VOIVOD

Warriors of Ice

2011 - Indica Records

A CURA DI
DANIELE VASCO
07/07/2017
TEMPO DI LETTURA:
8

Introduzione Recensione

Parlare di una band dalla carriera giunta al traguardo dei 30 anni è sempre difficile, specie si tratta di un gruppo che ha saputo giocare con il suo sound miscelando alle sue basi e al suo background generi diversi, frutto di ricerca e sperimentazioni che ne hanno ampliato a dismisura il vocabolario. Risulta ancora più difficile parlarne se si tratta di una band stupidamente sottovalutata e/o snobbata, che invece ha lasciato un'impronta indelebile nel panorama Rock e Metal. Per di più, in questa occasione, si aggiunge un altro tassello che rende arduo il compito di stendere nero su bianco le parole adatte all'affrontare tale discorso; la carriera di una band, difatti, può rischiare di ritrovarsi ad un passo da una inesorabile fine della sua storia, proprio quando meno ce lo si aspetta. Le cause possono essere diverse: un "passo falso", una label che chiude i battenti, l'equilibrio interno che si incrina... ma la cosa peggiore che possa accadere e che comporti un possibile declino è la scomparsa di uno dei membri della band stessa, specie se improvvisa. Questo è quello che è successo ai canadesi Voivod con la scomparsa del loro storico chitarrista Denis D'Amour, detto Piggy, passato prematuramente a miglior vita nel 2005. Sorgeva quindi spontanea una domanda, seppur di cattivo gusto: «I Voivod potranno proseguire la loro carriera artistica senza il loro carismatico leader?». Guardando ad oggi la risposta sembrerebbe oltremodo scontata, ma se guardiamo al periodo in cui l'oggetto di questa recensione, il live "Warriors of Ice" andava in scena, dare una risposta era ancora difficile; anche perché il gruppo, dal punto di vista dell'attività in studio, nei sei anni che andavano dalla prematura scomparsa di Piggy alla release di questo album dal vivo, si è limitato alla pubblicazione, nel 2009, di "Infini", album contenente registrazioni inedite con il compianto chitarrista. L'album di cui andremo ad occuparci in questa sede vede giungere alla sei corde la new-entry Daniel "Chewy" Mongrain, chiamato al non facile compito di tenere testa a quella che fu l'epopea di Piggy. Un chitarrista che in quanto a tecnica non avrebbe comunque fatto rimpiangere Denis. Decisamente preparato, il nostro Chewy, in quanto insegnante di chitarra Jazz e Pop presso il "Cégep régional de Lanaudière". Sarebbe stato lui, dunque, a colmare quel vuoto. Un vuoto decisamente incolmabile, soprattutto se consideriamo il fatto che la voglia di sperimentazione dei Voivod si è sempre (molto) retta sull'estro del chitarrista, sui suoi guizzi improvvisi, sulle sue trovate geniali. Il suo amore per il Punk e lo Speed Metal mostrati nei primi due dischi della carriera dei nostri canadesi ("War and Pain" e "Rrröööaaarrr"), le improvvise virate technical Thrash di "Killing Technology", il prog. allo stato puro di "Nothingface", le velleità Hard Rock presenti nel particolarissimo "Angel Rat". Insomma, il cervello pulsante dei Voivod era venuto a mancare in maniera tristemente perentoria. I restanti membri avrebbero dunque dovuto onorare l'esperienza di Piggy, proseguendo la loro carriera tenendo ben presente gli insegnamenti dell'amico scomparso. Insegnamenti, alla fine, fondamenta dell'esperienza canadese: mai adagiarsi sugli allori, mai abituare il pubblico alla prevedibilità. Anzi, stupire. Scioccare se necessario ("Angel Rat", in tal senso), destabilizzare, privare d'ogni punto di riferimento quell'auditorio ogni volta particolarmente colpito dall'estrema poliedricità dei Voivod. Più quello zoccolo durissimo di fan, i quali non hanno mai voltato le spalle ai Nostri ed anzi, li hanno sempre incoraggiati, qualsiasi risultasse il sound proposto. Questa dunque la missione dello storico terzetto composto da Snake, Away e Blacky, riunitosi per l'occasione (in precedenza, il ruolo di bassista era stato ricoperto da turnisti vari, sino alla venuta di Jason Newsted in pianta stabile): continuare ciò che avevano iniziato assieme a Piggy, non disperdendo ai quattro venti un'avventura ormai giunta troppo in là per essere improvvisamente troncata. Assieme a Chewy, i Nostri avrebbero dunque continuato a battere quel sentiero, dimostrando all'amico passato a miglior vita il valore di ogni suo sacrificio e di ogni sua idea messa in pratica. I Voivod avrebbero proseguito per la loro strada. Con il cuore spezzato per la dipartita dell'amico di sempre, del loro leader; eppure, carichi di seranze e voglia di fare per il futuro. "Warriors Of Ice" (titolo omonimo di una loro canzone presente nel debutto War and Pain) è stato registrato il 12 dicembre 2009 al Club Soda di Montreal e mixato e masterizzato due anni dopo allo Studio D.O.C. (Montreal), licenziato dalla Indica Records. Si tratta del secondo live ufficiale della band (il primo è Lives, risalente al 2001) e contiene ben quindici pezzi che ripercorrono, idealmente, la storia della formazione canadese, con due soli brani provenienti dai lavori più recenti (Infini, 2009). Chiaro come l'operazione si possa configurare, dunque, come un immenso tributo da tributare ad un caro amico ormai passato a miglior vita. Quale modo migliore di ricominciare, se non ricordando la grandezza di un passato che mai sarà invasivo o totalitario, ma fungerà comunque da preziosa fonte di ispirazione, dalla quale attingere più volte? Proprio per questo motivo, "Warriors Of Ice", risulta alla fin fine un ottimo album live; è il primo disco senza Piggy e merita di essere supportato. Per avere fra le mani un disco di inediti dovremo aspettare il 2013, quando il buon "Target Earth" avrebbe fatto la sua comparsa, facendoci tirare un bel sospiro di sollievo. I Voivod erano ancora sulla piazza, più forti e decisi che mai. Prima di giungere a quel discorso, però, è opportuno fissare la nostra attenzione su questo bel disco dal vivo, del quale sviscereremo come nostro solito ogni contenuto. La forza dei Voivod, dopo tutto, è la dimensione live. Quella nella quale i Nostri riescono a mostrarsi senza freni e senza accorgimenti, senza orpelli od inganni. Caliamoci dunque nel freddo di Montreal e prepariamoci a questa possente escursione fra i ghiacci.

Voivod

Il live si apre con la canzone omonima del gruppo, "Voivod", estratta da War And Pain, debut-album del 1984. Come nella versione su disco anche questa versione dal vivo si apre, nonostante sia parzialmente coperta dall'acclamazione del pubblico, con lo stesso incedere rallentato e marziale e con il medesimo riff  lento ed ipnotico ad opera del nuovo arrivato Daniel Mongrain (Chewy) che introduce, tenendo il controllo della scena per i primi 49 secondi, raggiunto solo per brevi istanti dall'eco dei cimbali della batteria. Al minuto 0:49, all'urlo di «Voivod!» emesso dalla voce graffiata di Denis Bélanger (Snake) e supportato dalla batteria di Michel Langevin (Away) i Nostri irrompono sulla scena e il concerto può ufficialmente iniziare la sua lunga corsa (15 i brani previsti). Facile immaginarsi la partenza di un headbanging scatenato tra il pubblico e di un pogo furioso nel pit. Si parte subito all'insegna della velocità e la band si dimostra subito in gran forma: l'energia è palpabile anche attraverso la sola registrazione e la partecipazione del pubblico, spronato fin da subito a cantare il ritornello, scandendo il nome della band nonché il titolo della canzone, è immediata. Musicalmente la canzone ruota attorno allo stesso riff di chitarra e la stessa ritmica portante sia della chitarra stessa sia dell'accoppiata basso-batteria; un guitar-working che, se non fosse nota la presenza di un solo axeman sul palco, si verrebbe portati a credere alla presenza di ben due axemen. Quando invece, prestando la dovuta attenzione, si capisce quanto la seconda voce che si sente e che crea questa sensazione sia dovuta al basso. Una traccia che rimane ancorata alla sua impronta Thrash originaria senza cercare infiorettature o orpelli decorativi che finirebbero per guastarne l'atmosfera o distruggerne il piglio deciso e immediato. Al minuto 1:57 veniamo investiti dal primo assolo di chitarra, breve e fulmineo (da 1:57 a 2:00 e poi da 2:09 a 2:11), più simile ad un turnaround che ad un solo vero e proprio, il quale spezza il ritmo, senza creare interruzioni e aiuta a mantenere viva la carica della canzone, oltre che a fornirle quell'aspetto tecnico che sta alla base della proposta dei Nostri. Il primo assolo vero colpisce le nostre orecchie al minuto 2:41 (fino al minuto 3:02) quando all'aggressività si aggiunge una nota "quasi" melodica e altamente tecnica che si differenzia dall'assolo originale il quale aveva un'impronta sempre tecnica ma più distorta e tagliente, che non regalava quella nota melodica al tutto. Una scelta che comunque si rivela azzeccata, in questo caso. Terminata questa parentesi, il tutto torna sulla strada iniziale e contrariamente a quanto si possa pensare, la linearità del tutto mantiene salda l'attenzione, ed il coinvolgimento è totale. Paragonando le due versioni, quella del 1984 e quella impressa tra i solchi di questo disco, si può notare come anche i livelli di distorsione di chitarra e basso (oltre alla velocità e all'incedere della batteria, anche se l'idea originale non viene in nessun modo intaccata o modificata drasticamente) siano nettamente diversi. Invece che rappresentare un motivo che possa far storcere il naso, tuttavia, ciò si rivela subito, oltre che l'inizio più azzeccato per celebrare il gruppo, una versione di tutto rispetto che racchiude il lungo percorso fatto dalla band nonché molteplici sfaccettature che ne hanno impreziosito il suono nel corso degli anni. Il brano, dal punto i vista delle liriche, ci fa calare in un freddo olocausto nucleare, una delle tematiche che caratterizzerà sempre i testi della band canadese. In questo caso, ci troviamo su un campo di battaglia ad assistere inermi alla dura e straziante lotta di alcuni soldati intenti a difendere la libertà del nostro mondo, con la consapevolezza di non riuscire mai a vedere realizzato l'obbiettivo per cui lottano. "Nel fumo del combattimento / Le bombe cadono al tuo fianco  /  Non ci sono gli dei che ti danno il coraggio". Non ci sono difese, le forze abbandonano i corpi, il fuoco sale alto nel cielo, lame e pistole si fronteggiano ponendo fine le une alle altre ai loro possessori. Uno scenario rosso sangue che disturba e non lascia speranze. "E nessuna difesa, nessuna forza  ? Nel fumo del combattimento".

The Unknown Knows

"The Unknown Knows (L'ignoto sa)", originariamente pubblicata sull'album "Nothingface" del 1989, come open-track. Apertura che sembra voler riprendere i dettami del Doom riproponendone l'incedere pesante e il riffing lento ed ipnotico unito ad una velocità esecutiva comunque più sostenuta fin da subito, a differenza della versione su disco che prevedeva anche una introduzione atmosferica, la quale precedeva l'attacco della chitarra; apertura alla quale si uniscono le urla di giubilo degli astanti, pochi secondi (20 secondi esatti) prima che il brano esploda in tutta la sua potenza. Questa canzone manifesta subito chiari richiami al Punk anni '70 che rendono ancora più grezzo e sanguigno il Thrash di base. L'impronta scanzonata di questo pezzo sposta l'attenzione dai tratti "aggressivi" della band canadese su tratti più goliardici, musicalmente parlando, i quali coinvolgono nel medesimo modo. Un brano che ricorda molto i Motörhead. Un sound che diventa fin da subito sinonimo di garanzia. Potremmo azzardarci a dire che dal Thrash funambolico dell'opener si passa ad un Punk N' Roll festaiolo di grande impatto. Il mood è lo stesso della canzone rilasciata nell'89, senza nessun cambio di registro, anche se, ad aver subito modifica è la durata del pezzo, 5 minuti e 55 secondi su disco e 4 minuti e 41 secondi in versione live, un taglio di un minuto e 14 secondi. Anche se il fuoco dei microfoni è concentrato sul palco non è difficile captare sotto al muro sonoro le voci provenienti da sotto al palco. L'arrangiamento scorre in modo decisamente lineare senza variazioni degne di nota fino a metà del secondo minuto (2:30) quando le linee vocali si interrompono, la ritmica si abbassa di volume e la chitarra si lancia in un assolo (da 2:30 a 2:43) dal gusto tecnico con qualche rimando melodico; una piccola variante all'interno della linearità comunque costruito su un lavoro chitarristico di prim'ordine, che dimostra subito le ottime capacità di Chewy alla sei corde nell'arduo compito che gli è stato assegnato; e una solida sezione ritmica. Terminata la parentesi assolo, la canzone riprende la sua strada. Vocalmente ineccepibile anche se per un momento (da 3:04 a 3:16) mentre la canzone subisce un improvviso rallentamento e uno spostamento su ritmi più cadenzati e riffs più ritmati, intervallati da rapide staccate più veloci, il singer sembra "stonare" leggermente, anche se probabilmente è solo una sensazione. La seconda variante che spezza l'andamento del brano arriva al minuto 3:16 tra le acclamazioni, quando il tutto rallenta di nuovo e si accosta allo stile usato in apertura, quindi pattern di batteria lenti, linee di basso ben in evidenza e riffs ipnotici che si avviano verso un crescendo che porta la canzone ad assomigliare al leitmotiv di un musical dai suoni distorti e acidi. Il brano termina la sua corsa al minuto 4:23 (il taglio rispetto all'originale aumenta quindi da un minuto e 14 secondi a un minuto e un minuto e 32 secondi, contrariamente a quando asserito poche righe fa) e i restanti 20 secondi vengono utilizzati dal frontman Snake per dare il benvenuto al pubblico di Montreal e per introdurre rapidamente la canzone successiva. Se volessimo riassumere in una sola frase quanto detto: «questo è un pezzo in grado di esplodere in un incedere acido e trascinante, che ti si stampa piacevolmente nel cervello». "Le cose vanno e vengono / Questo mondo è buffo / Tutto quello che so / l'ignoto sa" - "I tempi vengono e vanno / Quanto noioso il flusso / Tutto quello che spero  / l'ignoto sa" - "Mi arrendo al grigio rituale / Vado e torno / Approccio infinito / Devo essere vicino  / l'ignoto sa". Anche questa canzone propone temi grigi dove la speranza non esiste e tutto è condannato a cadere, solo ciò che è ignoto conosce davvero la verità. Ma l'uomo, al pari del protagonista del pezzo, non è pronto a comprendere ciò che lui non conosce ma che, personificandolo, lui conosce. L'uomo tenta di capire, si pone domande, cerca un dialogo con ciò che lo circonda, ma la sua mente non è pronta a capire e le domande si susseguono senza sosta.

The Prow

"The Prow (La prua)", brano tratto dall'album licenziato nel 1991, "Angel Rat" (ultimo album del gruppo con Jean-Yves Thériault al basso prima di questa Reunion). Un brano totalmente differente dai due appena ascoltati perché proveniente da un disco totalmente differente, in quanto "Angel Rat" segnava il passaggio dal Thrash degli esordi ad un sound più rock-oriented ma sempre diretto ed incisivo. Partenza immediata e senza preamboli con voce e chitarra subito in prima linea. L'approccio moderno che già si percepiva nella registrazione originale resta saldamente presente anche in questa versione dal vivo. Si percepisce il cambio avvenuto alla chitarra, il tocco del compianto Piggy e il tocco di Chewy sono differenti, ma quest'ultimo riesce a tenere vivo il ricordo del suo illustre predecessore. Tornando al brano. Non è difficile riconoscere nell'impronta sonora di questo pezzo (già all'origine) quegli elementi che avrebbero caratterizzato il Rock e il Metal specie negli ultimi anni (dal 2000 ad oggi), cioè riffs che mischiavano parti più "granitiche" a parti nettamente più melodiche, ritmiche decise ma con un ritmo, per darne una definizione improvvisata, "ballabile" dove la velocità viene parzialmente ridotta ma senza incidere sull'energia e dove le linee vocali, comprese quelle di questo brano, si "addolciscono" pur mantenendo il giusto graffio. Si potrebbe fare l'azzardo di inserire questo brano (e il suo album di provenienza) tra i precursori dell'ondata moderna del Metal e del Rock, in sostanza un Hard&Heavy votato alla melodia, comunque di grande impatto. Un altro segno della varietà della proposta dei Voivod. La vocalità di Snake tiene bene anche in questo pezzo che richiede una voce dai toni medio-bassi perché la resa sia ottimale, a differenza dei toni più graffiati e "acidi" delle due canzoni precedenti. Un mix di voce e musica davvero coinvolgente nel suo insieme. Il primo minuto della traccia (dall'attacco iniziale al minuto 1:10) scorre in maniera scanzonata e molto fluida, senza particolari soluzioni. Al minuto 1:10, si viene colti di sorpresa da un primo cambiamento; senza che lo stile venga intaccato, riffs e ritmica rallentano, al pari delle vocals facendo assumere alla canzone un'impronta difficile da catalogare, troppo personale per poter essere inserita in un campo specifico. Ma questo rallentamento non dura molto, al minuto 1:47 una rapida impennata riporta tutto all'insegna della velocità e questo segna il secondo cambio di registro della traccia, che si trasforma in un Thrash dai contorni melodici sostenuto da un assolo distorto e tecnico. Questa parentesi termina al minuto 2:02 quando si ritorna al groove iniziale e al minuto 2:20 (fino al minuto 2:37) viene inserito il secondo assolo di chitarra che rende ancor più godibile l'atmosfera generale. Il termine dell'assolo segna anche il passaggio al terzo cambio, ovvero un passaggio ad un Thrash-Metal più viscerale che chiude (al minuto 3:16) la traccia all'insegna del coinvolgimento più totale. Il testo è semplicissimo in questo caso. Quelle che sentiamo, sono le parole di un marinaio, il comandante di una nave, che sulla prora ha fatto intagliare la figura di una donna che egli stesso invoca a protezione della sua ciurma ("Tu sei, sei con me / Proteggi tutto il mio equipaggio / Ti ho intagliata, da un albero / La mia visione è tu / Lorelei, ti ho / Di fronte alla mia nave / Onde di taglio, a piena velocità / Assaporando il viaggio"). Lui ed i suoi uomini, intenti ad invocare la "dea", mentre affrontano un nuovo viaggio tra tesori celati dai mari, pericoli e tanta voglia di tornare salvi alle loro case. C'è anche un riferimento alla Via Lattea che potrebbe spostare radicalmente l'ambientazione di questo brano, fuorviandone l'interpretazione. Quasi questo fosse un viaggio "stellare" e non "marino".

Ripping Headaches

Terminata la parentesi "melodica", la band torna nuovamente alle sue origini con un brano che trasuda di Thrash old-school: "Ripping Headaches (Mal di testa martellanti)", da "Rrröööaaarrr", 1986. Aperta da un riff pesante, distorto e affilato a cui al quinto secondo si aggiunge un pattern di batteria deciso e aggressivo come le linee di basso, la canzone parte subito all'insegna della rapidità. L'attacco delle vocals viene anticipato, al decimo secondo (precisamente da 0:10 a 0:15), da un fulmineo assolo di chitarra, il quale, oltre a precedere le linee vocali funge da start ufficiale della canzone. Oltre al marchio Thrash made in U.S.A., non è difficile scorgere echi Speed-Metal di scuola americana oltre che qualche rimando ai già citati Motörhead (anche lo stile canoro di Snake, in questo pezzo, ricorda a tratti lo stile dell'indimenticabile Lemmy), senza dimenticare echi dei vari gruppi della Bay-Area. Elementi che si fondono tutti in un brano ad alto tasso adrenalinico ancor prima dello scoccare del primo minuto di durata. Anche in questo caso, come si diceva per l'opener, è facile immaginarsi la partenza di un headbanging scatenato tra il pubblico e di un pogo furioso nel pit, mentre sul palco la band si scatena al ritmo di questo forsennato pezzo. I primi 38 secondi scorrono su un unico binario di riffs e ritmica, senza particolari soluzioni, tutto è veloce e affilato e non ci sono accenni ad interventi melodici o ad apporti tecnici. Allo scoccare del trentottesimo secondo, parte il primo breve assolo di chitarra (da 0:38 a 0:42) che aumenta l'accelerazione della canzone, la quale dunque prosegue sulla stessa strada dell'apertura. Mano a mano che il pezzo avanza, la sensazione di trovarsi dinnanzi ad un brano dei Motörhead (riferendosi in special modo all'album Ace Of Spades) si fa sempre più forte, sia per l'andamento della ritmica basso-batteria sia per il guitar-working su cui Ripping Headaches è strutturata. Questa sensazione, nella versione originale del 1986, era meno forte, probabilmente dovuta all'impronta più distorta e ancora più veloce dell'arrangiamento. Non che sia un male l'approccio utilizzato in questa versione live, ma questa somiglianza che pervade il brano, toglie qualcosa dello Spirito originale. Forse questo è un piccolo neo in questa scaletta, ma nulla toglie che il coinvolgimento sia totale. Un primo cambiamento si presenta allo scoccare del primo minuto (per l'esattezza ad 1:03) quando una serie di variazioni rapidissime e continue, senza stacchi, di riffs e ritmi, uniti alla voce, sposta l'impronta del pezzo verso uno stile già più personale dei Nostri. Il tutto dura fino al minuto 1:28, quando si ritorna sul percorso già segnato. Al minuto due, la band ripropone la stessa serie di cambi di tempo appena utilizzata nel minuto precedente. Ciò crea una sensazione di movimento molto decisa e godibile, coadiuvata, al minuto 2:19, dall'intervento del secondo assolo di chitarra, assolo con un'aria appena più tecnica del precedente (0:38 - 0:42), che riporta poi alla velocità e al mood del tema portante della canzone, per poi terminare con un rapido rallentamento fino alla sua conclusione al minuto 3:10. Il plauso del pubblico è la prova dell'ottima riuscita della performance nonostante l'eccessiva somiglianza percepita in corsa. Il disordine mentale, aspiranti suicidi, maniaci, violenza, un mondo buio, nessuna salvezza, freddo, paura, l'inevitabile forza del destino, dolore, morte, affanni, la ragione che scompare. Ecco quali sono i temi di questa canzone. Tutto è negatività, non c'è luce e non c'è sole, tutto è buio e nero, senza colore. Solo pazzia che chiama altra pazzia, solo violenza che chiama altra violenza. Tutto ruota attorno, come recita il titolo, al mal di testa che seppellisce e uccide, veicolo attraverso il quale si scatena tutta la follia e tutto l'odio che fuoriescono dalle parole di questo brano.

Ravenous Medicine

Si passa ora ad una delle canzoni più conosciute del combo canadese: "Ravenous Medicine (Medicina corrotta)", presente originariamente nell'album "Killing Technology" del 1987. L'inconfondibile partenza rallenta e cadenzata viene subito accolta dal fervore degli astanti. L'intro lenta domina per i primi 40 secondi per poi lasciare il posto alla seconda intro del pezzo, più veloce e aggressiva, la quale dà il via ufficiale a questo brano rapido e diretto. Una canzone il cui arrangiamento, scorre su due binari distinti, uno più prettamente Thrash e uno più vicino ad un Hard-Rock old-school che però si fondono in un unico percorso stilistico il quale crea quindi un'altalena tra riffs agguerriti e riffs più ritmati, al pari della ritmica che passa agilmente e con fluidità da pattern più rapidi a sezioni più cadenzate; il tutto senza creare stacchi o passaggi da uno stile all'altro troppo netti che possano creare buchi o momenti di silenzio. Una soluzione utilizzata con uno schema preciso: da 0:43 (ovvero da quando il pezzo parte ufficialmente) a 1:05 il brano corre veloce, da 1:05 a 1:08 rapido break cadenzato, da 1:08 a 1:27 si ritorna alla velocità, da 1:27 a 1:32 di nuovo si rallenta, da 1:32 a 2:06 la velocità cresce, un nuovo rapido break va da 2:06 a 2:10 per poi tornare ai ritmi e riffs serrati. Va necessariamente aggiunto quanto segue: ogni ritorno alla parte più rapida del brano viene preceduto da un rapido crescendo di riffs e ritmica ben scandito, che funge da rampa di lancio per il ritorno alla velocità dopo ogni parte più "lenta" e cadenzata. Siamo quindi di fronte ad una soluzione stilistica che convince e coinvolge; una soluzione che, paragonando sempre questa versione con l'originale, si mantiene sullo stesso piano, senza modifiche disturbanti lo spirito originale. Torniamo a volgere l'orecchio sul palco. Ciò che si è sentito fino a questo momento, siamo al minuto 2:55, ovvero l'alternanza tra velocità (intendiamoci, non una velocità portata all'estremo o invasa da tecnicismi e virtuosismi inutili) e break cadenzati, prosegue nella sua corsa fino al minuto 2:55 quando al leitmotiv della traccia si va ad aggiungere il primo assolo di chitarra (da 2:55 a 3:13), un assolo molto tecnico (ma che non sbrodola nel virtuosismo fine a se stesso) ma anche affilato e diretto. Terminato l'assolo, ritmica basso-batteria e ritmica di chitarra tornano in primissimo piano e si ripete lo stile utilizzato fino a questo punto, fino al minuto 3:33, quando, quasi sul finale, assistiamo ad un cambiamento radicale del groove del pezzo. Ovvero, la band passa ad un ritmo più scandito sia nelle parti di batteria, sia nelle linee di basso che dei riffs di chitarra, si passa dunque ad un incedere quasi marziale il quale sembra voler sovvertire le sorti di tutto il pezzo; ma è solo un passaggio momentaneo in quanto, allo scoccare del minuto 3:38 si riparte a tutta velocità verso le battute finali. Ottima la prova vocale di Snake. Parlando delle liriche, facendo quindi riferimento al disco originario, possiamo dire che con questo lavoro i Voivod "abbandonarono" il pianeta terra e lo spazio aperto divenne la loro ossessione. Improvvisamente veniamo catapultati in un mondo gelido, dove sono le macchine a decidere del nostro futuro e dove la tecnologia è portata all'estremo con l'unico scopo di fare il più male possibile. Nello specifico, un uomo malato soccorso dall'ambulanza, viene in realtà utilizzato per i peggiori esperimenti scientifici: una pratica disumana, sadica, della quale nessuno verrà mai a conoscenza. Nel racconto la vittima non ha idea di cosa gli stia per capitare, e si affida ai dottori convinta di ricevere delle buone cure. Il dottore, da parte sua, lo rassicura: "You did very well, you'll feel better soon" ("Sei andato molto bene, ti rimetterai presto") mentre, in realtà, per il povero protagonista sta arrivando il momento della fine. Mentre in un primo momento, infatti, utilizzano il suo corpo per esperimenti disumani ma ancora non mortali, il protagonista (nella parte finale del brano) viene sottoposto alla più tremenda delle torture, vedendosi sottratti degli organi, schiavizzato dalle droghe e infine ucciso, perché è quello ciò che prevede la parte finale dell'esperimento.

Tribal Convictions

"Tribal Convictions (Convinzioni tribali)", tratta dall'album del 1988, Dimension Hatröss. Come recita il titolo, questo pezzo si apre con un ritmo tribale dettato da basso e batteria, mentre Denis Bélanger sprona il pubblico a lanciarsi in un coro da stadio utilizzando come slogan il soprannome del batterista; non serve dire che l'invito viene subito raccolto. In questo frangente, più che ad un concerto sembra di essere allo stadio durante una partita di calcio. Quest'introduzione domina la scena fino al minuto 0:43 quando entra in gioco il riff di chitarra; un riff lento, distorto e aggressivo, dove il palm-muting si sente in maniera nitida e unito alla batteria, sposta l'ago della bilancia dal tribale al Metal nel giro di due secondi. L'entrata della chitarra segna l'inizio della seconda introduzione del pezzo, dal chiaro stampo più orientato al Thrash, ma con una vena più personale e più rallentata rispetto ai parametri classici del genere. Questa seconda introduzione, dal mood ritmato nel guitar-working e cadenzato nella ritmica, prosegue fino al minuto 1:40, quando le liriche si inseriscono e il brano può iniziare. A differenza dei brani precedenti, incluso The Prow, il pezzo più rockeggiante, questo brano presenta uno stile "diverso"; è tutto più lento e scandito, sia strumentalmente che vocalmente. Appare quasi come una sorta di Thrash misto Doom, con echi e rimandi ai Black Sabbath dell'era Osbourne (anche vocalmente, Snake, a tratti, ricorda Ozzy). Perlomeno fino al minuto 3:18, quando, improvvisamente, tutto accelera. "Velocità esecutiva" ed energia sono stati certo presenti fino a questo punto preciso della traccia, ma questo cambio repentino, il quale divide la canzone in due parti, sembra essere quasi più veloce, in maniera molto netta, rispetto a quanto sentito nei primi minuti del brano. Ma, come si era visto in precedenza (prendendo ad  esempio Ravenous Medicine) si parla sì di velocità ma intendendola differentemente dal concetto comune del termine; non si parla mai di velocità, in questo caso, di riffs macinati in rapida successione con continui cambi di tempo, così come per la ritmica, ma si parla sempre di velocità intesa come incremento dell'aggressività dei toni che compongono il brano. L'impronta non cambia tra la prima e la seconda parte del pezzo, gli echi a quel Doom anni '70 restano (specialmente nelle vocals), inoltre si aggiunge una nota nettamente più Hard-Rock che regala quel colore in più alla canzone. Da 3:18 a 3:40, la strada percorsa dai Nostri è dunque questa. Al minuto 3:40 invece l'ago si sposta di nuovo e dal Doom con rimandi Hard-Rock, si passa al Thrash più viscerale, tra ritmiche dirette e penetranti, riffs taglienti e uno assolo ficcante (da 4:01 a 4:25), il tutto fino al minuto 4:25 quando, terminato il lungo assolo di chitarra, ormai prossimi alla conclusione, assistiamo ad un quarto cambio di registro che ci porta ad essere investiti da un sound con più elementi sia Rock che Metal i quali - c'è da ammetterlo - non sono facili da "etichettare"; lo spunto è già inserito nel brano stesso e le caratteristiche sono facilmente individuabili, ma la miscela con cui vengono restituite è fin troppo personale per essere descritta correttamente. L'ultimo minuto del pezzo scorre all'insegna della cavalcata elettrica più sfrenata, in uno sferragliare di riffs violenti e ritmiche serratissime. La prova vocale di Snake nelle ultime parti del pezzo non risulta totalmente all'altezza delle sue capacità e in alcuni frangenti sembra remare contro la parte strumentale. Nel complesso, tuttavia, questo è un altro ottimo brano proposto dalla band in questa sede live. Al pari del suo predecessore discografico, ovvero Killig Technology, anche il disco da cui questo brano è tratto ha come tematica di base la fantascienza e lo spazio profondo: Dimension Hatröss  è un concept in cui si immagina di esplorare una dimensione parallela creata dalla collisione alla velocità della luce particelle di materia e anti-materia. Nello specifico, il testo del brano sembra incentrarsi su un racconto critico nei confronti delle antiche credenze Voodoo, che vedono il compiersi di gesta orribili nel nome della religione, religioni appartenenti a tribù sperdute e antiche civiltà.

Overreaction

"Overreaction (Reazione eccessiva)", seconda traccia estratta da "Killing Technology", dove appariva proprio come seconda traccia della scaletta dell'album, subito dopo la tile-track. L'appartenenza allo stesso disco da cui è stata estratta Ravenous Medicine, dal punto di vista stilistico la pone, ovviamente, sullo stesso piano. Ci attende quindi una canzone di stampo principalmente Thrash, ma sicuramente non mancheranno incursioni o passaggi su altri generi, durante tutto il pezzo. La partenza, rispetto ai pezzi precedenti, può risultare un po' insolita. Lo start viene dato da un riff distorto di basso (anche qui, la partenza, è differente dalla versione su disco, dove l'apertura era affidata sì alle linee di basso, ma che duravano pochi secondi e poi il tutto veniva lasciato al guitar-working di Piggy che giocava su una sezione dallo stampo caotico e a tratti oscuro, la quale fungeva da leitmotiv di tutto il pezzo) accompagnato dal battito di mani del pubblico. Intro che dura per circa 33 secondi, scaduti i quali, rapidamente preceduti dalla voce di uno Snake quasi intenzionato a chiamare all'ordine chitarra e batteria, i quali si inseriscono dando il via ufficiale al pezzo che, come preannunciato, si attesta su uno stile prettamente Thrash-Metal. Il riff di chitarra segue alla lettera le linee di basso, quasi "scomparse" dopo un momentaneo passaggio in secondo piano (circa 2 secondi) all'attacco di chitarra e batteria (circa 2 secondi) ma in grado di tornare a farsi sentire in maniera molto nitida, senza spodestare gli altri due, rimanendo la voce trainante del brano. L'entrata in partita di chitarra e batteria, da 0:33 a 0:55, come abbiamo visto prima in Tribal Convictions, potremmo definirla come la seconda intro della canzone. Al minuto 0:55, subentrano le vocals che si presentano in stile Hardcore-Punk, senza una particolare vena tecnica o melodica, ma sempre cariche di quel pathos che hanno contraddistinto ogni canzone. Dall'attacco delle linee vocali al minuto 2:44, la canzone prosegue su un unico binario, senza particolari soluzioni, attestandosi su un riffing ribassato e dalle tinte distorte e scure (come nell'originale), con un pattern di batteria sempre più veloce, mentre l'acidità delle vocals incrementa la sempre più crescente follia di questa settima traccia. Un andamento piuttosto lineare con una formula ben precisa che non si discosta minimamente dallo spirito originario della canzone e ne mantiene inalterati tutti i tratti. Al minuto 2:44 (su disco questo passaggio che stiamo per vedere, avveniva al minuto 2:13), l'impronta cambia radicalmente e dal Thrash di scuola anni '80, si passa ad una sorta di mix tra Speed americano e N.W.O.B.H.M., il tutto condito da ritmiche cadenzate (il basso sempre ben in evidenza) e riffs rallentati (lievemente in secondo piano rispetto a basso e batteria) ottimi nel coadiuvare le vocals acide e maligne di questo frangente. E proprio di frangente si tratta, almeno riguardo alla velocità esecutiva, perché a partire dal minuto 3:11, con un rapido crescendo, la canzone torna ad accelerare, senza stacchi o pause, ma con molta fluidità; accelerazione a cui, al minuto 3:17 (fino al minuto 3:27), si unisce, dando ancor di più l'impressione che tutto aumenti d'intensità e aggressività, il primo assolo di chitarra firmato da Chewy, un assolo decisamente tecnico che mischia Thrash e Prog con una certa maestria e non fa storcere il naso per l'eccessivo tecnicismo, qui non particolarmente presente, ben amalgamato al resto dell'arrangiamento. Al minuto 3:27, si ritorna su lidi Thrash-oriented, sui quali, al minuto 3:30 si adagia il secondo assolo di chitarra, ancor più tecnico e virtuoso del precedente, durante il quale Snake incita il pubblico a sostenere il nuovo chitarrista, che man mano lungo il proseguo del disco si dimostra sempre più all'altezza del delicato compito assegnatogli. Al minuto 3:56, terminato l'assolo, il pezzo torna rapidamente a diminuire per un secondo rapido frangente (da 3:56 a 4:12), tra riffs lenti e ritmiche cadenzate, prima di crescere nuovamente e di tornare al mood iniziale, ma sempre con quella vena "oscura" che ha attraversato tutto il brano. Questo ritorno conduce fino alla fine della traccia senza ricorrere ad altre soluzioni. Come già noto ai fan della band, in Killing Technology (come già detto in precedenza con Ravenous Medicine) si racconta di un quanto mai vicino e possibile disastro nucleare e anche questa canzone, ambientata sempre sul nostro pianeta, ci narra le cause con tutte le conseguenze che ciò comporta. Le liriche ripetono in maniera nauseante le parole "The China Syndrome", mettendoci in allerta su quanto sia pericoloso il modello nucleare cinese e il modo in cui stanno perseguendo la rapida e progressiva industrializzazione della loro società, causando danni irreparabili al clima e non rispettando i trattati internazionali per preservare il nostro pianeta. La lacerante voce di Snake ci narra di come il rapido progresso stia distruggendo la vasta zona che circonda una centrale nucleare, in un disastro che ricorda moltissimo quello di Fukushima dei tempi nostri, i cui effetti rimarranno nei corpi degli sventurati e nel mondo per anni e anni.

Panorama

Passiamo ora a "Panorama", secondo brano estratto da Angel Rat. Al pari del precedente pezzo estratto da questo album (The Prow), torniamo nuovamente a passare dal Thrash ad una canzone dai tratti più rockeggianti, non certo priva di impatto ed energia, ma spostata su un piano diverso (anche se gli echi Thrash che fanno parte del background dei Nostri non scompaiono del tutto e si percepiscono specialmente nel guitar-working), più verso l'Hard-Rock che verso il Metal (ma non sarà soltanto così, come si vedrà a breve). Partenza diretta e senza preamboli, con il trio chitarra-basso-batteria subito presenti al completo fin dall'attacco. Il comparto strumentale, viene presto raggiunto dalle linee vocali (al minuto 0:16) e l'impronta globale del brano assume toni Punk (altro elemento distintivo nella carriera della band) che danno una sferzata di energia ulteriore al pezzo; e siamo solo alle battute iniziali. A 0:42, si viene pervasi dal primo assolo di chitarra (il quale termina al minuto 0:49) che infonde alla traccia quella venatura melodica capace di concedere al tutto il giusto attimo di respiro prima di tornare ad un andamento più serrato. Andamento che risulta piuttosto lineare fino allo scoccare del minuto 1:20, senza varianti o incursioni di sorta. Al minuto 1:20, la traccia subisce la prima variazione, le ritmiche di chitarra e i ritmi di basso e batteria decrescono leggermente (non troppo) e i rimandi al Punk-Rock più classico si fondono ancor di più con la matrice più nettamente Rock&Metal dei canadesi. La traccia inizia già a farsi interessante (inutile prodigarsi in ulteriori paragoni e confronti con la versione originale, le differenze sono minime), quando è chiaro che non siamo ancora entrati nel vivo e le cartucce da sparare sono ancora agganciate alla cintura. In questo passaggio, grazie al rallentamento generale dell'arrangiamento, riusciamo a notare ancor meglio le doti acquisite dalla band (incluso Daniel Mongrain, la new-entry) in anni di carriera e di esplorazione del proprio sound: il lavoro di Michel Langevin alle pelli riesce ad essere forsennato e ritmato nelle giuste dosi, Jean-Yves Thériault al basso tesse linee ritmiche che guidano il pezzo dall'inizio alla fine e le linee vocali di Denis Bélanger, per quanto in certi momenti appaiono dissonanti e contro-tempo, riescono a tenere bene ogni minimo cambiamento strumentale, spostandosi senza problemi tra passaggi acidi e acuti a intermezzi su toni medio-bassi. Tornando alla canzone; dal minuto 1:20 al minuto 2:13, il percorso seguito dalla band si mantiene in questo ambito fatto di riffs e ritmi cadenzati, ma comunque granitici e vocals acide, il tutto condito dal minuto 1:55 al minuto 2:13, da un assolo decisamente melodico e di chiaro stampo Rock, tecnico nel modo giusto, che infonde ancor più armonia e colore a questo passaggio. Al minuto 2:13, si ritorna all'Hard-Rock misto a Speed-Metal con rimandi ai già citati Motörhead, cambiando nuovamente etichetta al pezzo. Si ritorna quindi al Thrash di scuola americana anni '80, che muta lo stile di partenza, più diretto verso lidi Hard-Rock con venature Punk come si è potuto sentire, diventando un pezzo "diverso" all'interno di un album "diverso" nella discografia dei Voivod. Questo passaggio conduce la partita fino al minuto 2:40, il tiro si abbassa di nuovo e si ritorna al prima variazione di questo brano. Abbiamo quindi la quarta variante che diminuendo sempre di più in fatto di riffs e ritmi, ci accompagna fino al finale del pezzo (3:10) senza nuovi passaggi o ritorni ad un sound già utilizzato. Anche in questo caso, il testo è semplicissimo da comprendere: attraverso la descrizione di una panorama metropolitano, fatta dal protagonista della canzone mentre passeggia attraverso i vicoli di una caotica città, ci rendiamo conto di quanto questi "panorami" siano tutt'altro che esaltanti. Dagli alti grattacieli che di tanto in tanto lasciano libera la vista di spaziare oltre quella foresta di metallo e vetri brillanti, ci rendiamo conto di come in quella giungla nessuno si conosca veramente, tutti sono ciechi nei confronti degli altri, sempre pronti a scavalcarsi, prossimi al declino, incapaci di vincere le paure, incapaci di lasciare che anche solo un arcobaleno illumini la loro strada. "È questa una leggenda moderna? / Forse una favola / Solo un requiem futuro"

Global Warning

Si passa ora agli unici due pezzi "nuovi" (almeno per l'epoca in cui venne rilasciato il disco da cui sono tratti, a cui questo live fa seguito) della band canadese, provenienti entrambi dall'album "Infini" (come scritto in apertura, album contenente registrazioni inedite con il compianto chitarrista e leader carismatico della band) del 2009. Il primo è "Global Warning (Riscaldamento globale)", quarta traccia dell'album originale. Quello che è chiaro fin da subito, basta un primo ascolto (ma non è comunque sufficiente), è che questa è una canzone che irrompe nelle casse, con Snake canta con un tono monocorde, acido, ipnotizzante e perfettamente rispecchiato dall'andamento dei compagni, i quali stendono un tappetto musicale intricato che penetra nell'anima di chi ascolta. Apertura affidata ad un pesante e atmosferico riff di chitarra, possente e granitico che getta subito le basi del pezzo e regge in solitaria la scena fino al minuto 0:14, quando viene raggiunto dalla sezione ritmica, dove basso (ricordiamo che nell'album, era suonato dall'ex-Metallica Jason Newsted) e batteria lavorano all'unisono senza scavalcarsi l'uno con l'altra, proseguendo sotto questa luce solo strumentale, dalla chiara impronta Thrash ma già ricca di rimandi a più influenze, fino al minuto 0:24 con l'ingresso delle linee vocali, le quali verranno unite al testo secondo un equilibrio preciso, lasciando più spazio alla musica. Il cantato ancora una volta monocorde e vagamente contro-tempo di Snake, porta subito il tutto su un piano Punk-Metal decisamente suggestivo (ancora una volta, vocalmente, Snake, a tratti, ricorda Ozzy Osbourne). Un brano che scorre con una buona dose di velocità (ma mai troppo eccessiva), con tutti gli strumenti ben in evidenza, dai pattern di batteria alle linee di basso a riffs di chitarra, senza che uno sovrasti sull'altro, ma con la giusta armonia e fluidità non sempre presente all'interno di un album. Nei brani precedenti si notava come tra la versione originale e le trasposizioni live non vi fossero particolari differenze. Salvo qualche piccolo accorgimento (dovuto più alla maturazione raggiunta dalla band negli anni e alle varie influenze), tutto rimaneva pressoché invariato; ebbene, confrontando le due versioni di Global Warning, già prima dello scoccare del primo minuto, si viene subito a conoscenza di una variante: nell'originale, prima dell'attacco del riff portante, la canzone veniva introdotta con un interludio ad opera di un synth (accreditato allo stesso Newsted, con il nickname Jasonic), che creava una certa atmosfera, mentre in questa versione live, con il ritorno del bassista storico, la partenza è immediata e senza la voce del sintetizzatore come apripista, il che toglie 15 secondi di durata alla canzone. Anche la "pesantezza" del pezzo è differente, dovuto comunque al fatto della differente tipologia di registrazione tra studio e palco. L'andamento si mantiene sempre lineare e senza particolari soluzioni, tutto rimane martellante e pesante per tutta la durata del brano. La ritmica di basso e batteria resta la medesima per tutto il pezzo, senza cambi di tempo o di andatura, senza ricorrere a break cadenzati o a mid-tempo studiati ad hoc, quindi senza creare più sezioni all'interno del brano come in precedenza. Il lavoro chitarristico segue lo stesso percorso, incluso l'assolo che va ad aggiungersi dal minuto 2:04 al minuto 2:27 che non fa altro che incrementare la durezza dell'arrangiamento. Non ci sono particolari elementi che possano produrre un'analisi più dettagliata e sfaccettata per questo pezzo data la sua linearità, ma ciò non toglie che questa Global Warning confermi ancora una volta come all'interno del sound dei Voivod vi sia una forte connotazione Punk che dona una marcia in più al muro sonoro che i nostri riescono a sprigionare, al di là delle abilità tecnica e del livello di esperienza maturata. "C'è una via d'uscita? / Vivo ancora in dubbio / Quando guardo la TV e tutto quello che vedo / La gente vive in sogni, macchine da guerra assassine / Vende pesticidi e forza il genocidio". Il narratore di questa canzone parla ancora una volta di come il mondo stia cadendo per mano degli uomini e di come lui, nel suo piccolo, cerchi un modo per salvarlo, nella vana speranza che anche altri seguano la sua idea. "Ognuno / vive per se stesso e nessuno condivide". Si pone domande su quale sia la via di fuga, mentre il surriscaldamento globale corre inesorabile.

Treasure Chase

Il secondo brano è "Treasure Chase (Il baule del tesoro)", settima traccia di "Infini", col suo incedere ritmato e serrato e il suo inciso capace cattura l'ascoltatore che non può fare a meno di cantare a squarciagola "The Treasure / I Found In Your Eyes / In Your Eyes!". Ma del testo ne parleremo successivamente. A differenza di Global Warning, già dall'attacco si percepisce come la band si mantenga su una proposta Speed/Thrash-Metal, sempre con venature Punk, specie nell'apporto ritmico. In questo caso, tra la versione originale di studio e questa versione dal vivo, non vi sono diversificazioni e lo stile resta invariato. I ritmi sono molto improntati al Rock e all'Hard-Rock mentre il lavoro chitarristico ha un'impronta più Metal, due connotati che uniti al mood della canzone, danno subito vita ad una miscela esplosiva su cui poggiano saldamente le vocals di Snake. La traccia si presenta subito, come anticipato, con un incedere molto ritmato e un andamento serrato, senza particolari rimandi o incursioni specifiche come ascoltato nei brani precedenti della setlist. Si tratta sempre di un tragitto lineare che non fa sgranare gli occhi per le soluzioni utilizzate; non fornendo quindi molti elementi su cui costruire una disamina esaustiva, ma questo non rappresenta certo un neo. I riffs sono taglienti e forniscono la base giusta su cui poggiano le vocals graffiate e dal vago sentore acido del cantante. Si diceva poche righe fa che a livello musicale il pezzo si suddivide in ritmi tra il Rock e l'Hard-Rock mentre il tema portante di chitarra è votato al Metal: ebbene, questi elementi danno subito un'impronta variegata nonostante la linearità del brano. Dedicando all'arrangiamento la dovuta attenzione, ascoltando bene il riffing principale, si può scorgere anche una sottile vena melodica di fondo che, come abbiamo già visto nei pezzi precedenti, regala quella nota di colore extra al tutto. Per tenere fede all'aspetto più tecnico nell'esecuzione che compone parte del background dei Nostri, al minuto 1:47 quando sulla ritmica, la quale lentamente inizia ad accelerare, viene cucito un assolo di chitarra all'insegna del virtuosismo e del tecnicismo, ma sempre tagliente e affilato. Questa parentesi si chiude al minuto 2:04 quando il brano rientra nel percorso iniziale che verrà mantenuto fino alla fine della traccia senza interruzioni o variazioni. Anche la breve durata (3 minuti e 33 secondi in tutto) non fornisce molti spunti ulteriori, ma forse è meglio così, non c'è il rischio di incappare in sbrodolamenti o orpelli decorativi futili, mantenendo così un brano diretto, magari scarno, ma che riesce subito a convincere e coinvolgere. "Sono un ladro che naviga sui sette mari / Ma niente è paragonato a quello che ho visto / Un giorno su un'isola" - "Il tesoro / che ho trovato nei tuoi occhi / nei tuoi occhi!". Potrebbe sembrare una canzone d'amore dedicata ad una donna, ma andando a leggere, si capisce subito che il tesoro è la luce che si riflette in un prezioso diamante che il protagonista di questa canzone cerca in tutti i modi di proteggere, nascondendo la mappa dell'isola su cui l'ha trovato, temendo che altri lo scoprano e possano toglierglielo.

Tornado

Ritorniamo ora alle canzoni storiche del gruppo dopo questa parentesi dedicata «al nuovo», con "Tornado", terzo brano proveniente da "Killing Technology". Questa traccia presenta una partenza un po' "insolita" se rapportata a quanto ascoltato fino ad ora; una partenza che gioca su un equilibrio preciso composto da due elementi che tra di loro risultano in contrapposizione, ovvero una ritmica sempre più veloce su cui poggia un riffing che appare più lento e quasi in contro-tempo rispetto a basso e batteria. Tutto viene percepito (all'infuori della batteria) come distorto e chitarra e basso sembrano quasi sul punto di fondersi in una sola voce. Tutto però, come appena detto, si regge su un preciso equilibrio che mette subito in luce l'aggressività intrinseca della canzone e il compatto muro sonoro che al momento giusto si abbatterà sugli astanti, come recita il titolo, con la forza dirompente e distruttiva di un tornado. Il duello dura circa dieci secondi; poi, con un cambio repentino, le due velocità confluiscono nella stessa velocità aprendo ufficialmente la canzone. Una cosa che per i precedenti due estratti da questo album (Killing Technology) non è stata detta, ma è giusto sottolinearla, anche per capire quello che andremo a brave a sentire per questo brano, è che, sul piano discografico della band, l'album originale rappresenta la terza fase della loro carriera, quella fase che li ha portati ad una destrutturazione della loro impronta Thrash la quale li condurrà alle pagine più belle della loro storia, musicalmente parlando. Torniamo alla nostra analisi. Siamo al minuto 0:46, sul proseguo del leitmotiv di chitarra, che mano a mano si fa sempre più oscuro e maligno nel picking alternato e sul proseguo della ritmica serrata e martellante, irrompono sulla scena le linee vocali, interrompendo il prologo strumentale della traccia; vocals che, stilisticamente e strutturalmente non variano di un grado rispetto a quanto già sentito, l'impronta monocorde di Snake resta la stessa. L'atmosfera di questo pezzo è molto pesante e tetra, musicalmente non vi sono aperture melodiche che creino attimi di respiro e, come già detto, l'andamento è serratissimo e non consente pause. Il marchio Thrash-Metal del quartetto canadese è sempre ben riconoscibile e l'attitudine Metal non cala mai di intensità rimanendo sempre ben presente. Si punta molto sulla velocità anche in questo brano, senza creare intervalli o cambi di registro che virino verso altre influenze, una velocità che mano a mano che il pezzo prosegue nella sua corsa, si fa sempre più "malata" e sfrontata, così come lo spirito originario della canzone richiede, senza quindi distorcere l'imprinting originale snaturandolo con soluzioni alternative, lasciando comunque un gusto diverso, dovute sempre alla maturazione del gruppo stesso nella sua pluridecennale carriera. Fino allo scoccare del terzo minuto di durata, quindi fino a che la canzone non arriva a metà del suo percorso, come abbiamo detto, l'andamento è molto lineare, energico e potente, ma senza cambiamenti. Al minuto 3:08, contrariamente a quello che ci si aspettava (a meno che non si sia già a conoscenza del brano originale e ci si avvicini alla discografia del gruppo per la prima volta), i Nostri effettuano un repentino, ma breve, capovolgimento di prospettiva: per circa 4 secondi le vocals si fermano come i patterns di batteria e la chitarra, lasciando la scena nelle mani di una distorta linea di basso. Al minuto 3:12, partendo da ritmiche più lente e riffs più distorti e oscuri, la canzone riprende a crescere, senza arrivare alla stessa velocità della prima metà, mantenendo però intatte tutte le caratteristiche che si sono sentite, quindi pesantezza, ritmi serrati, atmosfera oscura (in linea con il tema trattato dalle liriche), riffs grezzi e distorti e voci laceranti e graffiate. Al minuto 3:55, si assiste ad un ulteriore crescendo del tappeto musicale, che aumenta ancor di più la sensazione claustrofobica che pervade il pezzo in questa sua seconda parte. Allo scoccare del quinto minuto, la crescita è totale e si ritorna alla velocità della prima metà della traccia e su questo binario si viene condotti fino alle battute finali (6:20), dove la batteria si fa sempre più in primo piano dando il via all'esplosione con cui il brano termina la sua folle corsa. Liricamente, proseguiamo il viaggio apocalittico iniziato con Ravenous Medicine e Overreaction, ci stiamo per catapultare in una nuova importante tematica di disastri terrestri: in questo caso specifico, un violento tornado sta per abbattersi sulla popolazione. Una descrizione minuziosa del fenomeno e dei suoi effetti, visto con occhio lucido e con perizia. Una delle più devastanti manifestazioni naturali, al pari di terremoti e tsunami. Vento fortissimo, distruzione, disperazione ovunque: il tornado non conosce sosta ed anzi, è intenzionato a distruggere quanto più può, senza tralasciare nulla che possa immettersi sulla sua strada.

Nothingface

"Nothingface (Senza faccia)", title-track dell'album omonimo del 1989 di cui abbiamo ascoltato l'opener al secondo posto nella setlist di questo live-album. Una canzone che beneficia dello stesso potente suono della versione in studio, arricchita da echi più tecnici che danno vita ad una sensazione caotica del sound del pezzo, rispetto all'originale, soprattutto alla fine della traccia. Andando nel dettaglio. La partenza è immediata e senza bisogno di prologhi. Un brano che ci riporta ad echi Doom (nell'andamento delle chitarre nella parte iniziale) e Punk (ritmiche di basso e batteria e ritmi di chitarra a partire dal minuto 0:51) come nelle tracce iniziali. Da questo mix iniziale, rapidamente, si passa allo Speed/Thrash-Metal tipico della band, diretto e ben ancorato alle sue radici old-school. Già nella versione originale su disco, questa title-track, metteva ben in evidenza l'orientamento dell'album e la piega che il sound dei Nostri stava prendendo, grazie alla sua attitudine accattivante e al livello strumentale costruito a regola d'arte , unite allo stampo che potremmo definire "Cyber-Thrash" che ha sempre costituito la corrente artistica su cui la band ha lavorato già agli esordi, nonostante le diverse influenze. Il lavoro sui cambi di tempo è suddiviso e definito in maniera maniacale e la canzone acquisisce la sua unica e riconoscibilissima identità. L'andamento si mantiene su toni lenti e cadenzati, con una ritmica portante molto definita su cui poggia il guitar-working del pezzo. Proseguendo sulla stessa linea del brano precedente, nonostante l'appartenenza a due album diversi, anche in questo caso si viene avvolti da atmosfere tetre e plumbee, ma decisamente accattivanti e avvolgenti. Si respira anche un'aria vagamente alienante ed ipnotica data dal moto perpetuo della chitarra che ripete costantemente la stessa successione di riffs dando vita ad una sensazione di soffocamento che si rivela però piacevole. Anche dal punto di vista ritmico si viene catturati dalla medesima sensazione alienante. Una canzone che crea un certo disorientamento, grazie anche alla voce di Snake che sembra ancora una volta remare contro al comparto strumentale, incrementando tale sensazione. Il binario seguito è uno solo e non ci sono varianti, se si escludono le influenze introduttive. Tutto viene giocato su un perfetto equilibrio tra aumenti e diminuzioni della velocità esecutiva, senza ricorrere a stratagemmi aggiuntivi o ad ammiccamenti ad hoc che stravolgano la canzone. Ad arricchire il pezzo, come per altri brani di questo live, interviene l'assolo di chitarra (qui dal minuto 2:10 al minuto 2:30) che con la sua impronta fortemente tecnica e virtuosa amplifica l'atmosfera extra-terrestre che si respira. Come si diceva all'inizio, questa versione dal vivo del brano, si fregia della stessa potenza della sua versione originale. Amplificata, però, nella sua accezione più caotica, mano a mano che ci si avvicina al finale, da un incremento del suo aspetto più tecnico. Dopo un breve rallentamento (il quale poi si manterrà per tutto il finale), conforme a quanto già sentito, quindi perfettamente in linea con l'equilibrio del brano, la canzone vira prepotentemente verso il tecnicismo assoluto che chiude la traccia (al minuto 4:08) nel migliore dei modi. Un altro esempio della destrutturazione della personalissima proposta dei Nostri, per ciò che riguarda il loro background Thrash-Metal verso un Tech-Thrash venato di Rock progressivo, confermando Nothingface come il regno di perturbazioni sonore che distorcono lo spazio e il tempo e mutano la concezione più classica in fatto di musica.Ancora "Spero, ho bisogno / Voglio sognare / Il soffocamento freddo soffia freddo / Galleggio invisibile / Fuori dello schermo /Il soffocamento freddo soffia freddo / Un desiderio, estremo / In attesa del flusso". Questa canzone,  all'apparenza assurda e senza logica, presa da sola e non all'interno del suo album di appartenenza, potrebbe risultare incomprensibile per chi ovviamente non conosce il disco. Ma non è così arduo comprenderla. Protagonista della storia è in tutto e per tutto un umanoide ancora attaccato ai macchinari che l'hanno creato, il quale lentamente prende coscienza di se stesso e inizia a manifestare dubbi e paure. Una metafora dell'uomo e della società, vista con parole fredde ed essenziali, schiavi dei propri ritmi, attaccati alle loro macchine che li fanno vivere secondo un programma stabilito, che continuamente lasciano liberi nella mente sogni e desideri impossibilitati ad uscire e realizzarsi, lasciandoli schiavi di un limbo in cui galleggiano, invisibili a loro stessi, schiavi di ciò che hanno creato.

Brain Scan

La palla passa ora a "Brain Scan (Scansione del cervello)", da "Dimension Hatröss". Un brano che, come vedremo, risulta abbastanza anomalo nel suo sound, in quanto si compone di più parti e non segue un solo percorso. Un pezzo non quadrato o dallo svolgimento lineare come i precedenti, ma volutamente variabile e dal sentore "schizofrenico", con chitarre e ritmiche che paiono affidarsi (ma a breve scopriremo che non è così) all'istinto più che ad una partitura definita. Gli accordi liberi ed ricercati che l'hanno sempre caratterizzato vengono ampiamente rispettati dalla new-entry della band. Andando nello specifico. Si parte dunque con un'intro lenta e minacciosa alla quale fa seguito la voce effettata, satura e low-fi di Snake, che si attesta come una trovata davvero ingegnosa (ovviamente già presente nella versione di studio), che sposta l'impronta vocale del cantante, che come abbiamo visto assume molto spesso una vocalità assolutamente robotica, a volte piatta e a tratti quasi inumana. Introduzione che tiene banco fino al minuto 0:43 quando i toni iniziano a farsi più aggressivi e carichi. Passiamo quindi subito ad una prima variante, dal lento al veloce, sempre senza stacchi o pause. Parliamo di "lentezza" in senso lato, dato che la verve della band lascia poco spazio a veri andamenti lenti. Quindi dal minuto 0:43 al minuto 1:09 il brano, come abbiamo detto, subisce una rapida impennata e una decisa accelerazione, che mischia al sound di base, in cui la connotazione Thrash resta ben in risalto, quella nota Speed che rende nuovamente il tutto ancor più aggressivo. Al minuto 1:09 la velocità cala di nuovo e tutto diventa cadenzato e ritmato, in questo passaggio l'atmosfera si fa ancora più pesante e cupa. Ma le variazioni non si fermano qui; come si diceva in apertura, questa traccia si compone di più parti e non segue un unica strada. Finita la parentesi iniziata al minuto 1:09 (da 1:09 a 1:27), al minuto 1:28, il brano prende una nuova piega, la velocità d'esecuzione diminuisce ancora e l'impronta cambia nuovamente; tra echi Punk, riffs distorti e ritmi sincopati che portano ad un lento ed ulteriore cambiamento dei tempi esecutivi nel giro di pochi secondi (da 1:28 a 1:38), creando un piccolo accrescimento della velocità, quasi impercettibile, rientrando in quei parametri Speed-Metal appena sentiti, ma sempre intrisi da un tocco più personale e ricercato. Anche questa parentesi è di breve durata, circa venti secondi (da 1:38 a 1:58), terminata la quale si torna di nuovo a ritmi e riffs serrati e affilati, il tutto per circa un minuto. Al minuto 2:21 il mood cambia di nuovo. Questo andamento altalenante, studiato e preciso, non permette all'ascoltatore (e in questo caso al pubblico presente) di abituarsi ad un suono e ad un solo percorso, continuando a tenere la sua attenzione vigile e i suoi riflessi pronti a svoltare immediatamente ad ogni cambio di direzione. Questa scelta crea comunque una certa sensazione di confusione, ma sta proprio in questo il divertimento di questo pezzo, bisogna essere pronti a farsi sorprendere. Dunque, al minuto 2:21, dopo la rapida cavalcata elettrica, si ritorna ancora una volta al cadenzato/ritmato, per poco più di venti secondi (fino al minuto 2:42), dopo i quali, la band sterza nuovamente sul tragitto seguito dal minuto 1:28 al minuto 1:38, quindi, riffs fortemente distorti e ritmi ben scanditi e sincopati. Al minuto 2:50 (quindi invece dei 10 secondi di durata di questo movimento come in precedenza, la durata si riduce di 2 secondi, una riduzione minima ma che cambia comunque l'andamento del pezzo) si rientra in lidi più marcati e veloci, non in maniera considerevole, l'aumento è sempre minimo, ma comunque presente. Arrivati a questo punto, ci si rende conto di come il percorso articolato di questa traccia si circolare, dove le sezioni si rincorrono con moto perpetuo, cambiando però la loro durata (un esempio l'abbiamo appena visto). Al minuto 3:11, la velocità cresce ulteriormente fino al minuto 3:17 (stessa procedura vista da 1:38 a 1:58, solo con una durata più ridotta). Un repentino rallentamento va dal minuto 3:17 al minuto 3:23 al quale fa poi seguito un piccolo incremento della velocità che riporta in auge le atmosfere minacciose e taglienti sentite in apertura a questa canzone. Al minuto 3:48 sopraggiunge il consueto assolo chitarristico tecnico e virtuoso (da 3:48 a 4:00) che infonde però quel tocco melodico di fondo che, all'interno di questo ennesimo cambio di registro all'interno del pezzo, ben si amalgama al tutto. L'ultimo minuto della traccia porta i ritmi a crescere sempre di più fino al raggiungimento dell'epilogo (4:58). Il plauso e l'acclamazione del pubblico sono la prova dell'ottima prestazione della band nel riproporre uno dei suoi pezzi più "bizzarri" e articolati. La storia di questa canzone, anch'essa debitrice della passione della band per gli scenari futuristici e fantascientifici, ruotano intorno ad una temibile "scansione del cervello" che porterà le proprie vittime a perdere il controllo della propria stessa volontà, vittime di invisibili assassini modificati geneticamente.

Nuclear War

Ci avviciniamo alle battute conclusive con un secondo pezzo estratto dal debut-album dei Nostri: "Nuclear War (Guerra nucleare)", da War And Pain. Lo start, originariamente, quindi su disco, era affidato ad Away che scandiva il tempo dando il via ai suoi tre compagni; invece, in questa sede, la partenza è immediata con tutte e tre le voci strumentali già in prima linea (se non si prende i considerazione il battere dei cimbali sul finale del pezzo precedente, mentre Snake introduce la canzone successiva) pronti a mettere a fuoco e fiamme il palco. Inoltre, come vedremo a breve, l'evoluzione del brano porterà in scena un grande riff dal groove deciso, al quale faranno seguito le ritmiche incalzanti messe in risalto dal basso di Blacky. Traccia che, come la precedente, vedrà la band divertirsi nel cambiare le regole del proprio sound, uscendo da uno schema scritto e spostandosi dal Proto-Metal, allo Speed-Metal al Thrash-Metal più sanguigno, come se nulla fosse, in una serie di cambi in grado di disorientare l'ascoltatore ma che, come per Brain Scan, ne tengono attivi i riflessi e sempre scattante l'attenzione. Elemento cardine del brano è il riff portante che accompagna buona parte di tutto l'arrangiamento. Ma andiamo per ordine. Come l'opener di questo live, data la provenienza dal medesimo album, anche questa penultima traccia della scaletta, si apre con lo stesso incedere rallentato e marziale e con il medesimo riff  lento ed ipnotico, acquisendo connotati Doom-oriented che creano subito la giusta atmosfera. Una lunga intro strumentale che domina per quasi tutto il primo minuto della canzone (terminando al minuto 0:48), tutta giocata su un riffing  sulfureo e una ritmica lenta e cadenzata che ricorda subito band come Candlemass e i già citati Black Sabbath, dove si fondono atmosfere soffocanti e epiche allo stesso tempo. Questa impronta arricchisce ancora di più la proposta della band (e inoltre ci mostra come alcuni dei suoni e delle soluzioni presenti nel sound dei Voivod, al di là delle varie influenze, siano poi confluiti al pari altri in quei suoni e quei ritmi che daranno la luce al parte più oscura ed estrema del Metal, notare l'anno in cui il disco originale è stato pubblicato e il modo in cui suona) e ci propone una sfaccettatura ulteriore. Un primo cambiamento, riguardante ancora una volta i bpm della traccia e non la sua impronta, arriva al minuto 0:48 proseguendo sulla stessa linea riecheggiante di Doom classico, ma con già un piccolo passaggio in campo Speed e Thrash che amplifica l'oscurità del brano e la sua vena aggressiva. Il proseguo di questa introduzione solo strumentale continua fino al minuto 1:13 quando subentrano le vocals (ma il tema principale non finisce la sua corsa e continua accompagnando le linee vocali). La sinergia tra Away, Blacky e Chemy è perfetta e da questo ne nasce un ottimo tappeto musicale per la voce acida e alienante di Snake, che nonostante lo "stile" pressoché identico brano dopo brano, riesce sempre ad essere adatto per ogni arrangiamento. Per tutto il primo minuto della traccia, la strada percorsa è sempre all'insegna degli echi Doom, intrisa di Thrash e Speed, in una alternanza tra scatti veloci e passaggi rallentati serrata e decisa. Un secondo cambiamento, questa volta anche stilistico, sopraggiunge al minuto 2:00 quando i rimandi al Doom scemano (ma non scompaiono) e a tirare le redini restano solo Thrash e Speed; aumentano quindi la velocità e la cattiveria del pezzo. Ma come i Voivod stessi ci hanno abituati, si tratta di una accelerazione minima, mai eccessiva. Il riff portante, come già noto, resta lo stesso, adattandosi al cambiamento nella tempistica ma senza virate di stile, anche batteria e basso non subiscono varianti significative e si mantengono ben saldi su un andamento cadenzato e ritmato. Al minuto 2:51 (siamo circa a metà brano), dopo un sottile rallentamento dal minuto 2:41 al minuto 2:51, rallentamento quasi impercettibile, la traccia torna a crescere prepotentemente aggiungendo qualche accorgimento nel guitar-working di stampo più tecnico (specialmente nel fulmineo assolo che va dal minuto 2:50 al minuto 3:00), anche se, tale assolo passa leggermente in sordina coperto da basso e batteria. Le linee vocali, durante l'assolo e nei secondi successivi, si interrompono (Snake si concentra però ad incitare il pubblico) per lasciare spazio al comparto strumentale (in linea con la versione originale, ovviamente). Fino al minuto 3:38, a dominare la scena sono chitarra, basso e batteria, che tessono trame energiche, possenti, oscure e ritmate allo stesso tempo miscelando abilmente i tre sounds di questa canzone: Doom, Speed e Thrash. Al minuto 3:38 riattaccano anche le vocals, sempre ancorate ad uno stile acido e graffiato anche se non molto preciso e pulito (ma la forza sta proprio in quello). L'intervento canoro è però breve e termina al minuto 3:58 per lasciare nuovamente posto alla sola strumentistica (mentre Snake torna ad spronare il pubblico). L'andamento, la velocità e lo stile sono rimasti invariati durante tutta questa parte del brano, mentre allo scoccare del quarto e ultimo minuto della traccia, il mood cambia di nuovo, non certo lo stile, ma assistiamo ad una nuova piccola riduzione dei bpm. Al minuto 4:14, entra in gioco il secondo assolo di chitarra e l'arrangiamento subisce una nuova sferzata, senza che questo comporti un ulteriore cambiamento nella velocità d'esecuzione. L'assolo apre all'ultimo quadro di questa canzone, che annerendo sempre di più i toni, giunge al suo finale trascinandosi dietro tutta l'epicità che l'ha contraddistinta lungo tutta la sua durata. Il finale si collega poi direttamente con la partenza dell'ultimo brano. Traducendo in parole tutta la carne al fuoco messa dalla band in questo brano, sarebbe sufficiente utilizzarne una: guerra. La guerra di cui parla questo brano narra del tremendo conflitto nucleare combattuto sulle lande ghiacciate di Morgoth, pianeta sul quale è ambientato il concept del disco originale. Desolazione totale, echi malinconici, armi di distruzione di massa, olocausto, stragi su stragi. Una guerra fatta da strumenti di morte a noi sconosciuti, esplosioni incontrollabili, cambiamenti climatici innaturali. Una storia di distruzione e morte.

Astronomy Domine (Pink Floyd cover)

Questo potente (anche emotivamente) ed energico live si conclude sulle ali di una delle canzoni più significative della storia del Rock, il monolite intitolato "Astronomy Domine (Dominio astronomico)" dei leggendari Pink Floyd, canzone che ha segnato indelebilmente la Musica, pubblicata nel 1967 nel debut-album della band londinese, "The Piper At The Gates Of Dawn", cover presente nell'album Nothingface. Questa cover, emblema del movimento psichedelico e della filosofia di Syd Barrett, è incredibilmente efficace. Per chi si aspettava una di quelle covers senza personalità, come troppo spesso accade in ambito di operazioni del genere, già all'epoca dell'uscita del disco (1989) chi di dovere aveva avuto di che ricredersi. Questa cover, prima di analizzarla nello specifico, la si può anticipare come una canzone dotata di un piglio psichedelico di grande effetto e di vocals che sembrano esser state filtrate, le quali donano maggiore spessore al pezzo, rispettando lo Spirito della leggendaria opera originale. Detto questo, premiamo «play» e partiamo per questo viaggio nello spazio profondo. La prima cosa che si nota è come in questa versione, i Nostri abbiano voluto aggiungere, alla psichedelia e al loro Prog-Rock, quelle sonorità e quegli stilemi che avrebbero dato i natali a due correnti specifiche dell'ondata moderna del Metal: l'Industrial-Metal da una parte e l'Alternative-Metal dall'altra. Rimandi che si percepiscono nel lavoro chitarristico e in parte nella ritmica. L'apertura ufficiale viene affidata totalmente alla chitarra che si lancia in un riffing ipnotico e dal moto perpetuo, insistente e altamente distorto che domina per i primi 47 secondi prima di essere raggiunto da batteria e basso. L'incedere è piuttosto plumbeo e oscuro e questo denota come la reinterpretazione di questa canzone storica abbia un'impronta molto personale, che non la vuole far apparire come una semplice cover ma come un sentito omaggio ai padrini del Rock più intellettuale, allucinato, acido e ricercato.  Ne risulta subito che gli aspetti più legati al Rock progressivo, quelli psichedelici e quelli classici, sono riportati con estrema cura e rispetto mentre quelli legati all'impronta dei Voivod, quelle caratteristiche che aiutano a rendere ogni brano più colorato e personalizzabile, sono inseriti nella misura giusta, riuscendo a raggiungere un obiettivo non facile e molto arduo, ripetendoci, realizzare una cover che non sminuisce o rovina ma addirittura valorizzata, se paragonata, la canzone originale. Molto forte è la connotazione Metal che si percepisce in questo omaggio. La prova vocale di Denis Bélanger è perfetta già dal primo attacco, mutata totalmente rispetto a quanto sentito fino ad ora e molto più matura, ottima per far rivivere il ricordo della voce di Syd Barrett, senza diventare una copia o una caricatura macchiettistica. Paragonando le due versioni, l'impressione che si ha è il brano originale, le cui tinte erano ombrose e oppressive, innovativo in anticipo sui tempi, vengano restituite, come abbiamo detto, con tinte ancora più nere e profonde; i tetri e lisergici accordi di Syd Barrett vengono riportati alla luce in tutta la loro magnificenza dall'ottimo lavoro di Daniel Mongrain, il martellante/pulsante basso di Roger Waters, che catapultava l'ascoltatore tra le stelle e i pianeti, viene valorizzato grazie a Jean-Yves Thériault. Le sognanti e onnipresenti tastiere di Richard Wright, il sostegno dell'intera struttura anche nelle varie digressioni successive di questa canzone, rivivono anch'esse nella chitarra di Mongrain e Nick Mason con i suoi piatti, che risuonano riempiendo tutti i possibili vuoti, vengono risvegliati dalla forza imperante di Michel Langevin. Inoltre, viene aggiunto al tutto anche un apporto tecnico, sempre per quanto riguarda la chitarra, che implementa lo stile più Prog-oriented dei Nostri, individuabile nell'assolo (a conferma del modo in cui i Voivod tendono a strutturare i loro pezzi), rapido e deciso, che fa il suo ingresso sul palco dal minuto 3:36 al minuto 3:42. Il viaggio onirico attraverso lo spazio più profondo riprende poi attraverso la più totale pesantezza sonora, con brevi sprazzi melodici nei punti in cui si inserivano le tastiere. Durante questa fase di inasprimento dei toni verso tinte sempre più nere, non può non portare commozione, durante il plumbeo riff portante, il richiamo di Snake verso il pubblico nel ricordare l'indimenticabile Piggy a cui il pubblico regala il più forte e caloroso degli applausi spronato ad aumentare di intensità mentre la musica tace per pochi secondi per poi tornare, progressivamente, insieme al ritorno delle linee vocali, accompagnando gli astanti verso la conclusione del pezzo e del concerto. Una chiusura con uno dei brani più meravigliosi e onirici della Storia del Rock, che viene riproposta in una chiave di lettura ancora più profonda. Senza troppi giri di parole, questa canzone, lo sappiamo tutti, racconta di un viaggio tra pianeti e galassie intrapreso dal suo autore sotto l'effetto dell'LSD (leggenda narra che Barrett avesse con se un libro di astronomia durante questo trip acido), che ci racconta di cosa si prova a fluttuare nello spazio più profondo, dove suoni e rumori sembrano lontani, tra stelle luminose e pianeti imponenti.

Conclusioni

E quindi, giunti al termine di questo concerto da antologia, riprendiamo un momento la domanda iniziale: «I Voivod potranno proseguire la loro carriera artistica senza il leader carismatico?». Ebbene? Sì! Anche dopo trent'anni di carriera, abbandoni, ritorni e battaglie contro l'oscurità, i Voivod sono ancora qui, presenti e fieri, decisamente intenti a superare quella che per molti sarebbe stata una batosta insormontabile: ovvero, la scomparsa di Piggy. La storia del Rock e del Metal è piena d'esempi, in tal senso. Basti pensare alla dipartita di Peter Steele (avvenuta appena un anno prima la pubblicazione di "Warriors..."), la quale decretò il subitaneo scioglimento dei Type O Negative. Naturalmente parliamo di due band decisamente differenti, sotto svariati punti di vista; eppure, il concetto rimane quello, fisso ed immutabile. Al 90% dei casi, una band più o meno importante (regina dell'underground come nel caso dei Voivod, più conosciuta ed ammirata dal grande pubblico come nel caso dei T0N) vede nella triste dipartita del suo master mind la sua scomparsa. I Voivod hanno dunque fatto parte di quel clamoroso 10%, riuscendo in toto ad onorare (al meglio, si può dire) la memoria di Piggy. Il quale, inutile dirlo, sarebbe stato fiero ed orgoglioso dei suoi compagni d'avventure, nonché della new entry Chewy. Un chitarrista preparatissimo ed indubbiamente dotato di grande tecnica ed estro esecutivo (nonché compositivo, come vedremo in futuro), il quale ha aiutato il terzetto "storico", riunitosi per l'occasione, ad incendiare il pubblico della gelida Montreal. I ghiacci canadesi sono dunque crollati a blocchi, scioltisi come neve al sole, esposti alle radiazioni dei redivivi Voivod. Caldi, decisamente roventi, intenzionati a non fare prigionieri. "Warriors of Ice" non è dunque un semplice live album ben immortalato ed esaltante, tutt'altro. E' l'esempio di come un gruppo riesca incredibilmente a rialzarsi dopo un durissimo colpo subito, il quale è stato incassato con la dovuta calma, certo... ma al quale è seguita, a sua volta, un'importantissima reazione. Presentando un nuovo membro e radunando la formazione storica, i Voivod hanno mollato un calcio alla malasorte, allontanandola dalla loro carriera e facendo in modo di spaventarla, di renderla inoffensiva. Come a dichiararsi più forti d'ogni altra cosa, i quattro, in un impeto di orgoglio, hanno ripreso i loro strumenti e sono tornati in pista, più forti e determinati che mai. Lo si evince, dopo tutto, da ogni traccia fino ad ora ascoltata. Nel corso di quindici brani, la band riproduce fedelmente il suo Thrash energico e tecnico dai tratti, in alcuni casi, melodici, con la stessa passione che avevano nei primi anni '80, pur essendo altrettanto abili nel replicare gli aspetti più stranianti e particolari dei loro successivi album.  A prescindere dal disco di appartenenza, ogni canzone viene ridisegnata con un'energia e una pesantezza differente, seppur non nella assoluta totalità, rispetto alle produzioni degli album originali. "Normale amministrazione per una canzone eseguita dal vivo" verrebbe da dire; e questo fatto combinato con la speciale riunione dei membri originali, rende ancor più godibile questo album. Le tematiche acquistano ancora più corpo, diventano più intense, il tutto grazie alla capacità di riprendere in mano brani con una consapevolezza diversa, più matura, decisamente più esperta. L'esperienza che solo dopo anni ed anni di musica si può accumulare, l'esperienza di chi ne ha passate di ogni ed è sopravvissuto per raccontarle. Sarebbe impossibile compendiare in toto o riassumere con un aggettivo la carriera di questo gruppo. "Bizzarri", "particolari", "sui generis"... nulla rende ai Voivod la giustizia che essi meritano, quella che li porterebbe ad essere annoverati come una delle realtà più particolari mai esistite sul circuito estremo. Nel firmamento Metal, i canadesi costituiscono tutt'oggi una fantastica anomalia. Sempre riconoscibili, a dispetto di innumerevoli mutazioni sonore. "Warriors of Ice" è la definitiva conferma del mio discorso: un disco da avere ed ascoltare, un lungo viaggio nei meandri di una carriera straordinaria, tutta da riscoprire o scoprire, nel caso si fosse (imperdonabilmente!) dei "novizi".

1) Voivod
2) The Unknown Knows
3) The Prow
4) Ripping Headaches
5) Ravenous Medicine
6) Tribal Convictions
7) Overreaction
8) Panorama
9) Global Warning
10) Treasure Chase
11) Tornado
12) Nothingface
13) Brain Scan
14) Nuclear War
15) Astronomy Domine (Pink Floyd cover)
correlati