VOIVOD

War and Pain

1984 - Metal Blade Records

A CURA DI
DAVIDE CILLO
06/04/2015
TEMPO DI LETTURA:
8

Introduzione Recensione

Il mondo dell'Heavy Metal è estremamente sottovalutato da coloro che gli sono estranei. Tutti conosciamo l'esistenza dello stereotipo del "metallaro chiuso", ovvero quello che non ascolta nulla all'infuori delle band estreme che tanto gli aggradano. Beh, in realtà, questo stereotipo è vero solo se preso al contrario: molto spesso il metallaro è infatti più aperto nei confronti degli altri tipi di sound molto più di quanto il "non" metallaro lo sia nei confronti dell' Heavy Metal stesso, con tutti i suoi relativi sottogeneri. A me piace pensare che l'Heavy Metal sia come uno specchio, saldo e intatto, che contiene migliaia di schegge di sfumature diverse al suo interno. Con uno sguardo rapido, non è possibile percepire l'esistenza di tutte queste differenti sfaccettature, ma se come si dice "curiosità è cultura", beh, allora approfondire è d'obbligo, fosse anche solo per una questione di coerenza. Tra le band più "anarchiche", sperimentali e sfacciate del vastissimo universo metallaro spiccano i canadesi Voivod. Formatisi nel Quebec, Canada, nel 1981, i Voivod sono riusciti a creare un sound unico e proprio, rendendosi subito distinguibili in un secondo di ascolto da ogni altra band che popola questo mondo. L'intuizione unica di questa band è stata quella di estirpare le radici dell'HC Punk Californiano (da cui lo stesso Thrash proviene) di band come i Dead Kennedys, nei suoi lati del sound più schietti e diretti, intingendolo di una forte vena Avanguardistica che profuma moltissimo di band come i Gang of Four degli esordi, con quell'impostazione estremamente "free" che solo il genere possiede: ovvero l'abbandonare completamente ogni relazione con la matematica musicale e tutto ciò che da essa deriva, tramite un utilizzo degli accordi completamente libero e nuovo al mondo della musica. A me piace definire questa impostazione libera come "l'anti-commerciale", tant'è che loro, una delle band più geniali mai esistite, contano nella loro lunga ed onorata carriera solo 1 milione di copie vendute. Tutto ciò, tuttavia, non può essere sufficiente a descrivere il valore dei Voivod, e il quanto una band Heavy Metal possa effettivamente scindersi dagli stereotipi che vengono ad essa generalmente attribuiti. L'amore per il progressive della seconda metà dei sessanta e settantiano,  infatti, rappresenta un'altra preziosa mattonella indispensabile a comporre il muro Voivod: fra tutti, spicca l'indissolubile amore per i Pink Floyd dell'era Syd Barrett, con la band che si spinge a comprendere persino i suoi tratti più estremi di psicopatia e genialità, tant'è che anni dopo il gruppo si lanciò nell'impresa di coverizzare "Astronomy Domine", cosa proibitiva ai più, con un risultato eccelso (non solo dal punto di vista strumentale ma anche vocale, con una performance allettante da parte del vocalist), finendo per essere da molti considerati come i "Pink Floyd del Metallo".  Le influenze di matrice HC vengono così perlopiù mascherate da una struttura più nobile e impegnata, con una conseguente produzione più robusta e violenta, e la band si guadagna l'appellativo di "thrash metal band" tramite la potenza e l'aggressività del proprio suono, derivante dal loro amore per band quali Judas Priest, Motörhead e Venom, con questi ultimi più preponderanti nell'influenzare il loro sound: comprenderete, dunque, quanto possa essere eresia pura riconoscere i canadesi come una mera imitazione di James Hetfield e compagni per il solo nome che il loro genere porta. Lo stato embrionale della band prevedeva la presenza di un trio: Denis D'Amour alla chitarra, Jean-Yves Thèriault al basso e Michel Langevin dietro le pelli. Tuttavia, la band poco dopo si sciolse per riformarsi nel Novembre dell'82. Un paio di mesi dopo arrivò Denis Bélanger alla voce, e così la band si esibì per la prima volta suonando le cover delle proprie band preferite. In quegli anni, un'altra grande formazione del loro paese stava pian piano raggiungendo il successo internazionale, ovvero la speed metal band Exciter, reduce dall'uscita del loro storico album "Heavy Metal Maniac": così, i ragazzi dettero ai Voivod l'opportunità di aprire molti dei loro show, facendogli raggiungere una certa notorietà a livello locale. I nostri, cavalcando l'onda dell'entusiasmo, registrarono una prima demo, intitolata "Anachronism", composta esclusivamente da brani registrati durante i propri concerti: in questo lavoro apparivano i primi pezzi scritti da loro, ovvero "Voivod", "Blower" e "Anomalies".  Esibizione dopo esibizione, Brian Slagel, storico proprietario della Metal Blade Records, mise gli occhi sulla band, convincendo i ragazzi a firmare un contratto discografico per quello  che sarà il loro primo album, "War And Pain". Questo è anche il periodo in cui il loro batterista Michel, in arte "Away", ad oggi unico componente della band a non aver mai abbandonato la barca, creò lo scenario immaginario in cui si ambientavano le vicende del gruppo: Morgoth, una terra ghiacciata desolata, dove risiedeva il guerriero Voivod,  che si prende tutta la scena della copertina del loro primo album, in una ambientazione apocalittica e futuristica. E' proprio lì che dobbiamo immaginare sia prodotta la loro musica: in una realtà triste e grigia, composta da macerie, spazzata via dalle armi di distruzioni di massa; insomma, ideale per mettere in mostra tutto il lato più marcio e "Venomiano" del loro sound, presente primo fra tutti in questo primo, straordinario, album.

Voivod

La prima traccia si intitola nientemeno che "Voivod", e con le sue liriche è l'ideale per immergerci nella loro realtà. Il brano si apre con una malvagia e criptica atmosfera che ci cala in un freddo plumbeo da olocausto nucleare, con tanto di respirazione affannata del nostro malvagio protagonista, che porta la nostra tensione a salire sempre più, insieme al nostro battito cardiaco, come se fossimo all'epilogo di una lunga sfida tra cecchini. Lo storico vocalist Denis, in arte Snake, improvvisamente si abbandona ad un graffiante acuto in cui recita "Voivod", con le serrate ritmiche di chitarra di Piggy (R.I.P.) e l'intenso tupa tupa di Away che sembrano star recitando la Sacra Bibbia dello Speed Metal made in Canada. Gli assoli, fluidi ed espressivi in scuola "Kill'Em All", ci portano al momento di catarsi sui bending di chitarra, mentre a rimbombare nella nostra testa durante e dopo l'ascolto è la parola "Voivod" continuamente cantata da Snake, quasi come se volesse stamparla nella testa di tutti i fans da qui a mille anni; nelle liriche ci viene presentato tutto il loro mondo, in una scrittura di concezione tanto fantasiosa quanto cruenta. Voivod è una creatura generata chimicamente dalle scorie nucleari, quindi tossica e mortale alla vicinanza; lui si distingue da chiunque altro per la mancanza di pietà e di un qualsiasi senso di umanità, cosa che lo rende perfetto nel vincere le guerre nel modo più rapido e "pragmatico" possibile. Tuttavia, questo mostruoso guerriero ha nei suoi tratti qualcosa di assolutamente simpatico e fumettoso! Tanto per cominciare, si ritiene un Dio pazzo sceso in terra, tant'è che il suo hobby principale è quello di generare il terrore, quasi come se volesse punire più di ogni altro coloro che commettono l'affronto di non impaurirsi alla sola pronuncia del suo nome. Infine, ci si dedica molto al suo curioso status psichico, dove lui stesso appare come tormentato dal fantasma della paranoia, che presumibilmente lo obbliga a fare quel che fa. La canzone assume le sembianze di una marcia marcia militare (perdonate il gioco di parole) grezza e diretta nel sound, dove è possibile percepire l'influenza degli amici Exciter e l'amore per i Venom anche ad orecchie tappate. Se dovessi sintetizzarla in parole povere, semplicemente perfetta e stracolma di attitudine. Parole importanti merita infine la produzione (parliamoci chiaro, quella storica, non quella rimasterizzata), davvero molto aperta e con un effetto stanza davvero niente male se consideriamo quanto siano solitamente più chiuse le produzioni del genere. Potente e diretta, la Metal Blade ha rilasciato un prodotto dall'indubbia qualità se rapportato agli standard dell'epoca.

Warriors of Ice

Dopo questa bella botta di energia, l'opera continua con "Warriors of Ice", che come potrete capire dal titolo ci lascia ancora una volta calare nella splendida ambientazione di questo album: Away apre il brano con una martellante introduzione batteristica dove scandisce il ritmo del riff portante, classico ma fuori dalle righe, graffiante quanto l'artiglio di un orso pazzo. Snake dietro il microfono mette fuori tutto il suo carisma, tutta la sua enfasi e tutta la sua attitudine, uscendo fuori dagli schemi metrici classici e svariando con delle urla a metà fra il minaccioso e lo straziante. Mentre nella traccia precedente la band si limitava ad offrire un grande classico speed metal con un tocco personale, qui c'è subito più spazio alla sperimentazione e all'impostazione più libera in fase di scrittura del pezzo; opportuno l'inserimento di brevi assoli per facilitare lo scorrimento della traccia, che raggiunge il suo impatto soprattutto grazie all'originalità che possiede nel suo modo caotico e incisivo di porgersi. Questa traccia ci offre addirittura dei frangenti più "doom", per come li definiremmo al giorno d'oggi, con una sezione nella parte finale dove il nostro Away scandisce un ritmo cupo sui suoi tom seguito alla perfezione dal lavoro chitarristico di Piggy, che ha il pregio di riuscire da solo a svolgere un lavoro che ci si aspetterebbe da due chitarristi, con ritmiche e sferzate chitarristiche da adrenalina pura. Mi sembra quasi di essere lì in persona a combattere, impugnando un'arma fra le mani, pronto a mettere in gioco la mia vita in qualunque momento: la traccia trasmette un enorme senso di energia ma colmo di angoscia, donandoci dei minuti che solo la loro super guerra futuristica potrebbe scatenare. Il brano si chiude con un riff finale che sembra calarci nelle fredde lande nevate ove si svolge la vicenda, che lasciano trasparire una sensazione ostile da guerra di trincea e logoramento, un po' come se ci trovassimo lì in persona a combattere, con il dettaglio che a noi servirebbero vestiti ben più pesanti per proteggerci dalle fredde temperature di Morgoth. Del resto, di cosa potrebbe narrare il brano, se non delle avventure dei nostri guerrieri ghiacciati? Le regole del gioco sono atroci, e oltre il nemico c'è un altro grande avversario da affrontare, ovvero la gelida bufera. Mi sembra di pensare alle truppe italiane mandate in Russia nella 2° Guerra Mondiale, dove mal equipaggiate crollarono una dopo l'altra sotto i letali colpi del gelo. Con lo scorrere del racconto, si scopre tuttavia che il ghiaccio per loro non rappresenta un nemico, ma un alleato:  nella parte conclusiva delle liriche ci viene persino spiegato che, questi misteriosi umanoidi futuristici, riescono ad utilizzare il freddo come letale arma per mettere al tappeto il nemico. Mi pare logico, dopotutto: se a Morgoth c'è la guerra, per combattere bisogna essere in grado di sfruttare la temperatura ostile a proprio vantaggio. E così, arriviamo al punto in cui le truppe di Stalin riuscirono a trionfare sfruttando le condizioni climatiche, in quella che fu per noi in assoluto la peggior campagna del secondo conflitto mondiale. Se vorreste sentir parlare di rose e fiori, allora abbandonate questa recensione e questo album, perché questo è Heavy Metal in tutto il suo lato più grezzo e potente, e il peggio deve ancora arrivare.

Suck Your Bone

La terza traccia si apre con la voce di Away che incita la band "Suck your Bone, let's go!". E così, parte furioso più che mai il terzo pezzo, intitolato per l'appunto "Suck Your Bone", con le plettrate di Piggy che si fanno più rugginose e cattive di un cazzotto bello diretto nei denti. La band si dedica qui al suo lato più punkettone e grezzo, proponendo un vendicativo inno nei confronti della classe politica, che essa sia quella di Morgoth o quella della Terra. L'eredità raccolta dalla scuola hc punk californiana si fa qui innegabile, e uno dei principali meriti della riuscita di questo brano va attribuito alla voce di Snake, che riesce benissimo a rivestire sia i lati più musicali sia quelli più crudi ed aggressivi grazie al suo graffiante lavoro di corde vocali. A trionfare in questo brano, tuttavia, è indubbiamente il basso di Blacky: nel mix si erge potentissimo, quasi su un livello a parte, proponendo delle linee proprie e distinte da quelle della chitarra e garantendo al brano quell'appeal necessario a mantenere invariato l'alto livello del disco ascoltato fino ad ora. Se nella prima metà del pezzo il lavoro al 4 corde non è molto differente dagli altri brani, nella seconda parte il bassista si scatena dando il massimo della qualità e quantità ritmica durante i continui assoli dello scatenato Piggy, che sembra non volersi fermare mai, quasi come se formasse una magica simbiosi con il suo strumento. Il suono tipico e ben distinguibile del basso di Blacky lo otteniamo sparando a mille lo strumento sulla sua testata Marshall, ottenendo ciò che ha garantito un contributo importante per i Voivod negli anni a seguire. Qui Snake urla, cattivo e serio più che mai, dei suoi piani di vendetta nei confronti di coloro che detengono il potere economico e manipolano le masse con i loro discorsoni. La loro posizione "di vantaggio" viene quindi sfruttata solo per aumentare il proprio potere ed espandere la propria influenza sui più deboli. Se i brani precedenti ci calavano nel mondo immaginario di Away, qui facciamo un crudo e diretto ritorno a casa nostra, dove non ce la passiamo certamente meglio.  Le emozioni quali l'angoscia e l'immersione in una realtà finta ma ben strutturata, lasciano qui invece spazio alla pura rabbia, quella sana e genuina del popolo, che scende in piazza per far sentire la propria voce e per ottenere i propri diritti. Tutto ciò viene però manifestato in chiave Voivod, quindi con quella pura dose di violenza e cattiveria in più che ad una normale protesta certamente manca: mi riferisco ai rapimenti, agli omicidi, allo stupro dei figli dei politici, al fuoco appiccato alle loro case, insomma ad una sorta di movimento rivoluzionario ultimo che porrebbe fine una volta per tutte nella storia  allo sfruttamento del popolo da parte della classe politica. Il continuo ritornello, che recita "Suck Your Bone" (Succhia il tuo Osso), rappresenterebbe il gesto ultimo di violenza nei confronti di coloro che hanno succhiato ogni cosa al popolo, invitandoli ad incontrare la stessa fine a cui hanno ridotto gli uomini: mi riferisco all'aver sottratto loro tutto ciò che possedevano fino a divorare, metaforicamente, la stessa materia che li compone. Ciò che più mi colpisce in assoluto di questo pezzo è tuttavia la perfetta simbiosi fra sonorità punk e sonorità speed metal, che si sovrappongono creando un nucleo unico: mentre la chitarra è più vicina alla scuola speed metal, con i continui assoli che si attengono alla filosofia che ha portato all'evoluzione del Thrash Metal nella prima parte degli anni '80, la voce è molto più vicina all'attitudine punk, con batteria e basso che portano queste due metà ad unirsi sotto un'unica identità, incontro che crea una miscela sonora di autentica riuscita. In due parole, "l'essenza pura" di ciò che quei tempi sono stati e nella storia rimarranno.

Iron Gang

I ritmi dell'album si fanno più rapidi ed incisivi, e così veniamo catapultati alla traccia successiva, "Iron Gang": come il titolo potrà forse suggerirvi , ci troviamo di fronte ad uno di quei inni di Heavy Metal senza tempo, di quelli in cui si celebra la propria passione e la propria attitudine di vita. Così, un breve lancio della batteria di Away ci immerge nel pieno delle furiose ritmiche di Piggy, come se la band ci stesse invitando a vestire l'uniforme del metallaro e a marchiare sulla nostra pelle questo credo. Era l'84, il Thrash stava nascendo e il Metal era in crescita, e chiunque avesse voluto unirsi a questa famiglia aveva il dovere di mostrare i propri attributi. Noi giovani viviamo una realtà diversa, più facile forse, ma a quei tempi dire semplicemente "sono un metallaro" non era abbastanza. Così arriviamo al titolo del brano, "Iron Gang" per l'appunto, ben eloquente a tal proposito: una gang infatti non è aperta a chiunque, ma a solo quelli che superano una prova, un test di valore, dimostrando di poterci entrare. Anche ai tempi d'oggi resiste il conflitto fra i cosiddetti "true", i metallari per antonomasia, quelli che conoscono la cultura da cui provengono e le band da cui hanno ereditato il DNA e i "poser", ovvero coloro che si abbigliano seguendo quella attitudine limitandosi però ad ascoltare solamente le band più famose, senza supportare la scena underground e senza farne una filosofia di vita. Se per un thrasher degli anni '80 appartenere ai falsi metallari poteva voler dire ascoltare o suonare "Glam metal", e ricorderete a tal proposito la famosa spilletta sul chiodo di Dave Mustaine, adesso resiste lo stesso discorso per il "Metalcore", ovvero il genere di ben più inascoltabili (a mio parere) band quali "Bring Me The Horizon" e compagni. La differenza importante, tuttavia, riguarda oggi la mancanza di un vero e proprio rituale di iniziazione in cui bisogna dimostrare di poter essere metallari, laddove il metal anni fa era più visto come movimento di protesta e ribellione nei confronti della società rispetto a quanto lo è ai giorni nostri. Nella San Francisco dei primi anni '80, ad esempio, un rituale famoso consisteva nello spaccare i negozi di musica e distruggere i dischi più commerciali, tant'è che ci furono spesso scontri fra le forze di polizia e la cosiddetta "Metal Militia". Da noi c'era il rituale di staccare il simbolo sporgente della Mercedes e attaccarlo sulla spallina, come simbolo di appartenenza. Così, le liriche di questo brano parlano della gang d'acciaio, il gruppo di ragazzi metallari, che in preda all'alcol corrono per le strade e non sono nuovi a risse. L'arrivo di questo gruppo è distinto dal forte suono della musica, e durante i concerti è importante non concedersi alcun limite. Questa gang possiede anche dei gruppi nemici, che vengono minacciati nel testo del brano, come a ripudiare qualsiasi filosofia di vita che sia differente dalla propria. A quanto pare, anche in Canada funzionavano questi meccanismi!  Dal punto di vista strettamente musicale, questa traccia si sviluppa come un'autentica bomba energica: il riff portante e la linea vocale, diversamente da quanto ascoltato fino ad ora, possiedono qui una fattura allegrona e quasi cazzara, come a voler rappresentare la volontà di ignorare qualsiasi problematica esterna alle bordate sonore di sano Heavy Metal. La musica si fa centro di tutto, e il martellante tupa tupa di Away spinge la musica ad un livello di potenza sonora dove l'ascoltatore non potrà che sbattere la sua testa veloce più che mai. L'assolo di Piggy è estremamente classico ma rapido, e segue le melodie del brano in maniera encomiabile: il chitarrista ha dato qui il meglio di sé, e non solo in questa traccia ma nell'intero album, svolgendo un contributo importantissimo nel garantire la riuscita di tutto il full. Bellissimo nel terzo minuto il rallentamento, che propone un riff dall'emozione più cupa, come se dopo ore di festa avessimo di fronte i postumi della nostra sbronza, o il cazzotto che ci siamo presi in faccia dopo una violenta rissa. In un giudizio complessivo, la traccia è molto classica e molto efficace, soprattutto nel momento in cui impone una brusca variazione di velocità, coraggiosa ma grandiosa. Curiosa caratteristica: qui la voce di Snake si prende davvero poco spazio rispetto all'intera durata del brano, ma non se ne sente la mancanza, dapprima grazie all'intrattenimento creato dal lungo e sferzante assolo e in un secondo momento dalla più cupa atmosfera generata dalla parte conclusiva. Tutto ciò costituisce un merito in più per la band, che si appresta a crescere e a compiere i primi passi per l'evoluzione sonora che renderà grande la loro carriera, di cui le lunghe sezioni prive di canto saranno proprio una grande qualità. Chiuso questo episodio, tiriamo un breve respiro, in quanto nell'album c'è una pausa non indifferente di qualche secondo.

War And Pain

Ci prepariamo  ad immergerci in quella che sarà la title track, ovvero "War And Pain": il suono di una campana apre il brano, seguito da alcuni lenti e violentissimi power chord di chitarra, supportati dai magnifici lanci di batteria di Away che nel tempo diventeranno un autentico marchio di fabbrica di casa Voivod. L'atmosfera generata da questa apertura è macabra, misteriosa, e tiene l'ascoltatore incollato al brano in attesa che una qualsiasi evoluzione si imponga alle sue orecchie. Passatemi la metafora macabra, ma la sensazione che si prova è quella di essere un condannato a morte sulla sedia elettrica in attesa della propria fine, isolato nella propria stanza e distante da tutti, il che tradotto in linguaggio musicale si manifesta come un qualcosa di assolutamente geniale. Ed ecco così che assistiamo alla prima variazione, un'accelerazione che propone un breve riff più altisonante per qualche secondo, destinato poi a sparire per riportarci ai ritmi più cupi e riflessivi di inizio brano. In un'alternanza continua di accelerazioni e decelerazioni che potranno ricondurci a nientemeno che i Megadeth di Dave Mustaine, il brano innesta la marcia definitiva, che definirei una terza: i ritmi non sono infatti né ossessivi né particolarmente lenti, ma si mantengono su una velocità media che mette in primo piano il valore complessivo della composizione. Il brano gioca sulla mente umana, sull'innesto delle emozioni, sulle sue caotiche e criptiche sonorità da apocalisse nucleare e la straziante ma bellissima voce di Snake, ideale se ciò che i ragazzi desiderano è farci immergere nel loro grigio e futuristico mondo. Questo dura finché la palla non passa a Piggy, che inizia a giocare con la sua sei corde come se fosse un bambino che ha ottenuto per la prima volta il giocattolo dei suoi sogni. Il chitarrista qui si concede anche ad una sezione solista in tapping estremamente spaccona, come se lui per primo avesse intenzione di divertirsi, per poi riportarci dopo questo gioco direttamente alla cupa atmosfera iniziale, ripresa prontamente, che chiude rapidamente la traccia in un fade-out da panico. A mia opinione, questo è l'episodio migliore dell'intero full, dove la band inizia ad ascoltare la propria vera identità e cimentarsi in ciò che anni più tardi li renderà famosi in tutto il mondo. Tanto per incominciare, "War And Pain" è la prima vera traccia introspettiva di questo album, che a parte alcuni frangenti iniziali non aveva lasciato spazio in maniera così profonda alle nostre emozioni. Se "guerra e panico" è il titolo della canzone nella nostra lingua, allora i quattro giovani hanno trovato un modo perfetto per tradurle in musica. Con "Suck Your Bone" e "Iron Gang" ci eravamo totalmente dimenticati del grigio plumbeo di Morgoth, delle sue lunghe distese di neve monocromatica, dei suoi palazzi abbattuti e malinconici che si ergono sulle terre innevate, in uno scenario che dinanzi ai nostri occhi scoraggia l'essere umano dalla ricerca stessa di speranza, o dall'attesa di una qualsivoglia evoluzione positiva della propria vita o delle vicende. Se ci proteggessimo come Voivod per non sentire freddo, potremmo distenderci per ore sulla neve di questa desolata regione, assistendo a quello che sarebbe il nulla più totale, ovvero un ambiente abbandonato dagli uomini e dove l'unica forma di vita sarebbe rappresentata da qualche specie animale, con il vuoto che ci circonda insieme alla sensazione di morte, l'aria di guerra, ma con le nostre cuffie ad ascoltare questa macabra e logorante traccia nella sola attesa che qualcuno prenda la nostra vita. L'accettazione della morte è anche parte dei protagonisti delle liriche, ovvero i soldati futuristici che combattono in Morgoth; mentre le bombe cadono al loro fianco e la guerra divampa, i guerrieri sono impegnati nella furia del combattimento, con armi oramai inutilizzate come la spada che tornano di moda nell'immaginario della band. La mente dei combattenti è libera da qualsiasi pensiero esterno a quello di uccidere, con l'omicidio che diventa per loro unica ragione di vita. A tutto ciò, bisogna unire la consapevolezza dell'essere pronti alla morte, al punto che i personaggi attendono che questa li chiami per mettere fine alla loro futile ed insensata esistenza. Sarà forse triste ma, nelle nebbie del combattimento, l'unica opzione rimanente per il proprio futuro è quella di cadere e morire. Opere musicali come questa traccia sono quelle che ci permettono di capire quanto profondo e complesso possa essere uno scenario fantasioso, che con l'intervento della musica diviene realistico quasi come se lo vivessimo in prima persona, cosa che può essere generata solo da una grandissima band in grado di suonare con grandissima qualità. La title track era anche l'ultima traccia del Side A di questo album, che si chiude per lasciare spazio al lato B. 

Blower

Il nuovo inizio avviene con "Blower", una traccia introdotta dall'oramai consueto grande lavoro di Away e da un semplice ma gustoso power chord di chitarra in stile "Hit the Lights". La band fa qui un indubbio ritorno alle sonorità più crude e dirette classiche dello Speed/Thrash Metal, con il riff di Piggy che incalza la base ritmica di Blacky e Away, che si fa qui nettamente rapida. La sensazione è quella di essere tornati nel pieno della battaglia, stavolta con la nostra volontà di sopravvivere e di lottare, e questo grazie a quanto trasmesso dalla furiosa voce di Snake. Il nostro cantante si fa qui quasi estremo nel modo di proporre la sua linea vocale, abbandonandosi a degli scream ferocissimi, e che ci auguriamo non siano dannosi per la sua preziosa voce. E' proprio il vocalist a salire in cattedra in questo violentissimo brano di due minuti e mezzo, e in certi momenti mette addirittura in secondo piano il lavoro svolto dagli altri musicisti. Se nella prima parte della canzone Snake può sembrarci incazzato e bramoso di sangue, nella seconda il cantante sconfina decisamente nella follia più totale, con una serie di alti che raggiungono il re acuto, con il non trascurabile dettaglio che questo piuttosto che essere effettuato con una tecnica vocale appropriata viene raggiunto con dei folli scream sconsigliati a qualunque essere umano sano di mente: è proprio questo che rende geniale questo cantante e questa performance vocale in particolare, perché veramente in pochi avrebbero avuto il coraggio di rischiare consciamente la propria voce scegliendo di mettersi in gioco in questo modo. Mi sento anche di dire che, dal punto di vista strettamente musicale, questo brano non fosse all'altezza dei precedenti, ma grazie al contributo di quest'uomo al microfono "Blower" è divenuta nella resa una delle tracce più letali e di spicco di questo album. Molto opportuno il brevissimo assolo di Piggy, che si inserisce saggiamente tra una sfuriata chitarristica e l'altra come se il nostro axeman avesse già avuto decenni di carriera alle spalle. Il brano si conclude, indovinate un po', con un lacerante urlo di Snake, che ci trapana il cranio come farebbe il raschio di una chiave sul nostro ferroso cervello. La follia della voce si riflette pienamente anche nel testo della canzone, dove l'umano diviene da cacciatore a gustosa preda. Difficile capire se si tratta di cannibalismo, visto che gli antagonisti di questa romantica favola non vengono citati, ma i nostri personaggi non hanno altro da fare se non cercare, disperatamente, la sopravvivenza. Così, con ogni mezzo, la mente terrorizzata dalla paura cerca di arrampicarsi ad una insperata salvezza, mentre i misteriosi predatori si accingono a gustare la carne umana dei nostri protagonisti. Come capire se il pericolo si avvicina? L'unico modo è il rumore dell'acciaio, probabilmente appartenente alle armature degli assassini, facile da percepire quando la loro presenza si fa vicina. Qui sembra quasi di ritrovarci nel più recente film "Hostel" versione uncensored, dove gore e sadismo fanno da testimoni ad un atteggiamento totalmente estraneo da ogni senso di coscienza e umanità. Nel complesso, se dovessimo in una parola dare un giudizio a questo brano, questo sarebbe "malato":  laddove si intende un malato positivo, fuori dagli schemi, che mette la nostra testa di fronte a qualcosa a cui non è abituata. Piccolo appunto: se tanta violenza e impatto non ce la si aspetta nel 2015, provate a capire cosa poteva essere questo brano nel lontano 1984, dove l'esempio di estremizzazione massima lo si era raggiunto l'anno prima con gli Slayer al debutto; per tale motivo è importante comprendere quanto ai Voivod vada effettivamente attribuito, nel senso che possiedono il merito di essere stati in assoluto tra i precursori di un certo modo di proporre la musica, non limitandosi a cavalcare l'ondata canadese avviata da band come i suddetti Exciter, ma sapendoci aggiungere un qualcosa (anzi, molto più che un semplice qualcosa) di proprio e stravolgente.

Live for Violence

Continuiamo la nostra marcia con "Live for Violence", un nome una garanzia. La traccia si apre in maniera cupa e lenta, come a volerci far tirare un respiro dopo lo spietato assalto della canzone precedente: saggia scelta. Qui la band torna a sperimentare le sue misteriose melodie caratteristiche, in una serie di stop and go che porteranno al riff di chitarra, una ventata di energia di pura scuola Heavy Metal. Nonostante ciò, i quattro riescono a mantenere l'ascolto fresco e interessante, grazie all'inserimento di melodie criptiche e caotiche, autentico marchio di fabbrica di questo full. E' precisamente ciò che succede a metà brano, quando una sezione molto sperimentale ci cala in un buco nero da trip mentale da panico: grandissimo, immenso, il lavoro di Away, che martella sulla sua batteria come pochi ragazzi della sua età avrebbero potuto fare. Non mi riferisco ad una questione strettamente tecnica, ma artistica, immaginaria e compositiva. Molto opportuno l'inserimento della voce di Snake, che in questo passaggio si fa più "narrante", come a volerci sciogliere da ogni barriera e calare nella loro realtà. Il basso di Blacky in questo brano torna a prendersi più spazio nel mix, dando un contributo molto importante nel creare le atmosfere del brano. Detto questo, questa splendida traccia mostra chiaramente qualcosa che le altre avevano fatto a tratti capire e non capire, ovvero l'amore dei quattro per i Motorhead. Non potrete non rendervi conto di quanto le graffianti ritmiche siano ereditate dalla band londinese, con quei caratteristici riff che saprete distinguere in pochi istanti: ora avrete compreso anche perché il basso riveste un ruolo molto significativo in questo pezzo. L'assolo è dapprima breve ed intervallato,  scelta più saggia che mai e che punta a non "invadere" il lato più intimo di questo pezzo, poi in un secondo momento il nostro Piggy fa ritorno con la sua chitarra con una veloce scala nella seconda parte della canzone, dove la sua sei corde si integra perfettamente ai frangenti più oscuri della melodia. Tirando le somme, il pezzo svolge sia il ruolo di "ponte" all'interno dell'album, mostrando una netta flessione nell'estremizzazione del sound, sia allo stesso tempo possiede il merito di  iniettare una sana dose di adrenalina di puro Rock n' Roll in scuola Lemmy e compagni, il che non guasta affatto, specie considerando il full nel suo insieme. Dal punto di vista lirico, il testo del brano si conforma perfettamente all'attitudine del "rockin' hard" più sano e genuino. Il protagonista della canzone, armato con un coltello, gira in città con l'intento di diffondere a chiunque la propria legge. Mentre i suoi pensieri sono annebbiati dall'alcol, l'uomo diviene sempre più assettato di violenza e del sangue dei suoi oppositori. Anche in questo caso, la ragione di tutto ciò sarebbe il proprio credo Heavy Metal, che plasma lentamente il personaggio fino a renderlo pazzo e violento, ma con l'idea ben precisa che tutti i "traditori", ovvero coloro che seguono stili più conformi alla società, meritano di essere uccisi; le sue modalità di omicidio preferite? L'uomo in questione pare saper manipolare coltelli, corde, utilizzare la magia nera e chi più ne ha più ne metta. Una cosa è certa, ama far soffrire le sue vittime, fino al punto che non prova gioia nel sottrarre la vita a coloro che non patiscono un fitto dolore, e questo dettaglio riveste un ruolo centrale. Tuttavia, qui non si parla di un serial killer dalla psicologia comune, che potrebbe essere come in molti film quella di rimanere nella storia per la sua serie di omicidi; al contrario, qui si parla di un uomo convinto nel profondo di trovarsi nel giusto, e di onorare le sue vesti di nobile guerriero. Il suo genere musicale preferito diviene quindi per lui una divinità a tutti gli effetti, e la sua battaglia assume le connotazioni di una vera e propria guerra religiosa. Incalzato da un rabbioso istinto di sangue, l'uomo decide quindi di abbandonarsi alla violenza come se questa fosse la scelta più giusta da fare, mentre la sua adrenalina sale alle stelle in maniera completamente indipendente dalla sua volontà. Infine, come si legge nel ritornello, quella del nostro ragazzo è anche una lotta per la sopravvivenza, tant'è che quando gli aggrediti tentano di difendersi lui stesso percepisce di sentirsi attaccato, venendo sopraffatto dal più primordiale e comprensibile istinto di sopravvivenza. Anche in questo caso, abbiamo visto come il racconto nelle liriche ruoti intorno alla celeberrima tematica della lotta per la propria bandiera, la bandiera del metallo, un classico che ha portato avanti l'Heavy Metal per quarant'anni e continua  tutt'oggi a farlo, con centinaia di album che narrano di tematiche simili a questa.

Black City

"Black City", la traccia successiva, si apre dopo una breve pausa di qualche secondo, che lascia ancora una volta tirare un respiro all'ascoltatore: molto spesso è sconsigliato l'utilizzo di lunghe pause fra un brano e l'altro, dal momento che queste costituiscono tempi vuoti in cui, fondamentalmente, l'ascoltatore si potrebbe annoiare. Tuttavia, nel caso specifico dei Voivod, questi propongono un sound estremamente caotico e impegnativo, specie per quella manciata di persone che cercano di studiare e analizzare la musica nel dettaglio, cogliendone tutti i particolari che sono nascosti ai meno attenti: sono questi individui più meticolosi che costituiscono il target a cui i Voivod si rivolgono molto spesso, e lo faranno sempre più negli anni con la loro crescita. Opportuno quindi l'inserimento di queste piccole pause ben studiate, che mantengono l'attenzione al massimo e permettono di valorizzare l'opera musicale dei canadesi. La traccia si apre con la fantasia di Away, che gioca sui tom e sulla cassa fornendo un input per la bellissima e tetra melodia iniziale del brano. La band ci mostra qui tutto il suo lato più artistico, con la graffiante voce di Snake che colora al meglio le criptiche linee chitarristiche di Piggy, che torna a sperimentare nuove soluzioni piuttosto che attenersi al più crudo e diretto Heavy Metal dei due brani precedenti: tutto ciò lo fa tramite dei cambiamenti nell'utilizzo dei power chord, più "liberi" e "particolari" piuttosto che potenti e violenti nel loro lato più classico visto poco fa. Questa è un'altra traccia che, se non siete alla guida, vi consiglio di ascoltare ad occhi chiusi; qui le sonore ritmiche di basso di Blacky salgono sempre in cattedra, a volume altissimo, con delle sezioni dove il 4 corde ha spazio per interi scambi con la batteria, e senza la presenza di chitarra alcuna. L'assolo di chitarra è coraggiosamente rock n' roll e, piuttosto che rincarare con una dosa di marciume il lato più malvagio presente in questa traccia, sceglie di intervallarsi in due parti, venendo diviso da un riff ancora una volta di scuola Motorhead, che mostra tutto l'amore della band per la musica intesa come sano divertimento. Nella parte propedeutica alla conclusione del pezzo i quattro ci donano anche un interessantissimo effetto "aeroplano", più maniacale ed interessante rispetto al più comune e semplice utilizzo di un Flanger. Sarà quel che sarà, ma è una sezione che mi riporta al maestro di chitarra blues Stevie Ray Vaughan, che si immedesimava spesso in tali sperimentazioni, raccogliendo l'eredità dell'immortale Jimi, il primo ad aver creato non solo la concezione di chitarra elettrica per come la intendiamo oggi, ma anche ad aver introdotto numerosi effetti come lo stesso Flanger.  La traccia avrà il merito di riuscire a darci la sensazione di trovarci nel profondo della notte, soli con noi stessi, in cerca della sopravvivenza dai pericoli di Morgoth; ed ecco che, mentre il freddo imperverserà nelle nostre vene, ci accorgeremo della presenza di un pericolo e la nostra adrenalina salirà per la seconda volta, con la musica che si farà più aggressiva e rockeggiante, stimolante quanto una bella corsetta per scampare all'imminente minaccia. Il grande lavoro della band riesce a mantenere l'album sempre vario e dinamico, rendendolo interessante anche in un potenziale ascolto di 24 ore consecutive: pensateci, mica male per dei ragazzi che erano al loro debutto! Nella parte lirica del brano la band affronta anche tematiche riguardanti il lato musicale in senso stretto, inteso come amplificatori e potenza sonora; tuttavia, l'epicentro del racconto risiede nella città nera, la Black City, in un malinconico e disagiato scenario di guerra e distruzione. E' la prima volta che i ragazzi in un loro brano accennano, seppur in modo abbastanza vago, ad un collegamento diretto fra le espressioni della loro musica e la realtà in cui essa si loca, come a renderci intenzionalmente chiaro il senso della loro proposta musicale. Questa grigia città, agli occhi dei protagonisti, appare come buia e stregata, e la band ci tiene a specificare che gli stessi lampioni di luce non sono più in funzione, anche se a questo punto lo davamo un po' per scontato! Mentre le tenebre e le ombre di pericolo circondano l'ambiente circostante, la città fantasma si fa deserta spaventando sempre più i personaggi; ad un certo punto, i nostri si ritrovano di fronte ad un inquietante palazzo dall'aspetto spettrale, che sembra celare in sé una minaccia, quasi come se questo avesse la capacità di parlare e stesse avvertendo: "scappate da qui finché siete in tempo, andate via dalla Città Nera!". La presenza di un gatto nero, la più celebre fra le immagini di sfortuna e sciagura, cela la presenza di una malvagia strega che, da una posizione nascosta, sta effettuando un incantesimo: così i ragazzi perderanno per sempre la loro anima, che si unirà a quella delle precedenti vittime. Questo scenario dai caratteri un po' fiabeschi ci mette di fronte alla realtà che nella terra di Morgoth non può esistere un lieto fine. Come accennato dai quattro ragazzi, se le loro liriche sono specchio della musica, questa non potrebbe mai narrare di come la strega cattiva venga sconfitta dai protagonisti, che vissero per sempre felici e contenti. Il macabro sound della band si riflette per eccellenza nei testi dei brani, specialmente quelli più sperimentali di questi primi Voivod, al punto che le liriche celano talvolta un significato nascosto, profondo o superficiale che esso sia; per quanto riguarda questa traccia, i ragazzi che giungono nella città non avrebbero mai avuto la possibilità di scappare e salvarsi (come invece era suggerito dall'incontro con il palazzo fantasma), in quanto questi erano già vittime di una stregoneria e il loro destino era già segnato dal momento stesso in cui erano acceduti alla Black City: essendo la città stessa stata creata per rappresentare un'immagine di morte, sarebbe stato un paradosso se gli uomini si fossero salvati come se nulla fosse. Siamo oramai alle porte dell'ultima canzone di quest'album che vorremmo non finisse mai, fortunatamente la band ci ha lasciato negli anni una discografia ricchissima di lavori persino superiori, e neanche di poco, al loro debutto. 

Nuclear War

Procediamo dunque con la nona e ultima traccia, intitolata "Nuclear War": ancora una volta, un nome una garanzia! Pare che la band si sia conservata il meglio per la fine, scelta che appoggio a pieni voti. La canzone si apre con Away che scandisce il tempo dando il via ai suoi tre compagni, che qui si concedono dei momenti di psichedelia tutti ispirati dalla loro arte. L'evoluzione del brano metterà in scena un grande riff dal groove ben scandito, con le incalzanti ritmiche evidenziate dal basso di Blacky che porteranno anche l'ascoltatore più restio a sbattere la testa e assaporare il senso del tempo offerto da questo brano. E' in brani come questo che i Voivod dimostrano tutta la loro arte, uscendo da ogni schema prefissato e spaziando come se nulla fosse dal progressive rock allo Speed Metal/Thrash Metal primordiale, in una serie di cambi da brivido. Piggy qui si lascia completamente andare, mettendo anche in secondo piano la sua passione per il metallo per favorire l'ispirazione pura, di qualunque genere essa sia. Mentre le urla di Snake ispirano qui caoticità e malattia mentale allo stato più puro, il chitarrista riesce a creare riff di un genere totalmente ibrido, mettendo in scena anche una serie di assoli ben studiati ed estremamente effettati (spicca un riverbero in ingente quantità) e nuovi persino  ai suoi standard. Nella traccia la band sceglie di mettere in gioco tutto ciò che possiede, e ogni musicista riesce ad ottenere uno spazio per sé e le sue abilità. Elemento cardine del brano è il riff portante che accompagna i cinque sesti della traccia, grazie ad una serie di variazioni che non solo non potrebbero mai annoiare l'ascoltatore, ma lo tengono incollato alle sue casse/impianto stereo quanto terrebbero incollata una zanzara ad una fonte di luce estrema. Nel minuto conclusivo lo spazio se lo prende, tanto per cambiare, il grandissimo Piggy, che si abbandona al suo lato più intimo e artistico offrendoci la testimonianza di quanto, ancora tutt'oggi, i Voivod siano una band sottovalutatissima. Posso assicurarvi che una band  conscia dei propri limiti, avrebbe inserito una traccia di questo calibro in apertura dell'album, realizzando scopi commerciali e facili consensi allo stesso tempo. I quattro ragazzi canadesi, al contrario, non appartengono a nulla di tutto ciò: loro seguono liberamente i loro cuori, come se fossero innamorati alla follia della loro stessa musica, e si sa, l'amore viene prima di tutto. Questo si riflette in maniera evidente persino nel modo in cui scelgono di chiudere la canzone, ovvero con un brusco ed improvviso stop e senza scenate ad effetto che avrebbero puntato a strizzare l'occhio a facili ascoltatori. Riassumendo le emozioni di questa traccia in parole povere, questa è come se fosse un avviso della band al resto del mondo: "stiamo arrivando, e dovete ancora ascoltare il meglio di noi"; del resto, come dargli torto?  Vi consiglio allora di assaporare questi  7 minuti di canzone, perché in questi risiede tutta la magia dei Voivod quando erano in procinto di sviluppare il loro pieno potenziale. Se dovessimo tradurre in linguaggio testuale tutta la carne al fuoco messa dalla band in questo brano, io suggerirei due parole "guerra pura". Per guerra si intende una sfida, agli altri ma anche a sé stessi, con cui anche la band vuole venire a conoscenza delle sue potenzialità; è per l'appunto di guerra che parla questo brano, che narra del tremendo conflitto nucleare combattuto sulle lande ghiacciate di Morgoth.  Qui la desolazione più totale e malinconica si espande sulla regione, mentre le armi di distruzione di massa portano ad uno degli olocausti più terribili mai avvenuti nella storia. Strumenti di morte a noi sconosciuti e tecnologicamente avanzati sono liberati in tutto il loro potenziale distruttivo, e questo comprende piogge di neutroni, esplosioni incontrollabili, tempeste causate da innaturali cambiamenti climatici di carattere artificiale, ordigni e missili radioattivi, truppe che assetate di sangue urlano la parola guerra: insomma, provate ad aprire la Sacra Bibbia e a leggere in proposito dell'Apocalisse, davvero non è nulla rispetto a quanto descritto in queste liriche; se prima avevate pensato che fossi pazzo pensando di fare volentieri un giro a Morgoth, sarete ben felici di sapere che con questo brano ho definitivamente cambiato idea. Piccolo consiglio da amico: se capitate da quelle parti, non dimenticatevi di una tuta anti-radioattività.

Conclusioni

Questo è un album straordinario, soprattutto se lo giudichiamo nel suo contesto storico come merita. All'epoca, i Voivod erano ancora in cerca della loro vera identità, e a tal proposito emerge più che mai il continuo alternarsi fra tracce più classiche e tracce più sperimentali, che ci lasciano capire come la band stesse ancora valutando le diverse possibilità disponibili e quale strada intraprendere. La pecca di questo "War And Pain" è senz'altro la presenza di tracce più deboli rispetto ad altre, mentre spiccano senza ombra di dubbio capolavori come la tracklist "War And Pain", "Black City", "Nuclear War" e la violentissima "Blower"; tutto ciò ci rende possibile comprendere l'immenso potenziale ancora inespresso della band, e quanto la stessa stesse sondando con quale stile avrebbe riscosso più consensi. Tuttavia, è importantissimo valutare entrambe le facce della medaglia, e quindi anche il lato positivo riguardante il modo in cui quest'album è stato impostato. L'alternarsi di uno stile più classicheggiante ed un altro più stravagante ci lascia infatti incollati su questo disco fino all'ultimo secondo, fornendogli una imprevedibilità che davvero pochi lavori possiedono: impossibile dire che questa sia al 100% una scelta voluta, perché allo stesso tempo in quest'album è possibile notare delle piccole insicurezze che ogni band al mondo, qualunque essa sia, possiede all'inizio della sua carriera. Dal punto di vista storico, è importantissimo contestualizzare la chiave dei brani più speed di questo full, che consentono ai Voivod di collocarsi senza ombra di dubbio nell'ondata di speed metal canadese di inizio anni '80, periodo in cui hanno diviso esperienze anche con i Razor, maestri assoluti del genere. Confrontando quanto i nostri mettono in mostra in quest'album rispetto al loro potenziale, i componenti senza dubbio più precoci della band sono il batterista Away e il chitarrista Piggy. Il lavoro di Away è fondamentale, e riveste un ruolo a dir poco essenziale nel sound del quartetto, fornendo continue idee ed ispirazioni per i riff e indicando agli altri tre componenti una autentica pista da seguire, in questo e nei successivi lavori, che porterà a quello che ad oggi riconosciamo come il loro sound. Parlando di Piggy, ciò che più impressiona in assoluto è il rapporto simbiotico che ha con il suo strumento, con cui forma una sinergia tale da essere espressione stessa della pura anima del rock: chitarristi con caratteristiche simili, nella storia, si contano su cifre ad uno zero. Il lavoro di Blacky non solo non è da denigrare, ma merita di essere pienamente valorizzato: le sue linee di basso si mostrano al nostro udito come originali ed estremamente caratteristiche, e la qualità principale che ogni musicista debba possedere è proprio il modo in cui questo si differenzia dagli altri nel proporre la sua musica; dopotutto, che senso avrebbe ascoltare qualcuno che si limita in ogni sua espressione ad imitare qualcun altro? L'originale saprà essere se stesso comunque meglio. Infine, il lavoro del cantante Snake merita un discorso completamente a parte: premettendo che il suo contributo a "War And Pain" è grandioso, insostituibile, nel senso che nessun altro dietro al microfono avrebbe potuto dare un'impronta così ben integrata e opportuna a questi nove brani, il frontman ha ancora moltissimi margini di miglioramento, cosa che certamente deporrà a suo favore nel corso della sua carriera. Qualità principale del cantante non è la sua tecnica, la sua impostazione o il suo approccio in senso stretto, ma il modo che ha di relazionarsi con le geniali linee vocali da lui scritte, e il modo con cui queste si amalgamano nel sound della band. Ascoltare questo disco mi ha dato la sensazione che questi ragazzi trascorressero ore, giorni e mesi tutti tra di loro, magari dividendo una stanza, fino a possedere un'entità musicale comune: questo è da grande band. Allo stesso modo, è da grande band il modo in cui i nostri, Away in particolare, abbiano saputo creare un immaginario fantasioso proprio coinvolgendone anche il sound; se pensando ad una grande band, esempio i Maiden, ci viene in mente la loro geniale mascotte Eddie, i Voivod hanno dalla loro parte la fredda Morgoth, ancora tutta da esplorare. A valorizzare ulteriormente questa realtà da loro creata, vi è il fatto che questa integra in sé anche le straordinarie liriche, cosa che potrebbe forse sembrare semplice o banale ma non lo è affatto. Scrivere un testo non è come prendere una penna e un foglio in mano e buttar giù i propri pensieri, ma richiede impegno e senso artistico nel saperlo inserire in un contesto musicale, metrico ed espressivo; in parole povere, imporsi di parlare di Morgoth in diverse canzoni del proprio album non è semplice come avere a propria disposizione qualsiasi argomento che la nostra mente abbia da offrire. Tutto ciò contribuisce a fornire un valore inestimabile a quest'album, autentica pietra miliare dell'epoca, che ha dalla sua parte delle connotazioni uniche ed irripetibili. Vi assicuro che qualsiasi amante del genere potrà parlarvi a lungo di quest'album, e di quanto questo sia un culto assoluto ed eterno, meritevole di restare indimenticato per il suo contributo offerto. Accanto al lato compositivo e di produzione di un brano, c'è da considerare il lato molto meno stigmatico e più libero dell'esibizione live: i loro brani forniscono un'ampia possibilità di improvvisazione, scelta per loro spesso volontaria, e in un periodo di primi anni '80 possiedono la carica e le qualità degne di poter lanciare la loro band nella storia con i loro show, anche se il primo fra questi lati positivi resta l'aver creato qualcosa. In assoluto, questo è il merito più importante perché era ciò che teneva la gente attaccata sotto al palco a studiare e capire la loro musica. Se le loro principali ispirazioni "metallare" sono Motorhead e Venom, io sono sicuro che queste band sarebbero fiere di vedere come i canadesi abbiano saputo sapientemente utilizzare i loro insegnamenti per creare un oceano nuovo ed inesplorato. Il mio pensiero, che cercherò di esternare e rendere comprensibile nel recensire la loro discografia, è che i Voivod siano stati una di quelle poche grandissime band degne di essere ascoltate da un fan di qualsiasi genere, compresi quelli all'infuori della scena metal. Tutti quanti sappiamo che esistono band che, indipendentemente dal loro genere, meritano di riscuotere successo da ogni frangia di pubblico: i Voivod sono una di queste. Mi piacerebbe concludere questa recensione anche accennando dell'artwork, elemento che acquista ancora più valore quando si parla di un disco storico. Nella copertina, la band ci ha voluto illustrare e presentare tutto il loro mondo, destando curiosità a qualunque senziente che abbia del sale in zucca. Il guerriero Voivod, ritratto in un quadretto rosso, il colore della guerra, si eleva da elemento "qualsiasi" ad elemento suscitante di interesse grazie al suo equipaggiamento, futuristico fino al midollo e quindi presentante oggetti inesistenti nel nostro mondo. Nel suo pugno destro il personaggio alza verso il cielo la sua robusta arma, un fucile ricco di spuntoni e borchiato quanto Rob Halford, frontman dei Judas, idolo dei ragazzi. E' questo elemento, insieme al logo della band "Voivod", a fornire la percentuale di "metallosità" di cui il disegno necessitava. L'arma si differenzia da quelle comuni del nostro mondo grazie all'arpione sulla sua estremità, locato dove solitamente ci si aspetterebbe il mirino di un fucile da precisione: questo è ciò che nell'arma contribuisce alla fattura futuristica del riquadro. La scritta "War And Pain" è schietta, grezza, come lo è lo stesso titolo dell'album: sovrapposta al disegno grazie all'utilizzo di un colore rosso più scuro, che richiama volontariamente al sangue, presenta un font magro e caratterizzato da alcuni caratteri molto lunghi, che vogliono ancora una volta riportare la nostra immaginazione al sangue della vittima. Voivod possiede un elmo nero scuro, con l'effetto di luce che vuole risaltare il suo lato più forte e resistente, come lo è lo stesso guerriero, mentre ritroviamo ancora una volta negli spuntoni l'elemento di carattere più innaturale e futuristico. I capelli del guerriero sono lunghi, ben oltre le spalle, riflettendo ciò che i ragazzi sono: dei metallari. Il colore dei capelli è bianco/grigio, come lo sono la macabra identità del personaggio e la plumbea Morgoth in cui quest'ultimo abita. Il volto è mostruoso, vuoto e scavato, e riflette l'animo spietato e disumano del soldato. La bava sulla sua bocca ci riporta al modo in cui la creatura è nata, ovvero una sperimentazione chimica che ha generato questo essere semi-liquido, formato dalle scorie nucleari e sviluppato per combattere le guerre più ostili. Mentre le spalline sono strutturate come il suo elmo, sul braccio emerge una serie di proiettili, uno dei simboli più utilizzati nel Thrash Metal, grazie al carisma della loro figura e il modo in cui rappresentano una opposizione nei confronti della società. Infine, Voivod regge fra le braccia una maschera antigas, che ci riconduce al clima alterato ed invivibile della sua regione. Il disegno mi piace moltissimo e ne apprezzo sia tutti i particolari più nascosti, sia il modo in cui è stato ideato da Away, quindi da un componente della band (e non un estraneo). Dopo "War And Pain" ci prepariamo al loro successivo lavoro, "Rrröööaaarrr", anch'esso fra i più celebri e i più narrati dai fan della band.

1) Voivod
2) Warriors of Ice
3) Suck Your Bone
4) Iron Gang
5) War And Pain
6) Blower
7) Live for Violence
8) Black City
9) Nuclear War
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