VIRGIN STEELE

The Black Light Bacchanalia

2010 - SPV

A CURA DI
ANDREA CERASI
21/12/2017
TEMPO DI LETTURA:
8

Introduzione Recensione

"The Black Light Bacchanalia" è un gioiello di raffinatezza e di poesia che se fosse cantato dal DeFeis di qualche anno fa, nel pieno della sua potenza vocale, sarebbe dello stello livello di tutti gli album che l'hanno preceduto. Ecco, mi sono tolto subito il proverbiale sassolino dalla scarpa e, in un certo senso, ho già definito la grandezza di un disco forse poco capito dal pubblico, almeno nei primi istanti dalla sua uscita. Un'opera romantico-barbarica in piena tradizione Virgin Steele che oggi, a distanza di qualche anno, è stata ampiamente rivalutata, perché si tratta di un'opera che, ascolto dopo ascolto, viene assorbita in tutta la sua purezza e genialità, che entra sottopelle e non va più via, avvolgendo con la sua vena nostalgica e con le sue immagini mistiche. Per apprezzare "The Black Light Bacchanalia" bisogna concedergli tanti ascolti, perché è un concept lungo, complesso e colto, perciò, come per la quasi totalità dei dischi partoriti dalla band americana, di certo non proprio semplice nello stile, anche questa volta l'ascoltatore ha bisogno di concentrarsi e di ascoltare ripetutamente questo sofisticato gioiello, assorbendone le atmosfere nebbiose, le oscure e rivelatorie liriche, gli arrangiamenti da fuoriclasse, le melodie paradisiache, tutti elementi che si mantengono nel tempo e che contribuiscono non solo alla riuscita ma anche e soprattutto alla longevità dell'album. Ma procediamo con ordine, cercando di capire le scelte stilistiche prese in esame da David DeFeis e dai suoi compagni di avventura e torniamo indietro di qualche anno. Nel 2006, i Virgin Steele rilasciano "Visions Of Eden", album la cui uscita viene rimandata di molti mesi, un po' per l'esorbitante lavoro che costringe i nostri a fare le ore piccole in studio di registrazione, un po' per problemi di salute che colpiscono il vocalist e che impongono alla band di ritardare i lavori e persino di annullare diversi concerti programmati tra la fine del 2006 e l'inizio del 2007. I problemi fisici che colpiscono DeFeis non vengono del tutto chiariti e lasciano col fiato sospeso numerosi fans, e lo stesso musicista nega la gravità del problema, tirando avanti come nulla fosse. Tra alcune date live annullate e una serie di ricoveri ospedalieri, i Virgin Steele portano a termine il "Visions Of Eden Tour", riscuotendo entusiasmanti riscontri grazie ad esibizioni lunghe e spettacolari. Eppure, nonostante il successo, la voce di DeFeis comincia lentamente a calare e la band ha bisogno di un periodo di riposo. La diagnosi relativa ai problemi vocali, a dire il vero mai divulgata ufficialmente, non è proprio incoraggiante, tanto che si parla di tumore alla gola, o di infezione alle corde vocali. Già dalle registrazioni di "Visions Of Eden" il vocalist accusa, in più occasioni, acutissimi dolori alla gola, delle fitte che lo colpiscono soprattutto quando canta, ma tutto sembra essere sotto controllo, tanto che la formazione riprende il tour e lo porta a termine. Seguono tre anni di riposo, tre anni nei quali la band lavora instancabilmente sul nuovo materiale, forti del nuovo contratto discografico con la prestigiosa SPV. Arriviamo al 2010, quando viene annunciato il tredicesimo capitolo discografico, seconda parte della trilogia pagana inaugurata con "Visions Of Eden" e che, proprio come il disco del 2006, è destinato a ricalcarne lo stile romantico e raffinato, meno barbarico e meno diretto del solito, proseguendo la storia interrotta nella prima parte, quando le forze dell'inferno, guidate dalla figura di Lilith, simbolo di emancipazione, di libertà e di ribellione dalle religioni imposte dalle società moderne, mettono a ferro e fuoco il paradiso, dimensione popolata da finti miti e da leggi assurde. La storia raccontata nel nuovo lavoro vede lo scontro epico-religioso non solo tra Lilith e Adamo/Samael, ma tra le più disparate divinità, anche tra quelle più lontane culturalmente, distanziandosi quindi dalla leggenda sumera presa in esame in "Visions Of Eden". Qui, infatti, troviamo dei della mitologia, personaggi sacri e dei delle religioni monoteiste, tutti contro tutti ad illuminare una particolare scena e un particolare momento della storia del mondo, che altro non è che il drammatico passaggio dal paganesimo al monoteismo, periodo che testimonia il capovolgimento degli antichi valori a discapito di quelli nuovi, per una narrazione biblica totalmente inedita, frutto della fantasia di DeFeis. "The Black Light Bacchanalia" viene pubblicato con tre differenti e stupende copertine, ognuna delle quali raffigurante antiche litografie: "Asmodeo il distruttore" "La tentazione di Sant'Antonio" e "Il sabba delle streghe sul monte Brocken", legate tra loro dallo stesso filo conduttore: gli ancestrali riti pagani, tema che è poi quello riscontrato all'interno delle esose liriche. Ma sin da subito l'album solleva una marea di polemiche, da una parte c'è chi difende il nuovo corso intrapreso dalla band e chi, invece, la accusa di essersi chiusa nel proprio titanismo per inseguire la folle idea della "musica da teatro", che mischia epic metal e opera teatrale, arricchendo il suono con mille orpelli orchestrali, testi lunghissimi che ricalcano la stessa impostazione dei copioni teatrali e atmosfere sempre più sulfuree e recitative. In tutto ciò ci si mette pure una produzione non proprio brillante, curata dallo stesso DeFeis, tanto geniale come artista quanto pessimo come ingegnere del suono. Ma, al di là della resa sonora, comunque discreta, a sollevare maggiori perplessità è la prestazione vocale di DeFeis, affaticata in molti punti, sottile in altri, pacata nella maggior parte dei casi. Il vocalist, debilitato dalla malattia che gli ha portato via gran parte della potenza, predilige un cantato più raffinato, sostituendo i suoi tradizionali ruggiti con tonalità morbide, spesso sussurrate, oppure intonando intere sezioni in falsetto, depotenziando i ritornelli e stemperando gli animi. Okay, il trauma ha colpito tutti noi, sentire un mostro sacro come DeFeis impossibilitato a urlare e a strepitare indomito in tutto il suo splendore fa un certo effetto; depotenziare i ritornelli cantandoli in falsetto, seppur bellissimo, al posto di gridare al vento fa storcere il naso, eppure il timbro colpisce ancora, l'interpretazione è pur sempre da brividi e ogni tanto la zampata vincente riesce a graffiare a dovere. Insomma, superato il trauma iniziale, "The Black Light Bacchanalia" sorprende con le sue immense qualità, per questo ha bisogno di essere ascoltato più e più volte, rivelando anche dopo anni le mille sfumature che lo compongono.

By The Hammer Of Zeus (And The Wrecking Ball Of Thor)

Il classico ruggito di DeFeis e i Virgin Steele partono in quarta elaborando una sequenza frenetica che punta dritta al cuore dell'ascoltatore. Le chitarre di Pursino e di Block intessono possenti fraseggi epici, mentre Gilchriest picchia duramente con la sua solita grinta, accompagnando un vocalist scatenato che si diletta a emettere gorgheggi, gridolini, ruggiti e sospiri. By The Hammer Of Zeus - And The Wrecking Ball Of Thor (Per Il Martello Di Zeus - E La Palla Demolitrice Di Thor) rivela sin dall'attacco l'anima epica della band, attraverso una cavalcata graffiante che conquista da subito. La tonalità utilizzata dal cantante è piuttosto pacata, molto raffinata, purtroppo la potenza di un tempo non c'è più e allora si deve rimediare in altri modi, addolcendo le strofe. "Assaggio la tua essenza con l'oscurità della mente. Il dolore è incarnato in me, sento le campane della morte che rintoccano nel buio del tuo lutto. Tutti i tuoi tesori diventano miei". A parlare è probabilmente Lilith, guida di tutti i demoni fuggiti dall'inferno, in collera con gli abitanti dell'Eden. A causa della sua minaccia, sono chiamati in causa tutte le divinità e le leggende del mondo, per questo il titolo del brano potrebbe sembrare contraddittorio, dato che cita Zeus, divinità greca, con Thor, divinità norrena. Ma la provenienza, in questa storia, non conta, sono tutti contro tutti, perché è il mondo intero a subire questo stravolgimento culturale/religioso. "Una fiamma vivente sarà la tua stella da seguire. Lo splendore rubato per il martello di Zeus e per la palla demolitrice di Thor" e con questo pre-chorus che si intensifica velocemente, DeFeis introduce l'ottimo ritornello, quasi sospirato, che se fosse cantato a voce piena sarebbe un capolavoro totale: "Nero è il mio cuore al cospetto dell'alba. Nera è la mia anima. Io porto il sole fuori dall'oscurità, ti farò impazzire nel mio oscuro mondo di morte". La minaccia è diretta e spietata, Lilith raduna a sé tutti i suoi figli demoni e infesta il Paradiso portando morte e distruzione. Si riprende, tra un ruggito e un altro, tra un fraseggio mefistofelico e l'altro partoriti dall'ascia di Pursino, dunque il ritmo accelera di nuovo e ci troviamo ad ascoltare le crude parole della donna: "Venti malefici soffiano sull'acqua, riempitevi la bocca di veleno e osservate l'arte dell'omicidio. I sette venti soffiano portando tuoni, lance e armi per consacrare l'ascesa dell'uomo". Lilith è intenzionata a creare una nuova era, un'era di oscurità nella quale non sono più gli Dei a governare il cosmo, ma gli umani, miseri esseri dediti al vizio e alla violenza. Le leggi divine vengono sovvertite per colpa di Dio, da quando Dio ha cacciato Lilith dalla valle dell'Eden, e adesso ne subisce le terribili conseguenze. Le accelerazioni improvvise di Gilchriest sono fantastiche e si stemperano soltanto quando giunge l'idilliaco bridge: "Comincio a strapparti gli occhi, gli Dei ronzano come mosche nella luce delle stelle. La vera carne nasce per stuprare le antiche forme, una fossa dove la luce di Dio ti strappa l'anima". È il momento di Joshua Block, il musicista esegue un grandissimo assolo di chitarra, dotato di un sentore nostalgico e drammatico, e prosegue nel suo cammino anche quando DeFeis riprende la seconda parte del bridge: "Sono figlia del sole, distruttrice di ogni cosa. Niente resterà del tuo mondo". Lilith è nata dalla mente di Dio, come una scintilla nella notte, dove è stata modellata e generata per vivere nella luce, eppure il destino ha voluto che sconfinasse nel regno del buio, dando origine al dolore. Si rallenta drasticamente, restano i cori a galleggiare nell'aria, infondendo massima epicità e pathos, poi batteria e chitarra si incrociano in un passaggio da brividi, per poi riprendere col ritornello. "La regalità è giunta per il nuovo figlio del cielo, una fossa per il tuo mondo, come la luce delle stelle che sanguina oro. Le campane del matrimonio della morte stanno rintoccando", insomma, tutti gli Dei sono avvertiti, Dio primo di tutti.

Pagan Heart

L'andamento di Pagan Heart (Cuore Pagano) è solenne e altezzoso. La regalità è rappresentata a una base strumentale sensuale sostenuta dalle sacre tastiere e da un'interpretazione vocale sublime. DeFeis si posiziona immediatamente dietro al microfono, attaccando assieme ai tamburi di Gilchriest, snodandosi in una strofa tenebrosa ma magica: "Ardenti sono gli angeli della luna nascente, figli delle tenebre scorticati vivi, come una stella funeraria li assaggerò. La morte li attende per volere della dea incantatrice venuta dal caos". Lilith si crogiola nella sua spietatezza, gode nel guardare l'Eden in fiamme, mentre gli angeli soccombono bruciati vivi e divorati dai demoni che lei stessa ha scagliato. Il refrain è trionfale e malefico allo stesso tempo, costruito con genialità assoluta e una sensibilità fuori dal normale, scandito da una voce piena e da una strofa in falsetto che fa da contro-coro: "Il mio cuore pagano vive ogni ora e brucia per divorare. Quando Dio sarà strappato dal cielo io sarò libera". L'affronto è palese, la guerra si fa ancora più violenta. Dio è il nemico da uccidere, da spodestare per sempre, al fine di liberare l'umanità dalla tirannia e dall'insensatezza. DeFeis urla e strepita, graffia in alcuni momenti, mentre in altri preferisce la delicatezza, accarezzando l'ascoltatore con un cantato soffice. "Accecata dalle frecce della fiamma oscura, egli dorme e fa finta di sognare. Una croce è stata strappata dal legno che abbiamo conquistato. Figli delle tenebre, noi vi guariamo in pochi giorni dalle vostre visioni, vi liberiamo dalla sottomissione e attendiamo che l'Inferno si palesi". La guerra procede incessante, l'Eden è messo a ferro e a fuoco, i demoni stanno vincendo e la donna ha un sussulto quando le portano la croce di legno con l'effige di Gesù. Dio è definito "il dormiente", perché non fa nulla, non interviene mai, non è mai presente; questa è una critica pesante nei confronti di tutte le religioni monoteiste, aggrappate da millenni a questa falsa credenza, dominate da leggi che appartengono a un Dio inesistente. DeFeis è spietato e ci va giù pesante. È l'era dell'uomo, come ben illustrata anche in un altro concept della band: "Invictus", dove gli Dei perdono il confronto con l'uomo stesso, libero di agire e di pensare. Gilchriest dà il via per la preziosa parentesi strumentale, dunque le tastiere fanno la parte del leone prendendosi la scena, creando un momento intimo e affascinante. Block torna a tempestarci con la sua ascia, esibendosi in un solo fantasmagorico e ricco di magia, mentre Pursino è relegato a subalterno. La fase centrale è meravigliosa, un sali e scendi giostrato dalla batteria e dal basso che regala un grande momento. Si va dritti all'ultima parte della canzone: "Che giunga il buio", grida Lilith, e prosegue: "Tempesta di vento, un trono di sangue sul quale è adagiato il serpente, io sono un sensuale fantasma divino. Un cobra reale. Io sono la trinità della notte, Madre Terra, Padre e Figlio. Sanguino da mille ferite in questo mondo di luce, ma il caos è vicino". Qui le citazioni bibliche si sprecano, il serpente sinonimo di tentazione e peccato si incarna in Lilith, regina-rettile dalle sembianze di un cobra; inoltre le si sostituisce a Gesù, si tripartisce spodestandolo la figura religiosa e simboleggiando la notte, la sua sacralità, i suoi pericoli e il suo caos infernale. Questo è un momento di altissima poesia che i Virgin Steele racchiudono in una composizione tremendamente splendida, anche se un poco ripetitiva, dato che ripete fin troppe volte il refrain. Interviene la parte orchestrale a chiudere il tutto.

The Bread Of Wickedness

The Bread Of Wickedness (Il Pane Della Malvagità) è il pezzo più violento e diretto dell'album, epic metal di grande intensità e compattezza. A differenza delle altre tracce che si dilungano fino ad arrivare a un minutaggio esteso, qui troviamo solo tre minuti di delirio sonoro, scanditi dall'ascia a sette-corde di Block, unico chitarrista, e dall'ugola di DeFeis, che si ricorda di ruggire a dovere, come ai vecchi tempi. Un coro catartico e sulfureo introduce il brano, sorretto da nobili tamburi e poi sulle possenti scariche del batterista, infine il caos: "Non saprai mai quanto ti odio, tu che sei nata dal vento, divinità peccatrice alla quale io stesso ho dato la vita. Ti farò esplodere la testa e ti ruberò la corona", è Adamo/Samael a parlare, questa volta, e a maledire la donna che un tempo amava, poi, rivolgendosi a Dio, Samael illustra la scena nel veloce e melodico pre-chorus: "Sono diventati saggi, hanno imparato a escogitare piani. Ti prego, manda loro la fiamma distruttrice". I demoni hanno conquistato gran parte del Paradiso, un Paradiso Perduto verrebbe da dire, infestato ormai da essere demoniaci guidati da Lilith. La battaglia è feroce ma niente è ancora deciso, Adamo invoca l'aiuto di Dio per salvare l'Eden. DeFeis si arrampica nel bellissimo e grintoso ritornello, urlando come era solito fare fino al disco precedente, mentre Gilchriest utilizza il doppio pedale per fomentare gli animi e dominare la foga sonora: "Mangiano il pane della malvagità, lo vedo dai loro occhi, Dio", urla il cantante e viene subito a mente l'analogia con pane di Cristo, simbolo di carne. Ma i demoni si nutrono di un altro tipo di pane, quello dell'odio e della miseria. Samael corre da Dio: "Prendili, Dio. Le tue figlie sono violentate, la pace è ormai lontana. Sono state trasformate in prostitute, dedite al sesso e al dolore. Hanno rubato il fuoco sacro, hanno sconfitto l'alba, hanno imparato a venerare la luna. Incatenali". Lo scenario non è dei più rassicuranti, gli angeli celesti sono stati schiavizzati, ridotti in miseria, umiliati e vilipesi dai demoni. Le figlie di Dio sono state trasformate in prostitute, picchiate, violentate e sottomesse. Uno scenario infernale, perché il Paradiso stesso si è ormai trasformato in Inferno. La potenza si esaurisce in breve, restano le sottili tastiere e i cori del vocalist a cullarci in questo mare di dolore, attraverso una narrazione serrata, poi DeFeis si diletta in gridolini e acuti, spaccandoci i timpani sul finale.

In A Dream Of Fire

Il momento poetico, intriso di oscura e ancestrale poesia, arriva con In A Dream Of Fire (In Un Sogno Di Fuoco), semiballad dall'incredibile fascino che si snoda in un mid-tempo sinuoso e morbido. Uno dei pezzi migliori dell'album, un gioiello nero e splendente che ci culla verso la fase centrale della vicenda. Su un tappeto di tastiere e su fraseggi pacati delle due chitarre, si staglia la dolce voce di DeFeis, nei panni di Lilith: "Moriamo tutti, amore mio", la donna si rivolge ad Adamo, "In questa terra di dolore, dove si inseguono nuvole, pioggia e tenebre, si crea un cimitero. Corri insieme a me nella luce, caccia insieme ai miei lupi, attraversa la foresta degli spiriti dove gli Dei selvaggi sono nati". Lilith ha un momento di debolezza, non appena vede il suo Adamo\Samael. Dopo tutto lei è nata come specchio dell'uomo, creata per essere sua amante e anima gemella, perciò la donna non può rinnegare i suoi sentimenti. Cerca di sedurre l'uomo e di portarlo dalla sua parte. Il pre-chorus è sensibile, notturno e caloroso, scandito dal narratore DeFeis: "Chiamando, ululando, illuminando l'unico". Ci addentriamo nel fenomenale ritornello, magico, che emerge soavemente quando le chitarre si potenziano e la batteria si ingrossa a dismisura, ma senza destare dal torpore generale: "Ci stiamo allontanando dal sole, o da qualsiasi ricordo di ciò che è stato nel nostro cielo nero". Una linea melodica vincente, talmente morbida che tocca il cuore e riempie l'anima, ma non c'è spazio per le riflessioni, e allora si continua in questa danza di fuoco, questa particolare dedica d'amore e di odio, per una ballata di morte e di vita. È il turno di Adamo: "C'è un tuono nel nostro cielo, Osiride è al tuo fianco, mentre Gesù è nostro padre", ma Lilith replica: "È un tiranno travestito, con impeto e furia travia i figli del mattino. Senti la bellezza delle mie armi, non lasciare che ti uccida. Noi siamo uno". Osiride, nella religione egiziana, era il dio della morte, padre stesso dell'uomo e della civilizzazione. La sua figura è importante perché è legata al culto dei morti, al culto degli inferi, per questo Adamo cita Osiride e dice che la divinità è al fianco della donna. Eppure è conscio che sia lui che Lilith sono figli di Gesù, perché creati dalla sapiente mano di Dio, di cui Gesù stesso è figlio. Lilith però rinnega la sua origine e rivela che Dio è soltanto un tiranno travestito. La batteria aumenta la marcia, le chitarre diventano grasse e succose, ma il prezioso momento dura pochissimo perché la band ricomincia a narrare l'ultima fase. Adamo va incontro a Lilith: "Stai affogando nelle viscere della terra, mentre io darò i natali a molti figli. Dio, vedo il futuro che brucia nella notte come un falò. In questa guerra disperata moriremo tutti". Il pessimismo è cosmico, Adamo sa che lo scontro è destinato a spazzare via tutto, come risucchiato da un buco nero, e Lilith rincara la dose: "Il cielo sorvolato da corvi, il sole che brucia nel giardino consacrato. È il caos, le ombre divorano tutto e noi siamo stati abbandonati". Pursino accenna a un breve ma profondo assolo, mentre DeFeis torna dietro le tastiere per concludere nella più tetra malinconia, proprio quando Adamo grida: "La valle è morta", riferito ovviamente alla valle dell'Eden. Tra ritmiche forzute, a tratti ipnotiche, e istanti soft, questa semiballata dalla natura oscura termina con la stessa classe con la quale è iniziata.

Nepenthe (I Live Tomorrow)

Nepenthe - I Live Tomorrow (Nepente - Vivo Domani) è la prima vera ballata dell'album, ed è un capolavoro di grande impatto emotivo. Voce e piano danno inizio alla narrazione, una narrazione sofferta e catartica, nella quale Lilith intona un canto di abbandono e di atarassia. "La luce del giorno mi tortura, il giuramento di Dio svanisce come cenere dopo l'incendio, fiamme gelide diventate oscure divampano affogando la nostra rabbia. Io non tornerò mai più". Il Nepente, secondo la tradizione greca, era una specie di medicinale, un liquido capace di addormentare i sensi e di nascondere i dolori, regalando benessere e spensieratezza. Attacca la seconda strofa: "Una lotta coraggiosa, arriva la notte, sono infestata dalle tue bugie, dai tuoi folli sogni, dai tuoi desideri", la donna è ancora adirata con l'amante, non gli perdona le bugie e ha voglia soltanto di dimenticare i mali che Adamo le ha procurato in tanti millenni. Il ritornello arriva presto, sorretto dalla foga delle due chitarre: "Vivo domani, non posso vivere oggi. Cercami nella luce del sole, cercami nella pioggia che cade", parole soavi, mistiche, che vengono pronunciate su una linea melodica da brividi. Joshua Block esegue il primo assolo, sovrastando gli acuti del vocalist, il suo è un assolo pregno di malinconia e di dolore, molto sofferto, dunque il ritmo si spezza con l'intervento di Gilchriest, e allora abbiamo la terza strofa: "Strane luci nella notte, anime gemelle strappate nella notte, incoronate nel sangue, promesse a voti perduti. No, non posso guarire". Lilith è malinconica, ripensa alla sua genesi, creata per fare coppia con Adamo, due anime gemelle adesso scisse dalla guerra, dal lato oscuro del mondo. Ma non può guarire, non può perdonare tutto, la sua collera non si smorzerà così facilmente. Il Nepente la culla nella dimenticanza, procurandole armonia e pacatezza, proprio come questa splendida canzone che allieta i sensi. Pursino interviene in un secondo assolo, questa volte più pungente e gelido rispetto a quello di Block, tanto che DeFeis alza il tiro e intona a gran voce l'ultimo ritornello: "Non posso vivere oggi, vivrò domani. Cercami nel silenzio, cercami nel dolore. Non è tempo di guarire dal male".

The Orpheus Taboo

Le chitarre svettano alte creando un vortice sonoro di grande impatto, The Orpheus Taboo (La Proibizione Di Orfeo) è servita in tutta la sua lucentezza epica, per narrare del mito di Orfeo, simbolo di lotta tra luce e ombra, tra inferno e paradiso. Qui ci prendiamo una piccola pausa dalla narrazione religiosa e ci addentriamo nel mito greco; la band narra della lotta tra divinità, leggende e miti, anche provenienti da culture diverse tra loro, e li unisce in un unico racconto. Tocca ad Orfeo schierarsi, ma Orfeo, si sa, è un personaggio del bene, un mortale che osa sfidare gli inferi per trovare il suo eterno amore Euridice. La sezione ritmica crea una cavalcata epica, mentre le tastiere si muovono agili stordendo l'ascoltatore, dunque Defeis canta: "Ho sognato di divinità cadute, quando l'oscurità urla e la luce si dissolve, una parola, una legge, un comando condannato. Non per me perché la mia volontà richiede arcobaleni fantasma dagli accesi colori" per poi attaccare col ritornello, depotenziato dal falsetto ma pur sempre immaginifico: "Apri gli occhi, bruciato nel vento la tua morte avverrà alla luce. Apri gli occhi, non c'è nulla che mi trattenga qui. Sono il salvatore", gli occhi che servono per condurre il personaggio nei labirinti dell'inferno, alla ricerca dell'amata, gli stessi occhi accecati dalle fiamme sacre che presto divoreranno Euridice, dopo che l'uomo l'avrà guardata dritta in volto. "Credo in ciò che sono, una parte divina ma dalla carne mortale, generato da un titano e trasportato dal vento oscuro, sto cadendo al sole, oltre la conoscenza, benedetto dall'ira del mio cuore" ci riferisce l'eroe mentre i musicisti compongono una marcia di guerra scandita dai terremotanti colpi di batteria e dalle chitarre affilate come lame di rasoio. Purtroppo il refrain cantato in falsetto perde moltissimo, pur essendo melodicamente strepitoso, ma a trasportarci in territori lontani ci pensa il clamoroso e magnetico bridge, suddiviso in due parti ben distinte: "Una cosa proibita, l'unico anello proibito, un voto per spezzare la morte", Block spezza in due il bridge con un assolo spaziale, veloce e plumbeo, DeFeis riprende con le sue amate tastiere: "L'uomo uguale a Dio. L'età dell'eroe è mia. Una porta proibita, un percorso da intraprendere. Solleva il velo e assaggia il frutto, tocca la corteccia dell'albero" per lanciarci contro una spessa muraglia di suoni. Gilchriest comincia a scatenarsi, accelera il ritmo generale creando un vortice strumentale possente, ma Defeis riprede da dove aveva lasciato, annunciando la coda finale, non proprio essenziale e un po' ripetitiva, che se fosse stata omessa nessuno ne avrebbe sentito la mancanza, ma che almeno serve a farci addentrare ancora meglio in questi sentieri infernali, dove la morte ha il suo regno.

To Crown Them With Halos (Part 1 & 2)

To Crown Them With Halos - Part 1 & 2 (Incoronali Con Le Aureole - Parte 1 & 2) è un'ampia digressione biblica, costruita su un solido giro di basso e sulle note oscure e inquietanti del pianoforte. Sembra una lunga marcia funebre quella creata dalla band, una marcia che si stratifica blocco dopo blocco e che si appoggia su di un testo molto lungo, suddiviso in quartine. Basso, batteria e tastiere ci introducono in un mondo crepuscolare, illudendoci di trovarci dinanzi a una ballata macabra, soprattutto alla luce dei leggiadri rintocchi di pianoforte. La prima strofa giunge a rafforzare l'illusione, giostrata tutta da voce e piano: "Vieni da me come l'acqua, vieni a me dalle profondità della luce lunare, vieni da me, figlia mia. La notte affoga tra le tue braccia" canta DeFeis prima di lanciarsi in urletti e dando effettivamente inizio al brano. Le tastiere svettano alte, Block le insegue con la sua chitarra, mentre Gilchriest accelera il passo. "Fuoco, simbolo del serpente divino, vincolo di gloria. Gli occhi del mistico, la sua carne è vino. Sotto il mare, sotto il cielo, l'inferno è sconfinato, dalla magia negata, dall'amore crocifisso. Il paradiso è spaventato" grida DeFeis alzando i toni, narrando la parabola religiosa nella quale si evince lo scontro tra bene e male, inferno e paradiso. Cristo crocifisso per i peccati dell'uomo e il serpente luciferino che assiste piacevolmente allo svolgersi degli eventi. Il ritornello fa tremare i polsi, il pezzo accelera ancora, il doppio pedale della batteria è irrefrenabile, le chitarre e il basso si uniscono in un vincolo d'amore. "Incoronali con le aureole, stanno per giungere. Il loro oscuro compito è terminato. Hanno agito nella notte" recitano le multiple vocals di DeFeis, alcune in falsetto, altre sussurrate e altre ancora espresse in tonalità grave, creando uno stranissimo e affascinante effetto stratificato, anche se, sopra una base ritmica forzuta, ci sarebbe stato bene un refrain meno delicato. Il testo si riferisce ovviamente ai demoni dell'inferno guidati da Lilith, personaggi notturni e malvagi che stanno facendo sprofondare il mondo della luce. Dal sofisticato ritornello si attacca con il secondo "corpo" di questo lunghissimo brano, un acuto e un ponte creato al pianoforte, poi ancora le strofe che si trasformano incredibilmente in un bridge cantato in un falsetto acutissimo e sublime: "Queste sono le cicatrici della gloria, selvaggi desideri legati alla sindone del Salvatore. La morte indossa il volto di un codardo e il Paradiso è paura travestita da vita". Le liriche ci vanno giù pesanti, le religioni vengono affossate, guidate da codardi considerati santi e le paure non sono altro che sottomissioni dovute alle leggi divine. "Il dolore non finisce mai, il cielo respira fuoco, orgoglioso angelo ribelle in guerra con i santi. Mia Jezebel". Nella religione ebraica, Jezebel è la regina di Israele. La donna, figlia del sacerdote Ethbaal, adorava il dio Baal e la sua famiglia ne diffondeva il culto. L'adorazione di Baal è associata alla sessualità e all'erotismo. Jezebel quindi era figlia e regina di questo regno perverso, dedito al sesso e agli istinti carnali. La regina, inoltre, una volta sposata introdusse in Israele il culto di Ashtoroth, divinità lunare affamata di potere e di sesso. Lilith è dunque l'incarnazione di Baal, di Ashtoroth, di Astarte, di Ishtar, di Kali, di Maria e di Afrodite. È interessante notare come questo componimento sia strettamente legato alla canzone "Visions Of Eden", che chiudeva l'omonimo album con la citazione di tutti questi nomi. Jezebel, così come Lilith, nasce dalla stregoneria e dalla ribellione, è il demone nemico di Cristo, perché simbolo di libertà spirituale e di femminismo. Joshua Block interviene con un grandissimo assolo, sovrastando i giochetti vocali di DeFeis, che sembra ansimare illustrando bene la carica erotica della figura citata nel testo. Il ritmo rallenta e si riprende col bridge, sempre intonato in falsetto: "Angelo del fuoco, le tue lacrime bruciano. Dov'è il tuo Dio? Ci sono spine nel tuo letto matrimoniale. Miti contraffatti, sangue da un bacio, il paradiso è terrore". Lilith ricorda il bacio di Adamo, il suo tradimento, le sue menzogne, guidate da un Dio meschino e maschilista. Block riprende l'assolo e poi si divincola con un riffing muscoloso, Gilchriest pesta come un demone, velocizzando tutta la struttura e regalandoci un momento tesissimo, forse il migliore di tutta la canzone, anticipando la parte 2. I toni si smorzano dopo una breve recita sussurrata dal vocalist, quando Lilith prega e invoca il culto di Jezebel, riprendendo la primissima strofa, quella costruita su voce e piano.

The Black Light Bacchanalia (The Age That Is To Come)

Il vortice sonoro espresso dalle orchestrazioni è destinato a infrangersi dopo pochi secondi, lasciando spazio ai primi versi di The Black Light Bacchanalia - The Age That Is To Come (Il Baccanale Di Luce Nera - L'Età Che Deve Arrivare), sinuosa canzone che spruzza veleni in un testo emblematico, non a caso title-track dell'intero lavoro. "Fuochi d'avorio brillano in un cielo sepolcrale, evocando l'inferno con battiti di ciglia. Lo spirito del male prosperirà eternamente, guidato da un diavolo", ci racconta DeFeis in toni fin troppo pacati, smorzando un po' l'attitudine furastica del brano, persino quando il refrain è in dirittura d'arrivo, raccontato leggiadramente in modo tale da creare grande atmosfera ma stemperando in grinta. Il veleno c'è, lo si percepisce, ma forse non è letale, tuttavia le linee melodiche sono come al solito geniali e ci mettono una pezza. "Potere infinito che fonde vita e luce dell'alba. Solleva l'inferno e lo porta in paradiso. Una macchia nera per l'età che sta per arrivare". L'inferno è visto come una macchia nera ed estesa che si sta mangiando tutto il mondo, partito dalle viscere della terra adesso si sta innalzando fino a sommergere i cieli. Sta per sorgere una nuova era, guidata da diavoli e dai peccati. Dio ha fallito miseramente. Gilchriest si scatena tra una strofa e l'altra, poi lascia campo al vocalist nella seconda parte: "La luna piange dietro la foschia. Il paradiso geme e muore, i vangeli eretici sono mutilati. Corvi notturni gracchiano in un crescendo di stelle piene di zolfo e di sangue". Emerge il pianoforte ed emergono i cori epici in sottofondo, trasportandoci in una dimensione ancestrale e intima, molto cupa, che fa dei suoi rallentamenti un viaggio nei labirinti degli inferi. Block e DeFeis duellano, l'uno con la chitarra e l'altro con le tastiere, regalando un momento danzereccio assai godibile, dunque parte l'assolo, sempre di Block, in quanto Pursino è assente, poi Gilchriest utilizza il doppio pedale per stordirci. "Arrivano le visioni dell'inferno, una città di dannati sta piangendo sotto i rintocchi di una campana liquida che rievoca bugie. Devastiamo il loro corpo per assaporare le loro anime, orfane della disperazione", bella citazione di "Visions Of Eden", trasformata in "Visions Of Hell", cantata negli ultimi versi di questa epopea musicale, forse troppo statica e, alla lunga, un po' ripetitiva, nonostante l'intervento massiccio di dosi orchestrali, sapientemente manovrate dal vocalist. Ma a convincere meno è il fiacco refrain, buono ma non ottimo, e la sua ripetizione forzata. Tuttavia, il ritmo sensuale che ricorda un rito orgiastico attrae e fa breccia, ma uno sfoltimento generale avrebbe giovato alla dinamicità del pezzo.

The Torture's Of The Damned

Quando DeFeis si siede al piano la magia è pronta ad esplodere. Voce sublime e note agro-dolci fanno da sfondo per la brevissima ma intensa ballad The Torture's Of The Damned (La Tortura Dei Dannati), meno di tre minuti di poesia che arrivano al cuore e riempiono le arterie. DeFeis qui è il tuttofare, praticamente suona tutto da solo, tranne nelle ultime battute, quando subentra la chitarra a sette-corde di Block a dargli una mano. È Adamo a parlare: "Cammino in strade di genocidio, le mie parole gocciolano sangue, come selvaggia nebbia d'amore. Non ho scelta, non ho più casa, in mente scorrono pensieri, neri come un fiume". Durante la sacra guerra tra inferno e paradiso, Adamo ritorna al centro dell'attenzione. L'uomo si guarda attorno e vede soltanto desolazione, gli angeli umiliati e bruciati dai demoni, le ambientazioni di luce trafitte da tuoni cupi e terremotanti. Fuochi accesi che disperdono cenere velenosa. È l'apocalisse. Il brano prosegue nella sua intensa drammaticità, senza possedere un vero ritornello: "Morte e dolore, le cui voci uccidono la fede, non c'è speranza per questo mondo irreparabile. Dov'è il vessillo da piantare? Dov'è Dio, adesso?", mentre Adamo si interroga sul mistero della fede e, addirittura, comincia a dubitare del potere di Dio, schiacciato dalle forze del male, la sezione ritmica si potenzia, le orchestrazioni si ingrossano e DeFeis torna il vecchio leone di un tempo, per un'interpretazione magistrale. La sua voce gratta che è un piacere, e allora la seconda parte è ancora più concitata della prima: "Nessun sospiro, nessuna lacrima, un tramonto nero in preda alla paura. Non si parla di pace, un pozzo di dolore, abbracciamo la morte, stasera", ci narra tra celestiali tastiere e rullate di tamburi, mentre Block emerge timidamente graffiando le corde. Il momento è catartico, pura magia epica per uno dei migliori pezzi mai partoriti dalla band e dalla mente del vocalist. "Quale antica bugia può lasciar morire il proprio popolo? Maledico il tuo regno celeste". Sono le ultime parole di Adamo, adirato con Dio per la sua indifferenza o incapacità di difendere il mondo e le sue creature. La fede dell'uomo vacilla.

Necropolis (He Answers Them With Death)

La disperazione per il paradiso perduto prosegue con Necropolis - He Answers Them With Death (Necropoli - Egli Risponde Loro Con La Morte), splendida cavalcata funerea che sa evolversi con intelligenza attraverso una serie infinita di cambi di tempo. "Cercateli su ogni catena montuosa, su ogni collina, su ogni albero. Abbattete pilastri e santuari, bruciate ogni cosa", sono queste le poco rassicuranti parole pronunciate da un DeFeis profetico, seduto al suo amato pianoforte. La sezione ritmica, suonata interamente dal vocalist se non per qualche incursione di Block, cresce trasformando il pezzo prima in un mid-tempo e poi nella furia sonora del ritornello, uno dei più violenti dell'album. "Correte in città e uccidete tutti, uccidete giovani e anziani, frantumate i loro templi e illuminate l'oscurità con le anime crocifisse", Lilith è spietata, comanda ai suoi figli-demoni di distruggere il mondo intero. Il paradiso è ormai sconfitto, così come Dio, scappato in ritirata. A questo punto, il ritornello è dannatamente selvaggio e furente, perché è qui che sia Lilith che Adamo, all'unisono, intonano un canto di vendetta nei confronti di Dio: "Egli risponde con la morte. Inverno nero nei loro occhi. Grande bugiardo dei cieli". Dio è il grande bugiardo dei cieli e, ad ogni domanda che gli viene posta, egli non sa che rispondere, lascia che sia la morte stessa a fare le sue veci. Le creature del mondo sono abbattute, la fede le ha abbandonate, forse per sempre, e l'universo si è trasformato in una necropoli. "Omicidio e torture alla luce del sole. Spodestate i loro re e rendete schiave le loro vergini. Egli è il grande tiranno dei cieli", i demoni sono vittoriosi, le forze del male hanno vinto, il paradiso è raso al suolo e Lilith grida trionfante nel clamoroso chorus, il secondo che va ad aggiungersi al primo che già abbiamo ascoltato: "Oh, non abbandonerà il mio nome per vivere nella folle sofferenza quotidiana, solo per essere morta pur essendo viva". La donna non vuole rinnegare il suo potere, la sua fama e la sua grandezza, ora che ha conquistato il cielo non vuole più sentirsi una morta-vivente. Ella non vuole sottostare al volere divino, un volere che procura solo disperazione e sofferenza, ogni giorno, e che ogni giorno la costringe a vivere come fosse morta, cioè priva di istinti e di emozioni. Questo è un po' un sunto della concezione di DeFeis nei riguardi di tutte le religioni organizzate. Una considerazione non proprio felice. Joshua Block ci raggiunge con un riffing portante altezzoso, dunque la fase centrale è cupissima, dove il pianoforte rintocca per un solo spaventoso, costruendo una parentesi molto melodica. "Sconsacrato sia il tuo nome, Padre. Il tuo regno non verrà e la tua volontà non sarà fatta. Non sulla terra e nemmeno in Paradiso. Mangia la polvere, striscia sulla pancia, la terra torna alla polvere, che è Madre di tutto", DeFeis si diverte a invertire il senso della popolare preghiera cattolica, recitando con classe questi versi blasfemi e osannando la figura della Madre, della femmina. Il solo di Block è gelido, acutissimo, spietato, quasi privo di emozione tanto è concitato nel resoconto della vicenda. "La polvere è Terra, la Terra è Madre. Ritornate da lei, non dal Padre", comanda Lilith ai suoi figli, ribadendo il concetto. La fase strumentale si dilunga alternando violenza e morbidezza, per poi riesplodere ferocemente col refrain. La coda finale è da brividi, cantata quasi tutta in falsetto da un DeFeis indomito, che in questo caso incarna la voce dei demoni: "I freddi raggi illuminano il paradiso. Gridiamo il suo nome, poiché la regina ci garantisce salvezza", laddove la regina del testo è ovviamente Lilith.

Eternal Regret

Eternal Regret (Eterno Rimpianto) è una ballata che cresce lentamente, aumentando di velocità minuto dopo minuto e prendendo in esame tutti gli strumenti suonati nell'album. È la summa di tutto il concept, perciò rivela periodi melodici non indifferenti, sezioni recitate, parentesi funeste, il tutto amalgamato in un crescendo da lacrime. Il testo è fondamentale, anche perché è Dio a parlare, per la prima volta dall'apertura di "Visions Of Eden". L'atmosfera malinconica lacera l'anima, DeFeis è il solito immortale interprete del Mito, e delicatamente attacca al pianoforte: "C'è qualcosa che si muove davanti a me, luci rosse, tuoni che scuotono. Oltre le porte della paura, sepolto dall'oscurità, polvere d'ossa e foglie aleggiano col vento. Posso sentirvi nel buio". Dio è lamentoso, distrutto dalla disfatta e dalla perdita del suo regno. Chiama i suoi figli, tutti quanti, perché è disperato. La disperazione è intrisa nelle note di questa ballata, che altro non è che un soliloquio costruito dai pensieri di Dio come flusso di coscienza. Pursino e Block emergono con dei fraseggi cupi, Gilchriest li segue quieto colpendo i piatti. "Un pianto infinito, vi chiamo attraverso la polvere dell'inferno ma so che non risponderete. La luna illumina i vostri occhi". Il rimpianto è quello di Dio, che adesso capisce ciò che ha fatto, come si è comportato con Lilith e le tragiche conseguenze che hanno portato il mondo alla distruzione. Lo ribadisce nel meraviglioso ritornello, con tutta la band impegnata in questa danza notturna che tocca il cuore: "Che cosa ho combinato, figli miei? Dove siete, adesso? Sparsi nello spazio?". La chitarra emette una litania crepuscolare, DeFeis prosegue: "Le lacrime solcano i miei occhi, ridatemi la Dea che ho offeso. È felice, adesso? È felice di tutto il dolore che ha generato?" allungando il corpo centrale e posticipando il ritornello. Dio invoca il perdono di Lilith, ma la donna è lontana e non può sentirlo. Le chitarre si smorzano, resta il pianoforte a cullarci nelle tenebre, l'atmosfera è magica, meravigliosamente drammatica. La coda è affidata allo scambio tra piano e voce: "In un mondo di dolore e di nebbia, la mia anima grida un tuo bacio, ti vedo ancora e muoio. Il tuo viso è una fiamma che arde nel mio cuore, i diavoli infestano le lapidi". Dio si lancia in questo canto di amore nei confronti della figlia cacciata e perduta, rimpiangendo il suo amore. Un capolavoro di amarezza e di rimpianto che i Virgin Steele costruiscono con incredibile genialità, lasciandoci con una sola domanda, che poi è il mistero di tutta la vicenda fin qui raccontata: "Quando sapremo?", nel senso, sapremo mai come si comporterà Dio per riprendersi il suo regno? Rivedrà mai Lilith? Adamo è ancora vivo? I quesiti saranno sciolti nel terzo capitolo della trilogia.

Conclusioni

Incubi, tentazioni, riti orgiastici, vizi capitali, maledizioni divine e duelli all'ultimo sangue sono i temi contenuti in "The Black Light Bacchanalia", secondo capitolo della trilogia pagana dei Virgin Steele che si struttura come fosse un lungo e sacro amplesso sessuale, dai ritmi sinuosi, dalle calde melodie, dalle eteree architetture sonore. Una danza erotica attorno al fuoco, mano nella mano con le baccanti, inebriati dagli effetti stupefacenti del vino che scaturiscono imponenti visioni (dell'Eden). È un rituale di antica magia, di antico sapere, infestato da demoni alati e da incubi notturni, da visioni estatiche e da sacrifici umani. Non è una storia di armonia e di pace, ma la storia della distruzione di un mondo, della guerra divina, vestita di una malinconia fitta come la nebbia. Indubbiamente un disco difficile da giudicare anche dopo diversi anni dalla sua uscita; se da un lato, il cantato sofisticato e piuttosto pacato di David DeFeis ne smorza gli intenti, dall'altro è impossibile negarne la grande interpretazione, scandita da un timbro più unico che raro, che sa essere raffinato quanto possente, alternando falsetti a ruggiti animaleschi che stordiscono l'ascoltatore. Spesso si ha la sensazione che i ritornelli siano depotenziati dal falsetto, e ciò è vero, perché con l'intonazione piena avrebbero reso cento volte di più. Purtroppo DeFeis ha accusato la malattia e il vecchio leone non è più quello di un tempo, così fa quel che può, e a me, che l'ho sempre ritenuto il numero uno, va ancora bene, purché si contenga, perché nel suo timbro scorgo magia innata e nel suo cantato trovo una potenza devastante, seppur limitata negli ultimi anni. "The Black Light Bacchanalia" è un lungo percorso attraverso il mito, un cammino che attraversa e racconta i riti pagani dei nostri avi, riti scanditi da incubi e da deliri rievocati dalla geniale penna di DeFeis, come al solito ricca di poesia, capace di dipingere immagini potenti, dalla natura mistica e solenne. A questo punto il racconto si fa epico e religioso, ancora più ampio (e forse anche meno mirato) rispetto al predecessore "Visions Of Eden", e viene costruito con una classe cristallina che ben poche band posso vantare, soprattutto dopo tre decenni di carriera, scandito da arrangiamenti sublimi, da melodie tanto profonde che lacerano l'anima e dall'intervento in dosi massicce di crudeli riff di chitarra e imponenti raffiche di batteria, un po' latitanti nel capitolo precedente. Restano i limiti, quello è indubbio, come l'inspiegabile prolissità di alcuni momenti, tanto che quasi tutti i brani potrebbero essere accorciati di un paio di minuti l'uno, facilitandone l'ascolto e sfoltendo le parti in eccesso che francamente hanno poco senso di esistere; alcuni casi eclatanti: l'apripista "By The Hammer Of Zeus", che si ripete un po' troppo nella seconda parte, oppure la deliziosa e nobile "Pagan Heart" che si prolunga all'infinito, o ancora la title-track, che perde di potenza a causa di un refrain statico. Ma i Virgin Steele ci mettono il cuore, sempre e comunque, nonostante un missaggio un po' dispersivo e confuso che tende a soffocare i suoni, specie quando si alza il volume, e i singoli musicisti svolgono un lavoro egregio, evidenziando tecnica ed espressività, sia quando si abbandonano a delicati canti intrisi di malinconia e oscurità come in "Nepenthe", "The Torture's Of The Damned" e "In A Dream Of Fire", veri gioielli di poesia nera, sia quando si scatenano con pezzi vertiginosi, scanditi da una serie infinita di cambi di tempo e da melodie incastonate nelle melodie, come nella dinamica "The Orpheus Taboo", la stratificata "To Crown Them With Halos", la fugace "The Bread Of Wickedness", per giungere alla chiusura con la sensuale litania di "Eternal Regret", un vero capolavoro di abbandono sensoriale che cresce lentamente. Lo sconcerto iniziale, quello legato ai primi ascolti, legato ai limiti vocali e alla pesantezza di fondo, si dissolve nel tempo, rivelando un'opera sì difficile e fin troppo estesa, ma dotata di magia e di personalità che garantiscono da sole longevità e profondità intellettuale. Sono trascorsi ben sette anni da quando "The Black Light Bacchanalia" ha visto la luce, sette lunghi anni durante i quali ne sono state dette di cotte e di crude su questo lavoro, sul lavoro in studio di DeFeis, sul suo stato di salute, sugli obiettivi della band americana, ma ancora oggi ascolto l'album con una certa costanza e, ogni volta, questo sa rivelare elementi che negli ascolti precedenti mi erano fuggiti. Più vado avanti e più noto che molte persone condividono le mie stesse sensazioni, tanto che il disco ormai è stato ampiamente rivalutato dalla quasi totalità dei fans, tranne da quelli che l'hanno sentito in maniera distratta, tranne da quelli che gli hanno concesso pochissimi ascolti. Ciò è un errore, i Virgin Steele non devono essere valutati in base a pochi ascolti, non bastano due cinque o dieci passaggi per la valutazione definitiva, nessun album della formazione americana è di facile presa, nessuna loro gemma sonora è talmente diretta e semplice da essere capita alla prima botta. No, i Virgin Steele sono una band sofisticata, fin troppo raffinata, in continua evoluzione e che non si pone limite alcuno, per questo i loro album suonano tutti in modo diverso e tutti sono in grado di raccontare un mondo a sé. Questo è un disco che nella sua eccellenza presenta delle pecche, quelle purtroppo ci sono e sono evidenti, ma le qualità sovrastano e schiacciano i difetti e tanto basta per amarlo. E non importa se due stupende ballate sono state estromesse dalla versione standard e lasciate in disparte come bonus-tracks nella versione digipack, non importa nemmeno che un mostro sacro come DeFeis abbia eseguito disastrose performance nel tour 2010-2011, prediligendo, da un certo momento in poi, concerti in acustico, più consoni alla sua attuale forma fisica, nella quale non è più costretto a raggiungere gli ultrasuoni. Non importa niente se non della qualità stessa della musica e, per come la vedo io, "The Black Light Bacchanalia" di qualità ne ha molta, perché è un'opera magica, un'opera che ha tanto da dire e tanto da regalare, bisogna soltanto armarsi di pazienza, leggere la trama e accogliere quanto i Virgin Steele ci stanno dicendo in questi undici fenomenali brani, l'uno meglio dell'altro. Non bisogna assolutamente sottovalutare il potere di questo lavoro, bisogna solo chiudere gli occhi e unirsi al sabba, tra boschi selvaggi fitti di pericoli, seguendo la danza delle streghe e onorando gli Dei con del buon vino, lasciandosi sedurre dal fascino di questo racconto pagano.

1) By The Hammer Of Zeus (And The Wrecking Ball Of Thor)
2) Pagan Heart
3) The Bread Of Wickedness
4) In A Dream Of Fire
5) Nepenthe (I Live Tomorrow)
6) The Orpheus Taboo
7) To Crown Them With Halos (Part 1 & 2)
8) The Black Light Bacchanalia (The Age That Is To Come)
9) The Torture's Of The Damned
10) Necropolis (He Answers Them With Death)
11) Eternal Regret
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