ABIGAIL

INTERCOURSE AND LUST

Artwork

A CURA DI
NIMA TAYEBIAN
17/03/2015
TEMPO DI LETTURA:
8

recensione

Il cosiddetto "thrash/black metal" sembra nato per divertire. Al contrario del black tout court, troppo impegnato a mostrare la veridicità della propria proposta (soprattutto per un periodo si faceva a gara per mostrare quanto si era TRVE) moltissimi gruppi appartenenti alla classificazione di cui sopra sembrano più attenti ad intrattenere, a coinvolgere, evitando di perdersi in pippe che preferiscono lasciare ad altri. Dunque vediamo come gruppi quali i Sabbat (giapponesi), gli Absu, i Blasphemophagher o gli Old, tanto per citarne qualcuno, considerino più importante il fattore dirompenza, l'impatto piuttosto che il voler essere considerati "true" a tutti i costi. Non potrebbero certo avere di queste pretese, dato che buona parte della proposta si regge su un neanche tanto malcelato fattore "citazionismo", sia della vecchia scena "proto black"(Venom, Celtic Frost e primi Bathory), sia di alcuni gruppi considerati fondamentali per la loro intransigenza sonora (i Motorhead, qualcosa del thrash teutonico): un gioco di rimandi che influisce sicuramente sull'effettiva originalità della proposta, ma non inficia in alcun modo sull'impatto dirompente del prodotto finale. I gruppi thrash/black amano dunque divertire. Questo particolare preambolo risulta doveroso per presentare la band di oggi, ossia i nipponici Abigail, gruppo senza dubbio coinvolgente, capace di intrattenere, di lasciarti un compiaciuto sorriso per l'intera durata di un loro disco. In particolar modo un disco come "Intercourse and Lust" (Modern Invasion Music, 1996), il disco preso oggi in esame - e secondo molti uno dei migliori -  primo tassello di una discografia composta di pochi full length (cinque sino ad ora), che diviene però sterminata se nel mucchio consideriamo anche gli innumerevoli split, ep e demo. I nostri (un duo, composto da Youhei alla batteria e Yasuyuki Suzuki a tutto il resto - voce, chitarra e basso dunque) mettono a punto un album sicuramente gradevole, dirompente, in alcuni frangenti veloce, con echi dei primissimi Bathory (ma qualcuno ci sente anche richiami à la Motorhead), che comunque non disdegna recuperi eterodossi (forti i parallelismi con i Cabal di Killjoy e i Cannibal Corpse di "Eaten Back To Life" sulla terza "The Crown Bearer" e accenni ai primissimi Death dell'intro di "Mephistopheles"). Un disco fatto per essere consumato tutto d'un fiato - come uno shottino del migliore sakè - scevro da qualsiasi elucubrazione o manierismo, forte e deflagrante come l'esplosione di una bomba a mano. Un disco che si presuppone "divertente" già dalla copertina, oggetto del nostro nuovo approfondimento. Una cover firmata Alechia Megarry, che sinceramente dal lato suo non offre niente di particolarmente originale se non  la rivisitazione di un'opera dello "Shunga" nipponico. Qualcuno a questo punto si chiederà cosa sia lo "Shunga". La parola, che tradotta letteralmente indica la "pittura della primavera" in realtà si riferisce ad un eufemismo dell'atto sessuale. Tale termine (derivata dal cinese "chongonghua", mutato nel giapponese "shunkyuga" ossia "immagini del palazzo di primavera") indica la pittura erotica giapponese e le stampe del medesimo tema. Lo Shunga ha visto il suo massimo splendore tra il 1660 e il 1868 (periodo Edo). L'origine degli Shunga comunque è cinese, e si dice che la sua genesi si possa ricercare nei pittori erotici del periodo Muromachi (1336 - 1573) che esasperavano le dimensioni dei genitali delle figure rappresentate, nonchè nei manuali di medicina del medesimo periodo. Tale "soggettistica" ha visto impegnati artisti di grande rilevanza nel sol levante, tra cui possiamo ricordare Keisai Eisen, Suzuki Harunobu, Isoda Koryusai e il grandissimo Utamaro. Gli Shunga hanno visto un netto declino nel periodo Meiji (1868 - 1912) ma comunque la loro eredità è da ricercarsi nei più moderni Hentai, ossia indistintamente sia gli Anime (cartoni animati) sia i Manga (fumetti) di carattere pornografico. La scena effigiata in copertina dunque è nulla più che un particolare non scabroso (la "suggerita" penetrazione sessuale è censurata) di una stampa Shunga, raffigurante un uomo che sorregge una geisha (entrambi coperti da un kimono; lei parzialmente svestita, con una coscia in evidenza a sinistra) mentre quasi sicuramente la sta possedendo, anche se si lascia l'effettivo atto all'immaginazione del fruitore. In più si cerca una impostazione grafica elegante ed accattivante, lasciando una buona metà destra completamente nera e piazzando il logo (molto interessante, sovrastato da un caprone ammantato) degli Abigail in alto a questa cesura nera. In basso invece si ritaglia un proprio spazio il titolo del disco - rosso come il logo -  "Intercourse And Lust". Alechia Megarry non fa altro, dunque che "decontestualizzare" un immagine preesistente riciclandola in una grafica nuova che possa servire da contenitore ad un disco metal (risulta comunque bizzarra la scelta, considerando il soggetto estremamente artistico e raffinato. Una scelta che difficilmente ci aspetteremmo di trovare in un disco black/thrash). Dunque, pur peccando un pizzico in originalità (siamo di fronte ad un operazione ready-made) l'artista va comunque applaudito, in quanto riesce a donare ad un parto cruento come quello degli Abigail un flavour più sofisticato, creando rimandi tra la loro musica, dura e cruda, e la voluttuosità dell'arte erotica giapponese, soffice e sensuale. Megarry, responsabile anche di copertine come quella per "Blood & Valour" dei Bestial Warlust e "Where Angels Die" degli Anatomy (interessante ed estinta realtà black/death) per ciò che concerne il fattore più prettamente artistico e di originalità sembra che negli album appena citati si trovi più a suo agio, creando (di suo pugno) scene infernali ed estremamente evocative. Mentre l'operazione svolta per il disco degli Abigail sembra più che altro un'operazione di stampo concettuale. Da notare, in chiusura, che successivamente Intercourse And Lust è stato sottoposto ad un operazione "restyling" mirata ad aggiornare il look dell'album. Il disco, ristampato dalla Nuclear War Now! presenta stavolta un immagine ben più riconoscibile da tutti gli amanti dell'arte nipponica, ossia il celebre "Sogno Della Moglie Del Marinaio" (1820) del maestro Hokusai, che ha come soggetto una donna posseduta sessualmente da un polipo. Il tutto in un sensualissimo colore roseo. Le considerazioni finali che si possono spendere per la cover art sono sicuramente positive: il richiamo alla tradizione nipponica è ottimo ed aggiunge un pizzico di cerebralità che in un prodotto black thrash finalizzato unicamente a "colpire" diciamocelo, non guasta. Manca l'elemento originalità, ma ritornando a quanto dicevo inizialmente, è così importante in un disco black/thrash? Non credo. Anzi, sono del parere che sarebbe opportuno farne più spesso di simili citazioni "colte", non solo nel metal ma un po' in tutta la musica.