VOIVOD

Katorz

2006 - The End Records

A CURA DI
DAVIDE CILLO
23/06/2017
TEMPO DI LETTURA:
9

Introduzione Recensione

Se parlando di musica qualcuno mi chiedesse "chi sono i Voivod?", sicuramente come quasi tutti voi comincerei descrivendo il genere, il sound, le caratteristiche, ecc. Sono però certo che, una delle prime cose che chiunque di noi parlando dei Voivod direbbe, è di come siano riusciti ad evolversi e a svilupparsi album dopo album, regalandoci una discografia che tanto assomiglia ad un lauto pranzo matrimoniale: centinaia di pietanze, buonissime, ma ognuna differente dall'altra. Beh, probabilmente ascoltare l'intramontabile discografia dei canadesi è anche più soddisfacente di un buon pranzo, perdonatemi dunque se non mi sono pervenute metafore migliori. I Voivod, nati nel 1981, si presentano sul palco come un gruppo di ribelli ragazzi canadesi ricchi d'attitudine, con una musica rapida e tagliente, affilata come poche, che con il loro "War And Pain" si inseriscono alla perfezione nel nuovo filone Speed/Thrash Metal sorto in quegli anni, e che ha proprio nel Canada una delle proprie terre madri. Sarà in questo loro album di debutto, e nel successivo "Rrröööaaarrr" rilasciato due anni più tardi, l'ultima volta che avremo occasione di collocare davvero i Voivod all'interno di un genere. Questo perché, già dal successivo "Killing Technology" del 1987, il terzo album discografico dei ragazzi, i Voivod dimostreranno di avere un qualcosa di diverso dalle altre band del proprio genere. E, in moltissimi casi, anche qualcosa di più. I quattro canadesi si consacrano con una sorta di avanguardistico Progressive-Speed/Thrash Metal, con un sound che strizza l'occhio alla scena HC Punk della California settantiana prima e della New York primo-ottantiana poi, con le geometrie musicali che scompaiono del tutto, a favore di melodie distopiche, macabre, imprevedibili ed in grado di sorprenderci in ogni istante penetrando nel nostro animo. E' Piggy, tramite la coniazione di un suo trademark nell'approccio alla chitarra, ad inventare e riproporre uno stile nel riffing criptico, caotico e continuamente vario. Il suo stile composto di accordi strani e non leggibili e quel sound rumoroso ma colto, sebbene sempre privo di tecnicismi fini a se stessi, rendono i Voivod una band unica e con una cerchia di fan pazzi della loro musica. Away, il batterista, è uno dei principali artefici di questo successo giacché, oltre a contribuire in maniera determinante alle composizioni, crea un'ambientazione immaginaria all'interno della quale si collocano gli avvenimenti narrati nelle canzoni: un'ambientazione fredda, monocromatica e futuristico post-apocalittica. Un'ambientazione da lui anche disegnata, giacché si fa carico di disegnare le copertine della band, ancora oggi amatissime. La folle voce di Snake dietro al microfono, quell'approccio che trasmette le sue prestazioni canore non come quelle di un semplice cantante, ma come quelle di un personaggio vivente e tangibile nei suoi racconti, lo rendono quasi cinematografico al momento della proposta della sua stravagante e turbata voce. I canadesi cominciano a sfornare capolavori, guadagnandosi a buon ragione la reputazione di "band più sottovalutata della storia". Sono i successivi "Dimension Hatröss" del 1988 e "Nothingface" del 1989 a consacrare i Voivod come band unica e mai ascoltata in precedenza. Concerto dopo concerto, i nostri crescono e maturano un nuovo sound che ascolteremo con "Angel Rat" del '91: è il full-length dell'ulteriore evoluzione, è una perla del Progressive Rock rimasta negli anni ineguagliabile. Per la prima volta, i Voivod non traggono la loro forza dalla potenza, ma quasi esclusivamente dall'evocatività. E lo fanno con tracce come "The Prow", tracce che mettono i brividi. Fareste bene ad aspettarvi a questo punto un'altra evoluzione di sound, perché è proprio questo il motivo per cui vi stiamo raccontando tutto ciò. L'album successivo, lo spaziale "The Outer Limits" del 1993, lo si potrebbe definire un irripetibile incontro fra i suoi predecessori "Nothingface" e "Angel Rat". E' solo due anni più tardi e dopo sette album capolavoro a noi donati, che ci ritroviamo a raccontare della prima pagina grigia della band. Nel successivo lavoro, "Negatron" del 1995, i Voivod hanno infatti perso alla voce Snake, una delle colonne portanti della band. Subentra al suo posto Eric Forrest nel ruolo di cantante-bassista, giacché precedentemente anche Blacky aveva lasciato. Il lavoro non è negativo, ma semplicemente non da Voivod. Non per come noi li vogliamo, non per come noi ce li aspettiamo. Si ascolta infatti un più classico, e per quanto ben suonato più banale, Thrash/Groove Metal. Le grandi band si rialzano subito: due anni più tardi "Phobos", con l'inserimento di ben collocati elementi elettronici e con la presenza di tracce da brivido come la mortuaria strumentale "Temps Mort", vede l'immediato ritorno dei Voivod ai massimi livelli. Massimi livelli dell'ispirazione, massimi livelli della musica, ma mai massimi livelli del pubblico e della popolarità. Popolarità che i Voivod, purtroppo, immeritatamente mai raggiungeranno. C'è l'ingresso di Newsted e il ritorno del vocalist Snake con il lavoro discografico del 2003, omonimo della band "Voivod", un lavoro che ci porta a scoprire ancora una volta i Voivod in una nuova veste: quella del potente e genuino rock n' roll, con un Jason al quattro corde che subito ben si inserisce all'interno della band come se lì ci fosse da anni. L'album, estremamente piacevole, possiede tuttavia dei limiti: d'impatto, cadenzato, ma sempre con quel qualcosa di mancante. Non si capisce davvero cosa fino all'uscita del capolavoro successivo, "Katorz" del 2006, protagonista della recensione odierna. E' l'evoluzione: il sound diviene sporcato, le atmosfere vocali sono saturate, vi sono diversificazioni e ritornelli memorabili, subentrano tensione ed esplosività. Si ritorna a quel riffing caotico che tanto al lavoro precedente era mancato, si ritorna a quell'approccio rugginoso. Quando decidono di spingere, è questa la veste con cui i Voivod trasmettono il meglio di loro. E' questo il patrimonio lasciatoci da Piggy, che dall'ospedale in cui si trovava compone le tracce e le lascia in eredità ai suoi amici. Amicizia, che parola. Cos'è che conta più dell'amicizia? Cosa vale di più? La famiglia, e poi cos'altro? Pochi mesi più tardi Piggy scompare per il tumore al colon che lo affliggeva, poco dopo aver registrato le parti acustiche dell'album. Gli altri, i suoi amici, onorano la sua memoria, registrando il SUO disco. "Katorz" è la pietra miliare ultima di Piggy. E questa pietra miliare, è tempo di viverla, è tempo di raccontarla.

The Getaway

Apriamo le danze con "The Getaway" (La fuga), brano che si apre con un riff impressionante che culmina in un rapido e progressivo delirio. Qui ad avere la scena è la fantastica melodia, ma la prima cosa a cui facciamo caso è quanto sia stato impressionante il lavoro su questo album in fase di produzione: la chitarra possiede un sound massacrante, il tutto è sporcato e saturato, la voce di Snake è affilata come un trapano nelle orecchie, la batteria di Away d'impatto come un esplosivo al plastico pronto a spazzare via qualunque cosa si trovi nelle vicinanze. Beh, non venitemi a dire che solo questo sound non è un impressionante passo in avanti rispetto al comunque positivo ma rivedibile album precedente "Voivod". Il brano, devastante, ci porta nel pieno della guerra in Iraq, dove il vocalist Snake si dedica forse nella prima volta della storia a parlare di una tematica di politica corrente, terrena e tangibile e non locata nello spazio o nel multiverso, ma nelle difficoltà attuali del nostro pianeta. Le liriche ci sottolineano quanto sia prezioso e sottovalutato il valore della vita umana, quanto giovani perdano ciò che è loro più caro senza che questo sia essenziale, quanto è forte e vivo il desiderio che la guerra termini per coloro che la vivono giorno dopo giorno. Ciò su cui la band si sofferma è, in particolar modo, quanto queste guerre siano spesso programmate, e quanto avvengano per gli interessi economici di coloro che, mentre si combatte, si arricchiscono sul sangue altrui. Non manca verso il finale della traccia il "momento Voivod" nel senso proprio del termine, con gli imprevedibili accordi di Piggy e una serie di stop and go semplicemente non leggibili. Il brano si chiude con effetti speciali da cinema horror, in un ambiente che però tanto ci ricorda quello delle creature aliene di "The Outer Limits": non so perché, ma quel rumore mi fa tanto pensare che un UFO stia atterrando sulle nostre teste, e che magari si stia aprendo il classico portellone frontale da cui le creature aliene si stanno apprestando a scendere. Un brano devastante ad ogni modo, con cui i quattro ragazzi canadesi si soffermano sulle vergognose ingiustizie sociali del nostro pianeta, e sul quanto il valore del denaro venga spesso anteposto a quello della vita umana. Un brano che possiede un qualcosa di delirante, senza dubbio, e che ci lascia in bocca (o nelle orecchie?) la sensazione che ci apprestiamo ad ascoltare un full-length con la F maiuscola? o un album con la A maiuscola, per chi preferisce. L'elemento chiave di questo brano? Direi senza dubbio la produzione al primo posto, la spettacolare linea vocale e il timbro raschiato di Snake al secondo. Continuiamo la nostra marcia ora, ci aspettano tanti brani!

Dognation

Il secondo capitolo si intitola semplicemente "Dognation" (Nazione del Cane), e parte senza fade-out o pausa alcuna. Appena termine la traccia precedente, parte secca ed immediata la successiva, dove il protagonista è Away che avvia il brano con un lancio di tamburi ed uno scaltro cambio di tempo. La palla passa presto al duo Piggy-Snake, e qui la band ci regala un riff impavido e tendenzialmente cupo, dotato di un groove potente e d'effetto. Questa qui potremmo senza alcun dubbio definirla la "Voivod trademark song", nel senso che mette in primo piano tutte le caratteristiche tipiche della band, con i celebri riff caotici e diretti in primo piano. Chiaramente, pur essendo un brano d'impatto e contraddistinto da una certa violenza, non siamo alla proposta Thrash Metal degli esordi, ma certamente con questa traccia ci ritroviamo a vivere un passo indietro di diversi anni. Il concetto "Voivod trademark song", per quanto riguarda questo brano, mi sento di estenderlo anche alla parte vocale, davvero delirante in ogni frangente e in piena sintonia con un Piggy ispirato più che mai. Apprezziamo molto il quattro corde di Jason, in quarto le parti di basso ci appaiono molto "sincere" ed ispirate, specie nella seconda parte del brano dove il basso ricopre un ruolo importantissimo all'interno del mix. Nelle liriche i protagonisti si trovano in una pacifica villeggiatura estiva di nome "Paradise Island", godendosi sole, mare e amore. Un pacifico relax estivo, insomma, uno stacco dal lavoro quotidiano. Purtroppo, in questo caso, non sarà così. Questa isola del paradiso verrà assediata da soldati con armi, caschi e elmetti che porteranno morte e distruzione. Ecco che il luogo, nel giro di poche ore, si trasformerà radicalmente: ci ritroveremo in un paese morto, nero e che ci trasmette paranoia al solo sguardo. Tutti coloro che si trovavano a vivere un qualcosa di pacifico, verranno trattati come cani. Se "The Getaway" era d'impatto, rapida e senza alcun dubbio scorrevole, potremmo dire che "Dognation" rappresenta maggiormente la consueta follia Voivodiana. Con l'eccezione del basso tuttavia, che come ben sappiamo storicamente è sempre stato relegato ad un ruolo abbastanza marginale all'interno dei brani dei canadesi. Qui, sommariamente nell'ultimo 30% del brano, Newsted si mette in mostra con quel tanto di protagonismo e con quel tanto di personalizzazione alle parti di chitarra che tanto bene ci porta. Un episodio perfetto, senza giri di parole, per condurci a quello che sarà il terzo capitolo di questo "Katorz", album del 2006 dei Voivod.

Mr. Clean

Ed eccoci a "Mr. Clean" (Mr. Pulito), la terza traccia di una durata di quattro minuti circa. Questo è il capitolo della violenza e dell'headbanging, con un diretto riff introduttivo catchy come più non potrebbe essere. Indispensabile a tal proposito l'irregolare ritmo batteristico di Away, che davvero dona un qualcosa in più a questo frangente iniziale della traccia. Uno degli aspetti in primo piano sono qui le liriche, con cui i nostri descrivono una società omogenea e trendy, una società dove il conformismo è talmente grande da modificare radicalmente il nostro modo di vivere. Le persone infatti, per inserirsi e talvolta addirittura per moda, arrivano ad adottare anche comportamenti discriminatori al fine di apparire piacevoli e accattivanti. Una società triste, una società che sarcasticamente vede la frase di Snake "what a nice and clean society" (che bella e pulita società). Un po' alla Mustaine questo sarcasmo politico, come anche avviene in una delle frasi finali "long live democracy", ovvero "lunga vita alla democrazia", che non potrà nella mente ricordarci almeno un po' quelli che sono i thrashers californiani Megadeth, che del parlare di questi argomenti ne hanno fatta una caratteristica. Ad ogni modo, questo brano "Mr. Clean" possiamo a tutti gli effetti definirlo il brano di Snake, un brano dove il vocalist domina il pezzo con il suo carisma e il suo timbro. Da non sottovalutare come detto lo straordinario impatto di Away, che con Piggy forma una coppia d'artisti fra le più affiatate della storia. Il pezzo si contraddistingue per essere scorrevole e diretto, senza poi troppe varianti per essere un brano dei Voivod, facendo della compattezza e della godibilità le sue principali caratteristiche. Elemento d'interesse è l'assolo di metà brano, sporco e affiancato in tutto e per tutto al riff che lo sostiene, il principale della traccia. Nel finale i nostri cominciano a creare melodie disturbanti e criptiche, a tratti robotiche, trasmettendo un profondo senso di inquietudine per quello che sta diventando il nostro modo di vivere e di essere. Beh, come negare quanto questi testi cantati fino ad ora da Snake lascino il segno per la loro profondità e per gli spunti di riflessione. Almeno nel mio caso, mi ritrovo nel notare attorno a me e nella società contemporanea atteggiamenti come quelli descritti dal vocalist canadese in questo brano. Al termine della traccia, riascoltiamo il finale macabro e ufologico dell'episodio iniziale "The Getaway", riproposto dalla band per creare una sorta di concept nelle nostre teste.

After All

Giungiamo alla quarta traccia, intitolata "After All" (Dopotutto). L'episodio si apre in piena sintonia con l'ending del precedente, creando una serie di passaggi inquietanti e tetri, con una chitarra effettata e connotato da un senso che ci trasmette un animo profondamente infastidito, riflessivo e per certi versi irritato. Piggy si cimenta in una vorticosa serie di interruzioni e di stop and go, per poi introdurre un inaspettato riff dal maggiore senso disturbante. E' un inizio, quello di questa traccia, che tanto ci ricorda quanto i Voivod amino sorprendere noi ascoltatori. In questo caso, sin dallo straordinario riff introduttivo, già capiamo che il pezzo spaccherà. E così è. I canadesi ci regalano una serie di ritmiche da togliere il fiato, una serie di interruzioni e ripartenze da brivido e che faranno del male al nostro collo. Siamo in presenza di una traccia sporca, affilata, piacevolmente grezza e saturata. Straordinario, manco a dirlo, il lavoro di Away dietro le pelli, davvero in massima forma il batterista in quest'album. Senza alcun dubbio, "After All" fino a questo momento è il brano più convincente, ed essere più convincente dei già fantastici episodi precedenti non era certamente impresa semplice. La canzone si conclude, ancora una volta, con un finale horror e illeggibile, con un tetro ronzio che penetra nel nostro cervello. Magari, per un brano così valido, il finale poteva anche avere un qualcosa in più, giacché è molto secco e, per così dire, "standard" ed in linea con le tracce precedenti. Stiamo parlando di dettagli, sia chiaro, il valore di questa traccia è ineccepibile. Proprio per questo si chiede sempre un qualcosa in più. Le liriche si soffermano sulla nostra vita quotidiana, sul quanto ci si stanca di fare giorno dopo giorno sempre le medesime cose e di quanto qualunque cosa, anche la più piacevole, perda di significato se ripetitiva. Il testo è, per la verità, abbastanza diretto ed esplicito, in quanto è chiaro ed evidente il riferimento alla routine quotidiana e a quanto questa possa essere massacrante dal punto di vista psicologico. I Voivod, in queste loro lyrics, descrivono questo stato d'animo riferendosi direttamente ad una serie di azioni quotidiane (il pane, il lavoro, ecc.) e lo fanno senza girarci intorno in alcun modo. A questo punto non posso che chiedermi: sarà per questo che hanno scelto di fare i musicisti?

Odds & Frauds

Il quinto episodio di "Katorz" si intitola "Odds & Frauds" (Probabilità e frodi). Il riff introduttivo è secco, diretto e contraddistinto da un groove potente, essendo però magari abbastanza "base" per i Voivod, che qui si attengono ad una ritmica abbastanza classica e prevedibile rispetto agli standard a cui ci hanno solitamente abituati. Il brano impenna subito dopo il riff introduttivo, con una ritmica che seppur altrettanto classica spacca in maniera inverosimile. In generale, l'intero brano è quello più leggibile e assimilabile a lavori precedenti della band, cosa tutt'altro che solitamente possibile. Come ho infatti detto in alcune delle mie precedenti recensioni, resta questa la cosa che in assoluto amo più dei Voivod: qualsiasi sia il mio stato d'animo, hanno sempre l'album perfetto per il momento. Beh, questa quinta traccia "Odds & Frauds" ricorda invece l'album "Negatron" per molti versi, perlomeno il sound è molto simile. Mi spingo oltre. Il riff principale di questo pezzo ricorda tantissimo quello di una traccia di quell'album, ovvero "Nanoman". Il tema è lo stesso, lo stile è espresso in maniera differente: lì quasi estremo, qui comunque di sangue metallaro ma molto più rockeggiante, non quasi alla Pantera, ma molto più Voivodiano (concedetemelo) in senso stretto, se vogliamo. Beh, non aspettatevi dunque una qualsiasi stravagante variazione, qui tutto è molto scorrevole e lineare, i nostri davvero si attengono al compito di valorizzare al meglio il loro sound sporco e accattivante, con la raschiata voce di Snake che ricopre un ruolo di primissimo rilievo, anche rispetto a quello che possiamo considerare il consueto lavoro di un vocalist. Che dire, non voglio essere troppo cattivo perché il brano è davvero d'impatto, ma penso almeno dal mio punto di vista di poterlo definire l'episodio più fragile di questo "Katorz". Le liriche sono una critica alla corruzione dei politici, descrivendo come ingannino le persone con frasi fatte, un potere troppo grande e il controllo dei media. La TV è forse per la verità la vera protagonista delle liriche, in quanto i nostri si soffermano sul quanto subdolo e falso sia l'utilizzo di questo strumento. Un puzzle di bugie, un monopolio, questo è quello che ci ritroviamo a vivere nell'attuale società. I nostri si scagliano contro la fonte di informazioni per antonomasia ma non solo, una fonte che sarebbe meglio cambiare o sostituire, cosa magari possibile con l'avvento del web. In parole povere, è un brano che descrive la classe politica come una vera e propria criminalità organizzata, una mafia ammessa e concessa a scapito delle nostre vite e delle nostre necessità. Bella cosa. Non gli do torto, purtroppo.

Red My Mind

Già esplicito il titolo del brano successivo, intitolato "Red My Mind" (Rossa la mia mente). Facile aspettarci, a questo punto, un brano contraddistinto da un indescrivibile violenza e da frangenti estremamente d'impatto. Così non è, affatto. I Voivod ci regalano più di tre minuti imprevedibili, strani e particolari, proprio come noi li vogliamo. Il brano è tutt'altro che "metallaro" nel senso stretto del termine, è al contrario evocativo, ispirato ed illeggibile. Un autentico passo inverso rispetto alla traccia precedente dunque, dove facendo un passo indietro nel passato con "Negatron" ci si era avvicinati molto a stili di metal band molto in voga durante gli anni '90. Questa è una bellissima track, comunque potentissima, e qui abbiamo più che mai l'interpretazione vocale cinematografica di Snake. Un suo trademark. Le ritmiche caotiche e zanzarose, se potete concedermi questa licenza nel termine, fanno da elemento principale di una traccia che, nei suoi quattro minuti e trenta circa, è progressiva e devastante al tempo stesso. Il protagonista dell'episodio, Snake, aiuta davvero molto in tal senso. Nella sua breve durata, ci troviamo insomma dinanzi ad una canzone estremamente varia e diversificata, una traccia con una linea chitarristica di qualità e dove l'ending in chitarra acustica è tanto piacevole quanto maggiormente lungo rispetto al solito. Abbiamo detto di quanto la parte musicale di questo brano sia di influenza progressive e sostanzialmente astratta. Beh, per le liriche possiamo ancora una volta sostenere l'esatto contrario. Come nel brano precedente si parla di TV, e di come questo strumento sia un cancro all'interno della nostra società. Le lyrics ricordano abbastanza quelle di "Bio-TV", un altro brano di "Negatron", album con cui la musica stavolta centra ben poco. La traccia ci racconta di quanto sia vergognosa la violenza presente in televisione e quindi trasmessa al mondo, e di come sia difficile non lasciarsi influenzare da ciò che si vede e si vive ogni giorno. Una manipolazione mentale, insomma. Come testo a me ricorda molto nello stile quello degli statunitensi Atrophy nel loro secondo album "Violent By Nature", ma per la verità molte Thrash Metal band hanno trattato magnificamente di questo tipo di argomenti. Nella traccia, oltre all'aspetto relativo al negativo sfruttamento della televisione, viene descritta una società degradata e in difficoltà, con spacciatori, maniaci, immorali e violenti. Il senso è dunque, detto in parole povere, "ovunque ci giriamo, noteremo qualcosa che non va".

Silly Clones

La successiva traccia, intitolata "Silly Clones" (Cloni stupidi), dal punto di vista lirico sembra quasi essere un sequel di quella che era stata la terza traccia di questo lavoro, "Mr. Clean". A dire il vero, la realtà descritta nel corso di questo pezzo risulta essere addirittura più triste e ci trasmette una certa malinconia. Questo perché, come avevamo detto in altre occasioni, risulta con l'essere un'analisi del tutto veritiera. I quattro canadesi descrivono una società dove le persone smettono di essere loro stesse. Proprio così. Si rinuncia al proprio carattere e alle proprie caratteristiche per immedesimarsi in ciò che la società concepisce come bello. Beh, inutile dire che la creatura dietro questo mostro è principalmente la vanità, una vanità che porta a comportamenti stereotipati e del tutto impersonali. Se queste parole nel 2006 erano attuali, dieci anni più tardi lo sono ancora di più: basti a pensare ai nuovi social network, come Instagram e company, o a queste fotomodelle, ce ne sono sempre di più, che se non fosse per le differenze nel loro aspetto fisico, sarebbero davvero sostituibili fra loro in quanto identiche a livello sia comportamentale che caratteriale. Ad ogni modo, nelle liriche cantate da Snake abbiamo un cattivo finale: queste persone non si renderanno conto che, giorno dopo giorno e vivendo in questa maniera, si stanno trasformando in dei mostri, cosa che in molti casi li porterà a morire nella solitudine. Beh, sicuramente ci sono molti casi nella società attuale in cui, vivendo la propria vanità o vivendo più semplicemente nel proprio agiato status, si comincia a guardare gli altri dall'alto verso il basso. Queste, sono cose che vanno di pari passo molto spesso. Beh, avrete dunque capito perché è facile definire costoro degli stupidi cloni, senza mezzi termini. Dal punto di vista strettamente musicale, il brano si mantiene costantemente su una tematica cupa e tetra, basandosi principalmente sui continui stacchi e cambi di tempo di Away dietro le pelli. La voce di Snake è a lungo parlata, piuttosto che cantata, e i macabri e stravaganti accordi di Piggy accompagnano una traccia, che in tutto e per tutto, è definibile "l'episodio della tranquillità." Nel senso che abbiamo una flessione di potenza rispetto alle tracce precedenti, a vantaggio di una traccia maggiormente profonda e intima.  Beh, sembrerà un controsenso, ma questa traccia riesce a essere stravagante pur non essendo particolarmente diversificata nella struttura. Un'altra caratteristica è il ruolo strettamente ritmico della chitarra, non aspettatevi dunque una chissà quale lead.  Un episodio "ponte" verso l'ultima parte del full, così potremmo definirlo, che spezza i ritmi mettendo in risalto le qualità maggiormente evocative della band. Quello della mancanza di un ruolo preponderante della lead, è a dire il vero un elemento abbastanza comune a tutto il disco.

No Angel

Ci catapultiamo sulla successiva "No Angel" (Nessun angelo), aperta da un macabro intro di chitarra acustica, a cui subentrano presto strani ed evocativi effetti robotici e se vogliamo distopici. Sono dei secondi quasi un po' alla "Killing Technology", per così dire. Più rockeggianti e meno metallari, chiaramente. Subentra presto un riff lento e criptico, presto coadiuvato da una voce di Snake più parlata che urlata, a cui segue una ritmica più semplice, secca e diretta. Il brano, nella sua parte lirica, sembra parlarci di un'amara storia d'amore, una storia finita male dove l'amore della donna a cui si fa riferimento viene definito un crimine. Inoltre, questo essere di aspetto femminile, viene descritto come un vero e proprio demone. Beh, evidentissimo come questa storia romantica abbia ben presto dei risvolti horror, giacché si culmina con l'essere vittime di una lingua da rettile e di corna infernali. "You're no angel", ovvero "tu non sei un angelo", è ciò che urla continuamente Snake, e piuttosto che un angelo questa donna che era stata amata è ciò che potremmo definire l'esatto contrario. Parallelamente a questa storia d'amore finita male, c'è un futuro che viene descritto come oscuro e misterioso: a dire il vero la parte testuale non si sofferma molto su questo passaggio, ma appare evidente ciò che esprime concettualmente, ovvero che tutti facciamo affidamento sulla nostra dolce metà completamente o almeno in parte per quanto riguarda il nostro futuro. Che dire se non "fate attenzione", perché creature dall'aspetto angelico di angelico potrebbero avere ben poco. Penso più o meno ognuno di noi abbia vissuto nella propria vita una situazione simile, specie nelle fasi della propria adolescenza. Ritornando alla seconda parte della traccia, questa si basa sulle ripetute urla di abbattimento di Snake e l'inserimento di backing gang vocals, con la parte chitarristica di Piggy estremamente lineare e funzionale all'assolo. Ebbene sì, qui abbiamo un assolo, posto su un riff di matrice decisamente Thrash classica. La canzone, stupenda, si contraddistingue per la sua traccia vocale spettacolare e lamentosa, quasi cantilenata, e dalle straordinarie ritmiche poste al di sotto di essa. Il pezzo sembra quasi essere una sorta di ninna nanna macabra, quasi una sinfonia alla Goblin da film di Dario Argento, e penso sia a tutti gli effetti fra le più memorabili del full. Una costante la malvagia chiusura in chitarra acustica, che ascoltiamo ancora una volta e che qui davvero calza a pennello: che grande brano!

The X-Stream

Ed eccoci a "The X-Stream" (Il flusso X): non sorprendetevi, questo grande album avrà un finale ancora migliore della sua parte iniziale. Questa traccia è un'autentica bomba, possibilmente la "hit" dell'album. Parla dell'estremo nelle sue varie forme e del modo con cui le persone impiegano la propria adrenalina. Ecco, partendo da questo immaginatevi una serie di riff sporchi e cattivissimi, caotici e taglienti, con una parte vocale delirante e ispirata come poche. La parte ritmica di Piggy è martellante, memorabile, come memorabile è la straordinaria parte di canto, alle nostre orecchie spettacolare come poche. Se dovessimo trovare un dettaglio, questo è un brano che tira fuori il meglio di sé ad alto volume, vi consiglio dunque di non ascoltare in generale questo disco senza spingerlo a dovere perché è una produzione che si rende giustizia su un volume bello alto. Più che la strofa, che è molto ritmica e semplice e basata sulla spettacolarità della linea vocale, è il ritornello la vera chicca del brano, che anche a livello strumentale tira fuori il meglio di sé. E' un brano collettivo, dove le performance personali dei componenti della band lasciano spazio alla forza dell'unità. Mentre le liriche proseguono incitandoci "continuiamo così per tutta la notte, intratteniamoci, facciamo questo, facciamo quello" ascoltiamo un devastante breakdown dove la voce del nostro Snake si fa parlata e carismatica, quasi ancora un po' alla "Mustaine" nello stile, ma non nell'espressione. Ovviamente, quando si parla di questo breakdown, non aspettatevene uno scontato: i canadesi si abbandonano al loro consueto delirio, per quella che è nella sua originalità e nel suo modo di essere una delle più belle tracce mai scritte dai Voivod. Niente passaggi acustici finali, niente ending malinconiche e niente progressivi fade-out, si parla di una traccia diretta e basata sulla pura e venale ispirazione e sulla propria pura anima progressive thrash/rock n' roll, se così possiamo definirla. Non è certo la prima volta che ci ritroviamo a vivere album straordinari, ma che ci lasciano il meglio di loro nella parte conclusiva. Non sarà di certo una scelta molto utile a livello commerciale, ma è davvero stupendo ascoltare un full sapendo che, pur partendo bene, nel suo svolgimento non potrà che migliorare. Ci appropinquiamo ora all'ultima traccia di questo grande lavoro, sperando che anche voi stiate apprezzando!

Polaroids

Ed eccoci allora a "Polaroids" (Polarizzatori), con cui chiudiamo questo delirante "Katorz". "Polaroids", il decimo e ultimo capitolo, ci accompagnerà per cinque minuti. Beh, eccola qui che ve la raccontiamo: questa è una traccia che spacca sin dall'inizio con un riff magari un po' generico, ma tagliente e coinvolgente come pochi. Nell'introduzione Piggy è fantasticamente assistito dal basso di Jason, mentre estremamente effettata è l'evocativa e piacevolmente nauseante voce di Snake. Un brano, questo, che a sprazzi suona bizzarro proprio come i buoni Voivod ci hanno insegnato. Nel racconto si parla di una spedizione a Morgoth e di come i membri di questa spedizione cerchino di sopravvivere. Tanti, a tal proposito, gli ostacoli: le proprie facce congelate, le lunghe giornate, una misteriosa oscurità che giunge perenne dal cielo, quasi come se evocata da un macabro rituale andato a cattivo fine. Un inaffrontabile deserto di neve, questo è ciò che si vive, dove si sperimenta ad ogni secondo il peso dei giorni e dove il vento sembra prendere e portarsi via i propri sogni e i propri desideri. Con il ritorno nella nostra amata Morgoth, che ricordiamo essere l'ambientazione gelida creata da Away negli anni del debutto della band, ci ritroviamo proprio a rivivere quelle mortuarie lande ghiacciate raccontate dai ragazzi nella Canada dei primi '80, dove ci si ritrovava però fra guerre nucleari e carri armati post-apocalittici. Qui mancanti. Lo scenario però, per capirci, è quello. In ogni caso, i nostri sfortunati protagonisti rimangono senza viveri e si ritrovano nel loro incubo peggiore, finendo con il crollare e morire in questo inferno. Niente happy ending, solo violenza pura. Tornando alla musica, il brano prosegue con un gustosissimo assolo di Piggy, elemento abbastanza raro in questo full, e ci ritroviamo a vivere una progressiva escalation di devastazione e malinconia. Malinconia, sensazione di impotenza appunto. E qui più che mai, il nostro amato Snake ci regala ancora una volta la sua cinematografica interpretazione nell'andarsi a sostituire ai personaggi delle sue canzoni. Questo brano è il diamante dell'album, una traccia intelligente e potente al tempo stesso, una traccia che sigilla il brano con un vigore indescrivibile, prima della sua criptica conclusione finale in chitarra acustica? probabilmente l'ultima parte registrata dal nostro amato Piggy. Impossibile non pensarci ascoltandola. Una conclusione straordinaria dunque, per un album straordinario. 

Conclusioni

Beh, inutile prenderci in giro, una sensazione di tristezza c'è pensando che questa è stata l'ultima registrazione di un grande artista e di un grande uomo. "Katorz" è un album che ci colpisce nell'anima, che lascia il segno per la sua profondità e per la sua capacità di coinvolgerci ad ogni riff, ad ogni singolo frangente cantato. Un album sporco, caotico, cattivo, ma evocativo ed ispirato al tempo stesso. Un album comunque non assolutamente cupo e triste, quanto piuttosto uno che ti dona forza e vigore, nel vero spirito rock n' roll e di chi non si inginocchia mai dinanzi alle difficoltà. Noi non ci arrendiamo, siamo guerrieri che trovano sempre la forza di rendere la propria vita un successo. Metaforicamente, potremmo dire che Piggy con questo full-length ci abbia lasciato il suo testamento, un testamento su cui è scritto una cosa sola: la morte può arrivare, ma i Voivod non scompariranno mai! La forza del gruppo, l'unità e l'amicizia, un album straordinario che sopravvive al destino e il tributo ad un amico deceduto. La straordinarietà di questo "Katorz" è di prendersi beffa della morte, dimostrando solo una cosa: che i Voivod non possono essere uccisi. Inutile che ci provate, non ci riuscite! Piggy è più vivo che mai. E dimostra, per l'ennesima volta, di essere uno dei chitarristi più geniali della storia, un chitarrista in grado di reinventarsi ad ogni lavoro. A questo punto, tanto per incominciare con le considerazioni finali, rimandiamo all'invito fatto poc'anzi: che il volume deve essere alto. Un full-length così puro e sanguigno, sporco e disturbato, credetemi, a bassi volumi non potrà mai tirare fuori il meglio di sé.  Facendo un paragone con il precedente lavoro, l'album "Voivod", quest'ultimo l'avevamo definito abbastanza lento e prettamente potente. "Katorz" è al contrario un ritorno al riffing caotico, portandosi però al tempo stesso ad un livello superiore. Questo perché, ancora una volta, si aggiunge e si personalizza, si reinventa, si trasforma. Come accennavo nell'introduzione è per questo che è un album superiore, perché è semplicemente più godibile. Più riuscito. Mai sottovalutare a tal proposito il ruolo della produzione, che davvero molto spesso sta alla chiave di tutto molto più di quanto non ci si possa aspettare. Un altro aspetto che personalmente amo tantissimo è quello relativo alla scaletta: pensateci, "The X-Stream" sarebbe stata la perfetta traccia opener, o magari la seconda, invece i canadesi ci regalano le loro perle nella parte finale, in una escalation di violenza, di emotività e di delirio. Un'altra accusa viene dunque nuovamente rispedita al mittente, quella di aver tentato di commercializzarsi, accusa che può essere mossa solo da chi i Voivod non li ha conosciuti davvero. L'artista vero è quello che sperimenta, è quello che vive sé stesso e le proprie fasi di vita con sincerità, è quello che se ha voglia di fare "Angel Rat" ti fa "Angel Rat", e non certo perché vuole vendere o sfondare. Voglia di evoluzione, molto semplicemente. I ragazzi, che non avrebbero mai sfondato come band a livello commerciale, secondo me l'hanno capito da un bel po'. Non sono degli stupidi, né degli sprovveduti. Hanno mantenuto la propria passione e il proprio stile di vita, dando una lezione a tutti gli artisti mercenari e a tutti coloro che hanno anteposto, nella vita, il denaro ai valori. I Voivod, come avevano fatto l'ultima volta all'inizio degli anni '90, riescono a dimostrare di essere un grande band anche rinunciando al metal del tutto, come in "Angel Rat", in parte o in piccola parte, come in quest'album, dove comunque la potenza e l'impatto sonoro come detto non mancano affatto. A dire il vero, a me di questo lavoro piace anche l'artwork, sebbene di solito non apprezzo particolarmente le cover che raffigurano i componenti della band. Qui anche la copertina è maledettamente Voivod, essendo interamente rossa e nera e rappresentando sullo sfondo una serie di tubature e un ambiente sporco, quasi come se ci trovassimo a guardare una locandina di un film di Tarantino o magari una del cinema poliziottesco italiano anni '70. Tanta, tanta, tanta attitudine insomma. I nostri, dopo il "7" che avevo assegnato a "Voivod", tornando di prepotenza a meritarsi il mio 9 pieno. Spero che voi vi ritroviate d'accordo con me nel definire questo lavoro un grande passo in avanti. Qualcuno potrà magari dire che non si è comunque ai livelli degli anni d'oro, il che sarebbe una cosa su cui si potrebbe dibattere e che potrebbe essere in parte vera. Ma dannazione, qui la band fa tutto ciò che doveva fare: reinventarsi ancora una volta, e non con un risultato parziale ma con un risultato grande. Un altro album, per un altro stato d'animo. Uno per ogni situazione. Alziamo le corna, i canadesi colpiscono ancora.

1) The Getaway
2) Dognation
3) Mr. Clean
4) After All
5) Odds & Frauds
6) Red My Mind
7) Silly Clones
8) No Angel
9) The X-Stream
10) Polaroids
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