WINDIR

Arntor

1999 - Head Not Found

A CURA DI
FEDERICO PIZZILEO
17/09/2018
TEMPO DI LETTURA:
7,5

Introduzione recensione

Anno 1838. Decisamente un anno apparentemente innocuo e del tutto estraneo al presente contesto, tuttavia fondamentale in visione di quello di cui andremo a trattare. Al primo gennaio di quell'anno si riconduce, infatti, la fondazione del comune di Sogndal, luogo natale che diede la nascita, più di un secolo dopo, a Terje Bakken, in arte Valfar. La vita del giovane norvegese fu costellata certamente da eventi comuni a molti ragazzi della sua età e come spesso accade, soprattutto in comunità decisamente più piccole rispetto alle grandi metropoli, l'amore viscerale per le proprie radici pervade i giorni dei nostri artisti. Sono diversi anni ormai che la scena del metal estremo in Scandinavia ha impresso la propria orma, partendo dall'istrionico lavoro fuoriuscito da Bathory per finire agli estremi Darkthrone, Mayhem, Burzum e quanti altri ora come ora possiamo dire aver contribuito alla formazione del genere. Nascere in località europee così a nord, ti fa crescere il freddo anche dentro, magari non sotto forma di seriosità ma bensì di legame naturale con certe essenze primordiali che si mescolano in te e ti rendono identificabile solo a quel contesto, ai boschi innevati, piuttosto che ai laghi ghiacciati o ai meravigliosi fiordi ed al profumo di erba e mare che durante la primavera ti riempie i polmoni. Una cosa ci lega ulteriormente alle nostre origini europee, rilasciando accurate sensazioni suggestive: il folklore. Argomento interessante, accademico in certe situazioni poiché oggetto di studio proprio per la ricostruzione di quadri completi a livello di un corpus di Popolo (in questo caso europeo). Tra i tanti lavori usciti dalla Scandinavia, i Windir possono essere annoverati come tra coloro i quali riportano in vesti musicali leggende e storie legate al proprio luogo di origine, attraverso l'ausilio di un dialetto norvegese tipico della propria città natale. Dai loro lavori si evince una certa vena artistica unica e che ti fa richiamare alla mente leggendari componimenti medievali, creati ad hoc con architetture strumentali pompose e raccoglitrici di segreti e magiche avventure. Presentatisi al pubblico con il loro primo lavoro intitolato "Sóknardalr", Valfar decide di riprendere subito in mano gli strumenti ed il bagaglio culturale e folclorico della propria gente per raccontare una nuova avventura a tinte, questa volta, decisamente più picaresche. Fu così che nell'undici ottobre del 1999, sotto l'ala protettiva della norvegese etichetta "Head Not Found" fu commercializzato il loro secondo tassello discografico: "Arntor". A differenza della prima uscita, le atmosfere torve della copertina vengono abbandonate in favore di un quadro a tratti controverso. "Perché?" vi chiederete; ebbene, quel sublime sfondo di montagne e pini innevati, tanto caro al Nord, presentatoci dalla pesante porta in legno in primo piano con appoggiata una spada, è a tutti gli effetti un'immagine presentata su di un poster tanti anni prima e promossa dalla "Nationalist Nasjonal Samling" di Vidkun Quisling (un famoso comandante norvegese nazionalsocialista) durante la Seconda Guerra Mondiale, intitolata "Mot Lysere Tider" (tradotto dal norvegese in "Verso un Futuro più Luminoso"). Niente lascia pensare che l'intento di Terje fosse quello di fare propaganda, per questo sarebbe più corretto considerare la copertina come una perfetta cornice avulsa da connotazioni politiche e rappresentativa del significante veicolato non soltanto dal nome del gruppo - che ricordiamo significare "Guerriero" - ma anche dalla storia di cui avremo modo di godere nel corso della disamina. Anche per questa volta, l'idea completa di realizzazione del disco spetta all'ancora unico effettivo membro del gruppo (che non vuol definirsi "one man band" poiché rappresentato da una commistione di artisti che hanno lavorato dietro le quinte): Valfar, artista poliedrico che ha realizzato le parti di chitarra, tastiera, voce e basso comparendo in prima fila nei "titoli di coda", sebbene ci siano altri nomi come Steingrim che rompeva il muro con i battiti alle pelli, oppure Steinarson che ha fornito le parti vocali in pulito e diversi altri unitisi in fase di sessioni di registrazione. Dopo queste premesse, non resta che immergerci nel veicolato sapere delle genti di Sogndal, sia mai che - come spesso accade - si trovino punti d'incontro con altre storie di paese della nostra penisola.  

Byrjing

Scintille vaganti ed il crepitio di un fuoco che illumina e scalda un insieme di ragazzi seduti a cerchio intorno alla legna che arde. Una notte autunnale in mezzo alle montagne con il meraviglioso panorama di stelle che si stagliano in alto alle loro teste. Queste le prime possibili immagini che ci suggeriscono le note morbide e divertenti della strumentale Byrjin (Inizio). Il sipario di questa storia ci viene spalancato dalla commistione di note che dal clavicembalo rimbombano dando vita ad un'atmosfera mitica, quasi degno sottofondo di tutte quelle storie che i bambini amano ascoltare prima di entrare nel mondo sei sogni. Questo in effetti potrebbe essere per noi l'incipit di un sogno fatto in musica, generato da racconti popolari e dalla maestria dei vibratori di corde che hanno deciso di ricreare questa incalzante sinfonia. Lentamente le note fanno prendere vita alle immagini non veicolate dai nostri artisti in forma scritta ma comunque possibili come vento che danza sulla superfice del fiume, di impatto, non visibili ma percepibile. Subentra a far da accompagnamento accordi di chitarra che sottolineano la fiabesca melodia che quasi cadenza il battere dei secondi, stupefacendo per gli eventuali ricordi che fa riemergere in ognuno di noi. Torniamo bambini, per lo meno stacchiamo un attimo dalla vita di tutti i giorni ed immergiamoci in queste sequenze strumentali che ci portano una nuova favella con cui allietare le nostre giornate.

Arntor, ein Windir

Raccolta l'attenzione con il melodico siparietto iniziale, giungiamo sulle sponde del primo capitolo di questa storia: Arntor, ein Windir (Arntor, un Guerriero). La grande porta rappresentata sulla copertina si spalanca permettendoci di entrare in un mondo parallelo in cui le note furiose della chitarra vengono accompagnate dalla melodia incalzante della tastiera. La storia che prende forma fin dall'inizio, con toni decisamente epici, ci mostra un luogo non ben precisato nello spazio ma che sappiamo essere chiamato Sogndal (patria di Valfar), in cui i governatori del distretto di Kaupanger, avidi tesorieri e riscossori di tasse, tributi ed accise, hanno dimora. Quella spalancataci davanti è una storia decisamente antica, in cui ritroviamo l'odio ed amarezza del popolo nei confronti di un sovrano che per nulla gli si addice: re Sverre Sigurdsson, tutt'altra cosa rispetto alla lealtà che Sogndal riserba per il vero figlio del re, ovvero Magnus Erlingsson. La cavalcata micidiale continua a calpestare il tappeto sonoro, inneggiando maestosamente a tempo di feroce incedere, nel frattempo la voce di Valfar con il peculiare scream suggerisce le parole con cui dar vita ad immagini richiamanti epoche lontane. Era il natale del 1183 ed i governatori richiesero un aumento delle tasse ai cittadini, affinché' la festività potesse essere celebrata sia per la comunità che per le loro famiglie, ecco che il lago di sangue era prossimo ad arrivare, portato dalle mani di Arntor di Kvåle, insieme ad Isak Torgilsson, il figlio di Arngeir il prete, Gauter e Karlshead. Sulle note della puntigliosa chitarra che si abbraccia con le melodiche atmosfere della tastiera, possiamo iniziare a gustarci la vendetta contro questi approfittatori del popolo, orribili esattori interessati solo ad arricchire le proprie tasche. Cosi all'improvviso il ritmo frenetico si ferma, sembra smettere di dar ragione al sentimento di riscatto che alberga in ogni cittadino della comunità di Sogndal, provato dai terribili ed avidi politici che governano dal palazzo della città. Tuttavia non passa molto tempo che gli strumenti riprendono possesso della scena, a ritmi cadenzati da battiti di tamburo e su una epica melodia che preannuncia quell'affannoso guazzo di guerra che sta per verificarsi. Ecco che Valfar grida l'urlo di battaglia, dando voce ad una più affermata estasi degli strumenti, portati fino ad un cambio di tappeti ritmici, cuciti questa volta su note più delicate ma comunque riflessive che incorniciano i cori puliti accompagnatori delicati dell'ascolto di questa storia. E se la nenia che accompagna la notte prima della vendetta era così arzigogolata e morbida tanto da sembrare come se ci stesse accarezzando il volto, la principale tessitura ritmica di battagliera sinfonia riprende il sopravvento, insieme alla voce graffiata del narratore. Era giunto il momento, i guerrieri unitisi da Sogndal, Eide e Kaupanger irruppero violenti nel palazzo del governo, trasformando la vigilia di natale in una notte di terrore per i comandanti di quella città. Fu allora che da quel palazzo si alzò la voce del saggio Ivar Drape, in richiesta di pace, del tutto inconsapevole della stretta voglia di sangue che scorreva nelle vene di quei paladini del popolo. In totale risposta, dichiararono guerra, mentre sulle crude ma avvolgenti atmosfere generate dagli strumenti decapitavano chi aveva cercato di corromperli cercando con loro la pace. Ecco che, passata la mezzanotte, erano stati uccisi i ladri di Sogndal e finalmente il popolo poteva festeggiare il natale con la sicurezza di essere stati liberati dagli oppressori definitivamente. 

Kong Hydnes Haug

Allucinanti note sincopate di tastiera creano un divisorio con il brano precedente, dando invece corpo a quello che è il proseguo di questa opera: Kong Hydnes Haug (Tumulo del re Hydnes). Note acute, incensate di qualcosa di mistico e a tratti ipnotico ci porgono la mano nella loro ripetuta essenza, fino a che non muove il primo passo il suono della sei corde, inizialmente leggera e pizzicata e successivamente sfrenata come una tempesta. La narrazione questa volta ci porta lontani, decisamente distanti nello spazio e nel tempo rispetto alla precedente traccia. Ci troviamo nel quarto secolo, distanti da Norafjordr, lontano in Lomeldi, dentro l'area di Slinde. Qui, nella metà del quarto secolo, venne costruita una tomba per un guerriero sul tumulo del re Hydnes. La bara era fatta di una pietra indistruttibile, mentre all'interno il corpo aveva nella mano destra una spada lunga, sul capo un elmo fatto di bronzo e ai piedi due vasi di creta. Un corredo funerario degno di un guerriero a tutti gli effetti, pronto a viaggiare per il Regno dei Morti in battaglia scortato dalle lance poste fuori dalla tomba, mentre la testa rivolta verso occidente permetteva di seguire tutta la procedura necessaria affinché l'anima di quel guerriero potesse giungere nel Valhalla senza intoppi. Su queste parole l'orchestrazione si smantella, lasciando il posto ad un coro che permea l'atmosfera che stiamo ascoltando di un epico epilogo della scena. Sembra quasi accompagnare anch'esso il viaggio del defunto, riuscendo a scortare con le sottili ed eteree voci. La visione sopravvive ancora per poco, poiché il ritmo ritorna ossessivamente accelerato e la sprezzante, graffiata voce di Valfar continua la sua ridda narratoria: "nell'ultimo secolo la paura ha preso corpo, [da] uomini ignoranti e bramosi di conquista che hanno 'ripulito' 14 secoli con la [loro] pace; ignoranti creati dalla [stessa] paura che la furia del loro Dio ha prodotto, la stessa che continua a persistere e a comandare tutt'oggi [a Slinde]". Diviene chiaro che l'intenzione di queste parole si concretizza come inquisitoria condanna al cristianesimo portato nelle terre norvegesi, trasformando in paura quello che poteva essere coraggio, dando voce a stolti individui. Lentamente iniziano a dissolversi gli strumenti lasciando invece la scena ad un leggero suono che richiama uno spazio vuoto con tonalità basse e lo-fi. Un iniziale atmosfera che si trasforma di nuovo nell'avvicendarsi reiterato delle note della tastiera, scandite poco a poco da veloci battiti di tamburo, poco prima che il grido di Valfar ritorni presente e che riapra le porte dei cori avvolti dai rintocchi di crash e la melodia di sottofondo, pronti a sferzare le ultime spadate. Quel che si respira è un clima decisamente timoroso e nero, ricco di emozioni che persino oggigiorno rimane nell'aria, rilasciando paura a tutti coloro i quali vogliono viaggiare tra Soknardalr e Leikvangir dopo il crepuscolo. Ad accentuare queste sensazioni lo lo scream finale ed i ritmi tellurici della chitarra fanno la loro ultima comparsa prima che l'architettura strumentale svanisca, lasciandoci come in attesa di saperne altro e di andare oltre.

Svartesmeden og Lundamyrstrollet

Brano dopo brano ci ricorda la magnificenza del folk europeo (in questo caso di quello norvegese) ma la traccia che giunge ora, ancor più di tutte, è un rifacimento di una celebre storia folklorica della città natale di Terje Bakken. Primi accenni del connubio di chitarra e batteria, già decisi e forti nella loro esecuzione, ci forniscono il tappeto su cui andrà a delinearsi la storia de Svartesmeden og Lundamyrstrollet (Il Fabbro ed il Troll di Lundamyri). Mentre la batteria si potenzia, sforzando all'ennesima potenza fin dall'inizio la furia sui piatti, come un battere incessante del fabbro sull'incudine, la voce oscura del narratore ci introduce il racconto: "Il fabbro viveva a Bjedla, in Sogndal, in un tempo in cui i troll dimoravano nei paesini, nei dirupi e nei tumuli, recando gran fastidio. Alcuni di loro erano soliti cacciare e spaventare i poveri viandanti dopo il calar del sole ed uno dei più terribili di questa specie era il troll di Lundamyri, il quale solitamente amava aggirarsi al centro della cittadina". In questo modo ci sono stati introdotti i personaggi principali di questa storia, necessariamente accompagnati dall'epica orchestrazione che perpetra nelle orecchie come una lancia che scalfigge la pietra, facendo breccia e richiamando l'attenzione alle immagini che possono giungerci come accade in qualsiasi storia che viene raccontata ai bambini. La cosa più interessante di questa favella e che cambia decisamente i binari del suo corso, risiede in Flusi, la spada magica del fabbro di Bjedla. Si narra che un sabato sera il fabbro decise di uscire dalla sua fucina con la sua spada affilata; decise quindi di scendere le colline e seguire la strada che lo portava di fronte alla palude. Alla luce della luna, la spada scintillava, era magica, aveva una forza particolare intrinseca che forniva decisamente sicurezza al fabbro della cittadina che poco dopo, in lontananza, vide il terribile e grande troll di Lundamyri dormire disteso sul terreno. Ecco che a quella vista, nel fabbro giunse la rabbia ed un po' di timore, trasformati entrambi in coraggio, spinto dal fine di porre un punto alla follia di quel troll che seminava panico in città. Prese quindi Flusi e lo pugnalò senza ritegno. A quel dolore il troll si svegliò e contorto da quella pugnalata cercò di dimenarsi per liberarsi dall'arma, senza molte speranze. A questo punto i cori diventano prominenti, la doppia cassa ingrandisce la sua ombra in sottofondo, la sei corde inizia a trasformare il suo suono che da lì a poco darà una sensazione allarmante, lasciandoci con il fiato sospeso per qualche secondo, per poi ritornare a far parte di quel connubio strumentale efficacemente perturbante. Su queste note il troll incita a liberarsi da quel dolore:  "ritiralo" dice, senza averne ricavato niente, anzi. Il fabbro, infatti, gli risponde dicendogli che lascerà l'arma infilzata fino al giorno successivo e se ne andò lasciando quel troll a perire con la sua spada conficcata nel petto. Quel gemito proveniente dalla bocca del troll e la sua sofferenza viene accentuato dalle grida di Valfar, capace nel passarci le sensazioni di quei momenti in maniera acuta e piena. L'indomani, Il fabbro tornò su quel luogo solo per inguainare la spada, tornandosene a casa soddisfatto di aver ottenuto vittoria e di aver liberato i suoi concittadini. Fu allora che dalla montagna Loftesnes, di poco lì vicino, troll piccoli e grandi crearono un varco nella pietra e si diressero a prendere il corpo del defunto loro simile e portarlo nelle loro sale, probabilmente richiamati dalle grida. Qui, tutti insieme compiansero il defunto nonno - come loro stessi lo definivano, portandolo ai fiordi per dargli l'ultimo saluto. Da allora chiunque passi da quei luoghi viene preso da gran timore, poiché si dice che si possa ancora sentire i troll urlare per tutta la valle, come un avviso che stanno ritornando. Ed è proprio su questo finale che l'aria diventa fredda dalla commistione degli strumenti, incutendo timore e riverenza per quelle forze così nascoste che si ritrovano nello scream di Terje.

Kampen

Quella siamo prossimi ad ascoltare è certamente un ulteriore inno alle proprie radici, fortemente ferite e reduci dalla battaglia contro un mostro che con il tempo ha iniziato a divorare senza dignità, si tratta di Kampen (La Battaglia). Un ritmo ammaliante ed allo stesso tempo truce, cadenzato dal battere dei piatto della batteria e filato dalla chitarra che promette quasi un invito al combattere. Immediatamente la voce di  Valfar non è più uno graffiata ma assume le fattezze reali di un inno, accompagnato dai cori che in sottofondo si percepiscono ed inspessiscono l'ensemble. Questo incipit ci porta verso tempo antichi, non decisamente ben definiti ma che rimandano comunque ad un periodo di forte cambiamento. "Quando vennero, lo fecero con Gesù Cristo e le croci - dice - e molti di noi rifiutavano quel debole dio, alcuni persino dovettero tradire le loro terre o le loro posizioni sociali invece dei loro costumi pagani", anche solo con queste parole il brano assume una dimensione ancora più delineata. Probabilmente quella spada in copertina è lì proprio per indicare una "chiamata alle armi" che i Windir richiedono qualche strofa più dopo, dicendo "dobbiamo riunirci e combattere contro quei cristiani bastardi". Un manifesto di guerra e di ripresa delle proprie radici, questo potrebbe essere in effetti un brano che dal titolo lascia ben intendere altro. Quando i cristiani arrivarono infine sulle sponde a settentrione, distrussero con forza tutto ciò che apparteneva a quei popoli e che simbolicamente i Windir elencano: "Il martello di Thor fu rimpiazzato dalla croce, i canti vennero rimpiazzati da deboli parole, i rituali vennero proibiti in favore di servizi religiosi e i luoghi sacri arsi e rimpiazzati dalle [loro] chiese". Ma questo manifesto di vendetta non si ferma solamente all'assoluta distruzione che ha portato il cristianesimo ma, come possiamo apprendere in successione, anche contro quella sorta di uomo (in)civilizzato che ha voluto barattare il senso comune e la natura in favore di grosse costruzioni, edifici alti e sottili hanno iniziato a rimpiazzare le meravigliose lande di terra e boschi che coprivano i territori europei. Decisamente un cambiamento negativo, su diversi piani, che ha portato ad un distacco sempre maggiore verso quello che appartiene e che circonda l'essere umano, facendogli crede di essere in cima alla piramide, inconsapevole che le cose sono differenti. Per questo allora continuano ad incitare non solo l'odio verso i "bastardi cristiani" ma anche verso i "bastardi delle città". I discorsi riguardo questo argomento potrebbero dilungarsi ed essere a dir poco innumerevoli ma certamente interessanti sono gli spunti che vengono forniti da un brano del genere. Un richiamo che sempre più forte si aggrappa a coloro che riescono a sentire le proprie radici e che vogliono scoprire ed arrivare all'origine. Uniamoci allora, contro la moderna apparenza, questa è la strada: il passato che diviene futuro in un circolare andamento sinuoso.

Saknet

Ci stiamo avvicinando alla chiusura di questa seconda opera targata Windir ma due ultimi scalini ci si pongono davanti. Il primo dei due si chiama Saknet (Il Desiderio) che si manifesta in un crescendo di velocità e stile ritmico fin dall'inizio. Probabilmente potrebbe sembrare un brano differente dai precedenti, magari più oscuro e meno sinfonico, sebbene sia comunque presente l'atmosferica struttura data dalla tastiera. La furia di esecuzione è palpabile fino al midollo, come se volesse liberare la più angosciante delle verità che un individuo si porta dietro. Un desiderio recondito che graffia il fondo dell'anima del protagonista, che si rispecchia nel buco dentro lo specchio in cui esso si riflette nella sua oscurità. Una tenebrosa incertezza pervade il protagonista e lo porta a non essere nemmeno sicuro di ciò che lui stesso rappresenta. Ama ed odia allo stesso tempo, in una commistione di eventi ed emozioni che lo trasportano in un infinito desiderio di voler raggiungere probabilmente una fine. Un truce incedere della doppia cassa scandisce il disturbo violento che continua a bussare da dentro, fuoriuscendo tramite le parole e le acute orchestrazioni. Tutto quello che per gli altri rappresenta il giorno, il protagonista lo ritrova nella notte; così come le grida sono come le risate per tutti gli altri uomini, in una condizione in cui la morte è quello che per gli altri rappresenta la vita. La presa di coscienza arriva quando anche lui stesso si rende conto di come sia triste, lugubre questa sua condizione, questo suo essere così caduto in basso e star raschiando il fondo. Proprio a questo punto inizia a ricostruirsi almeno qualche certezza, sebbene offuscata che lo porta a poter affermare che - in una condizione di ribellione interiore e di non accettazione di tutto ciò che lo circonda - quello che per gli altri è sbagliato fare, lui brama farlo, così come vorrebbe dire ciò che per altri non si dovrebbe. Quel desiderio che gli sta così stretto e lo aggroviglia non permettendogli di respirare viene dal profondo, evidentemente da una perdita che lui stesso definisce "dolorosa" e che probabilmente trasferisce sul piano musicale questa sua acuminata disgregazione che percepisce essere in atto. Cosa potrebbe avergli causato tutto questo male? Non ci è dato saperlo ma quello che più desidera ci viene svelato al termine del brano senza troppi giri di parole: "Muoio perché' sono desideroso, e sono desideroso [solo] di una cosa: la morte". Il susseguirsi di questo violento ensemble strumentale che non trova pace ma che sembra animarsi sempre di più in un susseguirsi di turbolenze e metaforici terremoti strumentali, hanno fin da subito creato una diversa immagine rispetto alle tracce precedenti, diventando canale di sfogo di una perdita che non ha un nome ma che ha segnato perennemente le sorti del nostro protagonista, il quale si dimena come farebbe chiunque di noi sottoposto ad un personale ed interiore interrogatorio in tempi di stretta sofferenza.

Ending

Ecco l'ultimo scalino di questo castello, il quale chiude il portone alle sue spalle come la quarta copertina di un libro. Ecco che in chiusura ci accoglie: Ending (Fine).  Evidentemente figlio del filone più oscuro del black metal norvegese, questo brano di chiusura diventa composto da una matrice decisamente più aggressiva e ancor meno sinfonica rispetto l'ultima traccia. Principalmente formate da stratificate linee di chitarra e pelli che irrompono nel silenzio come un ariete che spalanca un portone fortificato, prosegue in una ridda dinamica ed evasiva in cui la velocità ed il caos sembrano regnare nella più astuta soluzione. Valfar decide di parlare di se, quasi senza alcuna motivazione e ci si presenta dicendo di vivere in un luogo in cui nessun altro potrebbe viverci, insieme alla madre Helga ed il padre Vegard. Un luogo abbastanza lontano, in cui l'inverno non lascia tanto facilmente il posto all'estate, tanto che talvolta non passano meno di quattordici giorni da quando riescono a vedere altre persone. Un luogo per pochi eletti in effetti, gelido ed innevato, isolato quasi dal resto del mondo che per alcuni aspetti potrebbe risultare un vantaggio. Semplicemente questo quello che in un brano musicalmente cattivo come questo, Terje vuole passare al termine dell'opera. La caratteristica principale di questo outro è rappresentato certamente dalla furiosa batteria e dalla chitarra che sembra smuovere la crosta terrestre dalla furia con cui viene espressa la sua musicalità, sebbene verso il termine di questo subentri una piccola parte più melodica, come una chiusura più morbida di quanto ci si aspetterebbe, compenetrante e fumosa, utile alla chiusura finale del sipario aperto diversi minuti fa.

Conclusioni

Il secondo lavoro che si aggiunge alla carriera dei norvegesi Windir si plasma decisamente su una ancora più spasmodica ricerca della vena sinfonica, in aggiunta alla più accentuata lavorazione di certe sonorità precisamente più simili al black metal come lo conosciamo. A partire dal primo brano, possiamo anzitutto constatare come ci sia stata una salita proporzionale del tipo di ritmo e di combinazione tra parti di tastiera ed altra strumentistica, definendo il tipo di approccio che lo stesso Valfar ha deciso di utilizzare fin dall'inizio della carriera. Si tratta sicuramente di influenze provenienti da diversi nomi illustri e che si ritrovano in gran numero sotto questi diversi punti di vista e di considerazione. "Arntor" diventa, nella costruzione finale del gruppo, un piccolo contenitore di un sapere folkloristico interessante; la storia del fabbro che uccide il troll potrebbe avere assonanze con diversi racconti del nostro continente europeo, questo perché' siamo tutti legati da una coscienza collettiva che talvolta nasconde sotto simboli apparentemente poco importanti il significato di qualcosa di ancestrale. Non sto certamente dicendo che il presente album contenga segreti imperscrutabili ma che sicuramente l'azione di ripresa e trasformazioni di queste favelle ha un non so che di unico che al solo ricordo ci ricollega a Valfar e al suo progetto. Se oggettivamente potrebbe essere definito un ottimo lavoro compositivo, prendendo comunque in considerazione la capacità di riunire diversi individui e la creazione di sinfoniche armonie solo per mano di Terje, soggettivamente potremmo comunque notare come si tratti di un lavoro forse un po' acerbo, in generale disconnesso rispetto alle premesse iniziali. Probabilmente non aiuta anche la presenza dell'intro e dell'outro che ricordano - appunto - una copertina di un libro che come giustamente ci si aspetta, necessita di un filo conduttore legato da un filo rosso. In questo, "Arntor" probabilmente pecca leggermente, unendo tracce che parlano di un guerriero/eroe delle storie popolari norvegesi e passando ad una sorta di manifesto anti-cristianesimo e anti-modernità, per poi finire in una presentazione di se stesso e della sua famiglia. Ma guardando il contesto generale, probabilmente Terje voleva trasportare il concetto di eroe/guerriero anche alla sua persona in un'ottica di sano egoismo. Ed in effetti potrebbe benissimo essere interpretato in questo modo. Questo perché Windir a partire da questo platter in poi diviene parte di quella cerchia di gruppi che portano avanti la propria terra, sotto la forma che più gli aggrada. Drammaticità, arte compositiva e spirito guerriero sono i tre aggettivi che probabilmente più riescono vestirsi bene addosso a questo lavoro. Un mix energico tra riff heavy metal e black metal, richiamanti altri lavori come quelli di Falkenbach e Bathory, piuttosto che costruzioni sinfoniche altezzose e ritmi sostenuti da racconti che vivono a metà tra lo storico e l'immaginale. Probabilmente con questo album possiamo dire che inizierebbe un lancio ad altri artisti per la trasposizione musicale di storie del folk, sebbene pochi riescano ad eguagliare determinate strutture che artisti come anche i summenzionati sono riusciti a portare al mondo della musica. Questo album non è assolutamente da scartare se si deve considerare il panorama norvegese ed in generale mondiale, probabilmente Windir è un nome troppo spesso caduto nel dimenticatoio ma su cui il produttore Eirik Hundsvin ha messo la mano sul fuoco.

1) Byrjing
2) Arntor, ein Windir
3) Kong Hydnes Haug
4) Svartesmeden og Lundamyrstrollet
5) Kampen
6) Saknet
7) Ending
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