VOIVOD

Voivod Lives

2000 - Century Media

A CURA DI
FABRIZIO IORIO
09/07/2017
TEMPO DI LETTURA:
8,5

Introduzione Recensione

Ne è passata di acqua sotto i ponti da quel lontano 1983, anno in cui la band di Snake Piggy diede alle stampe quel primo demotape in formato musicassetta, dal titolo "Anachronism". L'intento della band era tanto chiaro quanto semplice: forgiare un sound unico e soprattutto riconoscibile sin dal primo ascolto. Gli album che vennero furono un qualcosa di estremamente all'avanguardia per quanto concerne la musicalità e l'approccio devastante da parte dei Nostri, i quali non smisero mai di sperimentare nuove soluzioni. Disco dopo disco i Voivod si sono rivelati un'autentica sorpresa, attestandosi sempre su livelli non alti, ma altissimi per quanto riguarda le proprie produzioni. Lavori come "Rrröööaaarrr", "Killing Technology" od il sorprendente "Nothingface" sono solamente alcuni degli esempi atti a "spiegare" una volontà fortissima, quella di modellare una forma d'arte a propria immagine e somiglianza. Certo, la proposta dei canadesi non è mai stata adatta a tutti; bisogna capirla, bisogna esplorarla, bisogna sviscerarla cercando di entrare nella testa dei suoi creatori, e credetemi, questa è una cosa non certo facile. Una volta riusciti nell'arduo intento, però, vi ritroverete in una dimensione da cui non potrete più uscir fuori. Dopo ben nove full length rilasciati tra il 1984 ed il 1997, e dopo molti demo, singoli e compilation, alla band canadese mancava ancora qualcosa. E quel qualcosa era una testimonianza dal vivo, la quale vide l'effettiva nascita nell'anno 2000 con il rilascio del primo live dal semplice titolo "Voivod Lives(se chiaramente escludiamo "Live à Bruxelles""Live at the Paradise" "Live @ Musiqueplus" pubblicati come demo ed ep), sotto l'egida della "Century Media Records". Questo live esce esattamente tre anni dopo l'uscita dell'ottimo "Phobos", album a dir poco geniale, caratterizzato da un suono potentissimo e da tematiche "spaziali" in grado di trasportarci in una sorta di apocalisse, comunque lontana anni luce dalla nostra amata Terra. Di certo in questi tre anni la band non si è fatta attendere senza aver immesso sul mercato anche un qualcosa che potesse tenere alta l'attenzione dei fan, ed infatti vennero pubblicati la compilation "Kronix" (contenente alcuni brani ripresi dal vivo e qualche versione remixata di alcuni pezzi) ed un demo, "Klubben Stockholm", registrato durante il "Deathcrusher Tour" in quel di Stoccolma in compagnia di Napalm Death Carcass. Dicevamo: in effetti, qualche contenuto esclusivamente live venne messo su disco negli anni passati, ma quello  "primo" ed ufficiale che il gruppo di Piggy e soci rilasciò al pubblico è da considerarsi  proprio questo "Voivod Live". L'esibizione a cui andremo postumi ad assistere è stata ripresa in due momenti: il primo è quello dell' 11 agosto 1996 presso il Rock Club newyorkese CBGB (nome intero CBGB & OMFUG, ovvero Country Blue Grass Blues and Other Music For Uplifting, locale nato negli anni settanta che chiuse i battenti nel 2006) mentre il secondo è quello immortalato nella cornice ben più imponente del Dynamo Festival sempre nel 1996, rassegna la quale prevedeva nelle due giornate band del calibro di VenomGorefestSacred ReichSavatageNeurosisAnathema Spiritual Beggars. Inizialmente la band avrebbe voluto inserire degli spettacoli ripresi due anni più tardi, ma per colpa di vari problemi tecnici si optò per l'evitare ai fan un prodotto di scarsa qualità (giustamente), decidendo invece di donare loro un qualcosa che potesse racchiudere la vera essenza dal vivo di Nostri. Cosa possiamo trovare dunque in questo lavoro? Diciamo subito che la scelta delle tracce è piuttosto curiosa, dato che troviamo ben cinque brani su undici tratti da "Negatron", e qualcosa preso da "Dimension Hatröss", "War and Pain" e "Killing Technology". Un po' a sorpresa vengono omessi dei pezzi presi ad esempio da  o da "Rrröööaaarrr"  e "Nothigface". Un altro brano è incluso a fare da chiusura al disco, e stiamo parlando di "In League With Satan", cover dei leggendari Venom , quegli degli inizi: la loro primissima incarnazione, composta dal trio Cronos, Mantas ed Abaddon. Questo brano fu incluso originariamente nel primo full length della band di Newcastle, ovvero il leggendario "Welcome to Hell"; anche se, ad onor del vero, risale ad ancor prima, più precisamente rilasciato nel singolo "In League With Satan / Live Like An Angel". I presupposti per gustarci appieno questa esibizione dal vivo ci sono tutti, magari seduti con le cuffie ed immaginandoci di trovarci proprio lì, in quel 1996, insieme ai Voivod. Insieme alla folla, assieme agli altri fan. Andiamo dunque a scoprire insieme la qualità di questo live, come sempre sezionato nei minimi dettagli.

Insect

Il primo pezzo che andremo ad ascoltare è "Insect (Insetto)" tratto proprio da "Negatron", dove colpi di charleston dettano il tempo per l'inizio del brano, con un sottofondo di applausi ed ovazioni. Le chitarre si fanno subito "aliene", ed il drumming è minaccioso al tal punto da far poi esplodere la voce di Eric in maniera devastante. Il ritmo e disturbante, cupo, maniacale, il groove scatenato che percepiamo distintamente... tutto risulta essere di una pesantezza disarmante. Tutto questo la band lo dona senza filtri, direttamente alla folla, concedendo loro di prepararsi per l'arrivo di una entità incredibilmente malvagia nonché intenta a conquistare il nostro mondo. Non solo il suo volere è quello di dominarlo: l'intento primario è quello di metterlo prima a ferro e fuoco, stravolgendone gli equilibri. L'andamento sonoro è riconducibile all'avanzata di questa entità, la quale si rivela essere nientemeno che Satana stesso. Le urla disperate di Eric sono da applausi; con poco, il frontman riesce a trasmettere un'inquietudine pazzesca. Ovviamente gran merito va anche e soprattutto ad un Denis decisamente ispirato ed al drummer Langevin, bravissimo nei momenti disperati, ed altrettanto maestro quando c'è bisogno della sua impronta di doppia cassa mista a violenza gratuita. Il brano accelera prepotentemente, la chitarra sembra essere un trapano che piano piano si avvicina nel nostro cervello fino a trafiggerlo, conferendo del dolore fisico inimmaginabile. L'intento di Satana è quello di farsi adorare, inizialmente, in modo da poter controllare le proprie vittime che inesorabilmente andranno a cadere ai suoi piedi. La sua volontà è quella di cambiarne il destino, un destino probabilmente già scritto ma che sotto la sua influenza, potrebbe mutare pericolosamente. La parola "Insetto" si manifesta varie volte, nel corso del brano... ma cosa si vuole intendere, con tale termine? Una metafora la quale vuol simboleggiare quel qualcosa che nasce inizialmente come larva, nella testa di quei comuni mortali; che decidono in sostanza di seguire il male, abbandonando tutto ciò che è presumibilmente giusto, e contribuendo attivamente alla distruzione del proprio pianeta. Tralasciando poi il secondo significato, ovvero quello indicante una nuova forma di schiavismo che andrà a portare l'uomo stesso alla sofferenza ed alla depressione. Una depressione che viene molto ben espressa dalla rabbia incontrollata della band, la quale si lascia andare a note stonatissime ma sempre in linea con il proprio obiettivo. Il ritmo scema per ritornare a quelle sonorità di inizio song, mentre le vocals si rivelano sempre più disumane e sicuramente d'effetto. L'uomo, a questo punto, è pronto a tradire il suo Dio, giungendo così all'eterna dannazione e ad una vita costellata di orrore ed angoscia. L'atto finale di Insect consiste in un tripudio di suoni a dir poco caotici e ad un bel "All Right" gridato in faccia ai presenti, che non perdono l'occasione di farsi sentire con una ovazione degna di nota. Un pezzo di apertura favoloso, dove la band non usa certo mezzi termini per quanto concerne impatto e violenza.

Tribal Conviction

"Tribal Conviction (Convinzione Tribale)" viene ripescata dall'album "Dimension Hatröss" e subito delle percussioni tribali fanno la loro comparsa, accompagnate dal basso dello stesso Eric che risulta essere un perfetto preludio alla chitarra di Denis, il quale inizia a macinare un riff bello granitico e corposo. L'incedere del brano sembra iniziare a volgere al suo apice, ed invece il tutto risulta molto lento e soffocante. Anche quando subentra la voce di Forrest aleggia un non so ché di malsano, e le sue urla strazianti divengono dunque dominanti in toto. L'impostazione tipicamente thrash è espressa in maniera perfetta dalla band e questo viene dimostrato quando, finalmente, i Nostri iniziano a spingere seriamente il pedale dell'acceleratore. Come il titolo stesso può far presagire, ci inoltriamo in antichi e pericolosi riti voodoo atti a far compiere delle azioni terribili e cruente, sempre e solo in nome della religione, qualunque essa sia. I Voivod attaccano a modo loro questo tipo di rituale che in sostanza appartiene ed è sempre appartenuto a quelle tribù antiche ed ormai "anacronistiche", sperdute in chissà quale anfratto. Questo tipo di rito mostra il lato più inumano dell'essere, quello più malvagio ed orribile. E' infatti praticato solamente per fare del male, per infliggere del dolore fisico. La band come detto inizia a spingere moltissimo, la doppia cassa assume connotati infernali, le ritmiche si assestano su alte velocità, ed il tutto è arricchito da un assolo chitarristico di ottima fattura che va ad evidenziare un malessere interiore e fisico il quale sembra sul punto di esplodere. Queste tribù si ritrovano davanti ad un grande fuoco, dove il calore atroce diventa un piacevole compagno di sofferenze. Iniziano i primi canti che vogliono essere una preparazione per questi rituali. Succede però che la pioggia fa la sua comparsa, la qule non va a spegnere questo fuoco, anzi, risveglierà una forza talmente malvagia ed imponente capace di imporre le proprie regole. Norme alle quali non è permesso disobbedire. Queste regole obbligheranno a combattere delle guerre sacre, causando spargimenti di sangue continui, in nome "del culto". Ad un certo punto del brano affiorano delle influenze psichedeliche, ma solamente per un breve momento, prima di ricominciare a martoriare i presenti con assoluta cattiveria sonora. Le ultime frasi "Chi è il Dio, chi è il cane" fanno vacillare qualsiasi credenza generale, dove il valore di un qualsiasi dio viene fatto crollare miseramente, tramutandolo nel principale colpevole di tutta questa sofferenza. Un brano che sorprende; parte lento, prepara la folla con minuziosa attenzione e poi la azzanna con un assalto frontale che non lascia certo scampo. Ed il pubblico gradisce questa cosa, la gradisce a tal punto che i Voivod si trasformano in quel fuoco insopportabile, perfetto compagno d'indicibili sofferenze.

Nanoman

E' il turno di "Nanoman (Uomo nano)" e ritorniamo a parlare di "Negatron". Introdotto dal drummer Langevin che si diverte con rullante e tom scandendo perfettamente il tempo, il buon Piggy si immette nel brano mostrando un'impostazione anche qui decisamente thrash. La doppia cassa si fa sentire in maniera prepotente, e le prime urla del singer ci consegnano una band in grande forma. I tempi rallentano nuovamente per poi accelerare ancora una volta, per dare il via alla nascita di una nuova razza di nano uomini la quale ha il potere di trasformare ogni cosa che vede in propri simili. Il riff è imponente, la sezione ritmica è una colata di lava che attraversa un pubblico che, inerme, si fa inondare piacevolmente. Da sottolineare il grande lavoro dietro le pelli del drummer, sempre preciso ed a tratti virtuoso nel suo proporsi. Ovviamente il testo è alquanto fantasioso ma altrettanto fantascientifico, dove queste piccole creature andranno a scomporre gli atomi, a modificarli in un certo senso, conducendo l'intera umanità verso una nuova era, dove saranno le macchine a governare il nostro pianeta. Bisogna pur dire che il brano è assolutamente spettacolare nel suo progredire, ed a tratti rasenta la perfezione per quanto riguarda coinvolgimento ed impatto. In sostanza, dovremmo iniziare a convivere con un nuovo modo di essere e di pensare, dove queste macchine influenzeranno pesantemente il nostro modo di vivere facendo in modo che ogni tipo di concezione (anche quella più semplice), diventi articolata e fuori da ogni schema a noi noto. Sul finale la pelle d'oca è d'obbligo: Piggy, con la sua sei corde, spacca in due la realtà. Disintegra l'aria che respiriamo aiutato dalla voce graffiante di Eric. Una song sicuramente particolare soprattutto per la totale assenza di un qualsiasi tipo di assolo, testimonianza che i Nostri abbiano prettamente puntato alla pesantezza senza sacrificare però il lato sperimentale. Con questo pezzo i Voivod vanno veramente a scomporre gli atomi, destabilizzando le menti dei presenti e facendo in modo che anche ognuno di loro possa avere il timore di diventare un "nano uomo". L'applauso finale è scrosciante com'è giusto che sia, ed altrettanto giustamente il singer ringrazia sentitamente prima di attaccare con il prossimo brano.

Nuclear War

"Nuclear War (Guerra Nucleare)" è tratta direttamente dal debut album del 1984 "War and Pain". Abbiamo subito un'introduzione molto ma molto intensa dal tipico sapore old school, dettata dal drummer che acconsente ad una chitarra si cimentarsi in suoni distorti i quali si infrangono come onde su di una scogliera, facendo in modo che il brano parta deciso con un riff granitico da parte di Piggy, più incursioni decisamente psichedeliche. Il cantato è oltremodo ruvido e sembra voler fare a gara con una sezione ritmica schizofrenica ed alienante. Il continuo rintocco di ride ed il rullante continuamente preso in causa conferiscono un'anima "crazy" al brano stesso, ed è proprio in questa sensazione di caos che si assaporano le intricate trame dei Nostri ragazzi. Dopo un inizio che appunto poteva far presagire ad un qualcosa di sicuramente particolare nel suo proseguo, i Voivod vanno a sorprendere un po' tutti con degli schemi musicali fuori parametro, quasi come questo fosse l'inizio di un conflitto ma raccontato a modo loro. Ed è di guerra che andiamo proprio a parlare, e nello specifico ci addentriamo nelle terre fredde e desolate della battaglia nucleare di Morgoth. Questa terra si ritrova improvvisamente in totale desolazione, ed in totale balia di armi di distruzione talmente potenti da sfuggire ad ogni tipo di conoscenza. Difatti questi strumenti di morte hanno un qualcosa di alieno, o per lo meno non hanno niente di umano. Parliamo di una tecnologia a noi ancora sconosciuta che non si ferma a semplici proiettili, missili o bombe. No, qui l'attacco viene attuato tramite armi a neutroni, piogge radioattive che andranno poi a mutare drasticamente anche il clima dell'intera regione. "Bagnato sotto la pioggia al neutrone, muoiono in questo olocausto": ed è proprio l'olocausto, che improvvisamente si palesa davanti ai nostri occhi. Nel frattempo la band continua la propria marcia verso il caos più totale, risultante tanto di rara bellezza che si riescono a cogliere le molte sfumature presenti all'interno di esso. La chitarra è a tratti pesantissima ed i riff che vengono sprigionati sono un qualcosa di tremendamente malato; al tempo stesso i Nosti trovano dei momenti di lucidità tali da appesantire un grande ed unico sound. Discorso simile bisogna farlo per la voce di Eric, il quale sembra essere proprio sotto gli effetti di questo attacco. Le truppe avanzano urlando la parola "guerra" a squarciagola, come se fossero guidate dalla morte per causareappunto morte. Non esiste nulla per poter fermare questa ondata di crudeltà, "Non mi fermerai mai", correndo e contaminando ogni cosa con la propria radioattività. E qui la song sembra aver tolto ogni tipo di freno, ogni tipo di inibizione, riversando al pubblico una furia incontrollata in più instaurando un alone di pericoloso mistero. Per i pochi che vorranno salvarsi, essi dovranno cercare di farlo di notte al buio più totale, ma dovranno anche ricordarsi che se tarderanno nell'intraprendere la loro ultima corsa, allora queste bombe micidiali cadranno su di loro con conseguenze inimmaginabili. L'applauso e l'ovazione finale hanno un sapore liberatorio, in questo caso. E se da una parte l'euforia di aver ascoltato un brano incredibile è palese, dall'altra sembra voler essere il risveglio da un brutto incubo. Questa è la forza dei Voivod: saper trasmettere, in questo caso,un senso costante di malessere e di imminente pericolo. L'ennesima grande prova riproposta dal vivo. 

Planet Hell

Torniamo su "Negatron" ed andiamo a parlare di "Planet Hell (Pianeta Inferno)". Il basso di Eric è l'assoluto protagonista di questo inizio brano, il quale viene raggiunto da una batteria impazzita e da una chitarra altrettanto malata e sorprendente. Il caos regna sovrano, la musica è un calderone di note e distorsioni che destabilizzano i fan, lasciandoli tramortiti fin da subito. La prima strofa è disumana tanto è potente la proposta canora del nostro singer. Disumana quanto lo stesso cataclisma che si sta per abbattere sul nostro pianeta. Un inferno vero e proprio caratterizzato da devastazione, catastrofe e pestilenze di ogni tipologia. Armi di distruzione di massa di natura chimica sortiscono i propri effetti diffondendo morte e sofferenza, e come se tutto ciò non bastasse, all'orizzonte si intravedono intere cittadine bruciare sotto i nostri occhi. La song cerca in qualche modo di rientrare su binari più "piacevoli" all'ascolto, ma è solamente una illusione che i Nostri vogliono e riescono ad architettare. Ancora una volta le vocals sono disperate, mentre il tappeto sonoro steso dalle continue distorsioni schizofreniche sembra proprio parodiare l'apparenza di una di queste armi batteriologiche, le quali inesorabilmente andranno a spargere disperazione. Questo tipo di guerra è anche causata dai vari stati in costante conflitto tra di loro, stati che ovviamente non si curano minimamente dello sterminio che provocato. Risultato: migliaia di persone uccise e costrette alla fame. E' l'inizio di un incubo. Vedere una popolazione, quella umana, rischiare l'estinzione in questa maniera orribile, è devastante anche solo immaginarlo. Purtroppo non è certo finita qui; anche la natura stessa inizia a subire le conseguenze, mostrando segni indelebili di deterioramento prima di essere spazzata via come neve al sole. Piggy gioca molto con la sua chitarra conferendole effetti spaziali e di grande effetto, mentre lo stesso basso si rende ancora una volta protagonista con, Langevin nel ruolo di spalla della sei corde. La prova complessiva ha del mostruoso, un coinvolgimento tale da rendere veramente un inferno anche la più piccola particella di aria che il pubblico presente è costretto a respirare. Ad un certo punto la song si rilassa, abbassando notevolmente le tempistiche ma rendendosi pesante come una intera montagna. Tanta è la potenza sprigionata da ogni singolo strumento, e se da una parte troviamo un accenno di assolo dal sapore tenebroso, quello che dobbiamo aspettarci subito dopo è ovviamente il ritorno alle ostilità. La batteria aumenta di intensità per poi far detonare nuovamente un sound assurdo con tanto di voce sempre (e costantemente) non di questo pianeta. Quello che viene da chiedersi a questo punto, è perché dovremmo subire tutto ciò. Per quale oscuro motivo dovremmo subire cotanta violenza senza saperne realmente il motivo? Sarà il destino tramite un attacco alieno a scatenare tutto ciò oppure saranno i potenti a causare tale cataclisma? E se fossero entrambe le cose? Con un ultimo urlo ed un ultima martellata sonora, il brano si conclude lasciandoci questo pericoloso interrogativo che dovrebbe farci riflettere sulle reali condizioni della nostra Terra. E se un giorno dovessimo essere attaccati realmente da qualche entità aliena... inutile dirlo, proprio non saremmo pronti ad affrontare tale pericolo; per il semplice motivo che siamo una razza la quale sostanzialmente se ne frega di tutti e di tutto quello che ha intorno. Ecco quindi che questo inferno sul pianeta si rivela essere la soluzione definitiva. La particolarità di questa traccia sta nel fatto che se non sapessimo di essere di fronte ad un live, non ce ne accorgeremmo. Semplicemente perché il pubblico in questo caso non si sente minimamente. Da una parte è un peccato perché sarebbe stato interessante ascoltare anche una minima reazione da parte loro, ma dall'altra sorge il sospetto che la band abbia talmente pestato duro che i presenti si siano in qualche modo intimoriti al solo pensiero di aprire bocca. Quindi anche in questo caso, per i Voivod missione compiuta. 

Negatron

"Negatron" inizia con dei tocchi leggeri di ride da parte di Michel. Il pubblico inizia a farsi sentire, e tra una brevissima incursione di chitarra che si limita a far fischiare l'amplificatore, ed un basso tonante veramente incalzante, si capisce che sotto il palco la vita non si è fermata al brano precedente. Eric fa la sua comparsa con una voce non più esagerata, ma bensì più controllata benché di una ruvidezza impressionante. Il singer cerca di domarsi, cerca di tenere a freno la belva che c'è in lui ed in qualche modo riesce nel suo intento. Il suono è a tratti doomeggiante ma con quel pizzico di follia che solo i Voivod riescono ad inserire in ogni loro brano. Immaginiamo di essere presenti ad una sorta di esperimento scientifico, dove particelle, positroni, magnetosfera ed ioni vengono in qualche modo manipolati per chissà quale scopo. Ci si rende conto però che qualcosa non sta andando esattamente per il verso giusto, c'è effettivamente qualcosa che non va ma il motivo è veramente poco chiaro. Si prova ad invertire polarità, si tenta di intervenire sul generatore ma questa volta qualcosa si rompe. Una rottura di proporzioni esagerate che la band esprime con un sound soffocante, forse troppo a dir la verità, ma che accelera improvvisamente dando quella leggera variante che, arrivati a questo punto, necessitavamo per forza di cose. Anche l'assolo assume una valenza importantissima ed è inizialmente un pochino confuso ma riesce a diventare veramente interessante proseguendo con l'ascolto. Dicevamo che questo generatore va a rompersi, e sfortunatamente è anche situato vicino ad un nucleo che potrebbe far esplodere ogni cosa in un raggio di immensa portata. Ed allora l'unica cosa che rimane è quella di cercare di fuggire attraverso i piani inferiori, ma soprattutto di farlo il più velocemente possibile. Le urla diventano caos, qualcuno grida: "Forza, uscite di qui!" ma si sa, in questi casi il destino è segnato nonostante la fuga assuma velocità importanti. "Negatron" sembra essere giunta al termine con una chitarra che nuovamente fa sudare gli amplificatori, ed invece ecco che il singer riprende le redini della situazione consegnandoci un'ultima parte caratterizzata da una doppia cassa di buona fattura, ed un sound che via via si fa sempre più lento, come a volersi addormentare su se stesso prima della definitiva dipartita. Si è provato a giocare con il connubio positroni negatroni, ovvero un antielettrone positivo ed uno negativo che in teoria dovrebbero annullarsi a vicenda, ma evidentemente il troppo giocare ha portato ad una catastrofe. Un gioco pericoloso reso in maniera alquanto particolare dalla band, proponendo certamente un pezzo di non facile ascolto e soprattutto di non facile interpretazione live. Diciamo che il brano funziona, probabilmente anche meglio che su disco, solo che sembra essere volutamente un episodio atto a spezzare il ritmo di questa esibizione. 

Project X

Continuiamo con l'album Negatron, e più precisamente andiamo ad analizzare il brano "Project X (Progetto X)", il quale viene scandito da tocchi di charleston atti a dettarne l'avvio. Il pubblico si sente in maniera piuttosto flebile, ma è anche la band che lascia consapevolmente poco spazio alla gente proponendo subito un inizio di sicuro impatto. La chitarra pesa veramente molto, ed il cantato arriva quasi nell'immediato con quella sua sfacciataggine e con quella sua rugginosità la quale rende questo avvio, anche se piuttosto lento, un interessante momento di riflessione. Una riflessione che indica la nostra era, quella nella quale stiamo vivendo ogni giorno come (in sostanza) l'ultima; l'epopea finale, insomma. Questo perché, a detta della band, il fantomatico giorno del giudizio è proprio li in procinto di manifestarsi. "E' presto per lasciare questa terra, tutto è corruzione", dove una parte di noi ovviamente non riesce e non vuole accettare la fine dei tempi, ma è anche vero che probabilmente - per porre fine ad un mondo corrotto in ogni suo angolo - sia necessaria una pulizia totale dell'intero sistema. Tecnologicamente parlando, quello che occorre è una sorta di "formattazione" del nostro pianeta; con la speranza di far ripartire una nuova vita in condizioni decisamente migliori di queste. La doppia cassa viaggia spedita senza avere nessun tipo di cedimento, mentre basso e chitarra si ritrovano a causare uno stato caotico che va ben oltre le semplici distorsioni. Tutto è studiato nei minimi particolari, e poco importa se alcuni passaggi non sono geniali come in altre occasioni. Il brano prende un'accelerata improvvisa, come se la strada dei Nostri si sia improvvisamente messa in discesa. Anche il ritornello beneficia di questa situazione, e viene per questo propagata una furia che a tratti sembra andare fuori controllo. Ed ecco che arriva il momento dell'attuazione di questo progetto x, ovvero l'arrivo di una nuova razza umana tramite un progetto chiamato Apollo 2000, il quale dovrebbe in qualche modo migliorare sensibilmente le cose. L'intento dei neo esseri, prima di colonizzare il nostro pianeta, è quello di eliminare definitivamente quei pochi sopravvissuti che ancora risiedono qui, annientando così una volta per tutte ogni tipo di radice corrotta. Il lavoro del drummer con i propri tom è sicuramente di grande effetto, mostrando una capacità tecnica sicuramente di grande rilievo. Piggy ed Eric sono maestri incontrastati nello svolgere distorsioni apocalittiche, anche se a volte la distorsione (per via della dimensione live) rende il sound generale troppo "impastato". Ancora una volta il brano cambia volto rallentando a favore di soluzioni più dirette e d'impatto, scandendo gli attimi di vita di questa nuova razza. Finalmente questi esseri hanno preso possesso del pianeta. Tutto sembra perfetto, tutto sembra andare per il meglio, ma con il passare degli anni iniziano a sorgere dei seri problemi. Questi nuovi umani iniziano a moltiplicarsi a vista d'occhio causando un pericoloso sovrappopolamento che porterà, anche in questo caso, al collasso del nostro pianeta. La domanda che sorge spontanea è la seguente: era veramente necessario estinguere la nostra di razza per permettere ad una nuova di insidiarsi ed avere alla fine dei conti gli stessi problemi? La song termina con leggeri rintocchi di ride, lasciando a noi la libertà di come rispondere a questo quesito. 

Cosmic Conspiracy

Rimaniamo sempre su Negatron ed andiamo a trattare "Cosmic Conspiracy (Cospirazione Cosmica)". Introdotto da una chitarra dal sapore apocalittico, il drumming arriva inesorabile a scandire il tempo con una lentezza a tratti disturbante. L'arrivo del cantato è imminente, ed anch'esso desolante ed affascinante allo stesso tempo. Un senso di angoscia pervade tutta questa prima parte, una sensazione che vede il protagonista di questo brano nell'intento di cercare una verità a lui ancora sconosciuta. Il tutto però è contornato da un alone oscuro e spettrale che va ad offuscare i suoi pensieri, facendogli perdere ogni tentativo di concentrazione. Le urla di Eric si sovrappongono benissimo ad un tappeto sonoro di estrema qualità emotiva, dove niente viene lasciato al caso. La band fa terra bruciata intorno a sé come se nulla fosse: ogni passaggio, ogni riff, ogni battuta di rullante è un continuo alimentare un fuoco che si propaga inesorabile incenerendo i poveri presenti che rimangono inermi a subirne le conseguenze. Ancora una volta viene tirata in ballo la politica, dove un ipotetico governo cerca a tutti i costi di negare l'esistenza di qualunque cosa che possa essere sconosciuta o pericolosa. Il nostro protagonista si sente in qualche modo braccato, pedinato e perseguitato da fantomatiche spie segrete che rendono la sua vita un eterno incubo, descrivendole come delle persone vestite completamente di nero abituate ad operare nell'oscurità. In questo momento ci viene offerto una sorta di solo batteristico, evidenziando nuovamente la grande abilità tecnica del drummer, il quale innesca un sound che diventa dirompente, con la sei corde di Piggy intenta a tagliare l'aria come un rasoio affilatissimo. Il continuo progredire di queste ritmiche non può certo far rimanere fermi, ed anche se il pubblico non viene udito in questo frangente, possiamo scommettere tranquillamente che sotto al palco si sia scatenato un putiferio. Il brano lo consente ed è giusto manifestare alla band tutta la propria ammirazione. Di fatto questo individuo teme seriamente per la propria vita, ma nonostante tutto vuole andare avanti alla ricerca di questa verità. Ad un certo punto, le cose iniziano però a mettersi veramente male, e lui si ritrova imprigionato in una sorta di labirinto cosmico, cercando di capirne il motivo, chiedendosi il perché di questa sua condanna. Capisce che questo labirinto non ha una vera uscita e si sente estremamente confuso e disorientato. La band amplifica questa sensazione di disorientamento con un sound destabilizzante ed improvvisamente veloce e repentino. La velocità è esasperata, la sensazione di smarrimento è notevole e gli ultimi assalti finali ci fanno capire che una nuova minaccia tecnologica è li pronta ad abbattersi su di noi. Alla fine tutto quello in cui credevamo sparisce in un non nulla, ed il destino diventa improvvisamente incerto, così come il futuro diventa ancor più sconosciuto di quello che in apparenza potrebbe sembrare. Un brano sicuramente di grande spessore che, riproposto dal vivo, riesce ad essere ancora migliore della sua versione in studio già di per sé grandiosa.

Ravenous Medicine

Tratto da "Killing Technology" passiamo a "Ravenous Medicine (Medicina Vorace)" dove troviamo un avvio lento dettato da un drumming sicuramente elaborato e da una chitarra e basso che vanno a soffocare letteralmente lo spettatore. Terminata questa breve ma intensa introduzione, la song cambia decisamente registro spingendo notevolmente il pedale sull'acceleratore con un riff molto thrash oriented ed una voce graffiante che inizia un po' a soffrire la stanchezza. Eppure il tutto riesce a mantenersi su livelli sicuramente ottimi senza mai perdere quel briciolo di follia che da sempre caratterizza la band. Il racconto di questo pezzo è piuttosto malsano ed a tratti disturbante. Troviamo infatti una persona malata e bisognosa di cure, ma non sa che presto diventerà a suo malgrado la vittima predestinata per esperimenti tanto folli quanto crudeli. Si reca in questo ospedale avveniristico convinto di ricevere le migliori cure possibili, ed infatti il medico cerca immediatamente di rassicurarlo dicendogli che presto si rimetterà e tornerà in piena forma. Quello che ancora non sa, però, è che per "piena forma" viene inteso lo stato di salute perfetto per fare da cavia ad una equipe di pazzoidi. I Voivod percorrono la propria strada senza preoccuparsi troppo di infierire costantemente verso i presenti, i quali ancora una volta si ritrovano inondati da una follia sonica di proporzioni incredibili. L'assolo che ci viene offerto è breve ma dannatamente intenso e soprattutto qualitativamente incredibile nella sua pazzia. Le prime scosse elettriche invadono il corpo del protagonista ed il primo ed insopportabile dolore inizia ad offuscargli la mente. Tocca al bisturi ora essere il principale artefice di tanta crudeltà, e come se non bastasse il corpo del malcapitato viene inondato da pericolose radiazioni. Ad un certo punto il Nostro si ritrova in un altro stabile, dove osserva del sangue sparso in ogni dove. Dopo un momentaneo stop and go dei suoni, si riparte alla grande con un concentrato di potenza generale sprigionata dalla band, la quale mette veramente a dura prova l'impianto sonoro sul palco e soprattutto mette a dura prova chi assiste a questo show. La base ritmica è impressionante, il basso ricopre un ruolo fondamentale nel creare uno spessore disumano ed estremamente piacevole, mentre ancora una volta, il caos regna sovrano. Il protagonista è ormai cosciente del fatto che non sfuggirà mai a queste torture e realizza che andrà a morire per mano di esperimenti i quali non hanno un reale obbiettivo scientifico. Sembra più che altro, il tutto, essere relegato ad un gioco, ad un divertimento medico atto ad esplorare soluzioni bizzarre e dolorose. Chi se ne importa di quanti e quali organi vengono infettati e corrotti, l'importante è sperimentare farmaci di dubbia efficacia. E finché la cavia sarà viva e potrà sopportare tali soprusi, loro continueranno ad iniettare sostanze prima di vederlo morire definitivamente. Ovviamente, quando capiranno che non ci sarà più nulla da fare, le macchine a cui il protagonista è stato attaccato verranno spente senza un briciolo di rimorso. Uno scenario inquietante che la band riesce a manifestare nelle proprie liriche, ma anche e soprattutto tramite sonorità decisamente fuori da ogni schema ed un cantato che sembra essere sempre più sofferente ad ogni passaggio. 

Voivod

E' il turno di "Voivod", brano estrapolato direttamente dal primo lavoro "War and Pain". Un inizio dai toni cupi ed oscuri ci introducono, tramite un urlo assurdo da parte di Eric, al cospetto di un brano di chiara matrice thrash che si spinge al limite con una batteria velocissima la quale non risparmia certo un rullante a dir poco martoriato. La voce è come al solito disperata, mentre la chitarra si destreggia lungo accordi distorti al limite dell'umana concezione. Potente, veloce ed assassina, questa prima parte vede proprio questa creatura (il Voivod appunto) essere creata chimicamente tramite l'ausilio di scorie altamente nucleari e tossiche, risultando quindi decisamente mortale per chiunque oserà anche solamente avvicinarvisi. Non è una creatura che prova sentimenti, non prova alcuna pietà e non ha nessun senso di umanità, anche perché di umano non ha praticamente nulla. Questa sua condizione gli permette di vincere ogni tipo di guerra facilmente, e nessuno potrà pensare di combatterla ad armi pari. Il solo di chitarra richiama moltissimo il periodo thrash degli anni che furono, mettendo in luce determinate influenze ben riconoscibili in tutto il primo lavoro della band. Eppure, il tutto ha un qualcosa di particolare che lo rende "diverso" dal solito sound, una particolarità che va ricercata in una struttura si lineare, ma molto ma molto personale nell'utilizzo di espedienti nuovi, per l'epoca. In questo contesto, determinati tratti peculiari vengono forse apprezzati meno data la leggera dispersione sonora, ma chi conosce la band sa benissimo del livello raggiunto successivamente dai Nostri, un continuo affinare tecniche praticamente ineguagliabili. Il Voivod si crede praticamente un dio pazzo sceso in questa terra, ed è talmente folle che la sua occupazione principale è quella di generare terrore e distruzione. Il perché di questo è da ricercarsi nel fatto che si vuole scagliare proprio su quelle persone che lo affrontano semplicemente decidendo di non avere una benché minima paura alla pronuncia del suo nome. Il brano non è molto lungo e termina con l'ennesima prova sopra le righe da parte del drummer, che accompagna benissimo una chitarra assurda la quale sembra essere maltrattata più del dovuto per conferire quello status di pazzia al brano. In ultima battuta ci si concentra sulla parte psicologica del Voivod dove, con molta sorpresa, appare anche lui tormentato da qualcosa. Questo qualcosa ha il nome di "paranoia", disturbo che praticamente lo obbliga a compiere determinate azioni. Ha dunque una scusante in tutto ciò che fa, ma diciamo la verità; in fondo, a lui piace essere così e la sua valvola di sfogo è proprio quella di seminare morte e distruzione, cosa per cui è stato creato. Sul finale arrivano i ringraziamenti da parte del singer alla città di New York, la quale ricambia sentitamente per lo spettacolo offerto.

In League With Satan (Venom Cover)

L'ultimo brano presente in questo live consiste in una cover. Un pezzo scritto anni or sono dai leggendari Venom, "In League With Satan (In Combutta con Satana)". I tom di Michel spadroneggiano in questo inizio, così come l'imminente riff ruvido come una carta da vetro di grana grossa. Il grande impatto iniziale è incrementato dalla voce di Eric, il quale si dimostra abile nel narrare la seconda vita di un essere cresciuto all'inferno ed in qualche modo resuscitato. Cammina in mezzo ai morti viventi attraverso le strade di Salem (città statunitense e capoluogo del Massachussets, ma resa famosa dallo scrittore dell'horror contemporaneo Stephen King, con la sua opera "Le Streghe di Salem"), non sente il bisogno impellente di farsi dire cosa sia giusto o cosa sia sbagliato. Lui beve il sangue dei bambini ed insegue le proprie prede nel buio più totale della notte, proprio quando le tenebre si fanno più fitte ed oscure. In questo frangente è il basso dello stesso singer ad essere un elemento fondamentale per incattivire il sound, mentre quando il brano si accinge a presentare il ritornello, la magia è praticamente compiuta. Viene infatti riproposto quasi con lo stesso piglio dell'originale, con ovviamente le dovute differenze, sapendosi far apprezzare. Questo essere malvagio avverte ognuno di noi: "Fai attenzione, quando la luna piena sarà alta e splendente... in ogni modo sarò la", abbattendo così qualsiasi tipo di speranza di fuga. É li per noi, è venuto a stanarci per portarci negli inferi. E' in combutta con Satana, obbedisce ai suoi comandi ed avrà sempre un posto alla sua sinistra. La song procede a grandi linee alla stessa maniera fino al secondo minuto abbondante, quando è ancora la quattro corde di Eric a dettare il tempo in maniera esemplare; e dopo un ulteriore chorus ed un tripudio di piatti sventolati in faccia al pubblico, il pezzo parte in quarta improvvisamente come fosse una valanga inarrestabile. Il buon Piggy produce assoli disarmanti e fuori dal normale, mentre la batteria aumenta di intensità in maniera decisamente esponenziale. Il protagonista dice a chiare lettere di adorare i morti, adora il loro odore, adora il loro essere immobili e privi di anima. Va anche a toccare la distruzione di Sodoma, che nell'antico testamento viene citata varie volte proprio per essere stata distrutta per cause divine. "Nessuno pregò per Sodoma" annuncia dalle sue labbra e mentre la gente fuggiva disperata il destino compiva il proprio volere. Il mostro si nutre dell'essenza delle donne, uccide i neonati e si ciba della carne fresca di questi ultimi. La sua forza cresce a dismisura, e sembra non bastargli più stare accanto con Baphomet ai margini del male supremo. Guardatevi quindi le spalle, perché non appena calerà la notte, lui sarà li pronto a farvi compiere un viaggio doloroso ed allucinante, dove tutte le paure si condenseranno in un unico gemito di dolore. Il brano termina con una distorsione al limite del sopportabile dettata dalla chitarra che si infrange contro l'amplificatore, producendo un suono malsano il quale chiude degnamente questo bellissimo live.

Conclusioni

Cosa dire, dunque, del primo live album ufficiale dei Voivod? Che siamo di fronte finalmente ad una testimonianza importante, la quale decisamente mancava (all'epoca) all'interno di una discografia così importante e variegata. Un tassello decisamente ben posto, capace di mostrarci il gruppo all'interno di un contesto "alive and raw", lontano dai mille accorgimenti e sicurezze presenti invece negli studi di registrazione. Risultato? Nessuno rimase / rimarrà deluso! La band ci sa fare eccome, e se i dischi fin qui pubblicati erano stati sempre e comunque sinonimo di garanzia, questo live non fa certo eccezione. Anzi, è la definitiva consacrazione di un gruppo che - è vero, non può definirsi adatto a tutti - nella sua dimensione dal vivo riesce a sprigionare un'energia pazzesca, la quale a volte sembra palesarsi in forma fisica proprio davanti ai nostri occhi. Certo, non manca qualche piccola pecca: come per esempio lo scarso utilizzo del pubblico, il quale si sente forse troppo poco per apprezzare a pieno lo scambio di energia che sicuramente band e fan si saranno continuamente scambiati. Anche i Voivod stessi non vengono immortalati molto durante l'interazione con i propri adepti, salvo giusto un paio di occasioni nelle quali comunque comprendiamo appieno la totale devozione e la grande attitudine profuse sul palco. Per quanto riguarda la scelta dei brani, si è optato sicuramente in misura maggiore per il coinvolgimento di quegli album che hanno visto Eric Forrest dietro al microfono, soprattutto andando a ripescare dall'ottimo "Negatron", praticamente suonato in ordine sparso per una buona metà del suo contenuto. Anche se mancano all'appello brani storici presi da altrettanti dischi storici, la scaletta è comunque piuttosto varia anche se non perfetta. La resa complessiva è comunque ottima e si assesta su ottimi livelli di sound e coinvolgimento. Il sound degli strumenti è praticamente reso alla grande, con una sezione ritmica ed una chitarra sicuramente di un livello superiore. Solitamente il basso è quello strumento che in sede live viene sacrificato un po' a discapito di dispersioni oppure di registrazioni non sempre all'altezza della situazione, ricorrendo ad espedienti tecnici per "aggiustare" il tutto. Qui però, ci troviamo fortunatamente di fronte ad un disco molto ben registrato; e di conseguenza la resa finale del quattro corde ne trae un grosso giovamento, senza bisogno di troppi rimaneggiamenti in sede di editing. I Voivod sono maestri nel dispensare angosce ed antiche paure, e quando c'è da picchiare duro si fanno sempre trovare pronti. Il tutto però non risulta come il solito calderone di suoni e potenza senza uno scopo finale; anzi osserviamo un qualcosa di studiato nei minimi particolari: la follia messa in campo è un qualcosa di sorprendente ed estremamente accattivante. Quando bisogna tirare i remi in barca, Piggy & co. lo fanno senza nessun timore... e quando bisogna assalire l'ascoltatore beh... sono veramente problemi, per tutti! Prendiamo per esempio un brano come lo stesso "Voivod"; un pezzo piuttosto "normale" se consideriamo gli standard delle produzioni successive. Eppure funziona, e funziona benissimo. Le parti vocali sono da applausi, veramente coinvolgenti e malate, in grado di dare quel qualcosa in più ad ogni nota proposta. Diciamoci la verità, non stiamo qui a prenderci troppo in giro. I Voivod non sono una band per tutti, anzi probabilmente sono una realtà che in pochi riescono a capire nonostante un seguito decisamente elevato. Esistono band che hanno nel DNA quel qualcosa che va con naturalezza a differenziarle dalle altre, e quel qualcosa non è sempre apprezzato dalla massa. C'è anche da dire, in tal senso, che la band proveniente dal Quebec ha stravolto certe regole che nessuno prima della sua epopea aveva osato infrangere, includendo soluzioni psichedeliche e "spaziali" con una disinvoltura impressionante, all'interno di un sound che comunque appariva piuttosto "tradizionalista" e per certi sensi anche oltranzista. Un'iniziale miscela di Punk / Thrash che sì, esaltava, ma già si differenziava in maniera pressoché totale da altre produzioni ad essa contemporanee. Sino a sfociare in una personalissima concezione di "Extreme Progressive", sulla quale sono in corso molti dibattiti. Che genere, in sostanza? Forse, è meglio non saperlo. L'importante è godersi la musica dei Voivod, una musica in grado di farci viaggiare come non mai. Un applauso dunque a questi signori, che con la loro passione e la loro attitudine, rimarranno sempre nel cuore di ogni affezionato. Per molti, ma non per tutti.

1) Insect
2) Tribal Conviction
3) Nanoman
4) Nuclear War
5) Planet Hell
6) Negatron
7) Project X
8) Cosmic Conspiracy
9) Ravenous Medicine
10) Voivod
11) In League With Satan (Venom Cover)
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