VOIVOD

Angel Rat

1991 - MCA Records

A CURA DI
DAVIDE CILLO
04/12/2015
TEMPO DI LETTURA:
9

Introduzione Recensione

Il percorso dei Voivod, una delle band più sperimentali e innovative dell'intero panorama metallaro, merita di essere approfondito a 360°: quando si parla dei canadesi, non si parla di una band prettamente "thrash metal", ma di un gruppo che all'interno della sua carriera ha toccato tantissime sfaccettature, anche contrapposte fra loro. Basti pensare alla differenza fra gli anni del debutto e l'album che sarà protagonista della recensione odierna, ovvero Angel Rat del 1991, partorito 10 anni dopo la nascita della band. Il full-length di cui oggi parleremo di metallaro ha in realtà ben poco: il percorso artistico dei quattro ragazzi li ha infatti portati ad assumere sfumature progressivamente più melodiche e musicalmente complete nel loro modo di porsi, esaltando la capacità del gruppo nel cimentarsi anche in ambiti musicali opposti a quelli tipici del caotico e violento metal degli esordi. "Nothingface", rilasciato due anni addietro rispetto ad "Angel Rat", mostrava un drastico cambiamento dei Voivod all'insegno della melodia e della completezza musicale in termini di spunti stilistici, come altrettanto "Dimension Hatross" aveva fatto se paragonato al precedente "Killing Technology". Con "Angel Rat", il quartetto proveniente da Jonquière (Quebec), ha scelto di compiere un ulteriore passo in tale direzione: questo ha portato all'abbandono totale del concetto metallaro che era stato proprio di quella sfera musicale suonata e vissuta fino a quel momento, cimentandosi in una nuova dimensione, ancora più immensa e da esplorare, dove la melodia ha la meglio su qualunque altro elemento. I Voivod hanno qui tentato di affacciarsi al grande pubblico da sempre meritato, lo stesso che li aveva esclusi per la mera presenza della parola "metal" nel proprio genere. Il disco ci pone innanzi ad una band totalmente differente rispetto a quella che avevamo ascoltato nella precedente recensione, cimentandoci in uno scenario di rock imprevedibile e profondo, sperimentale quanto evocativo. Poco prima dell'inizio delle registrazioni, il bassista Blacky aveva abbandonato la band a causa degli scarsi rapporti con gli altri componenti, venutisi a compromettere dopo tanti anni di amicizia e collaborazione. La band sceglie con questo lavoro non tanto di dimenticare le proprie origini e ogni altro fattore, ma semplicemente di dedicarsi a ciò che sentiva dentro e ciò che aveva più voglia di esprimere. I restanti 3 musicisti, da sempre vera anima del complesso, non si sono scomposti e hanno proseguito con il lavoro cominciato: ad essere stato scelto per occuparsi di questo nuovo sound, studiato e preparato da tempo, è il noto produttore Terry Brown, proveniente da un lavoro che l'aveva visto fra i protagonisti della precedente uscita dei Rush ("Roll the Bones" nello specifico), idoli della band canadese e con cui i ragazzi avevano da poco concluso un tour dal buon successo. Il full-length viene ampliamente annunciato e pubblicizzato, venendo atteso da molti musicisti anche provenienti da altri diversi ambiti musicali. L'album, pronto da diversi mesi, viene rilasciato con quasi un anno di ritardo, vedendo la luce soltanto nel Novembre 1991: questo, oltre che per l'abbandono del musicista, è stato dovuto alla rielaborazione del full, considerando che una delle tracce, "Nomads", accreditata allo stesso bassista, è stata rimossa pochissimo tempo prima della data prevista per l'entrata in studio. L'album, come vedremo nel corso della recensione, prima di essere ascoltato deve essere compreso come il completamento di un processo di trasformazione nel sound della band che era cominciato già da anni addietro: album dopo album, i Voivod hanno seguito i loro passi e il loro cuore, decidendo di voler spontaneamente avventurarsi anche in un tipo di musica da molti inaspettato. Con la collaborazione con l'etichetta discografica MCA Records confermata, il lavoro viene rilasciato con i riflettori puntati addosso, visto anche il buon successo commerciale che "Nothingface" aveva riscosso. Il buon investimento in studio ha assicurato allo stesso tempo una qualità che i ragazzi difficilmente si erano potuti permettere nel corso della loro avventura creativa, vedendo definitivamente terminato quel periodo che aveva limitato l'espressione delle capacità compositive a causa dei limiti nelle disponibilità economiche. Il prodotto vede un totale di 44 minuti di ascolto suddivisi in 12 tracce, incluso l'intro di apertura. La durata è la medesima del precedente full-length, che aveva riportato precisamente lo stesso minutaggio. Stavolta, però, la nostra recensione tratterà un maggior numero di tracce più brevi e spesso più dirette nel loro messaggio, dove non verrà mai raggiunta o superata la soglia dei 5 minuti, ampiamente varcata in passato dai ragazzi canadesi. Noi vi auguriamo buon ascolto, per dedicarci insieme all'analisi traccia per traccia di questo lavoro che, all'epoca della sua uscita, ha rappresentato una svolta estremamente importante per la carriera della band.

Shortwave Intro

L'album ci viene introdotto da una breve opener di venti secondi, che occupa in realtà una traccia a sé, intitolata Shortwave Intro (Intro ad Onde Corte): questo avvio ci propone la voce proveniente da una radio, mentre qualcuno si dedica al cambio di frequenze. In questi brevi istanti si passa quindi da una notizia relativa al traffico presente nella zona al più classico dei brani radio-friendly,  con buona pace dei Voivod e della loro carriera.

Panorama

Prestissimo l'introduzione si concluderà presentandoci la prima vera traccia del full, intitolata Panorama (Panorama): sin dai primi istanti ci colpisce la produzione meno metallara, ed il suono equilibrato della chitarra cattura con interesse la nostra attenzione. La pulitissima voce di Snake colora una linea vocale godibile e mai graffiata, mantenendosi su sfumature abbastanza acute e certamente meno varie rispetto a quanto fossimo stati abituati. Il melodico ritornello è trascinante ed evocativo, lasciandoci immergere in un paesaggio mentale misterioso e riflessivo. Il brano è quadrato e ben strutturato, e il sound della band si mostra, aldilà di ogni variazione stilistica, compatto e roccioso come sempre. A colpirci è sin da subito la schiacciante differenza con i precedenti lavori, visto che ci troviamo in presenza di un brano che fa della melodia e per l'appunto della "quadratezza" (intesa come mancanza di variazioni e l'imprevedibilità caratteristica dei Voivod) le sue principali caratteristiche. Il protagonista della canzone si ritrova a camminare per i vicoli scuri di una strada, dedicandosi ad una riflessione sull'umanità compatendone ogni debolezza e fragilità. Pur con le sue bellezze, come l'arcobaleno che appare per calmare ogni tempesta, la nostra resta una specie debole e impotente dinanzi al destino che le è stato assegnato. Di fronte a tale consapevolezza, il protagonista sceglie di isolarsi dall'ambiente cittadino immergendosi in un paesaggio naturale e solitario, dove rotolando fra le colline potrà vivere in disparte la testimonianza della debolezza umana senza che questa gli scivoli concretamente addosso. Il brano, a livello qualitativo, non ha nella sua diversità nulla di inferiore a quelli composti negli anni precedenti , ma una tale differenza artistica è impossibile da sminuire riducendola ad un voto o ad un giudizio che si contrapporrebbe ai lavori epocali della band.

Clouds In My House

Il viaggio continua con la canzone intitolata Clouds In My House (Nuvole Nella Mia Casa): qui si torna a vedere quella impostazione avanguardistica tipica dei ragazzi, amalgamata alla perfezione con le neo-scoperte linearità semplici e melodiche. Rispetto al brano appena ascoltato, si intravedono più facilmente i collegamenti con l'album passato, e la traccia si mostra complessivamente più ramificata ed estroversa, oltre che certamente più complessa da assimilare rispetto alla grande semplicità che aveva contraddistinto la precedente Panorama. La linearità vocale malata e auto-riflessiva di Snake qui ci riconduce a band maestre del prog rock, come anche gli assoli di Piggy si incastrano fra loro in maniera ineccepibile, facendo fare sfoggio all'axeman della sua incredibile completezza musicale e capacità di inserirsi fra vari generi con destrezza unica. L'emozione portata dal brano ci porta ad immaginare una mente libera e viaggiante, che non conosce né limiti né voglia di liberarsi. Nel suo evolversi il pezzo ci mostra una autentica mancanza di dimensione psicologica, intesa come mancata presenza dei limiti a noi noti, e i toni calmi e pacati utilizzati dal vocalist canadese tendono a riflettere sull'ascoltatore il medesimo pacifico stato d'animo. Le brevissime liriche scritte da Snake calzano perfettamente con quanto trasmesso dalla linea musicale, esaltando i caratteri più astratti e progressive di quanto scritto ed elaborato in fase di composizione: un uomo, solo nella sua casa, avverte la presenza del mondo e dell'energia che scorre attorno a sé, in quanto entità che è parte di un sistema. Il plasma che scorre da una botte si fa ad elemento simbolico della progressione e fluidità della vita, mentre le nuvole e le bianche anime ronzanti  provenienti da un grigio alveare sembrano donare vita alla stanza in cui l'uomo trascorre il suo tempo. Ogni movimento e meccanismo naturale trascina in sé un messaggio, che contribuisce a portare avanti un sistema tanto fluido e scorrevole quanto immutabile.

The Prow

Ancora più pacifica e penetrante è la canzone successiva, intitolata The Prow (La Prua): qui Snake incomincia a cantare contemporaneamente alla partenza del brano, proponendoci immediatamente una linea vocale rilassante e coinvolgente, che difficilmente potrà lasciare indifferente l'ascoltatore. Il lavoro svolto in fase di produzione è ineccepibile ed è marcatamente frutto di un compito portato a termine professionalmente e con assoluta competenza. Gli effetti applicati sulla voce rendono alla perfezione, esaltando le capacità vocali di Snake che grazie al suo bellissimo timbro vocale ricopre egregiamente anche queste sfumature più melodiche. Il brano, con la sua spontaneità, possiede una evocatività unica, che ci immergerà nel mezzo di un viaggio lungo e infinito, con la pace interiore come unico obiettivo. La canzone possiede anche frangenti più robusti ed energici, dove la melodica linea si contrappone alla più pesante distorsione di un riff di chitarra eseguito da Piggy in maniera saggia e intelligente: l'inserimento di questo frangente più violento infatti non solo non turba l'ascolto, ma lo valorizza, senza minare la componente calma e gustosa del brano. Da ribadire ancora una volta l'esaltante qualità del lavoro di chi ha preparato e infiocchettato questo disco, visto che l'inserimento della tastiera nei brevissimi frangenti di breve distorsione calza a pennello in questo brano, rendendolo ancora più unico e accattivante. La tranquillità e l'emozione trasmesse rendono questa traccia un qualcosa di unico, e probabilmente una delle più riuscite e godibili dell'intera carriera della band. Il feeling fra i musicisti è assoluto, e il modo in cui la parte scritta da Piggy si amalgama alla felice vocalità di Snake è degna di pochi musicisti nella storia. Il bellissimo testo di questo pezzo è un omaggio d'amore di un capitano alla prua della sua nave, Lorelei, che protegge il suo equipaggio e consente di vivere un incantevole viaggio. Il percorso sarà spettacolare e tutto da assaporare, e i percorsi fra i mari sembreranno infiniti, mentre i pericoli del viaggio verranno prontamente superati l'uno dopo l'altro senza compromettere la bellezza dell'esperienza. A tutta velocità per i mari, si vivrà la sensazione di volare, come se si stesse intraprendendo un immenso viaggio per lo spazio e l'infinità, con le indescrivibili emozioni che solo esse possono offrire. Purtroppo, ogni cosa bella ha la sua conclusione, ed è inevitabile pensare che un giorno si vivrà chiusi in casa lontani da esperienze come uno stupendo percorso attraverso le grandezze marine.

Best Regards

Conclusasi la canzone si passa a Best Regards (Auguri), un brano di diversissima fattura rispetto a ciò che abbiamo ascoltato fino ad ora: esso infatti è più rockeggiante, il brano ci rimostra la concezione del groove e del riffing, anche se in un modo totalmente differente da quello fatto negli anni. Non mancano i tantissimi spunti melodici, ma la traccia si incastra in maniera puntuale e interessante ad ogni nota. Il basso ottiene qui un ruolo importante, diventando protagonista autentico, una delle poche volte all'interno della carriera della band: è sul quattro corde infatti che si regge una lunga e cadenzata sezione musicale, dove la voce di Snake si farà più cattiva rispetto a quanto ascoltato in queste prime tracce del full. Il brano predilige un assetto ricco di variazioni e incastri ad uno compatto e robusto, al contrario dei semplici e lineari brani che negli anni hanno fatto ricordare questo "Angel Rat". Il brano si evolve con accenti allegri e cenni soddisfatti, abbandonando le tematiche più intime e interiori a favore di altre più esplicite e direttamente percepibili. Oltre al basso, che come detto qui sale in cattedra grazie ad una linea di livello assoluto , la traccia mostra un uso intelligente e frutto di grande esperienza anche della chitarra: molte ritmiche arrivano infatti in secondo piano e spesso in pulito, così l'ingresso della distorsione dona alla canzone una linfa completamente nuova volta dopo volta. Per la prima volta abbiamo delle liriche differenziate dalla linea musicale, in quanto trascinano con sé un significato tutto loro e non direttamente collegabile all'espressione compositiva propostaci nei 3 minuti e 50 di ascolto. La band qui mostra tutta la sua preoccupazione per la situazione ambientale del nostro pianeta, accusando le istituzioni di ignorare il problema come se esso non esistesse. Gli avvertimenti, eppure, non sono mancati: la temperatura che è in costante rialzo ne è indizio, come anche i tornado che sempre più spesso si abbattono sui cittadini. Nonostante ciò, vi è un disinteresse totale alla salvaguardia del nostro pianeta, alla quale è preferito lo spregiudicato e avido bisogno del denaro. Durante il brano, il nostro interlocutore sostiene diverse volte di aver segnalato la necessità di prendere decisioni a sostegno dell'ecosistema, ricevendo sempre totale silenzio come risposta.

Twin Dummy

Si prosegue con Twin Dummy (Manichini Gemelli), che porta ancora una volta una innovazione al sound di questo disco: il brano ci propone una musicalità cantilenata e dalla facile presa, ma non per questo meno valida. La band qui fa leva su un'equazione tanto semplice quanto efficace, proponendoci una prima metà di brano tutt'altro che di difficile ascolto. Al contrario, nella parte centrale della canzone, i canadesi sfogano tutta la loro voglia di follia con una serie di variazioni progressive e avanguardistiche, facendo un utilizzo senza precedenti di una serie di effetti e di idee fuori di testa. Si parla di un brevissimo spazio di tempo di qualche secondo, sufficiente però per stravolgere completamente la percezione psico-acustica di questo brano. Il gruppo ha scelto qui una coraggiosa alternanza fra un sound piuttosto "radio-friendly" e uno degno del progressive più intellettuale, lasciando a noi ascoltatori una combinazione davvero difficilmente ripetibile. La canzone, pur essendo  la più breve del full, ci abbandona ad una melodia memorabile e intrigante, che non ci lascerà anche terminato l'ascolto del disco: è proprio questa una delle principali caratteristiche di questo brano, che gli consente di essere assimilato in una maniera estremamente scorrevole e naturale. Il pezzo ci narra di un folle dialogo fra un individuo e la sua mano: il protagonista è rimasto solo e isolato, non sapendo più a chi rivolgersi. Vivendo uno stato di totale solitudine, si dedica ad una conversazione con il suo unico interlocutore rimasto. Il discorso che ne scaturisce è tenebroso e a tratti atroce, mettendo in risalto tutti i punti deboli della personalità dello sfortunato personaggio: costui, a causa della mancanza di persone attorno alla sua invita, sta regredendo ad uno stato di assoluta follia e inconsapevolezza, in una constatazione che tutti gli elementi felici e positivi, espressi tramite la figura metaforica del circo, fanno parte del passato e ogni tipo di prospettiva è assente.

Angel Rat

Il Side B si apre con nientemeno che la title track Angel Rat (Angelo Ratto), estremamente melodica sin dai suoi primi istanti. La canzone, tramite un arpeggio essenziale ma efficace, esprime una linea musicale abbastanza classica, ma non per questo meno interessante: la voce di Snake si fa infatti nuova alle nostre orecchie, ricoprendo timbriche più basse rispetto a quanto siamo solitamente abituati ad ascoltare. La vocalità di questa traccia ci propone un'alternanza fra una linea melodica e abbastanza prevedibile ad una più particolare e cupa, creando un'atmosfera unica ed evocativa. Il brano, piuttosto che proporci uno schema classico strofa-ritornello-strofa, predilige l'inserimento di una serie di variazioni che catalizzano la nostra attenzione nel momento in cui il frangente si fa più progressive e surreale, nella parte conclusiva del brano, grazie alla bella effettistica applicata alla sei corde di Piggy. Questa è una canzone che, pur non rivoluzionando nulla come i Voivod ci hanno abituato, ha la capacità di trascinare l'ascoltatore in una dimensione piacevole e sognante, in un soffice ambiente paradisiaco psichedelico di favole e verde vegetazione. Il basso, nonostante l'abbandono di Blacky, acquista paradossalmente ancora più rilevanza rispetto al passato, emergendo costantemente e facendo da solida base allo svolgersi della canzone. Il racconto di questo brano riguarda il più antico desiderio dell'uomo, ovvero quello di volare: il protagonista non potrà non riportarci alla figura mitologica di Icaro, che tentando di spiccare il volo venne sorpreso dal calore del sole. Per l'uomo, la voglia di volare diviene autentica ossessione, e nonostante i dubbi iniziali è impossibile reprimere questo massimo desiderio. Da questo proviene lo stesso significato del titolo dell'album: riuscendo a volare, il personaggio diventerà un angelo, fallendo invece morirà come un ratto. Il protagonista attende con ansia quello che ritiene il momento più giusto per spiccare il volo, scacciando una volta per tutte ogni sua paura e remora. Il finale della canzone è un finale aperto, in quanto non ci consente di apprendere se il nostro coraggioso uomo è riuscito o fallito nella sua impavida missione.

Golem

Davvero piacevolmente misteriose e criptiche invece le liriche del brano successivo, che si intitola Golem (Golem): la canzone lascia certamente la libera interpretazione all'ascoltatore, che potrà attribuire al pezzo il senso che più sente come proprio. Qui ad essere protagonista è per l'appunto un golem, un essere non-umano ma dotato di vita propria. Le tre leggi a cui il brano allude nella sua parte iniziale, senza che esse siano citate, sono l'uomo, il mondo e l'anno. Dalla religione ebraica, è da questi tre elementi fondamentali che poteva essere creata la vita di un Golem, un gigante d'argilla dedito a servire e proteggere il popolo. Questa antropomorfa figura viene contraddistinta dalla band per i suoi pensieri estremamente umani, che lo portano a chiedersi continuamente le ragioni della sua esistenza. Tuttavia, questi quesiti esistenziali passano in secondo piano rispetto al motivo stesso che ha portato alla sua creazione, ovvero la più totale fedeltà e servitù nei confronti del suo padrone, che gli consentono di sopportare la piatta monotonia della vita. Il brano si differenzia musicalmente per essere più violento e roccioso sin dalla sua apertura, grazie alla bellissima e aggressiva linea di basso su cui si costruisce il particolare riff iniziale. Il pezzo torna a mostrarci l'anima particolare e imprevedibile della band, con i riff che si costruiscono con unicità e particolarità assolute. Al contrario, il ritornello è ancora una volta melodico e memorizzabile, senza però snaturare la vena intrigante e progressive che è base assoluta della traccia. A colpirci sono i pesantissimi effetti sulla voce di Snake, che appare alle nostre orecchie saturata e alterata, mentre un altro elemento fonte di totale attenzione è la particolare sezione di metà brano, intrisa di una psichedelia unica, riportando gli insegnamenti di band storiche come i Pink Floyd dell'era "barrettiana". La parte si serve di tutti gli strumenti per creare un muro sonoro malvagio e dalla difficile comprensione, dove la voce di Snake si fa robotica impersonando nel migliore dei modi quella che potrebbe essere la psiche di un Golem a tutti gli effetti.

The Outcast

La band si dedica poi, con il successivo brano The Outcast (L'Emarginato),  ad un racconto completamente differente dal precedente. La canzone ci narra di un protagonista solo ed emarginato, che privo di una dimora fissa si abbandona a vagare per i desolati ambienti a cui è abituato. L'uomo, che ci viene descritto come un ricercato, è costretto a scappare e a nascondersi da coloro che sono alla sua ricerca, ovvero delle pericolose pattuglie pronte ad ucciderlo. La vita, così, trova ogni giorno una direzione diversa e imprevedibile, ostica e amara. Giorno dopo giorno, comprensibilmente le forze cominciano a cedere, finché il personaggio crolla, debole ed indifeso, sulle sue ginocchia, mentre attraversava una vecchia strada buia e grigia che non era nuovo a percorrere. Nella consapevolezza di non potersi arrendere, l'uomo trova le forze per sparire ancora una volta nel nulla, dimenticando volta dopo volta quale sia la sua vera direzione, e probabilmente anche il suo passato. La canzone ci reintroduce per la prima volta una vera distorsione di chitarra, sul potente riff di matrice hard-rock su cui Snake colora una sfumatura vocale imprevedibile e particolare. Il pezzo, estremamente classico, è un ingrediente fondamentale per quest'album, in quanto ideale nello spezzare i toni più particolari e intimi che l'avevano contraddistinto fino a pochi istanti prima. La caratteristica più particolare di questa traccia è nientemeno che il ritornello, elemento differenziatore di questo brano che è tanto standard quanto piacevole e genuinamente energico. Questa breve canzone, sfruttando un paio di semplici e validi riff, possiede la capacità di inserirsi in un contesto di ascolto calzante e preciso, riattivando al massimo l'attenzione dell'ascoltatore per quest'album. Oltre a questa funzione, ovvero quella di "suonare la sveglia", questa è una traccia che ci mostra ancora una volta quanto i Voivod siano abili su vari generi  e sfumature differenti.

Nuage Fractal

Cosa che avviene anche nella traccia successiva, intitolata Nuage Fractal (Nuvole Fratturate): la band qui si abbandona a tutti i suoi lati più particolari e sperimentali, cambiando ancora una volta drasticamente schema e colori. Dalla distorsione del brano precedente si torna alle influenze progressive settantiane, dove il tocco del produttore Terry Brown torna a farsi sentire forte come non mai. Ora più come mai, i Voivod compiono il definitivo distacco dalla concezione "metal" della loro musica, abbandonandosi ad ambienti misteriosi e criptici, tutti da studiare ma soprattutto da assaporare. Catapultato in una dimensione immaginaria e misteriosa, l'ascoltatore si ritroverà ancora una volta a godere di una nuova sfumatura delle tantissime dei Voivod, una sfumatura che in questo brano non conosce né limite né dimensione alcuna. Questo avverrà grazie alla follia della struttura chitarrista di Piggy, che funge costantemente da sottofondo alla straordinaria potenza evocativa della melodica voce di Snake, che è allo stesso tempo tanto sincera quanto auto-riflessiva. La straordinaria parte testuale ci narra di un viaggio senza spazio attraverso ogni elemento naturale, dalle nubi che sovrastano la terra al caos della creazione. Anche una visione tanto artistica quanto irreale come questa conosce però dei pericoli, come i virus che mutano l'andamento delle cose generando il disordine del sistema. La canzone ci conduce attraverso un viaggio verso una sorta di sapienza superiore, dove però non siamo ancora pronti ad accedere. La band, in questo modo, ha voluto farci intendere che anche la più astratta e psichedelica delle espressioni musicali è fermata dai limiti umani della conoscenza che ci è affidata. A tale problema vi è una soluzione, ovvero l'attesa, perché arriverà il momento in cui tutto ci sarà rivelato e non vi saranno più segreti. Nella parte conclusiva del testo si fa accenno al "Butterfly Effect", altra grande e stregante verità che accompagna le nostre vite. Il cosiddetto "effetto farfalla", consiste nella comprovata consapevolezza che ogni evento attorno alla nostra esistenza è generato in maniera aleatoria, in una successione casuale di reazioni scatenanti e di conseguenze che creano la nostra storia, ovvero l'unica fra le tante che potevano esistere. 

Freedoom

L'episodio seguente, intitolato Freedoom (Libertà), possiede delle liriche tanto brevi quanto dalla profonda interpretazione. Nel racconto si scava nei meandri del rapporto fra la psiche umana e l'origine di ogni cosa, ponendo il grande quesito al centro di ogni elemento. L'aura d'energia degli elementi naturali esalta sensi e percezioni, trascinandoci attraverso un viaggio naturale tutto da scoprire. Le strutture, i colori, i sistemi vivono un costante dinamismo, accarezzando il raggiungimento della pace e del nirvana. I dubbi irrisolti, certo, vengono descritti e narrati come elemento di primo rilievo: tuttavia, il campo di domande che ci crolla addosso è destinato a sparire, una volta che sarà giunto il momento opportuno. La band ci tuffa qui in una musicalità tanto profonda quanto sognante, risvegliando il nostro senso umano per il raggiungimento di una pace interiore. L'incastro dell'arpeggiata melodia con il sostegno di basso è funzione di un insieme di elementi ricchi e maturi, che si integrano con la voce al miele di Snake per il raggiungimento di una trascendentalità che trascina uno stato di rilassatezza profumante di filosofia buddhista. La seconda parte, che vede l'ingresso della distorsione di chitarra, non mina in alcun modo questo stato di cose, portando anzi al compimento di quel processo cominciato durante la prima metà del brano.  La parola "nature of things" ci viene più volte ribadita dal vocalist, elevandosi a parola chiave e significato portante di questi quattro profondissimi minuti di ascolto. Il brano si mostra unico e dalle magiche atmosfere, tanto naturale e fluido quanto compatto e omogeneo nella psico-percezione lasciataci dell'opera. Le nostre sensazioni non verranno infatti mai stravolte in alcun momento della canzone, e la musicalità ci accompagnerà in maniera ininterrotta attraverso un viaggio calmo e pacato, che raggiunge il suo apice proprio nella sezione distorta della canzone, dai caratteri ancora più intimi e rilassanti della precedente.

None of the Above

Il dolce fade-out finale non stravolge i nostri sensi fino all'avvio dell'ultima traccia, dal titolo di None of the Above (Nessuno dei Precedenti): il registro qui cambia drasticamente, tornando alla vena più rock e potente tipica di tracce come la precedente "The Outcast". Dai caratteri fortemente intimi e da riscoprire si passa quindi agli accenti più espliciti e diretti, dove lo spettacolare riff di Piggy invoca al divertimento più puro e genuino. Non mancano però frangenti più particolari e impegnati, con gli scanditi ritmici batteristici di Away che dettano un intermezzo sincopato dove sale in cattedra la vocalità altalenante di Snake, che si ripete follemente attorno alle metriche musicali. La band, tuttavia, non si scompone mai più di tanto, non compromettendo i toni assaporati durante l'intero full. Ancora una volta, il basso ricopre un ruolo di primaria importanza, e il lineare andamento musicale dello strumento sorregge in ogni punto il groove deciso e robusto del brano. Il complesso, nello scegliere di concludere il full con questo brano, ha optato per la saggia scelta di non stravolgere, ma anzi assecondare, il senso dell'album anche nei suoi accenti più classici ed enfatici. Gli arrangiamenti chitarristici operati da Piggy sono brillanti come sempre, attribuendo un'unicità assoluta a questo brano come all'intero full di cui stiamo terminando di narrare. Le liriche di questo brano si soffermano sulla storia, analizzando come il percorso degli eventi sia drammaticamente ciclico e malato. Il protagonista della canzone analizza il passato, giungendo alla consapevolezza che ogni periodo positivo ha sempre riportato ad uno più negativo. La percezione lasciata all'uomo è quella di un processo piatto e monocromatico, dove mancano tanto le novità quanto i colori accesi. Il lavoro dell'uomo ha dato come frutto un ritornello che sembra non cessare mai di ripetersi, e che non porta altro che distruzione globale, inquinamento, malattie. Tutto ciò avviene per il guadagno di poche persone che non cessano mai di attuare il medesimo gioco, essendo del tutto prive della capacità e del buonsenso di avvertire sensazioni ed emozioni a loro circostanti, vivendo in maniera cieca ed egoistica. Interessante quindi come i Voivod scelgano di lasciarci proprio con delle liriche così drammatiche e realisticamente pessimistiche, abbandonando l'ascoltatore ad un'emozione che, come non constatarlo, risulta essere tanto naturale, sincera e spontanea quanto piacevolmente poco commerciale.

Conclusioni

Questo album ci dona una concezione totalmente nuova della musica dei Voivod, facendoci entrare in contatto con il loro lato più intimo, ma allo stesso tempo più completo dal punto di vista artistico. Una delle cose che personalmente mi ha colpito, da conoscitore della band, è quanto il basso abbia assunto un'importanza maggiore con la partenza di Blacky, confermandoci quello che effettivamente ognuno di noi ha sempre pensato: che Snake, Piggy e Away sono le vere menti dietro a questo progetto. Per quanto riguarda questo full, non ci sarebbe da stupirsi se non riscuotesse il consenso di alcuni amanti della musica metal, in particolar modo quelli affezionati alle origini della band. Tuttavia, la maggiore melodia di questo lavoro non è sinonimo di una ricerca di maggiore commercialità, come qualcuno potrebbe effettivamente aver pensato. Purtroppo, ci ritroviamo a constatare che questo full si rivelò quasi un fallimento totale dal punto di vista commerciale per i Voivod: compreso meno dello straordinario predecessore Nothingface, questo Angel Rat fece addirittura compiere qualche passo indietro alla carriera della band, che mai si arrese nonostante la partenza di quello che comunque era uno dei quattro elementi essenziali del gruppo. Le ragioni di questo fallimento, possono per l'appunto essere queste due: in primo luogo, una frangia dei fan dei canadesi sicuramente potrebbe non aver compreso la bellezza e l'immensa profondità di questo lavoro. In secondo luogo, potrebbe essere stata vista con malizia l'idea di passare ad un sound più calmo ed orecchiabile; non da dimenticare è tuttavia il brutto ritardo con cui il full fu rilasciato. In realtà non ho dubbi sul fatto che, chiunque voglia capire questo disco, non avrà difficoltà a comprendere quanto questo sia spontaneo e genuino, misterioso ma rilassante, evocativo e valido come pochi. Se molte grandi band dell'ambito thrash metal hanno effettivamente abbandonato un sound cattivo a favore di uno artisticamente più banale e meno valido, questo non va assolutamente confuso con il caso dei Voivod, che ci hanno donato un full-length che chiede semplicemente di poter essere compreso e capito. I canadesi si sono ancora una volta confermati estremamente sfortunati da questo punto di vista, avendo comunque la grande soddisfazione e consapevolezza di aver prodotto un disco che regala un colore unico alla loro carriera, rendendoli musicisti completi e vari sotto ogni punto di vista. Questo è un lavoro che, nei suoi brevi frangenti più puramente progressive, si difende egregiamente anche se accostato ad alcuni grandi maestri della musica fine anni '60 e '70. Le bellissime liriche certamente contribuiscono a ciò, e durante alcuni brani come "The Prow" è davvero difficile non provare un brivido. Anche l'artwork si conferma, ancora una volta, stupendo: questo raccoglie in esso gli elementi presenti nelle varie canzoni, anche se certamente la stessa "The Prow" occupa un ruolo molto più rilevante rispetto alle altre. A colpirci è subito l'incredibile bellezza dei colori e la pace del mare, che catalizza ogni attenzione rispetto agli elementi in secondo piano. La nave locata in fondo, indirizzata verso un orizzonte porpora, lascia infatti sognare e abbandonare ognuno di noi alla propria fantasia. Curiosi di sapere se voi condividete o no la nostra versione di questo full, noi vi salutiamo: ci ritroveremo presto a parlare del successivo lavoro della band, l'album The Outer Limits del 1993.

1) Shortwave Intro
2) Panorama
3) Clouds In My House
4) The Prow
5) Best Regards
6) Twin Dummy
7) Angel Rat
8) Golem
9) The Outcast
10) Nuage Fractal
11) Freedoom
12) None of the Above
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