VIRGIN STEELE

Wait For The Night

1983 - Mongol Horde

A CURA DI
ANDREA CERASI
18/08/2017
TEMPO DI LETTURA:
7

Introduzione Recensione

Il 1983 è un anno piuttosto prolifico per i Virgin Steele, da gennaio a dicembre, infatti, si concentra la parabola ascendente della band e l'affermazione dell'epic metal in generale: prima il singolo "A Cry In The Night", poi il secondo album "Guardians Of The Flame", rilasciato durante l'estate, infine l'ep "Wait For The Night", pubblicato sempre dalla Mongol Horde alla fine dell'anno, in piena esplosione epic. Tutto ciò ritrae il veloce e meticoloso cammino che i nostri pianificano per conquistare credibilità e successo, ponendosi alla guida del nuovo sottogenere. Questo mini-album raccoglie alcune canzoni lasciate fuori dal precedente lavoro e altre remixate, per un totale di quattro tracce, due delle quali già conosciute e due inedite, distribuite su due lati differenti, mostrando appunto le due anime della band: quella epica, sul lato A, frutto del genio inesauribile e avanguardista di David DeFeis e quella tradizionale, sul lato B, legata all'hard rock anni 70 di Jack Starr. Due lati della stessa medaglia, specchio dell'antitesi tra i due musicisti che terminerà con questo disco e che porterà a una crisi ancora oggi irrisolta per la paternità dei primi due album firmati Virgin Steele. Certo è che il titolo di questo ep crea un po' di confusione, non tanto per quello della versione americana, quanto per quello della versione europea, distribuito col titolo di "A Cry In The Night", proprio come il singolo lanciato in precedenza, nel gennaio 1983, dove appare una scaletta diversa, con l'aggiunta di un brano inedito e di una lunga intervista con il giornalista Mark Snider. La cover-art originale è del fotografo Gregg Geffner, lo stesso che immortalava la spada alata di "Guardians Of The Flame", impugnata dalla forte mano del vocalist, e che emergeva dalle fiamme, le stesse che qui avvolgono il quartetto, fotografato in posa da duri, come esige la tradizione heavy. La stessa spada alata, dalle dimensioni enormi e sproporzionate e abbracciata dal vocalist, è prelevata direttamente dalla sua rinomata collezione privata, che conta decine di armi da taglio di stampo fantasy ma anche storico, cioè riproduzioni fedeli di spade utilizzate in passato, nel corso dei secoli. Ma questa spada, in particolare, è molto importante per quanto riguarda l'iconografia stessa dei Virgin Steele, comparendo più volte nelle foto all'interno dei booklet o in quelle promozionali, in alcune copertine, come ad esempio nella seconda edizione dell'album "Age Of Consent", e inoltre la troviamo presente in ogni concerto, piantata sul palco, pronta ad essere cosparsa di spirito e ad essere avvolta dalle fiamme a metà performance, tra i cori del pubblico, quando l'epos raggiunge il culmine. Il fuoco sacro e divino, la lama dotata di forti ali e pronta a spiccare il volo oltre l'orizzonte, l'acciaio affilato e luminoso sinonimo di violenza; tutto ciò contribuisce a chiarire gli intenti epici della musica composta dalla band americana e le tematiche sempre più mitologiche che verranno affrontate nel proseguo di carriera. Inoltre, è interessante notare che dopo questo lavoro, come accennato l'ultimo con il chitarrista Jack Starr, cambierà persino il logo ufficiale, come a sottolineare un nuovo principio, una rinascita per DeFeis e per i suoi compagni, che dall'anno seguente saranno liberi di sperimentare e di lanciarsi a tutti gli effetti tra i miti e le leggende che popolano la cultura occidentale, specie quella greco-romana. A partire dal 1985, infatti, i nostri irromperanno in tutto il loro splendore e genio creativo con l'immortale  e osannato "Noble Savage", opera che inaugura la prima vera testimonianza della "barbaric-romantic saga" di una band che, negli anni, ci ha regalato una serie sterminata di capolavori, sicuramente troppo sottovalutata, spesso snobbata, ma che ancora oggi resta lì, sulla cima dell'Olimpo, bandiera stessa di un intero sottogenere musicale e la cui eredità artistica difficilmente è e sarà eguagliabile da altri.

Don't Say Goodbye (Tonight) - Remix Version

Don't Say Goodbye - Tonight (Remix Version) (Non Dire Addio - Stanotte) è epicità fatta musica, dove la cavalcata metal ha origine dalle tastiere, suonante come fossero proiezione delle chitarre, lanciate in una corsa sfrenata che mette i brividi. La notte è disperata, un amore è stato tradito: un sentimento tragico e depresso prende vita quando la donna scompare dalla vista del suo uomo, sbattendo la porta con forza. Resta il silenzio, la realizzazione di una passione terminata nel modo sbagliato. I tremori dell'odio recano sussulti che colpisco dritti al cuore, tremori scaturiti dalla chitarra terremotante di Starr che si agita in questa strana notte in pulsazioni frenetiche. Inutile implorare di restare, la ragazza fugge con la paura negli occhi, come se avesse risvegliato il male col suo addio sofferto, e così il tempo è giunto a separare la coppia. Il lungo addio notturno, l'anima lacerata dalla sofferenza, un'esplosione di sangue bollente schizza nell'aria della città, il basso di Joe O'Reilly grasso e orgoglioso, la chitarra violentata, la voce squillante e implorante di un DeFeis cresciuto tecnicamente che intona un ritornello magico e paradisiaco, dalla melodia intensa e dai toni aulici. E proprio quei toni si smorzano per un solo istante quando le tastiere riprendono vita, godendo del loro spazio magico; allora il cuore salta in gola, le lacrime fuoriescono dagli angoli degli occhi e scendono a solcare le guance. La prestazione è da svenimento. Starr scaglia la sua ascia nel cosmo, nella narrazione diegetica del brano, eseguendo un assolo ragionato e quasi depresso, dove la malinconia affoga nella totalità dei suoni. Il vocalist riprende, amareggiato e un poco adirato con se stesso, mentre Joey Ayvazian irrompe con clamore dietro le pelli; tutto è perduto, purtroppo. Tutto è stato perso in un solo istante, per colpa della gelosia, l'uomo non ha imparato dagli errori precedenti e allora la sua donna è sparita definitivamente nel buio della sera, sulle ali dell'oscurità. Adesso il nome di lei riecheggia nell'aria, portato a spasso dal vento caldo dell'estate, e velenosamente si ripete una sola domanda: riusciremo mai ad imparare ad amare? Un certo retrogusto AOR salta alle orecchie grazie all'utilizzo delle tastiere, in questa versione remix ancora più squillanti, ma che nulla aggiungono alla grandezza del brano originale.

I Am The One

I Am The One (Sono Il Prescelto) è una parabola biblica che narra di una donna uccisa e di un uomo condannato al calvario di quella perdita della donna amata, ma è anche un canto di vendetta divina, dove godiamo di una melodia incantata declamata da un DeFeis femmineo e dalla voce acuta. Un bagliore improvviso ha immerso l'ambiente e le voci degli angeli hanno chiamato il nome del giovane affacciato alla finestra. Il suo corpo ha perso peso e ha assunto una consistenza gassosa, tanto che ha potuto spiccare il volo e raggiungere quelle voci soavi. L'uomo è stato trasformato in angelo, è lui il prescelto, colui che dovrà badare per sempre alla sua donna. L'arpeggio sognante e morbido eseguito da Starr presto si trasforma in un riffing ipnotico e magmatico, così il pezzo si evolve in una cavalcata heavy che spezza il fiato. Defeis lancia acuti sanguinolenti descrivendo la sensazione del ragazzo-angelo che solca i cieli e delinea arcobaleni come ruggito di tuoni. Ormai ha raggiunto l'immortalità, l'inconsistenza dell'essere, poiché è diventato una creatura divina capace di illuminare il cammino del terrestre. Il fuoco dell'odio, il calore del sole, il coro degli angeli, lo accolgono con canti e lodi: egli è il prescelto. Il racconto mistico-religioso prosegue tra fraseggi incandescenti, rullate animalesche e melodie eccelse, dove trasuda tutta l'alchimia della band, coadiuvata da una tecnica fenomenale. Il ritornello è pazzesco, un vero capolavoro di epic metal primordiale. Il suono dell'ira è come una cannonata nel vento, l'angelo è il vendicatore mandato dagli Dei, per proteggere la sua amata ma anche per fare giustizia in un mondo intriso di odio e di peccato. DeFeis minaccia i peccatori, i miserabili, con voce arcigna e mefistofelica, e dalle casse dello stereo scalpitano riff abrasivi e accordi di basso sofferenti. Dunque la batteria pone la parola fine scatenando il terremoto nel quale tutti i mortali peccatori periscono per mano del protagonista. Amore e morte, legame portante come da tradizione Virgin Steele.

Go Down Fighting

Go Down Fighting (Scendi A Combattere) è un serpente che si snoda sinuoso su un tappeto sonoro costruito dall'affilata ascia di Starr. L'andamento sinuoso si sposa con uno stile legato agli anni 70 e che risulta molto velenoso e letale, grazie a una serie di serrati riffs partoriti dal chitarrista e da ripetute raffiche scandite dai tamburi di Ayvazian. Su tutto spicca la possente voce di DeFeis, imbarbarito e cazzuto che racconta di un mondo selvaggio, di città infestate da balordi il cui unico scopo è quello di mettere a soqquadro la città. Sopravvivere alle angherie e alla delinquenza è una vera missione. Scenari post apocalittici si amalgamano in un pezzo hard & heavy dall'impatto inaudito e che non accenna a spiragli melodici, se non nel meraviglioso bridge, quando il vocalist alza il tiro e si inerpica in falsetti spaccatimpani. Il resto è quadrato, strofe monolitiche poggiate su una valanga di riffs che prendono vita piano piano e su un ritornello non proprio memorabile ma sincero. A nessuno importa se questi ragazzi di strada vivano o muoiano, sono combattenti, reietti della società e allora si devono adeguare alle leggi della giungla d'asfalto. Soldi e cose materiali, sesso e droghe, sono gli elementi che scandiscano l'esistenza di questi ragazzacci, ma per prenderseli bisogna prima combattere, una lotta fino all'ultima goccia di sangue è ciò che ci vuole per imporre la propria reputazione. In una New York degli anni 80 assistiamo allo scontro brutale tra gang di vari ghetti, come nel film "The Warriors", una di quelle pellicole che ha influenzato prepotentemente la generazione di tutti i giovani dell'epoca. La chitarra di Starr svetta incontrastata sulla narrazione, dapprima facendo capolino tra una strofa e l'altra e poi insistendo nella seconda metà del pezzo, dove si inerpica in un assolo che mette in risalto tutta la classe che contraddistingue il musicista. Non solo Jakc Starr, ma anche Joe O'Reilly svolge un lavoro pazzesco, sono loro due, infatti, i leoni di questa canzone, i quali si scatenano in duelli impressionanti facendo stridere le asce. Questo è primordiale heavy metal, ancora legato all'hard rock, sia per tematiche affrontate che per suono, che non eccede mai in velocità, ma che colpisce per potenza e per feeling.

Wait For The Night

Wait For The Night (Attendi La Notte) presenta un'aria scanzonata, così come il testo, tipicamente hard rock ottantiano; si tratta di una canzone dotata di una melodia trascinante, specie nel refrain, bello e d'impatto, nel quale DeFeis intona un inno alla notte e ai peccati carnali che contraddistinguono questa fase del giorno. L'andamento danzereccio è portato avanti da un comparto strumentale assai vigoroso ma mai troppo complesso, tanto che troviamo una struttura semplicissima e altamente classica. È il momento per far scatenare il vocalist, illuminando la scena con i suoi tecnicismi, conditi da gridolini femminei, acuti impressionanti e ruggiti barbarici. Le strofe fondono acuti e urletti con pulsazioni di basso e cladi riff di chitarra, e dato il tema trattato il tutto ci sta alla perfezione; si parla di un uomo che lavora duro tutto il giorno, e che non vede l'ora di tornare a casa per stare con la compagna. Purtroppo, il poco tempo da trascorrere insieme, per colpa dei loro lavori, è una cosa frustrante, che lo innervosisce, tanto che lui vorrebbe stare con lei ogni giorno, ogni ora, e condividere così il suo amore. Non resta che attendere la notte, quando i due amanti potranno coricarsi e fare l'amore. Certo è che le ore passano lentamente, guardare le lancette dell'orologio, a lavoro, è una vera agonia e allora emerge la consapevolezza di barattare un'esistenza noiosa e difficile per pochi soldi. La vita, invece, dovrebbe essere diversa, circondata da passione, amore, relax e divertimento, da vivere affianco alla donna amata e stringerla forte nella notte. La notte, da scenario di guerriglia urbana, in questo caso si trasforma in periodo di amore, di profondo sentimento, lo stesso sentimento contrastato dalla quotidianità frenetica della vita moderna. Quando l'orario di lavoro termina, ecco la libertà, i cori invadono lo spazio, le asce svettano nell'aria, DeFeis ci accompagna ancora una volta nel ritornello, intonandolo a cappella, contornato da cori, poi si riprende a spingere sull'acceleratore e la sezione ritmica si scatena chiudendo un buon brano di stampo hard rock, semplice, genuino e molto orecchiabile.

Conclusioni

L'ep poco aggiunge alla gloriosa carriera dei Virgin Steele, il cui unico scopo è quello di arricchire un mercato di nicchia, facendo gola ai collezionisti di tutto il mondo che, nel giro di dodici mesi, si vedono sommersi da ben tre lavori firmati dalla band newyorkese. Ma il fine commerciale di "Wait For The Night" non è solo quello di inflazionare il mercato musicale, bensì quello, molto più aulico e prestigioso, di imporre una sorta di sigillo sulla nascita di un nuovo sottogenere di rock duro. L'epic metal nasce nella seconda metà del 1983 grazie a una serie di opere destinate alla storia e tutte uscite quasi in contemporanea: "Into Glory Ride" dei Manowar, "Crystal Logic" dei Manilla Road, "Deliver Us" dei Warlord, le prime demo dei Brocas Helm e Witchkiller, la nascita degli Omen, che da lì a qualche mese daranno alle stampe l'imponente "Battle Cry", e tante altre band che un anno dopo, nel 1984, lavoreranno per consolidare il genere, come i grandi Cirith Ungol, i Liege Lord o i Medieval Steel. Insomma, in tutto il nord America qualcosa prende vigore ed esplode velocemente in tutto il mondo, consegnando alla leggenda una manciata di dischi che fanno scuola e che, ben presto, raccolgono attorno a sé un pubblico sempre più vasto, specialmente in Europa, teatro ovvio e prediletto di tematiche a sfondo epico-mitologico. In tutto ciò, "Guardians Of The Flame" e questo mini, usciti a distanza di cinque mesi l'uno dall'altro, testimoniano l'importanza dei Virgin Steele per tutta la categoria, ma non solo, perché tali scelte stilistiche saranno fondamentali per la meravigliosa epopea del power metal europeo che prenderà piede nella seconda metà degli anni 80. I Virgin Steele anticipano tutti sul tempo, rilasciando il loro secondo capitolo tra la primavera e l'estate del 1983, e rafforzando i propri intenti con questo gustoso ep, anche se proprio questo lavoro sarà la causa scatenante del furioso diverbio tra David DeFeis, intenzionato a proseguire su certe coordinate, cercando di evolvere il suono stesso della band verso lidi fino ad allora inesplorati, territori più impervi, colti e complessi, e il prode Jack Starr, più legato agli stilemi della precedente decade. È proprio questa dualità, questo conflitto, a trasparire nei quattro brani qui elencati, due composti dal vocalist, più articolati, raffinati ed epici, e due più diretti e quadrati, composti dal chitarrista. Va detto che ci troviamo di fronte a quattro eccellenti pezzi, anche se a prevalere è, inevitabilmente, il genio spaventoso di un DeFeis maturato esponenzialmente negli ultimi tempi e intenzionato a fare il passo decisivo alla volta del mondo epico, cercando di ricreare in musica il fascino di tutti i componimenti storici che lo accompagnano sin dall'infanzia, unendo in un unico quadro le sue principali passioni: heavy metal, musica classica e poesia greco-romana, donando al mondo del rock qualcosa di inedito e fresco, mai udito prima. Prima le tastiere, sempre più presenti e mai sentite prima in campo heavy, poi l'introduzione di liriche mitologiche, sono alla base dell'aspro litigio tra i due musicisti, entrambi fattori duramente contestati da Starr, secondo cui un tale approccio sonoro avrebbe allontanato la band dalle radici blues, suo primo vero amore; il vocalist, invece, affascinato dai miti e influenzato dal teatro classico, è deciso a sradicare tali radici per avvicinarsi alla musica classica, vista come una vera e propria divinità. Insomma, due modi di vedere il rock totalmente in antitesi che non possono amalgamarsi e che rischiano di porre la parola fine all'epopea, iniziata appena due anni prima, dei Virgin Steele. Nel 1984, proprio nel momento di maggior clamore mediatico, quando la band è sulla bocca di tutti e l'epic metal una splendida realtà affermata, Jack Starr viene cacciato dal gruppo, i compagni lo attaccano aspramente accusandolo di intralciare i loro piani di successo. La causa per la paternità del monicker è dietro l'angolo, intanto, l'etichetta Maze Music, branchia della Steamhammer, intuendo il grosso disagio e l'imminente split, dà alle stampe una raccolta dal titolo "Burn The Sun", che riscrive praticamente la track-list di "Guardians Of The Flame", eliminando alcuni brani e sostituendoli con quelli contenuti nell'ep "Wait For The Night" per un'operazione dalla discutibile utilità. Molto meglio l'edizione del 2002 targata T&T, dove DeFeis riesce a riacquisire (ma solo temporaneamente) i diritti dei primi due album e a regalarci dopo quasi venti anni dal loro ritiro dal mercato "Virgin Steele I", arricchito con molte bonus track e demo, e l'intero secondo lavoro con in aggiunta questo ep e un'intervista di DeFeis, seduto al suo pianoforte e che racconta la genesi dell'opera.

1) Don't Say Goodbye (Tonight) - Remix Version
2) I Am The One
3) Go Down Fighting
4) Wait For The Night
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