VOIVOD

The Best Of Voivod

1992 - Noise Records

A CURA DI
LORENZO MORTAI
11/08/2017
TEMPO DI LETTURA:
8

Introduzione Recensione

Quando si parla di sperimentazione, genialità ed estro compositivo nel Metal e soprattutto nel Thrash, immediatamente viene da pensare ai Voivod di Piggy, Away e Snake. La band originaria del Canada ha saputo, fin dalla sua comparsa sulle scene nel 1983 con le prime demo, e poi nel 1984 con il superbo War And Pain, distinguersi per alcuni fattori divenuti poi fonte di ispirazione e collocabili in altrettante realtà, estreme o meno. Parliamoci chiaro, i Voivod non sono posizionabili fino in fondo in nessuno dei generi estremi che il Metal classico ha prodotto nel corso degli anni; la band del Quebec ha sempre saputo rinnovarsi, fino quasi a perdere in gran parte il sound originale che l'aveva contraddistinta nella primissima parte di carriera. Se i primordi del gruppo infatti sono senza dubbio annoverabili nel Thrash, perlopiù di matrice technical, con riff veloci ed articolati, un'atmosfera generale che rasentava la follia, ed una voce improntata sulla violenza nuda e cruda, la seconda parte della vita firmata dai Voivod, è tutta un'altra storia. I canadesi cominciarono seriamente a sperimentare, volgendo sempre più lo sguardo ad una realtà alternativa fatta di stacchi in tempi dispari, sperimentazioni, contaminazioni elettroniche e tutto ciò che la visione apocalittica del gruppo poteva portare. Con la porte di Piggy nel 2005 la band ha ulteriormente modificato il proprio sound, spazzolandolo con ventate di Prog e Jazz qui e là, diventando di fatto una delle realtà più interessanti mai uscite dagli anni '80. La cosa che risulta quasi paradossale, è che i Voivod non siano mai stati capiti fino in fondo proprio dai più incalliti metalheads che popolano la terra, neanche nel loro paese di origine, notoriamente abituato alle stranezze. La  band è sempre stata, fin dalla sua comparsa sulle scene, oggetto di più o meno aspre critiche, sia da parte dei fan storici, sia di quelli che ogni anno si aggiungevano alla lista. Un gruppo che forse non è mai stato accettato come doveva essere accettato, ma che ad un ascolto attento e posato, risulta davvero geniale. La storia che vogliamo raccontarvi oggi si svolge all'inizio degli anni '90: il 1991 è l'anno della seriale svolta della band, o quantomeno del suo inizio. I canadesi infatti pubblicano Angel Rat, un album che letteralmente spaccherà il fandom dei Voivod in due fazioni distinte. Se già con il precedente Nothingface infatti i nostri thrashers sperimentatori avevano gettato solide basi per quello che sarebbe stato il loro sound da quel momento in poi, è con Angel Rat che fissano dei limiti ben precisi. Abbandonando quasi completamente quel Thrash Metal meccanico e macchinoso degli esordi, con la creazione di un mondo parallelo che fungeva da sfondo a quasi tutte le loro canzoni (basta ricordare alcuni elementi di Rrrooooarrr per esserne assolutamente certi), con il nuovo album le cose cambiarono radicalmente. Si passò ad un Thrash/Heavy di matrice sperimentale, un ibrido che non piacque ovviamente molto ai fan storici, che accusarono la band di essersi quasi imborghesita, e parallelamente di aver perso la propria strada. Chi invece riuscì ad andare oltre alla barriera che i Voivod avevano eretto con il nuovo disco, vide un gruppo sinceramente maturato, con idee nuove, fresche e per certi versi mai sentite fino a quel momento. Mischiare comunque elementi provenienti dal Thrash canonico di matrice americana, con pesanti contaminazioni che provengono invece dalla scuola Jazz, dal Rock, dal Prog e perfino dall'Elettronica, gettò i Voivod in un vortice di incomprensione e critiche che ancora oggi permane per molti aspetti. Nonostante ciò però, la band non si è mai tirata indietro, né tantomeno ha voluto smettere di fare ciò che ama, sperimentare in ogni modo possibile, contaminare, chiazzare e rendere unico il proprio sound, ed ascoltando i lavori odierni, viene da sincerarsi che vi siano letteralmente riusciti. Al di là delle aspre critiche comunque, Angel Rat ottenne un discreto successo (di cui vi invitiamo a leggere la disamina pubblicata sulla nostra piattaforma), e venne apprezzato fortemente dalla critica. Poco dopo l'uscita del nuovo disco però, i Voivod fecero un piccolo passo indietro; prima di mettersi a lavoro su nuovo materiale (che sarebbe poi confluito in The Outer Limits ma solamente nel 1993), diedero in pasto al pubblico un po' di materiale promozionale, fra cui spicca la compilation di cui parleremo, intitolata semplicemente The Best Of Voivod. Dalla copertina iconica come molte altre, al cui centro troviamo il teschio meccanico simbolo del gruppo, sormontato dal logo, il tutto nei toni del rosso acceso, questo artwork si staglia su uno sfondo quasi psichedelico, con colori fluo ed una tendenza che ricorda molto le magliette hippie degli anni sessanta. Al suo interno la band ha racchiuso dodici tracce comprensive di una cover che vedremo fra poco. Dodici slot per raccontare una storia, la storia di una band con un messaggio da perpetrare imperitura memoria: "abbiamo cambiato sound, abbiamo sperimentato, abbiamo modificato, ma siamo sempre gli stessi". E' ora dunque di andare a scoprire ciò che hanno in serbo per noi; tiriamo dunque fuori il vinile (pubblicato dalla Noise Records) dalla sua cartacea busta, appoggiamo la puntina sul solco esterno, ed aspettiamo che la devastazione cominci. 

Voivod

1984, Canada; ad aprirci le danze è una vecchia conoscenza di War And Pain, canzone che da il nome alla band stessa, una auto citazione che è rimasta negli annali della storia, parliamo ovviamente di Voivod. Se ben ricordate il testo di questa traccia, esso è la definizione perfetta per entrare nello spirito del gruppo, e per foraggiarne ogni singolo aspetto. Il brano viene aperto da una atmosfera nucleare e cinerea, con partiture ed accordi degne di un film post-apocalittico. Questa è sempre stata una caratteristica della band, creare atmosfere che facessero pensare a mondi lontani, pianeti da esplorare, profondità siderali e molto altro ancora. Il tutto viene ulteriormente innalzato da un enorme respiro affannato del protagonista, che fa assolutamente salire la tensione, accelerando il battito cardiaco. Sembra di assistere ad un enorme duello in cui noi siamo dalla parte sbagliata della canna di fucile. Denis D'amour, in arte Snake, improvvisamente squarcia il cielo e la nostra testa con un profondo e gutturale acuto, che spacca la canzone in due. In tutto questo, come la tradizione della band ormai vuole fin dalla sua nascita, la chitarra forsennatamente ricama su sé stessa, compiendo vorticosi giri fino quasi a perdere la strada di casa. Si sentono ancora le pennate del compianto Piggy, la cui sei corde stride come un animale sgozzato, ed i suoi ricami si stagliano per tutta la stanza mentre il brano continua ad avanzare imperterrito. Nel frattempo abbiamo anche un incessante andante della batteria di Away; le bacchette di quest'uomo sono sempre state una delle armi migliori all'arco dei Voivod; i controtempi, il sincronismo devastante della sua recitazione musicale, ma soprattutto la rabbia con cui il nostro drummer ha sempre deflorato la sua batteria, sono passate ormai alla storia. Gli assoli, che risultano fluidi, quasi espressivi nella loro resa finale, di ampia scuola classica (si sentono molto le influenze dei Metallica prima maniera, quelli dediti ad un marcio Speed Metal con i controfiocchi), ci portano ad un momento corale quasi devastante, in cui la parola Voivod viene letteralmente urlata nelle nostre orecchie. Ma cosa è esattamente il Voivod? Si tratta di una creatura generata chimicamente dalle scorie radioattive; la sua forza è paragonabile soltanto alla sua malvagità. Sua peculiare caratteristica, oltre al fatto di essere ampiamente inavvicinabile, data la sua tossicità, è l'assoluta mancanza di pietà in qualunque momento della sua vita. Il senso dell'uomo manca in questa creatura dall'aspetto mostruoso e visceralmente mortale, la musica ricama continuamente, facendoci ampiamente capire quanto tutto questo possa essere reale perfino ai nostri occhi. Questo guerriero tossico (il che sembra quasi un rimando allo storico Toxic Avenger, vendicatore nucleare protagonista di molteplici film di serie B), è l'emblema della forza, il simbolo stesso di tutto ciò che possa farci paura; egli calca la terra con fare da dominatore, perché niente e nessuno può fermarlo. Tuttavia, risulta abbastanza facile pensare che comunque il Voivod protagonista abbia qualcosa che ricorda i fumetti e le graphic novel in generale. La musica nel frattempo continua incessante; gli scambi fra Away, Piggy e Snake si fanno sempre più incessanti, sempre più opprimenti. E' un pezzo che, andando avanti nell'ascolto, diventa quasi claustrofobico tanto è interessante da ascoltare. Violenza nuda e cruda senza remore, senza alcuna pietà, eppure nonostante tutto contiuiamo ancora a pensare che il gigante tossico quasi ci stia simpatico.  Tanto per iniziare, egli soffre di un enorme complesso di inferiorità, che lo porta, nonostante ciò che viene descritto, a soffrire di atroci paranoie, panico e paura sono il suo pane quotidiano. La canzone continua ad assumere connotati quasi marci e fatiscenti man mano che ci avviciniamo alla sua conclusione; i ritmi si fanno sempre più opprimenti, i giri di chitarra, nonostante è bene ricordare che il primo disco dei Voivod soffre moltissimo di una produzione non eccelsa fino in fondo. I suoni sono assolutamente cristallini, e nella versione rimasterizzata tutto ciò si avverte ancor meglio, ma allo stesso tempo sentiamo fruscii e rumori di diversa natura, considerando che, ai tempi, non esistevano certo le tecniche di oggi. Dunque il nostro mostro sacro soffre di un complesso di inferiorità non indifferente, che porta la canzone e le liriche stesse a degenerare in men che non si dica, arrivando alla fine con un pugno allo stomaco dato dagli ultimi giri degli strumenti.

Ripping Headaches

Da War And Pain passiamo ad un altro classico della band, Rrroooaaarrr del 1986. Il secondo disco della bad segna una svolta ancor più profonda, e viene ancora oggi annoverato fra gli album più belli mai prodotti dai Voivod, ed anche uno dei dischi più influenti che il Thrash Metal ricordi. Da questo secondo LP la band ha estratto ben due canzoni, la prima delle quali è Ripping Headaches (Mal di Testa che Seppelliscono); colmo di misantropia ed odio, questa è una canzone in cui la violenza e la denuncia al mondo si fanno sentire in tutta la loro interezza; sembra quasi infatti di assistere al delirio di uno psicopatico, la cui testa sta progressivamente arrivando alla fine. Il suo unico desiderio è quello di rifugiarsi nella follia più totale, trascinando noi assieme a lui. Fin dai primi battiti il brano è una iniezione di Thrash tecnico ed al contempo grezzo, con un mid time centrale che si interseca con tutto il resto della canzone, facendola diventare opprimente e soffocante al tempo stesso. Successivamente però il pezzo, invece che assestarsi su un andante continuo per la maggior parte del brano, la chitarra parte con i suoi devastanti ricami, e la batteria, che entra dopo circa un minuto dall'inizio del pezzo, si prodiga in un ritmo che definire viscerale è meramente riduttivo. La voce di Denis qui riprende saldamente le redini dei toni che lo hanno reso famoso; voce graffiata e corroborante, che per scelta stessa della band in questo primo passaggio non va a tempo con la musica, creando un dinamismo eccezionale sotto tutti gli aspetti. Sono questi gli elementi che rendono i Voivod unici nel loro genere, dettagli, piccole sfumature che si intrecciano fra loro. Il delirio del nostro folle continua senza pietà; i mal di testa di cui soffre, una emicrania fortissima che gli spacca letteralmente il cranio in due, sono il fulcro rotante di tutto il pezzo. Pezzo che fondamentalmente è formato da cerchi musicali che si ripetono fino alla fine, ed i nostri canadesi non aspettano altro che quello specifico cambio di tempo per spararci in faccia tutta la loro violenza. Piggy nella sezione centrale maltratta le proprie corde fin quasi a renderle incandescenti, il che si pone ancor più in linea con la follia dilagante del nostro malcapitato protagonista. L'axeman dei Voivod cerca in tutti i modi di farcela pagare cara, e ci riesce in alcuni punti, dando vita ad una cacofonia assordante, esattamente come un mal di testa, picchia duro senza lasciarti andare. Il basso nel frattempo si accosta perennemente alla batteria, dandole corpo, forma e saggezza, donando un senso di completezza a tutto quanto. Prima di lasciarci completamente andare, i Voivod trovano lo spazio all'interno dell'ascolto per infilare un breve e conciso assolo di Piggy, tecnico ed aggressivo, un veloce saliscendi sul manico ed è già finito, ma anche per inserire un ultimo e devastante tempo di batteria, che ci accompagna fino alla fine dell'ascolto, in cui gli strumenti man mano iniziano a tacere, e poi il silenzio assoluto. Come abbiamo già detto, il titolo da fortemente retta all'argomento trattato;, siamo in un delirio mentre leggiamo queste liriche. I mal di testa che seppelliscono, non sono altro che le folli macchinazioni del nostro pazzo senza ritegno. Egli soffre veramente di emicranie, ma questa condizione cronica lo ha portato ad essere completamente senza freni inibotir ed ormai senza mente, i cui pensieri vagano con il freno libero, e con la forza distruttiva di un uragano. Il nostro malcapitato delira, si dimena e fa di tutto per attirare la nostra attenzione, ma ormai è tardi, nessuno più riesce a dargli retta. Schiuma dalla bocca come un cane randagio che soffre di rabbia, ed ormai una cosa, man mano che ci avviciniamo alla fine, è ormai chiara; egli è pazzo, e niente può curarlo. L'elettricità nell'aria si dimena mentre il brano arriva alla fine, nessuno ormai può fermare la sua follia. Se riuscisse a liberarsi da tutte le catene che ha intorno, per non sarebbe la fine; ci salterebbe addosso come un lupo famelico, ed altrettanto sbranerebbe la nostra carne per il puro gusto di farlo, perché la sua mente ormai è dominata dal dolore e dalla sofferenza. Il suo corpo non parla neanche più, tutto è caos, tutto è devastazione, niente ormai può salvarlo dalla sua emicrania che prima o poi gli farà esplodere il cranio come un petardo durante capodanno. Nessuno può impedirlo, men che meno egli stesso.

Korgull The Exterminator

Secondo brano sempre estratto da Rrroooaaarrr è la meravigliosa Korgull The Exterminator (Korgull lo Sterminatore). Fra i brani più celebri della band, e forse uno dei migliori mai scritti nella storia del Thrash Metal, questo pezzo ha segnato un'intera generazione. Si marcia fin da subito su un cacofonico mix di chitarra, basso e batteria in sottofondo, che mano a mano aumenta fino ad esplodere in tutta la sua forza distruttiva. In questo frangente la musica risulta essere davvero opprimente, ed il tutto viene seguito a ruota dalla voce rauca e gutturale di Snake, che inizia fin dal suo ingresso ad aggredirci con ritmi incalzanti e fuori di testa. Il brano macina chilometri e sangue senza remore fin dai suoi primi battiti, mischiando cacofonia controllata e gracchianti rumori di sottofondo, facendoci sanguinare le orecchie. La sperimentazione di fondo qui è riconoscibile nel modo in cui la band ha letteralmente destrutturato il suo brano, inserendo partiture e ritmi che presi singolarmente non hanno congruenza fra loro, ma messi insieme danno vita ad un caos ordinato e distruttivo all'ennesima potenza. Si passa dalle rullate di batteria e chitarra, che messe insieme risultano davvero di forte impatto, alle poderose e basse slappate del basso, le quali man mano che procediamo nell'ascolto diventano sempre più aggressive e pesanti, fin quasi a voler prendere vita nelle nostre orecchie. Lo sterminatore protagonista comincia ad avanzare con la sua forza nerboruta e distruttiva, portando con sé solamente morte, distruzione e caos. Verso la metà della traccia trova anche posto un meraviglioso solo di chitarra, eseguito su scale possenti e veloci, salendo e scendendo il manico con tutta la forza possibile. Dopo uno stop quasi brusco, i nostri canadesi riprendono fortemente la corsa, lasciandoci senza fiato, ma non prima di averci dedicato un intero minuto di silenzio in cui farci letteralmente pensare a ciò che sta accadendo; la cosa interessante è che dentro a questo pentolone di note ci sentiamo di tutto, dal Prog Rock settantiano alle scivolate Speed e Thrash di fattura americana. E' il pezzi come questi che viene fuori tutta la genialità di questa band straordinaria, che riesce sempre a stupire. I ritmi si fanno sempre più incessanti, e le sperimentazioni che possiamo apprezzare nei soli di chitarra ed in alcune linee di basso, ma anche, se vogliamo spingerci più in la, alcuni grezzi elementi presi dalla nascente ondata di Metal estremo, che di lì a poco avrebbe invaso Europa, Sud America e tutto il continente australe e non. Viene orchestrato in maniera egregia dalla nostra band tutto questo, che ci fanno arrivare alla fine del brano con il fiato corto, ma fieri di avercela fatta. Il pezzo in sé è un vero e proprio combattimento fra le nostre orecchie e gli strumenti dei Voivod; il nostro protagonista altro non è che un enorme demone ritorto, il cui aspetto ricorda molto il carro armato protagonista della copertina stessa del disco. Una macchina di morte che non conosce sonno, pietà o limiti, il cui unico scopo è uccidere senza fare prigionieri. Man mano che andiamo avanti nel pezzo, i ritmi cacofonici e claustrofobici che conosciamo, si esprimono ancor più nella loro potenza, quasi come se la band ci avesse rinchiuso in una stanza senza porte né finestre, dalla quale non è possibile uscire; la musica di sottofondo ovviamente serve a dare ancora più potere al testo, un testo che come abbiamo già accennato, riprende le parole di Korgull stesso. Egli è venuto sulla terra per conquistarla, per soffocarla con i suoi pesanti morsi, e per schiacciare con le sue ruote chiodate i cadaveri che incontra sul cammino; e ciò che risulta incredibile è che mentre ascoltiamo questi ritmi così assordanti, ci pare davvero di vedere questa creatura infernale marciare verso di noi con fare demoniaco, pronto ad uccidere chiunque gli si pari davanti; lo sterminatore arriverà col suo carico di dolore, e morte e distruzione porterà la sua venuta. Nessuno si salverà alla fine, niente può fermare la sua incessante vittoria, niente può mettersi contro di lui, come niente può impedirgli di fare quel che vuole. La musica ben si fonde con l'argomento trattato; verso il finale l'incessante sei corde continua a macinare sangue e carne fresca, con un ritmo metallico, macchinoso, quasi da marcia militare, e questi elementi ci fanno subito pensare alla venuta di questo demonio. Egli con fare da capitano senza paura, cammina fra noi con il corpo completamente coperto del sangue che hanno spruzzato le sue vittime, noncurante di ciò che ha intorno. Nota di biasimo assoluta per i Voivod stessi; nonostante la canzone sia assolutamente pregna di violenza, i nostri canadesi riescono a renderla tecnica e sagace, inserendo ritmi e partiture che la rendono assolutamente interessante fin dal primissimo ascolto, fin quasi a farla diventare un vero e proprio anthem nelle nostre orecchie.

Tornado

Da Rrroooaaarrr passiamo imperterriti a quello che, ad opinione generale e solitamente condito da scroscianti applausi, viene considerato IL capolavoro dei Voivod, Killing Technology del 1987. Da quel piccolo capolavoro firmato dalla band, i nostri hanno deciso per questo best of di estrarre ben tre tracce, che andranno a chiudere la prima parte del disco. Dopo il precedente brano abbiamo tutto il diritto di tirare un profondo respiro di sollievo visto che tali eventi non hanno ancora toccato il nostro animo fino in fondo. Cosa che invece farà la prossima traccia, Tornado: come avrete già capito, il nostro sospiro di sollievo era solamente momentaneo, stiamo per essere catapultati in una dimensione ancora diversa, quella dei disastri terrestri. La band qui parte in quinta con una intro breve, decisa e cacofonica, che viene ulteriormente innalzata da toni di avanguardia a cui ormai la band ci ha abituato fermamente in tutti questi anni. Mentre il rapido e cupo picking di Piggy, la voce di Snake da ancor più forza ad ogni singola nota suonata. Parliamo di un vortice, un enorme tubo di aria, acqua e detriti in cui perdere. Ascoltando la canzone si ha la netta sensazione di udire la propria pelle che si contrae al preannunciarsi della catastrofe imminente. Una canzone che, fin dalle sue prime battute, da il la per qualcosa di unico, di sensazionale.  Durante tali disastri infatti il mondo cambia forma, odore e colore; il cielo comincia a farsi grigio, poi nei toni del viola e del verde, fino ad esplodere in una enorme tempesta di fulmini che successivamente fa spazio alla devastazione del cono di aria. La sensazione che si ha ascoltando tali liriche è la medesima; siamo risucchiati in un enorme vortice in cui non vi è alcuna via d'uscita. In tutto questo la band continua imperterrita a giocare sui cambi di tempo, sulle dinamiche sperimentali e sulla violenza. In un modo oltraggioso quasi, i Voivod mettono accenti su accenti al loro estro compositivo, portandolo ai massimi livelli. Lo stop and go in cui si fermano tutti gli strumenti, merita un plauso enorme e dissacrante al tempo stesso, in quanto ha il merito di rievocare in modo encomiabile la tematica delle liriche, il che fa nascere in noi una sensazione quasi di paura, di rammarico e di spavento per ciò che sta per accadere di fronte ai nostri occhi. La parte finale del pezzo è in enorme crescendo; tutti gli strumenti deflagrano progressivamente, andando piano piano a foraggiare stilemi accostabili assolutamente al Thrash, pur mantenendo un saldo alone di sperimentazione. Il pezzo mette in luce anche l'impotenza dell'uomo di fronte ai disastri naturali, alla forza stessa di madre natura. Quando accadono determinate cose, siamo assolutamente immobili e senza difese, nessuno può prevedere, nessuno può soprattutto curare. E nel mentre siamo pervasi dalla rabbia, dalla disperazione, dal dolore, la natura nel frattempo fa esattamente ciò che vuole, si nasconde un attimo per poi tornare fuori in tutta la sua interezza: nel brano, infatti, il protagonista non capisce come affrontare un disastro come questo, se soprattutto gli immani disastri provocati siano questione di karma o di semplice sfortuna; si chiede se poteva andare in modo diverso, si chiede se mai finirà, ma nel frattempo continua ad osservare le macerie imperterrito e contrito, senza alcuna speranza nel cuore. I Voivod qui giocano un ruolo davvero fondamentale nella composizione del brano; ogni elemento di Tornado viene orchestrato in maniera egregia, pur durando totalmente quasi sei minuti il pezzo. Una cronometrica precisione di ogni elemento, condito da riff e partiture che si legano fra loro con catene d'acciaio, ne fa un brano che, nonostante la sua enorme lunghezza, non annoia per niente neanche dopo mille ascolti. Possiamo ogni volta ributtarci a capofitto nelle sue liriche, nelle sue follie, saremo sempre premiati da una canzone che non ha neanche un difetto, neanche se andiamo a cercarlo. Rende poi il suo meglio in sede live, dove la devastazione raggiunge picchi devastanti, precisione e passione che trasudano da ogni poro della band e della canzone stessa. Uno slot che è stato inserito nella compilation per saggiare a fondo quando la band canadese sappia benissimo scrivere anche pezzi di tiraggio molto più ampio, senza mai perdere un colpo. 

Ravenous Machine

Continuiamo a buttarci nella leggenda di Killing Technology grazie a Ravenous Machine (Macchina Famelica): viene aperta in grande stile dagli chords di Piggy, che lasciano presagire fin da subito quanto tutto ciò che andremo a sentire sarà altamente geniale. Del resto la band, fin dal 1984 come dicevamo nella introduzione, ci ha abituato a qualcosa che non possiamo neanche definire fino in fondo; una serie di contaminazioni enormi, di stili e stilemi che vengono perpetrati senza alcun limite, la cui unica definizione che possiamo dargli è libertà musicale senza confini. Così, secondo dopo secondo, ci avviciniamo al riff portante, che straborda energia da ogni poro. La parte vocale invece prende una piega quasi magica, mistica ed echeggiante nel suo tono così aggressivo. Le liriche vengono affrontate con fare da guerriero, macinando elementi e cadaveri ad ogni passaggio. I giochi di voce si sovrappongono ad ogni piè sospinto mentre la canzone continua a prendere corpo; enormi gli arrangiamenti, bellissima ogni parte musicale che viene interpretata dalla band; successivamente a questo fantastico intro, mentre la traccia si accinge a mettere in mostra anche la sua anima più sperimentale, il nostro frontman ci narra una triste storia. La macchina protagonista del titolo infatti altri non è che una feroce ambulanza, da sempre simbolo di salvezza. Quando essa arriva il paziente si sente al sicuro, percepisce che verrà aiutato in men che non si dica, ed invece accade qualcosa di abominevole. Viene infatti utilizzato per folli esperimenti di carne e scienza macabra; viene tagliuzzato e fatto a pezzi: una pratica disumana, sadica, che viene tenuta all'oscuro di tutti. La musica come sempre rientra perfettamente in ln linea con ciò che viene raccontato nelle liriche, il risultato è qualcosa di sofferente e marcio dall'interno, che ben ci fa capire la malvagità a cui il protagonista viene sottoposto. Nel racconto la vittima non ha idea di cosa gli stia per capitare, si affida stimolato ai propri salvatori. Il dottore lo rassicura, gli dice che si rimetterà presto, ma ovviamente è una bugia. Il tempo di chiudere le porte di quella ambulanza infernale, ed è allora che comincia il vero dolore, quello che il nostro malcapitato uomo non avrebbe mai voluto provare. Mentre in un primo momento, infatti, utilizzano il suo corpo per esperimenti malsani ma ad ogni modo non mortali, la vittima alla fine si ritrova senza nessuno dei propri organi, questo infatti prevedeva la tortura alla fine del proprio sanguinoso cammino. Cogliamo un alone di denuncia in queste liriche, con argomenti come tratta di organi umani, espianti illegali e tortura in generale; i Voivod mettono l'accento su questa orrida pratica, denunciandone gli aspetti primordiali e più primitivi, quelli del sangue. Il risultato finale è una canzone che non ti lascia alcun segno di respiro nel tuo petto, è una canzone che ti arriva dritta in faccia come un pugno, e ti si pianta nello stomaco come un coltello dalla acuminata lama. Questa canzone è spettacolare non solo per le tante qualità già accennate, ma perché mostra anche, rispetto ai dischi precedentemente affrontati, quanto la band sia maturata dal punto di vista stilistico, composito e di musicalità generale. Qui è possibile trovare di tutto: Snake e la sua gutturale voce, quasi squillante in ogni sua forma. I suoi toni sono quelli della notte e della distruzione, le sue lame sono affilate ed arrugginite, ed è pronto a piantarcele nel cranio. Troviamo anche la sei corde di Piggy, con il suo fare da folle psicopatico, immerso nella batteria di Away e nel basso di Blacky. Insieme formano una commistione di stili ed usanze che riesce a prenderti la testa fra le mani e schiacciarla come un frutto maturo, questa è la magia dei Voivod. Da vedere assolutamente anche il videoclip che, ai tempi, venne girato per questo brano meraviglioso; l'atmosfera che si respira è quella di un enorme incubo in cui perdersi fino a non ricordarsi più quale sia la nostra identità. Nella notte vaghiamo come anime perdute in cerca di noi stessi, e troviamo rifugio soltanto nella consapevolezza di ciò che ci sta per accadere. Una magra consolazione rispetto a tutto ciò che subiremo, i nostri organi verranno espiantati, messi in candidi sacchetti e portati chissà dove, in luoghi sperduti per far vivere altre persone. La macchina infernale si è messa in moto, le sue ruote stridono sull'asfalto, i suoi membri si asciugano il sangue e la saliva dalla bocca, le sue mosse sono quelle di un serial killer di prima categoria. Brano stupendo, che come molti della banda da il suo meglio on stage; sentire quelle urla di disperazione, quei riff così taglienti durante un concerto, fa venire la pelle d'oca. 

Cockroaches

Altro brano (ed ultimo) estratto da Killing Technology, è Cockroaches (Scarafaggi). Altro grandissimo brano del disco, viene aperto in pompa magna da un superbo assolo di batteria suonato da Away. Un intro che sembra richiamare una solida dichiarazione di intenti da parte della band, farci sanguinare le orecchie fin dai suoi primi vagiti di canzone;  successivamente Piggy aumenta i giri della propria chitarra e conseguenzialmente quelli del pezzo stesso, dandogli un tiro unico nel suo genere. Questo brano ci riporta in men che non si dica nel pieno della guerra, attraverso ritmi incisivi ed un ritmo  che risulta essere un ritorno all'anima metallara della band originale. I Voivod infatti si sono sempre contraddistinti per non seguire fino in fondo nessuna corrente musicale. Non sono mai stati Thrash fino in fondo, non sono mai stati Prog, non sono mai stati Jazz o Rock, sono sempre stati solamente Voivod, ormai marchio di garanzia e di fabbrica. In questo pezzo la band ha deciso di foraggiare di nuovo gli antichi stili che avevano contraddistinto la sua primissima parte di carriera; non manca affatto, tuttavia, quella percentuale di sperimentazione che in toto contraddistingue tutto il disco da cui la canzone è tratta : la voce di Snake non si limita qui al solo canto, si prodiga anche in urla che provengono dalle viscere più profonde della terra, ci offre anche disgusto, disprezzo e denigrazione. Il pezzo racconta senza troppi mezzi termini una immane invasione di scarafaggi, veniamo catapultati a livello sonoro in una serie di bordate e liquidità musicali senza precedenti. Siamo all'interno di un vero e proprio incubo su gambe, anzi, su zampette di insetto. L'invasione ormai è iniziata, niente può fermarla, possiamo soltanto subirne le conseguenze. Gli accordi della chitarra non seguono nessuno schema logico, tutto è caos, tutto è follia. Nella follia dilagante però, la band riesce sempre a trovare la strada di casa, che è come sempre quella della sperimentazione. Questo brano, man mano che si va avanti nell'ascolto, fa immergere la testa in un bagno di devastazione e di disordine, da cui sembra difficile uscire; d'altra parte, la band ha il merito di riuscire a realizzare tutto questo meccanismo senza ricorrere a nessuna tecnica già sentita. Il risultato è qualcosa che l'orecchio non si abitua mai ad ascoltare del tutto, ma non può fare a meno di apprezzare fino in fondo, anzi, rimanerne estasiato fin dalla prima volta. Le liriche, come abbiamo accennato qualche riga fa, raccontano di questa enorme invasione di insetti; sono arrivati, ed il loro unico scopo è mangiare, mangiare e crescere di numero, fino a divenire una enorme colonia brulicante di violenza. Si nutrono di qualsiasi cosa, di ossa umane, di ortaggi, di cadaveri; tutto ciò che capita sotto le loro enormi fauci affamate, finirà nel loro stomaco. Non vi è scampo, se non cercare di sconfiggerli in qualche maniera. L'unico modo per fermarli è l'utilizzo del fuoco, loro unica grande paura; se vogliamo essere pignoli però dovranno essere bruciati tutti gli scarafaggi, nessuno escluso. La canzone infatti ci narra che, qualora anche uno solo di loro rimanesse in vita, l'invasione ricomincerebbe da capo senza avere fine. La conclusione di questo simpatico testo non lascia sperare niente di positivo, con gli insetti che ormai hanno conquistato tutto il globo, e si accingono a divenire padroni. Brano davvero interessante; la musica è ovviamente sempre ai massimi livelli come ci si aspetta da una band quale loro sono, le liriche sono incastonate benissimo in ciò che viene suonato, ogni nota ci fa trasalire dal disgusto e dalla paura pensando all'invasione. La vena compositiva della band qui si è espressa  a livelli stratosferici, raggiungendo picchi inauditi. Se è vero infatti che i Voivod hanno sempre amato porsi in una condizione particolare rispetto a tutti gli altri, in questo pezzo tale meccanismo viene fuori in maniera ancor più incisiva. Ci troviamo di fronte ad un piccolo capolavoro, che ancora oggi dopo tanti anni sa stupire per la sua composizione e l'esecuzione cristallina delle sue forme musicali.

Tribal Convictions

Da Killing passiamo a Dimension Hatross, disco con cui la band ha iniziato davvero a sperimentare sul serio. Da questo album per la compilation sono state estratte due tracce, e per iniziare i nostri ci spaccano il cranio  con Tribal Convictions (Convinzioni Tribali), traccia perfettamente opportuna dove la band riscopre più che mai le sue influenze provenienti dai lati più old school, il tutto però senza dimenticare mai né la sperimentazione, né il buon Thrash, che in questo frangente forse ritorna fuori più che mai. Il brano è infatti precisamente basato sul sapiente utilizzo della commistione di determinati elementi, che vengono fuori in tutta la loro interezza, dando vita ad un ibrido del quale innamorarsi al primo ascolto. Il pezzo, specialmente nella sua seconda metà, mostra inoltre un considerevole aumento della ferocia, cosa che in altri brani provenienti dallo stesso album (se vi ricordate la nostra disamina, che vi invitiamo ad andare a leggere) danno vita ad una macabra danza di morte. L'ugola del nostro Snake qui si fa cacofonica e gutturale, mentre tutto intorno la canzone prende una piega quasi Rock, soprattutto nella sua sezione centrale. Il pezzo piano piano decolla, fino ad esplodere nel cielo producendo una marea di scintille. Le influenze sataniche e quasi mistiche delle liriche giocano un ruolo fondamentale nella composizione e nella esecuzione dello stesso. Tutto viene incastonato ad un troncone centrale, rappresentato dal tema principale della canzone che viene portato all'estremo dalla fervida immaginazione e modo di suonare dei nostri canadesi. In questo frangente si cerca di dare una interpretazione personale di ciò che la magia e la stregoneria possano essere, come spiegheremo fra poco. Il brano, dopo una prima metà più riflessiva, prende una brusca accelerazione implode grazie ad un assolo di Piggy, che stride la propria sei corde a più non posso. C'è spazio anche per diversi sprazzi di influenze HC punk nell'ultima parte della canzone, mentre il Thrash se ne sta lì, immobile e proteso, senza mai andarsene davvero dalla mente di questi ragazzi, anzi, ad ogni occasione propizia viene tirato fuori e sparato in faccia al pubblico senza alcuna remora di ciò che sta accadendo sotto al palco. Ad una prima letta il testo sembra criticare aspramente le antiche credenze Voodoo, che vedono il compiersi di gesta orribili nel nome della religione. La band mette un accento di diniego verso tali pratiche, mettendone in mostra tutti i lati più sadici e disumani. Il rito viene descritto abbastanza nel dettaglio; le figure sono riunite intorno al fuoco, in un momento di satanica preghiera. Nessuno ormai può fermare il rituale, il sangue scorrerà a fiumi anche questa notte, che piano piano sta divenendo sempre più magica e quasi eterea. In un secondo momento comincerà a piovere, e così una forza oscura e malvagia verrà risvegliata, imponendo le sue regole che nessuno si permetterà di infrangere, portando a combattere guerre sacre per il suo nome. I nostri canadesi sminuiscono pesantemente il nome di Dio, definendolo come un bugiardo, ed anche tutti i rituali, che siano oscuri o meno, che sono collegati a qualcosa di misticheggiante. Una canzone che, forte anche dell'argomento trattato, si insinua nella pelle come una spina di rosa, facendoci sanguinare piano piano; ad un primo ascolto non si resta  molto colpiti da questa traccia, eppure man mano che procediamo nell'ascolto, ci rendiamo conto di quanta genialità possa trasudare una canzone come questa. In toto, se vogliamo essere precisi, parliamo di qualcosa che può abbattere qualunque barriera, sia essa culturale, religiosa  o sociale. La denuncia non molto silenziosa dei Voivod ha fatto si che questa canzone divenga un faro al quale aggrapparsi per dare vita ad un mondo nuovo; le credenze popolari, la loro influenza sulle persone, tutte bugie, la verità è in ben altro luogo. Brano interessante nel quale, complice anche il disco da cui è tratta, si sentono bene le prime sperimentazioni particolari che la band ha messo in piedi per il proprio pubblico, raccogliendo molti consensi, ed altrettanto aspre critiche.

Psychic Vacuum

Secondo estratto da Dimension Hatross è la bellissima Psychic Vacuum (Vuoto Psichico). Viene aperto da un assordante intro di batteria, chitarra e basso. Piggy dal canto suo subitamente inizia a ricamare con la sua sei corde, producendo un ritmo cacofonico e controllato, senza preoccuparsi di ciò che sta facendo. I controtempi delle pelli si sprecano, soprattutto in questa prima parte, prima che anche la voce di Snake faccia la sua comparsa sulla scena, mentre dietro di lui giri degli strumenti iniziano di nuovo a farci sanguinare le orecchie. Si parla di nervosismo qua, principalmente dell'ansia; un nemico oscuro, che molti forse non conoscono, ma chi ne soffre sa di cosa stiamo parlando. E' un demone che ti risucchia all'interno della dimensione oscura in cui si genera, senza lasciarti andare neanche per un secondo; è famelico, è pieno di energia, ed è incontrollabile. Snake qui assume quasi i toni di un cantante Punk o New Wave, con una lirica che viene letteralmente recitata, e che non lascia molto spazio all'immaginazione. Il pezzo procede senza alcun problema, risultando davvero interessante fin dalle sue prime battute. Il vuoto psichico di cui si parla, il titolo della canzone per intenderci, è proprio l'ansia. Essa gioca coi nostri nervi, giocherella con la nostra mente, spacca i crani in due e guarda cosa vi è dentro, senza alcuna preoccupazione; la sei corde nel frattempo prende posizione nuovamente e sfodera due assoli e riffing uno dietro l'altro. Il primo di matrice molto più classica e muscolosa, con accordi e power chords che si sprecano, il secondo invece molto più Thrash, con Snake in prima fila che modifica via via il proprio tono, andando a foraggiare tanto il cantato sporco quanto quello pulito. Il tutto, come è accaduto innumerevoli volte nel corso della discografia di questa band straordinaria, senza andare costantemente a tempo con la musica suonata. La genialità dei canadesi infatti risiede proprio nella follia che riescono ad esprimere attraverso la propria musica; in questo caso abbiamo un saliscendi di acuti e gutturali, di toni alti e bassi, che alla metà del brano culminano in un fulminante assolo di Piggy, di pregevole fattura e dalla velocità inaudita. Momento successivo di calma, mentre il protagonista comincia di nuovo a farsi prendere dall'ansia. Il mostro divora le sue membra, ne fa quello che vuole, strappa brandelli della sua carne e li mastica come patatine fritte; le ossa scricchiolando  sotto il peso del dolore, fanno si che la musica sul finale diventi incessante. Un martello pneumatico di fattura metallara che ci trapana il cranio e lo fa saltare in aria; l'ansia diventa claustrofobica ed opprimente, diventa la nostra unica ragione di vita. Non siamo noi a controllare lei, è lei che ci controlla, tira i nostri fili come un mastro burattinaio, senza preoccuparsi di niente, senza alcuna pietà di noi. Un pezzo che, nonostante non giovi di una produzione eccellente ( e per i Voivod è assolutamente strano), riesce a catturare l'attenzione fin dal suo primo accordo. Si parla di un giro di note in cui perdersi nella maniera più assoluta, esattamente come quando siamo in preda all'ansia; non controlliamo la nostra forza, non riusciamo a vederci chiaro, non sappiamo dove stiamo andando, sappiamo solo che stiamo per impazzire. 

Astronomy Domine

Alla posizione numero nove e dieci troviamo due pezzi estratti da Nothingface del 1989, il primo dei quali è la celeberrima cover dei Pink Floyd. Qui i Voivod si cimentano in nientemeno che Astronomy Domine, uno degli immortali pezzi che ha scritto la storia della musica, pura espressione della band di Barret e soci alle origini della propria carriera. Se vi aspettate una di quelle cover senza personalità, allora non avete ben capito con chi abbiamo a che fare. Il brano riesce perfettamente a carpire ogni segreto della storica band britannica, cogliendone l'essenza pura di ogni singola nota, riportandola alla luce dopo anni di buio. I nostri riescono a farci respirare la musica vera, senza confini, senza limiti, siamo soltanto noi e le note che scorrono sul pentagramma, veloci come il vento. Se i frangenti più progressive rock, psichedelici e classici, sono riportati con valore assoluto, quelli più particolari e psichedelici, tipici dei Floyd, riescono a dare vita a qualcosa di unico nel suo gneere: realizzare una cover che non viene sminuita, ma anzi, addirittura valorizzata, se affiancata alla canzone originale. La marcia maggiore di questa canzone risiede nella voce di Snake; il suo tono qui raggiunge livelli stratosferici, puntando all'abisso siderale e perdendosi dentro di esso senza trovare più la strada di casa, ma altrettanto giusti meriti vanno dati a coloro che hanno prodotto al canzone. L'operazione di missaggio a cui furono sottoposti i brani di Nothing, fece si che ogni singolo elemento della canzone sia ampiamente riconoscibile e godibile. Non esistono sbavature o intoppi, soltanto la forza portante delle note che viene espressa all'ennesima potenza Meritano di essere ugualmente citate le liriche dei Pink Floyd, per il valore che esse assumono anche se intese come influenza e prima fra le ispirazioni al percorso musicale dei canadesi. Le liriche infatti descrivono un percorso all'interno dei sogni; ogni canzone dei Pink è costretta alla sudditanza con i simbolismi che la band ha da sempre inserito nelle proprie canzoni; in questo caso ritroviamo le bellezze esoteriche e quasi mistiche della band agli esordi della propria carriera. Un gruppo che da sempre ha fatto della sperimentazione enorme, della canonicità dei suoi scritti, e della complessità delle sue canzoni, un vero e proprio pallino. Quale miglior gruppo per celebrarla dunque, di una band che fin dalla sua comparsa sulle scene ha sempre rincorso un sogno similare, salvo scivolare poi su altri lidi. Dalla bellezza estetica e simbolica del limpido verde, dell'immenso blu sconosciuto, e delle acque sotterranee che sono bloccate dal ghiaccio, il tutto viene tinto da colori fluo ed atmosfere da manicomio. La canzone procede tranquilla e senza intoppi per tutta la sua durata, con i Voivod che prendono ogni singolo elemento del brano originale, e lo trattano con i guanti di velluto. Ogni tassello della canzone finisce esattamente al suo posto, rendendo questa cover maestosa nella sua esecuzione; non è affatto facile rapportarsi con mostri sacri come questi, eppure Snake e soci ce l'hanno fatta senza alcun problema. Complice probabilmente la vicinanza di sperimentazione con la band di Barret e Waters, i nostri canadesi hanno tirato fuori dal cilindro una cover che definire perfetta è davvero riduttivo. La chitarra di Piggy qui si rilassa prendendosi puri momenti di magia ricamando come floreali ghirigori all'interno della canzone stessa; il nostro axeman, notoriamente famoso per essere aggressivo e nerboruto nelle sue esecuzioni, qui calma abbondantemente i bollenti spiriti, sfoderando una tecnica invidiabile. Snake come abbiamo già detto si rivolge al pubblico tirando fuori una performance vocale di prim'ordine, mentre Away e Blacky conducono le danze nelle retrovie, ma senza mai uscire del tutto dalla scena, anzi, dandole quel tocco di classe finale per una canzone che definire spettacolare è poco. Un pezzo che, quando viene suonato dal vivo (ed anche quando venne suonato ai tempi), raccolse ovazioni di vario tipo, e mai critiche. Questo perché, nonostante la sperimentazione quasi pericolosa di una cover dei Floyd, i Voivod hanno saputo giocarsela così bene, che nessuno mai avrà pensato di dargli contro, neanche i fan storici ormai condannati a non ascoltare più quel Thrash degli esordi. 

The Unknown Knows

Secondo ed ultimo brano estratto da Nothingface è The Unknown Knows (Gli Sconosciuti Sanno), che gode di un cupo intro della durata di quasi un minuto: il ritmo parte quasi in sordina, con un oscuro riff di Piggy che va ad incastonarsi nelle spazzolate iniziali della batteria, che donano un forte impatto a tutta la canzone. La parte segue una ritmica altalenante e frammentata, che deflagra in una serie di riff imprevedibili e pieni di follia, a cui ogni tanto si fa fatica a stare dietro. Il frontman anima ogni singola nota con tono pulito e cristallino, come del resto è tutto il disco. La canzone procede a tambur battente fin dai suoi primissimi vagiti, tant'è che sembra di ascoltare qualcosa di altamente sperimentale in ogni sua forma. La band ha di nuovo messo in piedi uno show per il pubblico fatto di ritmi acidi e complessi, nei quali difficilmente si riesce a trovare una soluzione, ma è il loro primario scopo. A metà del brano assistiamo alla scelta di inserire un bridge violento, che fa un occhiolino non indifferente al Thrash Metal, tanto da costringere Snake ad un cambio di tono, che passa dal pulito allo squillante e graffiato. Finita questa piccola reminiscenza, la band si butta a capofitto di nuovo nella sua sperimentazione, stavolta con ancor più convinzione di quanto fatto prima. In questo frangente i canadesi danno libero sfogo alla propria fantasia, cercando di dare vita ad una canzone celebrale e che faccia pensare ogni volta che la si ascolti. L'idea di saggiare argomenti filosofici come vi parleremo fra poco, risulta essere vincente. La parte centrale consta di una accelerazione, che viene suonata utilizzando alcuni effetti, attingendo a sfumature di vario tipo, sempre con un occhio di riguardo per la produzione di ogni singola nota. Oltre che musicale, l'evoluzione in questo disco della band è anche lirica come vi abbiamo già raccontato nella recensione correlata a questo disco in particolare,  emergerà in questo album in tutta al sua interezza. Qui il testo è fortemente astratto e dai mastodontici connotati filosofici, proprio come da scuola progressive. Si ha l'impressione, soprattutto dopo aver ascoltato la celebre cover dei Floyd, che i Voivod non ne abbiano ancora abbastanza, e stiano cercando un modo per farci nuovamente tornare nel vortice della perdizione sonora. Nel racconto si parla dell'universo e della sua materia, della realtà che noi affrontiamo ogni giorno e ciò che ci circonda. L'universo viene descritto dal protagonista della canzone stessa, che lo definisce animato e quasi liquido sotto molti aspetti; volendo fare una disamina molto emotiva e poco scientifica, la band ha voluto dare corpo ad un altro sogno, stavolta decisamente più psichedelico del precedente. I colori si fanno fluorescenti mentre discutiamo sulla forma e sulle dimensioni dell'universo conosciuto, fin quasi a chiederci se esiste Dio e se sia stata una entità superiore a creare tutto ciò che abbiamo intorno. Tuttavia, non viene escluso nulla dal punto di vista teologico, anzi ci si appella ad una coscienza superiore per ricevere un'illuminazione sulla reale entità della realtà, anche se ci rendiamo conto man mano che leggiamo le liriche, di quanto siamo impotenti di fronte ad una cosa così grande e complessa come l'universo stesso. Non siamo che miseri granelli di sabbia in un meccanismo molto più grande di noi, ed alcune, anzi quasi tutte, delle nostre domande non avranno mai la risposta che cerchiamo. Una canzone davvero interessante per un disco che, con tutti gli aspetti che abbiamo citato, risulta essere davvero geniale. Una disamina sul mondo dagli occhi di uno sconosciuto, talmente labile come forma che potrebbe essere chiunque di noi, anche voi stessi che state leggendo questa recensione. Pezzo che, come molti di Nothing, fa della complessità la sua arma vincente; un brano che si interseca su sé stesso ad ogni nuovo passaggio, intrattenendo il pubblico con schemi sempre più complessi e corroboranti, fino a fargli perdere completamente la testa rispetto a ciò che viene suonato.

Panorama

In conclusione troviamo due tracce estratte dal recente (all'epoca della recensione ovviamente), Angel Rat. Il disco con cui, come abbiamo raccontato nella introduzione, la band definitivamente si discosta da tutti gli stilemi prima affrontati, per dare vita a qualcosa di completamente nuovo. Al primo posto dei due slot troviamo Panorama (Panorama): questa canzone colpisce il nostro animo fin dai primi istanti per la sua produzione assolutamente non vicina al Metal, ma anzi, se ne discosta pesantemente. Snake sfodera una voce pulita e per niente aggressiva come ormai il suo tono poteva ricordare nei primi anni di carriera. Il cantato assume un tono quasi magico, tant'è che non sembra neanche di sentire il medesimo gruppo che ha composto Korgull. Il melodico ritornello è trascinante ed evocativo, che ci lascia immergere in un paesaggio prodotto dalla nostra mente. Il pezzo è intimista e riflessivo, invita il cervello a lavorare costantemente per dare vita a sogni e gloria, immagini che corrono come impazzite nel piatto della nostra esistenza, fino a scontrarsi fra loro come stelle filanti. Il brano è quadrato e ben strutturato, e il sound della band si mostra, al di là delle variazioni che possono colpirci, davvero scolpito nella roccia. La canzone procede unendo fra loro stili ed accortezze molto diverse. Sentiamo reminiscenze Prog che si accostano ad altrettanti meccanismi Metal e Rock di primissima fattura, ma senza mai scivolare nuovamente nel Thrash. La produzione del disco poi, se la confrontiamo ai primi lavori, lascia a bocca aperta; l'ascoltatore non riesce a perdersi neanche un frammento delle canzoni, anzi, riesce tranquillamente a saggiarne ogni singolo aspetto. Ci colpisce anche la linearità con cui viene affrontato il pezzo; di solito i Voivod, anche nei brani più sperimentali e meno violenti, ci hanno abituato a scivolate folli e ritmi incessanti che quasi scadono nel Noise o nel Post Hardcore. Qui invece abbiamo la calma più totale, la consapevolezza piena di trovarci di fronte ad una band che è maturata fino in fondo, e che non ha più paura di rischiare, né tantomeno di avventurarsi in qualcosa che molti anni prima non gli era molto congeniale. Il protagonista della canzone si ritrova a camminare per i vicoli scuri di una strada, dedicandosi ad una riflessione sull'umanità compatendone ogni debolezza e fragilità. Pur con le bellezze che i nostri occhi riescono a guardare, la razza umana risulta sempre debole di fronte al potere della natura. Le strade che percorre il nostro protagonista sono costellate di insuccessi, di momenti oscuri e di situazioni spiacevoli. Tuttavia, la forza degli esseri umani sta proprio nel sapersi rialzare, senza remore, senza ritegno. Di fronte a tale consapevolezza, il protagonista sceglie di isolarsi comunque in un contesto naturale e non urbano, nel quale vivere la propria vita nella più totale pace. In effetti ascoltandolo questo è un pezzo che trasmette un mero e sensazionale sentore di pace interiore; la piena consapevolezza di sè stessi e dei propri limiti, porta il protagonista del brano a decidere per qualcosa che sia completamente fuori dal mondo, qualcosa che non molte persone sono in grado di capire. L'isolamento al quale sceglie di appartenere, giocherà un ruolo fondamentale nella vita del nostro uomo, consolandolo ogni volta che ne avrò bisogno. Una canzone davvero straordinaria, che ben si incastra con il resto delle filosofie che emergono all'interno di Angel Rat. Un disco che, ripetiamo, segna il definitivo abbandono di certe sonorità,a  vantaggio di altre molto più interessanti dal punto di vista compositivo, ed altrettanto geniali per quel che riguarda la resa di base di ogni singolo pezzo. Complimenti sinceri alla band per aver dato vita a qualcosa di così particolare e conturbante. Il brano, a livello qualitativo, non ha nella sua diversità nulla di inferiore a quelli composti negli anni precedenti , ma una tale differenza artistica è impossibile da sminuire riducendola ad un voto o ad un giudizio che si contrapporrebbe ai lavori epocali della band.

The Prow

Trasmissione di ancor più calma e pace interiore è la traccia successiva,  intitolata The Prow (La Prua): qui Snake incomincia a cantare contemporaneamente all'incedere del pezzo, portando l'ascoltatore alla sua completa attenzione fin dalle primissime avvisaglie del pezzo stesso. Il lavoro svolto in fase di produzione è ineccepibile ed è frutto di un lavoro complesso, che la band ha portato avanti con una cura per i dettagli quasi maniacale sotto ogni singolo aspetto. Gli effetti applicati sulla voce rendono alla perfezione, esaltando le qualità vocali del nostro Snake, anche quelle che sono più melodiche. In complesso una canzone che, fin dai primissimi vagiti, riesce a catturare la nostra attenzione, sfociando in una suite con i fiocchi. Il brano, con la sua spontaneità, possiede una capacità di evocazione unica nel suo genere, che difficilmente riusciamo ancora oggi a trovare nella musica sperimentale. La situazione diventa, passando i minuti, quasi esoterica. Le condizioni in cui ci viene proposta questa canzone risultano così appaganti e così geniali, che non possiamo far altro che applaudire. Abbiamo anche delle poderose scivolate aggressive, che richiedono riff energici e profondi, in cui anche Snake modifica leggermente la sua ugola. Dal canto della sei corde invece, la devastazione procede prima con toni calmi ed accesi al tempo stesso, ed altrettanti invece nel quale la distorsione comincia a farla da padrone, senza nessun timore per il pubblico sottostante. L'inserimento di questi elementi decisamente più muscolosi rispetto a quanto ascoltato fino a questo momento, valorizza ancor di più il brano, senza assolutamente violarne la calma e la grazia di cui è fortemente dotato.. Da ribadire ancora una volta l'esaltante qualità del lavoro di chi ha preparato e infiocchettato questo disco; alcune soluzioni di missaggio rendono l'ascolto accattivante sotto tutti gli aspetti; plauso e gloria quindi ai tecnici del suono che ai tempi operarono sul disco, la loro competenza e professionalità lo rendono unico. Le malinconiche liriche parlano di mare e di amore; si tratta infatti di una dichiarazione alla propria nave del capitano stesso. La felicità espressa dall'uomo nel parlare della propria imbarcazione traspare ad ogni nuova frase, e mentre Piggy continua imperterrito a sfoderare riff di altissima qualità, la canzone prende il volo e si conficca nel nostro cranio, senza preoccuparsi minimamente delle conseguenze. Uno dei momenti più alti di tutto il disco, che rimarrà per sempre negli annali della storia firmata dal gruppo La tranquillità e l'emozione trasmesse rendono questa traccia un qualcosa di unico, e probabilmente una delle più riuscite e godibili dell'intera carriera della band. Il feeling fra i musicisti è assoluto, e il modo in cui la parte scritta da Piggy si mischia alla sagacia di Snake alla voce, è unico. Il percorso della nave sarà sempre meraviglioso finché ci sarà un capitano a proteggerla; ricorda molto alcuni testi dei Running Wild, anche se qui si cerca di dare sfogo alla parte sentimentale ed emotiva del capitano stesso. Salpare alla massima velocità per i mari, consapevoli che vivremo grandissime avventure, fa di questo pezzo una dichiarazione di intenti non indifferente. Purtroppo il minutaggio arriva a fine prima che possiamo godercene ancora, ma come tutte le cose, anche questa deve arrivare ad una conclusione. Brano davvero encomiabile, forse uno dei più interessanti di tutta la compilation; le sue strutture pesanti ma melodiche, i suoi tratti progressivi e la stupenda voce di Snake, fanno da sfondo ad una leggenda che non verrà mai dimenticata, da niente e da nessuno.  

Conclusioni

Che dire di questa compilation, semplicemente intitolata The Best Of Voivod? Beh, è stato sicuramente un bellissimo percorso quello che la band ci ha fatto affrontare in queste dodici tracce. Sono state infatti scelte una o due canzoni per ogni singolo album che la band ha rilasciato dagli inizi della propria carriera fino ad Angel Rat. I Voivod si sono prodigati nel dare un assaggio al pubblico di una fetta della loro storia, quella più intrinseca di violenza e sperimentazione, ma anche cercare di fargli capire il cambiamento a cui sono arrivati nel corso del tempo. Si parla, come abbiamo detto in sede introduttiva, di una band che nessuno ha mai capito fino in fondo, anche se siamo riusciti a comprendere quantomeno che questo è il loro scopo primario. La voglia incessante di andare oltre i propri limiti, di valicare quei confini che sono stati segnati molto tempo fa, è stato il motore propulsivo di tutta la storia della band, ed è così anche oggi, a più di trenta anni dalla loro comparsa sulle scene musicali. I Voivod hanno scritto una pagina di storia musicale che non verrà e non può essere dimenticata. I fan storici li hanno abbandonati, ormai: quando hanno capito ciò che stava accadendo, hanno preferito bollarli come poser, e se ne sono ampiamente fregati. Chi invece li segue dagli esordi, ma ha invece perfettamente capito ciò che la band ha voluto fare fin dai tempi di War And Pain, è rimasto, ed oggi ancora esulta ogni volta che salgono sul palco. Dischi come Dimension, Angel Rat, Nothingface, non hanno assolutamente niente da invidiare a Killing, Rrroooaaarrr o War and Pain stesso, sono due facce della stessa medaglia. Ed è questo che i fan non hanno mai capito fino in fondo; qui parliamo di genio compositivo ai massimi livelli, di quelli che forse si sono visti nel Prog o nel Jazz, ma difficilmente altrove. Per quanto riguarda la compilation nuda e cruda, compratela se non avete mai ascoltato niente dei Voivod. E' un ottimo modo per imparare velocemente i primi 15 anni di carriera della band, con brani estratti da ogni singolo disco che hanno prodotto, cercando di carpirne le differenze, e cercando anche di leggere il percorso che hanno tracciato nel tempo. Un LP da possedere sia per completezza di discografia, ma anche per avere una carrellata veloce ed abbastanza esaustiva della prima parte di carriera della band. Azzeccata anche la scelta dei brani da inserire; ci si è soffermati particolarmente su quelli più interessanti o apprezzati in ogni disco, da quelli più antichi e primordiali, all'ultimo uscito al momento della compilation. Si tratta di un disco che, una volta messo nello stereo, riuscirà a colpirvi senza pietà. Non vi saranno assolutamente momenti morti, anzi, ci sarà solo distruzione, caos e sperimentazione a farvi da allegri compagni. Il voto finale dunque, come potete vedere, è espressione di ciò che è stato appena detto; The Best Of Voivod è un'opera completa sotto tutti gli aspetti, una compilation davvero ben fatta e niente di più di questo (che non è affatto poco, tutt'altro). Proprio per il suo estremo valore documentario, dunque, non ho potuto non assegnarle un voto che fosse quanto meno ben più di una semplice "discreta sufficienza". Si sa, comunemente, qual è il dramma di una compilation: il risultato di accozzaglie senza né capo né coda, tracklist spesso buttate giù alla bell'e meglio da qualche etichetta desiderosa di lucrare sulla band del momento. Un trand a cui label come la "Roadrunner...", giusto per fare qualche esempio lampante, ci aveva abituati nel tempo. Fortunatamente, sia i Voivod sia la "Noise..." hanno voluto distruggere questo trend negativo, presentandoci invece un ampio raggio di situazioni musicali ben collegate fra di loro. Come una collana formata da perle, perfette e ben inserite nel loro laccio; una ad una, prese singolarmente o nel collettivo, le canzoni funzionano. Una bellissima cronistoria che consiglio vivamente a tutti gli amanti della musica pesante e non, proprio perché - parlando dei Voivod - il bello sta nella capacità che questa band ha di coinvolgere persone dai gusti musicali diametralmente opposti. Amanti dell'estremo più oltranzista, della ricerca più folle e particolare... chiunque ha pane per i suoi denti! Dunque, seguite questo consiglio: procuratevi questo lavoro, se avete voglia di intraprendere un bel viaggio fra le sfumature / nervature più differenti e particolari della musica Rock e Metal. Detto questo, non rimane dunque che continuare a seguire ed ascoltare questa band straordinaria; chissà che cosa ci potrà riservare il suo futuro! Non ci è dato saperlo, possiamo solo sperare che sia sempre così strano e conturbante, perché è questa la vera forza dei Voivod. ?

1) Voivod
2) Ripping Headaches
3) Korgull The Exterminator
4) Tornado
5) Ravenous Machine
6) Cockroaches
7) Tribal Convictions
8) Psychic Vacuum
9) Astronomy Domine
10) The Unknown Knows
11) Panorama
12) The Prow
correlati