WINDIR

Sóknardalr

1997 - Head Not Found

A CURA DI
FEDERICO PIZZILEO E DANIELE VASCO
16/03/2018
TEMPO DI LETTURA:
8,5

Introduzione recensione

Questa nuova storia inizia nel 1994, in una delle ultime terre che aprono la via verso Capo Nord da lì fino agli immensi ghiacci polari. Una storia nasce nella terra del Geirangerfjord e Nærøyfjord dove i ghiacciai si sono ritirati e le acque hanno invaso le vallate. Un regno che sembra tanto lontano quanto invece è vicino, un regno adagiato su quella costa scandinava che si affaccia verso le coste britanniche: la Norvegia. Un racconto che nasce in una terra dove l'immaginario comune sogna verdi vallate, alte cime che si stagliano verso il Cielo degli Dei, bianchi e candidi mantelli di neve che ovattano ogni rumore. Una terra che per noi specialmente è la culla di una forma musicale estrema, complessa, scura, terrificante, onirica e affascinante che trova qui la sua culla negli anni Novanta del secolo scorso. Ma non nelle più note Oslo o Bergen che avrà luogo ciò che vogliamo raccontare ma in una cittadina poco conosciuta al di fuori delle lande scandinave: Sogndal, nella contea di Sogn og Fjordane. Ed è proprio qui che muovono i primi passi i protagonisti di questa storia: i Windir. I Windir ("Guerriero" nel dialetto di Sogndal) sono una band Black  / Folk / Viking Metal norvegese originaria di Sogndal. Un progetto con radici ben piantate nella sua terra d'origine, nelle sue tradizioni e nel suo folklore sia storico che linguistico. Una caratteristica che mette questa band su un piano, a livello lirico, ben diverso e più particolare rispetto ad altri gruppi. Una scelta che si rivela subito ottimale per queste storie che si perdono tra le pieghe del tempo. Il progetto nasce come one man band fondato nel 1994 da Valfar (Terje Bakken). Terje è nato e cresciuto a Sogndal e di ciò ne va molto fiero e come detto poc'anzi si può chiaramente notare l'importanza di Sogndal nei suoi testi. Terje decide di formare i Windir in una band completa mentre frequenta l'università, insieme ad alcuni compagni di classe che sarebbero poi diventati i membri della band. Valfar nella prima fase del suo progetto, a differenza di molti, non si lascia tentare dalla lingua d'albione per i suoi testi e scrive tutte le liriche in sognamål, il suo dialetto norvegese (per essere più precisi una forma antica di questo dialetto stesso chiamata Saognamao), solo successivamente decide di passare all'inglese nel tentativo di appellarsi ad un pubblico più ampio. Nonostante il suo stile vocale, Valfar non hai mai messo in relazione la sua musica con il Black Metal, probabilmente a causa dell'operato della scena e di come è stata stereotipata. Invece, soprannominò lo stile musicale dei Windir "Sognametal". Abbiamo appena detto Black Metal, okay, per chi fosse un neofita sarebbe meglio fare una rapida deviazione e spiegare di cosa si sta parlando, inoltre, ai fini di questa storia torna sempre utile: metal estremo... nero metallo... black metal. La storia del Black Metal è un racconto dall'intreccio complicato, pericolosamente fanatizzabile e per molti versi ancora indecifrabile nella sua profondità, dove la catalogazione e l'etichettatura la fanno da padrone (un po' come per il resto della scena Metal), interpretazioni guidate da pregiudizi e condanne. La forte caratterizzazione che inevitabilmente porta a un pregiudizio che contamina un Movimento che non concede un'interpretazione unica e precisa; come non si può considerare unica la sua origine. È come un figlio di una famiglia allargata. Quando si parla di Black Metal, si fa subito riferimento alla scena scandinava (Norvegia, Svezia, Finlandia). Nell'immaginario collettivo il Nero Metallo è certamente accostato al Nord Europa in senso lato, alle sue grandi ed impenetrabili foreste, al suo clima gelido, allo Spirito pagano degli Antichi Dei. Non è un errore riferirsi a queste precise scene, quando si inizia ad affrontare tale discorso; del resto il "genere", generalmente underground, è diffuso perlopiù in Europa, ma lentamente sta acquisendo una crescente notorietà da parte delle nuove generazioni di ascoltatori, di tutti i paesi. Le sue tematiche discusse, spesso vicine a satanismo, paganesimo, misticismo, esoterismo, mitologia e Anti-Cristianesimo sono state il veicolo per fomentare alcuni fatti di cronaca che hanno visto come protagonisti i suoi esponenti, una sequela di suicidi, morti ammazzati e chiese incendiate (ma per il mero gossip esistono sedi più appropriate). La musica però è quanto di più interessante e potente sia mai stato concepito nel ventesimo secolo. Ma queste sono nozioni che un qualsiasi amante  e sostenitore della scena (anche delle realtà più piccole) conosce meglio delle filastrocche per bambini. Quindi perché ripetere un discorso già fatto? Semplicemente perché queste parole rientrano perfettamente nella nuova storia che stiamo per raccontare e tornano comode per reintrodurre il discorso e per introdurlo per chi, come sopra, fosse la prima volta che si affaccia su questo mondo ancora sconosciuto e spesso (anche troppo) travisato e male interpretato. Ed è proprio all'interno di questa fitta foresta di luci e ombre che si ergono delle figure importanti per la nascita e l'evoluzione del Movimento Black, parliamo di bands come Emperor, In The Woods, Ulver, Enslaved o Bathory. I gruppi che poi abbiamo nominato si riveleranno fondamentali, stilisticamente parlando, per comprendere appieno la storia dei Windir, non solo per il genere di appatenenza che ormai è chiaro come la luce del sole ma per l'uso della strumentazione, per lo stile nella composizione dei brani, per le influenze oppure per come dar vita ad arrangiamenti più complessi e articolati. Uno stile che si può trovare anche nei lavori di gruppi successivi ai Patriarchi del genere come Borknagar o Kampfar. Ma scopriremo anche, rifacendoci a quando detto inizialmente, alla forte connotazione poetica e romantica (ma non nella maniera in cui vengono normalmente intese queste due parole) che fuoriesce dalla musica del gruppo. Torniamo alla nascita della band.  Durante il primo periodo, nella mente di Valfar prendono forma quelli che saranno i primi vagiti della sua musica: Sognariket" (Self-product, 1994) e "Det Gamle Riket" (Self-product, 1995) due Demo che gli aprono le porte per affermarsi nell'underground tanto da ottenere il primo contratto discografico. Grazie ai primi due Demo, il polistrumentista e cantante norvegese può così dar luce al suo primo full-length che segna il suo debutto vero e proprio: "Sóknardalr" (Head Not Found - 1997), il cui titolo è tratto dall'antico nome norvegese della città natale di Valfar: Sogndal.  Il debut-album (che verrà poi pubblicato nuovamente per ben quattro volte sempre sotto l'egida della Head Not Found nel 2001, nel 2005, nel 2010 e infine nel 2014 senza mai però presentare varianti o aggiunte di b-sides, outtakes o bonus-track) viene registrato in soli quattro giorni nel Gennaio 1997 e messo in commercio nel mese di Aprile dello stesso anno. Tranne per le parti di batteria (eseguite da Steingrim), l'intero lavoro è stato composto e suonato da Valfar . Collochiamo ancora meglio, a livello temporale questa storia; prima eravamo nel 1994 e ora siamo nel 1997 e il Panorama Metal vede il susseguirsi sugli scaffali di corpose uscite discografiche che in un modo o nell'altro hanno lasciato il loro segno sulla scena globale. Dai Dark Tranquillity con "The Mind's I" a "Serpents Of The Light" dei Deicide per giungere ad un masterpiece del Black Metal come "Anthems To The Welkin At Dusk" dei già citati Emperor eccetera. All'interno di questa nuova ondata, trova spazio Valfar con la sua creatura, rivelando subito tutto il suo alto potenziale.

Sognariket sine krigarar

Posta come apripista del platter, troviamo un incipit alquanto ammantato di un'atmosfera ferale: Sognariket Sine Krigarar. Un breve silenzio e poi subito l'avanzata della chitarra e della doppia cassa che accresce l'immedesimarsi nella storia che abbiamo iniziato a svelare. Ecco che il guerriero di Sognariket si manifesta con il grido di Valfar, su note di tastiera che scandiscono l'avanzata del milite. Ecco che la voce cruenta e ferale del nostro si investe di questa prima introduzione del racconto. Fimrite, signore della contea, lascia che il suo guerriero muova i passi in questo territorio, pronto ad uccidere e portare oscurità. Come una voce fuoriscena, il canto del Nostro si palesa nella sua calda voce, sottoscrivendo il canto graffiato che caratterizza invece l'incipit del brano. L'atmosfera entra in gioco e modella la percezione che possiamo avere di questa storia, ricreando in modo impeccabile le parole che sono di difficile traduzione per noi in quanto scritte in un dialetto norvegese. Ma più andiamo avanti nel  racconto e più ci rendiamo conto di come i Windir riescano con ardore a raccontare per mezzo della musica di un qualcosa radicato nella propria terra di origine. L'ensemble degli strumenti, plasmato minuto dopo minuto continuano ad essere circondati da astute intromissioni di un canto in pulito, etereo e decisamente sconvolgente, con cui vediamo realizzarsi l'immagine di questo guerriero, pronto ad uccidere e capace di caricarsi di odio al solo pensiero di ciò che i cristiano hanno fatto nel periodo di cristianizzazione di quelle terre. Gli arrangiamenti riprendono dunque piede, ideati per mano del solo Terje Bakken, il quale si occupa sia delle linee di tastiera che della voce e della sei corde. Il racconto che viene a delinearsi si sviluppa in un primo piano del suddetto, il quale si prende la briga di raccontare e di trasformare in note musicali l'intero operato e l'astio provato da questo sedicente guerriero. Quest'ultimo incaricato di affrontare e difendere i propri territori dall'avanzata dei cristiani. Un argomento scottante e per alcuni scontato quello del rifiutare il credo cristiano e di combatterlo in onore del proprio popolo. In realtà, le storie popolari norvegesi raccontano di questi avvenimenti, proprio In virtu' di questa oppressione esercitata in tempi remoti ma ancora così attuale. La musica creata da Bakken e Steingrim, crea un andamento ricco di furia e per nulla scontato, in cui si incontrano momenti di più risolutezza compositiva ad altri momenti di leggero calo di velocità, in concomitanza del presentarsi di un cantato più evocativo e di uno più vendicativo. Un perfetto esempio di introduzione del melodico in opere estreme. In fase conclusiva, infine, dopo un urlo simile ad un grido di battaglia o più propriamente ad una carica guerriera, una maledizione viene lanciata a coloro i quali continueranno nel cercare di possedere quei territori: "nei prossimi mille anni, vi dico che proverete guerra...odio...terrore". Con, in sottofondo la carica degli strumenti, prossimi ad affrontare la battaglia, ecco che la cornice di questa prima traccia viene a chiudersi, proprio come le prospettive di coloro i quali incontreranno il fatale guerriero.

Det som var kaukareid

Un giro di chitarra abbastanza pulito e melodico ci accoglie all'ascolto di Det som var haukareid. Il giro della sei corde, infatti, si intreccia in perfetta sintonia con l'incedere cadenzato della batteria di Steingrim, mentre fa la sua entrata in scena la voce del fondatore del gruppo, che ci da il benvenuto (in una veste sempre di prima persona) in un fitto bosco, dove lui dimora, chiedendo di non disturbarlo. Mentre il graffiante suono delle sue corde vocali continua ad avanzare, la tastiera sottolinea con note di organo il passo mantenuto della chitarra, toccando corde sottili che lasciano intendere l'oscurità di questo bosco. Il protagonista si trova da solo, immerso tra gli alberi e continua a dirci di essere i benvenuti, raccontando di come il potere e la saggezza lo abbiano richiamato. Dunque i cori si ripresentano per acuirne l'atmosfera, in un interessante accordo sinfonico gelido, capaci di creare in mente dei paesaggi tipici, circondati da verdeggianti vallate e fiumi che scorrono gelidi. Ambienti ampi, ove la neve si posa leggera. Haukareid si mostra essere una zona boschiva della contea di Sognadal. Ecco che il brano prende forma in questa semplice spiegazione. Che il racconto prenda piede nella visione di uno spirito del luogo che abita in questi luoghi? In effetti sarebbe difficile dover interpretare con certezza un testo scritto, come già detto, in un dialetto di difficile traduzione...tuttavia possiamo certamente immaginare come abbia interessato particolarmente il folklore locale questo landvaettir. L'approccio di benvenuto che ci offre, sicuramente lascia intendere la facilità di connessione con il summenzionato, a meno che non ci sia una volontà malsana di deturpare quei luoghi. Ma in mezzo alla composizione melodica, c'è un certo alone di sofferenza che si insinua tra le parole. Ed è in questo che Valfar e compagno si realizzano come ottimi compositori, capaci di passare emozioni contrastanti, di freddo e caldo, in un brano solo. Proprio nelle ultime strofe, dice "...potevate fare qualcosa a riguardo...", lasciando intendere come ci sia qualcosa con un certo peso che abbia condizionato il classico scorrere degli eventi. Quel sentimento di sofferenza che richiamo un certo atto distruttivo nei confronti di questo bosco che viene citato nel brano. Non possiamo certamente lasciare nulla al caso; siamo qui' come conoscitori di questo primo lavoro dei nostri, che vuole raccontare qualcosa di radicato nella propria terra di origine...come già il titolo del platter preannuncia. La sfera emozionale ne risente di questi sbalzi di melodia che condizionano l'esperienza sonora di un comune ascoltatore. Senza poter capirne le parole, la musica si manifesta rivelatrice di talune esperienze che ognuno di noi ha già vissuto e che rivede, come in uno specchio, attraverso il mostrarsi, minuto dopo minuto, degli strumenti. 

Mørket sin fyrste

E da una ricca boscaglia, ci spostiamo in cerca del terzo racconto che prende il nome di Mørket sin fyrste (il cui titolo in origine, era "Mørket Sin Fyrste", gia' presente nel demo Det Glemte Riket). Ad aprire le porte, ecco un attacco di sei corde decisamente influenzata da Bathory e che continua la sua ridda per merito all'introduzione della doppia cassa e del crash che permettono di non stancare, perpetrando il proprio suono nel loro incedere avvolgente. Un insieme melodico e deciso di melodie che, sebbene siano ripetitive, come da tradizione, permettono ancora una volta di immergersi nel continuum esposto dal gruppo. Un coro fa la sua entrata in scena, vibrante e capace di trasmettere il senso delle parole pronunciate: "Non mostrare misericordia", che come se fosse un comandamento, racchiude il principio del guerriero che non deve avere pietà del proprio avversario. Non può "porgere l'altra guancia" come altri direbbero, altrimenti verrebbe freddato senza aver la possibilità di pensare. La particolarità di questo brano risiede nella lenta esecuzione e sublimazione degli strumenti, ricreando uno scenario altrettanto particolare, mescolato all'altrettanto particolare uso della graffiante voce di Valfar. Inebriante tappeto musicale che ricorda vagamente le opere ipnotiche del Conte. Il concitato battere del crash, risveglia gli animi e permette di mantenere l'attenzione alta, mentre con la tastiera si delinea una cornice altrettanto imponente che permette di evidenziare l'abilità dei due di poter creare arrangiamenti che non stancano ma piuttosto rendono forte concetti che ci accompagnano tutt'ora. Un brano creato per coloro che, come guerrieri, si ribellano al mondo malvagio che ci circonda. "Non dare spazio ai truffatori" dice, piuttosto inneggia alla preghiera, che deve essere alla base di un guerriero. Come anticipato, l'arrangiamento ammantato di oscura azione, prende maggior risalto per merito delle note create ad hoc verso il termine della traccia, per mezzo della tastiera così perfetta nelle sue sfumature.  Brusche accelerate che continuano a battere contro il timpano, subendo l'influenza di sentimenti ed emozioni di rivalsa. Un indice guerrigliero che affonda le radici in ognuno di noi, stabilendone un seme e rendendo possenti azioni di vendetta. Continuare ad ascoltarla rende partecipi di un atto di ribellione nei confronti della mondanita'. 

Sognariket si herskarinne

La prossima storia contenuta all'interno di questo libro sull'Antica Norvegia e le sue radici più profonde si intitola Sognariket si herskarinne. Quello che ci si presenta davanti agli occhi e alle orecchie è un paesaggio dove si respira aria di guerra, sangue, orgoglio. Una storia che si divide in tre quadri ben distinti anche se il filo conduttore non muta assolutamente. La storia ruota attorno ad una figura specifica che traducendo dal dialetto sognamål diventa La Padrona di Sognariket, una figura importante che si rifà alle più profonde leggende e miti norreni che vedono la donna sullo stesso piano dell'uomo con lo stesso forte senso d'onore, con il medesimo coraggio e una forte volontà, riprendo quei tratti che modificavano la realtà della donna dell'Antica Norvegia dove donna era, per legge, sotto l'autorità del marito o del padre. Aveva soltanto una limitata libertà di disporre di un bene che apparteneva a lei. Nelle saghe, nei miti e nelle leggende invece le donne sono molto più dure degli uomini, ancora più desiderose di proteggere l'onore della famiglia. Forse questo è dovuto al ruolo passivo della donna, che le impediva di agire per se stessa. E questo è ciò che traspare subito nel racconto di questa donna di cui non viene detto il nome ma di cui sappiamo l'importanza delle sue parole per i guerrieri del suo villaggio. Una storia che viene amplificata dalla musica che ne tesse la trama. Nella primo quadro ci viene presentata questa donna e l'impeto strumentale diretto e conciso che accompagna le parole sottolinea subito quale possa essere il carattere di questa donna, "La padrona di Sognariket è la moglie del Capo guerriero". Un coro elettrico dove chitarra, tastiere e ritmiche si mischiano quasi a formare una voce sola che nell'immaginazione di chi ascolta diventano la rappresentazione corporea di questa figura. La trama poi cambia immediatamente assumendo toni che preannunciano uno scontro imminente dove il passo lento e marziale dei tamburi e l'urlo tagliente della chitarra dipingono uno scenario preciso che viene però interrotto subito da un ammorbidimento che coglie di sorpresa dove la nube nera della possibile guerra viene smorzata dall'unione spirituale di strumenti acustici dagli echi folkloristici e medioevali con ritmi delicati che poi sfociano nuovamente in una cavalcata elettrica accompagnata da suggestivi cori onirici e ieratici allo stesso tempo che ci narrano ciò che inizialmente solo la musica aveva fatto, ovvero cosa rappresenta questa donna per i guerrieri di Sognariket e quale sia il suo pensiero: la Padrona è una donna saggia nelle parole, i guerrieri la rispettano e sono orgogliosi di lei, la donna non sopporta i traditori, ella sprona i guerrieri a lottare contro i traditori cristiani che vogliono usurpare quelle lande e relegare gli Dei nell'ombra più scura. "Ascoltare le sue sagge parole / I guerrieri sono davvero orgoglioso di lei / I traditori cristiani non possono essere risparmiati / Perché i fieri guerrieri hanno una guerra eterna / Gli Dèi sono in piedi in un'ombra scura / Un'ombra così grande e vasta". Parole che lei ripeterà più volte perché questo obbiettivo deve resistere contro chiunque voglia distruggere il suo mondo. Un passaggio fatto di parole crude sottolineato però da melodie dolci che si pongono in netto contrasto e che come se fossimo davanti alle immagini di una pellicola ci sposta tra due ipotetiche scene ben distinte, i guerrieri sulla via della guerra da un lato e la Padrona nel villaggio dall'altro lato in due immagini che si sovrappongono l'una sull'altra al ritmo della musica. Una storia in musica che ci regala un personaggio forte, fiero, pronto anche a battersi se necessario, che non cede alle minacce del barbaro invasore ("Fucking bitch! Damn how you reek of pussy! I'll fuck you in the ass so your anal foam squirts...Bitch!"). Anche se, come viene detto alla fine: "Ma bisogna sempre ricordare / Quelle donne stanno dall'altra parte / E la voce orgogliosa del guerriero deve, e deve stare al di sopra di tutti", queste donne sempre si ergeranno a faro per chi combatte in difesa delle proprie radici. Tutto questo viene magistralmente sottolineato da un susseguirsi di arrangiamenti elettrici e affilati in contrapposizione a soluzioni acustiche e morbide che disegnano ogni tratto sia della protagonista del racconto sia di ciò che le accade attorno sia i paesaggi che la circondano. Un brano onirico che nella ruvidezza dei passaggi principali non nasconde connotati romantici. Alla fine, in conclusione di quello che abbiamo appena ascoltato, cosa ci lascia questa traccia? Oltre a permetterci di disegnare con i nostri occhi la figura di questa donna nordica, forte e di carattere che si erge ad unica vera protagonista della storia cos'altro ci rimane incollato addosso? Da un lato ci resta stampato nella memoria dopo un solo ascolto l'alta conoscenza culturale in campo musicale di Valfar che si dimostra in grado di creare arrangiamenti articolati ma che mantengono una loro semplicità che ne consente la comprensione anche a chi non si è mai accostato a questo genere, inanellando una serie di riffs pesanti e distorti che vanno a fondersi e alternarsi a movimenti più delicati dove i rimandi alla musica folkloristica si rivelano in tutta la loro forza. Ma questo solo per il lato musicale e se da questo lato musicale volessimo trarne il lato emozionale? Ritornando quindi alle due domande iniziali? Da subito vediamo come questa canzone ci trasmette l'unita di un antico popolo che nelle sue radici crede fortemente e le difende (oggi come allora) a spada tratta, «Ain haim å ait fålk, ait rike å ain herskar.» ("Una patria e un popolo, un regno e un sovrano." per usare un'antica frase norrena) attraverso una figura precisa, ma non è solo questo, attraverso le note che compongono il tappeto musicale su cui si adagiano le parole, andando oltre a quello che abbiamo scritto sopra, ma rimanendo comunque entro un concetto già accennato, ci trasportano idealmente in quei paesaggi che ci sembra di conoscere anche se non ci abbiamo mai posato il piede, avvolgendoci in una atmosfera dove il gelo della neve e il calore naturale del sole si uniscono dipingendo paesaggi tangibili da qualsiasi posto si ascolti questo disco. Potranno sembrare parole contorte ma è difficile dire cosa realmente rimanga addosso dopo un solo ascolto o più ascolti. Solo l'emotività individuale di ognuno è in grado di dire cosa senta e provi.

I ei krystallnatt

Ci apprestiamo al termine di questo debutto con: I ei krystallnatt che ci richiama all'attenzione una storia fatta di ghiaccio e di sofferenza. Una meravigliosa intro danzante create dalle dita di Valfar introduce la storia. Una ragazza, racconta la feroce voce del nostro, si trova nella notte di cristallo, in una sera in cui la pioggia battente era prossima nel rompere le fitte travi in legno. Quando i raggi della Luna iniziarono a manifestarsi e a rendere visibili i contorni di ogni cosa. Ecco che il racconto continua imperterrito, mentre le chitarre, accompagnate dall'astuta esecuzione della batteria di Steingrim e della tastiera, intonano un malinconico arrangiamento. La storia narrata, non ben comprensibile, ha la sua evoluzione in una notte gelida, portatrice di tristi notizie. Mentre la voce del nostro non si ferma nemmeno un attimo, il tutto continua a prendere piede come in una classica storia che porta con se un altrettanto finale tragico. Così infatti, il racconto termine con il dire "i giovani dovranno vivere in un mondo d'acciaio". Una triste profezia che possiamo ben vedere oggi, in questo diretto racconto. Bisogna dunque leggere tra le righe gli importanti racconti che portano con loro tutto ciò che prende piede nel "folk". I nostri, nati e cresciuti in una cittadina di pochi abitanti, hanno potuto godere a pieni di certe dinamiche folcloristiche, in quanto la "storia" rimane intoccata e passa di casa in casa in modalità orale.  La notte di cristallo potrebbe dunque rappresentare quella Notte che oramai si manifesta così fragile che può essere distrutta in un niente. E non stiamo parlando di andare contro all'evoluzione, bensi' di andare contro a quella fetta di gente che ha voluto costruire sopra ciò che appartiene alle nostre radici, alla nostra storia e che non possiamo, in un modo o nell'altro, dimenticare. Lasciatevi, dunque, prendere e catturare dal canto graffiato di Valfar e dalle splendenti note e battiti arrangiati dai due componenti di questo gruppo, dando libero spazio a ciò che racconta il nostro/loro passato.

Røvhaugan

Passiamo ora a Røvhaugan, canzone già presente nel Demo "Det Gamle Riket" in una forma più embrionale di quella presente all'interno di questo debut-album ma già con lo stesso titolo. Come per le tracce precedenti la partenza di questo brano si mantiene sui medesimi regimi di immediatezza senza ricorrere a soluzioni introduttive o a inutili orpelli decorativi che ne cambino drasticamente l'impronta. Anche a livello stilistico rimaniamo all'interno di un binario dove elementi Folk, Black Metal e ritmiche miste tra Rock e Metal si mischiano in una sintesi perfetta creando il giusto tappeto sonoro per la voce di Valfar. L'attacco di ritmica e riffs è quindi diretto, senza cerimonie e nel giro di pochi secondi spiana la strada per l'entrata in partita delle vocals, un rapido scambio tra patterns di batteria brevi e scanditi e un riff di chitarra distorto ma non in tremolo-picking tipicamente Black ma con dei lontani rimandi al Punk. All'ingresso delle linee vocali iniziamo a sentire un cambiamento nell'arrangiamento che lentamente ci riporta nei lidi Black che stanno alla base di questa proposta. Il primo capitolo di questo sesto breve racconto all'interno di questo romanzo musicale ci prende per mano con un riffing ipnotico cucito su un ritmo cadenzato creano un crescendo che porta la canzone alla sua esplosione dove sentiamo innestarsi una marcia superiore che porta il muro sonoro a farsi più serrato e aggressivo perdendo giusto una piccola parte di quell'aspetto melodico che si sente nei primi istanti. Ponendo la giusta attenzione agli strumenti, cercando in qualche modo di separarli dalla voce, si può iniziare a captare anche la presenza delle tastiere a sostegno del riffing portante, pur restando in sottofondo senza arrivare a dominare la parte strumentale. Tenendosi al passo con la chitarra anche le linee di basso (che ricordiamo essere sempre opera dello stesso Valfar) e la batteria curata da Steingrim iniziano lentamente ad accelerare pur restando su regimi scanditi e definiti. La trama della storia si snoda poi verso un cambio di toni trovando un pathos particolare dove tutto si fa epico e quasi cinematografico dove a sottolineare il passaggio ritroviamo nuovamente l'apporto vocale corale con i suoi toni ieratici e il cantato pulito che contrasta perfettamente con lo scream. L'ingresso del coro crea subito la sensazione che che tutti gli strumenti accelerino ancora di più. Una nuova carica enfatica che valorizza ancora di più un brano partito subito nel migliore dei modi. Come nella migliore delle trame, l'imprevisto, la sorpresa, il colpo di scena o quel semplice elemento narrativo che rimette tutto in discussione, la canzone cambia ancora una volta velocità e rientra nel paesaggio iniziale tornando su ritmiche cadenzate e chitarre quasi più melodiche e aperte ma sempre con una buona dose di distorsione del suono delle chitarre stesse. Non si parla di una vera e propria riduzione della velocità che comporterebbe un cambio totale del registro ma di un minimo cambiamento sufficiente a dare l'impressione di una modifica del groove presente fino a questo punto. Il ritorno alle sonorità iniziali tiene banco per un breve istante quando il tutto cresce nuovamente riprendendosi la sua dose di cattiveria ma sempre con un occhio per l'epico con quell'aria silenziosamente melodica. Il climax cresce nuovamente e veniamo catapultati per la seconda volta in un combattimento tra aggressività vocale e chitarristica (senza che si raggiunga l'eccesso) e ritmiche sostenute con echi più rockeggianti, il tutto sostenuto ancora una volta dal cantato corale. In sintesi possiamo suddividere questa prima parte della storia in un unico movimento operistico suddiviso in due parti ripetute e uguali.  Il secondo movimento che ci porta alla parte centrale del racconto ci porta ad essere colti di sopresa da un nuovo cambiamento all'interno dell'arrangiamento; una modifica che sposta l'attenzione da quanto sentito fino ad ora che amplia subito lo spettro sonoro. Quello a cui assistiamo è un improvviso deceleramento che rende quasi più cupo il brano, dove riusciamo nuovamente a captare l'apporto delle tastiere che non solo si rivelano sempre abili nel doppiare il riffing della chitarra ma che accentuano anche maggiormente l'atmosfera infondendo quella vena vagamente oscura ed enigmatica che rapisce subito l'ascoltatore. I primissimi passi di questo nuovo segmento vengono lasciati totalmente nelle mani della chitarra (con tastiere nascosta nelle retrovie che sembra affacciarsi timidamente) alla quale solo successivamente si aggiungono delle ritmiche lentissime e cadenzate che strizzano l'occhio a paesaggi "doomeggianti" e sulfurei che portano ad un cambio totale del mood. Ma questo cambiamento non è fatto per durare e prima che possiamo rendercene conto veniamo investiti da una brusca accelerata generale che non ci permette di metterci al riparo in tempo utile della nuova tempesta elettrica che sta arrivando che già siamo nell'occhio del ciclone. I colpi di scena sembrano aver raggiunto la loro massima espressione ma ecco che sul finale la seconda sorpresa, improvvisa come la precedente. Poteva essere prevedibile ciò che sta per arrivare ma il continuo passaggio di situazioni che ci hanno trascinati in questo percorso ci hanno disorientato in maniera tale da renderci impossibile anche l'intuizione più semplice. Ecco dunque che prossimi alla conclusione ciò che aveva caratterizzato la partenza di "Røvhaugan" riprende il comando riportandoci nuovamente nel primo movimento conducendo i giochi fino alla parola finale.

Likbør

Stiamo per giungere alla battute conclusive ma prima veniamo accolti al varco da Likbør, seconda traccia più corposa nella sua durata dopo "Mørkets Fyrste". Differentemente dalla canzone precedente la partenza di questa settima traccia è ancora più diretta e di stampo più prettamente Black. Nei primi due frangenti di questa traccia notiamo subito due variazioni principali caratterizzate a loro volta da piccole modifiche interne, in special modo nel guitar-working che passa da un riffing serratissimo e greve fino al minuto che confluisce poi, in concomitanza con l'ingresso della tastiera,  in due riffs distinti dei quali l'ultimo arrivato prende il sopravvento su quello iniziale diventando il riff portante, un inserimento che alza i toni e porta ad avere come l'impressione che il primo riff, inizialmente, si sdoppi prima di ritornare unico, su questi elementi viene immediatamente cucito il cantato pulito e corale (sempre a cura del mastermind Terje Bakken) sempre epico ed evocativo. Il passo non è né troppo veloce né troppo lento nella sua globalità e riesce quindi ad avere un equilibrio perfetto che fa apprezzare ogni singola nota che esce dai solchi di questo disco. L'andamento scorre su un binario molto lineare dopo questo primo e quasi impercettibile cambio, non avvengono ulteriori modifiche fino a quando con l'attacco delle vocals principali assistiamo ad un innalzamento dei toni immediato che ne sovverte l'impronta e ci investe con una forza che trascina. In questo nuovo quadro la chitarra assume toni ipnotici che avvolgono con le loro spire chi ascolta trasportandolo in quelle lontane e verdi lande norvegesi co-protagoniste di questo racconto. Ma come accaduto poco fa un nuovo cambio giunge all'improvviso riprendendo il percorso iniziale con un incremento dal punto di vista atmosferico che si attesta su livelli ancora più oscuri dei precedenti, senza tralasciare una piccola quantità di epicità. Un taglio che lentamente diventa cinematografico al secondo ingresso del nostro coro. Non facciamo in tempo ad assimilare nelle nostre menti quello che abbiamo ascoltato che si cambia nuovamente passo e dal rientro in partita delle sonorità iniziali si passa ad un nuovo muro sonoro che tiene le rendini fino all'istante in cui la ritmica subisce una battuta d'arresto e calcare la scena rimane solo la chitarra che trascina il pezzo verso l'abisso più profondo con un incedere più lento e freddo rispetto a quanto sentito fino ad ora, ma con un leggero contrasto che tende all'apertura che crea il giusto gioco di luce e ombra. Questo dominio delle sei corde dura pochi secondi e repentinamente la coppia basso-batteria tornano a farsi sentire rimettendo il loro accento su questo nuovo segmento e con andamento lento ma deciso ripongono la traccia verso un piccolo scatto nella velocità esecutiva, piccolo piccolo ma perfettamente individuabile. Un nuovo passaggio che riesce a miscelare i vari elementi ascoltati nella traccia dando vita subito ad un alternarsi di rapidi stacchi veloci e ritorni a sezioni più lente e melodiche che rendono molto più personale (come detto nell'introduzione di questa storia) la proposta Black targata Windir. Passaggio che accompagna fino alla conclusione di "Likbør" senza aggiungere nuove varianti o nuove soluzione. Una traccia che nonostante la durata non presenta grossi elementi o soluzioni che spiccano all'interno dell'arrangiamento ma che fa della sua semplicità e del suo essere diretta la sua forza riuscendo a convincere senza nessuno sforzo. La connotazione votata alla melodia che aleggia per tutto il pezzo ne aumenta la carica emozionale e ne aumenta il coinvolgimento senza farla sfigurare all'interno della scaletta.

Sóknardalr

A chiudere la storia troviamo la title-track di questo debutto, Sóknardalr, unica traccia interamente strumentale dell'album che ci permette di focalizzare ancora meglio l'attenzione sullo spirito compositivo di Valfar. A differenza dei precedenti, quest'ultima traccia presenta una suo overture guidata dalla chitarra con il sostegno in sottofondo della batteria e in lontananza dalla tastiera. Quello che dopo un primo ascolto appare subito essere costruita su un leitmotiv che si ripete uguale e preciso per tutta la durata del pezzo al quale verrà accostata (come vedremo tra poco) una soluzione che ne renderà più articolato l'andamento. Grazie a questa soluzione possiamo differenziare il tema principale della traccia dal secondo elemento aggiuntivo sopra accennato, non tanto per differenze di stile o per influenze differenti che mischino più rimandi o meno, ma proprio sulla base di ciò che trasmettono. Partiamo quindi dal tema musicale dominante e vediamo come l'unione tra chitarra, tastiera e ritmica lenta e cadenzata diano vita ad una melodia malinconica che muta la sua forma da "semplice" melodia a trasposizione, in musica, dell'anima; l'anima di chi l'ha composta e l'anima di chi ascolta. Senza interventi aggiuntivi, la prima parte di questa canzone scorre su di un unico binario con gli elementi appena descritti, dunque nelle sole mani del leitmotiv, che nonostante gli stili di base enunciati nella presentazione e anche nelle rispettive tracce, non è di facile "etichettatura" e quindi riconducibile ad un genere pre-stabilito e univoco. Questa strada prosegue fino a quando sopra al tema principale viene cucito quel secondo tema che accosta alla trama malinconica una trama dal carattere più aggressivo ma che non sovrasta però la prima ma viaggia parallelamente creando quel gioco luce e ombra che abbiamo già incontrato in precedenza in questo album. Due temi che mischiano tra loro due emozioni pressoché identiche, la vena malinconica si percepisce in entrambi, ma che divise su due differenti piani, uno lento e uno lievemente più aggressivo, fondono le due emozioni nella stessa, ma restituendola sotto due aspetti, uno concreto (o materiale, terreno, umano... come preferite) legato alla emozione stessa che si prova nel sentire il brano e l'altra protesa verso una concezione più onirica, astratta e poetica, senza bisogno di parole, solo musica. Un connubio tra sogno e realtà che scuote dall'interno, un etereo momento capace di violare dalle mere leggi fisiche di spazio e tempo, portando in una dimensione differente dove l'arte di Valfar può essere toccata con mano e dove è sempre più definita la sua lontanza dal "classico" concetto Black Metal, dalla sua filosofia più nota, dove il Nostro si fa portatore di una sua musica che dal Black attinge a piene mani per alcuni aspetti ma che poi lo trasporta su altre coste. 

Conclusioni

Quello che abbiamo appena ascoltato non vuole essere solo uno stupendo disco di debutto, ma vuole essere anche la trasposizione in musica dell'anima, oltre che del suo autore unico, anche del popolo che prende vita nelle sue trame sonore e nelle sue liriche. Un album che come abbiamo detto in apertura è ben lontano dal concetto universalmente noto di Black Metal, nella sua concezione filosofica più radicata e profonda, che quindi va ben oltre quella musica che ha reso la Norvegia un "mito" per diverse generazioni di appassionati e neofiti sinceri, un album dal suono caratteristico e distinguibile che dal Black ha preso le basi per poi trasportarle all'interno di tele dall'aspetto cromatico più ampio. Valfar ha un talento capace sia di entrare di diritto nell'Olimpo del Metal ad una velocità pari al battito d'ali di una farfalla sia di sfondare le barriere più resistente dell'animo umano e lasciando sgorgare libere quelle emozioni troppe spesso assopite. Bastano i primi istanti di "Sóknardalr" per rendersi conto di quale capolavoro lo spirito sta per godere, trascinato dalle ricercate ed eleganti melodie che si sviluppano nella ruvidità del sound principale. Ma le parole così inanellate non aiutano molto, quindi provate a chiudere gli occhi e immaginate una situazione come questa: «Siete seduti attorno al fuoco. Vicino a voi il più anziano, colui che conosce le radici come se le avesse vissute. Come prigionieri di una antica magia, quelle parole vi rapiscono e vi lanciano in caduta libera in un mondo che non è il vostro mentre lentamente ogni sillaba, ogni verbo, ogni termine mutano da semplici componenti di un linguaggio a note musicali, accordi e variazioni tenendovi per un momento sospesi nel vuoto prima di lasciarvi delicatamente planare su un folto manto erboso sotto un cielo sgombro da nuvole. E lì vi ritrovate ad essere protagonisti invisibili di una storia arcaica e arcana che non potete comprendere da subito ma che da subito vi trascina con se mentre il fuoco davanti a vostri corpi cresce di intensità con le parole che più non siete in grado di distinguere da quelle melodie che vi volano vicino alle orecchie. Un racconto dove vivono guerrieri, Dei, miti, donne fiere e coraggiose, lande vergini, piccoli villaggi, regnanti valorosi, invasori la cui brama di potere è destinata ad estinguersi, neve, vento, acque che scorrono libere, montagne lontane ma mai così vicine.». Ecco cosa si percepisce nell'anima quando si ascolta questo album. In definitiva si può evincere come ogni pezzo presente in questo platter abbia il puro scopo di proporre e riportare in auge la meravigliosa storia che ha forgiato il proprio paese. I due si propongono, con questo lavoro di debutto, come degli scaldi che raccontano, di stereo in stereo, di ascoltatore in ascoltatore, le storie delle proprie genti, magari macchiate di un'aura supernaturale che ha da sempre caratterizzato le fonti del foclore europeo ma che, ricordiamo, hanno una base di fondo notevole che per anni, chi per una cosa e chi per un'altra, ha voluto oscurare per paura, ignoranza od altro. Il "guerriero", tema che diventerà importante in futuro, diviene sinonimo di una rivalsa verso il mondo contemporaneo. Ecco che viene raccontata la meravigliosa storia della città natale dei due, in cui il gruppo affonda le radici e che si portano nel cuore, nel lavoro, nella musica, ovunque. Tra le leggiadre sinfonie ed i battenti arpioni scatenati dalle dita di Valfar con la sua chitarra, arrivando fino all'altrettanto interessante incedere della batteria di Steingrim, il lavoro prende una piega che incanta chi lo ascolta, catturandolo nelle storia che traccia dopo traccia vengono raccontate e scritte nel proprio dialetto di origine, acuendo il legame dei due con il proprio paesino. A questo si aggiunge la capacità quasi surreale di riuscire a coniugare tematiche e melodie folk ad una vena black metal che, come spiegato nell'introduzione, sublima il tutto in maniera entusiasmante. Insomma, amanti dei due generi e curiosi che sono sempre alla ricerca di nuovo, sebbene il lavoro  sia uscito nel 1997, esso risulta sempre attuale e per nulla scontato, quindi consigliabile proprio a voi. Infine, sconvolge la capacità di sconvolgere in un periodo in cui erano usciti lavori altrettanto sorprendenti, lasciando di stucco persino gli avvezzi a musicalita' piu' estreme. Il progetto di Valfar prende dunque piede definitivamente con questa sua prima pubblicazione licenziata dalla "Head Not Found", mostrando la straordinaria e sublime capacita' di rendere dei pezzi apparentemente sconnessi, un unico lavoro completo che abbandona il concetto di "tempo" lasciando vagare la mente nello "spazio". "Quello che abbiamo appena ascoltato non vuole essere solo uno stupendo disco di debutto, ma vuole essere anche la trasposizione in musica dell'anima, oltre che del suo autore unico, anche del popolo che prende vita nelle sue trame sonore e nelle sue liriche. Un album che come abbiamo detto in apertura è ben lontano dal concetto universalmente noto di Black Metal, nella sua concezione filosofica più radicata e profonda, che quindi va ben oltre quella musica che ha reso la Norvegia un "mito" per diverse generazioni di appassionati e neofiti sinceri, un album dal suono caratteristico e distinguibile che dal Black ha preso le basi per poi trasportarle all'interno di tele dall'aspetto cromatico più ampio. Valfar ha un talento capace sia di entrare di diritto nell'Olimpo del Metal ad una velocità pari al battito d'ali di una farfalla sia di sfondare le barriere più resistente dell'animo umano e lasciando sgorgare libere quelle emozioni troppe spesso assopite. Bastano i primi istanti di "Sóknardalr" per rendersi conto di quale capolavoro lo spirito sta per godere, trascinato dalle ricercate ed eleganti melodie che si sviluppano nella ruvidità del sound principale. Ma le parole così inanellate non aiutano molto, quindi provate a chiudere gli occhi e immaginate una situazione come questa: «Siete seduti attorno al fuoco. Vicino a voi il più anziano, colui che conosce le radici come se le avesse vissute. Come prigionieri di una antica magia, quelle parole vi rapiscono e vi lanciano in caduta libera in un mondo che non è il vostro mentre lentamente ogni sillaba, ogni verbo, ogni termine mutano da semplici componenti di un linguaggio a note musicali, accordi e variazioni tenendovi per un momento sospesi nel vuoto prima di lasciarvi delicatamente planare su un folto manto erboso sotto un cielo sgombro da nuvole. E lì vi ritrovate ad essere protagonisti invisibili di una storia arcaica e arcana che non potete comprendere da subito ma che da subito vi trascina con se mentre il fuoco davanti a vostri corpi cresce di intensità con le parole che più non siete in grado di distinguere da quelle melodie che vi volano vicino alle orecchie. Un racconto dove vivono guerrieri, Dei, miti, donne fiere e coraggiose, lande vergini, piccoli villaggi, regnanti valorosi, invasori la cui brama di potere è destinata ad estinguersi, neve, vento, acque che scorrono libere, montagne lontane ma mai così vicine.». Ecco cosa si percepisce nell'anima quando si ascolta questo album. In definitiva si può evincere come ogni pezzo presente in questo platter abbia il puro scopo di proporre e riportare in auge la meravigliosa storia che ha forgiato il proprio paese. I due si propongono, con questo lavoro di debutto, come degli scaldi che raccontano, di stereo in stereo, di ascoltatore in ascoltatore, le storie delle proprie genti, magari macchiate di un'aura supernaturale che ha da sempre caratterizzato le fonti del foclore europeo ma che, ricordiamo, hanno una base di fondo notevole che per anni, chi per una cosa e chi per un'altra, ha voluto oscurare per paura, ignoranza od altro. Il "guerriero", tema che diventerà importante in futuro, diviene sinonimo di una rivalsa verso il mondo contemporaneo. Ecco che viene raccontata la meravigliosa storia della città natale dei due, in cui il gruppo affonda le radici e che si portano nel cuore, nel lavoro, nella musica, ovunque. Tra le leggiadre sinfonie ed i battenti arpioni scatenati dalle dita di Valfar con la sua chitarra, arrivando fino all'altrettanto interessante incedere della batteria di Steingrim, il lavoro prende una piega che incanta chi lo ascolta, catturandolo nelle storia che traccia dopo traccia vengono raccontate e scritte nel proprio dialetto di origine, acuendo il legame dei due con il proprio paesino. A questo si aggiunge la capacità quasi surreale di riuscire a coniugare tematiche e melodie folk ad una vena black metal che, come spiegato nell'introduzione, sublima il tutto in maniera entusiasmante. Insomma, amanti dei due generi e curiosi che sono sempre alla ricerca di nuovo, sebbene il lavoro  sia uscito nel 1997, esso risulta sempre attuale e per nulla scontato, quindi consigliabile proprio a voi. Infine, sconvolge la capacità di sconvolgere in un periodo in cui erano usciti lavori altrettanto sorprendenti e lasciandoci con il desiderio di saperne sempre di piu'. Il progetto di Valfar diviene concreto con questa sua prima pubblicazione licenziata dalla Head Not Found, creando un prodotto capace di discostarsi dal concetto di tempo, tuttavia lasciando che la mente vaghi nello spazio. La sublime connessione di ogni traccia, lascia cadere ogni titubanza persino a chi e' meno avvezzo ad intromissioni di tastiera che qui rendono benissimo, per merito - appunto - del lavoro che era certamente perfettamente formato nella mente dello stesso Terje e che, comunque, e' apprezzabile come sia riuscito nel renderlo e plasmarlo in tale maniera. 

1) Sognariket sine krigarar
2) Det som var kaukareid
3) Mørket sin fyrste
4) Sognariket si herskarinne
5) I ei krystallnatt
6) Røvhaugan
7) Likbør
8) Sóknardalr