VIRGIN STEELE

Virgin Steele I

1982 - Maze Music / V.S. Records

A CURA DI
ANDREA CERASI
22/06/2017
TEMPO DI LETTURA:
6,5

Introduzione Recensione

Tempo di miti, di leggende, di storie destinate ad avere un ruolo importante nell'immaginario collettivo. Tempo di acciaio, quello di stampo epico, che della mitologia fa la sua narrazione e che alla mitologia viene consacrato, quasi fosse una divinità da venerare in eterno. Questa divinità si crogiola dietro il suo altisonante nome e gode di un preciso periodo di ascesa, ma per afferrare il suo culto bisogna andare con ordine. La scena newyorkese dei primi anni '80 è in fermento, nell'aria c'è un profumo particolare, sintomo di creatività e di genio artistico e, forse, non è un caso se numerose band si danno da fare, proprio in quei luoghi, per creare qualcosa di nuovo e di sorprendente, partendo dagli insegnamenti impartiti dai giganti dell'hard rock inglese degli anni 70 e dalla neonata N.W.O.B.H.M. per poi evolversi attraverso sonorità più massicce e tematiche differenti. In particolare, c'è un manipolo di musicisti adolescenti, appena usciti dalle scuole, che ha in mente non solo di proseguire, ma addirittura di creare, una strada personale. È ancora presto per parlare di epic metal, ma tra il 1981 e il 1982 germogliano le prime idee; si tratta di idee ancora primitive, lontane dal fiorire, e che hanno bisogno di tempo per sbocciare come un fiore a primavera, ma l'aroma di creatività e genialità aleggia nell'aria violata di New York come soffio di vento, portatore di imminenti tempeste. In questo periodo e proprio in questa città si assiste alla nascita del mito: il metallo epico, rivoluzionario, selvaggio, potentissimo, guidato da poche band sparse negli U.S.A., sulle quali si elevano incontrastate due realtà distinte ma segnate dalle stesse origini geografiche, destinate a cambiare la storia di un genere e a rafforzare una concezione musicale che genererà migliaia di pargoli che a loro devono tutto: si chiamano Manowar e Virgin Steele, cugini legati dallo stesso vincolo di sangue, tanto vicini nell'esposizione dell'idea musicale quanto distanti nello stile. Il diciannovenne Jack Starr, abile chitarrista e nobile songwriter, è fresco di diploma quando decide di fare sul serio e di seguire un concetto tanto astratto, per l'epoca, quanto innovativo. Alla fine dell'estate 1981, il chitarrista trascina con sé il batterista Joey Ayvazian per dare vita a un progetto ambizioso, iniziano così numerose audizioni, con l'intenzione di mettere su una band di puro heavy metal che abbia una passione viscerale per le trame complesse e che sappia mettere in musica racconti appartenenti a un'epoca lontanissima, dove affondano le radici del mito. Bene, alle audizioni si presenta un ragazzino della loro età, il polistrumentista David DeFeis, che con la sua ugola spaventosa conquista, tra centinaia di candidati, il ruolo di vocalist, interpretando con facilità disarmante difficilissimi pezzi di Rainbow, Deep Purple e Led Zeppelin. Una volta entrato in formazione, il giovanissimo DeFeis invita un suo compagno di conservatorio, il bassista Joe O'Reilly. A questo punto i Virgin Steele hanno origine a tutti gli effetti. Tempo un mese e i quattro ragazzi hanno una manciata di brani registrati e pronti a circolare. La demo, costata mille dollari, riscuote un buon successo, tanto che l'anno seguente i nostri hanno già un contratto con la Maze Music. Trainato dallo strepitoso singolo "Children Of The Storm", l'omonimo album vende bene, spinto anche dall'inclusione del brano nella famosissima raccolta "U.S. Metal Compilation - Vol. II", che all'epoca spinge le band emergenti, dando, ai Virgin Steele, visibilità e successo. "Children Of The Storm" diventa talmente acclamata che non solo il disco di esordio ha una eccezionale impennata di vendite, ma il brano viene osannato da molti altri gruppi, tra cui gli allora sconosciuti Metallica e Queensryche, che vedono nella musica dei Virgin Steele una potenza di suono fresca e originale, anche grazie all'utilizzo di tastiere, cosa per l'epoca sbalorditiva in ambito metal. Le pagine introduttive di una leggenda dell'epic metal sono scritte e tutto sembra in discesa. Certo è che l'immaginario fantasy di "Virgin Steele I" risulta ancora grezzo, così come la musica composta, ancora lontana dalla grandezza compositiva che brillerà in un'esplosione di genialità  ed eleganza dopo qualche anno, e così la prima espressione artistica della band è timida e acerba, a cominciare dalla voce ancora troppo adolescenziale e acutissima di DeFeis e dalle liriche ancora troppo canoniche, senza contare poi la reale tecnica strumentale, condita dalla maestria imbattibile dello stesso vocalist al pianoforte e dall'influenza della musica classica che trasuderà nello composizioni future. Eppure la chitarra fenomenale di un talento come quello Jack Starr fa già capolino, capace di creare riff e assoli importanti, vero punto di forza di queste prime composizioni che marchiano a ferro e fuoco la scena metal americana.

Minuet In G Minor / Danger Zone

"Minuet In G Minor / Danger Zone" (Minuetto In G Minore / Zona Di Pericolo) è un sogno di David Defeis, quello di unire heavy metal e musica classica, binomio che oggi potrebbe sembrare scontato e inflazionato ma che all'epoca era una novità assoluta. Infatti, i Virgin Steele sono stati una delle prime formazioni metal a flirtare con la musica classica, in mondo tale da unire due entità lontane secoli e avvicinarle stilisticamente, come se l'una fosse una prosecuzione dell'altra. Il "Minuetto" di Johann Sebastian Bach, provato dallo stesso DeFeis durante gli anni di conservatorio, apre l'album in modo inatteso, trasmettendo epicità e delicatezza all'epoca scioccanti. L'utilizzo delle tastiere nel modo rock, nei primi anni 80, era una soluzione del tutto sorprendente, e se oggi gran parte delle heavy/power metal band le utilizzano, devono ringraziare i Virgin Steele. Lo stacco tra la parte classica e quella heavy è feroce, dalle sentimentali tastiere, dall'aria sognante e lontana, ecco che la chitarra di Jack Starr prende vita in un riff tanto semplice quanto spietato. Si entra nel vivo della canzone "Danger Zone", attraverso una sezione ritmica sparata a mille e un vocalist che si lancia in acuti femminei, tratto distintivo del suo stile canoro, qui ancora molto acerbo e, per molti versi, esagerato. Un mondo oscuro, adombrato, sul quale emerge forzatamente il basso di Joe O'Reilly creando una voragine sentimentale dove fagocitare le paure più remote. Il sole si è oscurato, la notte è gelida e dei fuochi illuminano il panorama. Un mondo post-apocalittico si palesa davanti ai nostri occhi, la gente piange disperata e inerme davanti al destino. DeFeis invita ad unirsi a lui per raggiungere la zona di pericolo; lui, demone notturno, cacciatore integerrimo, dal cuore impavido e dagli occhi privi di lacrime, ci invita a combattere per il proprio paese, per ritornare a casa. Il refrain passa un po' inosservato, appannato anche a causa di una pessima produzione dalla quale emergono solo gli acuti spaccatimpani del vocalist. Lebbrosi e bestie si aggirano nella notte, aggredendo, accecati e confusi dalle luci elettriche, i poveri mortali. Il nostro protagonista è l'eroe che li combatte, capo di un piccolo esercito addestrato da lui stesso, intento a salvare la vita della sua amata e che invita a non demordere, a credere nella salvezza, poiché il cielo brilla forte su di loro, illuminando un cammino solare e sereno. In fondo, questo pezzo è messaggero di speranza, specie nel bellissimo bridge, melodico e adrenalinico, capace di infondere coraggio per sfidare le crudeltà della società moderna, dove far emergere un amore puro, consacrato dal suono della beatitudine e da un regno che concede la pace che i due giovani meritano. Già qui si nota la grande sensibilità di un genio come DeFeis, cantore di amore e morte, di sacro e profano, di tempi antichi e di gesta immortali, la cui penna è ancora acerba ma che sa già delineare eccellenti picchi emotivi.

American Girl

"American Girl" (Ragazza Americana) è frutto della mente di Jack Starr e infatti l'atmosfera è molto rock 'n' roll, selvaggia e divertente, giostrata tutta su un giro di chitarra sbarazzino e frizzante, ma anche sulle rullate di Joey Ayvazian. Il ritmo scanzonato e, in un certo senso, poco impressionante si sposa con le liriche, non proprio memorabili e molto elementari, che trattano di questa bella fanciulla, dalla camminata sexy con quel suo movimento di fianchi che si nota lontano un miglio. La ragazza è una pantera che sprizza sensualità da tutti i pori, è sempre accompagnata da qualcuno perché a lei non piacere stare da sola, e non è mai a casa perché non ha vincoli. Lei è libera, come i sogni stravaganti dei nostri quattro musicisti adolescenti che immaginano atti impuri e si creano improbabili storie in mente. David Defeis ha una timbrica un po' nasale nel pre-chorus e spesso soffoca le parole, soprattutto quando indica che la ragazza ammirata da tutti è una semplice tipa americana, l'ipotetica vicina di casa, perciò non si tratta di una star del cinema, di una modella e o di una pornoattrice, ma di una semplice ragazza della porta accanto, rappresentazione di simpatia, umiltà e purezza. Il ritornello non spicca per originalità, nemmeno quando è condito da urletti e falsetti del cantante, ma emerge la buonissima tecnica di Ayvazian, che ci dà dentro ogni volta che ne ha la possibilità, specie nella coda finale, dove picchia le pelli a dovere. La donna, acqua e sapone, sta facendo impazzire questo manipolo di ragazzini adolescenti, intenti ad osservarla da lontano, nascosti dietro le finestre di casa, sognando rapporti tanto peccaminosi quanto impossibili. Nel testo traspare l'ingenuità dei nostri ragazzi, la sobrietà delle liriche e l'ideologia tipica dei giovanissimi di un'epoca ormai lontana, inesperti sentimentalmente e speranzosi di trovare l'amore puro e incontaminato. "American Girl" non è un brano eccezionale anzi, il tutto sa di didascalico e acerbo, dove nemmeno la chitarra infuocata di Starr riesce a metterci una pezza. Un brano brevissimo, poco meno di tre minuti, di stampo hard rock e dal piglio animalesco e istintivo; divertente, certo, ma poco incisivo, frutto dell'ideologia e della tecnica di quattro ragazzini di diciotto anni.

Dead End Kids

"Dead End Kids" (Ragazzi Senza Via D'Uscita) appoggia sulle note scaltre di basso e chitarra, che creano un tappeto sono ipnotico e virile, molto grezzo, a dire la verità, ma dotato di interessanti cambi di tempo scanditi dalla batteria fulminea di Ayvazian, in un'accelerazione continua che si smorza ad ogni passaggio canoro di DeFeis. Il tema principale è la situazione giovanile dell'epoca, la generazione dei nostri eroi che non hanno nulla da perdere e che si mettono continuamente in gioco. David urla, attraverso falsetti sparati ogni due per tre, che non è il classico tipo che si crea problemi, agisce e basta, non ha paura di sporcarsi le mani, e allora chiede di essere messo alla prova. Egli sa che è un tipo senza futuro, se deve infrangere le regole, pur di sopravvivere, allora okay. Questa volta, il ritornello è bello incisivo, poco melodico ma d'impatto, così come a colpire sono i riff glaciali di Jack Starr e il suo assolo, dall'animo blues che emerge verso la fine. Le linee di basso sono ben eseguite e si rivelano interessanti, O'Reilly fa un ottimo lavoro, decorando bene un brano abbastanza snello e piuttosto dinamico. DeFeis è la voce di un'intera generazione, ci invita ad incontrarlo a mezzanotte per metterlo alla prova, per vedere come vive pericolosamente al limite, assieme ad amici non proprio puliti, cresciuti per strada. Se cerchiamo l'azione, bè, allora siamo nel posto giusto. Non c'è niente di bello in questo mondo, niente per cui vale la pena vivere, bisogna soltanto sopravvivere tra le incertezze e la noia; osare è diventato un imperativo, e così, il nostro ragazzo spericolato, si dà alla vita disonesta, non ha niente da perdere, non gli importa nemmeno della sua esistenza, perché già sa che la sua generazione è condannata all'oblio, a non avere nulla in mano. Gli spunti sui quali riflettere sono molteplici, e fa specie che dei ragazzini appena maggiorenni già si stiano interrogando sulla miseria della vita e della loro società, tanto che il pezzo si conclude con una presa di coscienza: la vita è una nave che affonda, sulla quale si alloggia con un biglietto di sola-andata che porta dritti all'inferno. Diciamo che tutto è un po' in linea con l'ideologia giovanile dell'epoca, dove c'era questa forte credenza post-apocalittica, la stessa che ritroviamo in film quali "The Warriors", "Fuga Da New York" o in "Mad Max".

Drive On Thru

"Drive On Thru" (Guida Attraverso) si apre con un riff hard rock alla Aerosmith, o forse led zeppeliano sarebbe l'aggettivo più corretto perché ricorda vagamente alcune composizioni di Robert Plant e company. L'influenza degli anni 70 è palese tanto che emerge sin dalla prima nota, per poi contaminare le strofe e il modo di cantare, per un brano dalla struttura solida ma molto semplicistica, che si limita ad alternare versi a ritornelli, senza offrire nulla di eclatante. Ciò forse non è un caso, perché i brani composti da Jack Starr si denotano per avere un'anima molto tradizionale, dal ritmo medio e dalla struttura poco articolata che limita abbondantemente la qualità generale della canzone; quelli scritti e composti dal vocalist, invece, sanno essere coraggiosi e freschi, espressione primitiva di un genio pronto ad esplodere poco più in là. Qui si parla dell'ennesimo personaggio emarginato, di un poveraccio senza amici e senza soldi in tasca, allontanato da tutti, ignorato da gran parte della gente, che non possiede niente e che non ha nulla da perdere. L'unica cosa che può fare è salire in auto e guidare, all'infinito, cercando di scacciare i folli pensieri che affollano la sua mente. La macchina è utilizzata come sinonimo di vita che scorre, trapasso del tempo, scandito dai giri degli penumatici che stridono sull'asfalto. Il chorus è semplicissimo, tanto che, a colpire, non è la melodia ma il netto cambio di tempo scandito dal riffing fulmineo del chitarrista, pronto a dialogare col basso di Joe O'Reilly in questa corsa automobilistica senza senso. Il rock 'n' roll primordiale e scanzonato si eleva nell'importante assolo che spezza in due parti uguali il corpo della canzone, dove una presa di coscienza prende vita, tra le righe del testo: la vita fa schifo, le giornate sono tutte uguali, noi mortali siamo solo burattini manovrati dai potenti e non possiamo manco ribellarci. E allora, quando ci si sente giù di morale, tristi o annoiati, bisogna partire verso una meta ignota, guidare e guidare fino a quando le idee non si schiariscono, fino a quando non ci si è scrollati di dosso la frustrazione accumulata, fino a quando non si riesce ad intravedere, oltre l'orizzonte, un barlume di speranza. "Drive On Thru" certamente offre poco, tanto da risultare uno dei pezzi minori contenuti nel disco: troppo canonico, troppo standardizzato, troppo lineare per colpire l'ascoltatore.

Still In Love With You

Con "Still In Love With You" (Ancora Ti Amo) si toccano vette di altissima poesia, melodie eccelse, di sublime splendore e profondità. Si tratta di una ballata ancestrale, dal sapore classico, dove l'interpretazione di DeFeis raggiunge il suo apice. Sulla versione in cd, prima di questa ballad, c'è un virtuoso interludio al pianoforte, che ricollega l'heavy metal dei Virgin Steele alla musica classica, dal titolo di "Lothlorien", in onore dell'opera di Tolkien, immaginato come preludio a "Still In Love With You" ma all'epoca eliminato dalla scaletta ufficiale per paura di esagerare troppo con le parti di musica classica che facevano storcere il naso a molti metallari. E pensare che si tratta solo di un celestiale pezzo strumentale che mette in mostra la tecnica mostruosa di David al pianoforte, di brevissima durata ma di grande intensità. Ma l'emozione non viene estinta, perché uno dei brani migliori del lotto prende vita improvvisamente; Starr esegue un arpeggio morbido, DeFeis sussurra incantato, quasi tra le lacrime, che non riesce a smettere di piangere da quando il suo amore è andato via. I due giovani si sono amati per tanto tempo, un amore puro e forte, ma qualcosa è andato storto e la situazione è degenerata. I toni si impennano, la sezione strumentale sibila come una vipera pronta all'attacco, così parte il ritornello, dotato di una magia magnetica, nel quale si urla di un amore che ancora è vivo e importante, un sentimento che ancora provoca dolore e rimpianto. "Cosa posso fare?" si chiede il giovane amante mentre gli strumenti si infrangono nel silenzio e riprendono con tocco delicato dopo la sterzata metallica. Le domande riprendono, chissà cosa sta facendo la sua dolce metà, forse è accompagnata da qualcuno, forse? bè, le lacrime continuano a bagnare il viso del poveretto, e anche il vento porta con sé i ricordi del loro amore. L'amore si trasforma in fuoco fatuo che aleggia nella notte, danza nella sfera celeste per qualche istante fino a scomparire in lontananza, lasciando solo gelo e solitudine. Il bridge è sacro, maestoso, reca in sé tutta la forza indomita dei futuri Virgin Steele grazie a un sentore epico, dunque Starr amoreggia con la sua chitarra, in un'esplosione di passione che si prolunga sovrastando le tastiere e gli acuti di DeFeis. Il tutto svanisce come per magia, lentamente, trascinando rimpianti e ricordi.

Children Of The Storm

"Children Of The Storm" (Figli Della Tempesta) è una tempesta sonora impressionante: riff tritaossa e voce acutissima a introdurre un pezzo violento, almeno per l'epoca, capace di far intravedere le future mosse della band e una spiccata attitudine epica. Forgiati nel fuoco sacro dell'acciaio, i figli della tempesta non si inginocchiano mai. Siamo in un tempo antico, indefinito, dove venti gelidi sferzano l'aria, ululando il nome di una divinità. Il mondo è deserto, ridotto a un ammasso di incendi, fulmini e tuoni che rimbombano ovunque. Il male, la lussuria e la violenza dominano la terra, ma i figli della tempesta, eroi scelti dagli Dei, sono alla ricerca del sole, di un posto felice dove far proseguire la propria progenie. DeFeis divora strofe e si inerpica in un ritornello brillante, gridato a squarciagola, tempestoso come il testo di cui tratta. Le chitarre e il basso creano vortici di suoni incandescenti, dunque si riprende con passo veloce dopo un primo accenno di assolo, prima di chitarra e poi di tastiere. I prescelti si riuniscono per affrontare il male, sconfiggere i demoni che solcano i cieli e uccidono donne, fino ad aprire le porte del paradiso, dove un fascio di luce si estenderà sul mondo, infondendo coraggio e serenità. Ayvazian accelera il passo, nei suoi colpi c'è una potenza inedita, impressionante, O'Reilly spilla sangue con foga, come se tenesse in mano una lama, e si continua a decantare le gesta immortali di questi uomini destinati alla gloria. L'assolo di Jack Starr è una meraviglia senza tempo, i cori crescono di intensità, così come le tastiere pompose e avanti per il periodo, aumentando pathos, infine ecco l'ennesimo cambio di tempo per un brano che sorprende minuto dopo minuto, e allora parte una lunga sezione strumentale che illumina tutti i musicisti, alternandosi in soli fantasmagorici che si prolungano a dismisura. Le tastiere tornano protagoniste nella parte finale, quando si riprende dal chorus e David grida al mondo intero di confidare solo nella spada, stretta nella propria mano, e di tenere alta la fiamma che arde dentro ognuno di noi. "Children Of The Storm" è una novità assoluta in ambito heavy, un capolavoro che si erige come uno dei più fulgidi esempi di epic metal primordiale, grazie a una melodia pazzesca, una trama articolata, suonata da ragazzi molto preparati e in perfetta sintonia, e costruita su un testo di stampo mitologico. Nel 1982 suonava incredibilmente potente e non è un caso se dalla California, un gruppetto alle prime armi chiamato Metallica, contatta personalmente i Virgin Steele per congratularsi di cotanta maestria e ispirazione. Stessa sorte avverrà poco dopo, grazie a una lettera giunta da Seattle, dove anche i semisconosciuti Queensryche ringrazieranno Starr e DeFeis.

Pictures Of You

"Pictures On You" (Foto Di Te) ci riporta su territori hard rock anni 70, con la chitarra di Starr che stride e ulula la sua foga blues. In effetti, il brano è una compoasizione in chiave heavy-blues, scritta e composta in pochissimi minuti, arrangiata al volo per chiudere i lavori di un disco prodotto in sole tre settimane. Si tratta di un semplicissimo pezzo scatenato, dove emergono maggiormente gli acuti del singer che cerca di riprodurre i vagiti della chitarra elettrica, ad anticipare la sua "concezione vocale" secondo la quale vorrebbe utilizzare la voce come se fosse uno strumento e un'arma. Ciò è impressionante, perché grazie a doti uniche DeFeis riuscirà a fare di tutto a causa di una potenza devastante e una tecnica incredibile che lo porterà ad essere, molto probabilmente, il vocalist più grande di tutto l'heavy metal, in compagnia di Eric Adams, altro eroe dell'epos. Mai nessuno è stato come lui, e non gli si è avvicinato nemmeno, basta ascoltare i vocalizzi impossibili qui presenti, ancora dalla forma molto grezza e molto femminei, data la tenera età, ma già impressionanti. Su una struttura a base blues David declama il suo rancore nei confronti di una fanciulla fotografata nuda a letto con qualcun altro, e che ora che è tutto finito e l'inghippo è stato scoperto, non sa cosa farne di quel materiale. Fotografie sparse per la stanza, corpi nudi che si toccano, espressioni inequivocabili di godimento, la sua donna è andata a letto con un altro, e allora scatta il subdolo ricatto. Chissà come la prenderanno mamma e papà, la loro dolce figliola che starnazza come un'oca con un estraneo. Sembra follia eppure è accaduto tutto realmente; lei dovrà pagare. Il tema è piuttosto leggero e ironico, condito dai gridolini di DeFeis che replica i gemiti della ragazza attraverso un falsetto usato a dismisura. Il protagonista ricattatore però ha un dubbio morale, ancora non sa cosa farci di quelle foto scabrose, riflette su come comportarsi, ma c'è sempre quel fastidioso rumore che aleggia nella sua mente e che gli dice che sbaglia a rivelare tutto e a sputtanare la donna. Una struttura snella, dinamica, priva di un vero e proprio ritornello, ma giostrata tutta su continui riff inventati da Starr, giovane ma dal tratto distinto e molto personale. Tuttavia, è poco per colpire l'ascoltatore, sia nel 1982 che oggi, confermandosi, molto probabilmente, il pezzo meno riuscito in assoluto.

Pulverizer

"Pulverizer" (Polverizzatore) dà modo a Jack Starr di esibirsi da solo e di far valere il suo virtuosismo. Trattasi, infatti, di una traccia strumentale di appena due minuti e che spezza l'album attraverso una parentesi chitarristica costituita da un riffing selvaggio che si stende su un "sali e scendi" di forte impatto sonoro, il cui unico intento è quello di stordire l'ascoltatore. L'assolo, certamente non brillante ma comunque dotato di un certo gusto, dimostra come il giovanissimo Starr abbia già le idee chiare e le sappia costruire, restando legato a una tradizione solida come quella dell'hard rock anni 70. Fedeltà a una visione del mondo che ben presto entra in contrasto con l'ideologia del compagno DeFeis, più avanguardista, concentrato soprattutto a una sorta di rinnovamento musicale che comincerà a partire dal secondo album della band e che li porrà in constante litigio. Due minuti di assolo poco aggiungono alla bontà di un album ancora molto acerbo e ingenuo, quasi totalmente privo di grossi picchi, a parte una manciata di brani davvero ispirati, alcuni dei quali ripresi più in là e ri-arrangiati.

Living In Sin

"Living In Sin" (Vivere Nel Peccato) è accompagnata da una linea di basso davvero interessante e condita dai soliti gridolini del vocalist. Ma il resto non è proprio entusiasmante, visto che la melodia non incide a dovere e il tutto passa nell'anonimato, non riuscendo a destare attenzione da parte del pubblico. L'ambientazione è notturna, perché la notte è sinonimo di peccato e di pericolo. La vita è una giungla, bisogna scontrarsi contro tutto e tutti, combattere i nemici che cercano di umiliarci, quotidianamente. Ma il pezzo è anche una denuncia contro una vita peccaminosa, al limite del lecito. È la miseria che ci porta a delinquere, la notte che ci inghiotte, l'inferno che sputa i suoi figli disgraziati. Bisognerebbe spezzare questo incantesimo, ma è difficile combattere contro il diavolo. Le campane rintoccano, il male si diffonde nell'aria trasportato dal vento; eppure, non si vince mai se si sceglie una vita id peccato. DeFeis si lancia in una serie di falsetti, intonando un refrain che si confonde con la strofa, ed è un refrain subdolo, che parte lentamente per poi crescere d'intensità fino alla fase finale, ossia le ultime due frasi, gridate a squarciagola. La band riparte costruendo ritmiche tipiche del rock 'n' roll, dove il basso di O'Reilly spicca su tutti come un martello pneumatico, mentre resta notevole l'intuizione di Starr che ci spolvera il cranio con un riff tanto semplice quanto efficace. L'inferno si è scatenato in terra, demoni dal viso angelico scorrazzano in città, plagiando le menti degli umani, dicendo loro bugie e trascinandoli nel "lato oscuro". C'è il caos in giro, demoni e umani corrotti, sangue e distruzione morale per un'esistenza dedita al peccato, ma il peccatore non ha via di scampo, prima o poi si paga il conto. Il bridge, come prevedibile, si sorregge su un'ottima linea id basso, mentre la chitarra e batteria si smorzano per qualche istante, creando uno strano effetto di vuoto, riempito dalla giovanissima voce di DeFeis che si interroga sul senso di questa vita: la prostituzione è una soluzione? Il crimine è sinonimo di codardia? Il peccato sta condannato a morte il nostro bel mondo? Conosciamo tutti le risposte, i demoni fuoriescono dagli inferi, la notte è scesa, dunque è tempo di andare, di nascondersi dalle insidie del demonio; chi pecca non può vincere, è destinato a morire. È interessante notare come il testo di questa discreta traccia sia un monito a non delinquere, dagli intenti nobili e dalla giusta morale. Jack Starr si lancia in un buon assolo, il riffing portante è possente e travolgente, purtroppo a mancare è una melodia efficace, tanto che non resta in mente a lungo.

Virgin Steele

"Virgin Steele" (Acciaio Vergine) è l'altra perla del disco, e non può essere altrimenti, dato che è il pezzo auto-intitolato, dal sapore pomposo ed epico, introdotta dai vagiti di DeFeis che grida che è giunto il crepuscolo e, all'orizzonte, il cielo è illuminato dalla luce del paradiso. Questo brano mostra un lato prettamente "europeo" e "gotico", secondo la descrizione che ne fa lo stesso vocalist, perché rivela un'anima oscura e fa intravedere una ricerca sonora più spiccata rispetto al resto, cosa che verrà sperimentata maggiormente già da secondo album. Le tastiere spiccano su tutta la sezione ritmica, David utilizza un vecchio organo Hammond L100, alternandolo con sintetizzatori Arp Omni, una novità per l'epoca, che creano questo strano suono apocalittico a metà strada da vecchio e nuovo. L'andamento è dannatamente epico, un mid-tempo solenne ma che si trasforma durante i refrain e, soprattutto, nella lunghissima fase strumentale. Un mondo catastrofico, fiamme che divorano ogni cosa, i signori del terrore regnano incontrastati, carri trainati da cavalli infernali corrono per le strade di un mondo perduto, nella notte, mentre gli angeli si mischiano con i demoni in uno scintillio che squarcia il buio. Morsi, grida, schizzi di sangue riecheggiano per la vallata, il vento trasporta i suoni ovunque, rimbombando in ogni dove. Tutto sembra un sogno, ma prima che sia troppo tardi, bisogna combattere e riportare l'equilibro. Un manipolo di eroi si sacrifica contro le forze del male per riportare la pace, la fiamma dell'ingegno, la cultura dell'acciaio, la speranza nei sogni di gloria. Emerge qui, come in "Children Of The Storm", la filosofia epica di David DeFeis, che contrasta con l'attitudine più classica di Jack Starr, ed emerge non solo dal punto di vista lirico ma anche da quello strumentale, specie nella coda finale dominata dalle sue possenti tastiere, altisonanti e soavi, dotate anche di una punta gotica perché dotate di un suono oscuro e drammatico. Questi sono i Virgin Steele che prenderanno forma negli anni seguenti, quelli che racconteranno incredibili storie di miti e di leggende, che flirteranno con la musica classica grazie agli arrangiamenti orchestrali che, nel 1982, sono ancora inimmaginabili accostati al metal ma che i nostri già sperimentano. "Virgin Steele" è indubbiamente un ottimo pezzo, anticipatore di un certo modo di intendere il rock duro.

Conclusioni

Così come per "Battle Hymns" dei Manowar, anche "Virgin Steele I" suona ancora troppo legato all'hard rock degli anni 70, le ritmiche possenti si scontrano continuamente con rallentamenti rock giostrati dall'attitudine blues della chitarra di Jack Starr, per un connubio ancora dozzinale che non sa bene quale direzione prendere. Le idee ci sono, stanno germogliando, ma sono presentate ancora in forma embrionale, inoltre una produzione abbastanza casalinga non aiuta di certo l'assimilazione del disco. Nonostante ciò, la prima opera dei Virgin Steele riscuote un notevole successo, trainata dal capolavoro "Children Of The Storm", perla di potenza epica che fa già intravedere i futuri sviluppi stilistici della band, e da un altro paio di ottimi brani. David Defeis è ancora acerbo, liricamente e vocalmente, ma il suo estro creativo è pronto ad esplodere in una scintilla di genialità che non ha eguali. Le sezioni orchestrali, gli interludi alle tastiere e i giochetti vocali, saranno il punto di forza dell'epic metal partorito dai nostri, dove l'heavy metal composto dal vocalist trasuderà amore incondizionato per la musica classica, in un matrimonio duraturo e talmente portentoso che eleverà un intero genere, influenzando non solo l'epic degli anni 80, ma tutta la successiva ondata power che proprio ai Virgin Steele guarderà con venerazione, essendo stati i primi in assoluto ad unire due mondi così lontani quanto simili. L'immagine fantasy della copertina, a dire la verità non proprio memorabile ma comunque discreta, disegnata dall'illustratore Robert Schmucker, forse non rende bene l'idea della musica contenuta; l'apparato fantasy si limita solo all'art-work perché le tematiche trattate dalla formazione americana sono molto reali, almeno su questo disco, e quindi tradizionali. Non è ancora giunto il tempo per le fenomenali saghe mitologiche, né per le composizioni articolate scandite da arrangiamenti sopraffini e testi drammatici, che andranno a inserirsi nei difficilissimi concept epici elaborati da DeFeis. Questo è heavy metal primordiale, selvaggio e, a tratti, ingenuo, partorito da una band di ragazzi giovanissimi, appena ventenni, destinati, qualche anno più tardi, a cambiare la storia del nostro genere preferito. Nel 1982 New York è una giungla, le formazioni si scontrano in modo agguerrito per prevalere l'una sull'altra, eppure tutti puntano sui Virgin Steele e sui Manowar come nuove rivelazioni, portatori di freschezza e di musica mai ascoltata prima, ma anche di un'inedita concezione filosofica, alimentando, tra l'altro, una rivalità tanto insulsa quanto controproducente tra le due fazioni. Due modi di intendere l'epos, due coordinate stilistiche totalmente differenti ma, in egual misura, magiche e ricche di risvolti, che si paleseranno in modo ancora più evidente nel corso degli anni. "Virgin Steele I" è il principio, l'ascesa di un culto che conquisterà molti, che porterà gloria, venerazione e rispetto, ma che non avrà certo vita facile, dovendo scontrarsi più volte con l'infausto destino e con la sfortuna più becera. Ci saranno giorni di luce, rischiarati appunto dalle preziose melodie create da una band unica al mondo e probabilmente imbattibile nel suo stesso genere, e giorni di buio scanditi da sventure e coincidenze impreviste che tenteranno di minare il cammino della band. I Virgin Steele non hanno mai avuto una carriera semplice, a differenza di molti altri, eppure, nonostante tutto, sono riusciti nell'impresa di pubblicare una lunga, lunghissima serie di opere incredibili che restano lì, immortali e divine, come ispirate dagli Dei, nell'Olimpo del rock duro. David DeFeis è un artista dotato di tocco divino, benedetto da Zeus, e il suo genio creativo comincia a strabordare sin dal secondo album, tanto che il suo ego si scontrerà duramente con quello di Jack Starr, portando, in breve, al divorzio e alla conseguente contesa per la prosecuzione del monicker e che, ancora oggi, si trascina per ottenere la paternità dei primi due dischi, tanto che solo nel 2002 DeFeis otterrà i diritti per sbloccare "Virgin Steele I" e "Guardians Of The Flame", fino ad allora irreperibili, e rimasterizzarli, per poi essere contestato nuovamente da Starr, facendoli sparire di nuovo dal mercato, in un mordi e fuggi che non sembra avere fine. Ciò avverrà soltanto due anni dopo l'uscita di questo album, ma intanto, tra il 1982 e il 1983, la band si imbarca in un piccolo tour regionale insieme ai cugini di fede, i Manowar, litigando e riappacificandosi di continuo, mettendo a ferro e fuoco i palchi americani, scolpendo nella storia del metal la nascita di un genere e incidendo i loro nomi nella leggenda.

1) Minuet In G Minor / Danger Zone
2) American Girl
3) Dead End Kids
4) Drive On Thru
5) Still In Love With You
6) Children Of The Storm
7) Pictures Of You
8) Pulverizer
9) Living In Sin
10) Virgin Steele
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