VOIVOD

Infini

2009 - Nuclear Blast Records

A CURA DI
DAVIDE CILLO
14/07/2017
TEMPO DI LETTURA:
7,5

Introduzione Recensione

Nella carriera di ogni grande artista, è possibile tracciare dei periodi e dei momenti. Ciò senza dubbio vale allo stesso per la musica, il cinema, la pittura, dunque qualsiasi forma d'arte. Sono l'evoluzione e il cambiamento dei propri gusti e punti di riferimento, come del resto la vita e la crescita, a contribuire a cambiare in maniera anche drastica la percezione delle cose e dunque la volontà e l'ispirazione per proporre il meglio di ciò che, in quel determinato frangente, è possibile fare. Nella carriera dei Voivod, di momenti ne abbiamo tanti. Il sound affilato e più classico delle origini, quello caotico tagliente e distopico di Killing Technology, la successiva svolta prima più Progressive Metal, poi più Progressive Rock, ma sempre con quell'angolatura sci-fi e sempre con quel trademark nel riffing e negli accordi che ha reso i canadesi una band unica al mondo. Penso sia senza dubbio possibile dire che, dal 2003, abbiamo assistito ad una nuova svolta per i Voivod: con l'arrivo di Jason al basso i canadesi ci hanno di fatto regalato album più classici e diretti, con profonde radici nel Rock come non le avevamo mai ascoltate. Senza dubbio, questo è un elemento comune a tre full-length: "Voivod" del 2003, "Katorz" del 2006 e "Infini" del 2009, l'album protagonista della recensione odierna. Ad ogni modo, nonostante le radici siano le medesime, è innegabile che questi album possiedano fra loro delle importati differenze. Come del resto non potrebbe essere, considerando quanto siamo stati abituati dai Voivod a continue e sorprendenti variazioni stilistiche fra un full e l'altro. Mi piace pensare a questi tre album come a un percorso a sé, dove la band esordisce con una prima proposta del suo sound per poi migliorarla nel corso degli anni. Potremmo infatti dire che l'album omonimo della band "Voivod" è stato il meno riuscito dei tre, e che con "Katorz" si siano già posti diversi correttivi, prima di tutto nello stile e nella produzione. Per quanto riguarda "Infini", beh, avremo modo di ascoltarlo. Si tratta dell'ultimo album di fatto con Piggy, il secondo rilasciato dalla sua morte, il secondo con le sue registrazioni e le sue idee regalateci prima del trapasso. Un album sinceramente ispirato, un album prima di ogni altra cosa sincero, e che a tratti, specie nella sua seconda parte, sembra provenire già dal qualche posto nell'aldilà o dall'infinito dell'universo. L'amalgama degli elementi, ovvero dei generi musicali che vanno a influenzare e a costruire questo "Infini", è probabilmente però anche più semplice rispetto a quanto ascoltato nel predecessore "Katorz". Sboccia qui, inoltre, qualche piccolissima influenza Blues, sebbene esclusivamente in un paio di tracce nella seconda parte del full. Rilasciato tramite Nuclear Blast, "Infini" è un lavoro della durata complessiva di 58 minuti in 13 tracce e dall'impatto e della riuscita forse un po' troppo altalenante. Ad ogni modo è importante il passo con cui i canadesi passano dall'etichetta di Jason ad una label leader del genere come la Nuclear, e che certamente può garantire una promozione molto importante per il lavoro; sebbene, questo lo sappiamo, i Voivod meriterebbero ben altri palcoscenici. Posso anticiparvi che la critica è stata piuttosto discordante su questo lavoro, per differenti motivi che andremo poi ad analizzare in fase di chiusura della recensione. Come spesso accade quando si parla di un grande artista dallo stile non canonico, la musica di questo album bisognerà comprenderla e interpretarla, cercando sì di considerare i propri gusti e le proprie passioni ma senza sfociare oltre quella propria e personale sfera di soggettività. Lo scindere le proprie personali preferenze in modo da dare una valutazione il più possibile oggettiva è sicuramente la più grande sfida per chi si approccia nello scrivere una recensione. Una cosa, tuttavia, è certa: i Voivod sono un'immensa band, e di spessore sono tutti i suoi album. Con questo lavoro, i componenti della band rendono l'ultimo omaggio a Piggy, rendendo realtà tutte le sue idee. Sia quelle più buone sia quelle meno buone, su questo avremo modo di parlarne. L'album racconta di uno scambio di regali e, ancora, del valore immenso dell'amicizia e della simbiosi artistica. Il chitarrista lascia altre idee preziose, i compagni le onorano.  Ricordando però che, anche i più grandi geni dell'arte, Piggy per l'appunto fra questi, ci hanno lasciato opere sia infinitamente buone che meno buone, per quanto magari pur sempre buone. Perdonatemi il gioco di parole. Ci apprestiamo ad ascoltare questo "Infini", e vi auguro di godervi l'analisi track by track e l'ascolto di questo album del 2009, il primo dei Voivod rilasciato tramite Nuclear Blast Records. Buon divertimento!

God Phones

Si aprono le danze con "God Phones" (Telefoni di Dio), brano che si introduce con due riff Thrash Metal di matrice estremamente classic e vecchia scuola. La produzione è cupa, il timbro della chitarra piuttosto grave, e vengono alternati riff in down picking e power chord ad altri sviluppati su un groove cadenzato e scale di note di accento macabro. Siamo in presenza di un brano assolutamente quadrato e compatto nella prima parte, fino alla brusca variazione di metà traccia. Infatti, dopo 2 minuti e 15 di ascolto, abbiamo una metamorfosi del Thrash classico messo in mostra dalla prima parte in una serie di riff in puro stile Motorhead, con un taglio anche contraddistinto da un'evidente influenza Punk. La voce è potente, secca e saturata, ed è proprio Snake a rendere grande con il suo carisma l'intera traccia. Da sottolineare la scelta in fase di produzione di saturare leggermente la voce, cosa sempre riuscita in chiave Voivod. Ottimo anche il sound della chitarra: questo, pur mantenendosi cupo, riesce a sprigionare un taglio e un impatto davvero disarmante per quanto potente ed old school. Come ben sappiamo, è più facile all'interno del genere metal vecchia scuola tirare fuori un sound di chitarra tagliente da tonalità medio-acute. Qui, al contrario, la sei corde è davvero d'impatto. Impressiona la parte lirica per la sua scaltrezza e brevità: infatti, qui Snake esprime tutto ciò che ha da dire in sole quattro righe, eccezion fatta per le parole "God Phones", continuamente ripetute durante la traccia. Nel brano si parla di strane voci sulla linea che non possono essere identificate, e il protagonista spera di essere il prescelto da Dio. Qualora fosse scelto, l'uomo partirebbe tramite un salto temporale, per una sconosciuta missione religiosa dalla straordinaria importanza. Brano certamente molto atipico e sorprendente, sebbene al primo impatto in assoluto restino le nostre prime sensazioni, positive, sul lavoro svolto in fase di produzione. Più che convincente, per quanto riguarda il tiro e l'impatto del sound, anche l'esplosività della batteria di Away, che qui batte dietro le pelli in maniera puntuale e sempre ben arrangiata. Tirando le somme una partenza convincente, che vedremo se troverà riscontro nel secondo episodio.

From the Cave

Eccoci a "From the Cave" ?(Dalla grotta), il secondo brano di questo full. Ci troviamo dinanzi ad una traccia ben più breve rispetto alla precedente, che era della durata di 5 minuti. Al contrario, qui tutto si svolge in 2 minuti e 50 circa. La canzone parte in maniera secca e potente, tramite un groove duro e un riff di bridge in uno stile che certamente ci ricorda l'amatissimo Hatross. Da sottolineare è, tuttavia, l'importanza ricoperta dal memorabile ritornello melodico, che funziona alla grande in combinazione con il più duro e carismatico post ritornello. Successivamente a questo post ritornello ascoltiamo un distorto e acuto accompagnamento di chitarra che precede il ritorno della strofa. Il brano possiamo definirlo marcio, sporco, ma musicale e di gusto al tempo stesso. Evidente qui, come detto in fase di introduzione della recensione, anche una matrice Rock della traccia. Potremmo definire questa "From The Cave" la traccia secca e quadrata per eccellenza, dove alla sperimentazione vengono anteposte gusto e messa in pratica della produzione. Ci si avvicina in gran parte all'album "Voivod" del 2003, ma con quella cattiveria in più e quell'approccio più tagliente che tanto piacere ci fa. La canzone ci narra dell'avventurosa vita di un gruppo di amici, che da quando sono venuti al mondo non fanno altro che vivere avventure e sperimentare, giorno dopo giorno, uno stile differente di vita. La traccia ci parla di cicatrici, dure battaglie, difficile dunque interpretare se i nostri ci parlano dello stile di vita vissuto da una band in chiave metallara. Ad ogni modo, i protagonisti vivono la loro vita consapevoli di non sapere dove questa li porterà, e consapevoli del fatto che, tutto ciò che di bello si sta vivendo, non potrà mai durare per sempre. L'unica legge prima, l'unico comandamento trasmesso dalla canzone, è il seguente: prendere la vita sempre alla leggera, qualunque cosa accada, che sia questa piacevole o spiacevole. Se dunque "God Phones" sembrava quasi possedere due brani differenti al proprio interno, "From The Cave" è breve e compatta.

Earthache

Passiamo a "Earthache" (Mal di Terra), un'altra traccia tendenzialmente breve ma tutta da godere. Il brano si apre da un misterioso intro in eco di due secondi e un secco e cadenzato riff con un rilevantissimo "effetto stanza": se la chitarra è molto classica, almeno nei primi frangenti, è invece Snake a regalarci melodie vocali difficilmente prevedibili e, se vogliamo, difficilmente interpretabili. Al riff principale, estremamente base, si alterna una parte molto alla "Angel Rat" per quel perfetto misto fra misteriosità, oscurità e melodia. Senza dubbio alcuno, potremmo dire che questo "Earthache" è un brano metà Rock classico metà Prog, sebbene questi elementi non sempre sussistano contemporaneamente. Abbiamo qui, da sottolineare, un assolo di chitarra, lento e gustoso nella prima parte e più rapido nella seconda. L'intero brano ruota intorno a un paio di riff, sempre ben arrangiati e con una continua variazione dei dettagli. E' ciò che, nonostante la tendenziale quadratezza del brano, fa restare sempre fresco l'ascolto. Fondamentale la voce di Snake, che accompagna il riffing con un'interpretazione a tratti quasi stramba ma incredibilmente coinvolgente. Ancora una volta, come ascoltato in "From The Cave", è la parte vocale a trascinare brani positivi ma non certo pazzeschi, considerando gli alti standard della band. Il brano parla di politica, con i pericoli che il nostro pianeta sta correndo a causa di come sta venendo trascurato. E' una canzone di tematica ambientalista, e che giustamente se la prende con quei politici e quelle lobby che, per maggiori guadagni, trascurano del tutto il progressivo degrado ambientale di cui siamo vittime. I ragazzi ci dicono che molto probabilmente è già troppo tardi per cambiare, e che un vero e proprio inferno ci attende. E' necessario, dunque, e questo è sottinteso, un immediato e repentino impegno e un radicale cambio di mentalità. Una vera e propria rivoluzione culturale, in parole povere, una rivoluzione a cui sarà difficile assistere finché questa non coinciderà con il sempre protagonista interesse economico.

Global Warning

Totalmente differente l'episodio successivo, il quarto, intitolato "Global Warning" (Allarme globale): la band ci regala un intro carismatico e difficilmente interpretabile, che profuma di universo, spazio e misteriosità. I Voivod tornano qui infatti su una delle loro specialità, il Prog caotico e distorto, discostandosi in maniera totale da quanto ascoltato nei brani precedenti. Importantissimo qui il ruolo svolto dall'irregolare e devastante batteria di Away, che davvero colpisce il suo rullante al momento giusto in tutti i momenti. Fantastica anche la traccia vocale di Snake, che durante un particolare riff si fa estremamente vicina all'Hardcore Punk e al Thrashcore ed è quasi, concettualmente, in stile Suicidal Tendencies. Influenzata dal Punk è, bisogna dirlo, l'intera parte vocale. Ad ogni modo, qui si ritorna per certi versi a quell'ambiente interstellare già ascoltato in diversi momenti nella carriera dei ragazzi, per un brano che riesce a essere d'impatto e assolutamente più che positivo in tutti i suoi elementi. La quadratezza lascia qui spazio alle variazioni, la durata torna invece superiore ai 4 minuti e mezzo. Di qualità gli stravaganti e quasi disturbanti accordi di chitarra, ma c'è da sottolineare quanto anche il basso di Jason svolga un lavoro ritmico importante. I ragazzi restano qui su tematiche politiche, sottolineando quanto la nostra società sia in difficoltà fra le falsità trasmesse in televisione e la poca genuinità dei cibi che arrivano sulle nostre tavole. A dire il vero i Voivod qui sono, se possibile, ancora più pessimisti: Snake afferma infatti a buon ragione che il nostro pianeta sia oramai condannato, e che non vi sia un punto di svolta. Qualche dubbio c'è, a dire il vero, ma permane una costante certezza: che sulla nostra Terra nulla è giusto. Ci si ricollega, nella parte finale, al brano precedente, con la problematica del riscaldamento globale. Un brano molto Nuclear Assault per tematiche, che riporta i pensieri delle molte Thrash Metal band preoccupate per l'ambiente. Specie nell'underground del genere, sono molti i complessi che ci hanno regalato i loro migliori brani mettendoci in guardia dai pericoli verso cui stiamo andando tramite il maltrattamento del nostro pianeta. 

A Room with a V.U.

Il brano successivo si intitola "A Room with a V.U." (Una camera con vis.ta.). La canzone si apre con una parte ambientale mozzafiato e misteriosa, difficilmente descrivibile a parole: potremmo definirla metà da chiesa, metà aliena, da affidare allo studio di un qualche ufologo tanto caro alla band. Lo stravagante riff successivo è intervallato e d'atmosfera, con la pulita voce di Snake che ci regala una melodia a dir poco piacevole. Il brano, per la verità, non aumenta né in quanto ad impatto né in quanto a velocità: al contrario, si svolge su ritmiche cupe e angolose, dove Jason diviene a tratti l'autentico protagonista con il suo basso. Per la prima volta, dunque, i Voivod rinunciano in questo full del tutto al taglio e all'impatto, con la palla che passa alle criptiche melodie, che qui assolutamente sono le prime protagoniste. Altro protagonista è come sempre il nostro Snake, che con il suo timbro rauco e graffiato accompagna tutti i diversi frangenti del brano interpretando la traccia come se fosse un personaggio presente al suo interno. Come già raccontatovi in diverse recensioni della band, è questa una delle principali e più impressionanti qualità del vocalist. La canzone è, dovendola descrivere in due parole, martellante e ciclica. Martellante non per rapidi riff o devastanti cambi di tempo, ma per la continuità nell'ambiente creato. Allo stesso modo, ciclica non per la presenza della solita struttura che alternandosi si ripete ma per quella strana sensazione di essere già stati in un determinato posto, senza averlo magari neanche mai visto. Snake e compagni ci parlano nel brano di un viaggio spaziale vissuto dalla propria mente, o potremmo dire dalla propria anima, che si ritrova a vivere dei sogni e delle visioni, rientrando saltuariamente in una stanza che via via si fa più fredda. Un'immagine dal grande impatto, come sempre. Più che sogni, tuttavia, potremmo dire che si tratta di incubi: immagini di guerra, devastazione, morte, veleni, inquinamento e catastrofi: non sarà mica quello che stiamo vedendo il futuro della nostra Terra, ma semplicemente da un punto di vista spaziale? Non lascia dubbi l'unico quesito posto dalla band in chiusura di brano, ovvero: "Quanto lontano andremo?".

Destroy After Reading

Ed eccoci qui alla sesta mattonella di questo lavoro, una canzone intitolata "Destroy After Reading" (Distruggere dopo la lettura). Il brano parte sin da subito con ritmiche non particolarmente aggressive, ma certamente tetre e oscure. Per quanto riguarda la voce di Snake, questa è alternata: il vocalist infatti cambia continuamente fra una carismatica parte quasi "parlata" ed una urlata e aggressiva. Molto bella davvero la traccia vocale, memorabile e cantabile ma dotata della giusta cattiveria al tempo stesso. Dopo due minuti e un quarto il brano si interrompe improvvisamente e battezza un rapido assolo di chitarra, un assolo che intende essere disturbante e criptico prima ancora che melodico. Se nella prima metà ci ritroviamo dinanzi ad un brano molto quadrato, nella seconda assistiamo ad una serie di variazioni e parti imprevedibili e da un accento fortemente oscuro. Queste variazioni improvvise a metà brano potremmo a questo punto vederle come un elemento abbastanza ricorrente in questo full-length. Personalmente il brano l'ho apprezzato molto, ma se dovessi trovare una critica direi che, in qualche modo, troverei comprensibile se a qualcuno la traccia non dovesse piacere. In particolar modo la melodia è molto particolare, la traccia in sé non si contraddistingue né per riff particolarmente violenti né per le amatissime escalation progressive. Ciò che personalmente apprezzo e che mi porta a valutare positivamente il brano sono la melodia e la sua evoluzione. Nella traccia la band ci parla di una documentazione segreta, e di una serie di informazioni che i nostri governi intendono tenere oscure alla popolazione. In particolar modo, nel brano si racconta di oscure pagine con le parole coperte, di file rimasti nascosti per secoli e per cui tanta gente è morta. A quanto cantato da Snake nell'ultima parte della traccia, la classe politica ha speso anche molti soldi per diffondere ignoranza e false notizie. Beh, sembra proprio di rivivere una puntata della celebre serie X-Files, dove gli agenti Fox Mulder e Dana Scully a proprio rischio e pericolo cercano di scoprire tutto ciò di cui la popolazione viene tenuta all'oscurità, venendo progressivamente a conoscenza di una serie di complotti. La situazione è proprio quella, e il suggerimento lasciatoci dalla band è di "distruggere dopo aver letto". No, su X-Files questa non sarebbe probabilmente stata una buona idea, in quanto le prove è meglio non cancellarle. Che sia questo brano un omaggio alla serie, o che sia questa solo una somiglianza di tematiche?

Treasure Chase

Passiamo ora al settimo episodio, intitolato "Treasure Chase" ?(Caccia al tesoro). La canzone si introduce con un riff robusto e tendenzialmente grave, in un primo momento continuo e poi serrato. Ancora una volta il vocalist Snake canta una parte vocale più carismatica e aggressiva, più evocativa e enigmatica che feroce. In similitudine con il brano precedente, qui la melodia viene preferita all'energia, almeno in un primo momento: ancora una volta, infatti, assistiamo ad una brusca variazione della traccia nella seconda metà, con una serie di assoli in low-fi di Piggy che si vanno a fondere alle sempre più violente melodie. Allo stesso modo, anche la voce di Snake si fa più aggressiva, e assistiamo ad una serie di improvvise variazioni. A differenza dei brani precedenti, qui tuttavia si ritorna nel finale sulla strofa, dunque quello che ascoltiamo è un brano a tutti gli effetti dalla struttura circolare. Un episodio secco e della durata di tre minuti e mezzo, proseguimento estremamente lineare al precedente. Emerge la preferenza per accordi profondi e potenti e di note ben costruite alla nuda e cruda velocità che esprimeva la band nelle origini, che emerge solo in brevissimi istanti. Questa, in generale, è una caratteristica dei Voivod da un certo momento della carriera in poi. Il protagonista del brano si descrive qui come un pirata dell'era moderna, descritto da alcuni come il peggiore dei rinnegati. L'uomo sostiene di essere un pirata dei sette mari, che ha visto e vissuto cose che altri non potrebbero nemmeno immaginare. E, purtroppo, è diventato una specie di capitano fantasma, perso nel nulla e con la propria barca che invecchia giorno dopo giorno. Come un marinaio pazzo al porto, tutto ciò che il nostro uomo fa è bere, cantare e disegnare una mappa. Nel finale di brano apprendiamo che il protagonista è in cerca di un tesoro, tesoro che potrebbe però essere una donna: infatti, probabilmente cantando, costui sostiene che il tesoro è quello nei suoi occhi, e che lei deve essere trovata. Una canzone, questa, per molti versi certamente enigmatica, ma se l'interpretazione fosse giusta non saremmo certo nuovi a storie di uomini di mare innamorati e dispersi del nulla.

Krap Radio

L'ottava traccia, della durata di 3 minuti e 40, si intitola "Krap Radio" ?(Radio skifosa). Aperta da un breve intro sonoro di un secondo e mezzo circa, la canzone mette ben presto in mostra una serie di accordi cupi coadiuvati da una voce melodica e da una melodia cantabile. Ben presto, tuttavia, la prestazione di Snake consisterà nella cantilenata ripetizione di una serie di parole, mentre la musica ci proporrà intermezzi con in primo piano la martellante ed esplosiva batteria di Away. Ci troviamo dinanzi ad un brano non certo povero di variazioni, e che metterà successivamente in mostra un nuovo distorto riff dall'anima vagamente Blues. Ancora una volta assisteremo poi ad un brusco cambiamento a metà brano, vero e proprio trademark dell'album, con l'introduzione di un riff in palm poco vario ma estremamente d'impatto. Nel finale i ragazzi ci propongono un riff di sangue Rock n' Roll e un assolo lento e in linea con la melodia, melodia che negli ultimi secondi della traccia si trasforma chiudendo il brano su riff ritmato e contraddistinto da un'aura particolarmente malvagia. Tirando un bilancio sulla traccia, questo "Krap Radio" è l'episodio che ci conferma diverse tendenze presenti in questo album, prima fra tutte il ruolo estremamente rilevante della melodia e di parti cantate quasi mai particolarmente urlate e tagliate. Una variazione stilistica, potremmo definirla questa, intrapresa dai Voivod in questo percorso fra il 2003 e il 2009. Le liriche qui sono particolarmente depresse, in quanto è protagonista un uomo che, alzatosi di prima mattina, si prepara "all'ennesima giornata grigia e drammatica." Si parla di rotture emotive, di improvvisi squilibri della propria psiche di origine sconosciuta. Sconosciuta, almeno, nella prima parte della traccia: nel finale, infatti, veniamo a conoscenza di ciò che potrebbe causare questo stato di confusione e depressione. Una radio schifosa, che probabilmente con i suoi messaggi subliminali è in grado di plasmare i pensieri delle vittime. 

In Orbit

Giungiamo a "In Orbit" (In orbita), la nona canzone di questo album della durata di 4 minuti circa. Siamo in presenza di una traccia impressionante, sin da subito cattiva nella melodia ma non nella voce. L'introduzione possiede un carisma unico, ed è davvero difficilmente descrivibile quanto il brano sia tetro e criptico sin dai primi frangenti. Potrei descriverlo come un brano "lunatico", nel senso pieno di variazioni e di proposte difficilmente collegabili e interpretabili, ma senza dubbio spettacolari. Si tratta di una canzone lenta e di intensissima matrice progressive, che ci porterà ad avere la sensazione di essere dispersi da qualche parte nello spazio. La pulita voce di Snake è fenomenale, ma davvero fenomenali sono gli immersivi riff del maestro Piggy e l'incontrastabile qualità dell'intero lato ritmico della traccia. Davvero notevole anche la variazione che viviamo dopo metà traccia, con cui il brano diviene ancor più cupo e chiuso su se stesso, per poi sfociare in un urlo di rabbia e quasi di disperazione, tramite un nuovo e cadenzato riff in palm. Inutile elogiare ancora una volta il grande Away alla batteria, mentre sarebbe pleonastico parlare ancora di Snake. Me la sento di definire questo "In Orbit" il miglior episodio dell'album, e sicuramente quello più impressionante sin dai primi secondi. Rispetto a molte delle precedenti tracce, ascoltiamo qui inoltre un maggiore ritorno al periodo di metà carriera della band. Un altro aspetto che mi ha catturato è stato quanto le liriche si affianchino alla musica: qui, infatti, ci impersoniamo in un protagonista galleggiante nell'aria, che gira intorno al globo senza riferimento alcuno. "In orbit here I stand", sostiene Snake nel suo canto, ovvero "mi ritrovo qui in orbita." A partire dalla seconda parte, tuttavia, il protagonista inizia a spaventarsi e preoccuparsi, volendo rallentare e scendere a terra: sfortunatamente non riesce a rallentare in alcun modo, sconfinando e cominciando con l'essere attaccato dai detriti spaziali. Esposto poi al calore solare, l'uomo capirà ben presto che rimarrà bruciato nell'atmosfera. La canzone si chiude con le enigmatiche parole "Home Sweet Home", "casa dolce casa", apparentemente scollegate dal resto del racconto. 

Deathproof

Passiamo a "Deathproof" (Prova di morte), la decima canzone del full-length. Della durata di 4 minuti e 30 circa, siamo in presenza di una traccia più classica e di puro e semplice sangue Rock. Un drastico cambiamento dunque rispetto al capitolo precedente, qui si ritorna un po' concettualmente all'album "Voivod" del 2003. Certamente, non ascoltiamo il più originale dei brani dei Voivod. I riff sono abbastanza base, sebbene di sufficiente qualità, ma ciò che davvero porta avanti il brano qui è il vocalist Snake. La traccia vocale, dunque, trascina la traccia, qui estremamente compatta e circolare, per certi versi ripetitiva. Importantissimo è il ruolo di Jason, che diviene a sprazzi autentico protagonista durante la seconda metà del brano. Ancora una volta, tuttavia, la melodia riveste un ruolo importantissimo all'interno della canzone, a tratti memorabile e cantabile come mai ascoltato prima all'interno del lavoro. Un episodio non impressionante ad ogni modo, e che rientra a mia opinione fra quelli che si potevano escludere da questo album, un album che fino ad ora mi è certamente piaciuto ma che non aveva, con ogni probabilità, la necessità di portarsi avanti per un'ora. Bando alle ciance, e passiamo a raccontarvi di cosa Snake ci narra nella parte testuale della traccia. E' ciò che potremmo definire la "traccia adrenalina", quella che incita allo scatenarsi e allo sfogarsi. "Bisogna vivere questa vita due volte", queste sono le parole ripetute dal vocalist Snake. Dunque, ci si cimenta nella guida in stato di ebbrezza e sull'idea di libertà. Nulla di serio, siamo in presenza dell'episodio del distaccamento e della goliardia, della distanza dalle oppressioni del quotidiano. La traccia si chiude con le parole "So now how does it feel? So now does it feel real?" ovvero "Dunque adesso come ci si sente? Ci si sente reali?". Non un'analisi difficile dunque, come difficile non è per noi capire l'idea e il concetto dietro questo brano, un brano simpatico ma che appunto che ci ha colpito tanto da ricordarlo per l'eternità.

Pyramidome

Ci catapultiamo su "Pyramidome" (Cupola della piramide), traccia sin dai primi millesimi di secondo robustissima e solida, dove uno strano reverbero effettato introduttivo viene coadiuvato da un secco e frammentato riff sviluppato su una serie di lenti power chord. La canzone, in quanto a velocità, non prenderà mai quota, mettendo invece in primo piano la cantilenata e ossessiva voce di Snake, che rende onore come meglio non potrebbe alla base di chitarra. Ancora una volta, nel corso del brano, rimangono le leggere radici Punk, specie nella voce, e a tratti Blues, specie nel riffing. Il brano, questa volta, non possiede alcuna brusca variazione nella sua seconda parte: si attiene, al contrario, ad una crescita costante e sempre progressiva. Siamo in presenza di una grande traccia, con una melodia davvero ben riuscita e ben inserita e sviluppata. Ogni secondo che passa, la composizione si fa sempre più convincente, e il distorto e distopico finale ne è solo il coronamento. Il vocalist Snake, stavolta, si mantiene sempre su un approccio raschiato e aggressivo, evitando del tutto quelle parti in cantato pulito e quelle quasi parlate. Ad ogni modo, ancora una volta, si inserisce a dir poco magnificamente all'interno del personaggio di cui si racconta nelle liriche. Posso definirla senza dubbio una delle mie due tracce preferite di questo full-length. Credo che il chitarrista Piggy, in questi 4 minuti e 30 circa, ci abbia regalato un'ultima testimonianza del suo genio. Il brano, fra le altre cose, trae una grande forza dai suoi sviluppi psichedelici ed evocativi. Nella parte testuale si racconta di un uomo che sale e scende continuamente e senza riferimenti in un ascensore, in una città di nome Esoscheletro (in inglese Exoskeleton) immersa nell'aria. L'uomo passa anche per una prigione, ricevendo il saluto di alcuni prigionieri che saranno destinati a rimanervi per la loro intera esistenza. Snake continua a cantare, continuamente, che il protagonista sta andando su e giù. L'uomo, tuttavia, incontra uomini con cui dirà che resterà fino alla morte: probabilmente, dunque, anche lui è lì come detenuto. 

Morpheus

Giungiamo al penultimo capitolo di questo lavoro, "Morpheus" (Morfeo), traccia di oltre 5 minuti. L'introduzione è davvero difficilmente descrivibile: consiste in un suono tendenzialmente acuto e incredibilmente misterioso, apparentemente di origine per metà elettronica per metà ambientale, che porta con sé una sensazione di una qualche futuristica morte e distruzione. Il primo riff del brano si apre sulla melodia dell'introduzione, e la voce di Snake torna a essere parlata e per certi versi come se mentalmente disturbata. Non siamo però in un reparto di psichiatria, siamo all'interno di un'altra grande traccia di questo album. Ed ecco allora il nostro vocalist che torna ad alternare con efficienza unica parti parlate ad altre urlate, ruotando intorno al coinvolgente riff che non accenna a farci sparire dalla testa la melodia del brano, che penetra nel nostro cervello quasi come una maledizione. Le variazioni, qui, sono ben poche, ma il tutto è talmente ben sviluppato che la canzone tiene davvero incollati. Oltre metà brano vi è l'unica vera variazione, un breve bridge ambientale di chitarra, e la canzone ben presto torna sulla strofa e sul riff portante. Nel finale di questo straordinario episodio riascoltiamo suoni da autentico cinema horror, in una escalation distopica che ci rimmergerà in una stanza che immaginiamo come bianca e aliena, piena di macchinari e strumenti di morte a noi del tutto sconosciuti, e che magari rivelano un piano di conquista interplanetaria. Le liriche ci raccontano di una stanza con strane catene e macchie di sangue, con luci di neon talmente forti da essere accecanti. Andando avanti, entriamo nella psiche del personaggio, che si ritrova in un ambiente che, per quanto irreale, sembra non essere un brutto sogno ma la realtà. L'uomo sente di aver perso la testa, oltre ad aver perso il senso del tempo. Tutto ciò che resiste, è una grande voglia di tornare a casa. Proseguendo il terrore non farà che aumentare, e il protagonista incontrerà qualcuno o qualcosa, presumibilmente un mostro o una creatura extraterrestre, scongiurando di essere liberato. Tuttavia al proprio interno ha qualcosa, qualcosa che non può lasciarlo libero. Che non può farlo andare. Nella parte conclusiva abbiamo la conferma: lo sfortunato protagonista si ritrova in un altro mondo, il suo interlocutore è di una specie aliena, ma non ci è dato sapere se verrà poi liberato. 

Volcano

Il nostro percorso si conclude con "Volcano" ?(Vulcano), traccia lunga addirittura oltre i 7 minuti. Ancora una volta, il brano viene aperto da una misteriosa introduzione. Questa, tuttavia, mi sembra di percepirla con più precisione: è come se ci si ritrovasse in una nave spaziale, o proprio nello spazio aperto, ma in tal caso non sarebbero spiegati i rumori che sentiamo. E' come se la canzone ci portasse nel bel mezzo di una guerra interplanetaria, con un futuristico rumore di mitragliatrici ad alta tecnologia. Ad un certo punto, subentra il rumore di una sirena, sirena che bruscamente si strozzerà lasciandoci al riff iniziale. Un riff devastante, potentissimo, introdotto in un primo momento "alla Motorhead" ma poi sviluppato secondo la nuda e cruda scuola Voivod. La voce di Snake, nonostante la circostanza, rimane per gran parte pulita, donando un'evoluzione comunque melodica e musicale ad una sezione di chitarra fortemente metallara. Con lo scorrere dei minuti e dei riff, tuttavia, avremo un'evoluzione della parte vocale che si farà anch'essa più aggressiva. Il brano, almeno nella sua prima parte, non possiede particolari variazioni, mantenendo la melodia principale e cercando di valorizzarla al meglio. Poco prima di metà brano abbiamo una quindicina di secondi interamente strumentali, dove ancora una volta la chitarra ci propone in maniera ossessiva la melodia. Un'altra caratteristica di questa traccia è quella di essere estremamente circolare, giacché la sequenza dei riff ritorna continuamente. Una struttura ben precisa, dunque, nonostante la lunghezza potesse farci pensare ad una traccia particolarmente varia e sperimentale. E' intorno al sesto minuto che il brano collassa, quasi divorato dallo spazio stesso, culminando in una conclusione tetra e macabra. Alla fine di questa, solo una flebile vocina, che sussurra qualcosa di non facilmente comprensibile. Finiamo nel silenzio totale. Oscurità. Sicuramente quella dello spazio aperto, ora non ci sono dubbi. Tutto si rompe. Dopo un minuto di pausa, ritorna la musica. Se musica vogliamo chiamarla: ad un semplice riff di chitarra si accompagna infatti una voce mostruosa, extraterrestre, che parla una lingua a noi incomprensibile. Sullo sfondo, strani rumori di tubature e macchinari pressurizzati. Un epilogo magnifico per un album che, adesso possiamo dirlo, nella sua seconda metà ha tirato fuori il meglio. Ad ogni modo, avremo modo di parlarne e approfondire questo aspetto ora nella conclusione.

Conclusioni

La prima cosa che in assoluto mi viene in mente dovendo trarre una conclusione su questo full-length, è quanto importante e di spessore sia stata la prestazione vocale di Snake: il cantante è un vero e proprio trascinatore, e riesce a tirare fuori il meglio anche dai brani più deboli. E' lui incarnato in maniera indelebile con i suoi personaggi, a raccontarci tutto ciò che proviene dallo spazio e dal futuro come nessuno al mondo potrebbe fare. Che sia nei frangenti puliti, che sia in quelli raschiati, i Voivod hanno sempre potuto contare su una garanzia dietro al microfono, una garanzia attuale più che mai. Giù il cappello dunque dinanzi a Snake, ma non solo. Piggy, durante il suo periodo di malattia, ha davvero regalato tonnellate di materiale musicale, numerosissime idee con le più incredibili parti di chitarra. Dopo "Katorz", anche "Infini" è un lavoro figlio delle composizioni del purtroppo defunto chitarrista. Il lavoro di Away è maniacale come sempre, ma bisogna riconoscere anche che, per quanto riguarda le parti di Jason, questo è in assoluto il migliore dei tre full-length realizzato con i Voivod per l'ex Metallica al quattro corde. Almeno in quanto a impatto e resa delle parti suonate. L'album è, dovendone definire il sound e le caratteristiche, una via di mezzo fra i due predecessori, ma con quel tanto qui e lì che ci riporta almeno dieci anni indietro nella carriera della band. La stessa cosa, a tratti, l'avevamo ascoltata in "Katorz". Abbiamo detto tante parole, beh, è il momento allora di muovere anche qualche critica negativa a questo lavoro. Siamo in presenza di un gigantesco lavoro discografico che ci ha fatto ascoltare un'ora di musica circa nel corso dei 13 brani ma, tuttavia, l'album avrebbe molto probabilmente reso di gran lunga meglio lasciando i 36-37 minuti migliori. Infatti non tutte le tracce sono ugualmente incisive, e in particolar modo abbiamo una crescita impressionante di questo "Infini" nel corso della seconda metà, che possiede anche le tracce migliori in assoluto. E' comprensibilissimo che gli amici abbiano voluto lasciare tutte le parti di Piggy in sua memoria, dovendo però giudicare un album non possiamo e non dobbiamo farci influenzare da questi aspetti. Capirete spero ora meglio anche le mie parole scritte durante l'introduzione della recensione: ogni genio, Piggy incluso, ha idee migliori e idee peggiori. Magari, il leggendario chitarrista sarebbe stato onorato anche rendendo brani solo le composizioni più valide. Si tratta di un ottimo album, chiariamoci, ma se siamo duri è perché siamo dinanzi ad una band che non richiede ulteriori elogi. Potreste, dunque, essere quasi annoiati da alcuni brani durante le prime sei tracce, ed è questa la principale accusa mossa dalla critica di cui accennavo in fase di apertura della recensione. Anche nel finale, ad ogni modo, capitoli come "Deathproof" non sono all'altezza dei migliori. Possiamo parlare di "Infini" come di un passo avanti rispetto a "Voivod", ma indietro rispetto a "Katorz", il più riuscito dell'era Newsted. Non solo per la scaletta, ma anche e soprattutto per la produzione e il sound della chitarra, che per quanto positivo in "Infini", in "Katorz" possiede una spinta in più. Desidero chiudere questa recensione con l'oramai tradizionale descrizione dell'artwork: nella cover è infatti rappresentata, al centro di uno sfondo grigio e fumoso, una maschera antigas nera. Non si tratta però di una normale maschera antigas, sia chiaro: questa, più che adattata ad un cranio umano, sembra più a misura di alieno, e vi sono ai lati degli strani e piccoli strumenti come antenne e sensori, ma anche due corna sulla parte posteriore che ci fanno probabilmente capire qualcosa di più sulla natura delle creature. Sopra alla maschera vi è il magro logo della band, con una base dello stesso color nero pece utilizzato per la maschera, ma con riflessi di luce e l'utilizzo di un font tridimensionale. La I di "Voivod", anziché avere il puntino, possiede un massonico occhio. Al di sotto della maschera, invece, la scritta che riporta il titolo dell'album, ovvero "Infini", più rotonda rispetto a quella utilizzata per il logo della band ma anch'essa tridimensionale. Il nostro viaggio si è concluso. Vi aspetto alla recensione del prossimo album, "Target Earth" del 2013: a presto!

1) God Phones
2) From the Cave
3) Earthache
4) Global Warning
5) A Room with a V.U.
6) Destroy After Reading
7) Treasure Chase
8) Krap Radio
9) In Orbit
10) Deathproof
11) Pyramidome
12) Morpheus
13) Volcano
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