VOIVOD

Live At Roadburn 2011

2012 - Roadburn Records

A CURA DI
MICHELE MET ALLUIGI
03/07/2017
TEMPO DI LETTURA:
8,5

Introduzione Recensione

È risaputo che al giorno d'oggi, in studio, si può "essere tutti bravi": grazie alle tecnologie digitali infatti, anche il musicista meno abile può essere trasformato in un fenomeno, con i moderni sistemi di editing ritmico e melodico che riescono a raddrizzare qualunque tipo di storpiatura; beninteso, anche il tecnico audio più abile parte dal presupposto che la materia prima di un buon disco, da collocarsi in cima alla piramide gerarchica nella scala di valori, sia comunque il musicista: se alla fonte non c'è della sostanza, difficilmente il lavoro suonerà autentico, tuttavia, tralasciamo per un attimo le possibilità che le moderne digital audio workstation offrono in studio di registrazione e torniamo al proverbiale varco del live per testare l'effettiva bravura di un artista. Se in fase di registraione la tecnologia può venire in aiuto di chiunque, non è detto che la stessa "magia" si ripresenti una volta che il dato musicista si presenta sul palco, è qui infatti che si vede la qualità effettiva, ed è proprio qui che i trucchi, se utilizzati, vengono a galla come i proverbiali nodi giungono al pettine. Detto questo, accingiamoci a parlare dei Voivod e del loro album "Live At Roadburn 2011", registrato in occasione dello show che il gruppo tenne al famoso festival olandese e che uscì sul mercato l'anno seguente. Che dire di loro, se non che sono una band storica della scena Metal? Che dalla terra natia del Canada si è fatta strada nel panorama mondiale grazie al suo sound Thrash secco, diretto e di assoluto impatto, che al contempo ha sempre strizzato l'occhiolino anche a spunti più sperimentali tipici del Progressive Rock, rendendo i quattro musicisti del Quebec i precursori di un sound che lega sapientemente tra loro la corrosività del Punk e l'atmosfera e la profondità delle leggendarie annate settantiane. Certo, da quando il mai troppo compianto Dennis "Piggy" D'amour (scomparso nel 2005), fondò il gruppo nel lontano 1981 ad oggi di acqua sotto ai ponti ne è passata davvero tanta: il nome dei Voivod iniziò a girare nell'underground grazie alla demo "Anachronism", datato 1983, sulla cui copertina compariva un carro armato grossolanamente disegnato a mano; da quel primo tassello giunsero poi i grandi lavori del gruppo, come "War And Pain", "Rrröööaaarrr", fino ai grandi classici come "Killing Technology", "Nothingface" e l'ultimo "Target Earth", risalente ormai a ben quattro anni fa: dal punto di vista delle prove in studio possiamo dunque stare tranquilli, ma anche sul versante live siamo ben consapevoli di parlare di un nome riconosciuto leggendario all'unanimità da tutti i thrasher del globo; detto ciò possiamo ora concentrarci su che cosa contraddistingua l'album live del 2011 a livello di peculiarità del prodotto: innanzitutto, va precisato che "Live At Roadburnn2011", oltre ad essere stato chiaramente registrato in occasione del festival che si svolge a Tilburg, in Olanda, venne stampato in vinile di edizione limitata (solo 500 copie) ed era disponibile unicamente presso gli stands dell'edizione 2012 dell'evento, una vera e propria chicca da collezionisti quindi, che solo a posteriori è iniziata a comparire anche in rete disponibile presso i vari canali. Scandagliando le statistiche della manifestazione nel 2011, essa si svolse dal 14 al 17 di aprile presso il Midi Theatre di Tilburg e a far compagnia ai Voivod furono presenti altri nomi di altissimo livello: distribuiti sulle varie giornate infatti troviamo anche, fra i tanti, Pentagram, Alcest, Wardruna, Ghost, In Solitude, Zoroaster, Sunn O))), Corrosion Of Conformity, Candlemass, Weedeater e The Gates Of Slumber, un bill da leccarsi i baffi quindi, che ci fa ancora rimpiangere l'evidente dislivello tra i pochi e sudatissimi eventi organizzati in Italia, per mano di veri e propri eroi che ancora ci credono, e le realtà estere, dove eventi di grosso calibro sono all'ordine del giorno e attirano numerosissimi amanti della musica da ogni dove, i quali, si recano in loco per divertirsi e gustarsi gli show senza polemiche (tanto per dare un dato, i biglietti per l'edizione 2011 del Roadburn andarono sold out dopo circa 17 minuti dall'apertura delle vendite). Con dei presupposti simili, i Voivod rappresentano la classica ciliegina sulla torta, un fiore all'ochiello che ha reso al massimo delle sue potenzialità, consentendo allo staff tecnico di registrare tutta la setlist e creando così un prodotto alla portata di tutti, amanti più attempati e nuove leve del Thrash. L'immagine in copertina segue fedelmente i canoni iconografici della band: lo sfondo è costituito da una miscela di tonalità azzurra e verde per poi creare un fulcro centrale luminoso, che mette in rialto il teschio alla cui sommità spicca il futuristico e "cibernetico" logo della band. Il titolo dell'album è invece scritto con un font che imita la calligrafia a mano, quasi come se fosse un rapido appunto posto a mò di postilla per dire " la copertina è fatta alla veloce, ma per un prodotto così non occorre una copertina magniloquente, è il contenuto che deve parlare". Non ci resta quindi che tornare indietro nel tempo a quell'aprile del 2011: le band che hanno suonato finora hanno spaccato, ma la tensione aumenta sempre di più, perchè sul palco i roadie sono intenti a preparare lo show dei Voivod.


The Prow

Ad aprire le danze è "The Prow" ("La Prua"), estrapolata dall'album "Angel Rat" del 1991. Snake inizia chiedendo ai presenti se si sentono bene, e questi, immancabilmente, rispondono con un'ovazione; non siamo quindi di fronte ad un'introduzione epica o solenne, semplicemnete, la band arriva sul palco e suona gettando sangue, sudore e lacrime, come è giusto che sia. I quattro infatti partono dritti come treni incalzandoci con un quattro quarti ed un riff di chitarra che ci gettano subito nella mischia di un concerto punk; il tutto infatti è orecchiabile e travolgente e quando la contrattura della strofa lascia il posto all'apertura del ritornello i cori sono immancabili ed anzi, sono quasi obbligatori. Dicevamo in apertura che una delle migliori qualità dei Voivod è quella di comporre il loro sound con la "grezzura" da un lato e la sperimentalità dall'altro, se musicalmente in questo avvio di canzone ci sembra di sentire una band nata nella Londra di fine anni Settanta, è con le liriche che possiamo abbandonarci ad un viaggio onirico: Snake infatti dedica alla sua amata una delle più affascinanti dichiarazioni d'amore: i due sono insieme, uno al fianco dell'altra, sulla prua di un vascello che sta solcando il cielo verso l'infinito; il protagonista è anche il capitano della nave, che oltre a guidre la sua ciurma deve far sentire la sua principessa al sicuro. Lorelei, questo è il nome della donna, è una creatura scolpita nella mente del marinaio, che grazie ad una strabiliante magia ha preso vita ed è lì, ora, ad accompagnarlo nel suo viaggio; scopriremo che in realtà Lorelei è la polena della nave, che immobile e sontuosa guida i navigatori solcando le onde di questo oceano onirico traghettandoli verso orizzonti lontani. Il ritornello sopraggiunge immediato e spontaneo, sostenuto da una serie di accordi tenuti ideali per sorreggere una linea vocale ad hoc per un vero e proprio coro da stadio: il viaggio ora si dirige al di sotto della superfice, attraversando lo specchio dell'acqua, iniziando così una vita sottomarina circondati dalle bellezze e dai tesori dei sette mari. Questo passaggio del pezzo dunque rappresenta il vero e proprio inno alla libertà, un incoraggiamento a liberarsi, almeno con la mente, dalle oppressioni quotidiane per diventare ciò che più desideriamo, senza alcun limite "fisico". Il tiro della traccia resta sempre altissimo con l'arrivo della seconda strofa, la chitarra torna a martellare sul main riff sostenuta dal basso e dalla batteria, entrambi lineari e precisi puntando tutto sul groove; il vascello adesso si dirige alla volta della via lattea, ondeggiando in mezzo alle stelle in un'immensità che l'equipaggio osserva sporgendosi dalla nave per ammirare in basso lo splendore del cosmo, lasciando così che i loro occhi siano abbagliati dallo splendore di un mare di stelle. Passsato il secondo ritornello, la struttura verte ora su un mid temp, la chitarra si stringe su una sequenza di accordi in palm muting e l'atmosfera si fa più oscura, il capitano Snake infatti capisce che la sua amata Lorelei è legata per sempre al mare e ad esso deve ritornare, da sola, compiendo l'ultima tappa del proprio cammino, ecco allora che il marinaio la esorta a restare con lui per l'ultima volta, prima che lei ritorni fra le onde, il luogo alla quale appartiene. La canzone si chiude in maniera netta, il gruppo ha suonato in maniera a dir poco chirurgica e la linearità strutturale del brano ha fatto sì che i Voivod puntassero alla potenza d'insieme per avere una opener della setlist degna di questo nome.

Ravenous Medicine

In seconda posizione troviamo "Ravenous Medicine" ("Medicina Famelica"), un classico della band canadese il cui inizio ci getta nell'amalgama di un vortice lento, cadenzato e sulfureo che ci riporta alla mente la lezione dei Black Sabbath. Stoltamente pensiamo si tratti di un brano lento piazzato immediatamente ad inizio scaletta, ma è solo un'introduzione: bastano infatti pochi stacchi accentati che subito Chewy lancia la sua sei corde in un riff tipicamente old school, prontamente sostenuto da una batteria incalzante e da un basso lineare e diretto. Snake, in qualità di macabro regista di un film horror, si fa narratore di tutte le torture che in un ospedale possono essere fatte direttamente alle nostre membra: esatto, il vocalist dei Voivod ci narra come in un incubo malato sentiamo suonare improvvisamente una miriade di sirene di ambulanze e, inebetiti, ci chiediamo cosa possa essere successo, quale sia stata la causa di questa emergenza medica, ma senza neanche rendercene conto, dai mezzi di soccorso scendono freneticamente dei paramedici che ci schiaffano sulla barella e ci portano via, ovviamente dopo averci sedati pesantemente. Mentre la canzone scorre sempre frenetica riprendiamo conoscenza, siamo all'interno di un ospedale e dopo un rapido controllo constatiamo di essere ancora tutti di un pezzo, pur restando ignari sul perchè siamo finiti lì dentro. Le analisi che ci vengono fatte dichiarano che siamo in perfetta salute, eppure, il parere dei medici e unanime, il paziente deve restare obbligatoriamente a letto, non un accenno di motivazione, ma solo gli inservienti che ci sfilano i vestiti e ci mettono il camice senza dire una parola; a questo punto la batteria raddoppia il proprio tempo per investirci con una mitragliata di colpi sul rullante, mentre Snake, con fare ossessivo, ci addita urlando che il flagello della chirurgia si abbatte su di noi e la scarica dell'elettroschock presto ci attraverserà le fibre del corpo fino ad abrustolirci. Invano tentiamo di liberarci dai lacci che ci fissano sulla barrella ma subito arriva un'altra scossa e si riparte così con la seconda strofa. Il tempo torna lineare e catchy, mentre prosegue la nostra avventura in quella macabra struttura; adesso ci troviamo nel padiglione di medicina sperimentale e subito i medici si chiedono quante radiazioni il nostro corpo possa sopportare, ovviamente c'è solo un modo per scorpirlo: schiaffarci dentro la macchina della risonanza magnetica ed aumentare il livello al massino, i medici sono comunque ottimisti, ci rimetteremo presto e in men che non si dica saremo di nuovo in peidi, ma la realtà è ben diversa, la croce rossa sta diventando nera e perdiamo ancora una volta i sensi. Al nostro risveglio, mentre i Voivod continuano imperterriti la loro sferzata thrash, ci svegliamo di nuovo. Siamo nuovamente stati spostati di reparto e ad attenderci ora troviamo un'avvenente infermiera la cui divisa è sporca di sangue e Snake cinicamente ci avverte che stiamo per subire il peggior esperimento della giornata ed arriviamo allo snodo tematico della lirica: con la medicina famelica viene diagnosticato il male ed è formulata la terapia, ma si muore lo stesso a causa della malattia, come mai? Perchè la medicina famelica a cui si riferiscono i Voivod è la droga. L' abuso di sostanze stupefacenti infatti ci tortura come un'equipe di medici sadici e fuori di testa e anche se all'apparenza siamo convinti di stare bene essi ci dilaniano il corpo, non importa nemmeno quanto sani siano i nostri organi, perchè iniettandosi la droga si diventa schiavi ed essi vengono distrutti uno dopo l'altro. L'unica amara consolazione di questo male è che non dobbiamo nemmeno fare la fatica di spegnere la macchina che fa battere il nostro cuore, poiché quell'interruttore verrà premuto dai medici come una lancinante eutanasia. Il brano si arresta di colpo, la traccia è trascorsa velocissima sempre al limite di giri e dopo quattro minuti e mezzo di puro Thrash senza un attimo di respiro ecco l'ovazione del pubblico.

Overreaction

Restiamo su "Killing Techology" come album di riferimento: i nostri infatti proseguono sulla tracklist del lavoro del 1987 con "Overraction" ("Reazione Eccessiva"), il classico pezzo che tutti noi thrasher aspettiamo trepidanti ad un concerto. Non ci sono presentazioni o preludi di sorta, semplicemente il basso di Blacky che inizia a martellare ed ecco che il quartetto inizia pompare energia senza pietà. La band infatti si lancia subito decisa in un vortice sonoro travolgente che ci spazza letteralmente via, l'unica pecca di questa esecuzione sono i suoni di chitarra leggermente dissonanti, probabilmente la sei corde di Chewy non è perfettamente accordata e ciò si fa sentire in determinati tipi di accordi, si tratta di una imprecisione tonale lieve fortunatamente, ma comunque abbasta udibile; a compesare questo problemuccio tecnico subentra il basso di Blacky a dare un po' di contorno al sound generale, mentre la batteria avanza di doppia cassa spedita. I suoni storpiati della chiarra tuttava sembrano quasi fare gioco ai Voivod per il tipo di lirica del brano: la reazione eccessiva è infatti quella che si verifica in una centrale nucleare al momento di sovraccarico del reattore ed i suoni dissonanti ricreano quindi le cacofoniche sirene d'allarme dello stabilimento nella nostra testa. La situazione di emergenza si svolge proprio davanti ai nostri occhi, nella fabbrica in cui lavoriamo si sta diffondendo lentamente una strana e malsana fosforescenza alla quale subito non badiamo ma della quale iniziamo a preoccuparci non appena tutto intorno si irradia di giallo vivo anche all'esterno della fabbrica. Il sistema è in evidentemente sovraccarico e qualcosa è andato storto. La narrazione cambia poi piano temporale, passando dalla contemporaneità al racconto a posteriori dell'accaduto: le sirene e le luci di emergenza quella notte erano attive ma nessuno sa spiegare cosa sia successo in realtà. Su questa incalzante struttura votata alla tradizione vecchia scuola, i Voivod lanciano una critica aperta all'utilizzo dell'energia nucleare, che dopo anni di distanza dagli incidenti continua ancora a mietere vittime: a causa del malfunzionamento degli strumenti di una sola notte, le persone continueranno a mostrare degli effetti collaterali per un tempo imprecisato, ecco il lato negativo dell'energia nucleare, è troppo pericolosa, seppur controllata, ed in manera molto cinica il vocalist canadese ci mette di fronte alla realtà dei fatti: una calamità nucleare rientra nei rischi tecnologici del mestiere, fa parte del gioco, e non ci si può fare niente, nemmeno quando la sindrome cinese che si diffonde a causa delle radiazioni stermina un numero incalcolabile di persone che, guardacaso, vivono tutte a pochi chilometri dal reattore. Nell'aria si diffonde l'olezzo delle sostanze tossiche e si crea così, per usare il termine scelto dai thrasher canadesi, la nuclearchia delle sostanze nella nostra atmosfera, le cui vittime sono i nostri organismi in primis. Sull'energia sempre altissima, che ci induce a scuotere la testa secondo dopo secondo, il cinismo sembra quindi essere l'unica chiave di lettura per questa lirica che quasi ci induce a suicidarci; se la ricerca nucleare è senza sosta, e dunque anche la portata dei danni nucleari è sempre destinata ad aumentare, siamo fortunati che allo stato attuale delle cose, con l'inquinamento della terra in costante aumento anche grazie alle scorie radioattive, moriremo giovani e dunque non vedremo mai fino a che livelli devastanti potranno arrivare i disastri radioattivi. Su questa macabra rassegnazione ecco Chewy lanciarsi in una brillante performance solista, dove le note ci colano letteralmente addosso grazie all'utilizzo del tapping, venendo inoltre sostenute dalla batteria sempre mitragliante, si giunge poi ad un break, viene ripreso il main riff e poi via verso la cavalcata finale, dove il tempo diventa sempre più pressante grazie alla velocità in costante aumento, il reattore è ormai arrivato al punto di fusione, il disastro è annunciato e poco prima che avvenga l'esplosione definitiva il brano si interrpompe bruscamente, lasciando lo spazio solo per l'ovazione del pubblico, con Snake che, come se fossero dei superstiti alla calamità chiede agli altri se stiano tutti bene.

Experiment

Proseguiamo ora con "Experiment" ("Esperimento"), traccia estrapolata da "Dimension Hatröss" del 1988. Rispetto ai brani fin qui eseguiti, i Voivod ora abbandonano la loro vena punk per far pulsare quella maggiormente progressive; l'inizio della canzone infatti si struttura su un tempo sincopato, rendendosi così meno diretto e più articolato ma comunque notevole e d'effetto grazie alla possenza del main riff. A conferire la grinta al tutto è infatti il palm muting di Chewy, alternato a delle avvincenti spirali soliste che rendono l'apertura di questa quarta tappa della set list una sorta di preludio alla successiva partenza. La strofa infatti spezza notevolmente l'andamento, tanto che sembra quasi che si sia trattato di un intermezzo strumentale svincolato al resto della composizione, eppure, proprio questa sterzata improvvisa desta ancora di più la nostra attenzione.La batteria parte adesso con un tempo incentrato sulla doppia cassa e le terzine di rullante, mentre la sei corde ed il basso alternano parti contratte e parti aperte mantenendo sempre altissimo il dinamismo del tutto. La voce di Snake, sempre sporca e stradaiola, ci conduce ora in un intimo ragionamento onirico sull'individuo che, metà scienziato e metà poeta, prova a descrivere quello che è il suo mondo ideale; il gergo però è caratterizzato da un registro fortemente scientifico, tentando quindi di "matematicizzare" anche elementi deisamente emozionali come il rimorso e la delusione conseguenti alle bugie detteci da una parsona fidata. Il tono della lirica è molto cinico e rassegnato, come se Giacomo Leopardi avesse acquisito le conoscenze di Galileo Galilei e ne avesse tratto un componimento di pessimismo scientifico: la scena si apre infatti con degli echi che giungono all'orecchio del vocalist canadese direttamente dalla fine del mondo, tutto intorno a lui ci sono solo menzogne ed ecco quindi che si manifesta immediatamente l'urgenza di trovare un ecosistema nuovo che lo possa ospitare. La ricerca degli elementi dimostra che questo nuovo pianeta esiste, i dati lo confermano, ma bisogna però trovarlo e non è ancora sicuro che un corpo umano possa sopravvivervi ma il comandamento è uno solo, trovare questo nuovo pianeta. Alla base di tutto vi è quindi una volontà di rinascita e di cambiamento, anche se il futuro è incerto, è sempre meglio che l'orribile realtà in cui siamo intrappolati adesso e questo senso di disagio viene reso particolarmente espressivo dalla musica della canzone sempre contratta e dinamica, perfetta per dare l'idea del malessere psicologico di un essere umano che cerca di descrivere la sua condizione senza trovare le parole adatte. Il protagonista vuole muoversi e non stare fermo proprio perchè spinto da questa necessità di dare una svolta alla sua esistenza, la canzone intanto scorre come un fiume in piena senza un attimo di respiro e gli accenti delle frasi vengono scanditi da quelli ritmici per far "zoppicare" volutamente la struttura per poi ripartire velocissima con una vera mazzata. Passato il secondo ritornello, la strofa seguente sembra una poesia surrealista a tema fantascientifico, i cui versi si susseguono come un'unica serie di immagini scientifiche ed astronomiche stese su un nuovo riff: "Scambi di massa, annientamento, una reazione completa, il viaggio dei protoni in un grande cerchio e la loro immagine specchio dematerializzata in tubo senza uscita, micro-galassie, fusione magnetica". Terminato questo trip nella fantascienza si giunge alla conclusione chiave: l'individuo è una macchina assoggettata al volere del cosmo e non c'è via di fuga da questa schiavitù siderale. Anche questo pezzo si chiude in maniera netta, con il pubblico che ancora una volta dimostra il suo apprezzamento e dopo averci gettato in faccia tutta a loro attitudine, con "Experiment", i Voivod ci pongono davanti agli occhi tutto il loro estro compositivo attraverso quella che si potrebbe tranquillamente definire una canzone "progressive thrash".

Global Warning

Il primo lato del vinile si chiude con "Global Warning" ("Pericolo Globale"), brano la cui composizione risale al 2009, con l'album "Infini". Ad aprire l'audio è la voce di Snake, che introduce ai presenti il prossimo pezzo poco prima che la traccia si avvii: il riff di chitarra è incentrato sulle note alte, sostenuto da un tempo dispari di batteria e da un basso distorto e pesante reso ancora più incisivo grazie all'uso del plettro da parte di Blacky. Siamo comunque sempre di fronte ad uno spunto maggiormente progressive da parte dei Voivod, che a tratti rasentano anche l'Indie Rock proprio per l'atmosfericità creata attraverso passaggi e riff volutamente dissonanti che offrono un notevole respiro alla composizione. Sempre dal punto di vista ritmico, una peculiarità dei Voivod è sempre stata la loro capacità di passare da un contesto musicale all'altro con ammirevole disinvoltura ed il brano in questione è uno degli esempi più ad hoc di questo loro talento, dalle aperture e dalle ritmiche distese più sperimentali si spostano improvvisamente su quattro quarti incalzanti e riff granitici tipici dell'Heavy Metal, regalandoci un ascolto sempre coinvolgente e mai banale che ci mantiene letteralmente attaccai al lettore. Protagonista della lirica è ancora l'ambientalismo, tema ricorrente nei pezzi della band canandese, che ancora una volta ci racconta senza troppi peli sulla lingua il rischio sempre più marcato a cui ci stiamo volontariamente esponendo inquinando il pianeta giorno dopo giorno. Il testo si apre immediatamente con una domanda, esiste una via di fuga da questo pericolo? Ma la risposta ovviamente è avvolta dal dubbio. Basta accendere la televisione per vedere come quotidianamente la gente viva anestetizzata in un sogno mentre ogni sorta di diavoleria meccanica devasta infesta e distrugge lentamente la natura che ci circonda e l'esempio che viene fatto direttamente nel testo è quello dei pesticidi utilizzati nelle colture, dei veri e propri intrugli chimici che ci conducono passo passo verso un vero e proprio genocidio. In maniera molto ironica Snake prende la decisione di dare il suo piccolo contributo, non appena avrà finito di mangiare i suoi scarafaggi (metafora utilizzata per indicare il cibo infestato dai batteri che i pesticidi in realtà non uccidono), il mondo è destinato ad estinguersi molto presto, ecco perchè dobbiamo tutti darci una svegliata e fare la nostra parte per salvare il salvabile ed evitare la distruzione totale. Come ogni volta in cui l'umanità deve prendere una decisione però, a predominare è l'indifferenza, nessuno infatti risponde alla chiamata ambientalista del thrasher canadese e la sua sembra essere destinata a rimanere una voce isolata in un baccano di indifferenza. Tuttavia egli continua per la sua strada, cercando di non sprecare più le risorse e fare nel suo piccolo tutto ciò che è in suo potere, ma purtroppo il rischio resta ancora globale. A livello compositivo, questa canzone si presenta molto più elaborata e ricca di spunti della precedente, la sua concatenazione di strofa e ritornello la rende infatti maggiormente orecchiabile e catchy nonostante la sua miscela di idee compositive diverse, ma come abbiamo detto, le sfaccettature compositive dei Voivod sono molteplici e non è una o l'altra ad essere efficace ma il mix fra di esse.

Ripping Headache

Si prosegue con "Ripping Headache" ("Mal Di Testa Lacerante"), con la quale ci gettiamo letteralmente nella mischia: questo estratto dall'album "Rrröööaaarrr" è senza dubbio uno dei pezzi più in your face dell'intera setlist del concerto. Sul rumoreggiare del pubblico infatti, Snake urla semplicemente il titolo della prossima performance ed immediatamente parte il boato, perchè i fan presenti sono consapevoli che per i prossimi tre minuti e mezzo saranno solo mazzate e calci nei denti durante il pogo. Abbiamo già parlato di come la componente grezza sia fondamentale nel sound del gruppo, bene, con questa composizione possiamo riscoprire tutto l'amore che i quattro nutrono per gruppi come Motorhead e Venom: pochi accordi, un solo tempo e tantissima attitudine il cui scopo è colpire duro. Il main riff di chitarra infatti parte senza esclusione di colpi, portando il tachimetro ai livelli più alti di giri per questo megamotore chiamato Voivod; Chewy infatti sfodera tutta la potenza del suo tocco sulla serie di accordi portanti che viene ripetuta a loop, mentre il basso e la batteria ci trascinano per i capelli lungo una rocambolesca spirale all'interno di un mosh pit spietato. Non ci sono cambi di tempo, non ci sono variazioni di tonalità, solo i quattro thrasher che ci tritano le ossa senza manco guardarci in faccia. È proprio la bolgia infernale che crea l'Heavy Metal l'argomento di cui si parla in questa lirica: il fragore delle chitrre distorte infatti ci attraversa come un fulmine il cervello spaccandocelo in due eppure, come una droga alcalina, non possiamo farne a meno nonostante il nostro cranio sia sempre sul punto di esplodere. Il rumore, il casino se vogliamo, è proprio ciò che deve sprigionarsi ad altissimo volume per far sì che la nosra testa contnui a ribollire per soddisfare una sadica ed autolesionistica perversione. Ci troviamo ad un concerto, dove la band sta per iniziare, e subito scaldiamo i muscoli perchè siamo consapevoli che ci sarà da spintonare. Stiamo per andare incontro ad un vero e proprio suicidio, sbattendo contro un muro umano che ci schiaccerà inesorabilmente, eppure abbiamo bisogno di quella scarica elettrica per sentirci vivi, anche se per raggiungere quello stato d'animo dobbiamo infilarci dove i ranghi sono più serrati e dove l'olezzo di sudore e birra calda ci impastano le cavità nasali. È ruvido, è grezzo ma è al tempo stesso underground e se anche tu, stolto inesperto, vuoi provare questa gamma di emozioni, sotto il palco ci sono tutti i maniaci che servono asoddisfare la tua richiesta. La musica intanto si fa sempre più alta, i Voivod con questo pezzo picchiano veramente duro e non ci sono transenne o zone di pubblico vip che ci possono salvare, siamo qui e si combatte, allietati dalla musica più elettrica e dilaniante che ci sia, il testo stesso di questo pezzo non possiede separazioni metriche, Snake infatti ce lo vomita letteralmente addosso con la sua voce sporca senza respirare nemmeno, perchè la musica deve scorrere come un fiume in piena e gli unici stacchi accentati presenti nell'andamento ci ricreano davanti agli occhi la situazione di una serie di spallate date in maniera più violenta, quasi a voler aizzare i fan più mollacchioni che si limitano a spingere e scappare via. Non è così che si gioca, nella mischia si suda, ci si affanna, si tirano spallate e alle volte si sanguina pure, perchè il Metal ti regala tanto e ti chiede tanto, ed un pugno in faccia rappresenta quasi un rituale di iniziazione, non si è veri metallari se non si esce dal pogo sporchi di sangue potremmo dire, un motto violento, ma come ben urla Snake sul finale del pezzo "tutto il mondo deve semplicemente morire". "Ripping Headache" è quindi un pezzo per veri esperti del settore, se siete dei fan a cui piace fare foto alla band e sperare che vegano belle nitide per appendervele in camera, allontanatevi immediatamente appena sentite annunciare questa traccia, altrimenti della vostra macchina fotografica potrete solo raccogliere i pezzi sparsi per tutta l'area dello show. 

Nothingface

Successivamente in scaletta troviamo "Nothingface" ("Senza Volto"), titletrack dell'album che i Voivod pubblicarono nel 1989. Dopo la mazzata precedente riprendiamo nuovamente fiato, se così si può dire, con una composizione maggiormente articolata e progressive dei nostri; a seguito di una bella martellata in fondo, un pezzo più riflessivo ed atmosferico per riprendere a respirare ci sta, ma ricordate che stiamo parlando di un nome storico del Thrash e quindi è solo questione di secondi prima che questi musicisti tornino a bombardarci i visceri con la loro potenza. Il brano si apre senza presentazione, unicamente avviato dal quattro del charleston, dopo il quale la chitarra sfodera subito le celebri note lunghe sostenute da una batteria incalzante; il tutto si evolve rapidamente, creando così un avvincente crescendo che oltre ad espandere notevolmente l'atmosfera amalgama le singole parti per poi iniziare a far scorrere la strofa. Anche il cantanto di Snake si fa più pulito, ovviamente sempre tenendo presenti quali siano gli standard del vocalist dei Paranoland, che viene inoltre supportato dall'aggiunta di un effetto eco riverberato al suo microfono, rendendo così più morbida la sua performance. Dal punto di vista compositivo, siamo ora di fronte ad una struttura più composita, che in un insieme abbastanza etereo tuttavia ci regala qualche fulmineo rapido colpo di coda grazie agli accenti precisi dati da Away dietro il suo set. Trattandosi di un pezzo sognante, anche le parole del cantante si presentano ancora una volta come una lirica d'avanguardia surreale: Snake infatti ci prende nuovamente per mano per condurci in un nuovo viaggio introspettivo, fatto di desolazione, freddezza e vastità cosmica del vuoto ma al tempo stesso di speranza e desiderio di rinnovamento. La lirica si apre subito con un interrogativo, con cui il frontman chiede se gli sia concesso qualcosa di non ben precisato; la domanda stessa infatti sembra essere posta a sé stesso piuttosto che ad un interlocutore esterno e metaforicamente potremmo quasi pensare che l'artista sia in dubbio sulla sua effettiva capacità di saperci descrivere questa nuova sequenza di immagini astratte che scaturiscono dalla sua mente. La prima cosa che vediamo con gli occhi di Snake è una specie di macchinario immerso nello spazio, le cui pompe si collegano in uno strano congegno di distruzione, poi, come una poesia surrealista, tornano a susseguirsi delle immagini oniriche che più che un testo vero e proprio sembrano un contorno sillabico alla musica, vera protagonista di questa tappa della setlist. In questo mare immenso che è lo spazio siderale, le parole dei Voivod ci trasmettono un grande senso di freddo, che quasi ci congela il corpo, e le nostre dimensioni, se paragonate all'imensità spaziale, ci fanno apparire come dei granelli di sabbia nell'infinito. Vogliamo camminare e muoverci in questo immenso ma non ne siamo in grado, per quanto esteso sia il nostro passo restiamo comunque fermi, non perchè siamo bloccati, ma perchè la distanza percorsa è infinitesimale rispetto al tutto. Le parole ci colano dalla bocca come se fossero zampilli di sangue, ma la nostra capacità di linguaggio è talmente insignificante che quasi non emettiamo suoni comprensibili, ma solo dei lamenti che si perdono tra le stelle e l'immagine conclusiva del verso, quella di un tubo di scarico, simbolicamente riafferma come l'essere umano sia solo il fanalino di coda di un qualcosa di più grande che lo espelle. L'esecuzione intanto ha continuato ad articolarsi, creando un brano in continua evoluzione fino allo snodo finale, dove comprendiamo il vero senso della lirica fin qui cantata: Snake prova un grande senso di soffocamento nella realtà in cui è immerso e vuole dunque poter essere libero almeno di sognare, meglio un limbo immenso dove poter trovare la pace della mente piuttosto che la frenetica quotidianità del mondo attuale.

Forlorn

Si prosegue nella tracklist con "Forlorn" ("Abbandonato" ) con cui i quattro tornano a pestare con una bella dose di potenza, questa volta però non è la velocità ad essere l'ingrediente proncipale del brano ma il groove: ad aprire le danze è nuovamente la chitarra, che trafigge il silenzio con un riff dallo stile tipicamente Nu Metal, un terzinato la cui ultima nota è tirata in dirt picking per produrre il famoso fischio che ha reso immortali diversi riff metallici. La batteria inizia la sua marcia sostenendo il tutto con la sola cassa ed il rullante, coinvolgendo così il pubblico in una imperiosa marcia sotto il vessillo dei Voivod. L'unica nota di luce in questo avvio di show è rappresentato dal tono allegro e preso bene con cui Snake annuncia il brano, passato questo preludio, le tonalità ribassate ci gettano subito in un atmosfera oscura e claustrofobica, dove possiamo quasi sentire le pareti della nostra stanza chiudersi attorno a noi. Il tempo sostenuto e pesante infatti è un espediente per descrivere il senso di straniamento vissuto dal protagonista, una sorta di guerriero dello spazio che dopo aver fatto ritorno da un conflitto intergalattico non riesce più a riambientarsi nella vita di tutti i giorni; evidentemente, i suoi occhi hanno visto troppe scene raccapriccianti e anche la quiete e la tranquillità del pianeta natio rappresentano per lui qualcosa di pericoloso, egli torna sulla Terra dopo aver conquistato un pianeta ostile, la missione può dirsi compiuta dunque, eppure, il silenzio del mondo non fa che evocare in lui tutti i ricordi bellici che pensava di aver archiviato, ed anche se circondato da milioni di persone si sente comunque solo ed abbandonato. Come dicevamo, la canzone si apre con un'apertura lenta e atmosferica, momento nella quale il vocalist canadese ci racconta in prima persona il ritorno del protagonista, dopodichè, con uno sferzante cambio di tempo il tiro si alza, dalla marcia iniziale si passa ad un mid tempo travolgente dove la doppia cassa in trentaduesimi ed il rullante serrato candiscono gli scatti d'ira di un soldato in preda ad una crisi di panico dovuta allo stress post traumatico. Egli combatte da solo, nonostante i suoi compagni fossero al suo fianco, la sua soppravvivenza in battaglia dipendeva solo da lui ed anche adesso che è tornato dal fronte egli è privo di aiuto nel fronteggiare i suoi demoni: la paura, il rimorso, il disagio esistenziale, nessuno può essergli d'aiuto in questa guerra personale e proprio sul ritornello sopraggiunge l'urlo di dolore: "lost in this world, i am forlorn!" ("disperso in questo mondo, sono abbandonato!"). Il tempo resta sempre sostenuto, mentre questo disgraziato continua a ritrovarsi nel suo inferno quotidiano, invocando finalmente il dovuto e meritato riposo dopo aver tanto sofferto, ma la pace non sopraggiunge mai, se prima erano i laser dei soldati nemici a bersagliarlo, dato che si parla di guerra galattica, adesso sono la solitudine e l'indifferenza degli altri verso gli orrori che ha subìto ad attanagliarlo ulteriormente; l'urlo di aiuto nel ritornello continua a ripetersi sempre in maniera ossessiva, come ossessivo è il tono di chi è in preda ad una psicosi a seguito di uno stress post traumatico. Il tempo ora cambia nuovamente, spostandosi su bmp ancora più elevati, il climax ascendente sta prendendo vita e sta giungendo all'apice, il soldato non riesce più a vivere in quella condizione e cripticamente il testo si esaurisce con il racconto della morte che si avvicina, gli occhi che si chiudono e la sua anima può svanire nell'eterno. Non possiamo dire con certezza se egli si sia tolto la vita o se invece abbia trovato la pace in maniera naturale, dopo questo fulmineo scatto di follia tutto torna alla quiete, con la chitarra che riprende il main riff dell'apertura, questa volta eseguito con il tocco arpeggiato, il basso a calcarne le note toniche e la batteria ad accompagnare la chiusura unicamente con l'ausilio dei piatti. Il pezzo finisce in fade out ed il pubblico non può che dimostrare il suo apprezzamento con un nuovo boato.

Voivod

Giungiamo al penultimo brano della scaletta "Voivod" ("Voivod"), che non è solo la titletrack del decimo album in studio della band, ma è anche una vera e propria dichiarazione di intenti con la quale i canadesi dicono chi sono, cosa fanno e soprattutto quante teste spaccheranno sparandoci in faccia la loro musica. Già dall'apertura dell'audio si sente che siamo vicini alla chiusura, il pubblico ormai è cotto a puntino e pronto per l'ultima trance di questo concerto da cardiopalma, ma i quattro si fanno desiderare un po' con un'introduzione creata con un accordo tenuto di chitarra di cui viene alzato ed abbassato il volume; Snake si avvicina al pubblico, prende il microfono e lancia l'urlo che tutti i fan vogliono sentire: "Voivod". Esplode la bolgia, nemmeno il tempo di accennare l'ultima "d" della parola che immediatamente la batteria di Away inizia a pompare adrenalina con un quattro quarti incalzante da vera e propria tradizione del Thrash Metal. La chitarra ci asfalta con uno shredding selvaggio sugli accordi, accompagnata dal basso di Blacky la cui linea di poche e semplici note crea quell'impalcatura ritmica necessaria per tirar su un vero e proprio muro sonoro. Come consueto ed anzi quasi d'obbligo in un pezzo thrash, il testo viene ringhiato sulla musica, il buon Snake si fa ora protagonista in prima persona di chi (o cosa) sia il Voivod: esso è un qualcosa la cui terra è infestata e contagia tutto ciò che ne tocca il suolo, talmente radioattivo da far collassare addirittura il sole; un luogo il cui popolo è talmente assetato di conquista che già si sta preparando alla guerra e a marciare su di noi. Con l'arrivo del ritornello troviamo un vero e proprio coro da stadio, al quale si unisce anche il pubblico con gran fervore, il Voivod ora sembra essere divetato un individuo in carne ed ossa, in particolare un paranoico, un ubriaco reso ebbro dal vino fatto col sangue, un dio fuori di testa ed un cane ferocissimo, quattro immagini che su un passaggio memorabile ci dicono chi sono i Voivod. Ma non c'è tempo per indugiare, la seconda strofa prende avvio senza cesura alcuna e adesso agli incisi vocali di Snake si altrneranno le incredibili stoccate soliste di Chewy, pronte a mitragliarci con una raffica di note appena si esaurisce la voce del frontman. Il maniacale protagonista continua la sua dichiarazione di guerra, minacciandoci di diventare una bestia una volta che avrà assaporato la nostra carne facendoci congelare, ovvero morire e diventare freddi come cadaveri sotto le sue torture, una creatura talmente morbosa da infettare anche la più pia delle figure angeliche come un cancro. L'adrenalina intanto scorre afiumi ed i presenti si uniscono a tutti per un nuovo coro sul ritorello, il nome della band ora è un qualcosa che incita ed eccita il pubblico facendolo urlare a squarciagola; è arrivato il momento della terza strofa, una nuova serie di sferzate che si concludono con l'invito a seguire il protagonista in questa nuova cavalcata di follia attraverso una guerra nucleare, o si obbedisce all'ordine o altrimenti le nostre membra saranno tritate e divorate dalle sue fauci insaziabili. Il brano ci regala un'ultima mazzata grazie alla ripresa conclusiva del ritornello, la cui nota finale viene letteralmente lasciata andare in un finale da baraonda sul quale i quattro canadesi assaporano ancora una volta la gloria di questa loro autocelebrazione.

Astronomy Domine (Pink Floyd Cover)

Sembrerebbe finita qui, ma nel fucile del gruppo c'è ancora un'ultima cartuccia da sparare, un brano con cui fare cifra tonda e chiudere in bellezza la loro esibizione in Olanda, stiamo parlando di "Astronomy Domine"("Signore dell'Astronomia") celebre brano dei Pink Floyd, contenuto nell'album di debutto "The Piper At The Gates Of Dawn" al quale i canadesi rendono omaggio attraverso la loro personalissima rivisitazione (contenuta invece nell'album "Nothingface"). Essendo anche loro appassionati di fantascienza e temi cosmici in genere, i Voivod non potevano scegliere pezzo migliore per tributare forse quella che può considerarsi la band progressive per eccellenza, scegliendone in particolare un classico degli albori di carriera. Mentre Chewy crea la giusta atmosfera per intraprendere questa nuova avventura nello spazio, il buon Snake annuncia che si tratta del brano di chiusura, con il pubblico che continua a rimarcare il proprio apprezzamento per lo show a cui ha appena assistito, vi è da parte dei canadesi la promessa di tornare nei Paesi Bassi l'anno seguente, dunque non si tratta di un addio ma di un arrivederci, che si chiude con l'eterno ricordo di Piggy; il delay della sei corde intanto si fa sempre più intenso, ripetendo in loop quella nota effettata che presto avvierà l'inizio di una suite seventies rivisitata in chiave Thrash Metal, una delle prove di creaività meglio riuscite che il genere possa annoverare. La peculiarità di questa composizione, all'epoca della sua uscita come in questa cover, è l'imponenza che si crea dal connubio della melodia vocale, che ci giunge alle orecchie quasi come una cantilena strascicata, e l'incredibile accompagnamento musicale, orchestrato sulla cascata di accordi serrati unita ad un'imponente lavoro ritmico della batteria. La struttura complessiva della traccia si suddivide in tre macroblocchi, nei quali l'avventura nello spazio siderale prende avvio attraverso l'assunzione di sostanze psicotrope che espandono all'ennesima potenza la connettività e le sinapsi del nostro cervello: la lirica infatti è incentrata sull'immensità dell'universo, tema peraltro caro a Syd Barrett, che la leggenda vuole abbia trovato l'ispirazione a comporre questo brano durante una festa al quale era stato invitato da alcuni suoi amici di Cambridge dove, dopo aver assunto degli allucinogeni, si ritrovò letteralmente catapultato nello spazio, convinto di orbitare attorno a due pianeti che in realtà si rivelarono essere due frutti. Da buon allievo e fan dei rocker britannici, Snake trova in questo testo l'influenza e la passione per le liriche d'avanguardia che compaiono in altri testi dei Voivod, il fulcro tematico delle strofe infatti sembra non seguire un filo logico ma come in altre canzoni dei canadesi, le immagne si susseguono in maniera quasi dadaista, regalandoci una vasta gamma di emozioni e stimoli sensoriali che vanno dal visivo, come il vischio, il verde e l'azzurro del cielo che si mescolano tra loro, al sonoro, con il rimbombo che si ripercuote nel vuoto, fino alle suggestive immagini dei pianeti e dei satelliti che sfilano davanti agli occhi del protagonista in questa parata siderale. Nella strofa centrale vi è inoltre l'incontro con il colonnello Daniel "Dan" McGregor Dare, capitano della flotta intergalattica del fumetto inventato dal disegnatore Frank Hampson, creando così una situazione che ha un chè di dantesco: questo astronauta riveste infatti il ruolo di una sorta di Virgilio spaziale, che con i suoi consigli guiderà il protagonista fino al ritorno sulla terra una volta finito il trip, ma c'è ancora il tempo per un ultima serie di visioni oniriche, che si riallacciano alla prima strofa, prima che il muro ci accompagni all'epico finale con i quali i Voivod siglano la loro esibizione. Prima di congedarsi però, è necessaria un'ultima interazione con il pubblico, ecco dunque che prima dell'ultima ripartenza la band si ferma, concluso il travolgente assolo di chitarra eseguito da Chewy, la musica inizia a rallentare per poi ripartire improvvisamente con un nuovo monolite sonoro e poi si arresta di netto, nell'aria rimane solo il clamore del pubblico che batte le mani, Snake incita ancora a salutare Piggy, un ultimo ricordo di un membro storico dei Voivod e poi via per l'ultimo tratto di navigazione cosmica. Gli accordi ora si distendono, le voci si fanno più morbide leggere fino ad arrivare alla definitiva cesura, sulla quale i Voivod si abbandonano ad un finale al fulmicotone con doppiacassa e ponte mobile della chitarra intento a produrre le più malsane cacofonie, un definitivo "thank you" e sul larsen degli amplificatori il gruppo si allontana dal palco, lasciando i presenti ancora piacevolmente intontiti da questo viaggio che si è compiuto stando fermi. 

Conclusioni

Di sicuro, "Live At Roadburn 2011" è un album che rispecchia e conferma quanto detto in apertura: sul palco una band deve saper dimostrare il proprio valore senza ricorrere a ritocchi ed aiuti provenienti dalla front of house (la postazione del fonico); i Voivod infatti non ci regalano altro che il loro unico ed inconfondibile talento, mettendo su disco tutta la loro maestria ed anche gli eventuali inconvenienti tecnici momentanei (come l'accordatura non precisissima della chitarra di cui si è parlato per l'esecuzione di "Overreaction") che però non rovinano il disco, anzi lo rendono ancora più autentico, essendo comunque un difetto momentano e prontamente risolto. Snake non è sempre intonatissimo a cantare? Chewy, Blacky o Away non sono sempre pulitissimi su un determinato passaggio? Bhe, nel caso di un disco Thrash viene spontaneo dire "chissene importa, bella lì lo stesso", dato che stiamo parlando di una band che vuole comunque suonare cruda, ruvida e grezza ma anche atmosferica, sperimentale ed alcalina, mirando a creare un marchio di fabbrica che ancora oggi, dopo ben trentasei anni di onorata carriera, al primo play ci consenta di identificare i Voivod con un entusiasmante eureka al primo colpo. Complessivamente, per un album live registrato nel 2011, rivisto, mixato e postprodotto per poi essere pubblicato l'anno seguente, verrebbe da dire che siamo di fronte ad un risultato mediocre; dopo dodici mesi di lavorazione un ascoltatore si aspetta che queste tracce suonino pressochè perfette, e con tali aspettative restarne quindi deluso, ma teniamo sempre a mente quanto già detto in precedenza, questo disco deve trasudare attitudine prendendo il bello e il brutto della cosa, deve suonare vero e autentico, altrimenti non ci saremmo messi ad analizzare un live ma avremmo atteso la nuova prova in studio della band, ma non è questo né il momento né il luogo adatto. Consideriamo poi che una volta gli album, e in particolare quelli Metal, venivano registrati secondo la stessa filosofia: negli anni Ottanta, come sappiamo, non erano disponibili le attuali strumentazioni digitali, c'erano solo i microfoni, i banchi mixer (che già con 24 canali erano fantascienza) e c'erano i nastri e successivamente i vinile, il numero di ingressi era limitato (ricordiamoci dei famosi 8 piste) e dunque ci si doveva accontentare del numero di "buchi" nei quali collegare un microfono; non c'era la possibilità di inserire quaranta tracce di chitarra, trenta di basso, dodici di batteria e cinquanta incisioni vocali, nella maniera più assoluta, c'era solo il musicista con il suo strumento e c'era il microfono che, in qualità di testimone oggettivo, imprimeva su nastro ciò che egli suonava. Era l'artista in primis a dover far suonare figo il suo album ed erano dunque le sue mani e le sue corde vocali le prime doversi far valere. Oggigiorno invece si è giunti alla tendenza opposta, ovvero il classico "vada come vada che poi aggiusta tutto il fonico col computer", i Voivod invece, nonostante si tratti di un disco di soli cinque anni fa, hanno voluto ragionare come le band degli anni Settanta, dove era il groove del gruppo, in studio come dal vivo, a parlare. Quella che ci troviamo ad ascoltare è una testimonianza pura e semplice di ciò che i Voivod combinarono in quella determinata occasione, riportando anche le pause tra un pezzo e l'altro dandoci così l'opportunità di rivivere il concerto come se fossimo presenti in loco. Inoltre, la scelta di ridurre al minimo indispensabile l'editing ed il lavoro di mixaggio si rivela particolarmente coraggiosa, prima di tutto perchè appare lampante la perizia con cui la troupe tecnica ha cablato e microfonato i vari strumenti, curando tutto al minimo dettaglio per far sì che il risultato delle riprese suonasse figo già in partenza, secondariamente, i Voivod hanno intrapreso una vera e propria sfida con se stessi; consci del fatto che quel concerto sarebbe stato oggetto di una pubblicazione di mercato, peraltro esclusiva ed in edizione limitata, i quattro canadesi sul palco hanno dato tutto quello che avevano, regalandoci così una performance encomiabile che ci dimostra ancora una volta, come se ce ne fosse bisogno, tutta la loro bravura. Non a caso la band di Snake è anoverata tra le leggende più illustri del Thrash e non a caso la toppa dei Voivod appare su una miriade di gilet in tutto il mondo; hanno contribuito a delineare prima e ad evolvere poi uno dei generi più seguiti ed amati di tutto il Metal, cercando di amalgamarlo con tutto il frangente del Rock sperimentale, impresa non semplice dalla quale, per fortuna, i nostri sono usciti vittoriosi. Dal punto di vista contenutistico, dovendosi esibire fra i primi nomi del bill e dunque con una timeline abbastanza limitata, Snake e soci hanno scelto dieci dei loro brani migliori, estrapolandoli dai loro masterpiece; "Live At Roadburn 2011", si può quindi considerare come un piccolo best of della band eseguito dal vivo, con tutta l'attitudine che queste canzoni richiedono e meritano nella loro espressione on stage. Se volete rivivere quella giornata di aprile di cinque anni fa, stappatevi una birra e mettete su questo album dei Voivod, con l'iniziare dell'audio e l'alzarsi del fischio degli amplificatori vi basterà chiudere gli occhi per poter sentire le spallate che vi arriveranno nella mischia direttamente sulla vostra pelle.  

1) The Prow
2) Ravenous Medicine
3) Overreaction
4) Experiment
5) Global Warning
6) Ripping Headache
7) Nothingface
8) Forlorn
9) Voivod
10) Astronomy Domine (Pink Floyd Cover)
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