VOIVOD

Negatron

1995 - Mausoleum Records

A CURA DI
DAVIDE CILLO
20/07/2016
TEMPO DI LETTURA:
7

Introduzione Recensione

Nella storia dei Voivod da noi narrata fino a questo momento, la band aveva sempre avuto un minimo comune denominatore. Lo "zoccolo duro" del complesso, ovvero il vocalist "Snake", il chitarrista "Piggy" e il batterista "Away", avevano di comune accordo fatto nascere e crescere la band, in continua evoluzione attraverso tutte le sue fasi artistiche. Una qualità che, se ci pensate, è da dirsi a dir poco rara: basterebbe considerare non solo le innumerevoli sfumature stilistiche toccate dai canadesi nei loro primi 14 anni di carriera, ma l'efficacia e la saggezza con cui ciò che è avvenuto. Sette album, ognuno adatto per un momento diverso della propria vita e un momento diverso del proprio stato d'animo: quante altre band hanno, pensandoci, regalato tali soddisfazioni ai propri fan? Con gli ultimi da noi recensiti, "Angel Rat" e "The Outer Limits" si raggiunse l'esempio massimo di tale tendenza, con la proposta di due album anch'essi stupendi, ma con sonorità talmente più melodiche rispetto a quelle degli esordi da testimoniare la straordinaria completezza artistica del combo canadese. Una band che, in fin dei conti, ha sempre fatto evolvere il proprio sound, senza mai andare veramente a toccare i lidi del "classico gruppo Thrash Metal uguale a tanti altri"; lo dimostra senza ombra di dubbio il fatto che, ancora oggi dopo tanti anni di carriera, i Voivod siano seguiti da schiere di fan provenienti dalle realtà più disparate del mondo musicale, dagli Hardcore Kids in camicia e tatuaggi, ai metalheads più incalliti. Un gruppo di cui, sinceramente, mai si potrebbe smettere di parlare e di studiare, e che se si ha quel minimo di cultura musicale che serve, non annoia mai qualunque scelta facciano. Un gruppo che ci ha donato talmente tanti misteri, atmosfere, sfumature, che se ne dovessimo approfondire e analizzare la carriera con attenzione seriamente finiremmo per fare non l'alba, ma il mese successivo. Ebbene, dopo questi 14 anni di gloriosa attività condita da 7 album, in molti conoscevano i Voivod. Neanche lontanamente abbastanza, questo per noi bisogna dirlo, per ciò che la band avrebbe meritato. Difficile risalire alle ragioni dello "scarso" successo della band, ma probabilmente molti pregiudizi dovuti alle origini metallare del complesso hanno ingiustamente penalizzato questo gruppo. Oltre questo, bisogna considerare che il sound proposto anche nei lavori successivi è stato quello che io stesso ho definito l'"anti-commerciale" per eccellenza, spiegandone le ragioni, quindi sarebbe anche sbagliato dare per scontato che tutto sia riconducibile alla genesi metallara della band. Una cosa resta sicura: coloro che hanno saputo scoprire passo dopo passo i lavori di questo gruppo hanno avuto la possibilità di comprendere, e sicuramente avranno compreso, di aver trovato un autentico tesoro fra le mani. Che dire, alla soglia del 15° anno di attività per i Voivod qualcosa stava per cambiare. Dopo le recenti rivoluzioni nella line-up, cominciate con l'abbandono del bassista Blacky, una molto più importante era alle porte: l'uscita dalla band a causa di uno stato di depressione del cantante Denis Bélanger, in arte Snake, uno dei veri tasselli fondamentali dei Voivod ed elemento cardine di ciò che abbiamo tanto amato, apprezzato e raccontato. Al suo posto Eric Forrest, giovane cantante/bassista 24enne, che avrebbe quindi anche coperto il tassello mancante al quattro corde lasciato anni addietro dalla partenza di Blacky. Prima di immergerci in questo ascolto, è dunque necessario avere un approccio particolare e prepararci ad una proposta musicale non solo ancora una volta differente, come già spesso è (piacevolmente) successo nel nostro ascolto dei canadesi, ma è anche importante saper contestualizzare gli effetti che una partenza come quella del frontman Snake potrebbe aver avuto dal punto di vista della ricerca di un riadattamento musicale. Come ben sappiamo, infatti lo storico vocalist della band era in grado di interpretare in maniera completamente unica determinati aspetti della musica, aspetti che in questo full potrebbero essere prevedibilmente rivisitati o in ogni caso drasticamente ridotti. Con questi punti interrogativi ci prepariamo a raccontare di questo album, rilasciato in Canada in CD e cassetta il 5 Dicembre 1995 tramite Hypnotic Records, mentre la versione europea fu curata dalla label belga "Mausoleum Records", di cui abbiamo già accennato in numerose nostre recensioni per le collaborazioni con band cult del panorama heavy come Angel Witch e Ostrogoth. Con questo disco la band volle ed ha voluto ancora oggi dimostrare al proprio pubblico, ed a sé stessi, di riuscire a farcela anche senza la massiccia presenza di Snake; con Negatron i nostri alfieri canadesi ci porteranno in un mondo strano, come è sempre stato il loro peraltro, ma sotto gusti e stelle che non avevamo mai ascoltato veramente. I toni scuri si fanno ancor più cupi e lisergici, le atmosfere come vedremo durante il track by track, diventano decisamente più oppressive, ed il tutto viene come sempre condito da quella sfilza di suoni e dinamiche "meccaniche" che li hanno resi celebri per tutta la loro carriera. Il nostro ascolto sarà composto da 10 tracce, e avrà una durata complessiva superiore ai 51 minuti. Mettetevi dunque comodi, auguriamo buon ascolto a tutti!

Insect

Partiamo con "Insect (Insetto)", traccia che mette in evidenza sin da subito l'attitudine al groove di questo album: ritmi cupi e cadenzati infatti caratterizzano da subito questa canzone, permettendoci anche di percepire le differenze che potranno esserci con i lavori precedenti. Grandissime le innovazioni a livello vocale visto che, con il passaggio di consegne, ci ritroviamo dinanzi ad una voce con caratteristiche molto più estreme e più tipiche di quelle band che fanno della potenza del sound e dell'aggressività dei lenti groove le loro caratteristiche. Non si abbandonano tuttavia tutte le bellezze che hanno reso i Voivod unici nel loro percorso, in particolare questo sound di pesantezza sonora si unisce a quello tipico della band di fine anni '80, quindi sono preservate tutte quelle particolarità e quegli elementi che hanno fatto conoscere a tutto il mondo i canadesi per la loro originalità e di cui abbiamo abbondantemente narrato. Lo stesso si può dire per i frangenti sperimentali, non minimamente sovrastati dal sound potente, robusto, aggressivo e cadenzato messo in mostra in questa prima canzone dell'album. Si sente una voglia abbastanza smodata dei nostri canadesi di varcare i limiti che avevano avuto fino a quel momento nella loro carriera; sicuramente l'abbandono di un componente così importante e che tanto aveva dato al sound del gruppo, è stato un duro colpo. Eppure i nostri alfieri della sperimentazione non si sono persi d'animo, anzi, si sono rialzati in piedi con fare da guerrieri ed hanno sfornato un album che, per quanto si discosti abbastanza da ciò che abbiamo sentito fino ad ora, non se ne separa del tutto, conservando quella vena inesauribile di ricerca del suono che i Voivod hanno sempre avuto. Altra caratteristica di questa traccia è il gran lavoro di Away dietro le pelli, che con il doppio pedale svolge un lavoro ben superiore rispetto a quello che necessitava il sound del primo periodo della band. Le liriche dell'album ci raccontano di uno scenario apocalittico, dove una forza malvagia e misteriosa si cimenta nella conquista del mondo, che stravolgerà con malvagità e spietatezza. Questa figura, riconducibile in più parti a quella di Satana, si farà adorare e controllerà le sue vittime conducendole alla dannazione, modificandone il destino in un qualcosa che nessuno dovrebbe mai sperimentare. "L'insetto" è una metafora per qualcosa che nasce nella testa di colui che è in procinto di seguire il male abbandonando tutto ciò che è buono, contribuendo alla devastazione della Terra e all'istituzione di una nuova era di schiavitù che porterà tutta l'umanità in ginocchio a tradire il proprio Dio e a giungere alla dannazione eterna, la più tremenda delle sorti, un destino che porta ad essere impotenti dinanzi ad una fine di puro orrore.

Project X

Si procede con "Project X (Progetto X)", la seconda traccia di questo full-length. Sin dai primi istanti, la canzone sottoscrive l'attitudine alla potenza del sound, anche se stavolta è il quattro corde che contribuisce in maniera importante a creare questo muro sonoro di robustezza e compattezza. Assistiamo inoltre alle capacità del nuovo vocalist, molto abile nel ricoprire sia le sfaccettature più estreme e aggressive sia quelle più criptiche e fuori dalle righe tipiche dell'irraggiungibile Snake. La canzone si contraddistingue per l'alternarsi fra frangenti aggressivi, dove Away svolge ancora una volta un grande lavoro di doppio pedale e altri più sperimentali e avanguardistici ma ugualmente potenti che tanto ci riportano con la mente a quelli che sono stati il terzo e quarto album della band. Tuttavia, questa nuova immagine dei quattro fatta tutta di groove e compattezza è tutt'altro che fuori luogo, anzi senz'altro interessante e piacevole, dal momento che ci dà la possibilità per la prima volta di assistere ai canadesi che inseriscono il loro caratteristico sound in frammenti estremi mai precedentemente introdotti nel già vastissimo "range" di sperimentalità della band, e che ben ci ha dato la soddisfazione di apprezzare alla stessa maniera tipologie di sonorità così variegate e contraddistinte fra loro. Una canzone che dunque mette in evidenza quelle che sono le peculiarità della band nella seconda parte di carriera; certo, la completa assenza di assoli di chitarra, che erano stati uno dei motori trascinanti della primordiale formazione, pesa un po' ai primi ascolti. Eppure, più che andiamo avanti a premere play e riavvolgere il nastro, più che questo disco sviluppa un vero e proprio baco nella nostra testa, ci entra dentro e, nonostante non sia esente da difetti (che elencheremo nelle conclusioni), risulta comunque affascinante. Il racconto di questa canzone non abbandona le tematiche apocalittiche della precedente, anzi vi sono riferimenti biblici: infatti, la nostra attuale era viene descritta come quella finale dell'umanità, dal momento che il giorno del giudizio è in procinto di arrivare spezzando le catene che ci legano a questo mondo fatto di corruzione ed egoismi. Tuttavia, i collegamenti con l'Apocalisse si spezzano nella seconda parte del racconto, dove alla scomparsa della Terra viene sostituito, un po' come sarebbe successo nel nostro amato "Killing Technology", l'arrivo di una nuova razza di umani provenienti da un misterioso "progetto X", volto ad annientare una volta per tutte quelle che sono le nostre radici con questo pianeta.

Nanoman

Proseguiamo le danze con il terzo episodio di questo full-length, intitolato "Nanoman (Nano - Uomo)". La canzone si apre con la batteria di Away, che con un intro cupo e dall'enfasi tribale si congiunge ad un robusto e ritmato riff di chitarra. Qui vengono per la prima volta eliminati i tempi lenti e cadenzati a favore di una velocità media, quindi a tratti più lenta a tratti più rapida. Questa traccia si caratterizza sin da subito per la sua enorme "attitudine" metallara, probabilmente superiore a tutto quello ascoltato dalla band negli anni subito precedenti, sebbene sia stata conservata una piccola tendenza alla sperimentazione. Impossibile è non citare ancora una volta le apprezzabilissime cavalcate in doppio pedale di Away, mentre per la prima volta questo album si distacca da quella che a questo punto dobbiamo ritenere una sua caratteristica: l'assenza di assoli di chitarra. Questo episodio ci mostra infatti un breve e funzionale assolo che ci porta per qualche secondo ad apprezzare le melodie del brano, conducendoci alla sua conclusione a qualche brevissimo istante di sperimentalità. Tuttavia, c'è da dirlo, questa traccia lascia davvero meno spazio di quanto ci aspetteremmo alla sperimentalità e caratterizzazione dei Voivod per come li conosciamo, concentrandosi più su aspetti estremi e metallari in senso stretto. Un momento che i nostri canadesi si sono voluti (in maniera assolutamente razionale, bisogna sottolinearlo) ritagliare per tornare un po' alle origini della loro carriera; in realtà, più che di origini, forse sarebbe il caso di parlare di vero e proprio old school sound a tutti gli effetti. Se non fosse per l'assenza dei soli infatti, ascoltando questa traccia ci parrebbe tranquillamente di trovarci in un album degli anni '80. I nostri però, data la loro vena compositiva inesauribile, ci mettono "del loro" anche all'interno di un brano la cui base è tutt'altro che lisergica e strana, donandogli quel sapore voivodiano riconoscibile al primo colpo. Tutt'altro si può dire delle liriche, sperimentali e avanguardistiche più che mai e ancora molto in linea con il periodo di "Killing Technology". Qui protagonista è una misteriosa e malvagia razza di nano uomini, che trasformano tutto ciò che vedono in loro simili. Simili a dei bambini, questi piccoli umani porteranno gli atomi a modificarsi e i satelliti a sparire, conducendo l'umanità ad una nuova era di erosione governata dalle macchine, dove un nuovo modo di essere sussiste al centro di ogni cosa e plasma tutto ciò che noi conosciamo verso distorsioni metafisiche totalmente estranee alle nostre concezioni del mondo.

Reality?

E' esattamente questa anche la tematica della canzone successiva, la quarta di questo full-length, intitolata "Reality? (Realtà?)": già il titolo della traccia dovrebbe lasciare spazio all'immaginazione delle tematiche, che pieni di entusiasmo andiamo subito ad affrontare. Qui protagonista è un'anima perduta, che si trova a lottare contro una forma di vita a lui disturbante, e che ostacola la sua comprensione della conoscenza. La conoscenza è qui intesa come sapienza sull'ordine delle cose e della vita, in uno stato di cose che spesso provoca uno stato di tensione e, in questo caso, porta la povera anima a ritrovarsi come sotterrata in un luogo ad essa sconosciuta. A questo punto è consona la domanda: "E' questa la realtà?". In un limbo di confusione, l'anima assiste ad una serie di forme di energia distorte e non ben definite, finché una voce sussurra qualcosa di non specificato e non definito all'interno del racconto di questa canzone. Ad ogni modo, il finale non è dei più positivi, dal momento che l'anima si sente tormentata e, in uno stato d'ansia, si sente di dire addio alla propria sanità mentale. A livello di sound, ciò che era avvenuto nel brano successivo "Nanoman" viene confermato solo in parte, visto che la potenza e l'aggressività sonora rimangono gli elementi principali, ma c'è quel ritorno alla sperimentalità e alla follia che per antonomasia contraddistingue e ha sempre contraddistinto i quattro ragazzi canadesi. In tal senso, anche la voce ricopre un ruolo importante: questa, pur sapendo ricoprire in maniera più che sufficiente quelle sfaccettature più caratteristiche della vocalità di Snake, tira fuori il meglio di sé in quei frangenti più duri e potenti, aggressivi e diretti. Da sottolineare è la presenza di un assolo tanto breve quanto rapido, e che svolge un importante ruolo nel "ricondurre" la traccia a ritmi ben più elevati e spediti di quanto ascoltato fino a questo momento: la conclusione del brano è tutta di velocità e aggressività, novità assoluta nell'ascolto odierno di "Negatron". Un brano in cui per un attimo ci sembra quasi di tornare ai fasti dei primi album firmati dalla band; chiariamoci, senza nulla togliere a ciò che stiamo recensendo, vero esercizio di stile ad altissimi livelli, ma in questa domanda "senza risposta" riusciamo a percepire abbastanza bene quella voglia di tornare un attimo sui propri passi. Si ha questo enorme zoccolo duro quasi Hardcore Punk che si erge e sovrasta per un momento le dinamiche Groove che permeano il CD nella sua interezza, ed al contempo quel micro solo posto quasi come uno schiaffo fulmineo in faccia, ha una sola funzione, farci spaccare la testa in due quando lo ascoltiamo.

Negatron

Su toni misteriosi e criptici la band ci accompagna a ciò che per noi sarà l'ascolto della title track, dunque la canzone intitolata per l'appunto "Negatron", la quinta di questo lavoro e della durata di sette minuti, motivo per cui dedicheremo a questo episodio qualche rigo in più rispetto a quanto fatto precedentemente. L'inizio si avvolge intorno ad un grande alone di misteriosità, dove la base ritmica formata da basso e batteria ci conduce attraverso un'evoluzione dove la chitarra lascia lo spazio al grande protagonismo della voce, che qui si fa davvero estrema come non mai: il vocalist si cimenta in frangenti di espressività davvero estrema e rauca, talvolta quasi affacciandosi alla tecnica dello scream. Nel brano è elemento fondamentale l'alternarsi fra due parti quanto distanti e contraddistinte quanto ben funzionanti in una sinergia. Queste due sezioni sono quelle in cui la chitarra è assente o talvolta si limita a donare al brano un effetto "fischio" di grande effetto criptico ed una dove invece la sei corde prorompe con aggressiva e potenza spezzando gli equilibri con la più intima, ma comunque estrema, sezione precedente. Al termine di questo alternarsi si giunge bruscamente ad una velocità elevatissima, che ci arriva in faccia quasi come un treno in corsa, atta a colorare l'assolo di chitarra, aggressivo e veloce su tonalità tanto semplici e acute piuttosto che emotivo ed evocativo. Terminato il frangente solistico la band si abbandona ancora una volta a frammenti di grande potenza e cadenza, proponendo un groove cupo che certamente è una tipologia di sound che tanto ha avuto dire nella metà degli anni '90, si vedano non tanto le band celebri quanto quelle underground, come ad esempio i Forbidden, che portarono il loro Thrash Metal ad assumere caratteri più tipici di quello che è da moltissimi oramai definito con il vero e proprio nome di "Groove Metal". Ad ogni modo, per quanto riguarda "Negatron", il lavoro pur essendo senza alcun dubbio su buoni livelli, manca di quel "che" che lo erge a capolavoro, quel qualcosa che viene a mancare ad esempio in questa traccia nel punto in cui si incontrano ed alternano le due differenti sezioni musicali (quella priva di sei corde e quella più aggressiva dove la chitarra è protagonista). Su questo c'è da fare una riflessione, su cui torneremo in fase di chiusura recensione in quanto riguardante l'intero lavoro. Per quanto riguarda il capitolo lirico di questa title track, questo non si discosta affatto dagli episodi precedenti ma, anzi, ne esalta gli accenti. Qui ci ritroviamo in un viaggio fra ioni e magnetosfera, in una agrodolce ricetta di energia e di fisica, in un percorso per la polarità dove qualcosa sembrerebbe evolversi per il verso sbagliato, o forse semplicemente differente dal percorso che le leggi della natura avevano inizialmente immaginato, confluendo con naturalezza nel processo di equilibrio di energia. Durante le liriche si vive sotto una connotazione fortemente distorta e criptica il dualismo fra positroni e negatroni, dove con una certa soddisfazione emerge il reciproco annullamento e la grande capacità della "matematica" delle cose di saperci sorprendere, volta dopo volta, ergendosi ad uno stato di cose che è in quanto tale ed in quanto funzionante.

Planet Hell

Ci dedichiamo ora alla stessa traccia, intitolata "Planet Hell (Pianeta Inferno)": proprio come un vero e proprio inferno prorompe la canzone sin dal primo istante, mostrando una grande potenza sonora tramite l'incisività dei toni ribassati e l'impatto della vocalità. Questa canzone si contraddistingue radicalmente dagli episodi precedenti, in quanto vengono del tutto abbandonate le parti più cadenzate e allo stesso tempo cupe tipiche del groove dei primi brani; al contrario, qui viene preferita una velocità maggiore e una più netta enfatizzazione sonora, derivante anche dai più ossessivi ritmi della sezione ritmica condotta con grandiosità dall'immortale Away. Lo stesso Away, in determinati frangenti, raggiunge punti di enorme intensità con il suo lavoro sul doppio pedale, mostrando i suoi grandi progressi sullo strumento rispetto agli standard già ottimi del passato. Detto questo, c'è da dire che ancora una volta "Negatron" ci conferma la sua vena estrema, la sua grande potenza e la sua voglia di saper stordire e accattivare l'ascoltatore con delle distorsioni di chitarra nuove in quanto mai proposte precedentemente dalla band. Nelle liriche viene raccontata la reale devastazione della Terra, presa di mira dalle peggiori pestilenze e catastrofi immaginabili. Nel brano diverse armi chimiche diffondono la morte, le città bruciano, mentre delle macchine assassine portano le vittime ad un numero semplicemente non definibile. Il conflitto è anche politico, dal momento che gli scontri fra i diversi stati raggiungono l'apice, portando le popolazioni a vivere in quello che senza dubbio alcuno è definibile come un vero e proprio incubo, un incubo che si materializza sotto gli occhi impotenti di ogni vittima. In questo scenario d'orrore, la natura viene totalmente spazzata via dalle macchina e dai conflitti, che nella loro evoluzione nucleare non renderanno il nostro pianeta poi tanto differente dall'inferno descritto nella Bibbia. Per le povere vittime resta solo una domanda, che si pongono con impotenza: "Perché tutto ciò?". Un pezzo nel quale temi e lisergiche musiche si fondono assieme in  un corroborante e dannato bagno acido in cui sciogliersi letteralmente; i nostri canadesi si sa, non sono nuovi a temi di questo genere, ma sul pianeta infernale nel quale ci hanno fatto atterrare, le cose sono ancora peggio di quanto non abbiamo già sentito. La musica così aggressiva, caratterizzata e resa ancor più granitica dall'utilizzo di toni così gutturali, conferisce alle liriche un sapore davvero degno di un incubo su gambe, accompagnando il tutto con il cacofonico e militaresco marciare del doppio pedale, che va a foraggiare tanto le radici Metal, quanto quelle Hardcore.

Meteor

Il settimo capitolo si intitola "Meteor (Meteora)": della durata di quattro minuti, ed è la traccia più breve dell'intero full, caratterizzato per l'appunto da canzoni mediamente piuttosto lunghe. Sin dai suoi primi istanti, la canzone mostra con prepotenza una vena Hardcore totalmente estranea ad ogni precedente manifestazione della band, sia interna che esterna a questo full. Ci troviamo improvvisamente su ritmi elevatissimi, inattesi considerando il resto dell'album, e la vocalità si fa molto più acuta e rauca, totalmente in linea con la vecchia scuola Hardcore Punk che tanto poi non si discosta per diversi elementi dal genere che tutti noi conosciamo come Thrash Metal. Un altro elemento inatteso è la vocalità che, in determinati frangenti, si fa completamente pulita, mentre in altri diviene un vero e proprio scream. Questa canzone, che riprende più rispetto alle precedenti tracce anche quelle particolarità tipiche della band, mostra certamente qualcosa in più in quanto a completezza del sound se paragonata a "Nanoman" o "Planet Hell", ma anche questo sarà oggetto di discussione in fase di chiusura recensione. Nelle liriche di questa canzone si è estremamente vicini a quelle raccontate nella precedente traccia, ma con quel pizzico di misteriosità e astrattezza che trascende dalla potenza visiva e diretta di "Planet Hell". Si risveglia la bestia che c'è in noi durante l'ascolto di questo brano, le dinamiche HC col loro carico di violenza senza precedenti, mettono in riga il nostro cervello e ci fanno muovere come burattini trascinati dalla musica stessa. L'aggressività che ne viene fuori è degna di uno scontro guerresco fra noi e la band, calci e pugni che volano per tutti e quattro i minuti di brano, mentre i Voivod sono lì, sul palco a guardarci negli occhi mentre il mosh pit comincia a prendere possesso di noi. Come vedremo, esattamente come per il brano precedente, musica così pregna di cattiveria è strettamente collegata a liriche altrettanto marce e maledettamente piene di odio al loro interno. In "Meteor" infatti si racconta di un mondo sempre più marcio e in fase discendente, che incontra però la fine a causa di una tremenda meteora giunta dal cielo. Dinanzi alla consapevolezza che il pianeta sta giungendo alla sua fine insieme ad ogni forma di vita, il protagonista del brano sceglie di rimanere in uno stato di noncuranza, decidendo che non vale la pena soffrire per qualcosa che, sostanzialmente, non c'è modo di cambiare. Così, mentre la fine di ogni cosa a noi conosciuta si fa sempre più vicina, l'uomo dice letteralmente le parole "non mi interessa più nulla, non m'importa, non me ne frega un cazzo". E' così che si conclude il racconto delle liriche, ancora una volta senza alcun happy ending (cosa che per la verità abbiamo sempre saputo apprezzare).

Cosmic Conspiracy

Procediamo con l'ottava traccia, intitolata "Cosmic Conspiracy (Cospirazione Cosmica)". La canzone si apre in melodia, con la batteria che accompagna l'introduzione chitarristica, che propone una musicalità dai tratti macabri e oscuri. Questa melodia si protrae per tutta la prima parte della traccia, fungendo da base, mentre ciò che cambia sono gli arrangiamenti: questi sono sia vocali, in quanto un effetto "distorsione/saturazione" modifica a tratti la voce che in low-fi accompagna questa macabra introduzione, sia batteristici in quanto le variazioni rendono dinamica e movimentata una parte che di per sé rimane invece stabile e costante. Conclusa questa prima parte, la traccia nella sua seconda metà diviene di colpo più rapida e movimentata, riportando un riff chitarristico che riprende vagamente le melodie dell'introduzione ma in chiave prettamente classica di Thrash Metal vecchia scuola. Classico non è invece il bridge seguente, che riporta una sezione di grande sperimentalità e coraggio, fra frangenti più aggressivi e altri avanguardistici allo stato puro. Sommariamente, è una traccia che colpisce per la sua capacità di saper proporre stili grandemente distanti fra di loro in maniera continua e fluida. L'ennesimo esercizio di stile dunque in questo album, ed anche nella carriera stessa della band; le dissonanze sono evidenti, man mano che procediamo nell'ascolto sembra di udire più album fusi assieme in uno strano ibrido. Eppure, un po' come accade nel Prog, le discostanti e dispari sonorità che ci vengono proposte, funzionano e non risultano assolutamente un calderone bollente del quale non conosciamo il contenuto. Si ha piuttosto la sensazione di un certosino lavoro nella scelta dei suoni, calibrati al millimetro e che permettono all'intera suite di risultare appetibile nella sua "stranezza". Nel racconto del brano ci ritroviamo di fronte ad un protagonista che, in cerca della verità, viene disturbato da pensieri oscuri e spettrali. La configurazione di questi pensieri appare astratta e difficile, ma di fatto il governo nega l'esistenza di qualsiasi cosa che possa essere pericolosa e sconosciuta. Tuttavia, il protagonista si ritiene perseguitato da alcune spie segrete che, nell'oscurità, cospirano contro di lui. L'uomo si ritrova improvvisamente imprigionato in una trappola cosmica, un labirinto che lo obbligherà ad essere destinato ad una sorte di cui non è in alcun modo responsabile. A questo misterioso brano ne segue un altro, differente ma delle tematiche e dal sound altrettanto interessanti.

Bio-TV

La nona canzone di questo full-length, la penultima, si intitola invece "Bio-TV (Bio-Televisione)". La traccia si mostra più caratteristica e sperimentale di ogni altra ascoltata nel full fino a questo momento: questo avviene innanzitutto tramite una particolare effettistica, anche vocale, e dal particolare riff che si incastra su melodie ed evoluzioni totalmente fuori dalle righe. Queste ritmiche, ritmate e frammentate, si avvolgono su melodie e incastri talvolta folli e su accenti acuti, mentre la batteria di Away svolge un lavoro incredibilmente artistico e di cadenza irregolare. Oltre questo, il batterista svolge ancora una volta un compito di livello assoluto anche dal punto di vista tecnico, confermando un'evoluzione di cui già avevamo avuto presentimenti. In questa traccia ritroviamo quella voglia di tornare sul sound Voivod al 100%, inteso come voglia di liberarsi agli schemi della matematica musicale per prostrarsi al proprio libero senso artistico, abbandonandosi alla propria intraprendenza. Tuttavia, gli elementi più estremi tipici del full non sono in alcun modo tralasciati; si sente comunque, come in tutto il disco del resto, quella fulgida e pesante vena Groove che ha caratterizzato la seconda parte di carriera per i Voivod, e quelle sperimentazioni così acide e sincopate che, perfino in un pezzo come questo, non accennano ad andarsene. Siamo di fronte ad un brano che trasuda bio-meccanica fin nei suoi più profondi e nascosti meandri; i Voivod prendono nuovamente di petto quelle dinamiche ed argomentazioni che, agli esordi della carriera, li avevano resi celebri. Portano però quelle stesse argomentazioni fuori da un caustico luogo quasi da graphic novel, e ce le sbattono in faccia nel ventunesimo secolo. Non dimentichiamoci infatti che, l'anno di uscita dell'album,in questo caso ricopre un ruolo fondamentale; a metà degli anni '90 infatti stavano avvenendo una serie di importanti cambiamenti e rivoluzioni, sia sociali che tecnologiche. La guerra fredda era finita da un bel po', e le persone iniziavano di nuovo a cercare la luce, dopo anni di tenebra; i Voivod cercano sempre di guardare invece il buio che sta sotto la stessa luce, portando l'ascoltatore a riflettere anche su cose tecnicamente "positive". Le liriche del brano sono altrettanto particolari, narrando di una nuova invenzione, una sorta di bio-televisione, un'apparecchiatura dalle caratteristiche davvero interessanti. Questo strumento, sfortunatamente, sarebbe ben più pericoloso di una normale televisione a cui siamo abituati. Dal racconto delle liriche, questo strumento creerebbe un vero e proprio collegamento fra lo schermo e il proprio cervello, un collegamento che rende la visione estremamente più chiara e nitida dal punto di vista sensoriale. L'altra faccia della medaglia è che ahimè questa televisione trasforma perennemente le proprie vittime, rendendole differenti e totalmente estranee a ciò che erano precedentemente. In maniera sarcastica, le liriche invitano a sperimentare questa nuova tipologia di TV, mettendone in primo piano i lati positivi, ma tralasciando completamente le tremende implicazioni che l'utilizzo di questa tecnologia trascina con sé.

D.N.A.

Siamo ahimè giunti all'ultimo episodio di questo full-length, la decima traccia, intitolata "D.N.A. (Don't Do Anything) (Non Fare Niente)". La canzone inizia con degli stranissimi suoni elettronici di sottofondo, che si susseguono e impazzano in una continua enfasi di disturbi informatici dal tono acuto e spigoloso. E' su questa base che si erge il nostro vocalist, che canta con una voce pulita e contraddistinta da un accento altrettanto disturbante. Questa sezione iniziale si protrae a dire il vero per una buona parte del brano, fino al momento in cui un particolarissimo riff di chitarra torna a donarci attimi di Voivod a cavallo di fine anni '80. Tuttavia, una volta conclusa la sezione di sei corde distorta si tornerà ancora una volta alla disturbante introduzione dal sottofondo informatico, che diverrà un vero e proprio tema portante dell'intero brano.  Avanguardistico al massimo, questo "D.N.A." non mostra neanche per un istante la sensazione di potersi evolvere in maniera più naturale e regolare. E' dunque la melodia, per quanto strana e caratterizzata, ad essere l'elemento fondamentale di questo decimo episodio, scavalcando in importanza gli strumenti primo fra tutti la chitarra. Constatiamo ancora una volta inoltre l'assenza di un assolo di chitarra, assolo di cui per la verità non sentiamo alcuna mancanza e che avrebbe anzi snaturato la compattezza e particolarità di questi 4 minuti e mezzo circa di ascolto. Per quanto riguarda le liriche, questa sembrano perlopiù caratterizzate da una vena anti americana e nello specifico anti governativa. La band, che ricordiamo essere di origini canadesi, si solleva qui contro gli U.S.A., santuario dell'umiliazione e della crudeltà, luogo dove regna ogni tipo di male a noi conosciuto. Sebbene si possa ironizzare sulla provenienza canadese della band, stato spesso contrapposto agli Stati Uniti d'America, c'è da dire che tali critiche sono nella storia provenute perlopiù da altre band americane piuttosto che straniere. Il protagonista, auto definendosi disadattato (un "misfit" per l'appunto), evidenzia ogni male degli U.S.A. contrapponendosi ad esso.  Un argomento che, come tanti altri, è molto caro al Thrash Metal, di qualsiasi fattura sia, dalla più brutale alla più sperimentale; ed i nostri abitanti della terra degli aceri ci mettono del loro, confezionando una suite si aggressiva e gutturale nelle musiche, ma ricolma anche di critica sociale. I mostri moderni che i loro occhi vedevano, non erano altro che l'esatta evoluzione di quel che il mondo era una volta, e che ora si preparava al nuovo millennio collezionando fallimenti e vittorie ad ogni angolo di strada. Gli Stati Uniti si sa, hanno dato tanto al mondo, eppure il loro essere così vasti e sterminati, li porta spesso a reincarnare anche una forte dose di "male" al loro interno. Per questo i Voivod, andando ben oltre le mere critiche "da bar", improntano questa conclusione di brano su quanto gli U.S.A siano la terra delle contraddizioni, in cui puoi perdere tutto e trovare tutto, nell'arco di pochi, pochissimi istanti.

Conclusioni

Questo Negatron, della durata di oltre 50 minuti, si mostra piuttosto variegato al suo interno, mostrando differenti attitudini all'interno delle diverse tracce. Siamo certamente in presenza di un album più che valido e piacevole, sebbene bisogna dire non all'altezza rispetto a quanto ci è abituato dagli standard della band. Ciò per diverse ragioni, prima fra tutte proprio la suddetta varietà del lavoro. Alcune tracce, come ad esempio "Planet Hell" si mostrano metallare e di attitudine tendenzialmente estrema mentre altre, come quelle finali del full, rimettono in primo piano la vena sperimentale della band mentre altre ancora, come "Meteor" (una delle più riuscite) formano un ibrido fra sound HC Punk e sperimentalità.  L'album si mostra sommariamente diviso, incostante, privo di un'anima propria e ben definibile, probabilmente a causa di quelle due tracce "più deboli" al suo interno. Ciò che manca è dunque un sound unico e un mix efficace fra questo Groove e questa sperimentalità, che tendono più ad alternarsi piuttosto che ad unirsi sotto un'unica essenza, un'unica anima. Ci manteniamo tuttavia come detto su un livello ben più che sufficiente, sebbene non si possa dimenticare che si parla di una band straordinaria come i Voivod, e che quindi comporta qualche aspettativa in più rispetto a quanto solitamente da noi ascoltato da artisti non solo meno blasonati, per quanto i Voivod siano sempre stati sottovaluti, ma anche meno abili. Detto questo, si potrebbe maliziosamente pensare (come letto in alcune recensioni) che i canadesi abbiano provato a cavalcare la forte tendenza Groove Metal della metà degli anni '90. Personalmente mi discosto assolutamente da questi timori perché, conoscendo i ragazzi e il loro percorso artistico, è scontata la loro voglia di evolversi e di innovarsi continuamente, tirando ogni album un qualcosa di nuovo e mai proposto prima, proprio come avviene in questo mix fra Groove e sperimentalità.  Ritengo dunque che questo full sia l'ennesimo genuino tentativo di evoluzione da parte della band, e non un tentativo di commercializzazione dopo lo scarso successo commerciale dei precedenti bellissimi album. Accanto alla buona qualità della musica viene confermata la buona qualità delle liriche, mai deludenti e scontate, e spesso vicine all'attitudine dei ragazzi nel periodo da "Killing Technology" a "Nothingface".  Qui si affrontano tematiche assai futuristiche e astratte, assai varie, spaziando dall'Apocalisse ai misteri della vita e della fisica. Al fianco della bellezza delle liriche, risalta immediatamente all'occhio la particolarità della cover, che davvero balza all'occhio per la caratteristica immagine che presenta. Protagonista dell'artwork è un gigantesco insetto assassino, elemento che occupa la parte più grande del concept. Questo insetto è tuttavia assai diverso da quanto ci si aspetterebbe, dal momento che è di fattura meccanica e più precisamente di natura robotica. Lo strano animale si erge su una strana centrale nucleare, di aspetto assai moderno e futuristico. L'intero disegno è macabro in quanto contraddistinto da un particolare viola plumbeo, di varie sfumature fra cui quella rossastra, che colorano lo sfondo. Il logo Voivod richiama alle antenne dell'insetto, mentre il nome del full-length "Negatron" riporta la stessa grafica 3d informatica del resto del disegno; la grafica del font è un po' retrò a dirla tutta, in linea con il periodo informatico all'uscita del disco. Il nostro percorso attraverso la discografia dei Voivod proseguirà presto con il successivo "Phobos" del 1997. Grazie della lettura, a presto!

1) Insect
2) Project X
3) Nanoman
4) Reality?
5) Negatron
6) Planet Hell
7) Meteor
8) Cosmic Conspiracy
9) Bio-TV
10) D.N.A.
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