VOIVOD

Phobos

1997 - Hypnotic Records

A CURA DI
DAVIDE CILLO
01/10/2016
TEMPO DI LETTURA:
9

Introduzione Recensione

Due anni prima "Negatron", pur mostrando diverse qualità, aveva rappresentato un indubbio passo indietro se considerati gli incredibili apici raggiunti dalla band nel corso della propria carriera artistica. Album di impatto, secondo alcuni questa una scelta derivante da ragioni commerciali, "Negatron" aveva visto l'abbandono di quelle influenze di stampo Progressive tipiche della band, vedendo preferito un sound più classico e tipico della scena Heavy Metal di metà anni '90: il growl di Eric Forrest e il pesante riffing cadenzato, prendendo il posto della folle e personale vocalità di Snake e delle celebri ritmiche fuori dalle righe, avevano da un lato trasformato la band, dall'altro provocato il disappunto di numerosi fan storici che videro un ritorno al classicismo come un tradimento. I Voivod, semplicemente, non potevano proporsi come centinaia di migliaia di altre band già esistenti, venendo da un percorso storico che li aveva visti comporre ed eseguire con genialità praticamente ogni tipologia di sound, da quella più spregiudicata ed aggressiva a quella più paranoica, da quella più disturbante a quella più coinvolgente ed evocativa e magari melodica, ed era ciò che praticamente qualunque seguace del complesso canadese realmente si aspettava. Il lavoro di due anni successivo, anno 1997, targato "Phobos", lo si può vedere esattamente in quest'ottica: un riscatto, un ritorno alle precedenti sperimentazioni e sonorità, una voglia di riconquistare ciò che per certi versi si era perso con il precedente lavoro, pur però non discostandosi troppo dallo stesso, anche a causa di caratteristiche fondamentali della nuova line-up, come ad esempio la differente vocalità. Da sottolineare che, quando si parla di "Negatron", si parla comunque di un lavoro che abbiamo giudicato oltre la sufficienza, ma è per il grande spessore della band che realmente ciò che si ricerca deve essere sempre e comunque l'eccellenza. "Eccellenza", nella mia personale visione dei fatti, è impugnare uno strumento essendo se stessi, e non qualcun altro. "Eccellenza", per me, è saper esprimere la propria anima e le proprie emozioni attraverso note musicali, essendo in grado di trasmettere all'ascoltatore ciò che si ha dentro. Al contrario, "eccellenza" non è il proporre un album comunque positivo, ma estremamente in linea con altre release di quel periodo, specie per chi della propria particolarità e della propria capacità creativa, durante il proprio lunghissimo percorso artistico, ne aveva fatto un proprio inno e tramite questa caratteristica raggiunto determinati risultati. Se non ci fosse così tanta stima nei confronti di Away e compagni, allora si parlerebbe di "Negatron" come un ottimo successo. Il trio, composto dal neo-entrato Eric Forrest al basso e alla voce al suo secondo lavoro discografico e dagli storici componenti Piggy e Away, decise di intraprendere una strada in questo senso mai davvero esplorata: quella della psichedelia, per fare un ossimoro quella "nuda" e "cruda", il più sfrontato e provocatorio dei tentativi per compiere discograficamente e con prontezza un passo indietro. Il nono album dei Voivod, rilasciato come il precedente sotto Hypnotic Records, resterà comunque apprezzato dagli amanti delle sonorità più estreme dell'universo metallaro, giungendo ad un compromesso fra il groove e la potenza del sound di "Negatron" e il periodo d'oro della band. Non siamo ancora dunque, per capirci, alla musica folle e tridimensionale di "Nothingface", ma piuttosto ad un passo che rappresenta la volontà di tornare a far considerare i Voivod come la band "irregolare", "folle" e "imprevedibile" che tutti noi conoscevamo, e di cui tutti noi ci eravamo innamorati anno dopo anno, traccia dopo traccia, nota dopo nota. Per la verità, com'è giusto e comprensibile che sia, una piccola frangia dei fan storici ancora non potranno apprezzare il nono lavoro discografico protagonista della recensione odierna: è impossibile infatti, parliamoci chiaro, mettere sullo stesso piano la voce di Snake ed il growl Death Metal di Eric, pur essendo la musica del medesimo immenso valore. Il primo possiede timbro e capacità del tutto uniche e irripetibili, il secondo si limita ad approcciarsi al microfono come migliaia di altri cantanti (e anche "non cantanti") nel pianeta. Ciò che ascolteremo è, piuttosto, una dualità di tracce che meriterà di essere approfondita, un incontro fra le contrastanti capacità artistiche di Piggy e Away e quelle di Eric, un lavoro che in 13 tracce di oltre un'ora e 5 minuti di ascolto, includendo le due bonus tracks finali, ci lascerà ampi spazi alle discussioni. Gli ultimi due brani, che vedono "influenze" e "collaborazioni" particolari, è possibile trovarli unicamente nella più costosa versione del full rilasciata nel Regno Unito. I caratteri con cui sono scritti i titoli delle tracce sul retro dell'album sono scritti da Away in persona in uno speciale font Voivod, mentre le due bonus track sono scritte con un carattere semplice e certamente più visto e comune. Registrato al "Signal to Noise" di Toronto e mixato sempre a Toronto al "Reaction", l'album è stato masterato al "Metalworks" e distribuito in Canada dall'Universal Music. Buon ascolto a tutti, vi auguriamo una lettura piacevole.

Catalepsy I

Apriamo le danze con "Catalepsy I", intro strumentale della durata di un minuto circa. Il brano riflette sin da subito le tendenze psichedeliche introdotte in questo nuovo lavoro della band, presentando un'atmosfera sin dai primi attimi macabra e profondamente oscura. In un continuo e incessante crescendo di puro stampo "pink floydiano", veniamo condotti cripticamente ad un sonoro ripetersi di introspettivi suoni e sensazioni, di accento sì cupo ma allo stesso tempo caratterizzato da toni disturbanti e spinosi. Il ritmo, terminata una regolare accelerazione, ci immerge in un vorticoso suono che si impone in maniera metodica e regolare, progressivamente, fino al battesimo del primo vero e proprio brano del full.

Rise

Arriviamo quindi a "Rise". Ascoltati i primi due colpi di batteria di Away i canadesi ci conducono in men che non si dica in un immaginario scenario disturbante ed evocativo, oltre che contraddistinto da quegli accenti di sound "post-apocalittico futuristico" unici al mondo della band canadese. Dopo qualche secco power chord, la traccia prende quota nel migliore dei modi mettendo sin dai primissimi istanti in mostra un'ottima produzione, in grado di valorizzare pienamente le intenzioni del trio: il sound si mostra infatti potente e di impatto, con quel giusto di sporcizia necessaria per mantenere inalterato ogni aspetto di espressività appartenente al nuovo stile adottato. Sono evidenti qui le maggiori influenze "storiche" della band, un po' a scapito di quelle che in "Negatron" erano provenute dal neo-entrato Eric Forrest, che ad ogni modo trasforma a sua immagine e somiglianza importanti frangenti della traccia tramite la sua vocalità estrema, violenta, graffiata e urlata, ben differente da quella più introspettiva e paranoica che come accennato aveva sempre contraddistinto l'approccio di Snake dietro al microfono. La canzone si evolve in maniera lineare e perfetta, alternando frangenti di velocità media ad altri dove il cadenzato e pesante groove estremo si fa protagonista, mentre ve ne sono altri dove si lascia completamente spazio al coinvolgimento dell'ascoltatore nelle stravaganti melodie create da Piggy e compagni. Ad influenzare le liriche sono più che altro i frammenti più psichedelici dell'intro e della traccia: il racconto ci narra di un viaggio cerebrale attraverso la morte, raggiunta durante il sonno, vero e proprio ponte per una realtà completamente differente e inesplorata. Questa realtà, basata su elementi completamente differenti rispetto a quelli a noi conosciuti, ci trascinerà in uno spaventoso luogo silenzioso composto da fitti scambi di energia e potenti radiazioni provenienti dal cielo, che genereranno una nuova vita composta da una vigorosa e pacifica luce, che ben presto però svanirà portando con sé il ciclico ritorno dell'ombra. 

Mercury

Proseguiamo il nostro percorso con "Mercury", terza traccia del full, che si avvia silenziosamente senza scollegarsi in alcun modo dal brano precedente. Le due canzoni infatti sono realmente unite, scorrendo senza separazione alcuna, ed è possibile comprendere come ci sia stato l'avvio della terza traccia dal netto cambiamento del clima musicale, che diviene ben più pacato ed introspettivo. "Mercury" si contraddistingue sin da subito per una particolare caratteristica: Eric Forrest abbandona spesso la sua vocalità estrema, lasciata in secondo piano sin dai primi frangenti, andando ad interpretare una vocalità "alla Snake", con tanto di effetti di saturazione e voce clean plasmata.  Nel suo svolgimento, il brano alterna continuamente frangenti più "avanguardistici" e fuori dalle righe ad altri più estremi e tipici della scuola Death Metal, senza trascurare in alcun modo sia i violenti groove introdotti nel precedente album sia lo stile classico della band, con un goccio di quella psichedelia introdotta proprio qui in "Phobos", tuttavia in questo pezzo più in secondo piano rispetto ai primissimi frangenti del disco. Principale caratteristica della canzone è la struttura composta da violente ripetizioni di chitarra, inserite tramite una serie di aspri accordi dal sound apocalittico e che porteranno l'attento ascoltatore alla totale immersione nel criptico sound del trio canadese, che lascia come sempre ampi spazi non solo all'originalità, ma all'adottamento di differenti approcci all'interno dei singoli full-length. Il brano racconta della ricerca di una rinascita politica e, in particolar modo, di un tentativo di instaurare l'anarchia sul pianeta di Mercurio. Le liriche dell'intera traccia narrano nel dettaglio di una ricerca di una fonte d'energia, un'energia in grado di donare la libertà dai propri padroni alle anime: gli schiavisti sono infatti malvagi demoni che governano gli spiriti degli innocenti. In questa interstellare guerra politica è di difficile interpretazione comprendere come si sia concluso questo conflitto per la libertà: come spesso accade, il finale del brano rimane infatti aperto ad ogni possibile conclusione, lasciando eventuali deduzioni a chi si approccia all'ascolto.

Phobos

La marcia prosegue nientemeno che con la title track del full-length, intitolata per l'appunto "Phobos". E' proprio la paura ad essere il concetto alla base di questo tetro brano, e che davvero libera i canadesi alle loro grandi capacità artistiche. Sin dai primi momenti, veniamo scagliati in un ambiente rumoroso e che nelle sue continue variazioni intende incutere una piacevole (per quelli che sono i miei gusti in quanto a musica) atmosfera di terrore agli ascoltatori. Le liriche sono lo specchio di queste prime sensazioni: il racconto ci narra di una malvagia e misteriosa super-potenza che sta completando l'ottenimento del controllo totale sulla Terra, pianeta che presumibilmente sarà destinato a divenire colonia e i suoi abitanti prossimi alla schiavitù. Il macabro piano di conquista avviene tramite l'utilizzo della rete, utilizzata come strumento per attuare l'occupazione planetaria tramite determinati portali internet. Nelle liriche è possibile evincere come il progresso tecnologico sia di gran lunga superiore rispetto al nostro attuale, venendo citate strane tecnologie quali "neuroni digitali" e multi-scansioni globali, comunque già molto più attuali oggi rispetto a quando venti anni fa il brano fu composto. Simultaneamente alla parte testuale del brano, la musica aumenta di potenza e cattiveria, intensificando i suoi monocromatici e macabri ambienti in uno sfondo musicale ineguagliabilmente criptico. Il brano torna a mettere in primo piano l'estrema vocalità di Eric Forrest, che qui torna ad avere un approccio esclusivo e tipico delle frange più estreme dell'universo musicale metallaro, con tanto di taglienti scream. Nei momenti in cui il racconto delle liriche si fa più invadente e atroce, la traccia viene condotta ad un'accelerazione, portando l'ascoltatore ad un potente e più classico riff interamente strumentale. Punto vitale della traccia è quando, bruscamente, questa viene rallentata e condotta ad una lentissima sezione musicale dagli evidentissimi accenti psichedelici, vera e propria "parte pregiata" di questa già perfetta traccia, e che vede completare la totale immersione dell'ascoltatore nel tremendo piano di conquista narrato nelle liriche dai canadesi. La canzone si conclude con quella che sembra la vera e propria installazione di un programma, un terrorizzante virus proveniente dalla luna di Phobos, e che porterà senza scampo alcuno distruzione e morte sul pianeta.

Bacteria

Anche la quinta traccia, intitolata "Bacteria", è un tutt'uno con il precedente episodio, come del resto l'intero album è in "concept"; in questo caso percepire il cambiamento di brano diviene tuttavia ancora più difficile, dal momento che lo psichedelico intro del quinto pezzo davvero perfettamente si lega al precedente. Una volta terminata l'introduzione della canzone, che nel profondo colpisce per l'essere fuori da ogni schema musicale a noi noto, la band scaglia violenti power chord di chitarra coadiuvati dalla voce di Eric, qui nuovamente in pulito: la scelta è saggia più che mai, dal momento che sarebbe stato impossibile valorizzare diversamente un intro talmente malato e fuori dalle righe, e che trascina un'atmosfera di terrore anche in misura maggiore rispetto a quanto fatto dalla precedente traccia. Il bellissimo brano mostra sin dai primissimi frangenti di possedere enormi qualità, ricollegandosi in maniera egregia alle atmosfere horror presenti nella precedente traccia valorizzando però al meglio il momento dell'album stesso: musicalmente infatti i canadesi non si discostano più di tanto dalla title track, preferendo però sotto il piano sia musicale che vocale introdurre un ambiente più introspettivo e, concedetemi il termine dialettale, "malato", rispetto a quello più tipicamente metal estremo e quindi da un certo punto di vista più classico di "Phobos". Una grandissima capacità della canzone è quella di utilizzare con grande saggezza i "celebri" accordi avanguardistico-futuristici di chitarra, al fine di valorizzare al meglio la stramba musicalità della traccia, proprio come avveniva nel periodo che potremmo definire oggettivamente migliore dei Voivod dei secondi anni '80. Il lungo brano mette in primo piano il continuo alternarsi fra frangenti più evocativi ed introspettivi e altri più rapidi e potenti ma, tuttavia, questi non sono mai fini a sé stessi ma invece un mezzo per trasmettere le emozioni infinite del brano, i cui accenti di paura e terrore tentano di pervadere l'ascoltatore sin dal primo istante di musica. Il racconto parla di un tremendo morbo che affligge il pianeta, portando l'oscurità nel cielo e una vigorosa e rossa pioggia ad abbattersi sul terreno: terrore e paura sono tornati, e sangue e morte porteranno per anni la fine della vita sulla Terra. Portatore di questo male è un'infezione chimica letale, un virus sconosciuto e proveniente da luoghi misteriosi, in grado di trasformare un pianeta in vita in una grande landa morta e in progressivo decadimento: da questa parassitaria peste non vi è salvezza alcuna, e un singolo batterio è sufficiente a non garantire sopravvivenza alcuna.

Temps Mort

Con "Temps Mort", altra introduzione strumentale, procede il nostro ascolto. Confermata la tendenza concept di "Phobos", con tanto di serrati collegamenti, il brano presenta una cupa armonia funeraria che, in men che non si dica, scaglia l'ascoltatore in una tetra atmosfera composta da misteriosi accenti mortuari. Il bellissimo intro, tramite elettronici suoni di sottofondo, riesce a trascinare con sé tutta la grandezza artistica del trio canadese, vedendo l'ascoltatore immerso in una realtà senza alcuno spazio o tempo, facendolo trovare sperduto e perso nell'abbandono, l'abbandono del solitario e post apocalittico freddo universo Voivodiano.

The Tower

Concluso l'intro, che possiamo senza mezzi termini definire un intro capolavoro per l'infinita immedesimazione che ci ha provocato, si procede con "The Tower", altro grande pezzo di questo capitolo discografico. Il brano si apre con un potente riff di chitarra composto da una serie di secchi ma articolati accordi nella pura scuola della band, che introducono l'ascoltatore nel pieno di un brano ricco di energia e di follia. Per quanto riguarda la parte vocale, qui si sceglie di tornare ad un cantato perlopiù estremo, in parte anche per assecondare le esigenze della traccia, ma non viene se non parzialmente trascurata la grande vena di misteriosità che aveva caratterizzato l'intro: per tal motivo, spesso e volentieri, durante i riff chitarristici viene inserita una sottile e saturata voce in low-fi, che con il suo timbro robotico e alterato dona quel tocco di magia unico alla traccia. Semplicemente stupenda la sezione di metà brano, dove vediamo tre accordi ripetersi in sequenza in un costante rallentarsi, che culmina nell'abbandono della distorsione e nell'ingresso di un tetro arpeggio chitarristico coadiuvato da persuasivi e tenebrosi suoni elettronici. L'effettata voce di Eric si appresta a prendere successivamente sempre più forma, tramite un progressivo aumento di volume che riconduce l'ascoltatore alla potente e articolata sezione di chitarra; ancora una volta, il brano termina poi con un ritorno alla melodia, dove un tranquillo ma fosco arpeggio di chitarra conduce l'ascoltatore alla conclusione della traccia, in un epilogo tanto piacevole ed imprevedibile quanto ininterpretabile. Altrettanto si può dire delle liriche, che narrano di un conflitto fra due potentissimi uomini/divinità. La canzone, intitolata per l'appunto "the tower", prende il nome dalla tetra torre che, tramite il suono della sua campana fantasma, attira le persone vicine attorno a sé. Questo avvicinamento del popolo alla torre sembra essere uno strano rituale dall'esito tetro, in quanto conduce le vittime alla morte e le anime al sacrificio, dopo aver fatto abbandonare i corpi degli inconsci abitanti ad una bizzarra danza oscura, che ne raccoglie l'energia necessaria al fine di affrontare la divinità avversaria.

Quantum

Non da meno l'ottava traccia, intitolata "Quantum", che dopo aver introdotto sin dai primi istanti un profondo e cupo suono di base dal netto accento macabro ed enigmatico introduce un piatto ma sibillino suono tanto fosco quanto sotto un certo punto di vista ermetico ed intoccabile. Gli stessi mille aggettivi potremmo utilizzare per il successivo riff di chitarra, che su velocità media introduce la reverberata voce di Eric Forrest, mentre per la prima volta la sei corde si appresta almeno per qualche frangente a rilasciare una sezione di chitarra più classica e all'insegna del Thrash vecchia scuola, con tanto di plettrate in down picking su corda vuota. Il brano, presentando una certa semplicità di base, ha l'immensa qualità di riuscire a plasmare una linea musicale che è di fatto essenziale in un qualcosa di molto più profondo e coinvolgente, dai caratteri ignoti e dimenticati. Geniali in questa canzone i suoni di chitarra solista utilizzati da Piggy nella seconda parte della traccia, che valorizzano al meglio la stravagante e geniale atmosfera Voivodiana. Detto questo, "Quantum" si mostra allo stesso sia potente che incisiva al punto giusto, proprio come farebbe un sano brano di stampo Heavy Metal settantiano, creando un mix dove davvero nulla è lasciato al caso, se non le differenti sensazioni che ogni singolo ascoltatore può provare all'ascolto perché, si sa, ognuno ha le proprie orecchie e la propria mente. Da sottolineare è la conclusione della traccia, elemento che passa assolutamente in primo piano per la vibrante forza degli avanguardistici accordi, che si susseguono con regolare continuità in un crescendo del suono che conduce colui che si approccia all'ascolto alla conclusione nel più naturale e lineare dei modi: l'epilogo avverrà infatti in maniera tanto brusca quanto naturale, lasciando in un batter d'occhio l'immediata comprensione di essere nella traccia successiva. Dal punto di vista lirico, sembra in qualche modo di essere nella parte II della precedente traccia, tant'è che la narrazione testuale di "Quantum" comincia citando quella che presumibilmente è la medesima torre di cui si era parlato nel precedente brano. Detto ciò, qui ad essere protagonista non è alcun malvagio rituale dell'anima, quanto uno strano processo di clonazione e di alterazione della struttura, che si evolve nelle brevi liriche riportandoci con la mente a testi della band dell'era di "Killing Technology", dove la tecnologia era per l'appunto non un mezzo ma la vera e propria causa della débâcle umana.

Neutrino

Continuiamo il nostro ascolto con il nono pezzo, intitolato "Neutrino". Ancora una volta la parte testuale del brano ci reimmerge nei particolarissimi immaginari ideati dalla band, e in particolar modo dal batterista Away, vero e proprio creatore delle ambientazioni dove, sin dalle origini, si è collocata la musica del complesso canadese. Nel brano si narra della correzione di un programma, inteso come vera e propria fonte dello stato delle cose presente nella realtà, in grado perfino di plasmare le menti e ordinare la società in un determinato modo. L'intento del protagonista della narrazione è quello di contrastare e rovesciare l'ordine delle cose e, modificando il programma, si giunge al punto di resettare le persone morte e riportarle in vita. Tuttavia, i tentativi di libertà vengono negati dal ripristino del programma, giungendo al paradosso che la propria esistenza possiede un valore minore rispetto a quello della libertà stessa. Musicalmente, la canzone lascia sin dai primi momenti un incredibile impatto per la sua incredibile imprevedibilità, che davvero lascia l'ascoltatore ignaro di ogni possibile evoluzione della traccia. I primi tre minuti, silenziosamente cupi, vedono solamente un riff di chitarra dagli accenti arabeggianti interrompere, ad intervalli regolari, il cupo e silenzioso sottofondo delle prime battute della canzone. Il "debutto" del canto nel brano avviene al 4° minuto, quanto la saturata voce di Eric "alla Snake" anima prima in clean, poi in scream, i particolarissimi riff di chitarra, che susseguendosi in un vorticoso intreccio divengono progressivamente più rapidi e potenti. Se nella parte centrale della canzone la rapidità funge da elemento portante nell'imprimere la giusta aggressività a questo nono episodio, nel finale prende il sopravvento il pesante groove chitarristico con tanto di rallentamento, sebbene le pesanti ritmiche vedano l'introduzione di una vocalità estrema solo in un secondo momento. Come non frequentemente succede, i canadesi scelgono infine di chiudere la traccia con il "ritorno" all'introduzione, dove viene senza modifica alcuna riproposto il cupo avvio del brano. 

Forlorn

Passiamo al decimo episodio, che si intitola "Forlorn", e che ci riporta sin dai primissimi secondi alle atmosfere cupe che avevamo ascoltato in tracce quali "Temps Mort" e per certi versi l'intro di "Bacteria", con la differenza che in questo caso ci ritroviamo dinanzi ad un intro destinato ben presto a terminare e a lasciare spazio ai potentissimi riff di chitarra di Piggy. Il brano mantiene costantemente il suo tema principale senza mettere in mostra particolari cambiamenti tonali, ma nonostante ciò riesce a mostrarsi costantemente dinamico e movimentato, vedendo utilizzato solo parzialmente il potente cantato scream di Eric, alternato ad una vocalità parlata e saturata, che in maniera per l'appunto distorta si va a congiungere alle già bellissime e soffocate ritmiche del chitarrista, di qualità unica come sempre e difficilmente imitabili. La canzone, nonostante la sua venatura estrema, è intrisa di un'evocatività grandiosa, che nota dopo nota ci abbandona ad un universo immerso nel ghiaccio e nella più totale desolazione, un luogo privo di flora, fauna e qualsiasi cosa che possa anche solo rinfrancare l'uomo del fatto che realmente esiste. E' questa incredibile sensazione di "distanziamento" che la band riesce a trasmettere uno dei principali punti di genialità di questi brani, per un lavoro che complessivamente si rivela allo stesso tempo sia divertente in senso stretto che incredibilmente valido a livello artistico. La traccia, prettamente distorta, si conclude in maniera più naturale che mai con un tetro arpeggio di chitarra, coadiuvato da alcuni macabri effetti elettronici in background che ne enfatizzano la già grande evocatività. Le liriche ci narrano di un protagonista di nome Anark, appena tornato da un viaggio interstellare con l'intento di salvare il proprio mondo da un malvagio conquistatore straniero. Sfortunatamente, il nostro personaggio si ritrova solo, debole e spaesato in un pianeta che non conosce, dove si impegna a combattere solo contro se stesso nel tentativo di raggiungere almeno momentaneamente la sopravvivenza. Anark si ritrova in un vero e proprio inferno, devastato, e l'epilogo del racconto ci lascia intendere che per il protagonista della vicenda non vi sarà alcuna possibilità di salvezza, dal momento che il personaggio chiuderà gli occhi e si preparerà a svanire.

Catalepsy II

Terminato il brano precedente, procediamo con "Catalepsy II", breve pezzo strumentale della durata di un minuto, e che almeno dal titolo sembrerebbe rappresentare l'atto conclusivo dopo quello d'apertura, "Catalepsy I" per l'appunto, che aveva aperto il nostro ascolto del full-length protagonista della recensione odierna. Effettivamente, ci basta ascoltare pochi secondi per comprendere che ci ritroviamo ad ascoltare esattamente la continuazione della prima traccia, proseguendo il pezzo con lo stesso suono con cui si era chiuso il precedente. Questo "secondo episodio" di Catalepsy altro non è che un atto conclusivo, oltre che una vera e propria ripetizione, che persegue l'intento di lasciarci con la comprensione di quanto sia strutturato alla "concept" maniera questo stupendo full-length targato Voivod.

Bonus Track: M-Body

Terminato il nostro ascolto, ci dedichiamo ora all'analisi delle due tracce bonus, partendo dal dodicesimo episodio "M-Body", brano che vide la collaborazione nientemeno che di Jason Newsted, all'epoca ancora militante nei Metallica, storico bassista e da sempre vicinissimo alla band canadese. Effettivamente, i primi secondi ci sparano subito dritto nei timpani il potentissimo suono del quattro corde di Jason, mentre la soffocata e malvagia voce ci impressiona nell'introdurre lo stravagante riff chitarristico, avanguardistico e dal grande impatto, e che ci abbandona ad un brano ben più breve, serrato ma certamente non "meno studiato" rispetto a quelli tipici del resto del full e che ci hanno accompagnato fino a questo momento. All'interno di un pezzo metal estremo come "M-Body" ci ritroviamo anche quella straordinaria vena artistica, mantenuta immacolata, dove potenza e stravaganza si congiungono sotto un'unica ed estrema anima, che ci scaraventa attraverso sequenze musicali tanto imprevedibili quanto difficilmente ascoltate precedentemente nel mondo della musica. Nella traccia la parte vocale ha ampi spazi, e davvero funge da elemento portante nell'imprimere i caratteri "estremi" del brano all'interno dell'ascoltatore, sebbene anche gli elementi musicali lascino ben percepire di essere dinanzi ad un qualcosa dal valore compositivo assoluto. Le liriche della traccia, di difficile interpretazione, vedono protagonista la mente introspettiva di un giovane ragazzo abbandonato ai suoi pensieri, non di rado violenti e ambigui. E' necessario sottolineare l'importanza storica della partecipazione di Newsted dal momento che, già nel successivo full-length "Voivod", il celebre bassista divenne a tutti gli effetti un componente della band con l'uscita dal complesso del vocalist-bassista Eric Forrest, sostituito dal tanto atteso ritorno di Snake e per l'appunto dall'ingresso di Jason.

Bonus Track: 21-st Century Schizoid Man

La seconda bonus track, "21-st Century Schizoid Man", è una cover dei celebri King Crimson, band amatissima dai canadesi, e con la quale per la verità i Voivod condividono diversi punti: basti pensare ai differenti generi sperimentati nel corso della propria carriera sia dagli inglesi che dai canadesi, che davvero hanno toccato numerose sfaccettature musicali fino all'inverosimile, oltre che dalle influenze non evidenti ma che è possibile percepire dai più attenti, specie negli arrangiamenti di qualche lavoro. Rispetto alla celebre versione originale, i Voivod adottano una distorsione visibilmente più estrema, sostituendo inoltre la vocalità dei Crimson con un approccio che dietro al microfono si erge più graffiato e saturato, stavolta più vicino ad alcune tipologie di "blues alternativo/sporco" che alla musica metal in senso stretto ascoltata durante l'album. Un'altra sostanziale differenza è la maggiore velocità adottata dai Voivod, specie in alcuni frangenti, e il più aggressivo approccio adottato durante la traccia, specie per quanto riguarda le percussioni. Come con "Astronomy Domine", cover Voivodiana dello stupendo e storico brano dei britannici Pink Floyd, l'originalità e la voglia di personalizzare certamente non manca, e in particolar modo questa diviene evidente nella seconda parte della cover, dove il trio canadese si scatena con cambiamenti, stacchi e personalizzazioni chitarristiche. Il brano, nelle sue brevi e semplici liriche, narra di ogni differente problematica dei nostri tempi, soffermandosi in particolar modo sui numerosi fallimenti della nostra società: l'avidità degli uomini e dei politici, il valore del denaro e del potere anteposto a quello della vita, civili innocenti incendiati con il napalm (facili qui le contestualizzazioni storiche con la guerra in Vietnam), bambini senza cibo alcuno con cui potersi nutrire. Il nostro ascolto si chiude così, con questa bellissima ed esemplare cover, ed è tempo per noi di dedicarci all'analisi di questo lavoro, il nono pregiato pezzo della discografia dei Voivod.


Conclusioni

Con "Phobos" abbiamo ascoltato un album geniale sotto ogni punto di vista, da molti purtroppo sottovalutato, in grado di trascinare con sé sensazioni irripetibili. Il lavoro, grazie alla sua potenza e al suo impatto sonoro, congiunti con le immense capacità artistiche del trio, sarà in grado di catapultarci all'interno di una sorta di apocalisse interstellare, dove il nostro corpo si scinderà alla nostra anima in un macabro viaggio attraverso le stelle e popolazioni lontane, luoghi sperduti e abbandonati, talvolta senza spazio alcuno né tempo, in realtà sconosciute e composte talvolta di materia talvolta di energia: in poche parole, il genio puro della band, per un full-length che allo stesso tempo riesce a mostrarsi energico, tetro e "distante". I fan storici della band, che magari anche a buon ragione hanno bocciato "Negatron", dovrebbero a mia opinione dare una speranza a questo album e cercare di capirlo e valorizzarlo, perché qui vi è una grande musica che va oltre la presenza di un cantante o un altro, vi è un valore artistico inimmaginabile. Durante il disco, i Voivod osano "oltre i Voivod stessi", introducendo nuovi canoni e nuove sperimentazioni all'interno della loro già stravagante musica, riuscendo a 360° a riscattarsi per le delusioni provocate a più d'uno dal precedente capitolo discografico, che aveva lasciato un po' di amaro in bocca per numerosi aspetti. Da un lato, è impossibile non ammettere che pensando ai Voivod viene naturale pensare alla voce di Snake, l'espressione per eccellenza della follia e del genio artistico della band. Dall'altro, se la musica è grande, e certamente lo è, e se la voce tutto sommato così male non è, e anche questo certamente possiamo dirlo, perché non tentare di allargare le proprie vedute? Ancora una volta, i canadesi dimostrano al mondo di poter essere "progressive" anche senza smisuratezze tecniche, anzi, che delle volte l'essenziale può riuscire a trascinare l'ascoltatore ancor più di qualche superfluo tecnicismo musicale. Per carità, parlando dei Voivod non parliamo certamente dei primi musicisti arrivati, ma sarebbe alquanto fuori luogo paragonare la band ad altre composte esclusivamente da "virtuosi" dello strumento, non solo sotto un punto di vista tecnico, ma appunto anche per la maggiore essenzialità (intesa come libertà dai tecnicismi) della composizione. Da premiare assolutamente l'uso dell'elettronica all'interno del full, che permette ai canadesi di toccare confini prima mai esplorati, all'interno di un album che se non si ponesse in questi modi non sarebbe probabilmente altrettanto apprezzabile: basti pensare ad un intro come "Temps Mort", autentico capolavoro, che a metà full-length davvero strega e cattura l'ascoltatore "ricatapultandolo" nei più grandi e tetri meandri dell'ascolto. Tornando alla vocalità, qui Eric Forrest comunque compie un passo in avanti rispetto al precedente lavoro "Negatron", abbandonando uno stile metal estremo in senso stretto e adottando quest'ultimo insieme ad un cantato pulito e più vicino allo stile di Snake: questa dualità, a mio modo di vedere le cose, premia l'approccio dietro al microfono molto più rispetto a quanto fatto due anni prima, dove una minore versatilità aveva per certi versi limitato la riuscita del prodotto. Il batterista Away, è possibile capirlo, ascoltarlo e percepirlo, lo ascoltiamo migliorare album dopo album, dal punto di vista compositivo/artistico prima di ogni altra cosa. Il lavoro di Piggy è encomiabile come sempre, e davvero garantisce ai Voivod un tocco unico e personalissimo. Per quanto riguarda le liriche, i canadesi riescono al meglio a stregarci e a saper valorizzare l'anima, la logica, la "ratio", dietro la composizione della propria musica: con "Phobos" e "Bacteria", ad esempio, la parte testuale si impone in maniera autorevole e rende benissimo con ogni frangente musicale di timore e paura, con "The Tower" si riesce persino a valorizzare (qualora ce ne fosse stato il bisogno) la precedente strumentale "Temps Mort". Il bellissimo artwork riesce perfettamente al medesimo fine, quello di rappresentare in maniera egregia la parte musicale: l'ambiguo disegno mostra uno strano muro rappresentato da un viso, dove differenti macchinari si attaccano come a risucchiarne e estrapolarne l'energia. Questo viso, che rappresenterebbe quello di una vittima per antonomasia, vede intensificati gli accenti di sofferenza dalla scelta dei colori, di tonalità rosso e viola, e che enfatizzano al massimo ciò che il titolo in basso a destra sostiene? "Phobos", ovvero paura.

1) Catalepsy I
2) Rise
3) Mercury
4) Phobos
5) Bacteria
6) Temps Mort
7) The Tower
8) Quantum
9) Neutrino
10) Forlorn
11) Catalepsy II
12) Bonus Track: M-Body
13) Bonus Track: 21-st Century Schizoid Man
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