VIRGIN STEELE

The Marriage Of Heaven And Hell - Part Two

1995 - T&T

A CURA DI
ANDREA CERASI
31/10/2017
TEMPO DI LETTURA:
9,5

Introduzione Recensione

La stupenda pittura dell'artista Darren "Demon" Boerckel, già autore della copertina della prima parte del concept, è una profondissima metafora sul processo creativo, lo stesso processo creativo che interessa, investe e travolge i Virgin Steele per tutti gli anni 90, ispirati come non mai e alla continua ricerca di se stessi, della musica suonata, delle tematiche trattate, del senso stesso della parola "epos". Due entità che sono proiezione dei due protagonisti della narrazione: Endyamon ed Emalaith, semidio e semidea, fuoco e acqua, uomo e donna, ragione e sentimento, che danzano attorno a un cervello umano e lo stritolano con i lunghi tentacoli fino a farlo sanguinare. Il sangue goccia verso il basso, concentrandosi in una specie di sacca che rappresenta l'utero materno, producendo la vita, dando origine alla nascita di un bimbo, incarnazione di creazione. Arte e Vita, processo creativo inteso come genesi di un'esistenza. "The Marriage Of Heaven And Hell - Part Two" è espressione dei fuochi che hanno invaso la mente di David DeFeis, illuminandola probabilmente grazie a un qualche tocco divino, un incantesimo, una visione estatica, aiutandolo a mettere in musica altri numerosi pezzi, tredici per l'esattezza, che seguono i già numerosi brani esposti nella prima parte del concept e che ne anticipano tanti altri scritti e composti nello stesso periodo ma esclusi dalla saga per ragioni di spazio o perché non conclusi in tempo e andati a finire sulle nuove edizioni di "Noble Savage" e "Age Of Consent", ristampati nel 1997 dopo un oblio di quasi dieci anni e arricchiti con nuove perle, appunto, inserite perfettamente nel contesto dei due album ottantiani. Sì, molto probabilmente gli Dei dell'Olimpo sono scesi sulla terra e hanno benedetto l'aedo DeFeis e il fido Pursino, ispirati come non mai e capaci di creare una serie interminabile di brani epici, profondi, intimi, che si presentano come massima espressione di epic metal dell'epoca. Tornati dal tour europeo in compagnia dei Manowar, che si è preso tutto l'inverno e tutta la primavera del 1995, i Virgin Steele tornano in studio di registrazione, al Power Shack Babylon di Long Island, New York, per proseguire il discorso interrotto alla fine del 1994. Quasi al termine delle sessioni, però, lo storico batterista Joey Ayvazian lascia la band per fare spazio a Frank Gilchriest, nuovo prezioso innesto, il quale suona soltanto in tre tracce dell'album, ma che battezza l'inizio di un rapporto solido e duraturo, almeno fino al 2015. "The Marriage Of Heaven And Hell - Part Two" esce nel dicembre 1995 e prosegue sulla scia del suo predecessore, conservandone magia ed emozioni, tralasciando però le tematiche religiose e aumentando il sentore mitologico e battagliero. Nelle note interne al disco David spiega quanto sia stato incredibile l'aver catturato una miriade di esperienze sonore e sentimentali nonostante un budget iniziale piuttosto limitato. Luci e ombre, drammi, sfumature classiche e un senso di infinito pervadono il lavoro. I Virgin Steele si sono spinti oltre i confini della loro musica, travalicando generi e territori, sorvolando lande mai esplorate da nessun'altra band, così come avevano fatto nei primi anni 80, inserendo per la prima volta le tastiere in campo heavy metal, influenzando tutto l'heavy/power futuro, e continuando a sperimentare anche a metà anni 90, grazie all'estremizzazione del concetto di epicità, impreziosendolo tramite arrangiamenti sofisticati e costruendoci attorno armonizzazioni fin qui poco utilizzate e poi letteralmente scippate da centinaia di band negli anni a venire. Senza contare la raffinatezza delle liriche, veri e propri micro-poemi che avvicinano, per la prima volta, l'epic metal alla poesia classica. Il processo creativo che è alla base di questo secondo capitolo della saga del matrimonio tra inferno e paradiso può essere associato a una sorta di possessione sciamanica, perché, come ricorda lo stesso autore, tutto è stato scritto e composto quasi in modo catatonico, seguendo un flusso di coscienza vorace e ossessivo, in grado di catturare passioni e istinti. L'album del 1995 è dominato da un oscuro splendore e da una luce cieca, riflesso delle energie spese dai singoli musicisti, posseduti da questa forza indomita e dall'estasi divina, con la consapevolezza di poter creare qualcosa di nuovo in ambito metal, gettando le basi per sentieri inesplorati e indicando, a tutte le power band che nasceranno, la giusta via da seguire.

A Symphony Of Steele

A Symphony Of Steele (Una Sinfonia D'Acciaio) si apre in maniera tragica, le tastiere svettano alte, generando un mondo ostile e dannatamente epico. Via via aumentano di intensità invadendo gli spazi e trasmettendo un senso di trionfo. Sembra di ascoltare la colonna sonora di un film storico, almeno fino all'attacco di batteria che spazza via ogni dubbio: questo è chiaramente heavy metal. Non si perde tempo e DeFeis intona le prime strofe impersonando Mercurio, messaggero degli Dei: "La magia parla di lingue di fuoco, la fortuna prende la mia mano. Il ferro intona canzoni di gloria. Gridando mi getto nella sfida", nelle quali descrive un mondo lontano al nostro, un mondo creatore del mito e di tutti gli Dei che si sfideranno nel concept. Il Dio capisce che sta per iniziare una nuova era. Subito dopo viene posto il famoso refrain, pregno di gloria imperitura e di trionfo: "Portatemi dove il tuono cammina, portatemi dove il falco vola. Una sinfonia d'acciaio". I Virgin Steele sono più energici che mai, e la canzone è talmente grintosa e rappresentativa del loro spirito che è quella che aprirà ogni loro concerto. "Suonate la tromba, scuotete la montagna, lasciate che la freccia scocchi. Attraverso questa terra misera lasciate divulgare la notizia: sono il dio Mercurio", e la notizia è che Endyamon è risorto, per sfidare l'Olimpo e dare coscienza al genere umano. La natura epica della band è evidente, e la seconda parte del matrimonio tra paradiso e inferno ha una vena orgogliosa e mitologica in più rispetto alla prima. Ayvazian è scatenato, impressiona con le sue possenti rullate, cercando di seguire l'innata potenza del vocalist, rabbioso più che mai. Si prosegue ancora alternando una strofa e un ritornello, seguendo una linea semplice e diretta: "Spargete le ceneri ardenti, liberate il tempio, fate rintoccare la campana della libertà. Lode a coloro che sono morti, colpiti dalla spada del destino". Ma i Virgin Steele sono imprevedibili, e allora sorprendono con un bridge arioso che spezza in due il brano, DeFeis, nelle vesti del messaggero degli Dei, prega il popolo di combattere la tirannia: "Non morite in ginocchio, combattete per vendicarvi. L'ira della tempesta, le grida degli uccisi, tragico splendore, solo nella morte sarete liberi. Seguite il rumore del tuono, portate la pioggia e ricordate il mio nome!", indicando che egli è al fianco di Endyamon per sovvertire l'ordine divino. Pursino finalmente può sfogarsi, alternando fraseggi magniloquenti ad assoli goliardici, mentre il vocalist ulula e torna dietro le sue amate tastiere. Il ritmo è concitato, Ayvazian è spaventoso, come del resto tutta la band, posseduta da questa forza rinnovata. Le tastiere, infine, suggellano il momento con una bellissima coda, in un tripudio di epicità senza precedenti.

Crown Of Glory

Crown Of Glory (Corona Di Gloria) è un pezzo favoloso, uno dei più famosi prodotti dalla band americana, uno di quelli dotati di una magia e di una sensibilità uniche, che soltanto un poeta come DeFeis sa mettere in musica. La frase introduttiva dimostra la natura epica e lo spirito conquistatore di questi musicisti, cantori di vita e di morte, entità sempre unite, che si scontrano e si accoppiano di continuo: "Seppelliscimi nel mare profondo, spargi le mie ceneri al vento, ricorda le cose che ho conquistato in vita e brinda col vino sulla mia pira funebre". Se "A Symphony Of Steele" narrava della guerra tra eroi e Dei, qui si rende onore alla morte del guerriero che si è sacrificato. Le tastiere e i cori angelici lasciano il posto alle chitarre per intavolare una cavalcata metallica al cardiopalma. "Apri il tuo cuore e guardami, corri veloce, corri lontano. Apri il tuo cuore e sentimi, afferra la luce al di là delle stelle. Siamo carne e sangue. Siamo nati per vivere di nuovo", dunque Endyamon è tornato, agguerrito più di prima, ricordando il suo precedente funerale, ma adesso si è rincarnato in un nuovo corpo e allora cerca di spronare il suo popolo alla rivolta. È lui il ribelle. Il ritornello arriva sornione, costruito sui ruggiti del vocalist e su una serie di controtempi condotti dal nuovo innesto Frank Gilchriest, che rende tutto molto interessante e atipico: "Non morirò finché avrò luce nella mente, ora posso vedere dove siamo. Non vi darò nessuna tregua da questa guerra, la mia corona di gloria è incolore". L'eroe sfida il pantheon divino, lo minaccia con queste parole di monito. Dunque abbiamo ancora una strofa e un secondo refrain: "Volo alto verso il sole, dove osano le aquile, scatenatevi adesso finché avete vita, prima che l'oscurità divori le vostre anime". Gilchriest è scatenato, doppio pedale per una raffica di colpi tipicamente power metal, alla quale si va ad aggiungere il tappeto sonoro delle tastiere. Le armonizzazioni della band sono inedite, originali e favolose, dove le tastiere, spesso, fanno le veci delle chitarre senza far perdere alla musica un briciolo di cattiveria. Subentra Pursino, che va a sostituirsi alle tastiere, proseguendo il discorso e anticipando il melodioso bridge, dove DeFeis è più cauto e intimo: "Ciò che prima era proibito adesso non lo è più, le mele d'oro brillano al sole, corpo e anima possono riconciliarsi, il paradiso e l'inferno si riuniscono in amore e ogni strada mi riporta da te, verso la verità". L'eroe si lancia alla ricerca della sua amata Emalaith, sente che sta per ritrovarla, dopo anni e anni di oblio, ma ancora non è giunto il momento. È iniziata una nuova era. Pursino esegue un secondo brillante assolo, una meraviglia sonora, sovrastando batteria, basso e tastiere, conducendoci all'acme di questo brano, quando DeFeis cambia intonazione e melodia, recitando, con fare profetico, una strofa aggiuntiva molto emozionante: "Ti sto guardando ora, guardo i segni, la vecchia ragione sta morendo. Ho una visione nella notte, ubriaca di vino prodotto in paradiso. Sfido il cielo divino, la corona e la gloria sono mie, Eva è mia sposa e le porte del regno sono aperte, poiché ogni fine è un nuovo inizio. Stiamo vincendo". Come già accennato, Endyamon ed Emalaith sono l'incarnazione di Adamo ed Eva, perciò ogni azione compiuta rispecchia un passo biblico. Mitologia e religione fusi alla perfezione in tutte le liriche presenti. Ancora un ultimo ritornello e poi tutto si calma, restano le tastiere e la voce di David che riprende l'inno funebre introduttivo. Un capolavoro assoluto, uno dei brani più popolari del combo.

From Chaos To Creation

Come da tradizione, in un album dei Virgin Steele non può mancare l'interludio strumentale, e allora ecco che arriva From Chaos To Creation (Dal Caos Alla Creazione), pezzo di intensità mistica della durata di pochi secondi che vede la collaborazione di chitarre, batterie e, ovviamente, tastiere. La musica procede in un crescendo da brividi, l'atmosfera è cupa, evocativa e immaginifica, come un vuoto cosmico nel quale la mente dell'ascoltatore è stata proiettata. Le tastiere, questa volta, sembrano più delicate del solito e si palesano come fossero voci angeliche, mentre l'energia è scaturita dalla batteria di Ayvazian e dalla solenne chitarra di Pursino, come al solito creatore di riff immortali.

Twilight Of The Gods

Twilight Of The Gods (Il Crepuscolo Degli Dei) è una cavalcata epica entusiasmante, uno dei tanti gioielli nascosti in un album sublime. Luci ed ombre che non solo si rispecchiano in un testo emblematico e fiero ma anche nella parte strumentale, laddove chitarra e basso emettono grida tetre che inneggiano alla guerra e alla libertà. "La guerra è iniziata, il sapore del sangue è sulla mia lingua. Domino i popoli, come un arcobaleno infuocato la mia ascia brilla al sole, accecando i nemici quando infuria la battaglia". Giunge il tempo della guerra, che vede i popoli del mondo in lotta tra di loro, ma anche uomini contro divinità, per un'epica battaglia eterna che deciderà le sorti dell'universo. Endyamon lotta per la razza umana e cerca alleati con cui stabilire un patto e conseguenti strategie per raggiungere la cima dell'Olimpo, dove potrà sfidare gli Dei faccia a faccia. Il refrain è glaciale, sporco, accompagnato da una linea melodica claustrofobica e plumbea, tanto che si insinua sottopelle senza che ce ne accorgiamo: "Ci vedono volare sulle ali della gloria, appena giunge l'ora del crepuscolo. Cavalchiamo su ali di fuoco, puntando dritti il sole". La sfida dunque è stata lanciata, gli eroi sfidando il potere degli Dei, puntando il cielo e ribellandosi da una schiavitù millenaria. DeFeis ruggisce, il suo urlo spacca i timpani, poi prosegue imperterrito: "Questa è l'ultima grande guerra, scene di distruzione si diffonderanno come mai prima d'ora. Non ci saranno vincitori, tutti siamo condannati a morire, ma dalle nostre ceneri nascerà un nuovo mondo di luce". Imponente e inaspettato è il bridge che segue il ritornello, cambiando totalmente l'aspetto melodico, ma ciò è una costante dei brani di Virgin Steele, capaci di inserire sezioni differenti e cambiandone totalmente la struttura. La melodia si fa più accentuata e David canta del giorno del giudizio divino, nel quale gli Dei si scontreranno e si annienteranno: "Un cerchio di fuoco, un canto di bugie, un re senza corona. Chi solca i cieli, adesso?". Giunge placido l'assolo di chitarra, DeFeis geme e si gode lo spettacolo, per poi tornare a prendersi la scena col secondo bridge, ponendoci la fatidica domanda: "Chi scrive sul vento il respiro della vita?" a testimoniare che tutto sta per finire nel buio più assoluto. Bisognerà ricominciare da capo e ricostruire una nuova società. Gli Dei cadranno, l'era dell'uomo sta per iniziare. Nuove leggi, nuovi ruoli?.

Raising Unchained

Raising Unchained (Risorgere Scatenato) è epic metal nobile e altisonante. Un coro bellicoso si alza ad accompagnare la chitarra elettrica che romba come il motore di un'auto. I fraseggi sono ipnotici, così come la voce adirata di DeFeis: "Bucando il velo dell'eternità, aggredito dai venti dell'Ade, Titani e Dei collidono. Dalle cave di ghiaccio il serpente Midgard ruggisce, le stelle cado dal cielo, la guerra ci uccide tutti e persino Odino cade". La band tralascia la mitologia greco-romana e la religione cristiana e si getta nel mito norreno, fondendo le varie culture in questo concept. Midgard è il serpente che, secondo la mitologia nordica, circonda il mondo terreno mordendosi la coda e che rappresenta la dimensione intermedia tra inferno e paradiso. La terra, in questo caso, sarebbe intesa come il purgatorio religioso, dove combattono i mortali, stretti nella morsa di questa creatura. Il ritornello è breve ma è una vera goduria, DeFeis è più cattivo del solito e lo grida fiero: "Tu sei il dispensatore, il re scatenato, il re innominato". Si procede non troppo velocemente ma con una certa andatura, creando una delle migliori composizioni di tutta la carriera del combo newyorkese, una di quelle che è impossibile ignorare, tanto è maestosa e trionfale. "Con un bacio crepuscolare sulla tua fronte congelata, l'alba dorata giunge a svegliarti. Sei il primo e l'ultimo la cui venuta è stata predetta, attraverso una corona di gloria e un mondo rigenerato. Svegliati, sorgi, dodici sogni d'oro sono il tuo premio" annuncia DeFeis come un profeta, narrando dell'imminente battaglia conclusiva, quella del Ragnarok, nella quale Midgard morirà e allora cielo e terra si uniranno in una guerra senza precedenti. Inferno e paradiso uniti in un unico e solido abbraccio mortale. Il ritmo decelera ma resta comunque minaccioso, quindi il vocalist recita una profezia nordica nella quale afferma che i giganti di ghiaccio e di roccia, che si trovano in un mondo interposto tra Midgard, la terra di mezzo popolata dagli umani, e Asgard, il regno dei Dei, si uniscono per sfidare le divinità dei cieli. A questo punto il sole diventa nero e cala la notte sul cosmo. Il Bifrost, cioè il ponte che unisce Asgard con la terra, si illumina aprendo il varco, e il lupo Fenrir, figlio di Loki e di una gigantessa, spezza le catene che lo tengono legato lanciandosi all'attacco. Il mondo è in crisi, ma tutti aspettano l'ascesa di un nuovo dio, un nuovo eroe, ancora più potente di Odino, che ristabilisca l'ordine, facendo iniziare una nuova era d'oro. Il bridge è magnetico e aperto a una melodia inaspettata, dunque Pursino crea un assolo da brividi, mentre Ayvazian pesta duramente dietro le pelli. Il tempo è finalmente giunto, tutto sta per terminare e per ricominciare un nuovo ciclo: "Nell'oscurità saremo accecati dal sole, incoronato nel sangue svetto nell'aria, io rinasco", è la genesi di un nuovo eroe, pronto a riportare la pace nel mondo. Il ritmo viene spezzato, il riff di chitarra rintocca cautamente, David ruggisce e allora riattacca col refrain, fino all'arpeggio mistico che chiude tutto in dolcezza.

Transfiguration

Transfiguration (Trasfigurazione) è un mid-tempo romantico e dannatamente epico, sorretto da imponenti tastiere che costituiscono un tappeto sonoro grasso e oscuro. Piano e voce per un delicato e funereo canto che colpisce dritti al cuore: "La pioggia cade, una voce perduta chiama, il giorno muore. Sangue rosso spilla lentamente e cade a terra e si mischia col terreno generando una melma nera. La pioggia del paradiso riempie i mari dell'inferno". Il pezzo diventa una splendida ballata nera che sembra descrivere il dipinto immortalato nell'art-wrok, con l'inferno e il paradiso che si abbracciano. David è soffice persino nel letale ritornello, quando Ayvazian giunge a dargli una mano: "La gelida pioggia scorre dal cielo, il sangue è un legame segreto con le nostre vite. Il gelo sommerge un mondo fatto di carne". Nel refrain si intuisce la caducità della vita, la fragilità dell'uomo e il dubbio metafisico che attanaglia le menti, interconnesse con l'inferno e con il paradiso. Entra in scena Pursino, sempre in modo delicato, accompagnando le note del pianoforte, poi si riattacca con la seconda parte: "Labbra rosse, occhi luminosi, cuore brillante. Ora quel cuore è morto, gli occhi sono chiusi, le labbra sono bianche, e tutto il sangue caduto a terra è diventato melma nera". Un inno alla morte, alla fragilità del corpo umano, prima pieno di vita e di colore e poi gelido e dai colori sbiaditi. La pioggia continua a battere sul terreno, come fossero lacrime eterne, la morte è il segreto della vita, il nostro destino. Il gelido regno senza tempo arriva a spazzarci via. Una ballata amara, struggente, un capolavoro incredibile concentrato in un minutaggio ristretto e suggellato da un secondo assolo di chitarra, che si protrae in una lunga e splendida coda nella quale DeFeis urla la sua disperazione e grida che stiamo cadendo sotto i colpi di questa gelida pioggia. Un lento ipnotico, una perla leggiadra e ammantata da una luce oscura che ci ricorda la nostra condizione mortale.

Prometheus The Fallen One

Prometheus The Fallen One (Prometeo Il Caduto) vede il possente Frank Gilchriest alla batteria per quella che, molto probabilmente, è la canzone più epica e articolata dell'album. Un vero monumento mitologico che evidenzia un genio compositivo fuori dal comune. Torniamo alla mitologia greco-romana. Le tastiere e una chitarra dal sapore mediorientale introducono questo gioiello, e tra i gorgheggi ispirati del vocalist siamo proiettati in un'epoca lontana. Mano a mano che si procede, il pathos aumenta in maniera esponenziale, accelerando il ritmo vorticosamente e strutturando il pezzo, almeno nella prima parte, seguendo uno schema preciso: strofa, pre-chorus, chorus: "Ho vissuto nei cieli, splendenti di beatitudine, ho camminato nelle sale della luce. Una volta ho vissuto con onore assieme agli Dei immortali" e poi Prometeo rimpiange quella condizione: "Ora soffro la loro ira, soffro per colpa della mia amicizia con l'uomo. Sono considerato un ladro, ladro del fuoco sacro, ma io non mi inginocchio", infine ecco il ritornello, cattivissimo: "Ho scelto di sanguinare per l'umanità. Guardatemi morire, poiché sono il Dio dell'uomo". Ancora una volta non abbiamo un'esaltazione delle divinità eterne e indistruttibili, ma divinità dai tratti umani, fragili, piene di rimpianti, di dolori, minacciate dagli Dei. "Ho sfidato padre Zeus, adagiato sul suo trono d'oro, ora sono in catene in balia dell'aquila che banchetta con la mia carne". Ricordate la leggenda di Prometeo? L'eroe incatenato su una roccia scoscesa sulle rive del mare e in balia di una gigantesca aquila inviata da Zeus a nutrirsi del suo stomaco? Bene, Prometeo, essendo un dio, era immortale, perciò il giorno veniva divorato ma la notte lo stomaco si rigenerava, perpetuando quotidianamente un dolore già infinito di suo. Almeno fino alla liberazione per mano di Eracle. "Sangue o orgoglio, sono il Dio dell'uomo" grida ancora l'eroe con fierezza, orgoglioso di aver rubato il fuoco sacro agli Dei e averlo donato alla razza umana. Entriamo in una fase strumentale, la chitarra e il basso lottano contro le tastiere in una serie di rintocchi, dunque il tempo viene sospeso, emerge un arpeggio e inizia un'intensa fase centrale, molto poetica: "Dieci mila anni di tormento e dolore, incatenato su questa roccia, un dolore silenzioso come una tomba. Ogni giorno inizia con l'agonia, ma io attendo in silenzio che arrivi il mio tempo. Non avrai nessun potere su di me", Prometeo, nonostante il dolore e il suo stato di schiavo, continua a non arrendersi e a sfidare Zeus, mettendo in mostra tutto il suo coraggio. Gilchriest si scatena, spezzando quell'idillio, e riportando il brano su lidi metallici. Urletti femminee, tastiere e batteria indicano che l'ultima parte della canzone è appena iniziata, e la melodia è totalmente differente, laddove l'eroe maledice le divinità dell'Olimpo, affermando: "Non rinuncerò all'uomo, il mio sangue guarisce le mie ferite, sono immortale e mi vendicherò. Non temo la vostra ira".

Emalaith

Emalaith (Emalaith) è una di quelle gemme che si stagliano nei cuori dei fans, talmente bella e perfetta da essere considerata da molti una delle vette assolute dell'intero heavy metal. Dieci minuti di poesia e di eleganza difficilmente replicabili che introducono il personaggio principale della saga: Emalaith, amante del nostro Endyamon. In questo pezzo troviamo la summa di tutta l'arte dei Virgin Steele, perché racchiude una serie di stili ascoltati nei vari dischi. Si parte lentamente, con un Defeis ispirato che interpreta Endyamon: "Questa è la terra del mio principio, queste sono le montagne della mia nascita. Oscuro è il sangue della profanazione. Dov'è lei che è il mio orgoglio?", e delicatamente pronuncia quel nome: Emalaith, lo sospira al vento. "Sento il piato degli spiriti, le oscure ali dell'odio infuriano sul mondo. So che lei sta aspettando da qualche parte oltre le ombre dei miei occhi". Gilchriest emette una rullata possente, ma non è ancora il momento di scatenarsi, Pursino suona chitarra e basso e si prepara anche lui. La seconda strofa è più potente rispetto al prima: "C'è vita presso le rovine? I resti carbonizzati di tutto il mio genere, colpito dalla spada della punizione. Tornerò per la mia vendetta, lasciate che il cielo conceda l'amore di cui sono alla ricerca, vivo senza fiato per raggiungere le spine della morte". Il ritornello è bello da mozzare il fiato, morbido e vincente: "Emalaith muore sola nella notte, mi lascia sperduto come un bambino, le cicatrici mi lacerano dentro. Il domani non ci appartiene, butterò giù i muri di Erebo", dove Erebo, secondo la mitologia greca, è l'incarnazione dell'oscurità, figlio del Caos e fratello della Notte. Endyamon sta ricordando la precedente morte, sua e quella della sua amata. Morti atroci nel corso dei secoli, ma questa volta, tira un vento diverso, c'è speranza di riuscita. Sta per cominciare un mondo di luce, costruito dai due amanti inventati da DeFeis. La sinfonia è ben presente, le tastiere sempre in primo piano a prendere gli appalusi e a intonare il tema principale della saga, accompagnate dalla chitarra di Pursino. Arriva la dedica d'amore, cercata a lungo dall'inizio del concept, e Endyamon sta per raggiunge Emalaith, sta per abbracciarla, dunque le canta: "Siamo nati sotto cieli di dolore, piangiamo sotto un cielo dalle stelle morte. Siamo uno soltanto, per sempre lo saremo, uniti. Sfiderò la morte e ti incontrerò nella terra sacra, mia amata". Riprende il tema portante della saga, chitarra e tastiere si alternano in questo contesto idilliaco di gioia suprema. È il trionfo dell'amore: "In questa terra dove tutto muore, noi siamo eterni. Nella morte e nelle tenebre l'amore è nato, l'amore è sopravvissuto e ha generato la luce". Improvvisamente, ci ritroviamo al punto d'inizio, con l'andamento della prima strofa, dopo la sbornia d'amore di sublime bellezza. I toni si smorzano e allora ci ritroviamo la vista di un mondo nuovo: "Ecco il regno degli impavidi, dov'è la speranza dell'assoluzione? Sento il pianto degli spiriti, le ali oscure dell'odio dominano ancora il mondo, ma io mi rialzerò e porrò fine a tutto questo. Emalaith, tu sei la mia anima infinita, la promessa di pace, sei la mia corona di gloria". L'abbraccio è infinito, le due entità semidivine si ritrovano dopo secoli. Le tastiere sono orgogliose e accompagnano i ruggiti del vocalist, chiudendo con fierezza un brano spettacolare, immortale come le gesta narrate.

Strawgirl

Le note del piano aprono la strada per Strawgirl (Ragazza Di Paglia), ballata intimista che esula un po' dal contesto dei "Marriage" e che richiama lo stile adottato nell'album "Life Among The Ruins", dato che si figura come un canto d'amore dolce e classico dove DeFeis fa la parte del leone. Un brano che va in crescendo: "Occhi ciechi che guardano il panorama, sguardo fisso verso l'eternità. Il segno sulla spalla, la cicatrice che hai sul braccio. Sei venuta per vedere Gesù, cammini con Dio o resti sospesa sul mondo sotterraneo?", ci racconta il vocalist, descrivendo una ragazza che non si sa bene se sia morta o se sia una qualche entità divina. Fatto sta la ragazza di paglia è immaginata come uno spaventapasseri, immobile in un campo di grano a fissare il cielo, sospesa in aria con una trave che ricorda l'atto della crocifissione. Nel pre-chorus David afferma: "Parlerò io, perché tu non puoi, racconterò bene la tua storia e rivelerò il tuo passato", in realtà non si rivela nulla, poiché la band attacca subito col delizioso refrain: "Ragazza di paglia, perduta nel giardino selvaggio, aspettando da qualche parte che qualcuno ti chiami. C'è un amante che stai cercando, piangendo, ma nessuno che fa caso alla tua dipartita". Le tastiere tessono un tappeto sonoro delicatissimo, trasmettendo passione e tristezza, e si animano lungo il percorso fino a diventare più invadenti e facendo coppia con la batteria di Ayvazian. Il Basso di Pursino prende vita timidamente per poi allettarci nella seconda parte del pezzo. "La fredda pietra supporta la tua bellezza, la notte scende anonima, luci infrante illuminano la tua solitudine. Hai mai sopportato i bambini, ti mancano i loro? La maschera cieca del perdono mostra un aspetto più vero?", qui capiamo che questa donna di paglia non può interagire col mondo, né procreare, e il suo vuoto cosmico e la sua solitudine si riflettono nella mancanza di generare figli. L'assolo di Pursino ha l'animo blues, richiamando a gran voce il disco del 1993. Le squisite e delicate note ci cullano verso la fine quando riemerge il pianoforte che contrastano con il riffing generale.

Devil/Angel

Devil/Angel (Diavolo/Angelo) è scatenata, un heavy metal purissimo e diretto, metafora stessa dell'album e di questa eterna dualità: infero e paradiso, diavolo e angelo. Il sound epico viene accantonato, questo è acciaio sparato a 100 all'ora, doppia cassa e riffing affilato, inoltre DeFeis canta in modo sensuale e quasi gioioso, intonando un canto hard & heavy molto anni 80. "Nascendo dalle profondità del mare, occhi criptici mi guardano, figlia dell'aria, demone della buca, non importa chi sei. Cavalcando la strada, sai quanto è lunga, figlio gitano sei mio, un passo dalla fossa, una mano sulla ruota, la bellezza contempla gemiti di libertà", nelle due quartine DeFeis racconta la genesi di questo essere dall'animo bipartito, da una parte influenzato dal male, dall'altra invece attirato dal bene, rispecchiando un po' tutta la condizione umana, sempre in bilico tra le due metà. L'aspetto melodico non è eccezionale, tanto che tranquillamente si può asserire che questo è il pezzo minore del lotto, quello che potrebbe far meno presa sull'ascoltatore, pur restando di buonissimo valore. Il ritornello è costruito con criterio, non colpisce grazie alla spiccata melodia anzi, di spiragli melodici e orecchiabili non ne troviamo, ma punta sulla potenza e sulle grida inesauribili di David, che ricorda il modo di cantare dei primi lavori. "Il sole cattura il piacere, i cinque sensi si uniscono in matrimonio, la ragione è perduta. Sii rapido o muori. Diavolo e Angelo, ti muovi come uno squalo sulla terra, uno spirito pieno di sensualità". La sezione ritmica non rallenta un secondo, Ayvazian e Pursino pestano alla grande, sembrano in corsa, scalpitanti e aitanti, alla continua ricerca del suono perfetto, costruendo un muro musicale di cemento sulle quali vengono sparate contro le grida onnipotenti del leader. "I cuori gemelli brillano, nati da un calore rivale, con la bellezza come unico obiettivo. La carne diventa anima, il corpo consumato dalla natura diventa eterno. Corro sulla strada, appeso alla croce, messo in mezzo a due ladri" adesso capiamo di chi si sta parlando, Gesù Cristo, divorato dal conflitto intero: amore e odio, vendetta e perdono. Si riprende il tema religioso espresso nella prima parte di "The Marriage Of Heaven And Hell", ma tutto potrebbe essere allegoria di ciò che avverrà, quando Endyamon ed Emalaith, daranno alla luce due gemelli dai caratteri contrastanti. Il refrain sottintende ancor di più il momento più tragico del genere umano, quando Cristo, colpito a morte, si rivolge a suo padre: "Ricorda il tuo figlio dimenticato. Adesso c'è una calma celeste, l'odio infernale si è placato. Rido con i corvi (che volano sul Golgota)", i corvi sono figure importanti nella tradizione cristiana, poiché vegliano i defunti e intimoriscono i vivi. Il ritmo è frenetico, Pursino terremotante, scuote la sua ascia facendo sgorgare una miriade di note come fossero gocce di sangue, Ayvazian pesta alla grande al massimo della forza. Le ultime parole, profetiche, sono: "Adesso siamo liberi dalla tirannia", come a prepararci all'arrivo di Endyamon, protagonista di "Invictus", che sfida gli Dei tiranni per liberare gli uomini.

Unholy Water

Ancora una volta le tastiere presentano un brano, questa volta tocca a Unholy Water (Acqua Sconsacrata), sulfurea cavalcata biblica dal grandissimo gusto melodico. Sin dalle prime battute già ci viene presentato il bel ritornello, dunque un riff caotico e mefistofelico invade le casse, una vera goduria. Stranamente le strofe sono delicate, contrastano con l'irruenza della sezione ritmica: "I fiori del male scoppiettano sulla linea di fuoco, regina di Babilonia, lei cavalca il cielo senza volto. Un diavolo, un angelo", e poi si crea il tragitto che porta all'esplosione melodica del ritornello, davvero emozionante: "Le luci si stanno illuminando, forti abbastanza per uccidere le preghiere. Acqua sconsacrata, mi dici la verità, mi dici bugie. Sei risorto, sei crocifisso". Ancora il racconto religioso della crocifissione di Cristo. Le parole sembrano sia pronunciate da un uomo vicino a Cristo, forse un suo discepolo, forse Giuda che lo ha tradito e adesso capisce il suo errore. "Se devi lasciarmi fallo, ma se ne hai il diritto resta. Non mi sono mai sentito così solo come stasera, insieme a te. È il tuo funerale, mi sento un angelo, mi sento un diavolo. Perché è andata così? Chiudi gli occhi e salutami". Il secondo ritornello contiene parole diverse rispetto al primo, l'aspetto melodico e quello strumentale sono ovviamente gli stessi. "Mi stai portando giù con te, vivere è morire. Adesso è tutto finito, io ho sbagliato e adesso sto annegando nel tuo fango. Forse ti senti soddisfatto ora, ti stai gustando la mia disfatta". Sicuramente è un uomo molto vicino a Cristo, impaurito dalle conseguenze della crocifissione, timoroso dell'ira di Dio, e che cerca di chiedere perdono per i peccati commessi. Sa che la vita diventerà presto un calvario. La fase strumentale è magniloquente, Pursino svetta su tutti in maniera trionfale, agitando la sua ascia con tocco morbido. Viene ripetuto a lungo il bellissimo ritornello, contornato da cori angelici, tastiere e colpi di tamburo, creando un finale da brividi che ci trascina all'epilogo. DeFeis descrive la sensazione di spaesamento, di delusione e di veglia funebre del protagonista, dopo la morte del profeta: "Concedimi un'ultima carezza e poi lasciami alla solitudine. L'acqua sconsacrata ha un gusto sgradevole, lo senti ora? Quando l'amore si rivolge all'odio e viene abbracciato da Satana. L'acqua affoga le lacrime, infondendo paura. È la fine". DeFeis si sgola, la voce ruggente, dunque ricorda l'origine di tutti i peccati: Eva, confusa nel giardino dell'Eden, quella donna dai "Seni gonfi, capelli bagnati. Attorno alla sua gola il serpente si contorceva", illuminandoci ancora una volta con la storia dell'Eden ì, la cacciata della coppia, la mela del peccato, le tentazioni della serpe incarnata da Satana.

Victory Is Mine

Victory Is Mine (La Vittoria È Mia) è forse il pezzo più famoso dell'album, un caposaldo dell'epic metal anni 90. Uno di quei pezzi imprescindibili e che caratterizzano il sound stesso della band. L'attacco è da brividi, terremotante: "La vittoria è mia" gridano tutti in coro, fomentando l'ascoltatore, e così inizia uno dei più grandi gioielli targati Virgin Steele. Le chitarre in grande spolvero, lasciate senza guinzaglio come cani da combattimento, la batteria vigorosa che carica come un toro dentro l'arena, un DeFeis sublime e cantore del mito eterno. "Il tuo Dio non è qui, lei è morta da tempo schiacciata da profezie di paura. Fuoco, nebbia, vino e sangue, prelevati come rosa dalla vite" recita il primo immortale verso con le parole di Endyamon. Non esistono più leggi divine o Dei in grado di plagiare le menti dei mortali. Gli eroi più valorosi del mondo sono uniti e pronti alla guerra finale, risvegliando dal torpore millenario la razza umana. Ci gettiamo con loro e con il loro capo Endyamon tra le braccia astratte del meraviglioso chorus, brillante come una perla incastonata nella roccia: "Correte verso le colline divine, è tutto ciò che resta della vostra fortuna. Fuggite sotto un cielo selvaggio, fuggite dall'oscurità. La vittoria è mia". I primi emissari degli Dei sono stati sconfitti e costretti alla ritirata. DeFeis è indomito, uno sciamano posseduto da un'energia incredibile e prosegue senza respirare, sputando vendetta contro il nemico e sovrastando le affilate chitarre che fendono l'aria: "I tristi fantasmi di vecchie vittorie, venite a popolare i campi dove prima siamo crollati, stretti in un abbraccio immortale, bello come il volto metallico della morte", dunque il refrain è allungato, e riecheggia impavido come un grido di vittoria: "Correrò tra le colline cercando dove vi siete nascosti, gridando vendetta per il popolo. La vittoria è mia, dai mari alle montagne, dal nobile regno alle nobili lacrime, volerò in un mondo velato di ombre". Ci gettiamo immediatamente nel bridge che anticipa la fase più concitata del pezzo, quella scandita da una foga sonora fuori dal comune, laddove ogni strumento è scatenato e in grado di creare un polverone che tutto investe: "Al crepuscolo il tuono incontra il serpente, nessun sangue scorre più in queste vene, solo il ghiaccio annerito del fiume Stige, turbinando attraverso un cuore di pietra". L'eroe immortale Endyamon è risorto e ha condotto il suo popolo alla vittoria, la vendetta tanto agognata è finalmente giunta. I regni cadono in un'oscurità totale che tutto ingoia e lui trionfa, ma prima di eclissarsi chiama la sua amata: "Emalaith, sarò con te sotto questa luce lunare", concludendo questa storia infinita, una storia di ricerca, di perdono, di vendetta, di amore eterno, di guerra e di perdizione, seguendo la tradizione mitologica e quella religiosa, unite in questo sacro matrimonio epico.

The Marriage Of Heaven And Hell Revisited

The Marriage Of Heaven And Hell Revisited (Il Matrimonio Dell'Inferno E Paradiso Rivisitato) chiude l'album così come aveva fatto nella prima parte, forse più orchestrale rispetto a questa, incentrata molto sulla chitarra di Edward Pursino, che accompagna fedelmente batteria e soprattutto le tastiere di David DeFeis. Un encomio fantastico, un epilogo da lacrime dal sofisticato gusto melodico e dalla tradizione classico-romantica. Appena due minuti per una outro ascoltata già diverse volte lungo il percorso di questa doppia saga, capace di insinuarsi nel meandri più stretti e remoti dei singoli brani, e che continueremo a sentire anche nella terza parte del concept, il barbarico "Invictus", facendo da filo conduttore per questo lunghissimo e miracoloso racconto mitologico.

Conclusioni

Il sentimento che muove i cuori dei musicisti è lo stesso capace di rinnovare un genere che loro sentono ormai stagnante e privo di messaggi moderni, dunque la saga dei due "The Marriage Of Heaven And Hell" porta nuova linfa vitale a tutto l'heavy/power metal degli anni 90, che tra l'altro, a metà decade vive un momento di crisi senza precedenti. In tal senso, la crescita apportata dai Virgin Steele è impressionante, poiché in questi due album della saga ci sono scintille che infiammano il sangue dell'ascoltatore, che incantano mente, corpo e spirito e che dettano nuovi sentieri da seguire. Così come il primo capitolo, anche il secondo vende relativamente bene, riproponendo la band come capostipite di una nuova ascesa metallica, di lì a poco pronta ad esplodere, soprattutto in Europa, dove l'epic attecchisce bene per ovvie ragioni storico-sociali, ma anche in America latina e in Asia. Nel 1996 i Virgin Steele inaugurano un altro tour mondiale, questa volta più esteso e che tocca molti paesi che non erano mai stati visitati in precedenza, tra cui l'Italia, esattamente nelle date di Firenze e Milano. Da headliner godono del giusto spazio sul palco, potendo suonare parecchi pezzi dal loro repertorio, conquistando intere platee di metallari e vivendo una seconda giovinezza. Al rientro dal lungo tour, la band rinnova il contratto con la fedele T&T Records e recupera gli album "Noble Savage" e "Age Of Consent", ri-immettendoli sul mercato con una nuova veste, e inoltre partecipa al tributo ai Judas Priest con i brani "Desert Plains" e "Screaming For Vengeance", inseriti poi come bonus-tracks di "Age Of Consent". DeFeis è instancabile e già pensa alla musica futura, lasciando correre libere le idee che aleggiano in mente come frammenti di sogno. Le sue mire sono ancora più ambizione, tanto che in un'intervista dell'epoca afferma che è seriamente convinto di trasformare l'heavy metal in metal-opera, così come gli antichi tragediografi erano soliti fare con i loro poemi. Da quell'idea nascerà, non molto tempo dopo, la terza ed ultima parte della saga, chiudendo la trilogia del matrimonio e dell'inferno con l'eterno "Invictus", l'album più venduto della band, quello più venerato, talmente complesso e avanzato da far fare un ulteriore passo in avanti non solo alla carriera dei Virgin Steele ma a tutto il power metal, inaugurando la grande tradizione dei concept album di ampio respiro, definito appunto "metal-opera", con tanto di personaggi, dialoghi e intermezzi sonori proprio come una pièce teatrale. Musica trasposta sul palco, musica che diventa immagine, inventata dai Virgin Steele e diventata poi quasi scontata in ambito power, ma nel caso dei nostri la musica diventa davvero opera, e così la trilogia elaborata negli anni 90 si trasforma presto in dramma teatrale: "The Rebels" è il nome con cui la compagnia tedesca Landestheater Schwaben, sotto la supervisione dello stesso DeFeis, realizza l'adattamento dell'intera saga, girando per i teatri della Germania con riscontri molto positivi. Ma tutto ciò avverrà nel 1999, dopo che un'altra saga, ancora più complessa e influenzata dalla musica classica, sarà stata lanciata sul mercato: "The House Of Atreus", anch'essa trasposta a teatro dalla stessa compagnia, col titolo di "Klytemnestra", primo spettacolo teatrale della storia ad essere incentrato sull'heavy metal. Dunque, i Virgin Steele non sono solo importanti per la qualità del loro lavoro, in grado di raggiungere cime che in pochissimi hanno mai raggiunto, ma perché da sempre padroni di un spirito avanguardista capace di prevenire i tempi e di influenzare tutte le correnti epic/power, negli anni 80 così come nei 90 e ancora nei 2000. Una band che nonostante la genialità riconosciuta e la popolarità acquisita sin dagli esordi non ha mai raggiunto la vera gloria commerciale chissà per quale misterioso motivo, ma il cui operato è sotto gli occhi di tutti. Quasi nessuno è riuscito a pubblicare una così lunga scia di capolavori, l'uno di seguito all'altro, dei quali questo "The Marriage Of Heaven And Hell - Part Two" si trova esattamente in mezzo, a rappresentare l'ultimo sigillo della cosiddetta era "classica", quella più legata alla tradizione e meno protesa alla sperimentazione; inoltre, quasi come una profezia, l'abbandono del batterista Joey Ayvazian, nel gruppo sin dalla fondazione nel lontano 1981, è testimonianza emblematica di questo fondamentale passaggio stilistico.

1) A Symphony Of Steele
2) Crown Of Glory
3) From Chaos To Creation
4) Twilight Of The Gods
5) Raising Unchained
6) Transfiguration
7) Prometheus The Fallen One
8) Emalaith
9) Strawgirl
10) Devil/Angel
11) Unholy Water
12) Victory Is Mine
13) The Marriage Of Heaven And Hell Revisited
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