VIRGIN STEELE

The House Of Atreus - Act II

2000 - T&T

A CURA DI
ANDREA CERASI
28/11/2017
TEMPO DI LETTURA:
9

Introduzione Recensione

La lastra che raffigura la leggendaria guerra di Troia questa volta è insanguinata e frantumata. Oreste sta per uccidere sua madre Clitennestra e il suo amante Egisto, rivolgendo loro la lama della spada per vendicare il padre Agamennone, massacrato al ritorno dalla guerra. Le sorti della città di Argo ora sono nelle sue mani e in quelle degli Dei dell'Olimpo, chiamati in causa per riportare l'ordine dopo la triste vicenda di parricidio e per ridare splendore alla sacra casata degli Atridi. Il dipinto di fattura greca che campeggiava sulla copertina del primo atto ora è capovolto e sfigurato, simboleggiando un proseguo oscuro della saga, un nuovo emozionante capitolo e le fasi finali della concitata opera magna dei Virgin Steele, ispirata all'Orestea di Eschilo. Questa volta la band americana mette in musica la terza parte dell'antica tragedia greca, con la quale il drammaturgo Eschilo si aggiudicò la vittoria alle Grandi Dionisie nell'Atene del 458 a.C., e per farlo DeFeis esagera di brutto, aumentando esponenzialmente il fattore orchestrale, lo spirito teatrale e l'attitudine drammatica, presentando un album doppio della durata di quasi 90 minuti. "The House Of Atreus - Act II" è la trionfale continuazione della prima parte e riesce miracolosamente a mantenere le stesse qualità e le stesse ricercatezze che caratterizzavano l'album del 1999, imponendosi agli occhi e alle orecchie degli ascoltatori come l'opera più ambiziosa, più complessa e più eclettica mai partorita dai Virgin Steele. DeFeis legge i passi dell'Orestea e riadatta senza sosta i testi dei brani, Pursino butta giù riff dalla mattina alla sera e Gilchriest completa il tutto mettendosi a disposizione per sfornare raffiche di colpi. Le registrazioni in studio sono frenetiche, si ha tantissimo materiale accumulato, molto del quale viene scartato, altro perfezionato, altro ancora registrato in pochi minuti e inserito di getto. Il trio è dannatamente ispirato e lavora in piena sinergia, consapevole di modellare un disco monumentale e dagli aulici intenti. In pochi mesi, il secondo atto della saga degli Atridi è giunto a compimento e pronto per l'immissione sul mercato. Nell'autunno 2000, "The House Of Atreus - Act II" vede la luce e la storia che racconta altro non è che il terzo capitolo della trilogia teatrale greca: "Le Eumenidi", dove le Erinni, divinità incarnazione della vendetta, condannano Oreste per matricidio, ossessionandolo e portandolo nel tribunale dell'Aeropago, un monte dell'acropoli ateniese dove si era soliti affrontare i processi più importanti, al fine di farlo condannare a morte. A giudicare le azioni dell'uomo sono Atena, dea della giustizia, e Apollo, dio del sole e protettore della stirpe degli Atridi. Indubbiamente questo è il passaggio più complesso e meno agile dell'Orestea, poiché vi è meno azione rispetto ai precedenti volumi e il tutto è giocato su lunghi dialoghi e su circostanze legali il cui unico fine è quello di scagionare da ogni accusa l'eroe Oreste. Il riadattamento dei Virgin Steele segue passo dopo passo la vicenda e forse, proprio a causa della natura estremamente narrativa di questo capitolo, risulta maggiormente farcito di intermezzi strumentali e di intere sezioni orchestrali, con l'aggiunta di una suddivisione in suite frammentate che cambiano repentinamente scenari. Proprio per raccontare tutto ciò DeFeis ha bisogno di tempo, tanto tempo, e allora decide di regalare ai fans non uno ma ben due cd ricchi di musica, che non scadono mai nella noia o nella ripetizione, testimoniando un'ispirazione talmente elevata che molto probabilmente comporta un qualche tipo di estasi divina. L'album è l'ennesimo clamoroso successo di pubblico e di critica, sebbene sia da alcuni considerato prolisso ed esasperato, ben più della prima parte. A questo proposito, credo che molti confondano il termine "lunghezza" con quello di "prolissità", perché "The House Of Atreus" è certamente un disco lungo, anzi, lunghissimo, e molto spesso abbastanza articolato e non di facile lettura, ma assolutamente non è prolisso, proprio perché non si ripete mai, ogni traccia è distinguibile dall'altra, non ci sono giri a vuoto o momenti morti, tanto che si segue tranquillamente senza stancare, nonostante l'esorbitante minutaggio. "The House Of Atreus - Act II" è un'opera colta, e come tutte le opere colte va ascoltata e assorbita con calma, entrando nella vicenda raccontata, assaporandone le atmosfere, leggendo i testi, lasciandosi affascinare e sommergere completamente da questa meravigliosa epopea greca. Questo non è semplicemente power metal, questo lavoro è epicità fatta musica, questo è teatro sonoro, questa è vera narrativa.

Wings Of Vengeance

Wings Of Vengeance (Le Ali Della Vendetta) è un vero inno alla vendetta, violento e trascinante. Le Erinni fanno la loro comparsa, accusando Oreste di tradimento e di atti impuri. Le Erinni sono personaggi femminili della tradizione mitologica, personificazione della vendetta, specie di chi colpisce i parenti e di chi infrange la sacralità della famiglia. Le Erinni, dette anche Eumenidi, cioè le "benevole", accusano Oreste di matricidio ancora prima di essere compiuto, lo perseguitano, così l'eroe si rifugia nel tempio di Apollo, suo protettore, per invocare protezione. La sezione ritmica scatena un vortice sonoro tipicamente heavy metal, la costruzione del brano si fa più classica e i musicisti suonano a briglie sciolte. Pursino e Gilchriest intavolano questa cavalcata epica, sostenendo il narratore DeFeis, che è costretto a dividersi in più personaggi, interpretandoli singolarmente. Attaccano le Erinni nella prima strofa, tormentando Oreste: "Il freddo sangue di un angelo, freddo il sangue nel mio cuore, non metterti in mezzo a noi perché potresti perderti", le Furie inseguono Oreste, gli sussurrano all'orecchio della sua maledizione. Interviene Apollo nella seconda strofa, che porta anche al pre-chorus, cercando di tranquillizzare l'uomo: "Muori maledicendo le ombre e la luce, ogni cosa sta per cambiare, ma devi combattere. In base al sorgere del sole, questa notte capirai, laddove tuo padre è morto". Apollo ovviamente è il dio del sole, e il suo oracolo è fondamentale per tutte le azioni compiute dagli uomini greci. Si giunge al refrain, melodico e incisivo, ma meno possente del resto, come a dare una sensazione di smarrimento, di confusione e di disperazione. Non a caso Oreste è in lacrime, è distrutto per la sorte della madre ed è ossessionato dalle accuse delle Erinni. "Tra le forti braccia del dio Morte, cadiamo nelle tenebre", Oreste non vede soluzioni oltre la morte. La sua casa è maledetta e in disfatta, tanto che nella seconda parte del brano è proprio lui a prendere parola: "Ogni cosa è destinata, gli Dei non mentono, siamo tutti maledetti, tutto è perduto e dobbiamo lottare fino alla fine, ma nelle tenebre cadremo". Pursino esegue un terremotante assolo, seguito a ruota dalle tastiere di DeFeis che lo accompagnano solenne, dunque entrano in scena i cori e si passa al mistico bridge, nel quale Apollo invita Oreste a non demordere e a recarsi al tempio di Atena, dea della giustizia che lo giudicherà: "Tieni duro e va via, liberati da queste catene e solca il cielo. Rispetta il tuo giuramento e poniti come una divinità, vincendo il tuo regno". Si ricomincia da capo, inaspettatamente, appena dopo una breve ma stupenda parentesi strumentale, un duello tra tastiere e batteria. Apollo continua a incoraggiare l'uomo, gli suggerisce di combattere e di uccidere e di non aver paura. Oreste risponde nell'ultimo ritornello, dalla melodia stravolta come per incanto, nel quale il vocalist ruggisce impetuoso sovrastando un portentoso riffing: "Siamo destinati al cielo. Sono un eroe dubbioso, ma vincerò il giorno. Mi abbandonerò alla violenza e avrò fortuna, ora discendo nelle tenebre".

Hymn To The Gods Of The Night

Hymn To The Gods Of Night (Inno Agli Dei Della Notte) è un interludio molto simile alla colonna sonora di un film storico. Si tratta di un sogno che ossessiona Oreste, perciò l'andamento è molto soave. Le tastiere si fondono con i tamburi producendo una marcia nobile ma che non riesce a trattenere un retrogusto amaro e oscuro, ricco di tensione. Defeis si sdoppia e con toni pacati interpreta Elektra, sorella di Oreste, e il popolo femminile, che appaiono nel sogno ricorrente dell'eroe. In coro, tutti pregano gli Dei affinché Oreste sia scagionato dalle accuse rivoltegli dalle Erinni e torni a casa. "Dei della notte, Dei della morte, vi supplichiamo, andate avanti con la missione e salvatelo", Oreste sogna sua sorella e tutte le donne rese schiave da Clitennestra, regina di Argo, durante l'assenza del re Agamennone. Elektra parla ad Oreste, e in questo caso il vocalist recita: "Riconosci queste donne? Sono tutte le vittime bruciate e mutilate dall'odio di nostra madre, per renderle inappetibili per te". Da questa ultima frase capiamo che Clitennestra, negli ultimi dieci anni, ha sfigurato tutte le ragazze belle e giovani di Argo, al fine di allontanare il figlio per non farlo sposare e procreare e salire così al trono. Da qui si capisce la megalomania di Clitennestra, regina assoluta della città.

Fire Of Ecstasy

Fire Of Ecstasy (Il Fuoco Dell'Estasi) esplode subito dopo, chitarre sparate a manetta e acuti spinosi sin dalle prime battute. Questo brano è una rilettura di una composizione appartenente al misterioso disco "Nightmare Theater", album del 1986 uscito sotto il monicker Exorcist, che altro non era che una fake band che nascondeva appunto i membri dei Virgin Steele. Il pezzo in questione è "Call For The Ecorcist", uno dei numerosi brani scritti in quel periodo, sia per gli Ecorcist che per gli Original Sin, entrambe fake band di DeFeis, e recuperati negli album dei Virgin Steele. Oreste viene invitato da Apollo a recarsi nel tempio di Atena, per chiedere giustizia, nel frattempo l'uomo va sulla tomba del padre Agamennone, dove ritrova sua sorella Elektra. Entrambi, distrutti e tormentati dalla morte del genitore, cercano di farsi forza abbracciandosi, le strofe sono voraci e cantate con grinta, ma con tonalità molto basse e graffianti, ponendosi come un qualcosa di velenoso e subdolo. "Ho il potere di un dio, sono qui per ripulire il regno e riportare la salvezza. Trasformerò le tenebre in luce e porterò con me la spada della verità", Oreste è furioso e amareggiato, nel suo petto arde l'ira per la perdita del padre e per la fine della sua casata. Sotto una tempesta di colpi alle pelli e al doppio pedale inflitte da Gilchriest, Elektra è in lacrime e si abbandona al sublime e melodico ritornello, sostenuto da tastiere sempre più presenti: "Acqua, pioggia e fuoco vengono giù sulla terra. Io e te brilleremo come fuoco sulle ali della tempesta. Spazza via la tristezza con il fuoco dell'estasi". La ragazza è speranzosa in un futuro migliore, ora che anche la madre-tiranno sta per essere uccisa. Ma ancora non sa cosa aspetta al fratello, l'uomo sarà portato in tribunale delle dee della vendetta. Tra un falsetto e l'altro, tra un ruggito e l'altro, Pursino si scatena in un brillante assolo, sovrastando tastiere e basso, dunque Defeis ritorna nel bridge, gridando: "Apollo, non abbandonarmi" e poi, dopo un secondo strepitoso assolo di chitarra e uno di tastiere, recita con voce arcigna una preghiera in onore del dio del sole, protettore della casa degli Atridi e guida spirituale di Oreste. Sarà proprio Apollo a fare da avvocato difensore in tribunale. Il vocalist ruggisce, fomentando gli ascoltatori, chiudendo col refrain ma farcendolo con acuti femminee che rappresentano le lamentele di Elektra.

The Oracle Of Apollo

L'arpeggio di Pursino introduce l'intermezzo The Oracle Of Apollo (L'Oracolo Di Apollo), per metà recitato e per metà cantato, dove Oreste racconta a Elektra quanto rivelato dall'oracolo di Apollo, prima di essere attaccato dalle Erinni. Da una parte troviamo Apollo, che si rivolge al suo pupillo: "Quando la carne viva è martoriata e il sangue sparso nell'aria, si esige ancora più sangue per placare la fame di odio. Questa è la legge, e chi infligge morte sarà ricompensato con lo stesso trattamento. Questa è l'antica saggezza". Il dio sostiene l'azione di Oreste e giustifica il suo assassinio, ma l'uomo, sempre raccontando tutto alla sorella, replica intonando una cantilena di morte, accompagnato dall'arpeggio di chitarra acustica: "Il tormento mi prenderà il cuore. Le frecce degli Dei mi trafiggeranno, inviate da padri che sono morti ingiustamente per distruggere il figlio codardo. Mi faranno visita la peste e il cancro della mente, morirò inorridito tra le acque dell'Acheronte". Insomma, il destino di Oreste sembra già scritto: destinato a vendicare il padre, sarà processato agli Dei e infine sarà distrutto dal rimorso. Non si prefigura un futuro radioso per la casa degli Atridi, Elektra cerca di sostenere il fratello, lo abbraccia di nuovo e piange insieme a lui.

The Voice As Weapon

In The Voice As Weapon (La Voce Come Arma) Apollo e tutte gli spiriti delle donne sfigurate da Clitennestra raggiungono Elektra e Oreste sulla tomba di Agamennone. Insieme, lo incitano a non abbattersi e a compiere la sua missione di vendetta. Dopo tutto è scritto nel destino e non c'è nulla di male nel vendicare la sua stirpe, il suo sangue. "Sei figlio del sole, stregoneria nata dall'incendio, figlio di una dea silenziosa. Sorridi, tu sei il salvatore, la giustizia non è matricidio", e allora il dio, accompagnato dalle donne, grida nel profondo ritornello: "La voce come arma. Uccidi da dentro, uccidi da fuori, dove la luce del sole sa di rabbia", intendendo che Oreste debba protestare ferocemente, utilizzare la voce contro le ingiustizie e contro il tormento inflitto dalle Erinni. Si riprende senza concedere una pausa, le chitarre si fondono con le tastiere, onnipresenti, mentre Frank Gilchriest pesta senza sosta nella classica cavalcata power metal. È di nuovo Apollo a prendere parola: "Il sole rivela il veleno dell'idra, attento dunque al travestimento che ti inghiottirà, macellando la tua anima". Apollo mette sull'attenti Oreste, e rivela che Clitennestra, la notte prima, ha fatto un terribile sogno profetico: dava alla luce un bambino dalle sembianze di un serpente, nato da un mix di sangue, latte e fango. Un figlio bastardo che potrebbe essere ricondotto a Oreste. L'uomo, a questo punto, prosegue con le ultime battute della strofa: "Io sono l'unico che ha il potere. Mi farò sentire". DeFeis intavola un grintoso ed eclettico assolo al pianoforte, per poi lasciare spazio al fido Pursino. Le chitarre affilate e i colpi di batteria riecheggiano nelle casse potenziando questo brano dall'animo nobile e fiero. Il bridge è effimero e appena accennato, il cantante praticamente sussurra, interpretando questa volta Elektra: "Mantieni il coraggio e sii un uomo. Ascolta le parole dell'oracolo", che consola il fratello e lo rincuora per la vendetta. Un duello feroce tra tastiere e chitarra ed ecco l'ultima parte, scandita prima dalle parole di Oreste, che ci introduce all'ultima strofa: "Indosserò la corona della vittoria fino alla fine dei tempi, Hermes sarà la mia guida". L'eroe prende coraggio e si impettisce. Il genio dei Virgin Steele non ha confini, così negli ultimi istanti i musicisti mettono la zampata vincente cambiando totalmente melodia, inserendo una coda fenomenale nella quale tutti, Elektra, Apollo e le donne defunte, in coro, spronano l'eroe ad agire: "Nel palazzo scorrerà del sangue, infrangi il silenzio vendicando tuo padre e riportando giustizia".

Moira

Moira (Moira) è un inquietante brano al pianoforte, il quale, nel giro di soli due minuti, si evolve crescendo d'intensità. Voce e piano per la prima strofa, dove è la regina Clitennestra a esporre i fatti: "Lacrime di sangue, le nuvole nascondono il sole, i miei giorni sono diventati neri. Dolore e amore mi riempiono il cuore". La donna ha un cattivo presagio, intuito proprio dal sogno ricorrente, quello del figlio-serpente che si rivolta contro il suo stesso sangue, strangolando il suo fragile corpo e iniettandole veleno letale. Sa che Oreste è accecato dall'ira e sta tornano a casa per ucciderla. A distanza le risponde Oreste, intonando la stessa tragica cantilena, in uno straniante falsetto che mette i brividi: "Asciugati gli occhi, tuo figlio sta arrivando. Tutti voi dovete affogare nel sangue". Nel giardino dove è situata la tomba di Agamennone, i vari personaggi, Elektra, le donne sfigurate e Apollo, costringono l'eroe a compiere la vendetta. "Uccidila" gridano all'unisono, un unisono scandito dai cori e dalle voci multiple e dalla sezione ritmica potenziata grazie all'intervento della batteria a supporto del pianoforte. Oreste intona ancora una strofa, questa volta accelerata e sempre accompagnata da Gilchriest: "I cittadini muoiono a causa del potere e della volontà della mente, affondando la mia anima e incidendola con le cicatrici di ciò che è stato". Oreste ricorda non solo le sue cicatrici ma tutte le vittime innocenti della tirannia della madre. La cosa curiosa è che Pursino non è presente, la sua chitarra non pervenuta, ma tutta la base è sostenuta dalle tastiere e dalla batteria, mantenendo una morbidezza e un sentore oscuro costanti. Pursino interviene negli ultimi secondi con alcuni fraseggi che hanno una durata effimera e che poi spariscono ancora quando il pianoforte torna protagonista per chiudere questo brevissimo e drammatico pezzo. Secondo tra tradizione greca, le Moire erano figlie della notte, personificazione del destino ineluttabile, le quali tessevano le vite degli uomini decidendo il loro futuro.

Nemesis

Le note del piano, ancora una volta, danno vita alla strumentale Nemesis (Nemesi), virtuoso brano dalla natura classica che narra una delle scene più emblematiche della saga, ovvero l'incontro tra Clitennestra e suo figlio Oreste, appena tornato a casa. La donna, nonostante sappia del tragico destino che la colpirà, si mostra calma e dà il benvenuto all'uomo, trattandolo con amore, lo abbraccia e lo bacia sulla guancia, dunque viene raggiunta dall'amante Egisto. Oreste è accecato dall'odio per quell'uomo, l'usurpatore del trono del padre. In una strumentale sinistra, tetra, dalle atmosfere coinvolgenti giostrate dal suono del pianoforte e dalle incursioni chitarristiche, le fasi sono concitate, scandite dai tamburi che, a tratti, fanno capolino nella narrazione. Clitennestra mostra il petto a suo figlio, gli dice che lui nasce dal suo amore e perciò invoca il perdono. Il ragazzo è titubante, sta per desistere, poi ecco che rinsavisce, spinge via la madre e si scaglia contro il suo amante.

The Wine Of Violence

The Wine Of Violence (Il Vino Della Violenza) vede Oreste di fronte ad Egisto. L'incontro è scandito dalla foga sonora, dai colpi terremotanti di Gilchriest, dalla ruggente voce di DeFeis, dalle chitarre affilate di Pursino. Potenza unita a velocità, il tutto per un brano devastante. Oreste ha la spada in mano, affilata e pronta all'uso: "Vendicherò lo spirito dei coraggiosi massacrandoti e gettandoti nell'oblio in cui imperversano tuoni e fulmini. Sono la piaga e la cicatrice che tornano in vita, sono figlio del sole rosso che illumina il regno della morte accecando la tua vergogna". Queste parole, piene di acredine, sono scandite dal ragazzo mentre si lancia contro Egisto, quasi indifeso e spaventato a morte. Il binomio Oreste/Egisto con Luce/Ombra è palese, la casa degli Atridi è avvolta da una strana nube nera e infernale, mentre il nostro protagonista, essendo protetto di Apollo, dio del sole, è il guerriero della luce, colui che riporterà splendore sulla sua casata. DeFeis ruggisce come un dannato, per poi intonare un ritornello in falsetto, denotando una morbidezza inaspettata ma sublime, contornato da cori angelici che vanno in contrasto con lo spirito furente e battagliero della sezione ritmica: "Il vino della violenza spezza il nostro controllo, guarda la follia che brucia gli angeli e che divora la tua anima". Oreste è accecato dalla follia e dalla rabbia, evidenziata anche dai riff omicida di Pursino eseguiti a profusione, poi, tra un acuto e giri di basso che indicano la fase più concitata, viene partorito un bridge entusiasmante, splendido nella sua melodia, nel quale Oreste minaccia Egisto, che nel frattempo chiede pietà. "Combatti, codardo. Ladro dei miei giorni, vinci il silenzio dei dannati e abbandonati alla morte. Lascia che l'aquila divori la tua carne e le tue ossa". La melodia è accentuata nonostante la foga sonora in sottofondo e il doppio pedale a manetta, inoltre è interessante il richiamo al mito di Prometeo, appeso su una roccia dopo aver rubato il fuoco agli Dei e divorato, giorno dopo giorno, da un'aquila. Egisto è un ladro come Prometeo, che aveva rubato il fuoco agli Dei per donarlo agli uomini. Gilchriest non si ferma un instante, continua a pestare iniziando la parentesi strumentale nella quale Pursino scatena un solo fenomenale. Un breve duello tra chitarra e tastiere altamente epico, poi la foga si stempera in una coda finale struggente, basata solo sulle tastiere e sulla delicata voce di DeFeis che chiude recitando le parole: "Tutti morti, silenzio e solitudine, nessuno piangerà più. La morte scorre e la vendetta è mia. Ho ripreso possesso delle mie mura" e così dicendo colpisce a morte sua madre e il suo uomo, trafiggendo ripetutamente i loro cadaveri.

A Token Of My Hatred

A Token Of My Hatred (Un Simbolo Del Mio Odio) è il brano più lungo del primo disco, introdotto da soavi tastiere rappresenta lo spirito della vendetta compiuta e quindi una sorta di liberazione e celebrazione di vittoria, nella quale Oreste ringrazia gli Dei che gli hanno donato la forza e le donne sfigurate che gli hanno trasmetto fiducia. La musica è regale, melodiosa e trionfale, Oreste esce di casa con la spada insanguinata e incontra sua sorella Elektra: "Ho compiuto la mia vendetta, l'odio nella mia anima si sta placando adesso. Il fuoco dei miei occhi si sta spegnendo". Nelle sue parole c'è una sorta di pacatezza, scandita dalle tastiere in primo piano che ci danno una dimensione sognante e pacifica, dunque si passa immediatamente al geniale ritornello, dalle linee melodiche incredibilmente sinuose, dove la base ritmica si velocizza senza mai risultare oppressiva: "Grandi Dei dei cieli, ascoltatemi ora, ho reclamato la mia vittoria e le carogne sono morte". L'uomo prega e ringrazia le divinità per avergli concesso la vittoria e continua: "Nel palazzo, Averno attende. Sul pavimento scorre del sangue. Questa è la mia amara benedizione, signore mio Apollo, ascolta le mie parole. Ho vendicato un padre massacrato". Averno è l'altro nome dato agli Inferi e in questo caso Oreste è pronto quasi a scusarsi di fronte al suo gesto matricida, invocando il protettore Apollo. Si riprende col ritornello, probabilmente il più bello si tutto l'album, un capolavoro che spezza il fiato, e dunque ci addentriamo velocemente nella fase pre-strumentale, dove la melodia è ancora protagonista. E che melodia! "Nel giorno in cui tutti i tiranni sono morti, il cielo accoglie suo figlio nel sangue", in questo caso Oreste elogia se stesso, sperando nell'indulgenza del cielo e di tutti gli Dei. DeFeis ruggisce facendo scatenare Pursino, che ci delizia con un assolo spettacolare mentre Gilchriest lo segue accelerando e frenando dietro le pelli, creando un bellissimo sali e scendi danzereccio. Giungono le tastiere a dare man forte, rendendo il tutto ancora più epico e creando una lunghissima sezione strumentale, fino al vorticoso cambio di tempo che dà il via alla seconda parte del brano che cambia totalmente le carte in tavola, testimoniando la grandezza della band, capace di inserire canzoni nelle canzoni, cambiando drasticamente melodia e aspetto sonoro. "La vita si svolge nel peccato della guerra. Gli Dei sono dalla mia parte, alzo la spada in segno di vittoria contro un mondo violento nel quale abbiamo vendicato nostro padre", sussurra Oreste a sua sorella Elektra, in lacrime ma dall'animo liberato. Il ritmo accelera per poi infrangersi nelle ultime battute, quando restano solo le tastiere del vocalist a cullarci verso la conclusione, e allora DeFeis, contornato da cori idilliaci, pronuncia le sue ultime parole: "E le nuvole del destino si alzano, abbiamo pianto per uccidere la notte. Appare una strana foschia prima dell'alba". È un nuovo giorno, la luce ha contrastato e sommerso il buio della notte. Un brano monumentale, un dramma spettacolare e avvincente, un capolavoro assoluto da tramandare ai posteri.


Summoning The Powers

Quando tutto sembra finito per il meglio e l'armonia è tornata sulla casata degli Atridi, il pericolo è ancora in agguato. Lo spirito vendicativo di Clitennestra e la morbosità delle Erinni tornano a farsi sentire in Summoning The Powers (Convocando I Poteri), altro lungo e intenso brano metallico, in cui lo spirito dannato di Clitennesta fa sentire in colpa Oreste e lo condanna per matricidio, inculcandogli seri dubbi sulla bontà della sua azione e sulla lucentezza del suo futuro. Questa traccia è molto particolare, sembra un serpente dalle morbide curve, dal ritmo che cambia minuto dopo minuto costruito su una struttura totalmente imprevedibile. DeFeis esordisce sussurrando, quasi a cappella, circondato soltanto da brevi e soffusi riff che trasmettono insicurezza: "Spirito dell'aria, ricorda. Spirito della terra, ascolta le mie preghiere. Spirito dei mari, io ti convoco" e così attacca a parlare Clitennestra, il cui spirito è sollevato da terra, appena sopra il suo cadavere steso al suolo sulle scalinate di casa. "Fuoco e acqua purificheranno il mio potere. Grande spirito del fuoco, ascolta i miei ordini: ogni cosa sarà lavata nel sangue". La donna comanda l'orda di Erinni, dee della vendetta e sempre in cerca di vittime sacrificali. Esplodono batteria e tastiere, dunque prendono origine i primi veri versetti: "Dei della morte, sentite la mia rabbia, l'oscurità brucia in petto, portate il martire sacrificale sul monte. Invocatemi, rubategli il trono e i poteri, la luce diventerà nera". Clitennestra, nonostante sia morta, non vuole lasciare impunito suo figlio, perciò costringe le Erinni ad agire e a condurlo verso il monte Aeropago, dove si terrà il processo per condannarlo a morte. Quando il climax raggiunge il suo apice, tanto che il refrain è talmente sottile da restare in ombra, DeFeis, a cappella, grida l'odio della donna: "Dei del silenzio, Dei dei dannati, non offritegli grazia, non stringetegli la mano". L'assolo di chitarra è inquietante e si staglia sopra una serie di fraseggi chitarristici tetri accompagnati dal falsetto del vocalist che indicano il tormento della defunta, e che si ripetono anche quando è il pianoforte a dominare la scena per un lunghissimo momento che si porta via quasi tutta la seconda parte del brano. Clitennestta invoca ancora una volta l'aiuto divino per vendicarsi e ponendo fine al primo disco del secondo atto. Certamente un pezzo eccelso, a tratti furioso e a tratti delicato, il cui unico difetto, se proprio vogliamo trovare il pelo nell'uovo, è il sottilissimo e quasi impercettibile ritornello, che non svetta sul resto della narrazione, scandito solo su una semplice frase, appena accennata, che recita: "Spirito dell'aria, ricorda. Oscuri Dei del sole, ascoltate il mio pianto".

Flames Of Thy Power (From Blood They Rise)

Le solenni tastiere, davvero onnipresenti, aprono la scena a Flames Of Thy Power - From Blood They Rise (Fiamme Del Tuo Potere - Dal Sangue Esse Rinascono), nella quale si assiste al cambio di location, da Argo ad Atene, introducendo il secondo dischetto. Le Erinni, con l'approvazione degli Dei, accusano Oreste e cercano di condurlo in tribunale, sul monte Aeropago ad Atene, dove sarà giudicato dagli Dei. L'attacco è fenomenale, dannatamente epico, anche se poi l'andamento resta abbastanza cauto e con un DeFeis controllato. "Saliamo sul monte, dove gli Dei ci aspettano, rievocando i fantasmi del tuo passato" gridano in coro le Eumenidi, furiose e fiduciose nella condanna di Oreste, ma questi replica nella seconda frase: "La paura mi attanagli l'anima, ogni mattina appena sveglio. C'è un buco nel cielo che attende la mia morte". Oreste è sicuro di essere condannato a morte per matricidio, cosa che nell'antica Grecia era un fatto tremendo, forse il più crudele di tutti, perciò l'omicidio tra consanguinei era visto come atto deprecabile. Differente invece l'uccisione tra mariti e mogli, dato che le due persone non condividono lo stesso sangue. Il ritornello è splendido, che vede l'alternanza tra falsetto e voce piena, nel quale Oreste invoca l'auto di Apollo, qui nelle veci di suo avvocato difensore: "Fiamme del tuo potere, sia adorato il sole. Che possa camminare nel sole assieme agli Dei", e mentre il refrain prende vita, Gilchriest si scatena col doppio pedale, velocizzando l'andamento e fomentando gli animi. La seconda parte vede le tastiere in primo piano, prima di lasciare spazio alla chitarra e alla batteria. In questa fase vengono ripetute esattamente le stesse parole della prima parte del brano, fino a giungere alla fase centrale, dove DeFeis emette falsetti e acuti, cullandoci in un momento prezioso scandito dalla cassa di Gilchriest e dal suo pianoforte, ora più delicato che mai e che ci alletta con sinuosi e sognanti tocchi, introducendo questo regno fatato popolato da divinità. "Cosa posso fare? l'acqua sgorga silenziosa dal monte, il sangue di ieri scende come cascata. Vedo il peccato riversarsi contro di me. Che siate tutti dannati. La mia anima sarà giudicata dalla volontà degli Dei. Figlia di Zues, ascolta il mio pianto". Oreste chiama all'attenzione Atena, sperando nel suo saggio giudizio. DeFeis sussurra, è molto delicato, poi prosegue su questa scia con un assolo di piano, cupo e nostalgico, che rallenta il tutto. La sezione ritmica riprende a spingere sul finale, grazie alle sferzate di Pursino e alla potenza di Gilchriest.

Arms Of Mercury

Arms Of Mercury (Le Braccia Di Mercurio) è una ballata intima e celestiale, costruita sulle note del pianoforte e sulla grande interpretazione di DeFeis, vero protagonista della scena. Oreste è nel tempio di Atena ad Atene, come suggerito da Apollo, e la invoca per garantirsi giustizia dalla malvagità delle Erinni. La preghiera viene scandita con dolcezza, a cuore aperto l'eroe palesa le sue paure e le sue perplessità, in un canto amaro e disperato: "Alzo la testa e chiudo gli occhi, guardo la statua che ho davanti e che mi sorride. Vivo nel mistero, il dolore fa parte di me, fino alla fine". DeFeis è il cantore perfetto per descrivere la scena, nella quale l'uomo è in ginocchio davanti alla statua della dea della giustizia. Apollo è al suo fianco, e allora, dopo una breve incursione della leggiadra chitarra di Pursino, si prosegue con l'invocazione: "Dico addio alle solenni paure cristallizzate in me, che mi offuscano la vista e che si palesano come ombre. Alla fine, anche gli Dei devono morire, io sono vostro, soggetto al vostro volere. La morte cammina al mio fianco intonando il suo requiem". Nella seconda strofa Oreste è sicuro di dover morire, straziato dalla condanna delle Erinni e giudicato dalla dea per le sue nefandezze. Il ritornello è anticipato da leggere tastiere che donano un certo tocco paradisiaco, quasi di pace, fino a quando Gilchriest non entra nella vicenda. "Temo che le braccia di Mercurio mi possano stringere. So che la fine sta per arrivare, so il dolore che ho causato e le vite che ho stroncato. In questi tempi oscuri il sangue non si lava via dalle mani, alla fine pagheremo tutti il prezzo". Il refrain è incantevole, delicato ma dotato di una punta amara in sottofondo, estremizzato dall'arrivo di cori angelici che offrono una dimensione sofferta e che fanno presagire una conclusione drammatica della storia. Mercurio è il dio messaggero degli Dei, raffigurato anche come protettore dei ladri e dei bugiardi per via della sua sfuggevolezza e rapidità. Essendo un messaggero, aveva il potere di attraversare i vari mondi, dal cielo alla terra fino ad arrivare agli inferi, dove accompagnava le anime dei defunti. Oreste sente che sta per essere ucciso e quindi accompagnato nell'oltretomba in braccio al dio dai sandali alati. La ballata è molto tradizionale, perciò ecco che spunta l'assolo di chitarra, sommerso dalle grida di disperazione del vocalist. Pursino è magico, un vero asso della chitarra, così si destreggia alla grande grazie a una vera lezione di tecnica. Si prosegue con un altro ritornello prima di chiudere, ancora una volta, con le delicate note di piano.

By The Gods

By The Gods (Per Gli Dei) introduce la "The By The Gods Suite", ossia una suite frazionata in cinque brani, tutti, tranne questo, di brevissima durata. La traccia è irruenta, d'altronde siamo alla resa dei conti e le Erinni irrompono nel tempio di Atena per prelevare l'uomo e portarlo sul monte Aeropago. Il pezzo in questione è davvero particolare, perché dotato di una struttura tutta sua, a cominciare da un'introduzione fenomenale e cattiva che via via si stempera per poi ammorbidirsi, specie nel ritornello. "Per gli Dei, l'oscuro massacro. Per gli Dei, giustizia cieca. Per gli Dei noi cantiamo. Per gli Dei ti condanniamo, la tua anima, tuo padre e la tua stirpe", le Erinni intonano un canto di vendetta, malvagio e diretto, e sollevano Oreste per le braccia, circondandolo e trascinandolo. Le multiple vocals sottintendono che le Erinni sono radunate, i colpi di batteria scandiscono i passi delle dee, mentre trascinano l'uomo fuori dal tempio di Atena, alla vista di tutti i cittadini ateniesi. Attacca il pianoforte con rintocchi sinistri, mentre Gilchriest prosegue il suo oscuro requiem dietro le pelli, la foga si sta stemperando e sta subentrando un leggero sentore melodico. "Gli Dei stanno chiamando il verdetto finale, il sacro fuoco dal cielo brucia i raggi di sole dalla cima dell'Olimpo" gridano i cittadini di Atene, accorsi a guardare il tormento del poveretto. È una storia che riguarda non solo Oreste e la sua famiglia, ma tutta la città di Argo, trattandosi della famiglia regnante. Ma anche il destino di tutta la Grecia è in gioco. Il ritornello è veloce, grazie al doppio pedale di Gilchriest, ma anche melodioso perché sorretto dal pianoforte, e il particolare che emerge è la totale assenza delle chitarre; dunque abbiamo velocità di esecuzione ma potenza mai davvero scatenata, laddove le tastiere eseguono il lavoro delle chitarre, creando un effetto straniante. D'altronde queste sono le tipiche armonizzazioni dei Virgin Steele, inventate da loro e che sono il loro vero marchio di fabbrica. "Vediamo i figli del futuro ricoperti di sangue e vergogna. Sentiamo la frusta di Zeus scoccare per l'onore e per la verità. Vediamo il volto di Dio in questa anima nera". Le Erinni cantano questa nenia, sputando sul corpo di Oreste e invocando la severa punizione di Zeus. Ecco che giunge Apollo, in soccorso dell'eroe, che dà inizio alla seconda parte della canzone: "Vedo la follia nei tuoi occhi, il terrore scolpito nella tua anima. Scappa da questo tempio". Il Dio suggerisce a Oreste di scappare dal tempio di Atena e di fuggire dalla morsa delle Erinni; interviene per placare gli animi, rimproverando le divinità, continuando a parlare dopo l'intermezzo strumentale nel quale emergono leggermente le chitarre, sempre sovrastate dalle tastiere: "Lasciate che la dea della fortuna e della giustizia giudichi la vicenda" per poi dare il via al glorioso e sofferto bridge nel quale Oreste chiede l'aiuto di Atena: "Cara Atena, vienimi in soccorso, ti aspetto sperando nella fortuna e nella tua bontà". La statua di Atena, nel tempio, sembra prendere vita, una scintilla di luce la sommerge rivelandone i tratti marmorei. Si tratta dell'approvazione della dea come giudice in tribunale. Gilchriest pesta dietro le pelli sempre più intensamente, le chitarre spariscono di nuovo e, tra i battiti del pianoforte, le Erinni concludono con una minaccia feroce: "Quando morirai capirai le sofferenze di questo mondo. Noi siamo tante e siamo una, noi deteniamo l'antico sangue della giustizia". In effetti, secondo la tradizione, le Erinni erano esseri demoniaci della notte addette alla guardia degli umani e che giudicavano ogni singolo vivente in base alle azioni compiute: più questi peccava e più il suo filo vitale veniva accorciato dalle Moire.

Aeropagos

I ventotto secondi di Aeropagos (Aeropago) servono solo a riprendere fiato, dove le tastiere brillano di luce propria e trasmettono una sensazione celestiale, dato che ci stiamo avvicinando all'acme della narrazione. L'Aeropago è un monte, sull'acropoli ateniese, dove in antichità venivano eseguite le più importanti sentenze. Il tutto veniva sistemato come odierni tribunali, con un altare dietro al quale prendevano posto i giudici, due gradinate disposte ai lati che erano le sedi dell'accusa e della difesa, quindi occupate da avvocati e testimoni, infine, alle spalle vi erano le panche dove si sedevano i cittadini comuni o i parenti dei testimoni. Il sito, aperto sulla collina accanto al monte Olimpo, era ed è tutt'ora considerato sacro e degno di rispetto. Oreste viene condotto da Apollo sul monte dove viene allestito il processo. Atena è il giudice, le Erinni le accusatrici e Apollo l'avvocato difensore dell'uomo.

The Judgment Of The Son

In The Judgment Of The Son (Il Verdetto Del Figlio) è Atena a presentarsi davanti a tutti, la cui voce è scandita dal poeta DeFeis e dal suo pianoforte. "Fate silenzio, tutti. La verità è acuta e non c'è sempre nero o bianco, ma ci sono le sfumature, ma è anche vero che il crimine è grave". La strofa è leggiadra e sentimentale, mentre il ritornello è furioso, dove Apollo si alza e risponde, accompagnato dalla sezione ritmica nella tipica cavalcata power metal: "Alziamoci, la mia amicizia non è simulata, è una causa che mi sta a cuore. Io e il mio assistito li batteremo". Insomma, la prima arringa da parte dell'avvocato difensore è chiara. Questo brevissimo pezzo, meno di due minuti di durata, vede contrapposte e alternate due ritmiche e due linee melodiche, da una parte abbiamo la voce di Atena, scandita dal piano a mò di ballata, dall'altra parte troviamo il ritornello, radioso e furente, opera delle parole del dio Apollo, che difende Oreste. Riprende Atena, che si rivolge a tutti i presenti: "Dei e cittadini ateniesi, orgogliose Erinni, non facciamoci prendere dalle leggi tiranne, giudichiamo con parsimonia mettendo tutto sulla bilancia". Atena, lo sappiamo, è la dea della giustizia, raffigurata con una bilancia in mano sulla quale pesare il bene e il male degli uomini e con lancia e scudo, simbolo di sapienza e arte e di valori bellici. Al suo giudizio è affidato il destino di Oreste. Le risponde ancora Apollo, nella sua arringa.?

Hammer The Winds

Hammer The Winds (Martella I Venti) è speculare al brano precedente, dotato della stessa struttura e simile nella melodia, qui invece vediamo Oreste che dibatte con le Erinni. Questa volta, il pianoforte accompagna le parole dell'uomo, in una specie di ballata supplichevole, mentre il refrain scatenato descrive le accuse delle divinità notturne. "Dei che sovrintendono questo giudizio, imploro la vostra comprensione, spero di rinascere come il sole: lucente". La sezione ritmica, come nel precedente caso, ruggisce e potenzia la traccia, all'unisono esplodono basso, chitarra e batteria, mentre le tastiere si fanno da parte: "Nel vento martellante vediamo il sangue che pone fine alla vita e che brucia nelle tenebre. Siamo il potere della notte", rispondono in coro le Erinni, furiose. Ancora una volta troviamo in contrapposizione luci e ombre, sole e notte: Apollo, dio del sole e protettore degli Atridi, e Oreste, esponente positivo e fiero, contro le Erinni, demoni notturni e simbolo di morte. Atena si alza in piedi e, continuando con la stessa melodia e stessa furia sonora, risponde loro: "Candeggia la cieca oscurità, brucia nel cerchio, incoronata nell'orgoglio. Lasciate me giudicare". Atena, che già vede di cattivo occhio le furie, le zittisce all'istante.

Guilt Or Innocence

Guilt Or Innocence (Colpevolezza O Innocenza) è la strumentale che chiude la suite "The By The Gods Suite", appena un minuto di tastiere e batteria che simulano un canto sinuoso e tetro, a testimoniare il dubbio che assale la mente di Atena nel giudicare colpevole o innocente il povero Oreste. I tamburi di Gilchriest rintoccano come i pensieri che affollano l'aula dell'Aeropago, il pianoforte scandisce note buie che rimandano a una qualche colonna sonora di un thriller legale, accompagnandoci dritti al verdetto finale: "Innocente" scandisce Atena, liberando Oreste dalle accuse, complice anche l'amicizia con Apollo. La dea inoltre trasforma le Erinni in Eumenidi, ciò le Benevole, infondendo loro il sentimento di compassione che prima non avevano. Una specie di outro che pone fine a questa particolare suite frammentata da piccole tracce di un minuto, o poco più, ciascuna, sfumando per dare origine a un'altra breve e frammentata suite?.

The Fields Of Asphodel

The Fields Of Asphodel (I Campi Di Asfodelo) inaugura la seconda suite del disco, intitolata "The Legends Suite", e si profila come l'ennesima ballad al pianoforte, dove DeFeis si fa ancora più poetico e romantico, mettendo in risalto le paure di Oreste, nonostante la sua liberazione. "Così a lungo abbiamo osservato il fiume della violenza che scorre nella notte, alla ricerca di un qualche significato vecchio abbastanza da interpretare. Stanotte dirò addio alla mia valorosa vita". La ballata si esaurisce in pochissimo tempo, appena un minuto, recitato con voce rotta dalle lacrime, a ribadire le incertezze dell'uomo nei confronti del futuro. L'asfodelo è una pianta tipica delle regioni mediterranee, resistente a tutti i climi, anche quelli più impervi, e che in antichità veniva associata agli inferi. Nell'antica Grecia, infatti, l'inferno era pensato come una vastissima distesa di asfodeli. Un po' come i campi elisi per i romani. Oreste, dopo aver festeggiato la vittoria della causa, ringrazia Atena e Apollo e fa ritorno a casa, dove lo sta aspettando sua sorella Elektra. I due si ritrovano, si abbracciano e piangono. Ma dentro di sé, Oreste sente che nulla può tornare come prima.

When The Legends Die

When The Legends Die (Quando Muoiono Le Leggende) è un lungo monologo notturno da parte di Oreste, una ballata geniale e ricca di rammarico che dilania il cuore e che viene declamata alla luna, quando l'uomo si affaccia alla finestra di casa perché non riesce a dormire. Voce e piano che si fanno strada e via via vengono raggiunti da tutti gli altri strumenti. Oreste è pieno di dubbi, con la mente rivive tutta la vicenda, ricorda suo padre, la sua famiglia e il suo popolo. Ha voglia di raggiungerli nel mondo dei morti: "Gli occhi di mio padre mi fissano dall'oblio, il pianto di mia madre riecheggia nell'ombra", la melodia viene accentuata ancora nel pre-chorus, immaginifico e incredibilmente bello, dove DeFeis dimostra la sua grandezza alternando ruggiti a falsetti: "Ovunque vada vedo volti gelidi, ovunque vada mi sento rinnegato. Signore di questo mondo, lasciami da solo", e allora il vocalist si lancia nell'immortale ritornello, un capolavoro tragico che trasuda amarezza e dolore in ogni singola nota: "Troia è stata bruciata dopo un assalto di fuoco di mille giorni. Dolore e massacro, anche gli Dei mentono. Le leggende muoiono e piangono come pioggia". Oreste pensa che la maledizione della sua casata sia iniziata con la guerra di Troia, da quando suo padre Agamennone si è imbarcato per approdare sulle coste della leggendaria città, protetta dagli Dei. Una volta distrutte le mura, fino ad allora impenetrabili, la maledizione si è scatenata sulla sua famiglia. L'uomo piange per Troia, per i suoi cittadini, dunque chiede il perdono. Pursino è emozionante, drammatico, poi lascia ancora spazio al compagno DeFeis, un vero leone. "Rubo il vento, raduno i soli di tutti i mondi per illuminare il buio. La mia anima è stata forgiata nella nebbia, ingannare gli Dei è inutile, bisogna rispettare il loro volere. L'unico modo è distruggere tutti" e in questa frase Oreste pensa alla fine, al suicidio, facendo cadere la casata degli Atridi e condannando all'estinzione la sua razza. La power ballad prosegue senza cambi di tempo, seguendo una perfetta linea retta, modulata comunque da un DeFeis intenso che strepita, ruggisce, si dimena in una serie di falsetti che evidenziano lo struggimento del protagonista, acuito anche grazie alle incursioni romantiche del chitarrista.

Anemone (Withered Hopes.. Forsaken)

Anemone - Withered Hopes.. Forsaken (Anemone - Speranze Affievolite.. Abbandonate) è un pezzo di quasi un minuto cantato totalmente in falsetto, dato che è la dea Atena a parlare e che si palesa dinnanzi al suo protetto, lo stesso che ha salvato dal verdetto finale circa la sua condanna. Sopra un tappeto chitarristico di un certo effetto, tempestato di colpi alle pelli e dai rintocchi di pianoforte, Atena espone la sua benedizione, pregando suo padre Zeus al fine di accogliere l'animo di Oreste. "Zeus, padre mio, accogli tuo figlio, il suo mare è asciutto, la sua scintilla di vita svanisce alle prime luci dell'alba. Le mie braccia sono aperte". La traccia si prefigura come un'apparizione evanescente, di pochi secondi, dato che la divinità è accanto al letto di Oreste, appena addormentato dopo una notte tempestata di incubi. All'alba si ucciderà.

The Waters Of Acheron

The Waters Of Acheron (Le Acque Di Acheronte) chiude la seconda suite. Si tratta dell'ennesima strumentale di pochissimi secondi, che culla l'ascoltatore attraverso minimali rintocchi di pianoforte e sezioni orchestrali ben dosate dal tuttofare DeFeis. L'Acheronte è il fiume che, secondo la mitologia, partiva da Atene e giungeva dritto negli inferi. Le sue acque, invisibili ai viventi e che si palesavano solo ai morenti, scorrevano placide per trasportare i cadaveri dei defunti verso l'inferno. Oreste si sveglia di soprassalto, risvegliato dai raggi di sole che irrompono nella stanza, il suo cuore batte forte ed è tempo che la faccia finita per sempre. Gli occhi sgranati osservano la comparsa delle acque dell'Acheronte, affluente del fiume Stige, ben più celebrato nella mitologia antica. Caronte partiva proprio da qui per trasportare le anime dei morti negli inferi. Acheronte, in lingua greca, significa "fiume del dolore".

Fantasy And Fuge In D Minor (The Death Of Orestes)

L'assolo di piano prosegue imperterrito con Fantasy And Fugue In D Minor - The Death Of Orestes (Fantasia E Fuga In D Minore - La Morte Di Oreste), dove DeFeis dà dimostrazione della sua tecnica e di tutta la passione nei confronti della musica classica che colma il suo cuore. Siamo nella fase più concitata della saga, quando Oreste, appena sveglio, decide di trafiggersi l'addome con il suo pugnale, depresso dall'intera vicenda. Il suo animo è distrutto per il dolore causato e dalla maledizione che circonda la sua famiglia. Forse questa strumentale è un po' troppo lunga e rischia di stemperare la foga della narrazione, DeFeis si fa prendere la mano e si dilunga in questo assolo, comunque favoloso e struggente. Oreste, davanti all'aurora e senza dire niente a nessuno, nemmeno a sua sorella, decide di porre termine alla casata degli Atridi per ricongiungersi con i suoi familiari. La lama del pugnale lacera la carne e schizza sangue sul pavimento. Atena e Apollo piangono per la sorte dell'uomo, ma non possono intervenire sul suo destino. Entrambi sapevano già da molto tempo che tutto sarebbe finito in questo modo.

Resurrection Day (The Finale)

E giungiamo al gran finale con il brano più lungo dell'album, un brano altamente epico che racchiude l'intera epopea. Resurrection Day - The Finale (Il Giorno Della Resurrezione - Il Finale) è un po' la summa di tutti gli stili e della filosofia dei Virgin Steele, poiché è costruito da varie sezioni prelevate dai brani precedenti e allora troviamo parti delicate alternate a sfuriate metalliche, o sezioni orchestrali alternate a parentesi recitate. In questo contesto tutto il genio della band esplode in una miriade di scintille. I tamburi danno inizio all'ultima battaglia, scaraventando l'ascoltatore nel mondo dei morti, dove troviamo lo spirito dell'appena defunto Oreste. L'arpeggio acustico di Pursino è toccante e sinuoso come le acque del fiume Stige, percorso dal nostro protagonista in direzione dell'oltretomba. Delle tastiere soffuse emergono dal nulla e allora DeFeis, leggiadramente, attacca con la prima strofa: "Acqua e fuoco, le stagioni cambiano. Ora il tempo è giunto e le sacre mura del tempio dei morti mi stanno aspettando", dice lo spirito di Oreste, sulla gondola di Caronte. Atena lo raggiunge in quello che apparentemente potrebbe sembrare il refrain ma che si rivelerà essere solo un'interessante esplosione melodica destinata a modificarsi subito dopo, rivelando la grande ispirazione del combo americano e la direzione progressiva del brano. "Gli Dei oscuri si sono risvegliati alla luce del sole e le loro tenebre sono adesso ghiacciate. Essi non cureranno ma infonderanno la sacra luce". La sezione ritmica si potenzia, i fraseggi di Pursino sono affilati e velenosi, così come gli acuti del vocalist, infine arriva Gilchriest a velocizzare l'andamento, e così Atena intona il breve e intenso refrain, prelevato direttamente dal brano "The Judgement Of The Son", nel quale la dea, assieme a tutti i cittadini di Atene, recita parole serene e di speranza per tutta la città di Argo: "Rialzatevi e recuperate onore e grazia. Alzatevi e cavalcate il vento, la violenza è finita. Credete nel dominio della luce". Le tastiere si intensificano, il ritmo rallenta un poco e allora Oreste, in lontananza e le cui parole sono scandite dal falsetto, afferma che sta per tornare alla terra e che dalla terra rinascerà ancora. Inizia una meravigliosa parentesi strumentale, con un Pursino protagonista assoluto e che poi lascia spazio a Gilchriest. Ognuno gode del suo preciso spazio, dunque tornano le tastiere dirette da DeFeis e soprattutto la sua incredibile voce per declamare la fase più bella e clamorosa della canzone, quando i cittadini ateniesi si espongono in grida di giubilo: "Il destino ha deciso, siamo ancora vivi per la grazia degli Dei. Giustizia è stata fatta in un mondo di violenza e di dolore, siamo provati ma la fortuna è stata dalla nostra parte. Lì c'è il Paradiso". Atena e le Erinni, divenute buone, recitano un momento corale e fiero, ricco di sentimenti che richiamano orgoglio ed emozione e gioia, cambiando ancora una volta la linea melodica: "Nelle tenebre esplodono i raggi di luce, adesso siamo tutti uniti, circondati dal sole". Ci prepariamo, felici e contenti, per il finale della saga, i musicisti duellano tra loro e riportano in vita il tema principale della saga di "The Marriage Of Heaven And Hell", creando un geniale contatto con gli album precedenti. I Virgin Steele recuperano sempre quanto fatto e lo citano con gran classe, generando un ipotetico leitmotiv tra tutti i loro dischi. I falsetti di DeFeis tornano prepotenti nelle ultime battute, scaturiti dalle parole dello spirito di Oreste: "Sto tornano alla terra, dove appartengo e dove la mia carne rinascerà".

Conclusioni

La natura frammentaria di "The House Of Atreus - Act II" è ottima per assorbire completamente la vicenda, tanto che i 90 minuti complessivi non risultano mai noiosi o spenti. Accanto ai lunghissimi brani metallici tipici della tradizione Virgin Steele, si scorge una lunga serie di brevissimi intermezzi o addirittura veri e propri pezzi dal minutaggio contenutissimo, più che altro presenti nel secondo disco, che scorrono via in pochi frangenti, rappresentando l'imprevedibile natura della musica di questi talentuosi musicisti. Che si tratti di canzoni di dieci minuiti o di canzoni di un solo minuto, i Virgin Steele riescono a trasmettere il loro spirito progressivo, creando mini opere che si intersecano tra loro, si mescolano, si fondono, si inseguono e si riprendono garantendo piacevolezza nella narrazione e padronanza dell'esecuzione. Ci troviamo di fronte a una band che non ha paura di osare e che è in continua trasformazione ed evoluzione; mai un disco uguale all'altro, mai soluzioni già ascoltate in precedenza, o al massimo splendide e intelligenti citazioni riscontrabili lungo il corso della carriera, cercando di mantenere sempre e comunque coerenza e stile tipicamente epic metal. I Virgin Steele non conoscono il termine "stasi", perché proseguono un cammino sempre più articolato e intelligente unico al mondo che non concede mai e poi mai musica semplicistica, scarna o addirittura anacronistica, arricchendo ogni volta la propria proposta, lavoro dopo lavoro, decade dopo decade. DeFeis concretizza finalmente il suo più grande sogno, fondere heavy metal e opera, e lo fa portando a casa una saga monumentale, figlia del teatro e che al teatro si ispira, dato che l'autore scrive prima il copione della rappresentazione "Klaytemnestra" e poi lo converte in musica. Il capolavoro di Eschilo ispira la composizione dei Virgin Steele, colpendo dritti al cuore e alla mente il pubblico così come fece nel quinto secolo avanti Cristo. Il romanticismo-barbarico della formazione newyorkese raggiunge qui l'acme della maturità grazie a questa metal-opera di ampio respiro, una sfida mai compiuta da nessun'altra metal band nella storia, tanto che le intuizioni di un genio incredibile come DeFeis sono importanti per lo sviluppo di interi sottogeneri che proprio a cavallo tra gli anni 90 e i primi del 2000 sono in pieno fermento. "The House Of Atreus - Act II" è un lungo viaggio attraverso il mito, più dinamico e possente nel primo dischetto, più introspettivo e orchestrale nel secondo. Se il termine "barbarico" può essere applicato alla prima metà del secondo atto della tragedia, costituito da bordate selvagge quali "Wings Of Vengeance", "A Token Of My Hatred", "Fire Of Ecstasy" o "The Wine Of Violence", il termine "romantico" si addice maggiormente alla seconda metà, scandita da meravigliose ballate, "Arms Of Mercury" e "When The Legends Die", e da delicate strumentali e fulminei interludi, anche se poi non mancano incursioni metalliche come l'opening "Flames Of Thy Power" o la conclusiva "Resurrection Day", maestosa suite di dieci minuti che racchiude diverse soluzioni adottate nel corso dell'album, fondendole tra loro con grande maestria. Insomma, di materia su cui discutere ve n'è abbastanza e ciò dimostra l'indomabile genio creativo di questa band, sempre pronta a donare ai fans lavori mai facili, che si esauriscono nel giro di una dozzina di ascolti. Tutt'altro. L'arte dei Virgin Steele resta nel tempo, i loro album si ascoltano a bocca aperta anche dopo anni dalla loro uscita, perché sono opere che mantengono freschezza nel tempo risultando attuali, ieri come oggi. Eppure, nonostante la grandezza, il talento innato, la genialità espressa attraverso una serie interminabile di capolavori che ha quasi del miracoloso, la formazione guidata dall'eroico DeFeis resta costantemente in secondo piano, e lo dimostra il "The House Of Atreus Tour", partito all'alba del 2001 dopo aver assoldato il nuovo bassista, Joshua Block, in compagnia degli Hammerfall, nel quale sono proprio i Virgin Steele ad aprire scandalosamente per la giovane band svedese, all'epoca sulla bocca di tutti, pompata a dismisura sia dall'etichetta che dalla critica, ma che, nonostante le vendite esorbitanti dei loro primi album, si rivela una band dall'ispirazione piuttosto limitata e dall'esecuzione modesta, seppur discreta e (fin troppo) coerente, per non dire statica. Purtroppo gli americani sono costretti a sottostare alle regole del mercato ma non si lasciano abbattere, regalando prestazioni da brividi e di lunga durata, dimostrando una fantastica attitudine live, enorme tecnica e un vocalist a dir poco sovrumano.

1) Wings Of Vengeance
2) Hymn To The Gods Of The Night
3) Fire Of Ecstasy
4) The Oracle Of Apollo
5) The Voice As Weapon
6) Moira
7) Nemesis
8) The Wine Of Violence
9) A Token Of My Hatred
10) Summoning The Powers
11) Flames Of Thy Power (From Blood They Rise)
12) Arms Of Mercury
13) By The Gods
14) Aeropagos
15) The Judgment Of The Son
16) Hammer The Winds
17) Guilt Or Innocence
18) The Fields Of Asphodel
19) When The Legends Die
20) Anemone (Withered Hopes.. Forsaken)
21) The Waters Of Acheron
22) Fantasy And Fuge In D Minor (The Death Of Orestes)
23) Resurrection Day (The Finale)
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