VIRGIN STEELE

The Book Of Burning

2002 - T&T

A CURA DI
ANDREA CERASI
06/12/2017
TEMPO DI LETTURA:
8

Introduzione Recensione

L'incendio come metafora ricorrente, il fuoco come simbolo di vita e di morte, legate eternamente tra di loro in un ciclo infinito e immutabile. Cenere e scintille elementi sempre costanti della musica e delle canzoni dei Virgin Steele: dal grande incendio di Roma, celebrato nel brano più famoso della storia della band, fino a quello che divorò la città di Troia raccontato nella saga degli Atridi. Il fuoco che celebra il Mito e i suoi leggendari personaggi, e così anche la musica della band epica per eccellenza. Questa volta l'illustratrice Marisa Jacobi si limita a riprendere una foto, scattata sulla spiaggia di Long Island, New York, del buon David DeFeis, in ginocchio e con una spada conficcata nella sabbia, e a ritoccarla, avvolgendo la sua sagoma con un'aurea ardente e ponendola su un semplice sfondo nero. La copertina di "The Book Of Burning" è sicuramente la più scarna e meno efficace di tutta la discografia dei Virgin Steele, band che solitamente soddisfa non solo dal punto di vista musicale ma anche dal punto di vista visivo grazie ad art-work bellissimi e ricercati. Al di là dell'aspetto puramente visivo, il nuovo album della band americana nasce con l'idea di proseguire le celebrazioni del ventennale di carriera iniziate con la raccolta "Hymns To Victory", e così, il 25 gennaio 2002, il pubblico ha l'occasione di ascoltare un ulteriore tassello della magica discografia di DeFeis e soci; non un vero e proprio album, piuttosto una raccolta-concept che racchiude molto materiale interessante legato dal tema del fuoco, inteso come simbolo di apocalisse. Come suggerisce il titolo, "The Book Of Burning" va inteso come una specie di libro contenente pezzi incendiari che illustrano gran parte della carriera dei Virgin Steele, dalle origini all'alba degli anni 80 fino all'inizio del terzo millennio, il tutto distribuito in ben sedici estratti che raccontano venti anni di onorata carriera. All'interno del disco c'è di tutto e di più: brani ri-arrangiati provenienti dai primi due full-length (fuori catalogo per via dello storico litigio tra DeFeis e Starr) e inediti composti nel corso degli anni e mai rilasciati, tra cui alcuni prelevati dalla demo "Reunion Of Steel" del 1997 che vedeva ancora una volta la collaborazione tra DeFeis e l'eterno amico/nemico Jack Starr. In tutto questo, sono presenti anche due pezzi ripescati (e modificati) dall'album del 1986 "Sin Wil Find You Out", opera unica della finta band femminile Original Sin, che altro non era che il secondo progetto fake, dopo quello degli Exorcist, che nascondeva la formazione degli stessi Virgin Steele con l'aggiunta della sorella di David, Danae DeFeis, dietro al microfono. La raccolta, da molti considerata album a tutti gli effetti, va concepita come un libro che raccoglie prezioso materiale proveniente da diverse epoche e che illumina il pubblico sui diversi stili adottati dalla band nel corso della carriera. Ma non finisce qui, perché per festeggiare al meglio i venti anni di attività, la formazione newyorkese introduce al mondo non solo il nuovo membro stabile, il bassista/chitarrista Joshua Block, qui alle prime prove in studio dopo il "The House Of Atreus Tour", ma ospita in alcune tracce anche il batterista Frank Zummo, amico di vecchia data che fu già ospite nel 1995 sul tema principale di "The Marriage Of Heaven And Hell", e il chitarrista/ingegnere del suono Steve Young. Insomma, dopo la lunga serie di pachidermici concept-album, "The Book Of Burning" riporta i Virgin Steele indietro nel tempo, tracciando un ponte con l'heavy metal classico, quello meno sinfonico e meno articolato, costituito da pezzi diretti e da liriche meno teatrali, come da tradizione anni 80. In tal caso, abbiamo un disco di purissimo epic metal dinamitardo contenente pezzi di grandissima fattura, dove la band ha modo di testare la nuova formazione e di riassaporare una sensazione di libertà musicale che per forza di cose viene limitata nei concept-album, lunghi e complessi, che devono obbligatoriamente seguire una linea narrativa rispettando determinati schemi sonori per far sì che la dimensione musicale resti compatta e non si disperda durante l'ascolto. In questo album, invece, emergono diverse sfumature provenienti da due decadi di metallo, seppur ben amalgamate tra loro grazie al favoloso lavoro di produzione che riesce in pieno ad avvicinare brani anche diversi per natura e per suono, uniformando il tutto. David DeFeis e l'ingegnere del suono Steve Young riescono a rendere "The Book Of Burning" un album compatto, potentissimo e prodotto divinamente, dove i vecchi pezzi vengono rivisitati alla grande, trovando una lucentezza epica ancora più accentuata che in origine, mentre quelli inediti risplendono di luce propria testimoniando un'ispirazione mai sopita.

Conjuration Of The Watcher

Conjuration Of The Watcher (L'Incantesimo Del Custode) è il remake del disco fantasma "Sin Will Find You Out", della female band Original Sin, finta band che nascondeva i membri dei Virgin Steele e in più Danae DeFeis, sorella di David, come vocalist. Piano piano DeFeis ha recuperato tutto il materiale scritto nel 1986, sia con gli Original Sin che con gli Exorcist, e lo ha inserito negli album della band madre. Di questo album, ad esempio, i Virgin Steele hanno riadattato brani quali "The Succubus", che ritroveremo più in là in scaletta, ma anche "The Curse", "Bitches From Hell" e "The Devil To A Daughter", che saranno contenuti come bonus tracks nelle recenti ristampe degli album "Age Of Consent" e "Noble Savage". "Conjuration Of The Watcher" era stata programmata per prendere parte al primo "The House Of Atreus", salvo poi essere estromessa e recuperata in questa occasione. Il ritmo è furioso, potentissimo, qui la band dà il massimo grazie a una prestazione stratosferica. Pursino si sdoppia e ruggisce sia in qualità di chitarrista che di bassista, Gilchriest pesta duro senza fermarsi tempestando di colpi la sua batteria e DeFeis è divinamente cattivo nel mettere in mostra le sfumature della sua voce, passando da tonalità basse e demoniache a quelle alte dove urla facendo rabbrividire gli ascoltatori a causa di una potenza vocale fuori dal comune. L'attacco è da infarto, sezione ritmica sparata a mille, dove chitarra e basso si alternano in fraseggi ipnotici e malvagi sui quali David interpreta il primo terremotante verso: "Sul sacro terreno sono circondato da spettri che non producono suoni. Il cerchio deve chiudersi prima che tu sia ritrovato. Luce alla luce, sigillo antico, antica forza, il tuo sangue sarà spillato se non evochi l'incantesimo". La sua voce è cattiva ma pronta ad alzarsi non appena si giunge al pre-chorus, dove troviamo un accenno melodico di grande impatto, scandito dai colpi furenti di Gilchriest che ci sconquassa l'animo. "Una presenza riempie l'aria, spade fiammeggianti strette in pugno, emerge un potente essere antico dalle sabbie deserte", capiamo che un personaggio particolare, forse una divinità, sta risorgendo dal deserto, evocato da un rituale magico prodotto dalla danza degli spiriti che aleggiano in aria sventolando armi. Il guardiano potrebbe essere il custode di un tempio antico dove una divinità ha riposato per millenni prima di essere risvegliata, e perciò è testimone di questa rinascita. Un piccolo rallentamento ed ecco che il ritornello viene scatenato attraverso una carica rinnovata, furiosa e ribelle, dove la sezione ritmica accelera alzando un incredibile muro di suono. "Egli sta osservando, li vede bruciare, sta guardando le fiamme che li avvolgono tutti e che brillano nel tempo. L'osservatore divora le immagini e brama lo stesso effetto nella sua mente". Questo ritornello è da brividi, DeFeis urla e ruggisce a più non posso, raccontando la vicenda, questo magico rituale spiritico. Sono immagini potenti, che si stagliano subito in testa e che prendono vita nell'immediato. Le linee melodiche non sono molto orecchiabili ma basta una potenza devastante per imporsi all'orecchio. Si continua incrociando basso e chitarra attraverso suoni contorti e inquietanti, che danzano nell'aria come gli spettri del testo: "Lume di candela, oltre la scalinata si trova la porta magica, non bisogna fare tardi, c'è in gioco il tuo destino"; insomma, è tempo che il guardiano prenda parte al rituale, varcando la sacra porta per unirsi agli spiriti e danzare con loro, diventando egli stesso una figura astratta e brillante. Intervengono le tastiere per iniziare il rito sciamanico, una fase strumentale splendida e ingegnosa guidata da DeFeis, dove sono proprio le tastiere a sovrastare le chitarre per poi ricondurci al fantastico refrain, ripetuto fino alla chiusura.

Don't Say Goodbye (Tonight)

Don't Say Goodbye - Tonight (Non Dire Addio - Stanotte) abbandona il retrogusto AOR delle origini che veniva trasmesso attraverso le tastiere, in primo piano, e devia su tonalità più epic metal potentissime. La chitarra infuocata di Starr viene sostituita da quelle di Steve Young (sei-corde e basso) e da Joshua Block (sette-corde) che originano un suono devastante, corposo e muscoloso che va a sfidare direttamente la possente batteria Frank Gilchriest. Il basso è nitido e grasso, dunque subentra la graffiante voce di DeFeis che sbraita tra la polvere, dividendosi in acuti angelici e parti demoniache. L'istinto epico genera una cavalcata metallica che trae origine dalle onnipresenti tastiere del vocalist, suonante come fossero proiezione delle chitarre, lanciate in una corsa sfrenata che mette i brividi sulla pelle. "C'è un pericolo nell'aria che si sta generando, un sentimento di disperazione, non è la prima volta che accade e già sento i tumulti dell'odio", l'aria è incandescente, la notte disperata, un amore è stato tradito: un sentimento tragico e depresso prende vita quando la donna scompare dalla vista del suo uomo, sbattendo la porta con forza e salutandolo in malo modo. "La gelosia è rinata, posso vedere la serpe nei tuoi occhi, il tempo è giunto e ci sta colpendo dritti al cuore", grida DeFeis nel pre-chorus. Resta il silenzio, la realizzazione di una passione terminata nel modo sbagliato. I tremori dell'odio recano sussulti che colpisco dritti al cuore, tremori scaturiti dalla chitarra terremotante e che si agitano in questa strana notte. Inutile implorare di restare, la ragazza fugge con la paura negli occhi, come se avesse risvegliato il male col suo addio sofferto, e così il tempo è giunto a separare la coppia. Il lungo addio notturno, la disperazione, l'anima lacerata dalla sofferenza, un'esplosione di sangue bollente schizza nell'aria della città, il basso orgoglioso, la chitarra violentata, la voce squillante e implorante di un DeFeis mefistofelico che intona un ritornello magico e paradisiaco, dalla melodia intensa e dai toni aulici: "Non dire addio, stanotte. Ti imploro di rimanere". E proprio quei toni si smorzano per un solo istante quando le tastiere riprendono vita, più oscure rispetto alla versione del 1983 ma altrettanto magiche; allora il cuore salta in gola, le lacrime fuoriescono dagli angoli degli occhi e scendono a solcare le guance. La prestazione è da svenimento. Young si interseca alla perfezione con Block generando una dimensione strumentale depressa e drammatica, dove la malinconia affoga nella totalità dei suoni. Il vocalist riprende, amareggiato e un poco adirato con se stesso: "Andato, perso in un solo istante, una parolaccia e poi la porta sbattuta, è troppo tardi ormai e il cielo oscuro urla il tuo nome". Tutto è perduto, purtroppo, adesso e per sempre. Tutto è stato perso in un solo istante per colpa della propria gelosia, l'uomo non ha imparato nulla dagli errori precedenti e allora la sua donna è sparita definitivamente nel buio della sera, sulle ali dell'oscurità. Adesso il nome di lei riecheggia nell'aria, portato a spasso dal vento caldo dell'estate, e velenosamente si ripete una sola domanda: "Riusciremo mai ad imparare ad amare?". DeFeis, cantore dell'amore e della guerra, ci regala una rivisitazione delle sue prime perle musicali, di drammatica intensità e qui ancora più potente, più devastante. Una gemma epica.

Rain Of Fire

In Rain Of Fire (Pioggia Di Fuoco) abbiamo una drum-machine, e infatti il suono reale si disperde abbondantemente, ma bisogna anche dire che questa traccia faceva parte di un progetto mai giunto a termine e rimasto nel cassetto per molti anni. Il titolo del lavoro era "Reunion Of Steel", lavoro che avrebbe dovuto sancire l'inizio di un rapporto pacifico tra DeFeis e Jack Starr, mai del tutto sanato, tant'è che in questo album ritroviamo i quattro pezzi composti dai due, ovviamente totalmente risuonati e riprodotti. In questo caso, alle chitarre, troviamo Joshua Block e Steve Young, che danno vita a un pezzo dinamitardo, semplicemente eccellente. DeFeis spara un lungo acuto cullandoci in una dimensione epica, dunque attacca la base ritmica con chitarre e basso in primo piano: "Convochiamo lo spirito del dio del fuoco, siamo riuniti nella notte per celebrare l'uccisione della bestia, siamo i re convocati dai sacerdoti. Il dolore e la sofferenza dei nemici è musica per le nostre orecchie". DeFeis interpreta magistralmente le liriche bellicose e rituali, per poi lanciarsi nel bellissimo ritornello nel quale utilizza le multiple vocals per dare enfasi alla narrazione e per potenziare il tutto, accompagnato dai due chitarristi che, in sottofondo, costruiscono un tappeto sonoro fitto e oscuro nel quale il basso emerge prepotente. "Pioggia di fuoco, lava il mio dolore, spazza via il mio destino e fammi rinascer di nuovo. Pioggia di fuoco, sangue che goccia dal cielo, sono il signore delle mosche e rinasco sulle ali dell'odio". Il testo ci parla ancora una volta di un canto bellico in onore della guerra e del fuoco, divinità rappresentante dell'inferno terreno, che sa punire ma anche purificare gli uomini. La batteria campionata scalpita conducendo alla volta di questo rituale magico e soave, e la musica si profila essere come una danza attorno al fuoco sacro. "Presto sarà tutto finito e ci raduneremo per la festa, ascolta i pianti delle donne dei nostri nemici, mentre questi strisciano verso di noi. I loro Dei si sono dimostrati perdenti", e qui troviamo ancora l'invocazione del fuoco e la sua benedizione prima di andare in guerra, nella quale si chiede di purificare il campo di battaglia e di annientare il nemico, di bruciare la sua carne e renderlo inoffensivo. Siamo in territori barbarici, l'acciaio e il sangue guidano i popoli e dominano le loro menti. DeFeis spara un acuto spaventoso ed inizia un'intensa fase strumentale, dove Block e Young si alternano in assoli continui e travolgenti e in fraseggi dannatamente epici. Dunque intervengono le immancabili tastiere e allora DeFeis ci delizia con un bel assolo tastieristico, stemperando i toni cupi e cantando: "Una volta era libero e coraggioso, adesso il vostro popolo è schiavo", chiarendo che ormai la battaglia è terminata e i nemici sono stati sconfitti. Dopo l'ultimo ritornello si sfuma con una deliziosa e romantica coda, giostrata su chitarre acustiche e sulla voce angelica del vocalist che ci conduce al riposo e alla pace interiore ringraziando Anu, dio della religione sumera.

Annihilation

I Virgin Steele molto spesso ci regalo composizioni tanto splendide quando brevi, che si pongono come veri e propri interludi-canzoni concentrati in pochi secondi. È il caso di Annihilation (Annientamento), incredibile brano di un minuto scandito da leggiadre tastiere e da una chitarra acustica, il tutto suonato da DeFeis. L'atmosfera è intima, cupa e raffinata: "I loro resti travolti dalla polvere, che non lascia segni o tracce una volta spolverata. Gli Dei del tempio ricorderanno il mio nome, il prescelto dal signore del fuoco", recita il vocalist con grande pathos esaurendo, così, il testo di questa perla melodica. Una semplice quartina che si stampa bene in mente, dalle parole auliche che sono una preghiera agli Dei e, al tempo stesso, una drammatica constatazione sul trapasso del tempo. La mortalità dell'uomo è data dalle grida disperate e dagli acuti femminei di DeFeis, capaci di trasformare la ballata in un canto di speranza. La carne umana è destinata ad annientarsi, ma qualcuno ricorderà il nome dell'eroe? La domanda è delicata e soave, così come l'interpretazione del tuttofare David, che alterna tastiere e chitarra, suonando in maniera sommessa, quasi trasportandoci nel suo mondo e accarezzandoci con le sue note armoniose.

Hellfire Woman

Hellfire Woman (Donna Infernale) comporta una natura gloriosa e trionfale, con le chitarre di Young e Block che graffiano producendo suono sinistri e malefici. DeFeis interviene con voce solenne, scandendo bene ogni singola parola, narrandoci di questa donna venuta dall'inferno e avvolta dalle fiamme: "Lei ti farà sanguinare, ti farà morire, ti ferirà con un coltello, come un gatto selvatico ti graffierà con gli artigli. Se proverai a lasciarla ti pugnalerà alle spalle". Sono queste le rassicuranti parole che descrivono la belva felina, ovvero la donna della quale si è innamorato il giovane protagonista. La musica è sinuosa come le curve della ragazza ma, attraverso il raggelante riffing portante, si intuisce un pericolo costante. Il ritornello ci raggiunge subito, delizioso e leggiadro, ma dotato di parole acide e vendicative: "Donna infernale. Niente è furioso come quella donna, niente ti conduce allo stesso modo sul sentiero che porta agli inferi". Insomma, meglio non farsi nemica una fanciulla del genere, perché è il tipo di donna non difficile da capire, che va rispettata e trattata con i guanti, altrimenti sono guai. Tra un acuto e l'altro, DeFeis si posiziona dietro le sue amate tastiere e allora, con tocco morbido, genera una sublime parentesi orchestrale, mentre Steve Young accenna un breve e pungente assolo proprio quando il vocalist sta per intonare il possente bridge: "So che è un demone, una creatura oscura e malefica. Lei è il male ma io sarò forte e resisterò, galleggerò in un'orgia di passione. Lei è la mia dea ed io il suo dio". L'uno non può fare a meno dell'altro, i due si compensano e generano questo rapporto malato e morboso, pericoloso ma pieno di passione. Joshua Block e Stave Young intavolano un bel duello, prima di lasciare spazio nuovamente al leader DeFeis per affrontare l'ultima parte di questo velenoso mid-tempo. Le tastiere retrocedono lentamente e ritorna la cattiveria metallica: "Lei scivola nel mio letto, seducente come un corvo e secondo un rituale di passione e di paura, dove la salvezza risplende solo in questa divinità". L'uomo capisce che se vuole restare in vita deve continuare a venerare la donna, accoppiarsi con lei e restarle sempre accanto. Lei è una dannazione, lei rappresenta il peccato, lei è un demone dell'inferno; è puttana, è vergine, è amante, è demone, è regina pagana. La coda finale è lunga e articolata, gli strumenti si sfidano in duello, accelerando e rallentando il ritmo, irrobustendo il brano e poi creando spazi nei quali vengono inseriti spezzoni orchestrali dosati sapientemente dall'ingegno del prode DeFeis. Un ottimo pezzo.

Children Of The Storm

Children Of The Storm (Figli Della Tempesta) è, come la song originale, una tempesta sonora impressionante, qui resa più squillante e cattiva, anche grazie alla voce matura dell'aedo DeFeis. I riff tritaossa sono eseguiti da Block e da Pursino, mentre Steve Young si occupa del basso; la voce acutissima del giovanissimo DeFeis è qui sostituita da un'interpretazione molto più matura e meno spericolata, che comunque si adatta perfettamente alla natura violenta del pezzo. "Buttate giù il muro, spezzate le catene, il vento malvagio e selvaggio sta ululando i nostri nomi nel regno del fuoco" Forgiati nel fuoco sacro dell'acciaio, i figli della tempesta non si inginocchiano mai. Siamo in un tempo antico, indefinito, dove venti gelidi sferzano l'aria, ululando il nome di una divinità. Il mondo è deserto, ridotto a un ammasso di incendi, fulmini e tuoni che rimbombano ovunque. Il male, la lussuria e la violenza dominano la terra, ma i figli della tempesta, eroi scelti dagli Dei, sono alla ricerca del sole, di un posto felice dove far proseguire la propria progenie. DeFeis divora strofe e si inerpica in un ritornello brillante, gridato a squarciagola, tempestoso come il testo di cui tratta. Le chitarre e il basso creano vortici di suoni incandescenti, dunque si riprende con passo veloce dopo un primo accenno di assolo. "Con cuori adirati abbiamo scalato la fortezza i cui vertici raggiungono il cielo, invano abbiamo ruggito e siamo stati sconfitti. Sua maestà regna in cielo. Nel vento e nel ghiaccio ci raduniamo per vendicare il demone del cielo". I prescelti si riuniscono per affrontare il male, sconfiggere i demoni che solcano i cieli e uccidono donne, fino ad aprire le porte del paradiso, dove un fascio di luce si estenderà sul mondo, infondendo coraggio e serenità. La sezione ritmica accelera il passo, nei colpi di Gilchriest c'è una potenza impressionante, mentre le chitarre spillano sangue con foga. L'assolo originario di Jack Starr, che era una meraviglia senza tempo, viene sostituito da uno ancora più geniale di Pursino, dalla tecnica sofisticata e dalla grinta lustrata, con i cori che crescono lentamente di intensità, così come le tastiere pompose, aumentando un pathos epico che in origine era solo intuibile, infine ecco l'ennesimo cambio di tempo per un brano che sorprende minuto dopo minuto, e allora parte una lunga sezione strumentale che illumina tutti i musicisti, alternandosi in soli fantasmagorici che si prolungano a dismisura. David grida al mondo intero di confidare solo nella spada, stretta nella propria mano, e di tenere alta la fiamma che arde dentro ognuno di noi: "Confiderò la forza della mia canzone, oltre la fiamma oscura del terrore, nella mia mano esiste una forza indomita, la spada incandescente". Se già nel 1982, ossia nell'album di esordio della band, "Children Of The Storm" godeva, oltra a una melodia pazzesca e a una trama articolata, di un suono devastante, ascoltate questa versione ri-arrangiata: ancora più potente, ancora più tecnica, ancora più epica.

The Chosen Ones

The Chosen Ones (I Prescelti) vede la partecipazione delle sorelle di DeFeis, Doreen e Danae, ai cori. Entrambe cantanti professioniste, si fanno subito sentire in apertura con dei cori epici che riportano alla colonna sonora di un qualche film. Il brano, dopo la bella e intrepida intro, diventa un mid-tempo scandito dal main riff di Pursino e dalla drum-machine programmata dallo stesso DeFeis. Il verso è lungo e suddiviso in due corpi, l'uno costituito da batteria e voce e l'altro che si appoggia al basso e alle tastiere. "Marciando tra le dune del deserto, scossi da parte a parte, senza cibo o acqua. Neanche pioggia. Tante lacrime e tanto dolore, la strada è lunga e la notte è fredda, siamo lontani da casa"; subito si descrive un mondo apocalittico, desertico e fitto di pericoli, nel quale questo manipolo di soldati sta marciando alla ricerca di vita e di cibo. Siamo in una situazione catastrofica e delicata, ecco che giunge il buon ritornello, gestito dalla parte orchestrale, con le tastiere in primo piano e i cori in sottofondo. "Li chiamano i prescelti, ma è una bugia. Li chiamano prescelti eppure muoiono. Perché sono chiamati prescelti se devono soffrire e morire? Solo il dolore qui è reale", da queste parole si deduce che i prescelti non godano di grande fama, visto che sono stati abbandonati sul campo di battaglia a morire di fame. In un certo senso, le liriche scritte da DeFeis e Starr sono alquanto originali, perché non parlano di eroi impavidi e indistruttibili, ma evidenziano le fragilità dell'uomo, le sue paure, la sua disperazione. Non c'è speranza di salvezza, non c'è futuro. Ma gli uomini continuano a camminare nel deserto, sperando di incontrare un villaggio. Gli acuti del vocalist sottolineano i dolori dei ragazzi: "Spade e frecce non significano nulla, non rappresentano il nome dei signori che ci comandano. Vivere in conflitto è l'unico destino che abbiamo, vaghiamo da un'eternità, ma non possiamo più reggere". Gli uomini rinnegano il nome del loro re, che li ha condannati a morte, li ha abbandonati sul campo e lasciati a marcire. Pursino accompagna il cantante con una serie di riff posseduti, inquietanti e sinistri, che sembrano evocare l'estenuante marcia di questo manipolo di soldati lasciati in balia degli eventi. In tutto ciò pulsa alla grande il basso suonato dallo stesso DeFeis, qui nelle vesti di tuttofare, che ci regala un corposo e tenebroso giro di note. Ogni tanto le sue tastiere trillano nell'oscurità, si palesano tra un fraseggio di chitarra e l'altro e, sui colpi di batteria, Block e Pursino incrociano le asce a sei e a sette corde creando vertiginosi momenti di disperazione. DeFeis grida di continuare a marciare, emette falsetti, gridolini femminei e altri più virili, incitando i suoi a non perdersi di morale, ma sa che probabilmente moriranno tutti. "Solo il dolore ci mantiene vivi" è la sua unica consapevolezza.

The Succubus

Il classico ruggito di DeFeis e attacca The Succubus (Il Succube), l'altro brano prelevato da "Sin Will Find You Out" e rimodellato per l'occasione. In questo contesto i Virgin Steele esprimono tutta la loro foga sonora e la brutalità della loro musica intonando un canto di guerra; attraverso questa cavalcata metallica potentissima e travolgente percepiamo lo spirito epico dei singoli musicisti: Frank Zummo pesta duro, incitato dagli acuti onnipotenti di DeFeis, mentre Joshua Block e Steve Young mettono in tavola un muro di suono solido e terremotante che regge per tutta la durata del pezzo. Tre minuti di delirio, in cui la melodia fa capolino solo nel conciso pre-chorus e nel magnifico ritornello. Per il resto, violenza e ruggiti a profusione: "Stasera il male cammina tra noi, il terrore uccide la luce, furie fantasma come piaga del mondo. I demoni seducenti respirano, diffondendo il seme della lussuria. Siamo figli della disperazione". Dimensione apocalittica, i demoni solcano i cieli e gli umani sono dannati. La melodia riesce ad aprire un varco nel muro di suono partorito dagli strumenti, e allora gustiamo il delizioso pre-chorus: "Notte buia, la lussuria discende. Loro portano la pioggia del diavolo". La pioggia è vista come lo sperma del diavolo, incandescente e letale, capace di trasformare l'essere umano in creatura assassina. Non c'è attimo di respiro, le chitarre ripartono sparate a cento all'ora: "Loro vengono per banchettare sulla nostra carne, hanno forme diverse, posso essere dolci fanciulle o bestie squamose, noi siamo come polline per le api", e da qui capiamo che le creature infernali, mandate dal diavolo, posso assumere diverse forme al fine di ingannare l'uomo, vittima di questo atroce destino. Siamo tutti succubi della violenza, succubi del fato nefasto. Ciò viene ribadito nello splendido ritornello, un vero capolavoro di melodia ma che non rinuncia alla potenza istintiva del brano più possente dell'album. "Il succube vive del vostro sangue e della vostra discendenza. Una visione infernale che delizia quando sanguiniamo. Il desiderio è tortura come sete senza acqua, quindi facciamo attenzione quando andiamo a letto", sono queste le profetiche parole gridate dal vocalist, in quanto ci avverte tutti di non farci ingannare da chi ci portiamo a letto, perché potremmo essere traditi nel peggiore dei modi, mischiando il nostro seme con quello di un demonio, dando origine alla prosecuzione del male. Un testo dai risvolti horror, costruito dalla forza delle chitarre che creano un frastuono infernale e dal basso e dalla batteria suonati da un DeFeis scalmanato. Steve Young produce un assolo fatale, assassino, dimostrando una tecnica invidiabile, dando inizio alla seconda parte di questo velocissimo e brevissimo brano che non lascia scampo.

Minuet In G Minor

Minuet In G Minor (Minuetto In G Minore) è un interludio classico di 40 secondi, identico per filo e per segno alla versione originale, salvo essere registrato, questa volta, con una produzione scintillante che era assente in origine. Il tutto è affidato alle tastiere di DeFeis, oggi come allora, che eseguono una bella introduzione di natura operistica ripresa dal compositore tedesco Sebastian Bach; niente di tecnicamente complesso, stavolta, ma sicuramente delizioso da ascoltare, anche perché troviamo le pelli di Gilchriest e la chitarra di Pursino a dare una mano. Nel 1982 questo pezzo introduceva il primo omonimo disco dei Virgin Steele e faceva coppia con un brano intitolato "Danger Zone", e si prefigurava come un passo d'importanza storica, dato che mai prima di allora le tastiere erano state introdotte nell'heavy metal. La band scelse di aprire così quel disco per dare un segnale forte e preciso, aprendo così a un mondo sonoro ancora inesplorato e che avrebbe influenzato migliaia di band e decine di sottogeneri metal. In questa rivisitazione, ovviamente, l'importanza storica viene stemperata, nel 2002 ormai non ci si meraviglia più di nulla, ma almeno l'aspetto magico e mistico resiste ancora e anzi, viene addirittura raddoppiato dalla nuova veste.

The Redeemer

The Redeemer (Il Redentore) è un pezzo risalente al 1983, qui ri-arrangiato alla grande con la partecipazione del batterista Frank Zummo, in temporanea sostituzione di Gilchriest. Le tastiere sognanti assumono maggiore enfasi e spiccano su tutta la sezione ritmica, la quale intona una vera e propria marcia trionfale capace di cambiare forma lungo il percorso, interrompendosi più volte per cambiare ritmo, passando da tonalità leggiadre e solenni ad altre serrate e minacciose. Il redentore prende subito parola attraverso un DeFeis imperioso, e ci chiede di inginocchiarci e di pentirci dei nostri peccati: "Dalle montagne arrivano gli anziani, con un messaggio per l'umanità. Fuoco e zolfo investiranno tutto, ma voi non guardatevi indietro e proseguite il cammino". I saggi sembrano suggerire il detto Dantesco "Abbandonate ogni speranza, voi che entrare", recitando in coro i moniti delle divinità, e allora gli uomini capiscono che devono fuggire dalla catastrofe, facendosi guidare dai loro ordini. Il pre-chorus è impetuoso, gli strumenti si innalzano come reliquie sacre, i musicisti, così come i vecchi saggi scesi dalla montagna, annunciando il verdetto attraverso il meraviglioso ritornello: "Redentori, salvate le nostre anime, donateci pace e annullate questa guerra", ma intanto, intorno, la vita sta scomparendo, così come è scritto nel destino, così come ha predetto l'oracolo. Il sangue è sparso, la carne bruciata, morte e dannazione sono il destino dell'uomo: "Morte e dannazione sarà il nostro destino. L'oracolo si è espresso, il purgatorio attende. Mille maledizioni si stanno per scatenare sulla terra. Il fuoco infernale ci spazzerà via, è meglio mettersi in salvo". Le turbolenze che imperversano nelle liriche sono sottolineate dagli assoli vorticosi di chitarra e dalle raffiche di batteria, ma non è tutto, perché subito dopo la prima fase strumentale si accende una seconda parentesi strumentale, dove DeFeis esegue uno stranissimo assolo di tastiere, con i synth sparati a mille che producono un effetto apocalittico, in linea con quanto narrato. Il giorno del giudizio è finalmente giunto, gli umani uniti sotto il comando degli anziani, emissari degli Dei, tutti insieme nell'intonare un coro di pace e di speranza, sperando che il sole sorga di nuovo, l'indomani. Il brano è un capolavoro totale, dotato di una struttura tripartita che accelera il passo di strofa in strofa, capace però di fermarsi a ragionare ad ogni cambio di tempo, creando una sorta di sali-scendi che crea forti emozioni: emozioni di confusione, di estasi, di gloria ma anche di smarrimento e minaccia, dato il contesto narrativo non proprio felice e che si spegne tramite una sinistra cantilena prodotta dalle tastiere, quasi a ricordare la colonna sonora di un film horror. Un brano dannatamente epic metal che non perde un briciolo di freschezza nonostante gli anni accumulati sulle spalle, grazie alla nuova produzione e alla classe dei musicisti coinvolti.

I Am The One

I Am The One (Sono Il Prescelto) è sognante e forse anche più bella della versione originale. DeFeis è femmineo e dotato di voce acuta come quando era giovincello, e ci trasporta in un'altra dimensione, apparentemente dolce e delicata, rischiarata da una luce paradisiaca che si è estesa con la caduta sulla terra di una stella. "Questa sera, dal cielo è caduta una stella fiammeggiante, per me è stato un segno chiaro: devo spiegare le ali e volare. Gli angeli stanno piangendo per il destino della cometa, hanno un cattivo presagio". Un bagliore improvviso ha immerso l'ambiente, e le voci degli angeli hanno chiamato il nome del giovane affacciato alla finestra. Il suo corpo ha perso peso e ha assunto una consistenza gassosa, tanto che ha potuto spiccare il volo e raggiungere quelle voci soavi. L'uomo è stato trasformato in angelo, è lui il prescelto, colui che dovrà badare per sempre alla sua donna. L'arpeggio mistico eseguito dallo stesso DeFeis presto si trasforma in un riffing ipnotico e magmatico, impreziosito dall'ascia di Joshua Block, così il pezzo si evolve in una cavalcata heavy che spezza il fiato. Defeis lancia acuti sanguinolenti come quando aveva venti anni, descrivendo la sensazione del ragazzo-angelo che solca i cieli e delinea arcobaleni come ruggito di tuoni. "Cavalcando gli arcobaleni, lacerando il cielo come tuono. Non morirò mai, sono stato qui prima e qui tornerò ancora, sono quello che illumina il cammino", ormai l'uomo ha raggiunto l'immortalità, l'inconsistenza dell'essere, poiché è diventato una creatura divina capace di illuminare il cammino del terrestre. Il fuoco dell'odio, il calore del sole, il coro degli angeli, lo accolgono con canti e lodi: egli è il prescelto. Il racconto mistico-religioso prosegue tra fraseggi incandescenti, rullate animalesche e melodie eccelse, dove trasuda tutta l'alchimia della band, la tecnica dei musicisti e il loro talento nella creazione di una vera e propria mitologia. Il ritornello è pazzesco, si memorizza all'istante e non va più via, un vero capolavoro di epic metal: "Il fuoco dell'odio, il calore del sole. Sono sopra di voi, sono il prescelto. Un coro di angeli mi corre dietro". Il suono dell'ira è come una cannonata nel vento, l'angelo è il vendicatore mandato dagli Dei, per proteggere la sua amata ma anche per fare giustizia in un mondo intriso di odio e di peccato. Nessuno potrà sfuggire ai suoi poteri, tutti dovranno pagare il prezzo degli errori commessi. Probabilmente, coloro che dovranno dare la vita sono gli stessi che hanno ucciso la donna, l'amore dell'uomo divenuto angelo, creatura divina, incorporea e maledetta. Non è un caso se, quando DeFeis minaccia i peccatori, i miserabili, con voce arcigna e mefistofelica, dalle casse dello stereo scalpitano riff abrasivi e accordi di basso sofferenti. Dunque la batteria di Zummo pone la parola fine scatenando il terremoto nel quale tutti i mortali peccatori periscono per mano del protagonista. Una parabola biblica, una donna uccisa, un uomo condannato al calvario di quella perdita, infine la vendetta per volere degli Dei: tutto ciò è "I Am The One", un capolavoro epico.

Hot And Wild

Hot And Wild (Caldo E Selvaggio) è un outtake recuperata dalle sessioni di "Noble Savage", e in effetti l'aria sbarazzina e tronfia può essere riconducibile a quel periodo. Alla batteria troviamo l'ospite Frank Zummo, mentre Edward Pursino suona sia basso che chitarra. Il pezzo è un inno alla giovinezza, un po' ingenuo e scandito da liriche banali tipiche della gioventù, ma risulta comunque piacevole e divertente. Un rombo di motore si accende nella notte, gli pneumatici di un'auto scalciano sgommando sull'asfalto e le chitarre fanno il resto generando un canto tipicamente anni 80. Gli acuti spaccatimpani di DeFeis declamano versi spensierati e sboroni: "Calore bianco, siamo qui per accecarvi, ipnotizzarvi e sedurvi. Una chitarra veloce, un palcoscenico e un po' di azione. Un cuore ardente tutto per voi". Da qui si intuisce che la canzone è un elogio alla musica e all'attività live della band, pronta a sedurre e a ipnotizzare il pubblico in platea. DeFeis incita la folla presente al concerto intonando un ritornello piuttosto diretto e molto divertente: "Caldi e selvaggi stasera. Leoni elettrici sotto i riflettori", e così i musicisti si paragonano a felini notturni che si dimenano sul palco con fare aggressivo, solo per deliziare i propri fans. Si prosegue con la seconda strofa, ed ecco che da quelle parti si avvicina una seducente donna, avvolta da piume e con un bicchiere di whiskey in mano. "Versa il vino nella tazza del futuro e alza il calice per brindare" le urla il vocalist cercando di sedurla con acuti femminei di un certo effetto. In un momento corale, tra le urla provenienti dall'arena, Pursino esegue un fugace assolo, Zummo smette di suonare per qualche secondo, lasciando spazio solo alla voce di DeFeis, poi ritorna il rombo del motore, che scalcia come il cuore del nostro protagonista, infine viene ripreso il buon ritornello. Con una serie di gorgheggi, il vocalist ci conduce alla coda finale, che poco aggiunge alla bontà del brano. Una prova discreta, frutto di una grinta giovanile qui recuperata e lustrata a dovere per celebrare due decenni di attività, ma anche una specie di ingenuità di fondo che fa sorridere, ricordandoci da dove tutto ha avuto origine, cioè in un'altra epoca, oggi quasi mitologica, nella quale anche i nostri sono stati ragazzini.

Birth Through Fire

La intro Birth Through Fire (Nascita Nel Fuoco) è composta soltanto da pochi secondi scaditi da tastiere atte proiettarci in una dimensione epica, la tessa che si evolverà nella traccia seguente: "Guardians Of The Flame". Circa quaranta secondi nei quali David DeFeis mette il carico da dieci sull'utilizzo massiccio del suo strumento preferito, evidenziando un amore incondizionato per la classica e per l'opera lirica, dato che le orchestrazioni sono tutte eseguite dallo stesso vocalist, con l'aiuto di Steve Young alla chitarra. Questo pezzo risale al 1983 e il mondo musicale di allora si stava lentamente abituando all'inserimento delle tastiere nel metal, i Virgin Steele già dall'anno precedente avevano sdoganato questo modo di suonare, creando inedite e freschissime armonizzazioni. Certo, per l'accettazione definitiva dei synth nell'heavy metal avremmo dovuto attendere ancora qualche anno, la seconda metà degli anni 80, quando tantissime metal band avrebbero deciso di condire il proprio sound con tastiere sempre più presenti. I Virgin Steele lo fecero prima di tutti, inserendo le tastiere sin dal disco di esordio, creando una nuova scintilla creativa che influenzerà migliaia di gruppi nel corso degli anni, conquistando migliaia di fans che proprio da loro si aspettano interludi orchestrali e intermezzi di natura classica. Questa strumentale ri-arrangiata ne ribadisce il concetto e l'importanza storica, dando il via alla seguente e leggendaria traccia.

Guardians Of The Flame

Guardians Of The Flame (Guardiani Della Fiamma) sfocia nell'epic metal più puro e incontaminato, ma non da subito, dato che si evolve lentamente partendo da una base hard rock e poi prendendo il via nel primo indimenticabile refrain. "Quando i venti di ghiaccio infuriano e il sole viene offuscato dalla notte, spuntano mille occhi privi di pietà che producono dolore e angoscia". Venti di ghiaccio che ululano sotto la tempesta, il sole tramonta dietro una coltre grigia oltre l'orizzonte, centinaia di occhi fissano un solo uomo, il loro comandante. Nella sua bocca non c'è amore, non ci sono emozioni, c'è solo angoscia e dolore per la situazione catastrofica in cui versa la terra. I guardiani della fiamma sono pronti a schierarsi per combattere il nemico e per salvare il mondo, per proteggere il regno della luce dalle tenebre che avanzano. I signori degli antichi riti pagani hanno un dovere da svolgere e sono pronti a sacrificarsi. "Siamo i guardiani della fiamma. Siamo maestri di antichi riti e il nostro compito è quello di proteggere il regno", viene annunciato nel glorioso ritornello. Il mondo si trasforma in una dimensione oscura e pericolosa, i famelici lupi della guerra aspettano fuori in cerca di vittime, di cibo fresco, i cancelli della saggezza stanno per essere abbattuti, proiettando tutti nel nulla totale che tutto divora. Spade innalzate al cielo, spade infuocate, come quella rappresentata sulla cover dell'omonimo disco, dall'acciaio magico forgiato nella notte dei tempi, che emana incanto e potere assoluti. Le spade brillano al buio, illuminando le tenebre e scoraggiando il nemico, anche quello più temibile. "Guardians Of The Flame" è un canto di speranza, coronato dall'assolo centrale di tastiere, ancora una volta protagoniste principali, che sfrecciano nell'aria sommergendo una sezione ritmica forsennata dominata dal "Kraken" Gilchriest. Ma DeFeis è il maestro assoluto, guida la sua band con il coraggio della sperimentazione, facendo ululare le sue tastiere e poi intonando il fantastico bridge, melodico ma che non disdegna potenza, prima di riprendere col geniale ritornello, accompagnato da cori eseguiti da lui stesso in falsetto. "Controlliamo le forze del male, la guerra è scatenata in cielo. La nostra ira scuote le colonne del paradiso, lo sciacallo morirà e la terra sarà macchiata di sangue. Noi porteremo la torcia e torneremo vincitori". Epicità ai massimi livelli, sia per quanto riguarda la musica che per le liriche, dove il vocalist osanna l'impresa di questi maestri protettori del regno della luce, gli unici in grado si scacciare le forze del male. L'arrangiamento del 2002 non cambia di una virgola la struttura originale, lasciando intatta tutta la natura barbarica di un pezzo entrato nella leggenda.

The Final Days

Le chitarre distorte danno vita a The Final Days (I Giorni Finali), ottimo esempio di epic metal solenne scritto da DeFeis e da Jack Starr. La voce acida e irritata del vocalist intona i primi versi: "Scorie nucleari, vita virtuale, video sesso, crimini in tv, passioni on-line, spazzatura ovunque. Questo è il segnale", sin dalla prima frase troviamo una critica seria alla società moderna, dove tutto si è ormai trasformato per il peggio, gettato su internet o mostrato in tv senza ritegno. È la decadenza dei tempi moderni, ribadita del folgorante ritornello: "Questo mondo è impazzito, la fine è vicina, questi sono i giorni finali". Come parabola biblica, DeFeis canta di un mondo alla deriva, massacrato dall'avidità e dell'immoralità dell'uomo stesso. L'amarezza e la disperazione che aleggiano nell'ambiente sono rappresentate dalle chitarre di Pursino, suonate come vortici metallici che estraniando e confondono a causa delle repentine distorsioni. Il senso di cupezza aumenta esponenzialmente grazie ai cori in sottofondo e ai gelidi acuti, emessi dallo stesso vocalist, che aleggiano nell'aria come fuochi fatui: "Crimine adolescenziale, ragazzini che spacciano droga nelle piazze, gangster fasulli nei supermercati, cellulari, AIDS, profeti del destino, talk shows", insomma, è tutto uno schifo questo mondo degenerato e la band sputa in faccia all'ascoltatore questo terribile elenco che dovrebbe suscitare un sentimento di disgusto. Subentrano le tastiere, altisonanti, che si stagliano su un riff talmente muscoloso che fa tremare i muri, poi ancora i fraseggi velenosi della chitarra di Pursino e le martellate del batterista Zummo. Joshua Block esegue dei riff con la sua sette-corde e David lancia acuti inquietanti per poi riprendere ad annunciare ancora un elenco di porcherie che vanno di moda oggi: "Star di Hollywood, strip-bar con puttane, zanne di elefante, rapper morti al telegiornale, quindicenni con niente da perdere, carceri affollate, amori in vendita. Non toccatemi, ma non possiamo andare tutti d'accordo?", lamenta il musicista, disperato e depresso dalla situazione mondiale, infine chiude con una bella provocazione, estrema ma sicuramente veritiera: "Perché non vi masturbate al posto di procreare questo cancro? Sono i giorni finali".

A Cry In The Night (Acoustic)

A Cry In The Night (Un Pianto Nella Notte) è la versione acustica della splendida ballata del 1983, che chiudeva il secondo album della band. La poesia delle note risplende di una luce rinnovata, mantenendo i tratti distintivi del capolavoro originale. Voce e chitarra per una struggente canzone d'amore che spezza il fiato, intensa e intrisa di una malinconia che lacera l'anima. "Ascolto un pianto nella notte, sto sognando ma il mio amore è andato, perduto nella foschia delle passioni. Mi asciugo le lacrime invocando il dolore, il mio mondo è gelido ed io strillo il tuo nome". Un pianto nella notte emerge dal silenzio, l'amore è bello che perduto e allora non resta che sognare, sognare che lei sia ancora lì, accanto al suo uomo, ancora in vita. Perduto in una foschia di strane passioni attraverso cui aleggiano amore, dolore, gioia e sorrisi, il mondo sprofonda e tutto diventa gelido e buio: è il regno della morte. Gli archi crescono d'intensità puntando dritti al cuore, ci scappa persino una lacrima talmente è bella questa canzone e grande l'interpretazione di DeFeis. "Piangi nell'oscurità, sarò al tuo fianco per darti calore e luce, proteggendoti dalla notte. Resisti, presto accarezzeremo ancora le fiamme del nostro amore" attacca il ritornello, geniale, da capogiro, dove la voce sublime del vocalist si fa più magnetica e sensuale, meno acuta rispetto alla versione del 1983. "Ho visto i volti nel fuoco, non esistono più emozioni. I tuoi occhi sono ciechi", ombre e luci, vita e morte messi in scena dalla mente di un artista sensibile e dal raro talento. Lui la incita a resistere, non deve arrendersi all'oblio, deve credere nella forza dell'amore, utilizzare l'amore come scudo col quale proteggersi dagli influssi della notte. Saranno ancora insieme, questa è la promessa che le fa. Volti astratti compaiono tra le fiamme, se tutto fosse una sporca bugia? Se la realtà non esistesse più? No, bisogna combattere e lasciarsi andare tra le braccia della speranza, gli occhi di quei volti sono ciechi, la loro è un'espressione di disprezzo, disprezzano tutto ciò che abbia a che fare con la vita, con la gioia, per questo bisogna ignorarli, non ascoltare le loro minacce, quindi non c'è altro modo che urlare il proprio nome. "Chiama il mio nome, gridalo nella notte" incita il nostro protagonista, proprio quando la chitarra esegue un passionale accordo, malinconico e struggente, che tocca le corde del cuore. "Apri il tuo cuore all'amore, non rifiutare questo canto, continua a chiamare", la ragazza apre il suo cuore che trasuda amore, e allora, con un filo di voce in corpo, urla e urla il nome del suo compagno, cercando la luce. I demoni dell'oblio continuano a distogliere l'attenzione dei due amanti, ma nulla può contro l'amore eterno, nulla, nemmeno l'oblio. Una ballata toccante, ancora più profonda in questa veste acustica, maggiormente intima e disperata rispetto a quella eseguita al pianoforte.

Conclusioni

L'incendio si è esaurito, non resta che raccogliere le ceneri sparse nell'aria e fare il punto della situazione: "The Book Of Burning" è un album molto particolare, uno scrigno contenente perle di inestimabile valore e legate tra loro dal tema del fuoco, che ci danno l'idea di una band sempre in movimento, in costante evoluzione e che sperimenta con classe e intelligenza. I Virgin Steele si confermano dei fuoriclasse assoluti e celebrano il ventennale di carriera con un disco eccellente che li riporta su territori classici; una parentesi puramente heavy/power metal che funge da intermezzo tra le varie e complesse metal-opere, andando a fare da ponte tra la saga degli Atridi, raccontata nei due imponenti "The House Of Atreus", e un nuovo principio: una trilogia pagana che sarà inaugurata l'anno seguente, nel 2003, con la rappresentazione teatrale "Lilith", ispirata alla leggenda sumera del mito di Lilith, madre di tutti i demoni cacciata dalla valle dell'Eden, dalla quale poi sarà tratto l'album "Visions Of Eden" del 2006, primo capitolo di una saga che ha l'arduo intento di narrare dell'ascesa delle religioni monoteiste ai danni di quelle politeiste. "The Book Of Burning" va a chiudere un ciclo e lo chiude sotto varie chiavi di lettura: per prima quella concettuale, dato che da questo momento in poi i Virgin Steele adotteranno uno stile inedito, più romantico e meno barbarico, che fa dell'oscurità e della poesia i suoi elementi vincenti, e per seconda quella sonora, visto che il buon DeFeis abbandona lo storico "Media Recording" di Bellmore, fornito dall'etichetta, per aprirsi uno studio di registrazione in casa, nominato "Hammer of Zeus", tramite il quale avere il pieno controllo sul proprio materiale, con risultati non proprio memorabili, se non dal punto di vista compositivo almeno da quello produttivo, fortemente criticati dal pubblico. Insomma, il 2002 è un anno fondamentale per il cammino della band, non solo per l'inaugurazione del nuovo studio privato ma anche per l'estenuante tour mondiale che li vede in giro per molto tempo. In tutto ciò non mancano le ospitate di DeFeis in vari progetti, come la partecipazione al secondo capitolo degli Avantasia di Tobias Sammet e, a sorpresa, ha (temporaneamente) fine la vicenda relativa alle eterne beghe legali riguardanti i primi due album dei Virgin Steele, "Virgin Steele I" e "Guardians Of The Flame", recuperati dal limbo in cui imperversavano da quasi venti anni, ristampati e arricchiti da numerose bonus track ma ritirati magicamente soltanto due anni dopo, nel 2004, a causa dell'ennesima lite tra con lo storico chitarrista Jack Starr e le conseguenti accuse di violazione dei diritti d'autore. "The Book Of Burning" è dinamite pura, un lavoro che ha il pregio di mettere tanta carne sul fuoco e che, proprio per via del suo spirito eterogeneo, è costituito da differenti fattori lirici e compositivi, dato l'utilizzo della drum-machine su alcuni pezzi, ma anche le ospitate del batterista Frank Zummo,del chitarrista Steve Young o delle sorelle di DeFeis, Danae e Dorine, entrambe cantanti, nelle vesti di coriste. Tutto questo suggerisce quanto il progetto sia stato concepito come esternazione di festa, atta a celebrare l'importante anniversario della band, trasmettendo passione, talento, e ancora potenza e raffinatezza, da sempre elementi distintivi della musica dei Virgin Steele. Raccolta o disco vero e proprio, "The Book Of Burning" è un prodotto eccellente, dinamico, lontano dall'ingombrante ricercatezza tipica dei concept e perciò adatto a tutti, un po' come lo sono il selvaggio "Noble Savage" o il solenne "Age Of Consent". Questo è il tassello meno conosciuto della band ma altrettanto grande, dalla natura incendiaria e dagli istinti barbarici che non lasciano scampo, costituito da inni fenomenali quali l'opening "Conjuration Of The Watcher", che sarebbe dovuta essere inserita in "The House Of Atreus - Act I", le profetiche "Rain Of Fire" e "The Chosen Ones", oppure "Children Of The Storm" e "The Succubus", vecchie tracce riportate in vita e restaurate per l'occasione, totalmente risuonate e registrate con tecnologie moderne in grado di esprimere una furia devastante, senza contare la toccante "A Cry In The Night" che chiude il lavoro con la più intima poesia e dopo un percorso evocativo e dannatamente epico. E così, arrivati all'ultima pagina dell'undicesima opera della band americana, possiamo chiudere questo libro di fuoco ricco di aneddoti, un libro in grado di raccontare venti anni di vita e di attività incessante, di mostrare una mitologia ben precisa e di affascinare con la storia di un mito chiamato Virgin Steele.

1) Conjuration Of The Watcher
2) Don't Say Goodbye (Tonight)
3) Rain Of Fire
4) Annihilation
5) Hellfire Woman
6) Children Of The Storm
7) The Chosen Ones
8) The Succubus
9) Minuet In G Minor
10) The Redeemer
11) I Am The One
12) Hot And Wild
13) Birth Through Fire
14) Guardians Of The Flame
15) The Final Days
16) A Cry In The Night (Acoustic)
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