ZHI REN

Who Fucked The Monkey?

2017 - independent

A CURA DI
FABRIZIO IORIO
22/09/2017
TEMPO DI LETTURA:
7,5

Introduzione Recensione

In questa occasione, Rock & Metal In My Blood vi porta a scoprire una band proveniente dall'Irlanda del Nord, dal nome Zhi Ren. Un nome sicuramente particolare, di origine cinese, che in sostanza significa "la persona". Scelta quanto meno inusuale, quella di adottare un moniker orientale; tradizioni, quelle della Cina, in netto contrasto con quelle autoctone dei Nostri, la vita e la storia millenaria della verde Irlanda. Una terra spesso associata (a ragione) alla musica più popolare e folkloristica, rimandante in ambito Rock a colossi quali Bono Vox degli U2, apparentemente a ben poco altro. Non saremmo la realtà che siamo, qualora ci associassimo al "sentito dire", tralasciando una piccola indagine doverosa da compiersi; proprio in virtù di questo,  possiamo affermare quanto il panorama metal irlandese pulluli sicuramente di valide e numerose realtà, ma che per un motivo o per l'altro non hanno mai avuto grossa fortuna al di fuori della loro nazione. Dovessi pronunciare qualche nome, mi verrebbero di sicuro in mente i Dead Label, i quali nel 2015 accompagnarono insieme agli americani Once Human di Logan Mader i ben più blasonati Fear Factory per il tour europeo e celebrativo dei venticinque anni dalla pubblicazione di quel capolavoro di cyber metal dal titolo "Demanufacture". Ed ancora, i più duri ed oltranzisti Abaddon Incarnate, attivi sin dal 1994 e dediti ad un Death/Black poi spostatosi verso lidi decisamente più Grind. Citando formazioni più giovani, sicuramente degni di nota sarebbero anche i thrashers Psykosis, in rampa di lancio. Ma concentriamoci meglio sugli Zhi Ren, i quali si apprestano ad invadere il mercato con il loro primo ep di quattro brani dal bizzarro titolo "Who Fucked The Monkey?" Per conoscere meglio i nostri quattro ragazzi che compongono la band dobbiamo anche conoscere il loro luogo di provenienza, ovvero la città di Cork. Una splendida location da cartolina che nasconde piccoli ma significativi tratti distintivi, o meglio, delle piccole curiosità che ci faranno sicuramente apprendere al meglio sia lo stile di vita dei Nostri, sia le abitudini ed influenze che questo paese ha da offrire. La band nella propria biografia cita esplicitamente di amare la birra, il sacro nettare che tanto delizia i palati di tutti noi. Cerchiamo per un attimo di non cadere nel solito luogo comune, volto a descrivere i metallari come incalliti bevitori di birra; bensì, andiamo a ricercare questa "passione" dei vari membri della band nel fatto che proprio in quel di Cork sia presente il Franciscan Well Brewery e cioè un birrificio nato dove un tempo sorgeva un monastero francescano, i cui abitanti ritenevano la bevanda al luppolo ricca di proprietà curative. Oltre a cattedrali storiche ed architetture antiche e di grande fascino, un'altra cosa a dir poco curiosa sta nel fatto che gli abitanti del luogo dicono di non fidarsi dell'orologio della torre, chiamandolo "il bugiardo a quattro facce". Già, perché stranamente i quattro quadranti posti ai quattro lati della torre indicano ognuno un orario diverso. Dopo questa piccola parentesi atta a conoscere il luogo di provenienza degli Zhi Ren, andiamo a conoscere meglio la band. Un gruppo formato da quattro elementi, che vede Criostoir O Dalaig alla voce, Pavol Rosa (il quale ha anche prodotto, registrato e mixato questo ep) alla chitarra, Eibhlin Palfrey al basso, e David Christy Jones alla batteria. La band si forma nel 2016, ma i vari componenti che ne vanno a far parte hanno in qualche modo già avuto delle esperienze prima di intraprendere questa nuova avventura. Parliamo di realtà quali Soothsayer (band atmospheric doom) che vede lo stesso Rosa ancora membro attivo, Pethrophia ed Inhale The Fall, band rinchiuse nel circuito underground locale. Sembra che questa volta il combo irlandese voglia uscire a tutti i costi dal proprio territorio nazionale, e se l'uscita di questo primo ep ha permesso loro di tenere numerosi concerti nella propria patria, l'intento è quello di portare la loro musica il più lontano possibile. In definitiva, dunque, cosa suonano questi Zhi Ren? In sostanza siamo al cospetto di un groove/hardcore bello incazzato e violento, il cui intento vero e proprio è quello di violentare l'ascoltatore assalendolo con tutta la violenza possibile. A tratti possiamo trovare anche delle venature di stampo death metal moderno, ma sono dettagli che andremo ad analizzare insieme nel nostro consueto track by track. Un consiglio; non lasciatevi ingannare dal bizzarro titolo e dalla copertina minimalista. Tasto play, e si parte!

Hypocrisy

Il primo brano che andremo ad analizzare è l'opener "Hypocrisy (Ipocrisia)". La prima cosa che udiamo è il suono caratteristico dell'accensione degli amplificatori, con quel ronzio iniziale che ne decreta il corretto funzionamento. Quattro colpi delicati di charleston e si parte con un growl potentissimo ed un altrettanto potente sezione strumentale. Il tutto si arresta improvvisamente per poi riprendere con una violenza impressionante. Il cantato è terrificante ed esasperato, disperato, ci viene chiesto se esiste un tempo in cui si potrà incontrare la nostra mente faccia a faccia. Tutto questo perché? Perché essere ipocriti fino al midollo comporta il fatto di credere alle stesse menzogne che vengono dette. Un po' come dire: "Ma credi davvero a ciò che stai dicendo?" Purtroppo l'ipocrisia può insinuarsi nei nostri comportamenti dominando le nostre parole. Non siamo quello che diciamo, facciamo delle cose solamente per compiacere agli altri e ne diciamo altre solamente per attirare l'attenzione. Questo continuo prendere in giro la gente, e soprattutto noi stessi solamente per guadagnare magari la fiducia altrui è un qualcosa di aberrante e viscido. Bisogna essere quel che siamo, senza filtri; probabilmente, però, questo a noi non basta... o non crediamo sia sufficiente per farci notare. Nel frattempo la band martella come non mai; doppia cassa a tratti esagerata, basso sempre in grande spolvero ed una chitarra sempre sugli scudi fanno da perfetto contorno ad un vocalist che sprizza delusione e rabbia da tutti i pori. Questo lo si sente benissimo nel suo essere così "pesante" nel proporre un timbro vocale di stampo brutal/death metal, che in alcuni casi incute veramente terrore. Una fortissima riflessione racchiusa in tre semplici frasi leggermente diversificate tra di loro ma identiche di contenuto: "Tu sei la stessa cosa che odi, tu sei la stessa cosa che odiate, tu sei la stessa cosa che odiamo". Ricevere lo stesso trattamento, ovvero questo raggiro fatto di belle azioni e parole, non ci farebbe certamente piacere; nonostante tutto, compiamo esattamente le stesse azioni. Per un momento non riusciamo ad immedesimarci in vittime, ma continuiamo a dar fiato alla bocca prendendo per i fondelli sia la gente che soprattutto noi stessi. Il tutto diventa di un'arroganza spaventosa, talmente grave da non farci vedere le conseguenze che questa potrà provocare. Il sound rallenta clamorosamente assumendo connotati a tratti doom, sorretto sempre da delle vocals di forte impatto emotivo. La domanda che viene spontanea potrebbe essere la seguente: perché arrivare a ciò solamente per compiacere gli altri? Una risposta potrebbe essere quella della solitudine, una situazione certamente complicata di non facile soluzione la quale potrebbe portare alcune persone a cercare di fare qualcosa che li renda finalmente visibili alla massa. Oppure, si potrebbe pensare che per raggiungere grandi obbiettivi si ricorra a questa forma di "lecchinaggio" per poter ambire successivamente a posti ed onori sempre più alti. Per quel che mi riguarda, credo sinceramente che alcune persone siano viscide nel loro interno. Non fraintendete, è la stessa natura umana che ci spinge a fare queste cose... quando basterebbe davvero poco, essere solamente noi stessi, per ovviare il problema. Ognuno è diverso dall'altro, con personalità ben marcate poste alla base di ciascuno di noi; basterebbe solamente farle venire fuori. La song si avvia alla sua conclusione con un rallentamento sempre più viscerale del sound, fino a sembrare strascicata mediante un effetto specifico, per poi spegnersi con un suono artificiale ripetuto per un brevissimo istante in loop. Devo dire che, per essere il brano di apertura, mi ha piacevolmente colpito. Non è nulla di trascendentale, chiariamo, ma è dotato nella sua brevissima durata di una carica dirompente pazzesca. Un testo espresso molto bene e soprattutto un sound granitico che risalta le qualità dei singoli. 

Jinn

Proseguiamo con il brano dal titolo "Jinn". Un titolo che potrà anche dirvi poco o nulla, ma scavando a fondo nella storia della parola, risalendo alla sua etimologia, scopriamo Jinn in arabo significa genio. Un'entità soprannaturale della cultura pre islamica e musulmana che fa da tramite tra umanità e mondo ancestrale. Con un attacco crescente e soffocato di chitarra, il suono si fa largo attraverso i tom di David che con grande impeto danno il via alle ostilità. Con un urlo disumano da parte del singer, il quale dà voce a questa entità,  la band ci invita a seguire il genio per testimoniare contro la nostra coscienza. Siamo degli esibizionisti, siamo delle persone false e bugiarde. Qui, in questo luogo dove verremo portati, ci troveremo faccia a faccia con le nostre colpe, e questa volta non potremo fuggire. Dovremo abbeverarci delle nostre paure mentre il genio si spingerà piano piano dentro di noi. Dopo questo inizio a dir poco terremotante, la band decide di allentare per un attimo l'acceleratore concedendo solamente a basso e batteria di accompagnare una voce lugubre e piuttosto bassa di tonalità, per dare una sensazione di oscurità e smarrimento, instauratasi intorno a noi. Questo espediente viene usato nuovamente una seconda volta, ma in questo caso il singer è più tagliente a livello timbrico. La chitarra torna a farsi vedere con rinnovata potenza, e mentre il brano trova il suo apice a livello uditivo, le nostre paure diventano talmente palpabili da incarnare la nostra stessa vita. Una frase sconcertante, ad un certo punto, abbatte ogni realtà: "la tua mente non è mai stata tua, sono sempre stato qui ed ho sempre sentito il tuo dolore". Qui i dubbi prendono una forma gigantesca. Non siamo mai stati noi stessi, e quindi la nostra personalità ed il nostro pensiero non dipendevano da noi. Come minimo, dopo aver appreso questa disturbante realtà, la depressione e l'oscurità non potranno fare altro che avvolgere la nostra anima per imprigionarla definitivamente, in maniera tale da non permetterci mai più di scorgere nemmeno un filtro di luce e di lucidità. A livello puramente sonoro il brano in questo frangente soffre un leggero momento di stanca, ma si riprende con un impeto esagerato proprio sul finale, dove a livello ritmico la band mostra veramente di che pasta è fatta. Credete che sia finita qui? Assolutamente no. Perché ci viene rivelata un'altra terribile realtà; ricordate la frase citata poc'anzi? Ecco, l'ultimo vagito è il seguente: "Sono sempre stato qui, sono sempre stato il tuo dolore". Agghiacciante il fatto di scoprire che all'interno di ognuno di noi si sia insinuata un'aura estranea in grado di manipolarci a proprio piacimento. Un sorta di doppiogiochista che vuole metterci di fronte alle nostre malefatte per poi rivelarsi esso stesso l'autore di tutto ciò. Concluso anche questo pezzo, posso affermare che a livello prettamente musicale non faccia proprio gridare al miracolo, e seppur riesce a farsi apprezzare con soluzioni sempre ben calibrate e soprattutto potenti, è il testo ad uscirne vincitore su tutti i fronti. Bello, appassionante e riflessivo, dove tutto è il contrario di tutto fino alla scoperta della verità. Veramente interessante. 

Ghost Of Impermanence

Arriva il turno di "Ghost of Impermanence (Fantasmi dell'Impermanenza)"Pavol con la sua chitarra è il protagonista di questo inizio, e si fa sentire in maniera timida fino all'arrivo del compagno David, il quale con il suo drum set permette anche al basso di Palfrey di entrare in scena dando un'impronta marcata ben precisa a questo inizio di brano. Le sonorità che ne seguono, ovvero un groove bello pompato, richiamano moltissimo i tempi della celeberrima band di Phil Anselmo e soci. Questa sezione risulta veramente ben fatta, esaustiva ed appagante, spegnendosi quasi a sorpresa con un solo di basso per permettere al chitarrista di tessere distorsioni tirate fino all'osso, dal vago sapore hardcore/doom. Durante questa fase veniamo accompagnati per il nostro ultimo cammino da questo fantasma dell'impermanenza. Apriamo per un attimo una piccola parentesi, mediante la quale potrò spiegarvi in sostanza il significato di questa strana parola. Nichiren Daishonin è stato, fino al finire del 1200, un monaco buddista giapponese il quale affermò quanto segue: "Chi ha ricevuto la vita, non può evitare la morte". Ecco spiegato il senso del nostro ultimo viaggio. Ma badate bene, non si tratta di un percorso fatto di dispiaceri o sofferenza, ma bensì di un cammino che servirà a cogliere i lati positivi della nostra esistenza. Ci mostrerà il vero senso della vita mentre sorseggeremo gli ultimi raggi del sole, respirando lentamente quell'aria che fino a quel momento ci ha tenuto in vita. Ci verranno sussurrate ogni tipo di saggezze, come quella conoscenza capace di dominare la nostra coscienza, assicurandoci il dominio nel nostro essere. Vedere oltre la vista, osservare più che guardare semplicemente cogliendo ogni sfumatura possibile ed inimmaginabile. Dopo questa prima strofa ritroviamo finalmente quella cavalcata groove che tanto ci aveva deliziato il palato, assecondiamo per un attimo il nostro fantasma per lasciarci andare ad un headbanging furioso e soddisfacente. Torniamo per una attimo ancora da lui, intento ora a farci notare che anche nelle bugie si nasconde un briciolo di verità e positività. Non staremo qui per molto tempo, anzi, se paragonato alla nascita della nostra amata Terra possiamo capire quanto il nostro viaggio terreno sia di durata veramente irrisoria. Ed ecco quindi che è necessario sentire la bellezza di tutta la vita in ogni momento, cercando di prestare attenzione anche a ciò che per noi è sbagliato. Ottimo in questo caso il lavoro di ogni singolo strumento, che si completa l'uno con l'altro. A livello vocale è sempre un piacere ascoltare le sfuriate di Criostoir, le quali in questo episodio sono sì sempre ficcanti e decise, ma contemporaneamente dotate di quella sfumatura più controllata, adattissima per un racconto del genere. Proseguendo nei nostri ultimi metri che ci separano dalla inevitabile morte, impariamo anche un'altra ed importante lezione: l'ignoranza aiuta chi non vuole vedere in faccia la realtà e non dobbiamo fare in modo che il suo sguardo ci conduca alla sconfitta interiore. Tutto il nostro tempo, che sembra essere non finire mai, è in fondo una misera clessidra esauritasi prima che potessimo rendercene conto. Ragion per cui, ognuno di noi ha bisogno di trovare il significato di ogni singola cosa o situazione, per apprendere ed apprezzare al meglio la vita. In ultima battuta sentiamo un ottimo riff che si interrompe improvvisamente e bruscamente a favore di stop and go, reiterati fino ad un finale dettato da un ultimo assalto sonoro di panteriana memoria, chiuso da un rullante costante più un suono artificiale. Espediente grazie al quale si chiude di fatto un altro ottimo brano ben eseguito, che trova ancora una volta il proprio punto di forza nel testo narrato. 

Burrow

Chiude questo EP "Burrow (Tana)". L'inizio è molto interessante, dove possiamo sentire dei suoni tipicamente di stampo industrial. Il tutto ha un sapore alienante, ma la cosa veramente spettacolare sta nell'attacco di basso e batteria, dove il primo inanella una sequenza devastante di note distorte, mentre la seconda martella la doppia cassa in maniera affascinante e dirompente. Con l'arrivo della chitarra ritmica le cose iniziano a farsi estremamente pesanti, con l'instaurarsi di un groove veramente fantastico, capace di farci balzare letteralmente dalla sedia. Una potenza sprigionata a dir poco imperiosa che non lascia alcuna via di scampo. Con un attacco così si potrebbe pensare che ora i Nostri tirino dritti verso un'unica direzione, ovvero quella di demolirci dall'inizio alla fine di questi tre minuti e trentuno secondi senza un benché attimo di respiro. Beh, in sostanza l'intento è quello... ma c'è molto di più. Iniziamo subito col dire che il cantato è feroce, cattivo e ruvido, in grado di dar voce ad una nuova vita, affacciandosi quest'ultima per la prima volta dopo essere rimasta per molto tempo imprigionata sotto metri di terra, senza mai aver avuto l'opportunità di vedere la luce. Arriva però un momento in cui questo pezzo di terra viene annaffiato per la prima volta; da questo semplice gesto inizia quindi un percorso che porterà alla nascita ed alla crescita di questa nuova vita, fino a farla germogliare in tutto il proprio splendore. Questa ovviamente è una metafora, anche un po' particolare, per cercare di farci intendere che la vita dell'uomo è vuota, soffocata dagli eventi e che quel poco di buono che si può trovare rischia di annegare da un momento all'altro. La voce di Criostoir è decisamente potente, il suo cantato sfiora più volte il growl, ma non è monocorde, piuttosto è grintoso nel suo narrare un percorso che lo ha portato a risiedere nella profondità, dove il suo vero essere è stato sepolto sotto la propria pelle per moltissimo tempo. La band si muove potentissima verso territori hardcore, con soluzioni decisamente interessanti per quanto riguarda il comparto chitarristico, sempre ben presente e protagonista indiscusso di questo brano. Anche la sezione ritmica svolge un lavoro caparbio, veramente interessante per il genere proposto, con un basso che sembra essere un'arma in più nell'appesantire il sound. La veemenza iniziale a tratti scompare per lasciare posto a parti più ragionate ma sempre di forte impatto, e soprattutto nella seconda parte il rallentamento generale è veramente repentino. Pavol Rosa arriva ad un punto in cui sembra volerci confondere le idee grazie ad accordi stonati che però creano quel giusto equilibrio tra follia e cattiveria. Un collante insomma che smorza per un attimo la tensione. Ad un certo punto il singer sembra sussurrare più che cantare, ed aiutato da filtri vocali molto disturbanti, riesce ad aumentare così questa sensazione di abbandono totale e di soffocamento che viene maggiormente enfatizzata dal fatto di farci immaginare in prima persona cosa si prova ad essere sotterrati aspettando quel qualcosa che possa farci tornare a vivere. Basta un attimo per cadere in depressione, per vedersi crollare il mondo addosso. Ed è veramente difficile trovare gli stimoli giusti per rinascere, o semplicemente per avere uno stimolo per continuare a vivere. Eppure, pensiamoci bene; in mezzo a tutta questa sporcizia, a questa violenza, a questo schifo che ogni momento dobbiamo affrontare, basterebbe anche solo un sorriso per accendere una piccola e flebile speranza. Invece no, in questo nostro terreno dove siamo in attesa di acqua per poter ricominciare, riceviamo solamente piscio e veleno. Il brano a questo punto diventa veramente esasperato, senza perdere però il controllo della situazione. Quello che colpisce maggiormente, nonostante la breve durata di "Burrow", sta nel fatto che abbiamo un vocalist in grande forma capace di farsi sostenere a meraviglia dal resto della band. Devo dire che sono rimasto parecchio colpito da questa song; veramente potente e ben strutturata e probabilmente la migliore del lotto, a livello musicale. A tratti non sono riuscito a mantenere la testa ferma. Ti trascina, ti prende per mano nell'intento di farti provare la sofferenza. Una sofferenza che rischia di spegnersi definitivamente come questa nostra vita, che non vedrà probabilmente mai la luce.

Conclusioni

Cosa dire, dunque, di questo "Who Fucked The Monkey?" Sinceramente mi sono avvicinato a questo lavoro non sapendo effettivamente a cosa andassi incontro; la curiosità stava nascendo nelle giuste dosi, anche soprattutto osservando la cover (ad opera della stessa bassista Eibhlin Palfrey), particolare come giò detto in fase di introduzione. Dopo aver ascoltato le quattro tracce presenti in questo EP, posso tranquillamente giungere alla conclusione che questi ragazzi hanno delle potenzialità enormi ed una spiccata personalità. Il genere da loro proposto non è dotato di chissà quale particolarità, ma la cosa interessante e soprattutto importante, è che i Nostri lo propongono in maniera convinta, decisamente consapevoli dei propri mezzi. Ed hanno tutte le ragioni, per esserne convinti. Musicalmente parlando, i brani sono molto piacevoli da ascoltare e personalmente ho trovato una buona varietà di situazioni che li diversificano tra di loro, impresa assai ardua per molti gruppi ma non per questo combo irlandese. Il primo brano, "Hypocrisy", ha un impatto deciso e travolgente che colpisce duramente il sistema nervoso dell'ascoltatore. Breve, diretto e violento, come piace essere alla band. I due pezzi successivi sono meno violenti per impatto, ed anche se a tratti il gruppo si lascia andare in soluzioni dirompenti, i veri punti di forza di entrambi sono senza ombra di dubbio i testi. Raccontati benissimo, capaci di trasportarti in un immaginario per certi versi disturbante ma di grande fascino emotivo. L'ultima "Burrow" invece, credo sia la traccia che meglio rappresenti la concezione di testo avvolgente condito da musica di grande qualità. L'assenza di pressoché un minimo assolo è una scelta che si è rivelata vincente per la ottima riuscita dei singoli brani, i quali in sostanza puntano gran parte della loro struttura proprio sulla potenza esecutiva. Il drumming è bello carico, chirurgico e mai troppo sopra le righe ma dotato di un grande appeal quando la song richiede la sua spinta. Il basso è l'elemento che forse più di tutti svolge il doppio lavoro di accompagnamento e supporto costante al compagno chitarrista, dove in un paio di occasioni possiamo anche ascoltare dei soli che riempiono la mancanza di una seconda sei corde. Chitarra che in mano a Rosa sembra avere una carica devastante ad ogni accordo. L'esperienza da parte del musicista accumulata fino ad ora deve avergli proprio fatto bene, vedendo il risultato ottenuto in questo mini disco. Padronanza eccellente dello strumento ed efficace in ogni tipo di occasione. Ciò che maggiormente mi ha fatto apprezzare il suo lavoro risiede proprio nel fatto di non basarsi solamente su quei due o tre riff in ogni brano, ma bensì di cercare di variare con soluzioni studiate e ricercate. Risponde all'appello - naturalmente - anche la voce di Criostoir, la quale ho trovato veramente grintosa e mai banale. Sicuramente la fase di mastering a cura di Adian Cunningham ha dato risalto alla brutalità espressa, ed il livello interpretativo ne ha sicuramente beneficiato. Bravissimi i nostri irlandesi nel saper coinvolgere con un songwriting fresco e riflessivo, ed altrettanto bravi nel ricreare musicalmente quella giusta colonna sonora che sembra proprio essere perfetta per i testi raccontati. Credo che la band mostri, senza alcun dubbio, grandi margini di miglioramento; questo poiché potenzialmente meritano veramente attenzione, un'attenzione che deve esser loro concessa per potergli permettere di allargare i propri orizzonti "geografici", arrivando a collaborare con etichette e personali disposti ad elargire budget consistenti ed in grado di spingerli verso la perfetta realizzazione di un full-length. Ovviamente, ora, la curiosità di ascoltare un disco completo del nostro quartetto diventa stuzzicante. L'unico appunto che posso presentare, dopo aver analizzato a fondo questi quattro brani, è quello di puntare di più sulla velocità di esecuzione; perché è proprio quando la band spinge al massimo, che ottiene i risultati migliori. Sicuramente promossi e consigliati.  

1) Hypocrisy
2) Jinn
3) Ghost Of Impermanence
4) Burrow