VOIVOD

Voivod

2003 - Chophouse Records

A CURA DI
DAVIDE CILLO
03/06/2017
TEMPO DI LETTURA:
7

Introduzione Recensione

Attitudine. Passione. Ricerca. Tre modi di approcciarsi all'arte indissolubili, tre modi di vivere con la propria autenticità e con la propria forza interiore la propria predisposizione artistica. 1983-2003: sono venti anni, quelli passati dal primo lavoro del quartetto canadese, la demo "Anachronism", al full-length protagonista della recensione odierna, "Voivod". Piggy e Away allora, Piggy e Away ancora. "Le vere anime della band", parole non nostre ma di un certo Jason Newsted. Quello stesso Jason Newsted che, in occasione del ricchissimo album "Phobos" del '97, compose la traccia "M-Body" in collaborazione con la band. Jason è da sempre unito ai canadesi, nell'anima e nello spirito, e per tale motivo probabilmente questa unione non avrà stupito i più. Un'unione, questa, destinata a durare per sei anni e che ha portato alla luce tre full-length, che come sempre non vediamo l'ora di vivere e raccontare: successivamente a "Voivod" del 2003, tale formazione ci ha infatti regalato "Katorz" del 2006 e "Infini" del 2009. Ci troviamo a vivere un Jason Newsted sempre positivo nel considerare la sua esperienza ai Metallica, mai velenoso o, come potrebbero dire alcuni, mai "ipocrita". Questo è un Jason che accetta e apprezza la fama portata dal lungo percorso vissuto con i Metallica, augurandosi di portare in tal modo finalmente ai Voivod alla notorietà tanto meritata e attesa. Di quanto i Voivod siano e sempre saranno sottovalutati dalla grande critica e di quanto ingiusto sia stato il successo commerciale ottenuto, ne abbiamo raccontato a lungo. Di quanto immensa sia stata la loro capacità unica ed esclusiva delle grandi band di poter inventare dal nulla un qualcosa di mai ascoltato, pure. Di quanto la loro musica riunisca eccellentemente, tramite geometrie chitarristiche ipnotiche e dissonanti e melodie paranoiche ed allucinate, generi e aspetti musicali talmente distanti come la violenza e robustezza del Thrash Metal e la psichedelia del rock progressivo, ne abbiamo pure parlato. Anche del loro approccio avanguardistico, dell'influenza della scena HC Punk e di quella Rock n' Roll: aspetti che in "Voivod" torneranno marcati più che mai. Jason Newsted apprezza non solo la fama portata dalle lunghe annate con i four horsemen, ma ne apprezza e riconosce anche l'importanza dal punto di vista economico. Il bassista valorizza quanto guadagnato con la fondazione dell'etichetta "Chophouse", progetto che condivide con due amici e che ha portato, in una sinergia con la Frontiers, la distribuzione del full-length. Tornando alla nostra introduzione, veniamo all'ipotesi che un artista più che alla fama e alle possibilità economiche, sia attratto dalla volontà di vivere e sperimentare la propria arte. Caratteristiche sole ed esclusive di un artista vero, appunto. "Avevo voglia di tornare a suonare potente e veloce", le parole pronunciate da Jason. "I brani oramai li conoscevo tutti quanti a memoria". Su questo, certo nessuno potrà dargli torto. Nessuno potrà non comprenderlo. Abbiamo un Newsted che, al suo ingresso nei Voivod, associa la sua giovanile e mai dimenticata esperienza con i "Flotsam and Jetsam", indimenticabile underground Thrash Metal band che, con Jason al quattro corde, ci ha regalato un unico e mai dimenticato lavoro come "Doomsday for the Deceiver": correva l'anno 1986, non un anno qualunque per il genere. Sfido un fan del Thrash di vecchia data a non conoscere tracce come "Hammerhead", "Metalshock" o la stessa title track. Parliamo di un full-length con una sua importanza che, seppur senza il grande pubblico delle grandi del Thrash, ha riscosso eccome i suoi consensi. Ad ogni modo, se Newsted sottolinea, qualora ce ne fosse ancora bisogno, l'importanza di Piggy e Away nel quartetto, io autorevole (si fa per dire) recensore sottolineo l'importanza del ritorno di Snake dietro al microfono, un ritorno che ha riportato ciò che con Eric Forrest, passatemelo, si era perso. E' Snake la vera voce dei Voivod, e sempre lo sarà. E' stata la sua voce a dare un'impronta unica e riconoscibile della band, a regalarci alcuni fra i più grandi album della storia. E' stata la sua voce, con un ruolo rilevante, a portare la coniazione del termine "Cyber-Thrash Metal" attribuita da qualcuno al quartetto. E' stata la sua voce a completarsi con le melodie della band come nessun'altra avrebbe potuto fare. "Voivod", l'album di cui parleremo oggi e che porta il nome della band, è un grande lavoro di tredici brani, della durata di oltre un'ora di musica. Era facile aspettarsi che l'ingresso di Jason avrebbe avuto un impatto importante, e infatti così e stato. A qualcuno sicuramente piacerà, ma a qualcuno sicuramente non piacerà. La verità è che, come un po' in tutti gli aspetti della vita, ci sono aspetti positivi e aspetti meno positivi. Aspetti che devono incontrare un'analisi oggettiva. Ciò che si può dire è che, chi apprezza l'esaltazione del groove e la potenza delle ritmiche ancor più degli ascolti più asimmetrici e stravaganti, molto probabilmente apprezzerà questo lavoro. Lavoro che ha, per l'appunto, diviso la critica. Buon ascolto a tutti!

Gasmask Revival

L'album si apre con "Gasmask Revival (Ripristino della maschera antigas)", una traccia che porta sin dal primo momento in primo piano l'aspetto più puramente rock n' roll della band. Snake si approccia infatti in maniera molto più melodica, musicale, come anche le ritmiche si attengono al più classico e rockeggiante dei riff. Il "marchio di fabbrica Voivod" lo ritroviamo nei dissonanti accordi utilizzati durante il ritornello, ritornello a cui presto seguirà un quadrato e tinto di macabro assolo di Piggy. Quadrato è, a dire il vero, l'intero brano, che si distacca nella maniera più totale da quelle imprevedibili e intrecciate strutture che avevano contraddistinto numerosi lavori in studio del quartetto. Tanto di cappello per la produzione, davvero potente e sporca al punto giusto e che valorizza il lavoro soprattutto a volumi molto alti. Ottimo allo stesso modo è come risuona la batteria di Away alle nostre orecchie, lo scoppio del rullante è certamente molto piacevole e contribuisce con il giusto impatto alle tracce. Nel complesso, ci ritroviamo a raccontare di una traccia più piacevole e compatta, piuttosto che   scaltra e sperimentale. Per qualcuno, come per me, sarà certamente bellissimo tornare ad ascoltare la voce di Snake, uno Snake in grande forma e che si inserisce benissimo all'interno del mix. Intenso il doppio pedale di Away nel finale, il batterista contribuisce con una buona dose di potenza all'evoluzione del brano. Piggy alla sei corde per molti versi ricorda quello ascoltato in "Angel Rat", in particolar modo nel suo modo con cui alterna frangenti facilmente attribuibili ad un filone musicale ad altri più esclusivi e caratteristici dei Voivod. Le liriche della traccia ci raccontano di una protesta sociale, vissuta in prima persona dal protagonista e da un suo amico che gli parla in maniera fraterna e paterna. Gli dice che, se sono giunti al punto di scendere per strada con una protesta presumibilmente violenta, è perché proprio non vi erano alternative. "Non dimenticarci ciò che ci hanno fatto", sostiene l'amico, "è il giorno giusto per esprimerci e scatenare l'inferno". Il protagonista, d'accordo con lui, è consapevole che non verrà ritenuto più un bravo cittadino a partire da questo momento. Così, mentre le forze opposte lanciano al gruppo di cui fanno parte i due pietre e gas, il nostro sfortunato protestante viene colpito da una roccia e comincia a sanguinare. L'informato e pratico amico gli suggerisce a buon ragione di indossare una maschera antigas, da qui il titolo: i gas lanciati li avrebbero infatti altrimenti colpiti. La band, con questo atto iniziale, sorprende e cattura sin da subito la nostra attenzione: il sound, infatti, differisce ancora una volta da quello dei precedenti lavori della band. 

Facing Up

Bellissima la successiva "Facing Up" (Rivolto verso l'alto), traccia profonda ed emotiva dalle liriche di stampo religioso/cristiano. Notevole anche la parte musicale, che pur strizzando l'occhio allo stoner rock riesce a conservare gli elementi più caratteristici della band. I nostri, nel corso della canzone, ci raccontano di un dibattito teologico, dove una persona fra sé si chiede se dovremmo o meno essere credenti. La conclusione sembra probabilmente pendente per il sì, ma non si comprende se è un ragionamento che cresce nella propria testa o un confronto con un proprio amico o conoscente. Ad ogni modo, mentre il classico e tendenzialmente lento riff iniziale ci conduce attraverso un'interessante evoluzione con tanto di dissonanti accordi in stile Voivod, la traccia nella parte finale delle liriche si mostra straordinariamente fedele allo stile della band sfociando in argomentazioni, già vissute in altre circostanze, relative a misteri della fisica quantistica. Effettivamente, anche il big-bang è una pura teoria e noi uomini, in tal senso, abbiamo conoscenze davvero limitate. Quantomeno, come sostengono anche i canadesi, dovremmo avere l'umiltà di capire che ciò di cui siamo a conoscenza è limitato e dobbiamo essere pronti a mettere in discussione il nostro punto di vista. Insieme alla voce di Snake, che qui come in quasi tutto il full rimarrà tendenzialmente melodica e pulita, ascoltiamo un Piggy che schitarra melodie ben più classiche di quanto ci saremmo mai potuti aspettare. La componente di sperimentazione, in questo full, è certamente minore, e questo lo ascoltiamo istante dopo istante. Minore non vuol dire però assente: basti ascoltare l'accelerazione di metà traccia, dove i nostri si liberano ad una serie di tre interessantissimi riff che utilizzano le solite e imprevedibilmente stravaganti combinazioni ritmiche. Una riflessione, nata da un dettaglio che già nella precedente traccia avevamo notato: ancora una volta, la band propone un qualcosa di nuovo ad ogni release. Potremmo allora pensare che, questi brani in stile vicino all'hard rock, siano un prodotto tendenzialmente commerciale. E' l'esatto opposto. Come detto in occasione di "Angel Rat", la band ha nella sua anima la continua voglia di ricerca. Qui risiede la sperimentazione vera.

Blame Us

La successiva traccia, "Blame Us" (Colpevolizzaci), vede il ritorno dei Voivod su autentici binari Thrash Metal vecchia scuola. In particolar modo, qui rimaniamo su un cadenzato riff che tanto ricorda i Metallica del periodo Enter Sandman. Niente scariche di alternate picking, dunque, niente tupa tupa asfissianti, la componente melodica rimane quella principale. Si potrebbe quasi dire un "Thrash Rock" ciò che il quartetto ci propone in questo terzo episodio. Molto interessante la somiglianza concettuale con "Voyage of the Disturbed", brano degli australiani Mortal Sin tratto dallo storico e indimenticabile album "Face of Despair". Se lo avete presente, come mi auguro (consiglio altrimenti di ascoltarlo), potete capire immediatamente la tipologia di brano a cui i nostri si associano nei primi due minuti di traccia. Bellissimo come le liriche sembrano quasi un sequel del brano precedente, con Snake e compagni che continuano a parlarci dei misteri dell'universo e della natura. Tuttavia, qui i Voivod sfociano nella critica sociale, prendendosela con quei politici che hanno completamente perso di vista il punto, le vere questioni. La nostra società è triste, e difficilmente rispecchia il reale desiderio dei cittadini. Ci troviamo in un malvagio nuovo mondo ricco di menzogne, cattiveria, morte e distruzione, sostengono i nostri. Non ci stiamo, inoltre, occupando in alcun modo del nostro Pianeta, conducendolo anzi alla morte. A colpirmi è tuttavia l'atto conclusivo del brano, alle mie orecchie straordinario. La band qui rallenta improvvisamente i ritmi e si dedica ad un atto di psichedelia, con un riff in Crunch e la pulita voce di Snake che colora meravigliosamente un'effettata melodia tetra e criptica. E' questa conclusione che, più che mai, ci fa ritornare con la mente a quanto affrontato e raccontato nel corso delle liriche. Possiamo definire questo brano, dovendo trarre un bilancio conclusivo, una sorta di Thrash Rock con elementi dissonanti e psichedelici, con una componente vocale prevalentemente melodica piuttosto che sperimentale. Una cosa è certa: i Voivod riescono ancora una volta a sorprendere le nostre aspettative, offrendoci un prodotto differente da quello che ci saremmo aspettati. 

Real Again?

Avanziamo con speditezza a "Real Again?" (Nuovamente vero?), una traccia che già dal titolo ci sembra enigmatica e tutta da interpretare. Effettivamente, così è. Le liriche parlano di un accordo di tipo mistico-teologico, difficile da capire questo accordo con quale umano o divinità sia. Se questo accordo andrà male, ne è certo il protagonista, spero che Dio sia nella porta accanto pronto ad accogliermi. Come potrete ancora intendere dal titolo, vi è l'elemento della confusione, nel senso che si perde di vista ciò che è reale e non lo si discosta più da ciò che non lo è. Di una cosa siamo certi: il nostro sfortunato protagonista non riesce più a trovarsi dove si trova, terrorizzato dalla sua città, ed è alla ricerca di una scappatoia. Questa scappatoia pare proprio essere un universo parallelo, quello composto non da materia ma da energia, quello che abbiamo accanto a noi e che accoglie la nostra anima. L'uomo si chiede quasi infatti, giorno dopo giorno, dove si trova, sentendosi morto o comunque non davvero in vita. Curioso come, queste liriche tendenzialmente tristi e grigie, non trovino alcun riscontro nella parte musicale, molto musicata e tendenzialmente di atmosfera allegra. Non lo sono. Ad un'attenta analisi infatti anche la stessa musica ci trasmette il disagio vissuto dal protagonista, più che altro il suo sentirsi "disadattato" alla situazione, situazione che pare essere il mondo reale per come noi lo conosciamo. Sempre di stampo tendenzialmente Hard Rock, il pezzo si contraddistingue per un riff della strofa stoppato e frammentato, classico fino al più peculiare ritornello, che come già ascoltato in precedenza riflette i dissonanti accordi tipici della band. Di scopo puramente funzionale l'assolo di chitarra, che si intrinseca in low-fi alla melodia del riff valorizzandone i contorni. L'impatto di Jason c'è, ma la sua natura è certamente diversa da come ce la saremmo aspettata. Qui in "Voivod" si abbandonano le geometrie musicali di velocità così come quelle di psichedelia, per dedicarcisi ad una linea melodica che esprime un dubbio, uno stato d'animo, solitamente di natura teologica o esistenziale. Questo dubbio può essere affrontato con un mero approccio di curiosità, oppure con una totale sensazione di disagio e di distacco dal mondo. Nel caso di "Real Again?" è certamente questo il caso, al punto che l'uomo non riesce più a condurre nemmeno lontanamente una vita definibile normale.

Rebel Robot

Di tutt'altra natura la successiva "Rebel Robot" (Robot ribelle), dove i Voivod ritornano sulle tematiche di critica sociale che avevamo lasciato. Qui si torna al pianeta Terra e alla razza umana, in particolare alle sue terribili difficoltà nel governarsi e agli incondivisibili pensieri trasmessi ai cittadini. "Rebel Robot" è una traccia che parla di un confronto fra due amici sul conformismo, e nel dettaglio di come uno non riconosca più l'altro ritenendolo radicalmente trasformato. Il suo amico è infatti diventato, ai suoi occhi, un autentico automa, un robot privo di pensieri e privo della possibilità di formulare un pensiero proprio. "E' a causa di ciò che mangi, è a causa di come ti vesti?" gli chiede. "Rispondi senza chiedere, esegui in maniera automatica come già tutti fanno, ti comporti ogni volta nella maniera che ci si aspetterebbe, e hai anche perso il tuo ego: dov'è finito? Quand'è che sei stato robotizzato?" continua il preoccupato amico. Non ricevendo risposta, prova allora a riscuoterlo e risvegliarlo, facendogli capire che, se si guarda intorno, troverà miliardi di persone nella sua stessa situazione. "E' il diritto di scegliere e decidere a renderci umani", conclude, sottolineando quanto in questo stato di profonda ipnosi veda tutto diversamente da com'è. I Voivod tornano qui parzialmente a sperimentare, affrontando con approccio vocale nuovo ogni singola ritmica. A rendere peculiare questo brano non sono tanto i riff proposti da Piggy, sempre su una base tendenzialmente Hard Rock con elementi di interesse, quanto infatti la scelta adottata nella performance dietro al microfono da Snake, che rende questa traccia una delle migliori di questo "Voivod". A colpirci è in particolar modo l'incredibile imprevedibilità di questi quasi cinque minuti di ascolto, che si evolvono in una struttura complessa e asimmetrica. Un elemento da sottolineare è come, lo stesso Snake, utilizzi stili e timbri differenti, confermando la sua incredibile versatilità tecnica ma soprattutto la sua incredibile creatività, utile a donare aspetti e significati altrimenti mancanti. Questa è la ragione principale per cui ho apprezzato così tanto questo capitolo, insieme alla maggiore particolarità e capacità di sorprendere rispetto ai comunque positivi episodi precedenti. 

The Multiverse

Ci dice già molto il titolo del brano che ci aspetta, "The Multiverse" (Il multiverso). Ci dice altrettanto molto l'introduzione, con un profondo "effetto stanza" che fornisce un profondo eco al macabro riff iniziale. In questo frangente ci colpisce tantissimo anche l'introduzione batteristica di Away, e il profondo tappeto di doppio pedale con cui colora il riff introduttivo. Per lo stesso titolo ci si potrebbe aspettare una traccia particolarmente sperimentale e psichedelica, cosa in parte vera: nella sezione centrale infatti la band ritorna alle sue origini o, come sarebbe meglio dire, al periodo di metà carriera, mentre durante la strofa la proposta rimane comunque abbastanza classica e melodica, in linea con quanto ascoltato nella prima parte dell'album. Piggy e compagni riescono ad ogni modo a sorprendere, a colpire la nostra attenzione e le nostre aspettative con un capitolo che fa dell'evoluzione del timbro musicale la sua principale qualità. Mentre solitamente avevamo parlato del ritornello, qui è la strofa a colpirci, proprio a causa di questo "crescendo" nel timbro di Snake e dell'accompagnamento di chitarra. Parliamoci chiaro, anche il ritornello si conferma l'elemento peculiare, e ancora una volta questo è il principale elemento di psichedelia della traccia. Gli accordi in stile dissonante e gli aspetti quasi avanguardistici non mancano, è l'enfasi con qui il nostro vocalist grida "The Multiverse" è da cantare e ricantare. La band ritorna ancora una volta alle "grandi domande" sulla propria esistenza, raccontando di uno scienziato o forse meglio dire fisico autore della grande scoperta, quella di una pluralità di universi paralleli. Tale sforzo è stato peraltro probabilmente fatale, se così si può dire, dal momento che il protagonista è stato inghiottito in questa realtà da qui non potrà mai più fuggire. Ciò che conta è che, tuttavia, si sia giunti ad una risposta e che la nostra sete di sapere sia stata una volta per tutte soddisfatta. Sarebbe stato meglio, però, non seppelliti dall'anti-materia. Meglio pure non sepolti nel tempo, sempre pensando che il tempo esiste. Questo è ciò che accade nel macabro finale, l'eterno isolamento in un eterno nero. Un destino che certamente non auguriamo a nessuno, ma questo "The Multiverse" conferma un sospetto: c'è una crescita di questo album nella parte centrale, che si mostra più coinvolgente e carismatica rispetto a quella iniziale. 

I Don't Wanna Wake Up

E' pulita l'introduzione del settimo episodio, "I Don't Wanna Wake Up" (Io non voglio svegliarmi), dove i Voivod sottolineano le influenze ricevute dai grandi maestri del rock progressivo. E' straordinaria questa parte iniziale, dove una profonda e psichedelica musicalità cupa si unisce alla voce di Snake formando un magnifico tutt'uno. Qui è ineccepibile il grande impatto di band come i Pink Floyd nell'anima compositiva della band. Straordinario l'ingresso della distorsione, con il brano che prende non solo cattiveria e velocità, ma anche stravaganza. Piggy ci offre infatti un ritmato e cadenzato riff di chitarra, una base tutta per Snake che sfrutta al meglio l'assist per creare un ascolto unico alle nostre orecchie. Una cosa c'è, tuttavia, da dire: i nostri riescono, nonostante il coraggio e la stravaganza del brano, a mantenere quella grande componente melodica tipica dell'album. Ciò si rende possibile, ancora una volta, tramite una struttura assolutamente asimmetrica, tramite una totale assenza di matematica musicale e un desiderio, un approccio, nel comporre musica affidandosi alla propria pura ispirazione. A dirla tutta, in alcuni frangenti di questa traccia la componente melodica è davvero enorme, è ciò è ancora più incredibile perché, nell'insieme di folli elementi, è stata davvero difficilmente inseribile. Con la struttura continuamente nuova e in evoluzione, le liriche del brano ci raccontano di un sogno che viene vissuto dal protagonista, ritrovatosi a cavallo fra paradiso e inferno. Questo sogno è, tuttavia, estremamente piacevole, tant'è che è ripetuta la richiesta da parte dell'uomo (o dovremmo forse in questo caso dire dell'anima?) di non svegliarsi.  La piacevolezza di questo sogno risiede nell'assenza di pensieri e preoccupazioni, ciò che piace è avere la mente sgombra da tutto ciò che ci comporta nella turbolenza della quotidianità della vita. Veniamo infatti travolti da un autentico uragano, e non abbiamo modo di uscire per trovare noi stessi. Ciò su cui riflette, questa coscienza presente nel brano, è di come anche il proprio sé sarebbe stato migliore nella propria vita con un po' di calma e pacatezza in più. Dopotutto, se qualcuno ci tratta male, noi ci innervosiamo a nostra volta. Se un esame o il lavoro ci va male, magari non abbiamo una reazione positiva. A volte ciò che servirebbe è proprio, diciamolo così, staccare un po' la spina.

Les cigares volants

Non abbiamo parlato molto di Away fino ad ora, lo facciamo adesso. E' lui infatti a introdurre il successivo episodio, "Les Cigares Volants" (I sigari volanti), con un'interessante base di batteria che ben presto vedrà l'ingresso del chitarrista Piggy. E' difficile comprendere realmente dove vada a parare questo pezzo, ed è proprio per questo che paradossalmente si mostra così piacevole e accattivante alla nostra attenzione. I riff sono enigmatici e criptici, la voce torna raschiata e ipnotica, la batteria quasi sincopata. "Les Cigares Volants" è, per dirlo con parole povere, un ritorno ai Voivod di inizio anni '90, in particolar modo ci si avvicina almeno in parte allo stile compositivo ascoltato in "The Outer Limits". Uno degli elementi che ritroviamo qui ancora una volta è la mancanza di una struttura prevedibile e ben definita, mentre nella prima parte del full composizioni più quadrate esaltavano linee maggiormente melodiche. Ciò che cattura la nostra attenzione è che abbiamo quasi la sensazione di ritrovarci in due album differenti, uno più classico e uno per così dire più folle. Dei "Voivod folli" ne abbiamo amato e goduto a lungo. Quelli classici a livello stilistico sono in questo momento forse più interessanti, perché è elemento di grande interesse come un riff di matrice Hard Rock possa unirsi alle geometrie di questa band. Quelli che preferiamo, cosa differente, restano i grandi e passatemi il termine, "malati", Voivod che ci hanno fatto innamorare fra la seconda metà degli anni '80 e la seconda dei '90. "Les Cigares Volants", ovvero i sigari volanti, non sono altro che un nomignolo dato agli UFO, uno spettacolo che talvolta è possibile vedere scrutando lo spazio. Il cielo, danzante, ci porta storie, storie sconosciute al nostro mondo e tutte da conoscere. Certo, un confronto con una razza aliena sarebbe interessante, basterebbe immaginare una condivisione di conoscenze e di idee. Ciò è questo che i Voivod intendono sottolinearci in questa traccia: non sarebbe spettacolare venire a contatto con creature intelligenti, ma totalmente differenti? Cosa potrebbero insegnarci, e perché no cosa potremmo noi insegnare a loro? Potremmo a quale tecnologia si affidano per viaggiare nello spazio, potremmo chiederci se credono allo stesso Dio a cui crediamo noi, potremmo chiederci cosa fanno e come sopravvivono. Sono tante le domande, tante le questioni che non hanno trovato risposta, e i Voivod nel corso della loro carriera le hanno affrontate praticamente tutte: è la loro salsa, è la loro anima.

Divine Sun

Il brano successivo si intitola "Divine Sun" (Divino sole): della durata superiore ai 5 minuti, questo nono episodio si mostra come probabilmente il più interessante dell'intero full-length. Protagonista del brano è la stella per eccellenza, il nostro Sole, ciò che illumina e riscalda il nostro pianeta e porta avanti il nostro sistema solare. Il brano omaggia con tutta la forza questo oggetto stellare, definendolo divino a tutti gli effetti. Ci si sofferma, in particolar modo, alla meraviglia della natura e della scienza, al funzionamento di questo processo, all'immensità della potenza che possiede. Sembra, appunto, quasi un vero e proprio miracolo, un'opera "divina", l'energia irradiata dal Sole, che con i suoi raggi scatena, come sostenuto dalla band nel brano, una potenza più grande di una costante Bomba Atomica. Tuttavia, ogni storia fantastica giunge ad un finale, e dunque anche l'incredibile e indispensabile esistenza del nostro Sole giungerà ad una conclusione. Infatti, come gridato da Snake, "proprio come ogni stella, un giorno anche tu sparirai". Lo stesso destino toccherà anche alla Luna, di cui ci mancherà tanto la luce notturna, una luce senza di cui ci troveremmo nelle tenebre più totali. L'unica "fortuna", se così si può dire, è quella sostenuta da Snake nel finale del brano: quando ciò succederà sarà fra tanto tanto tempo, quando ognuno di noi sarà scomparso. Intanto noi ne godiamo, vivendo questi momenti come se fossero eterni, vivendo nell'oggi e raramente riflettendo sul domani. Magnetico è il riff introduttivo, che appare davvero molto "psicologico" al nostro udito, nel senso che è difficilmente interpretabile e trasmette un'intensa misteriosità. Basato su una strana combinazione di note, questo ritmato riff persiste seppur con un intermezzo del ritornello nei primi due minuti del brano. Il ritornello voglio appunto sottolinearlo, perché vede davvero il puro ritorno dei Voivod alla sperimentazione e all'utilizzo di melodie dissonanti e macabre. La voce di Snake rimane tuttavia, anche in questa circostanza, molto pulita: se nei lavori più sperimentali avevamo perlopiù ascoltato un timbro più aggressivo, qui il cantante si approccia al microfono in un modo totalmente differente e più, per così dire, "pacifico". Il macabro arpeggio finale conclude questa traccia nel migliore dei modi: questo parte dopo pochi istanti in seguito ad una sezione tutta drums & bass di Jasonic (così è accreditato Newsted nell'album) e Away: davvero tanto di cappello. 

Reactor

Giungiamo a "Reactor" (Reattore), il capitolo più breve all'interno di questo full-length, con una lunghezza totale comunque di poco inferiore ai quattro minuti di ascolto. Il brano si contraddistingue per i suoi ritmi particolarmente elevati e irregolari, per la variegata interpretazione vocale di Snake e per l'approccio vecchia scuola di Piggy, che nella ripresa di numerosi accordi strizza l'occhio al passato della band aggiungendo tuttavia un qualcosa di nuovo: non manca infatti quella sana vena rock n' roll, oramai marchio di fabbrica di questo full-length. A portare avanti la traccia è tuttavia in primo piano la ricca e completa linea vocale di Snake, che ha la saggezza di fermare il suo canto nei momenti più opportuni. Questa traccia si differenzia certamente per una minore quantità di variazioni, e per la capacità di non stancare mai nonostante i pochi riff e la quadrata struttura. Il brano, proprio grazie a piccoli accorgimenti che portano una continua evoluzione e una sensazione di novità nella percezione dell'ascolto, riesce a mantenersi fresco nonostante, appunto, altre tracce avessero strutture più varie e ricche. Parliamoci chiaro, questa traccia non è un ritorno a quelle che hanno aperto il full-length: è piuttosto un compromesso fra le due tipologie di sound, un punto d'incontro che rappresenta come meglio non potrebbe la vera anima di questo full-length. E', in poche parole, il brano che consiglierei se qualcuno mi chiedesse quale fosse il brano che meglio rappresenta "Voivod". Nostalgico e appassionante anche il lato lirico di questo pezzo, che come avrete potuto già intuire dal titolo strizza l'occhio al tanto da noi amato periodo di "Killing Technology". Vi è infatti una centrale nucleare e, mentre gli operai e ingegneri vi lavorano come sempre, si verifica un po' la "situazione Fukushima", con una fusione e un disastro che porta tutti quanti ad abbandonare il luogo al più presto. Difficile, come sempre in questi casi, pensare alla sopravvivenza degli addetti ai lavori, che non di rado sacrificano la loro vita per salvare i cittadini. E' ad esempio il caso dei cosiddetti "liquidatori", ritenuti a buon ragione dei veri e propri eroi. Ciò che questo brano più di ogni altra cosa sostiene è, tuttavia, che in un solo istante possono avvenire degli autentici disastri quando si ha a che fare con il nucleare: meglio starne alla larga, questo è ciò che i canadesi intendono dirci.

Invisible Planet

Eccoci all'undicesimo brano, intitolato "Invisible Planet" (Pianeta invisibile). La nostra mente, i nostri pensieri, le nostre attenzioni tornano dunque alle stelle, all'immensità e misteriosità dello spazio su cui tanti di noi hanno avuto miliardi di fantasie. Uno dei cavalli di battaglia forti di casa Voivod, insomma, che nella loro carriera ci hanno donato più di un brano straordinario dedicato a questo tipo di tematica. Qui tuttavia c'è qualcosa in più. Durante il racconto di questo brano, infatti, abbiamo un nuovo incrocio con quel "Killing Technology" che, accanto alle tematiche futuristiche e accanto a quelle riguardanti ciò che è aldilà del nostro pianeta, possedeva una atmosfera "horror" o, se preferiamo, macabra. E' proprio questo il caso di queste liriche, in cui il protagonista nella prima parte della traccia si ritrova, misteriosamente, deformato e incosciente. L'unica cosa di cui si capacita, l'unico dettaglio di cui è consapevole, è quello di aver riposato per centinaia di anni. Attraverso una serie di pensieri e di analisi, con cui l'uomo cerca di comprendere quanto effettivamente sia cambiato nel corso del tempo lo stato delle cose, lo stesso protagonista comprende di trovarsi alla fine dell'universo, che qualcosa sia andato storto e che tutto quanto sia fuori controllo. Ciò che, apparentemente, starebbe causando questo disastro, è un corpo spaziale simile ad un pianeta morto. Avvicinandosi, quest'oggetto sembra come un motore morto e privo di energia, che sta per collidere fatalmente e portare morte agli ignari. Che dire, se non "marchio Voivod". Ciò che c'è da sottolineare per quanto riguarda la parte musicale è che, a differenza altri brani con tematiche simali, qui ci ritroviamo ad ogni modo in un'atmosfera più allegra e meno tetra e, se vogliamo, distopica. La band utilizza un riff frammentato e spezzettato per collegare i differenti frangenti di canto, dove ancora Snake svolge un egregio lavoro interpretativo. Quello che probabilmente sono quegli accordi dissonanti tipici di Piggy, che stavolta si dedica ad una serie di variazioni ritmiche coinvolgenti e magnetiche. Altrettanto coinvolgente è la sezione di metà brano, dove la traccia prende un'improvvisa impennata di velocità e Away regala un robusto tappeto batteristico. Segue un nuovo rallentamento, con il ritornello vocale di Snake, per poi passare alla chiusura finale che vede una nuova e potente accelerazione. Rimangono in testa le parole cantate "What is it?", con cui Snake si riferisce al misterioso corpo spaziale.

Strange and Ironic

Il nostro viaggio prosegue con il penultimo brano di questo full-length, intitolato dai ragazzi "Strange and Ironic" (Strano e ironico). Beh, come descrivere le liriche di questa traccia se non con queste parole: "complottistiche al 100%". I nostri si soffermano su tutte le più celebri teorie sollevate dai dubbiosi per natura e dagli scettici, le teorie che riguardano un po' i misteri dei nostri governi e tutto ciò che ci viene propinato, ma di cui non siamo davvero a conoscenza. E' un po' come fondere alcune delle puntate di X-Files agli argomenti trattati in un sito web di un paranoico che vede complotti ovunque. Non che siano cose necessariamente false, per carità. Numerosi di questi episodi ci fanno tutt'ora riflettere, e alcune delle teorie sollevate davvero meritano interesse. Tutt'altro valore hanno, al contrario, i "complotti a priori", se così si può dire, dove si vuole e si intende vedere a tutti i costi un complotto anche laddove questo non esista. Nel brano i nostri si chiedono se l'uomo è mai davvero giunto sulla Luna, perché la NASA manipola le nostre menti a nostra insaputa e, come mai, le persone abboccano a tutto senza farsi domande. Ciò appare come una malattia, sostiene la voce probabilmente ironica, come una malattia è la nostra fede in Dio. Divertente, ironica per meglio dire, è anche la nostra mancanza di attenzione sui punti più importanti: mentre i mercati trafficano infatti organi umani, noi ci soffermiamo sul pensare se la scienza sia davvero arte. Come a dire, abbastanza superfluo come ragionamento. Nella conclusione, insomma, si giunge alla consapevolezza che ogni cosa che noi conosciamo è sbagliata, che tutto quanto è una frode e che non vi è verità alcuna nella nostra mente. Siamo stati completamente soggiogati. Comprese le liriche vi sarà semplice anche comprendere la parte musicale, che sembra quasi "sbeffeggiare" l'ignoranza dell'ascoltatore. E' un ottimo capitolo basato non solo sulle provocazioni lanciate da Snake dietro al microfono, ma anche sul ritorno dell'uso di quegli stravaganti accordi in una struttura tuttavia quadrata, dove la voce si rende quasi ossessiva (in senso positivo) al nostro udito. Ciò che bisogna citare più di ogni altra cosa è, tuttavia, finalmente il ruolo di rilievo di Jason, che torna a farsi sentire nella seconda parte della traccia risaltando nel mix. Se nella prima metà ascoltiamo un brano più calmo e pacato, nella seconda prevale l'autentica "cattiveria" di casa Voivod, con riff più robusti e cupi e da un più marcato groove. 

We Carry On

Giungiamo al lungo capitolo finale con "We Carry On" (Noi tiriamo avanti), atto conclusivo della durata superiore ai sette minuti. Probabilmente starete pensando ad una di quelle super strumentali alla "Orion" ma no, non è così. Affatto. Siamo in presenza di un delirante brano magnetico e coinvolgente come pochi, che sin dal primo riff riesce a stregarci grazie alla sua maggiore dose di energia e grazie all'iniziale imprevedibilità. Molto presto giungiamo alla strofa di canto di Snake e al relativo ritornello, più quadrati, dove l'interpretazione vocale si fa quasi "cantilenata". Venendo alla parte vocale, qui le liriche si fanno perlopiù filosofiche, soffermandosi su quella voglia, presente nella natura umana, di lanciarsi in qualche avventura e di reinventare il proprio vivere e i propri pensieri. "Nel proprio cuore", sostiene la traccia, "nella propria mente", ancora, "nel proprio sangue e nelle proprie ossa", noi ad ogni miglio percorriamo e disegniamo il nostro destino. Molto interessante dunque questa variazione tematica, dove i Voivod scelgono di abbandonarsi ad un momento di profondità e riflessione, dimostrando di potersi abbandonare alla profondità della riflessione individuale. Ancora una volta, la canzone ribadisce, quasi come un mantra ripetuto e ripetuto fino alla nausea, qui dal maggiore sapore metallaro: "nel mio cuore, nella mia anima, nel mio sangue, nelle mie ossa, nelle mie mani, nella mia faccia, nei miei occhi, c'è tutta la mia rabbia, questa è la mia rabbia". Questa viene espressa tramite il momento ideale che è, appunto, questo brano. Beh, potreste immaginarvi riff robusti e groove pesanti durante queste parole, oppure una violenta accelerazione in alternate picking nella buona vecchia scuola del Thrash. Nulla di tutto ciò: i nostri non si distaccano dalle atmosfere maggiormente pacate del full-length, con un rockeggiante riff di Piggy che funge da base alla continua voce del vocalist Snake che ripetutamente ribadisce le parole "We Carry On", letteralmente "noi tiriamo avanti". La canzone è ancora una volta molto quadrata, è la durata è di quattro minuti. Ma come quattro, non erano sette? Proprio così, quattro, ma anche sette. Nel finale vi è la più classica delle ghost track, se così si può dire. Questa consiste in una serie di macabri suoni spaziali, come provenienti da creature mostruose provenienti dalle stelle e un sottofondo di strani liquidi e meccanismi tecnologici. Un fischio metallico, presente come base, si dimostra poi per essere il rumore di una sorta di costante macchinario. Una serie di voci malvagie e tetre, che sussurrano, sembrano provenire da creature incubate in una sorta di liquido amniotico in un contenitore, ma questa è la mia fantasia che viaggia, così come potrà viaggiare la vostra. Difficile se non impossibile trovare un senso oggettivo a questi momenti, per cui abbandonatevi alla vostra mente e attendete che crei qualcosa anche per voi.

Conclusioni

Allora, apriamo direttamente con le critiche che molti ascoltatori hanno solitamente mosso a questo full-length. Il sound è certamente meno cattivo, l'approccio è differente dai lavori più potenti e robusti e, nel suo trasformarsi melodicamente, ricorda decisamente il passo che i Voivod fecero a partire dall'inizio degli anni '90 con "Angel Rat". Il risultato fu, tuttavia, certamente superiore, e adesso verremo al punto. Il punto non è secondo me una mancanza di sperimentazione e di coraggio, come molti hanno sostenuto, non è la mancanza di quei profondi momenti di follia che i Voivod di Snake ci hanno regalato negli anni. La sperimentazione è c'è, eccome se c'è. Come accennavo in apertura di recensione, tentare di unire il sound Voivod ad uno più rock n' roll è la regina delle sperimentazioni, assaporare una base meno metallara insieme alle stravaganze di Piggy è un qualcosa di nuovo e di unico. Ed è valido, lo è anche in questo album. Lo era in "Angel Rat", lo era in "The Outer Limits". Ma allora, perché "Angel Rat" superiore? Premettendo che si tratta di una somiglianza esclusivamente concettuale, come dicevo relativa al passo fatto nel cambiamento di sound, alla proposta di un qualcosa di differente che i fan non si sarebbero aspettati, e che i brani sono positivi e come detto apprezzabili, questi non sono per valore della composizione all'altezza di precedenti lavori della band, che possedevano una maggiore verve e che rimanevano per sempre nella testa (e non certo questo a causa di orecchiabili ritornelli da spiaggia). I nostri, nel loro sperimentare, forse commettono l'errore di inserire nella prima metà del disco i brani meno nostalgici e dall'udito, se così possiamo dire, meno coraggioso. Ma, a mio giudizio, anche i meno validi. Il full-length cresce ad ogni passo, questo personalmente l'ho apprezzato tantissimo, la parte centrale è un autentico salto di qualità. Anche la produzione è buona, in tutti i frangenti. Forse un po' di quadratezza in meno avrebbe donato un qualcosa in più, forse qualche attimo maggiormente violento, caotico o criptico. Non è semplice da spiegare, ma noi siamo qui per questo, e potremmo dirlo così: "nel loro sperimentare, i Voivod fanno forse troppo poco i Voivod, nel senso che si discostano troppo dal loro trademark che, in una salsa talvolta più rock n' roll talvolta più punkeggiante, poteva possedere un'incidenza maggiore." Il lavoro, come detto, sorprende, e i Voivod sempre vorranno e sapranno sorprenderci. E' nel loro DNA. L'influenza di Jason per alcuni è secondaria, tutt'altro: è proprio lo spirito portato dall'ingresso nel bassista a poter aver donato, almeno in un primo momento, uno spirito maggiormente diretto e venale, una volontà di ritornare almeno in parte alle radici di tutti gli amanti della buona musica. Newsted influenza eccome, portando alla band quello che, se così si può dire, chiameremmo "sangue". Una delle grandissime caratteristiche e di maggiore rilievo di questo "Voivod" è senza dubbio alcuno la compresenza di differenti stili musicali, di differenti approcci e di brani che, uno dopo l'altro, strizzano l'occhio a differenti filoni artistici del rock venuti dagli anni '60 in poi. C'è tuttavia, specie nella prima parte, anche un tocco di Stoner. Di gusto soggettivo la pulitissima interpretazione vocale di Snake, che personalmente ho sempre altrettanto apprezzato vedendola semplicemente differente, ma d'altra parte comprendo che a qualcuno possa non piacere. Comprensibilissimo, si parla di musica e dunque di gusti del resto. Una cosa che unirà tutti è certamente la copertina, che affacciandosi alla seconda metà degli anni '80 della band rievoca quelle atmosfere più distopiche, macabre e futuristiche. Quella al centro della cover certamente non è una creatura umana, questo possiamo dirlo con certezza, come possiamo dire che quello sguardo aggressivo non ci trasmette una sensazione di amicizia. E' bellissima la scelta dei colori, è bellissimo l'utilizzo dei Voivod nella parte superiore del cerchio ed è fantastico in generale tutto il concept della cover. Un giudizio finale? Dovendo attribuire a questo lavoro un voto da 1 a 10, direi comunque un onestissimo 7, con un mezzo voto in più che glielo devo sicuramente per una cosa: avermi dato l'opportunità di ascoltare, ancora una volta, i Voivod quando ho un umore ancora differente. Non importa di cosa abbiate voglia, Piggy, Away e compagni non vi abbandoneranno mai.

1) Gasmask Revival
2) Facing Up
3) Blame Us
4) Real Again?
5) Rebel Robot
6) The Multiverse
7) I Don't Wanna Wake Up
8) Les cigares volants
9) Divine Sun
10) Reactor
11) Invisible Planet
12) Strange and Ironic
13) We Carry On
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