KORN

KORN

Artwork

A CURA DI
NIMA TAYEBIAN
04/12/2014
TEMPO DI LETTURA:
9

recensione

1994. I Korn esordiscono con il loro primo album omonimo, edito dalla Immortal Records. La miscela proposta è un inquietante esempio di ibridazione fonica che a torto o a ragione qualcuno definisce "rap metal". L'elemento "rap" a dire il vero c'è, ma inglobato in una struttura terribilmente metallica (le partiture chitarristiche sono prese in prestito dagli ambiti thrash e death, e mutate in qualcosa di terribilmente afonico e spersonalizzato). Del genere di cui sopra rimangono certe skretchate tipiche e sicuramente a più riprese la voce di Jonathan Davies, la cui performance spesso ricalca quella dei cantanti del genere, lungi dall'esserne un emulatore ma anzi, reinterpretandola secondo un ottica più personale, colma di vera acredine, frustrazione (altro che certi gangsta rap colmi di rabbia farlocca). Da aggiungere che la componente rappata è destinata a prendere in qualche modo il sopravvento nel terzo Follow The Leader (1998) per poi tornare decisamente in secondo (forse in terzo) piano nel quarto, darkeggiante (epiteto da prendere in senso lato) Issues (1999) altro capitolo decisamente riuscito della saga. Il disco che prendiamo oggi in esame è una strana, virulenta, morbosa riflessione sull'innocenza, e di questa la perdita. I pezzi si rincorrono e susseguono portandoci ad un finale magistrale che in qualche maniera riassume quanto appena detto: uno sfogo edipico sul tema della violenza, dello stupro, di vecchie pulsioni sopite ma mai represse. Un disco oltre che "violento", anche (e soprattutto) sulla violenza, perpetrata contro chi non si può difendere. Un disco sull'innocenza violata. La scottante tematica affrontata nel disco è ben ripresa dalla copertina, sicuramente abbastanza implicita, ma ad effetto, destinata ad esplodere come una bomba a scoppio ritardato (specie dopo aver osservato il retro). Facciamo dunque un passo indietro. La copertina ci offre uno spettacolo tanto semplice quanto inquietante in una foto virata maggiormente sui toni del marroncino (il terreno, le ombre) e del rosato (l'immacolato vestito di un innocente bimba) che mostra una bambina vestita di rosa (un vestitino rosa a quadrettoni) seduta su un altalena intenta a scrutare un adulto di cui scorgiamo solo l'ombra. L'adulto si trova di fronte a lei, il capo leggermente reclinato (in questo senso non c'è molto da intuire, l'ombra parla abbastanza chiaro) e la bambina lo guarda serafica, forse con un vago moto di perplessità, mettendosi la mano vicino agli occhi per farsi scudo dai raggi solari, possibilmente troppo forti. La scena si cristallizza così, lasciando spazio a qualsiasi interpretazione su cosa voglia rappresentare questa scena, anche se un sottile moto di ansietà scivola come un serpente nelle nostre menti: considerando le tematiche "forti", incentrate sulla violenza, sulla violazione dell'innocenza, abbiamo come il dubbio che la ragazzina possa trovarsi di fronte a qualche personaggio "negativo"... magari un genitore violento o peggio ancora un pedofilo. Ma tutto sarebbe lasciato solo alle sottili elucubrazioni dello spettatore, se non fosse per la sorpresa tristemente offertaci sul retro. Il senso implicito della copertina, sul retro, viene praticamente spazzata via; lo scenario rimane il medesimo, ma l'altalena è vuota. Il silenzio offertoci dall'artwork diviene ancora più funereo e insopportabile. La bambina è scomparsa, non c'è più, ed intuiamo che possa essere stata rapita da quella "terrificante ombra", personificazione di tutte le nostre paure. Un pedofilo, un rapitore, un personaggio mostruoso che ricorda i fasti di un "Pennywise" ma trasportato in un ipotetico mondo reale. Non più Derry, città trasfigurata in cui ragazzini sono in balia di un male mostruoso ed indecifrabile, ma un suo corrispettivo umano - trasfigurato ma umano -  proveniente dai ricordi distorti di un giovane Jonathan Davies (il mastermind dei Korn è stato violentato da un vicino quando era ancora un ragazzino). O ancora, senza scomodare l'It di King, ci viene in mente la controparte reale del Pennywise, ossia il tristemente celebre John Wayne Gacy, il serial killer clown. Così, con questo disco e con la sua copertina si mette in scena uno spettacolo lugubre sul concetto dell'abuso, della perdita dell'innocenza che continua lugubre all'interno del booklet. L'ombra, la solita si staglia immensa sopra ai ringraziamenti (i soliti che troviamo spesso nei vari dischi di quasiasi band e che qui troviamo amplificati su diverse pagine a posto dei testi, stranamente omessi) mentre sul lato opposto del booklet pieghevole troviamo una foto che sembra quella del comodino (o scrivania o mensola) di un maniaco, con riviste pornografiche in bella vista su cui troneggiano "donnine" dalla faccia censurata. E le varie censure rappresentano scritte quali "whore", "liar", "bitch"(Un omaggio forse di Davies all'altro sesso. Ma più che di misoginia parlerei di provocazione). Insomma, a parte le musiche, bellissime (i Korn a questi livelli non li ritroveremo più. Forse l'ultimo vero lampo di genio è rappresentato da Untochables, mentre il resto, lungui dal dire che "vivacchia" è bello, ma inferiore al geniale esordio) viene offerto uno spettacolo per gli occhi non indifferente. Una copertina così è davvero magnifica nella sua terribile essenza, destinata a fare forse più rumore di tanto metal.