dell’alchimia di ogni singolo membro del gruppo, ma sul piano concettuale il background era principalmente il risultato della sinergia dei due frontman: Robert Plant e Jimmy Page. Tale sinergia è stata interpretata dagli artisti che hanno lavorato alle copertine e agli art work per gli album del gruppo, in particolare dal quarto in poi. "Houses of the Holy" è l’espressione della perfetta simbiosi degli aspetti mistici, esoterici, o anche semplicemente “esotici” di Page, con quelli folk, fantasy, romantici della personalità di Plant. Culturalmente, filoni largamente cavalcati dalle band del periodo, dagli oscuri sabba delle streghe di Ozzy Osbourne alle atmosfere medievali dei Genesis. Forse solo nei Led Zeppelin, le due scuole di pensiero, così care agli artisti dell’epoca, figli di una rivoluzione culturale e della riscoperta del pagano come liberazione dai dogmi pre-imposti, trovano una così naturale e armoniosa fusione. Houses of the Holy, titolo emblematico che richiama a luoghi di culto (nel caso dei Led Zeppelin, i palchi da loro calcati in tutto il mondo), si apre già, fedele negli intenti ai messaggi allegorici del precedente disco, con il titolo scritto al contrario sulla busta del vinile, in caratteri celtici. Nella semplicità, in realtà un po’ nosense ma sempre d’effetto, di tale scritta, vi è probabilmente la semplice intenzione di confondere ed ammaliare il pubblico con un immediato collegamento immaginifico al precedente disco. Poi la copertina, un capolavoro. Al cinquantesimo posto delle migliori cover di sempre per la rivista Rolling Stones, sesto su cinquanta per VH1 nel 2003. L’immagine mostra diversi bambini (sei sul recto, cinque sul verso), biondi e nudi, maschi e femmine, nell’atto di scalare un singolare affioramento roccioso, protesi inevitabilmente verso il centro, quelli più in alto con le mani alzate come in attesa di una catarsi. Il tutto dominato da un cielo così caldo da essere surreale, come del resto surreali sono i colori ed i contrasti di ogni dettaglio nella foto. I Led Zeppelin non ebbero mai problemi legali, legati alla nudità dei bambini, nonostante questa cover abbia fatto storcere il naso a taluni. Tuttavia questa fu in parte “censurata” dalla banda bianca che attraversa orizzontalmente la copertina con il nome dell’album, sempre in caratteri celtici. I bambini in realtà sono solo due, Samantha e Stefan Gates, fratello e sorella di 5 e 7 anni, ripresi in diverse pose, in seguito montate sulle sfondo dal fotografo Aubrey Powell, artista del celebre studio Hipgnosis, che tra la fine degli anni ’60 e quella degli anni’80 realizzò le cover per numerose band di primissimo piano, tra cui Pink Floyd, Yes, Genesis e molte altre. Pare che l’ispirazione per il soggetto sia stato il romanzo di Arthur C.Clarke, “Childhood’s End”. Lo sfondo usato per la foto è l’evocativa formazione rocciosa detta Giant's Causeway, il selciato, o “sentiero in salita”, del gigante, in Irlanda. La scelta non è casuale, e ci riporta a quella matrice celtica figlia della passione di Robert Plant, la cui riscoperta era parte di un ampio movimento culturale, caratteristico, in quest’accezione particolare, delle band britanniche e del nord Europa in generale, ma anche dai loro “eredi” americani. Ciò che di questa riscoperta culturale ricollega le canzoni dell’album (e la discografia Zeppelin in generale), all’estetica caratteristica con cui si presentavano, era l’origine letteraria, il cui esponente più di spicco, soprattutto per noi contemporanei spesso “eruditi” dal cinema, è senz’altro J. R. R. Tolkien. I riferimenti alle sue opere più note quali Il Signore degli Anelli, Lo Hobbit e il Simarillion (quest’ultimo in particolare), si sprecano, tra le canzoni dei Led Zeppelin: da Ramble On a The Battle of Evermore, passando per la stessa Stairway to Heaven, e Misty Mountain Hop, molte delle quali composte nell’ispirativo ambiente di Bron-Yr-Aur, caratteristica residenza di Robert Plant nella tranquilla Snowdonia, in Galles. Già dal quarto album dunque, la cui estetica era dominata dall’elemento esoterico, si contavano, fra le tracce, riferimenti ed omaggi allo scrittore britannico. In Houses of the Holy, i riferimenti più palesi e singolarmente oscuri alla Terra di Mezzo, sono contenuti nella splendida No Quarter, un pezzo che spicca in un album dominato nel complesso da una grande spensieratezza e positività. Il senso di inquietudine della canzone ci riporta all’artwork contenuto all’interno dell’album. Qui vediamo stavolta un uomo adulto sulla cima di una collina scoscesa, di fronte ad antichi ruderi, innalzare con le braccia un bambino dall’atteggiamento esanime. La scelta dei contrasti nella colorazione della foto è simile a quella della copertina, con la differenza del cielo, che in questa immagine è azzurro. Da notare, tra l’altro, che sia questo art work che la copertina sono stati colorati a mano, con aerografo e spazzole, mentre originariamente erano in bianco e nero uno e seppia l’altra. Lo sfondo dell’artwork interno è il Castello di Dunluce (Dunluce Castle), non distante dal Giant’s Causeway. Il soggetto adulto della foto era tra gli adulti che, in teoria, dovevano inizialmente fare parte della composizione per la copertina, impostazione che fu in seguito modificata. Egli, come i bambini nell’altra foto, spicca argenteo tra i colori caldi e accesi dello sfondo. I modelli venivano infatti pitturati in oro e argento prima di effettuare gli scatti, per ottenere quel contrasto tanto innaturale quanto penetrante e misterico. È interessante notare la forte continuità “narrativa” tra copertina ed art work interno, nonostante la contrapposizione proprio emotiva che le contraddistingue. L’immagine di copertina è dominata da una sensazione di speranza, nella mistica scalata dei bambini, i quali emanano un’innocente bellezza che suggerisce serenità ed una sorta di primordiale saggezza. È forse solo il cielo a metterci in guardia. Ciò che accade dopo infatti, di fronte ai ruderi di Dunluce, appare inevitabilmente come un sacrificio umano. Ciò si ricollega perfettamente, nell’ottica misterica dello stile, all’immagine di copertina, ma ne modifica bruscamente la prospettiva nella mente dello spettatore. Il significato simbolico di tali immagini, nonché la loro contrapposizione emotiva, può avere molteplici direzioni. Innanzitutto, da un punto di vista prettamente culturale, il concetto di sacrificio umano è forse l’aspetto più oscuro dell’antica cultura celtica; vi sono prove scritte ed archeologiche del suo utilizzo, così come in quasi tutte le culture antiche. Venne proibito ai druidi di praticarlo dopo la conquista da parte di Roma (per motivi istituzionali, più che etici) e sparì del tutto con l’avvento del cristianesimo (almeno nella sua matrice prettamente celtica e pagana). Non si hanno prove particolari che i celti usassero bambini nei loro sacrifici, come avveniva a Cartagine o tra le popolazioni dell’America precolombiana, tuttavia la scelta di raffigurare dei bambini nell’immagine che fa da preludio a un sacrificio riporta proprio alla loro ben evidenziata innocenza e purezza, caratteristiche che li rendono il sacrificio ideale, e idealizzato, per una divinità. O un demone, nella successiva accezione cristiana. Da questo punto di vista la rilettura “neo celtica” di Plant si discosta dalla dialettica Tolkeniana, e si ricollega invece a quella esoterica di Page. Dico che si discosta da Tolkien, in quanto le sue opere, pur nascendo dall’universo delle saghe nordiche come Beowulf e Il Kalevala, sono comunque il frutto di un background cristiano (Tolkien si dichiarava tale), sia in molte scelte estetiche che in numerosi simbolismi, creando un universo nuovo pur partendo dall’unione delle culture (pagana e cristiana), che ha dato origine alla cultura occidentale. Il lavoro artistico dietro la filosofia dei Led Zeppelin si discosta dalla matrice cristiana, preferendo simbolismi unicamente pagani ed esoterici, in contrasto con quelli del cristianesimo, che li considera diabolici. Il fattore sacrificale, “smascherato” dall’immagine interna all’album, conferisce inoltre un ulteriore significato nascosto al titolo del disco; Houses of the Holy, (le “case dei santi”), non simboleggia unicamente i palchi calcati dalla band, simbolici templi “pagani” della musica, ma piuttosto rappresenta un luogo di culto esoterico in cui avviene un sacrificio umano. Il Giant’s Causeway, con il suo implicito riferimento a una creatura mitologica, feroce e pagana, è un luogo di culto perfetto. È proprio lo sfondo, con i suoi colori surreali e le sue caratteristiche nordiche, sia paesaggistiche che architettoniche, a donare a entrambe le immagini quell’alone tolkeniano di un mondo vibrante di magia, dominato da forze sovrannaturali. Una chiave di lettura è che quel mondo magico, nell’ottica Rock, è la musica, il bambino sacrificato rappresenta I Led Zeppelin, sacrificati al proprio pubblico, al proprio destino artistico, al proprio talento e anche, forse, alle etichette, ai cliché, ai media musicali e i suoi critici. A chi vuol vedere messaggi realmente subliminali, massonici o satanici nelle opere degli Zeppelin, rispondo che, personalmente, ritengo tali supposizioni siano frutto di suggestione o mancanza di lettura. Per Page e compagni la “magia” non era che un mezzo attraverso il quale raccontarsi e raccontare, un espediente per cogliere la verità non visibile all’occhio, la conoscenza del male per riconoscere il bene. Il quinto album raccoglie, nella sua estetica, l’eredità misterica del precedente, ma la completa attraverso gli elementi pop del fantasy e della riscoperta culturale del passato e delle tradizioni, con la loro magica poesia e la loro brutalità. Il puzzle di riferimenti e spunti presenti negli altri album aveva finalmente trovato la sua armonia in Houses of the Holy, e da quel momento in poi la band sarebbe potuta andare avanti e rinnovare definitivamente se stessa. Come loro, altre band, prima e dopo di essi, hanno esplorato quell’universo di segni magici e di personaggi misteriosi. La lettura che ne diedero i Led Zeppelin riuscì a creare un punto d’incontro culturale, estetico e musicale a tutti questi fattori, creando un modello che nessuna band hard rock intenzionata a scardinare i vecchi dogmi, poteva permettersi di ignorare del tutto. Non fu ignorato infatti, e mentre Page, Plant, Jones e Bonham rinascevano dalle ceneri del loro sacrificio tra le rocce del gigante, per poi sciogliersi di fronte alla morte del batterista, innumerevoli band ne raccoglievano l’eredità, la rimodellavano e la trasportavano nella nuova era degli anni’80, una nuova epoca in cui la musica, come ogni altra cosa, si raccontava per immagini, e quella galassia di simboli e colori, raccontata nelle canzoni dei Led Zeppelin e nelle misteriose e ambigue cover dei loro album, sarebbe esplosa in un universo di suoni martellanti e metallici, barbari guerrieri dall’oltretomba e divinità cadute.







 

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