VOIVOD

The Outer Limits

1993 - MCA Records

A CURA DI
DAVIDE CILLO
19/03/2016
TEMPO DI LETTURA:
9

Introduzione Recensione

In questa recensione proseguiremo con l'avventura intrapresa attraverso la carriera musicale dei canadesi Voivod, una delle band più sottovalutate dell'intero panorama musicale mondiale. Un complesso che nel corso di una lunga e onorata carriera ha saputo auto-analizzarsi ed evolversi, inventando un sound (anzi, più sound) totalmente avanguardistici e innovativi, percorrendo sentieri mai sperimentati prima da nessun artista esistente. Il grezzo e potente Thrash Metal degli esordi, giunto al culmine con Rrröööaaarrr, ci ha saputo donare un sound caotico e irriverente, che nella sua profonda e genuina vena "metallara" strizzava pure l'occhio ad altre forme artistiche che dall'universo Heavy Metal erano ben distanti. Percorso poi sempre più intrapreso con il passare degli anni, che videro i Voivod comprendere se stessi e le loro vere potenzialità.  Con "Killing Technology" i ragazzi ci donano un'opera assolutamente unica ed irripetibile: il sound degli esordi è infatti mantenuto ma unito, formando un'anima unica e rigorosamente inseparabile, ad un sound progressive/punk/avanguardistico, vena che ancora oggi contraddistingue i Voivod come una delle band più coraggiose e propositive. Sound che abbiamo ben descritto nelle nostre precedenti recensioni, ma che merita di essere riconosciuto ancora una volta come elemento di diamante del quartetto canadese. Quartetto che, dallo stesso "Killing Technology", troverà la chiave della propria arte in maniera definitiva, sapendosi evolvere e implementare. E' precisamente quello che succede con l'uscita di "Dimension Hatross", full-length del 1988 che riesce nel già difficile compito di migliorare il suo predecessore. Qui la componente progressive e sperimentale prende sempre più forma rispetto a quella classica degli esordi, riuscendo a calare gli ascoltatori in un universo parallelo ed inesplorato. Un mondo d'arte creato dal ragazzo Away, che si divertiva a disegnare e immaginare realtà futuristiche post-apocalittiche, poi divenute reali e tangibili per tutti noi sotto forma di musica. Non una musica qualsiasi, ma una vera e pura espressione d'arte che sola al mondo caratterizza i più grandi complessi che hanno scritto la storia. Una reinterpretazione libera e sapiente dei propri stessi lavori, che ha permesso a quattro ragazzi di riuscire a trovare la formula vincente con cui superare quello che era già ritenuto uno dei migliori lavori. E' la medesima cosa che accade con "Nothingface": qui la band, mantenendo l'innovativo percorso intrapreso con "Dimension Hatross", riesce ad inserire una impagabile componente musicale, unico ed ultimo elemento rimanente ed indispensabile nella personale formula che ha così permesso ai canadesi di immergerci nella loro realtà come mai era accaduto in precedenza.  Un piccolo e secondario elemento musicale, poi divenuto sempre più centrale con la successiva uscita di "Angel Rat", il predecessore del lavoro di cui andremo oggi a narrare. Un full che esalta le componenti melodiche e musicali, dove il genere si fa estremamente distante non solo da quello degli esordi, ma anche da quello degli stessi "Dimension Hatross" e "Nothingface". Una mossa che, per chi non conosce i ragazzi e la sincerità di ognuna delle loro espressioni, può erroneamente essere definitiva commerciale. Con "Angel Rat" i Voivod erano riusciti infatti a scavare nel lato più intimo e introspettivo anche dei più tradizionali fan della band, che hanno continuato a seguire i ragazzi nonostante il cambio di genere, cosa praticamente unica e irripetibile nel panorama della musica Heavy Metal. I Voivod che da quattro erano diventati tre, senza però perdere neanche una delle pi minime e insignificanti qualità possedute. Away, Snake e Piggy, le vere tre anime di questo universo, erano lì ancora a saperci donare la loro musica e la loro arte, sempre in grado di sorprendere come se fosse la prima volta. Dopo "Angel Rat", i musicisti scelgono di continuare la collaborazione con la MCA Records, che si occupa dei Voivod successivamente all'uscita di "Borrowed Time" dei Diamond Head e "Cuatro" dei Flotsam and Jetsam (album quest'ultimo che riscosse davvero uno scarso successo). La label aveva fatto un grande lavoro con "Angel Rat", che però non riscosse successo a causa di sopravvenuti motivi, primo fra i quali l'abbandono dello storico bassista Blacky dalla band. Infatti, con The Outer Limits, per la prima volta i Voivod si preparano a lavorare integralmente in tre durante tutte le fasi di realizzazione del full. Spesso capita che in queste situazioni sia il chitarrista principale (o appunto l'unico chitarrista) della band a imbracciare il basso durante le registrazioni. Al contrario, qui i Voivod prendono una decisione differente. Ci si affida a Pierre St-Jean che, pur non essendo un membro della band e non avendo mai realizzato con i Voivod uno show dal vivo, realizza la linea di basso dell'album in studio. Ora tocca a noi immergerci in questo lavoro del 1993, l'ultimo realizzato con Snake al microfono per anni a seguire.

Fix My Heart

L'album si apre con Fix My Heart (Sistema il Mio Cuore): siamo subito immersi in ritmiche rocciose e ferree, unite ad un'anima quasi Pink Floydiana che le fa da sfondo. Il potentissimo suono valorizza nel migliore dei modi il riff portante, dotato di accenti piuttosto "allegri" rispetto a quelli a cui la band solitamente ci ha abituato. La parte chitarristica si evolve in maniera fluida e funzionale, quindi certamente meno articolata rispetto a quella che abbiamo assaporato nei primi lavori della band. Perseguendo il lavoro intrapreso con "Angel Rat", questa traccia si mostra però più potente e incisiva. La voce di Snake, effettata con uno splendido effetto di saturazione, è sempre una garanzia su cui possiamo porre assoluto affidamento. Anche la parte solistica si evolve in maniera tanto splendida e godibile quanto matematica, quindi in contrapposizione con l'imprevedibile stile che i canadesi ci hanno spesso donato in altre circostanze. Qui la melodia della traccia è mantenuta ed espressa linearmente dal primo all'ultimo secondo, in cui l'atmosfera del brano si scioglie con un effetto fade-out nella stessa identica maniera in cui era entrata nella nostra testa. Nel racconto di questa canzone il protagonista inizia a sentirsi a disagio nella sua città natale, che definisce "vecchia" e "priva di nuove emozioni". Con il passare del tempo, l'uomo ha la sensazione di sentirsi vuoto, come un fantasma, e sente la necessità di portare rinnovamento nella propria vita. Le liriche si evolvono durante tutta la canzone come un dialogo con un interlocutore di cui non conosciamo l'identità: è proprio questo misterioso interlocutore, che potrebbe essere la mente del protagonista, che sembra spingere l'uomo alla permanenza nella sua vecchia città, la sua vecchia vita. L'uomo sceglie infine di stringere un biglietto in mano e salire su un treno che lo porterà verso sentieri inesplorati, restituendo quel senso di avventura e imprevedibilità ad una vita che era divenuta tanto matematica quanto priva di nuovi stimoli. Un nuovo mondo aspetta solo di essere visto, sostiene l'uomo, e di essere vissuto con forza per ogni minuto.

Moonbeam Rider

A questa bellissima prima traccia sussegue la seconda, intitolata Moonbeam Rider (Corridore del Raggio di Luna): l'intro chitarristico che pone vaghi accenti avanguardistici ci conduce ad una parte di strofa in pura vena progressive. Qui l'effettata voce dello storico vocalist viene intervallata fra accenti più melodici ed intimi e accenti più robusti e rocciosi, dove però non si esprime: se gli accenti più melodici ed evocativi vengono espressi tramite la voce di Snake, quelli più potenti infatti sono unicamente strumentali, venendo fuori tramite la linea ritmica scritta ed elaborata da Piggy. In un secondo momento i Voivod però tornano sui passi del loro periodo "Dimension Hatross/Nothingface"; infatti la voce di Snake si fa per brevi istanti quasi folle e priva di fissa dimora. I canadesi, in un secondo momento, scelgono completamente di stravolgere il brano con un'introspezione dall'aria pacifica quanto misteriosa ed evocativa: questo passaggio è un capolavoro per il coinvolgimento, che è in grado di creare nell'anima di chi si pone di fronte a questo peculiare frangente musicale. Il cantante qui si cimenta anche in una sorta di profondo parlato, ideale per colorare le atmosfere e i paesaggi in cui ci ritroviamo catapultati con una velocità e naturalezza unica. Terminata la calma si lascia spazio alla tempesta: qui musica e voce si rifanno aggressive e sature, con Snake che ancora una volta rievoca quegli accenti di follia tipici del "secondo periodo" della band. Parallelamente alla voce anche le liriche si rifanno più astratte e in linea alla cultura psichedelica come nei due lavori successivi al rilascio di "Killing Technology": qui si narra di una cavalcata verso il cielo, con il protagonista che percorre a grande velocità una strada che lo conduce verso una nuova e più aulica dimensione. Una dimensione più elevata, dove i peccati commessi vengono accettati e perdonati con naturalezza. Come un viaggio successivo alla morte, ma migliore della vita stessa, ci si immerge verso le stelle cavalcando il cielo come se si fosse un tutt'uno con lo stesso: la nostra anima finalmente è libera, e comprendiamo i veri significati dell'esistenza.  

Le Point Noir

Passiamo ora al terzo brano, intitolato Le Point Noir (Il Punto Nero): il suo ingresso porta un accento di tranquillità ed introspezione all'album, ideale nel seguire le orme più aggressive con cui si conclude la traccia precedente. Sul dolce e movimentato arpeggio di Piggy viviamo ancora una volta il parlato di Snake, coadiuvato dall'immenso Away che con una semplicità unica nella scrittura della linea di batteria dona i migliori caratteri possibili alla musicalità da noi vissuta, una musicalità placida ed inesplorata. Il brano si risveglia dopo un minuto e mezzo, con ritmiche fuori da ogni riga e prevedibilità. Su questa originale atmosfera la voce di Snake si evolve come un eco, in una asimmetrica e sempre in evoluzione base musicale di pura matrice progressive. Matrice che fa poi spazio al frangente più aggressivo e dagli accenti assolutamente avanguardistici, elementi che portano la band ancora una volta molto vicina a lavori come "Nothingface". Il misterioso effetto finale con cui si chiude il brano è solo l'ultima chicca di una traccia che possiede ogni possibile qualità, portando addosso sia la melodica intimità e introspezione di "Angel Rat" sia la spregiudicata e geniale vena artistica di "Dimension Hatross" e "Nothingface". Nel testo di questo brano il protagonista si avventura attraverso un bellissimo bosco, che lo strega grazie alla sua straordinaria vegetazione e vita. Immerso in un paesaggio straordinario, l'uomo non si guarda indietro fino al momento in cui si accorge di essere seguito e osservato da qualcosa: è una famelica bestia, che con due grandi occhi gialli lo scruta e lo assapora. Questa creatura conduce il protagonista giù su un ponte, un misterioso luogo da cui si dice nessuno abbia mai fatto ritorno. Improvvisamente, un uomo gli viene incontro dicendogli che nel lago lì di fianco non c'è più pescato: il protagonista capisce subito che è certamente lui il pescato del giorno, preparandosi ad un destino poco lieto. Il posto è infatti quello in cui coloro che cercano oro vengono trasformati in pietra grigia, e gettati nel profondo dove ogni cosa finisce.

The Nile Song

La band sceglie di proseguire questa avventura con una cover dei Pink Floyd: The Nile Song (La Canzone del Nilo). Non si tratta certo della prima volta che i canadesi si cimentano in una rielaborazione di quanto creato da David Gilmour e compagni, sempre con entusiasmanti risultati. Ancora una volta, i nostri non si limitano a citare gli inglesi, ma li rielaborano in loro chiave: cosa non da poco, considerando di chi si sta parlando. La straordinaria voce di Snake sembra fatta appositamente per cimentarsi in tutto ciò, come anche il contributo di Piggy e Away permettono alla band di creare un'entità parallela, più aggressiva ma almeno ugualmente evocativa, di quanto donatoci dalla storica band. Un sapiente utilizzo di diversi elementi: effettivi, sonori, sapienti cavilli in fase di produzione: qui il merito va a tutti coloro che hanno lavorato a quest'opera d'arte, senza esclusione di alcuno. Il minuto che più mi colpisce è l'ultimo, visto che "l'esplosione" Pink Floydiana del brano viene interpretata dai Voivod con una capacità unica di unire aggressività a psichedelia ed evocatività, elementi contrapposti per qualunque artista ma certo non per i tre canadesi. Riprodurre la band inglese è una cosa estremamente ostica, per pochi artisti. Rielaborarli in chiave propria è allora solo per artisti grandiosi, in grado di fondere uno stile già unico con quello proprio e personale, altrettanto peculiare e caratteristico. Due anime che ne formano una, unica e indissolubile, dagli accenti unici e irripetibili. Nel racconto, che si svolge sul fiume Nilo, il protagonista scopre con stupore l'improvvisa presenza di una donna dall'aspetto angelico. Lì per l'uomo subentra il desiderio di prenderla con sé per un po', mentre rimane stregato dal selvaggio soffiare dei suoi capelli aurei, cui segue l'apertura delle bellissime ali e lo spicco del volo verso il cielo. L'uomo, da quel momento, spera di seguire la sua ombra in modo da attirare un giorno la sua attenzione. Il protagonista si sentirà poi chiamato dal profondo, la sua anima evocata ad un sonno senza fine, la donna è destinata a trascinarlo giù, sempre più in basso. Terminata questa straordinaria cover si passa alla quinta traccia, intitolata The Lost Machine (La Macchina Perduta): la canzone si avvia con uno straordinario Piggy che con i piatti della sua batteria riesce nella difficile impresa di creare una musicalità compiuta e logica, quanto ricca di interesse e in costante evoluzione. E' proprio Piggy che ritengo essere il principale responsabile di questa stupenda traccia, che vede la sua batteria presto sostenuta dalla chitarra di Piggy e dalla vocalità di Snake, che qui le ruotano intorno. La sei corde non è qui infatti elemento portante ma elemento di unione, così come il vocalist per la prima volta si "limita" a seguire i suoi compagni anziché aggiungere propri e stravaganti connotazioni allo svolgimento della traccia. Tutto ciò dura per circa tre minuti, quando la canzone viene improvvisamente stravolta e Piggy inizia a creare l'impossibile per conto proprio. Il chitarrista sceglie qui di fare capo ancora una volta al particolare stile avanguardistico-psichedelico che lo contraddistingue, riportandoci a quella totale assenza di matematica musicale che ci aveva fatto vivere giusto pochi anni addietro. Parallelamente anche Snake inizia a cantare con più aggressività e assenza di schematicità, seguendo l'iniziativa dell'axeman che certo non è mai mancato in quanto a capacità di creare il tutto dal nulla. Ancora una volta la conclusione è straordinaria, perché la sei corde ci dona degli accenti molto acuti e dotati di particolarità assoluta. Il racconto qui è dei più stravaganti, molto simile a quelli bellissimi presenti in "Killing Technology": una squadra di robot analizzano e supervisionano qualcosa di misterioso, qualcosa di cui non si può conoscere l'identità dal momento che la porta è e sempre deve rimanere chiusa. Tutto ciò che conta è che il padre ricorda, il nonno anche ricorda, un tempo la cosa era diversa. Ora, invece, nessuno parla, nessuno può parlare, ma il protagonista può certamente sostenere di trovarsi in un inferno. Un inferno che non vuole far vivere al proprio figlio, così decide di rischiare tutto ciò che ha sabotando i robot con un'antica misteriosa pietra e riportando tutto com'era 300 anni prima: senza futuro, vivere il presente non ha dopotutto questa grande importanza.

Time Warp

La traccia successiva, Time Warp (Distorsione Temporale), è nientemeno che la canzone scelta dalla band per chiudere il Side A. Introdotta dalla voce di Snake, che colora uno spettacolare riff dotato di una robustezza unica, presto subentrano le varie sfumature chitarristiche  che insieme a voce e batteria formano un muro sonoro di assoluta stravaganza e straordinario dinamismo. Ciò che ascoltiamo si contraddistingue infatti per essere in costante variazione, per il non fornire alcun punto di riferimento alla nostra testa, stupita ed entusiasmante per ogni istante musicale portato avanti. I classici schemi strofa-ritornello-strofa vengono completamente messi da parte, per lasciare spazio ad un lungo e maniacalmente costruito intermezzo psichedelico, che costituisce il seguito perfetto per un avvio certamente più brusco e diretto, seppur egualmente fuori dalle righe. Terminato questo catartico frangente, con la nostra testa ancora immersa nelle viaggianti e animate atmosfere del brano, la canzone ci riconduce alla parte iniziale, dove Snake recita "What Will happen if I can't come back?" (trad. cosa succederà se non posso tornare indietro?). Questa parte è di gusto unico per come fonde musicalità e potenza sonora, con il merito che è interamente di Snake e Piggy e che in questo caso riguarda allo stesso modo sia la bellezza del riff sia la bellezza della vocalità con cui esso si amalgama. In toto una traccia straordinaria, che merita a tutti gli effetti di essere ritenuta una delle più valide anche all'interno dell'album stesso. L'eccezionale opera musicale ci narra qui di un viaggio attraverso il tempo, dove il protagonista si pone la questione del "ritorno al presente". Se le ragioni di questo viaggio temporale sono sconosciute, certo è che l'uomo finisce con il perdere la concezione di cos'è attuale e di cos'è passato, della trasformazione e della materia, quindi del concreto e dell'astratto. Se l'evoluzione della fisica quantistica è stata concretamente in grado di dimostrare che la concezione di tempo per come noi la conosciamo non esiste, la band qui si affianca a tale conoscenza con il racconto di quest'uomo che, nell'ultima parte della canzone, sceglie di percorrere una spirale verso l'ignoto.

Jack Luminous

Il Side B, composto da tre tracce, si apre con Jack Luminous (Jack Luminoso) : l'introspettiva introduzione si pone da subito in evidenza per i suoi caratteri macabri e la sua capacità di immergere letteralmente l'ascoltatore all'interno della canzone, episodio dai tempi lunghi e gustosi e che si protrae per la bellezza di 17 minuti. Un'intera sessione musicale introduttiva che per ben due minuti ci scaglia, grazie ai caratteristici accordi di chitarra di fattura avanguardistica e al sapiente utilizzo di melodie tetre, lontani dal nostro mondo e vicini a quello dei canadesi come mai prima lo eravamo stati fino a questo punto dell'album. Dopo un minuto, che definirei senza dubbio di transizione e che vede l'introduzione dissolversi, veniamo portati alla parte più aggressiva della strofa, dove Snake con la sua irripetibile linearità vocale ci propone colori di follia e di irregolarità. L'effettata voce è saturata e posta in low-fi rispetto alla potente batteria di Away e all'imprevedibile proposta chitarristica di Piggy, che in alcuni frangenti catalizza su essa ogni ascolto. Con il passare dei minuti la batteria sale però in crescendo, occupando un ruolo sempre più preponderante all'interno della canzone tramite una serie di cambi di tempo e stacchi fuori dalle righe. Tutta la genialità dei canadesi sale in cattedra da questo momento in poi, perché la band si cimenta in una serie di bellissime sperimentazioni musicali che nulla hanno a che vedere con ogni cosa che è già conosciuta. Qui si eredita l'effettistica Pink Floydiana in tutto e per tutto, con vari elementi artistici, effettistici e di arrangiamento presi in prestito dalla scena Progressive Rock di vena psichedelica con un'intelligenza e sapienza priva di pochissimi musicisti al mondo. Un immaginario assolutamente fuori di testa, che mostra quanto Piggy sia riuscito ad imparare in questi anni di attività musicale e non solo a livello tecnico. Superati i frangenti più intimi e oscuri arriviamo alla parte più melodica del brano, propostaci al suo 11° minuto. Qui i nebulosi e tetri sfondi si fanno da parte, come se alle nuvole succedesse il sole, un sole splendente e che illumina il nostro ascolto fornendo un'aria di pace e tranquillità. La melodica voce di Snake culla l'ascoltatore coadiuvando la pulita chitarra di Piggy, senza ausilio alcuno da parte della batteria, che in questo frangente lungo due minuti si ferma completamente rilassando sofficemente sensi e udito. Terminata questa parte si reintroduce batteria e distorsione, con tanto di voce rauca, il tutto però privo di quell'esclusività di influenza metallara, che si unisce all'anima più puramente progressive della band di questo periodo. Questa sezione, che condurrà il nostro ascolto alla conclusione, ricorda incredibilmente i Dream Theater, in particolare quelli del ben più tardo periodo (2002) in cui rilasciarono "Six Degrees of Inner Turbulence": in questo senso i Voivod riescono persino ad anticipare, come già avevano anticipato anni prima, quelli che sono considerati i maestri indiscussi della scena Progressive Metal. Le somiglianze non sono qui esclusivamente compositive ma si allargano appunto ad ogni elemento, coinvolgendo anche il più piccolo arrangiamento in studio. La voce di Snake assomiglia molto a quella di LaBrie in quanto ad effettistica scelta, non solo per quanto riguarda la saturazione e il reverbero del suono ma anche per quei frangenti in cui passa per l'appunto in "low-fi" rispetto agli altri strumenti. Il racconto intorno a cui ruota questa bellissima canzone ci riporta ancora una volta ai tempi di "Killing Technology": il protagonista è infatti un uomo che riesce miracolosamente a scappare da un malvagio dittatore spaziale che governa la Via Lattea. Costui cerca di avvertire chiunque della malvagità di questo individuo, condividendo con gli  altri ciò che aveva scoperto: il dittatore è infatti in grado di torturare e controllare le menti, ipnotizzare, attuando un vero e proprio bluff che rende cieca la mente delle persone. Con l'avanzare della canzone veniamo a conoscenza di un crescente numero di macabri dettagli: l'antagonista infatti possiede un terzo occhio, che utilizza per sottomettere chiunque desideri, impossessandosene in tutto e per tutto. Una volta emanati i suoi ordini, la vittima si unisce a lui e non ha mai più la possibilità di fuggire. Ciò fortunatamente non avviene per alcune delle sue vittime: Hydra, Sirrah, Pollux, Gemma, Diadem, Mirach e Izar riescono infatti a liberarsi grazie all'intervento del protagonista, piangendo in maniera commossa e comprendendo l'incubo che avevano vissuto. Nel finale del brano questi amici si danno l'addio, mentre l'eroe afferma che sfortunatamente il pianeta Terra sta ignorando ogni avvertimento e difficilmente andrà incontro ad una sorte positiva.

Wrong-Way Street

La traccia successiva si intitola Wrong-Way Street (Strada Sbagliata) e ci trasporta grazie al robusto basso in un'atmosfera totalmente diversa: dai macabri e psichedelici ambienti di "Jack Luminous" passiamo infatti ad un rock più classico e potente, dove però non sono del tutto abbandonati gli elementi caratteristici ascoltati nel resto dell'album. E' il quattro corde qui ad essere protagonista in tutto e per tutto, al punto che la strofa in molti frangenti non è in alcun modo sostenuta dalla chitarra di Piggy, ma per l'appunto unicamente dal basso. Forse la traccia "debole" di quest'album (certamente sarebbe la migliore per migliaia di band), questa manca di quel qualcosa che le faccia fare il salto di qualità, quell'elemento in grado di stupire. Ottimo comunque il groove, su cui si incentra interamente la canzone e che per più di tre minuti ci accompagna durante la traccia con assoluta godibilità e qualità, mantenendosi costante in una traccia schematica e lineare, priva di particolari variazioni. Il pezzo infatti è in contrapposizione con il caratteristico stile della band, scelta saggia per donare nuova linfa e lucidità all'ascoltatore, che era stato catapultato verso momenti d'ascolto certamente più elaborati e impegnativi. Nel racconto di questa canzone un uomo perde la chiave dei suoi ricordi, vivendo un periodo difficile della sua vita e in particolar modo della società che lo circonda, che porta scontri, disordini e disagi sociali. I colpevoli, i politici, lo portano indirettamente anche a perdere la sua casa, che nelle fiamme viene persa per sempre: essi governano con vergogna, conducendo il nostro pianeta alla rovina. Nonostante tutte queste problematiche, che certamente porterebbero scompiglio nella vita di chiunque, l'uomo riesce a trovare la forza per non farsi influenzare e continuare a vivere la propria vita, prendendola giorno per giorno ed ignorando tutto il male che circonda lui e le persone circostanti. Una grande dimostrazione di forza d'animo, in una società che ahimè danneggia più coloro che sono in grado di aprire gli occhi piuttosto che quelli che ignorano qualsiasi avvenimento.

We Are Not Alone

L'ultima traccia dell'album, la prossima di cui parleremo, si intitola We Are Not Alone (Non Siamo Soli): qui dei ragazzi, che percorrevano una valle in automobile, restano senza la loro vettura che smette di funzionare. Persi in un luogo che non conoscono, percorrono "dieci milioni di miglia" a piedi, fino al momento in cui un fulmine colpisce la terra non distante da loro. Si ritrovano dinanzi ad un'abitazione dall'aspetto raccapricciante, dove un vecchio li accoglie con ospitalità. Quest'anziano, privo di capelli e appoggiato su una sedia a dondolo, assiste i ragazzi in tutto ciò di cui hanno bisogno, mettendo a disposizione la sua casa.  Improvvisamente i protagonisti si trovano però circondati da misteriosi esseri verdi, dall'aspetto brutto e presumibilmente provenienti da un altro pianeta. Essi sembrano però pacifici, e allora i ragazzi si ritengono fortunati ad aver visto con i propri occhi qualcosa del genere. Quanto narrato nelle liriche si riflette perfettamente sulla canzone, che con ritmi rapidi e sostenuti propone una musicalità aggressiva ma non priva di quell'elemento di mistero che contraddistingue il testo. Aldilà di questo, la traccia comunque ci propone una musicalità allegra e piacevole, ben distante da quella oscura spesso propostaci dai canadesi. Il bell'assolo di chitarra si sviluppa con gusto e linearità, seppur mantenendo dei connotati parecchio semplici come non di rado abbiamo ascoltato nel full, dove abbiamo avuto modo di ascoltare tutte le diverse sfumature della band coesistere insieme. La parte in cui Snake recita "We Are Not Alone" si ripete in maniera quasi ossessiva, come a stampare nella nostra testa l'idea che il nostro universo possiede altri abitanti. Tramite questa traccia il gruppo sceglie di concludere l'album in maniera musicale e funzionale, con un Side B che, ad eccezione della lunghissima settima traccia, si è mostrato generalmente meno elaborato rispetto alla prima parte dell'album. Una voce pulita, una batteria semplice e una chitarra lineare hanno infatti caratterizzato sia quest'ultima traccia che la precedente "Wrong-Way Street".

Conclusioni

L'ascolto di quest'album ci dona 54 minuti irripetibili di The Outer Limits, lasciandoci davvero colpiti per diverse ragioni che andremo ora ad analizzare. Certamente, anche in questo caso come nei precedenti e in particolare in "Angel Rat" abbiamo constatato il grandissimo lavoro svolto in fase di cura e produzione. I Voivod ancora una volta sono stati in grado di fare centro, donando un album degno di restare negli annali della musica Heavy. Partendo da "Fix My Heart", passando per "Le pont noir" e "Jack Luminous", concludendo con "Wrong-Way Street" e "We Are Not Alone", questo è un lavoro che davvero possiede ogni possibile attributo. Un lavoro svolto egregiamente, e che ci conferma ancora una volta come Blacky non fosse un membro davvero di rilievo per l'evoluzione artistica del complesso canadese. Chiaro, un contributo alla composizione lo dava: abbiamo visto per esempio che l'uscita di "Angel Rat" fu ostacolata proprio perché una delle tracce era accreditata al bassista. Ciò che conta è che non era un contributo essenziale, uno di quelli indispensabili nel portare avanti la band sui suoi livelli. Away è il creatore dell'immaginario Voivod, colui che dapprima creò le ghiacciate lande ove si svolgevano gli avvenimenti post-apocalittici, poi svolse un ruolo assolutamente fondamentale nella definizione di un sound, quello dei Voivod, che è uno dei più unici al mondo. Per quanto riguarda Snake, davvero si parlerebbe della stessa band senza la sua voce e, in particolare, la follia e maniacalità del lavoro dietro le sue linee vocali? Difficile pensare questo, dal momento che le tracce di canto composte svolgono un ruolo assolutamente fondamentale e di rilievo, praticamente alla base, della costruzione della musica stessa. Piggy in realtà non ci sarebbe neanche da citarlo, tanto scontato pare il suo contributo: chiaro ora dunque che Blacky svolgeva un ruolo secondario rispetto a quello di altri grandi bassisti di cui abbiamo goduto nella storia della musica Heavy e ovviamente non solo. Passando alle ragioni che ci hanno colpito, queste sono per l'appunto molteplici. Questo full possiede un'imprevedibilità unica, secondo me anche superiore rispetto a tutti gli altri lavori della band, perché l'ascoltatore ad ogni traccia non sa davvero cosa aspettarsi. Questo è possibile perché ascoltiamo la coesistenza di diversi stili come non era mai accaduto. Tanto per incominciare, quest'album pare una fusione fra gli elementi più elaborati, profondi e di folle accento di "Nothingface" e quelli più piacevoli, intimi e pacifici posseduti dal solo "Angel Rat". Questa fusione non è però l'unica cosa a colpirci: il tutto è infatti unito ad una vena Hard Rock che mai la band aveva evidenziato in precedenza, e che certamente stupisce più di ogni altra cosa. In poche parole, la genialità dei Voivod risiede proprio in questo: il riuscire a reinventarsi album dopo album come nessun artista al mondo, rivoluzionando lo stile della propria musica senza perdere un minimo di lucidità. Per molti sembrerebbe (e sarebbe) proibitivo pensare ad un qualcosa che riunisce all'interno di essa la semplicità dell'Hard Rock, i toni piacevoli e pacifici di "Angel Rat" e quelli più folli e strutturati di "Nothingface". Pensandoci, non è poi diverso dal mettere insieme il bianco e il nero, ottenendo il grigio, e poi unirlo a sua volta con il rosso ottenendo il colore grigio rosso. Questo avviene con l'avanzare di ogni singola canzone, in grado di lasciarci a bocca aperta terminata la precedente. Oltre questo, c'è da evidenziare il sapiente modo in cui i Voivod riescono a ispirarsi e trarre insegnamento dai grandi maestri della musica Progressive: ciò era avvenuto già per l'appunto con "Nothingface", e accade qui in maniera evidentissima. Trarre insegnamento, sia chiaro, non significa imitare e nemmeno cogliere sapientemente le influenze. Trarre insegnamento significa comprendere la chiave di ogni singolo aspetto della musica, fino a quello che può essere definito il più piccolo e insignificante dettaglio o arrangiamento, sapendolo trasportare e contestualizzare allo stesso modo della band stessa da cui lo si ha appreso. Ciò riguarda effettistica, produzione e quella che per l'appunto io definisco "chiave", ovvero la pura comprensione intesa come propria. Senza questa cura dei dettagli incredibile, direi senza alcun dubbio "maniacale", sia quest'album sia i predecessori non avrebbero alcun senso di esistere. Semplicemente, questo è un modo di suonare che non potrebbe mai non prevedere un'accurata cura di ogni minimo frangente. I Voivod certamente sono dei grandi musicisti, eppure non li definiremmo mai "virtuosi" come invece accade nel 90% delle band metal che si affacciano al Progressive. Ma la virtù, mi chiedo io, in cosa risiede? Nella capacità di sfruttare al meglio la propria tecnica e le proprie conoscenze al punto di saper catapultare l'ascoltatore in un'altra dimensione, tramite la valorizzazione e lo studio di ogni minimo dettaglio come i Voivod ben sanno fare, oppure produrre un album Progressive Metal all'anno ricco di tecnicismi ma che, in fin dei conti, non offre davvero nulla di nuovo o che stupisca all'infuori dell'abilità dei musicisti stessi? La virtù non risiede forse nella capacità, unica, dei Voivod di sapersi continuamente reinventare? Non è forse questo un particolare più importante dell'avere una tecnica fuori dalle righe, ma priva di questo elemento? Non mi riferisco a nessun artista in particolare, chiaramente, ma al concetto stesso di Progressive Metal che sta avanzando in questi anni, concetto che nella mia modesta e personale opinione io ritengo assolutamente errato. Detto ciò, in quest'album i canadesi riescono ad offrirci quel qualcosa che in "Angel Rat" era mancato: ovvero la capacità di donare quei momenti di assoluta psichedelia introspettiva, quei momenti intimi e unici che permettono all'ascoltatore di distanziarsi completamente dal proprio mondo e calarsi in quello che naviga la mente dei Voivod. Questo non avrebbe poi giovato ad "Angel Rat", dal momento che molti di questi momenti avrebbero rovinato l'atmosfera pacifica dell'album, ma qui siamo comunque ben felici di ritrovarli. Come, del resto, siamo contenti ancora una volta di aver letto la profondità e la bellezza delle liriche di questo complesso canadese; liriche che, in questo full, fanno anche un interessante ritorno ai tempi di "Killing Technology", motivo per cui abbiamo scelto di citarvi più volte l'immaginario post-apocalittico dei Voivod nel corso di questa recensione. Ovviamente, questo ritorno ai vecchi tempi è solamente parziale, visto che abbiamo avuto modo di vivere la lettura di altre interessanti liriche che non riguardano tali argomenti, prime fra tutte "Fix My Heart" e "Moonbeam Rider". Per quanto riguarda "We Are Not Alone", questa è la traccia più rappresentativa per definire l'artwork, suggestivo come sempre. Qui si prende in prestito lo stile fumettistico per ritrarre una nera figura aliena, con due grandi occhi verdi e che paiono scrutare l'osservatore. Questa creatura, che indossa un casco per l'ossigeno, non pare però malvagia come qualcuno potrebbe effettivamente aspettarsi: semplicemente, scruta l'osservatore lasciando così, in misura ancor maggiore, quell'alone di mistero che si intende trasmettere. Indispensabile elemento per la bellezza di quest'artwork è certamente l'utilizzo dei font, sia quello che porta il nome della band sia quello che porta il nome del full, ovvero "The Outer Limits". Senza lo stile fumettoso di essi, certamente la cover non avrebbe tutto l'appeal che invece possiede. Possiamo certamente sostenere che la qualità principale della copertina di un disco deve essere quella di stregare alla prima occhiata, di indurre curiosità, di portare all'ascolto e eventualmente all'acquisto. Capiremo subito che è tutto ciò che quest'artwork possiede e non in ridotta misura. Infine, una chicca: all'uscita, quest'album fu rilasciato in due differenti versioni, quello con la cover colorata e quello con un marrone "monocromatico", dove al posto del logo rosso ve ne era uno bianco. In entrambe le versioni, insieme al booklet, fu dato all'acquirente un paio di piccoli occhiali 3D. Questo ci fa capire ancora una volta la stravaganza e genialità di questo complesso, che in seguito all'uscita di quest'album si affacciava ad una nuova epoca.

1) Fix My Heart
2) Moonbeam Rider
3) Le Point Noir
4) The Nile Song
5) Time Warp
6) Jack Luminous
7) Wrong-Way Street
8) We Are Not Alone
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