VIRGIN STEELE

Noble Savage

1985 / 1997 - Cobra / T&T

A CURA DI
ANDREA CERASI
16/09/2017
TEMPO DI LETTURA:
9

Introduzione Recensione

"Una celebrazione di vita, di morte, di tenebre, di luce, e ancora di amore, bellezza e forza indomita". Sono queste le parole che David DeFeis utilizza per introdurre un'opera destinata alla storia dell'heavy metal. Non sono parole scelte a caso, perché nel 1985 il destino di una delle band di punta di tutta la scena hard rock americana è talmente incerto che i quattro musicisti newyorkesi ci mettono cuore e anima nel concepire quello che, nelle loro teste, sarebbe potuto essere addirittura l'ultimo lavoro. Sì, perché all'epoca i ragazzi attraversano difficoltà personali di vario genere, inoltre il divorzio dal chitarrista Jack Starr, che nel 1985 è ancora tutto da risolvere, minaccia il cammino futuro, tanto che l'utilizzo del monicker Virgin Steele è ancora sospeso in una sorta di limbo oscuro. In questa condizione di incertezza e di crisi esistenziale, la band non può far altro che concentrarsi sulla musica, mettendoci tutta l'esperienza, tutte le frustrazioni, tutte le idee accumulate negli ultimi tempi per farli confluire insieme nel processo creativo. Nell'estate del 1985 il materiale inedito è già pronto per essere immesso sul mercato, ma bisogna ritardare la pubblicazione di mesi, in attesa dell'acquisizione dei diritti sul nome. Quando, finalmente, DeFeis vince la causa, il monicker Virgin Steele torna sulle scene più carico e scintillante che mai, lustrato a dovere per proseguire un discorso iniziato solo quattro anni prima e che conta già un pubblico numeroso, intere legioni di estimatori imploranti metallo barbarico e parecchie metal band che dal lavoro degli stessi traggono ispirazione. Ogni cosa è pronta per il grande ritorno e così, alla fine dell'anno, gli ascoltatori possono stringere tra le mani uno dei dischi più importanti di tutto l'epic metal, immortalato da una copertina emblematica: un tramonto dorato simbolo di libertà e un uomo, in primo piano, seminudo, pugno alzato in cielo in segno di vittoria, che stringe una spada icona di epicità e di tradizione; è un selvaggio, un guerriero di un tempo antico e reduce dalla guerra. La fotografia è regale, sfarzosa, dannatamente epica, il titolo dell'album "Noble Savage". Basterebbe solo questo per far tremare le gambe, per indicare il valore della band e la sua importanza storica; è già, perché il disco è un concentrato di maturità, di classe e di eleganza, ma anche di devastante potenza, elementi questi che inaugurano un secondo principio, un nuovo inizio, e allora il logo ufficiale si rinnova e l'iconografia fantasy dei precedenti art-work viene abbandonata per sempre, segno che la band ha tracciato un taglio netto con un passato più ingenuo e meno a fuoco. Inizia così la cosiddetta "Barbaric-Romantic Saga" e per farlo David DeFeis convoca a corte un suo vecchio amico, Edward Pursino, che entra in formazione andando a sostituire Jack Starr. Pursino è l'uomo che tutti cercano, maestro indiscusso della sei-corde, dalla visione musicale molto simile a quella del vocalist e capace di contribuire in fase di songwriting. Con lui, i Virgin Steele possono fare il passo successivo ed elevarsi qualitativamente, complice anche l'abbandono dei retaggi hard rock e blues e l'approccio di sonorità epiche ancora più marcate, incentrate su spaventosi e improvvisi cambi di tempo, testi sopraffini e lunghe code strutturate tramite l'utilizzo di tastiere sempre in primo piano e che introducono atmosfere tanto mistiche e antiche quanto affascinanti e avvolgenti. A questo punto DeFeis, completamente libero di sperimentare e di mettersi in gioco, può dar sfoggio di tutto il suo geniale estro creativo e di tutta la potenza e tecnica vocale che lo contraddistinguono. Gli Dei scendono al suo fianco e gli concedono il dono dell'infallibilità, tanto che da questo momento in poi, come miracolo divino, una lunga serie di capolavori prenderà vita, ma la fortuna e il successo nascondono quasi sempre un'anima nera popolata da insidie, e accanto al talento capita che spesso vi si nasconda qualcosa di più terribile e cupo, forse una maledizione, visto che il destino si accanirà con violenza e in più occasioni contro questa incredibile band, ostacolandone il cammino verso la gloria commerciale. Nonostante tutto, "Noble Savage" è la massima espressione dell'epic metal del periodo, capace di raccogliere sin da subito critiche entusiastiche e consensi unanimi, non solo andando a sfidare in campo aperto i cugini Manowar, reduci da tre capolavori consecutivi, ma elevandosi come una delle maggiori opere mai prodotte da quella che, all'epoca, era identificata come la scena U.S. power. Da questo momento in poi, grazie al copioso numero di vendite e le lodi tessute dalla stampa specializzata, i Virgin Steele raggiungono lo status di leader di tutto il movimento epic mondiale, allo stesso livello, o quasi, di quello conquistato dagli eterni rivali/colleghi Manowar, con i quali condivideranno preziosi momenti, a testimonianza di una sincera amicizia e reciproco rispetto, a discapito di una rivalità alimentata dai fans delle due fazioni nel corso degli anni e che ancora oggi si protrae imperterrita.

We Rule The Night

We Rule The Night (Dominiamo La Notte) è selvaggia, regale, potente e muscolosa. Un vero inno alla notte e ai ragazzi che, durante la notte, si lasciando andare agli istinti più remoti. Ayvazian e Pursino si scatenano intavolando una cavalcata metallica spaccatimpani, Joe O' Reilly subentra impavido irrobustendo la sezione ritmica, infine DeFeis, voce dura e impetuosa, ci trascina nella foga, invitandoci ad alzare la voce, a fare baccano e a prepararci al combattimento. La breve strofa introduttiva fa intuire subito la potenza devastante di un brano diventato un cult degli anni 80, uno dei più famosi targati Virgin Steele, per un misto tra heavy e epic che se da una parte risulta abbastanza classico dal punto di vista strutturale, dall'altra evidenzia un songwriting affilato e maturo. Il riffing serrato, partorito dal grande Pursino dà il via alla furia notturna, dove bande di giovani scapestrati mettono a ferro e fuoco l'intera città. Il clima apocalittico si riscontra nelle preghiere degli innocenti, vittime dei tempi moderni, che odono un baccano tremendo fuori dalle loro case, e allora implorano la grazia, gridano in preda al panico, maledicono i ribelli. Negli anni 80 il tema della ribellione giovanile è molto sentito, specialmente in ambito rock, visto come atto di condanna verso una società menefreghista e materialista che non è in grado di garantire un futuro sicuro ai propri cittadini. Mentre l'andamento accelera, portato avanti da basso e chitarra che si sfidano in un duello spietato e feroce, DeFeis inveisce contro il governo, lo definisce stupido, arrogante, organizzato in modo tale da indebolire il popolo attraverso bugie e leggi controproducenti. L'unico modo per sopravvivere dignitosamente è quello di ribellarsi. Basta provare per diventare liberi, e allora, come il generale di un esercito, improvvisandosi un giovane William Wallace, il vocalist invoca la libertà, la urla nello squisito pre-chorus; vuole vendetta, ribellione, presa di coscienza, e allora i suoi uomini spiegano le ali e invadono le strade della città. Il refrain è un colpo al cuore, tanto semplice quanto prezioso, da cantare con tutta l'anima in corpo, perché ci appartiene, è pure istinto di sopravvivenza, è la prima legge umana. Governiamo la notte, la comandiamo, la possediamo. Non ci saranno soprusi, oggi, nemmeno sottomissioni, la notte è ancora nostra. L'esercito ora è fomentato, vuole giustizia e marcia verso la vittoria, anche se il sentiero che dovrà percorrere è costellato da cicatrici impresse sulla pelle dalla vita stessa. È tutto un'illusione, bisogna svegliarsi, capire che i potenti ci stanno ingannando, ci stanno togliendo l'esistenza, ci stanno soffocando, ma siamo uomini e dobbiamo morire liberi. Edward Pursino mette in mostra la sua classe immensa, producendo un assolo che fa tremare le gambe, dunque il ritmo si distende e allora si arriva alla coda finale, dove, tra una rullata e l'altra di Joey Ayvazian, O'Reilly sovrasta tutti col suo basso, emettendo corposi effetti sonori, come se stesse domando un cavallo in corsa, guaendo in latrati sofferti poi replicati dallo stesso DeFeis attraverso acuti femminei.


I'm On Fire

In I'm On Fire (Sono Eccitato) Pursino fa stridere la sua chitarra, un ululato che si protrae per parecchi secondi, quasi una sorta di grido disperato e frustrato per la situazione che la band, all'epoca, sta vivendo. Ben presto la tempesta di acciaio si abbatte sui nostri timpani, guidata dal drumming possente di Ayvazian, uno che oltre a pestare duro è anche in possesso di una tecnica invidiabile. DeFeis è prosaico, tralascia la delicatezza delle sue vocals per puntare dritto al sodo: è eccitato, è sul punto di esplodere in un'estasi di eccitazione, come una stella cadente in cielo che si trascina nella volta celeste e si frantuma in milioni di schegge luminose. Nonostante un testo abbastanza semplice, e forse ingenuo, David interpreta in modo divino, facendo intravedere tutte le sfumature della sua voce, passando da toni sporchi, grida disumane, acuti femminei e parti morbide cantate con voce angelica. La sua voce è sensuale, proprio come il testo che ci sta raccontando, anche se la tematica stona sia col contesto generale dell'album e sia con la parte strumentale, che è vigorosa e pompata al massimo. Il singer ruggisce come un leone nella savana e si scalda, pronto a donare amore alla donna corteggiata, perché la vuole possedere, l'istinto selvaggio gli fa perdere la testa. Uno spiraglio di melodia viene accennato nel pre-chorus e più tardi nel pungente bridge, mentre il ritornello appare cadenzato e cantato a singhiozzo, frammentato come se si stessero scandendo in sillabe le parole che lo compongono. Una cosa è certa, se le liriche sono tipiche di una band giovanissima, la musica bilancia il tutto, facendo intravedere un potenziale enorme. Il leone ha fame, vuole carne fresca da sbranare, e così il re della foresta si prepara per la caccia, individuando il lauto pasto con cui banchettare nella notte. Questo è il richiamo della natura selvaggia, scandito da vorticose ritmiche poggiate sui riff scatenati elaborati da un mito come Pursino, che non fa rimpiangere affatto Starr, sia nella costruzione del ritmo portante sia nei singoli assoli che sono una vera delizia per le orecchie. In definitiva, questo è un buonissimo pezzo, forse uno dei due/tre minori contenuti in questa opera d'arte per via di un testo ingenuo, che DeFeis definisce da veri rocker appassionati e selvaggi.

Thy Kingdom Come

Thy Kingdom Come (Che Venga Il Tuo Regno) è una di quelle perle epiche che conquistano sin dal primo ascolto, trascinando l'ascoltatore grazie a una melodia stupenda e a una base ritmica coinvolgente e calda, senza contare poi la maestosa tecnica vocale di DeFeis, che qui fa di tutto per impressionare. Scritto in un momento difficile, quando gli animi erano piuttosto giù, è un brano che secondo la band dona la forza di continuare a sperare, essendo un inno alla forza d'animo e alla vita. Il tema epico si presenta subito attraverso le fanfare, un insieme di strumenti a fiato che danno la dimensione di un mondo lontano, di un'era arcaica, mentre Joey Ayvazian colpisce le pelli con eleganza, come per guidare una parata militare. L'introduzione è mistica, spezzata improvvisamente dall'intervento delle sognanti tastiere dello stesso DeFeis. Il tutto si trasforma nell'ennesima cavalcata indomita, questa volta però, nonostante il minutaggio contenuto, troviamo un corpo musicale totalmente inedito che mette in luce la grandezza compositiva dei Virgin Steele, capaci di inserire più melodie e diversi movimenti in un solo contesto, senza contare il sofisticato utilizzo di numerosi strumenti della tradizione classica che si amalgamano con quella hard rock, generando un ibrido fin ad allora mai udito. La band ci trasmette una buona dose di vitalità, "Mai dire mai", ci suggeriscono le liriche, bisogna continuare ad avere fame di vita, di godersi i momenti con occhi di fuoco, sprizzanti energia, la stessa energia contagiosa evocata dalla musica. Bisogna farsi largo attraverso le tenebre della quotidianità, guardare oltre, i tesori preziosi che si nascondono nell'ombra, per far rivivere il nostro sogno più grande. Alziamo le mani, facciamoci vedere in lontananza, facciamoci riconoscere; siamo ancora vivi, stanotte. Il secondo blocco è ancora più grintoso, basso, batteria e chitarra si dividono i compiti, riempiono gli spazi, ingrassano il suono, le tastiere del vocalist riemergono dal torpore, quasi timidamente, e sono pronte alla carica. Combattiamo per l'eternità, come guerrieri coraggiosi, combattiamo per l'onore e la gloria, al fine di raggiungere l'immortalità dell'animo. Erigiamo il nostro castello, pietra dopo pietra, bastione dopo bastione, rafforziamo i muri con la malta, strato dopo strato, per poi creare un luogo sacro dominato dall'amore, una fortezza di sogni e di speranze nella quale rifugiarsi. Ed ecco che si aggancia il sublime, splendente, onirico ritornello, cantato tutto in falsetto da un vocalist strepitoso e solenne: prendiamoci per mano e saremo liberi, uniti contro le ingiustizie, vivremo in un regno di luce dove le tenebre non potranno mai entrare, dove i sogni si realizzeranno, sabbie di smeraldo porteranno dritte nella vastità degli oceani, fonte di vita eterna. Il secondo refrain viene protratto, gli acuti di David sono imperiosi, aleggiano nell'aria gridando di ascoltare le voci, di raggiungerli nel regno, per essere incoronati re. Le fanfare chiudono il tutto lasciandoci estasiati.

Image Of A Faun At Twilight

Image Of A Faun At Twilight (Immagine Di Un Fauno Al Crepuscolo) nasce dalle emozioni di un momento. DeFeis sta improvvisando al piano nello studio di casa, quando dalla finestra nota un paesaggio malinconico: il tramonto, che inevitabilmente rimanda alla cover dell'album, l'aria tempestata da raggi dorati, la foschia che avvolge la vegetazione, le ombre che si stagliano in lontananza e che rendono tutto magico. L'intuizione di un istante ed ecco che il genio di David partorisce questo semplice e brevissimo interludio epico, omaggio al fauno, divinità italica protettrice delle greggi e dei campi, raffigurata con l'immagine di una creatura metà umana e metà caprina. L'atmosfera è malinconica e depressiva, ma anche altamente epica e sognante, dove la toccante tastiera del vocalist è l'unica protagonista. Appena un minuto, divinamente eseguito e improvvisato lì sul momento, capace di creare un legame fortissimo con la natura; mentre le delicate note della tastiera ci accarezzano, sembra di vedere l'antica creatura, gambe caprine, orecchie a punta, lunghi peli sulle braccia, che fa capolino dietro il tronco di un albero. Ha lo sguardo triste, intento a suonare il suo flauto di legno, costruito con le sue mani legando tubi di canne di varie lunghezze, proprio come il dio Pan. Il suo animo è nobile e pacifico, e grazie alla sua musica allieta le fatiche degli agricoltori. In epoca antica era associato al culto di Bacco e considerato dal cuore mite, in seguito, in epoca cristiana fu trasformato in satiro, dall'indole malvagia, servo di Satana. Ma quello che il musicista vuole trasmetterci è la caratteristica primordiale, quella legata alla bellezza e alla fragilità della natura, proprio come lo intendevano i romani. Un interludio da favola, immaginifico e soave.

Noble Savage

Noble Savage (Nobile Selvaggio) è uno dei brani più popolari della band, un capolavoro senza tempo che rappresenta l'essenza stessa della musica targata Virgin Steele. La delicata poesia delle liriche si sposa alla perfezione con la magnificenza della musica, dagli strumenti affilati in grado di alternare momenti feroci ad altri morbidi, attraverso un climax discendente che fa sobbalzare il cuore e che via via si smorza colpendo la mente e l'anima. Il pezzo è testamento di onore, di forza, di bellezza e di grazia, contenitore dell'essenza umana, uomo/donna, identificati a tutti gli effetti nel regno animale creando, ancora una volta, una connessione con la natura e col mondo che ci governa. L'istinto animalesco è rappresentato dalla chitarra felina e ruggente di Pursino, che instaura un riffing glaciale, tagliente e furibondo, colpendo duro così come la batteria di Ayvazian, famelica e gloriosa. DeFeis prende la rincorsa e si presenta come un leone affamato che ruggisce, scalcia, si getta sulla preda raggiungendo tonalità altissime e gridando come un animale. È il suo momento: si trasforma in animale, con tutti i suoi istinti, grazia in forma e in potenza, dall'animo dignitoso e che vive con onore, sempre alla ricerca della libertà che gli spetta. L'uomo deve recuperare gli ancestrali valori, tornare alla sua vera forma, umiltà e onore, miscelare mente e materia per trasformarsi in una macchina perfetta, governata dalle leggi della natura. L'incedere è maestoso, nobile proprio come lo spirito selvaggio, poi giunge l'orgoglioso pre-chorus, magico, unico, incredibile, dove i toni si accendono ancor di più, e David ci dice che dobbiamo avere speranza, la ragione deve accendersi come un fuoco generato da una scintilla, dobbiamo respirare lo spirito atavico della terra. Siamo selvaggi, siamo re, combattiamo gli impostori che proclamano il male, dobbiamo conquistare la libertà e riportare la pace sul mondo intero. Il tema è delicato perché eleva lo spirito umano, la concezione della vita umana, il suo scopo primario, quello di rispettare la natura e tutte le creature che la popolano. "Noble Savage" è un canto di protesta, un inno alla vita, una preghiera per gli animali, suggellato dall'imperiosa melodia che trascende generi e arriva sotto pelle; il refrain è uno dei momenti più alti di tutto l'heavy metal, lo si respira, lo si assorbe, lo si vive, con il cuore e con la testa. O'Reilly e Pursino sono due sciamani che invocano la potenza degli Dei della terra, si scontrano, duellano, dialogano attraverso assoli, sferzate metalliche, fendenti velenosi, e poi lasciano sfogare un DeFeis incredibilmente potente, aulico e monumentale. Ma non finisce mica qui, perché è nella coda finale che esce tutta la genialità della band. I toni si smorzano, le chitarre si affievoliscono, i tamburi smettono di pulsare, e allora emerge il pianoforte con tocco leggiadro e poetico. Il vocalist ci introduce a uno degli epiloghi più belli e divini del mondo, intonando le ultime battute in falsetto, trasformando la canzone in una ballata amara e disperata, una sorta di funerale vichingo. Nel buio sentiamo la voce del nobile selvaggio che ci guida verso la luce dorata di quel tramonto, simbolo di speranza e di pace. Il male ha perduto e adesso gli uomini tutti e tutti gli animali brillano nella terra della cecità come sacre divinità.

Fight Tooth And Nail

Fight Tooth And Nail (Lotta Con Le Unghie E Con I Denti) è epic metal allo stato brado, dotata di potenza e di una violenza inaudita. DeFeis fa sbattere due spade spagnole, prelevate dalla sua collezione, e portate direttamente in studio, introducendoci così in un mondo mitico. Il bello è che per scrivere e comporre questo brano, il cantante ha impiegato meno di un quarto d'ora, talmente aveva le idee chiare su dove andare a parare. L'attacco è aggressivo, basso in primo piano, massiccio e devastante, voce cattiva e tempestosa che parte subito col fragoroso ritornello. Si tratta di un brano tanto potente quanto semplice nella struttura, dove a regnare impavido è il basso di Joe O'Reilly, una vera goduria. La natura è ancora protagonista, il suo legame con il corpo umano, e allora, davanti a noi, si palesa un mondo eternamente in conflitto, dove a dominare è la legge della natura, dove soltanto i più forti sopravvivono. L'occhio della tigre è fondamentale per restare in vita, bisogna essere scaltri, muoversi con agilità; la strofa è lunga e velocissima, possente come una colonna in cemento; i musicisti sfoggiano maestria e intelligenza nella costruzione del ritornello, che carica lentamente per poi esplodere in pochi secondi. È la dura legge della vita, che costantemente ci mette i bastoni tra le ruote, ci impedisce di essere felici e liberi, ci invia nemici sempre più pericolosi. Ma noi siamo preparati e sappiamo come agire: impugnando la spada, non avendo pietà per nessuno, combattendo il male. DeFeis si fa ancora più graffiante, ruggisce a ogni intervento, fa sbattere le sue spade spagnole creando dei sibili metallici fomentando l'ascoltatore, e allora loda la forza della natura e di tutti gli animali: si trasforma in leone, in una tigre, in un orso, utilizza le armi che la natura gli ha concesso, anche se preferirebbe amare e vivere in pace al posto di andare in guerra, ma deve obbedire alla legge del mondo, che lo costringe a battersi fino all'ultima goccia di sangue. Il bridge è tanto breve quanto intenso, costruito su una melodia vocale invincibile, e ci invita a prepararci alla guerra, l'ennesimo tributo di sangue nella storia dell'umanità. Fino a quando tutto ciò durerà? Tre minuti tesissimi, epic metal puro e diretto che annunciano che i Virgin Steele non sono solo eleganza e tragica poesia, ma anche furia sonora.

The Evil In Her Eyes

The Evil In Her Eyes (Il Male Nei Suoi Occhi) si circonda di un alone mistico e sinistro sin dall'esordio di Pursino, attraverso un riff hard rock velenoso che trasmette inquietudine e malignità. David e Edward la scrissero pensando ai loro weekend in giro per i locali notturni di New York e tutti gli strani incontri fatti in quel periodo. Per un momento si lasciano da parte le tematiche mitologiche per tornare in epoca moderna, e così i due musicisti ci raccontano di un fatto accaduto durante una serata in un club della loro zona, quando furono agganciati da una prostituta, forse strafatta, che chiedeva di essere portata a casa per fare l'amore. La donna però aveva uno sguardo strano, malvagio, e sembrava covare qualcosa. La luce dei suoi occhi era abbagliante, ogni sera la trovavano lì davanti al bar, sul marciapiede in cerca di clienti, come una creatura notturna che si alza al tramonto e fa ritorno all'alba, senza mai vedere la luce del sole. Il suo corpo era talmente caldo e implorante che sembrava potesse prendere fuoco come carbone ardente e le sue labbra carnose e rosse come ciliegie chiedevano soldi. DeFeis urla e sbraita come un demonio, garantendo una prestazione incredibile e trasmettendo questa sensazione di disagio, mentre Pursino tempesta il brano con costanti brillanti assoli che mettono in luce la sua tecnica spaventosa. David si fa femmineo, dal vocione potentissimo e graffiante si lancia in fragorosi falsetti spaccatimpani che pungono come lame affilate quando intona il misterico ritornello, oscuro e agghiacciante che contrasta fortemente con l'andamento delle strofe. Tutto è sorretto dalla sinuosità dell'ascia di Pursino e dal basso di O'Reilly, i quali si scontrano in più occasioni, suddividendo il pezzo in tre blocchi uguali intermezzati dai loro assoli. La prostituta era sexy da morire, una gatta vogliosa di calore umano, dominatrice innata pronta a tutto pur di sottomettere l'uomo di turno, eppure nascondeva qualcosa, i suoi occhi emettevano una strana lucentezza, un brilluccichio macabro e poco convincente, come una vedova nera che prima attira i suoi amanti e dopo li decapita. Il riffing portante è velenoso, il falsetto del vocalist disperato, insomma, tutto è calcolato in questo gioiellino dall'animo cupo.

Rock Me

Rock Me (Scuotimi) è probabilmente il brano meno convincente di "Noble Savage", non solo dal punto di vista lirico ma anche da quello musicale. Un piccolo passo indietro e ritroviamo i Virgin Steele degli esordi, legati all'hard rock anni 70, a cominciare dal falsetto protratto di DeFeis e che utilizza per ringiovanire la voce e renderla più adolescenziale. Se a brillare non è la composizione, piuttosto canonica per l'hard rock ottantiano e molto legata al glam metal, a sorprendere è Joe O'Reilly, vero protagonista e colonna portante di tutta la struttura. Il suo basso è talmente gonfio che sovrasta persino la chitarra elettrica, raggiungendo l'acme nel gustoso ma un poco banale ritornello. Sinceramente è un mistero del perché la band abbia scelto di inserire questo brano al posto di altri sicuramente migliori e scartati nella prima edizione. Diciamo che "Rock Me" possiede un buon ritmo, è gioiosa, festaiola e spensierata, ma stona un po' dal contesto epico e serioso del disco. Si tratta di una dedica d'amore alla donna amata, vista come un angelo dalla chioma bionda e dallo sguardo che sembra perennemente imbronciato, dal carattere apparentemente timido ma che invece rivela il fuoco dell'animo. È la donna fatale, vestita di pelle nera, sensuale e dominatrice, tanto divina da potersi considerare la principessa della notte. Il ritmo scanzonato fa scuotere la testa, è ballabile, anche se la melodia non colpisce a dovere, poco in linea con gli intenti ambiziosi dei Virgin Steele. Pursino si affaccia e si ricorda che è il suo momento e allora, dopo il secondo chorus, sguinzaglia un solo vertiginoso che va a confondersi con una rullata prepotente di Ayvazian, lasciando il campo per il buon bridge, più pacato, nel quale l'uomo implora la ragazza di essere amato, le promette di renderla felice e soddisfatta più di ogni altra persona prima di lui. Intanto è scesa la notte, il momento idoneo per fare l'amore, e la coppia si corica preparandosi nell'atto carnale. Una canzone composta in soli due giorni, e a dire la verità l'aria di superficialità è piuttosto palese, comunque discreta, ma forse un po' troppo poco per i Virgin Steele.

Don't Close Your Eyes

Con Don't Close Your Eyes (Non Chiudere Gli Occhi) i toni si fanno magici, più delicati, raccontandoci di una ballata intima e sublime, con un ritornello incantevole e perfetto da cantare in coro. È uno dei brani più eseguiti dal vivo e in versione acustica, capace di creare un'atmosfera fantastica e ricca di melodia. Edward Pursino si scatena subito con un solo trascinante, poi lascia spazio alla delicata voce angelica di David, il quale ci prende per mano e ci porta nel suo mondo, nella sua dimensione, quella più romantica, dove il buio divora tutto, lasciandolo solo e in preda allo sconforto. Resta solo il ricordo della donna amata, ormai lontana, e i giorni diventano presto anni, nell'attesa vana che lei faccia ritorno. Le lacrime solcano le guance, ogni tramonto ha le fattezze del suo viso da dea, e così l'uomo non vede l'ora che il giorno si oscuri e che scenda la notte, perché sa che nei suoi sogni potrà rincontrarla e ricordare il tempo in cui erano insieme. Tra le lacrime, nel profondo e geniale ritornello, lui le sussurra di non chiudere gli occhi e di ricordarlo, al fine di farlo apparire lì davanti a sé, e chissà se le parole che pronuncia giungeranno, trasportate dal vento, proprio alle sue orecchie. L'amore che tutto travolge e che tutto sconvolge, la caducità della vita che ci porta a riflettere su un passato lontano, sulla giovinezza che svanisce e sui momenti felici, amore e morte, Eros e Thanatos; tematiche predilette da DeFeis, dove può mettere tutto il suo credo e il suo estro nelle note. Anche in questo caso il pezzo è vincente, si piange e si soffre assieme ai musicisti, Pursino riprende l'assolo introduttivo e lo prolunga con classe, per poi accompagnare le ultime battute in acustico, facendo stridere la sua chitarra, facendola sanguinare di dolore aumentando il pathos. Scende la notte, il momento sacro agli Dei, gli strumenti si quietano lasciandoci ai sospiri del cantante in una lunga coda disperata che ammalia e ipnotizza per beltà e sentimento. Decisamente un pezzo da novanta, una delle tante perle melodiche sfornate dalla formazione americana, che non dimentica mai la melodia e il romanticismo.

The Angel Of Light

The Angel Of Light (L'Angelo Della Luce) ci riporta su territori epici, e lo fa con una prestazione che ha dell'incredibile. Un miracolo musicale, un capolavoro assoluto di eleganza e di potenza sonora, che va addirittura a prendere dei passi dal libro sacro delle "Rivelazioni", costruendoci attorno un muro di suono spesso e ambizioso a causa dell'utilizzo di gong e di timpani rimediati dallo stesso cantante per trasmettere sacralità ed epos. Le tastiere tornano a invadere l'aria, assieme ai tamburi e ai campanelli che sembrano ricreare una melodia arabeggiante, lontana dalla nostra epoca, almeno fino a quando non esplodono le chitarre e tutta la sezione ritmica. DeFeis si divincola intonando strofe bibliche, narrando di scene apocalittiche, dove il cielo urla e lancia saette, i tuoni rimbombano sulla terra facendo tremare il corpo, e il male risorge come per incantesimo, portando morte e distruzione. Il signore dell'inferno è rinato, tempestando il mondo con fuochi che massacrano tutto e vergognandosi della bellezza accecante della natura. La creatura demoniaca vuole rivoltare il mondo, trasformandolo in un cumolo di macerie ardenti, e per farlo sguinzaglia i suoi servi alati, demoni famelici e privi di emozioni. Il ritmo accelera, dapprima con Ayvazian che annuncia l'arrivo dell'angelo salvatore attraverso possenti rullate, poi con le asce di Pursino e O'Reilly che sollevano il polverone sonoro. Il refrain è bello da togliere il fiato, melodico da cantare col cuore in mano, speranzoso nelle liriche; l'angelo della luce scende sulla terra per aiutare i deboli e combattere il male, incoronandosi re buono, contornandosi di un'aurea divina e dorata, che brilla illuminando il cosmo. A questo punto DeFeis tradisce tutto il suo amore per la musica classica, intavolando un intermezzo alle tastiere, con l'ausilio della chitarra di Pursino, creando un momento di squisita melodia, poi cedendo il passo a un solo vigoroso e primordiale, che grazie all'intervento della batteria, va a costruire una progressione straniante. DeFeis è scatenato alle tastiere, riprende in mano la situazione, allettandoci con un solo al piano, recitando un passo dell'Apocalisse di Giovanni con voce modificata, nelle vesti del Diavolo. Non ci sarà misericordia, i draghi in cielo sputano fuoco e danzano per festeggiare la distruzione, il serpente della tentazione esce dalla sua tana invocando tutti i figli di Ade. Il brano ricomincia, il ritmo torna a spingere, gli strumenti esplodono in un trionfo di gloria nell'invocare il Re dei Re, l'angelo della luce è pronto a combattere il male, uccidere la Bestia e a cacciare tutti i demoni fuggiti dall'inferno. Verrà un nuovo regno, un regno di pace e di speranza, e allora le tastiere, ancora una volta trionfanti, ci conducono all'ultima fase, quella più delicata e nostalgica, quando l'angelo inviato da Dio vince sulla Bestia, donando all'umanità una nuova era di armonia, un mondo senza paura della notte ma costantemente illuminato da luce divina. Niente più follia, niente violenza, niente più morte: solleviamo i calici e brindiamo all'immortalità.

Obsession (It Burns For You)

Obsession - It Burns For You (Ossessione - Brucia Per Te) è stata la prima traccia scritta da DeFeis in collaborazione con Pursino, praticamente poco dopo l'uscita ufficiale di Jack Starr dalla band. Inizialmente aveva un suono molto simile a quello di un'opera cinese, poi resa più metallica e occidentale dalla produzione finale. All'epoca, i Virgin Steele la eseguivano spesso come brano di apertura per i loro concerti, ma quando "Noble Savage" vide la luce per la prima volta, la traccia fu scartata all'ultimo istante. La chitarra acustica crea un'atmosfera sognante e David è candito e liturgico, sospira e ci dice che siamo tutte anime sospese che hanno perduto la strada, il mondo è svanito e le ombre hanno occupato ogni spazio. Introduzione da brividi, gli acuti di DeFeis qui raggiungono il massimo della potenza, somigliando a grida lancinanti o a lame metalliche che sfregano tra di loro. Ma questo non è niente in confronto all'attacco delle chitarre, un muro di suono duro come il cemento, una raffica dietro le pelli, e una colata metallica pronta a spaccarci i timpani e a scuoterci a furia di headbanging. Heavy metal brutale e duro come un macigno, che sembra dimenticare la morbidezza della intro, e ci narra di un amore diventato possessione demoniaca, un ego smisurato e fuori controllo che rimanda ad antichi culti pagani, magari quelli legati a Dioniso o alle orge dei satiri. Un sentimento che arde nel cuore del demone, che illumina la notte, squittisce, urla, geme, perché schiavo del desiderio. La carne e l'anima della ragazza sono suoi strumenti, il suo cibo, il suo delicato corpo è posseduto dagli affilati artigli della belva e non può nulla contro la natura di quell'essere venuto da chissà dove e rigurgitato dal nulla. Il ritornello è tanto breve quanto magnetico, gli angeli cadono dal cielo, nessuna grazia è contemplata, solo l'inferno della carne divorata. L'amore è diventato ossessione, malattia cerebrale, un sentimento pericoloso e mortale. Sacro. Niente cambi di tempo, dritto al sodo, la band si scatena con questa heavy power song al cardiopalma, mentre DeFeis ci regala acuti disumani, quasi degli ultrasuoni impossibili da raggiungere per chiunque, trasmettendo confusione, foga, sessualità e ossessione perversa nei confronti della fanciulla. Non basta il brevissimo intermezzo strumentale in acustico per quietare gli animi, ormai l'adrenalina è in corpo e il demone che alberga in tutti noi è voglioso di carne fresca.

Love And Death

Love And Death (Amore E Morte) è stata scritta nei primi anni 90 per l'album "Life Among The Ruins" e intitolata provvisoriamente "Girl Gone Bad", poi completamente riscritta per la saga "The Marriage Of Heaven And Hell" ma lasciata fuori per motivi di spazio, infine reintrodotta nella seconda edizione di "Noble Savage". Dall'animo decisamente heavy ma dai retaggi blues, narra di un tema tanto caro quanto diffuso nei testi della band: Amore e Morte, visti come l'incarnazione di due entità sacre. Un legame continuo e ciclico, poiché la Morte genera Amore e viceversa. Questa tematica sarà evidente nel complesso concept "The Marriage Of Heaven And Hell", mentre qui si ricollega a molti testi già esaminati nell'album. Il tutto parte da un riff roccioso di chitarra, sul quale viene poi costruita la melodia ipnotica che aumenta di intensità mano a mano che ci avviciniamo al letale ritornello. Nonostante il riffing e il drumming violenti, l'andamento non eccede mai, conservando una sorta di spirito hard blues che ritroveremo in maniera consistente nell'album del 1993, e cioè quello che avrebbe dovuto accogliere inizialmente la traccia in questione. La narrazione è mitologica, e non può essere altrimenti con un aedo come DeFeis, cantore del mito, e così davanti agli occhi ci si apre un mondo apocalittico: l'alba del giorno del giudizio, il regno del dolore e dei sette peccati capitali. Il paradiso ci accoglierà tutti? Beviamo un calice di vino infetto, succo avvelenato e danziamo su tombe profanate piangendo lacrime amare. Sguazziamo in pozzanghere di sangue e nuotiamo in oceani di rabbia e di ingiustizie. Saremo vivi per l'eternità? Il paradiso ci respingerà facendoci vagare in un mondo di tenebre? Amore e morte danzano costantemente nel mondo, amandosi e uccidendosi, generando figli e divorandoli, in un continuo e mutevole divenire. La struttura del brano è semplicissima, Pursino interviene con uno dei suoi assoli migliori, pieni di energia e di grinta, il basso invece scandisce il tempo con pulsazioni irrequiete facendo parlare l'incarnazione dell'Amore, che prega la Morte di lasciarle almeno un momento per riprendere fiato, contemplando la luce lunare e sperando in un divenire migliore. Ma siamo tutti schiavi dei dannati e dobbiamo obbedire alle leggi della natura; siamo fatti di carne di ossa e di sangue, fragili come steli di fiori appassiti.

Where Are You Running To

Where Are You Running To (Dove Stai Correndo) è una perla melodica di grande magia, nata dall'idea di mettere in musica il racconto "Il barile d'Amontillado" di Edgar Allan Poe, uno degli scritti preferiti da DeFeis. La scintilla però nacque una notte, David stava tornando a casa dopo le prove in studio che lo avevano costretto a fare le ore piccole, quando sul ciglio della strada una donna, vestita con un abito bianco da cerimonia, danzava solitaria sull'erba. Il musicista la sorpassò ma continuò a guardarla dallo specchietto retrovisore, quando a un certo punto lei si fermò e lo fissò. In mente gli sorse una domanda, la stessa del titolo. Fu un momento mistico, onirico ma anche poetico. Un aneddoto interessante per capire da dove prendee forma questa splendida ballata, scartata dall'album perché una, "Don't Close Your Eyes", bastava, dal momento che all'epoca i dischi avevano un minutaggio piuttosto contenuto. Il pianoforte crea quella sensazione notturna e onirica, la chitarra acustica fa il resto: è una dedica d'amore sofferta, implorante. L'uomo sussurra alla donna/dea di stringerlo forte ancora una volta, la notte è buia ed è tempo di addii. Lasciarla è straziante, ma il destino ha scelto per la coppia. In cielo non ci sono stelle, le tenebre avvolgono tutto il paesaggio e niente tornerà come prima. Resta il silenzio, l'uomo non sentirà mai più la voce dell'amata, tutto è perduto per sempre. Oblio. Il ritornello toglie il fiato, giunge improvviso e spacca il cuore. Ci lascia con l'amaro in bocca, la realizzazione della fine di un rapporto magico e lontano. Non resta che piangere. Pursino sfodera un assolo drammatico, dunque le tastiere tornano in primo piano, sbrigliando una tragica ultima parte in acustico, dove troviamo un bridge cantato in falsetto, quasi isterico, pieno di dolore. È l'addio ufficiale. L'uomo realizza che ora è davvero solo, la sua donna lontana, forse già tra le braccia di qualcun altro.

Come On And Love Me

Come On And Love Me (Vieni Qui E Amami) è hard rock con punte heavy in prossimità del ritornello, dal ritmo concitato che regala forti emozioni alternando fasi vorticose ad altre meno serrate. Utilizzata per concludere gli spettacoli del "Noble Savage Tour", in questo brano DeFeis spinge al massimo con i suoi acuti, tanto che l'ingegnere del suono che lavorava con la band aveva paura che il suono stridulo raggiungo dal vocalist potesse combinare dei danni all'attrezzatura. Fortunatamente gli attrezzi erano buoni e tutto era sotto controllo, ma nonostante ciò il brano fu scartato dall'edizione originale, forse perché la stessa band non era convinta del risultato finale. In effetti, non si tratta di una traccia imprescindibile anzi, risulta molto canonica e priva di una melodia vincente. Dal punto di vista strumentale è però graffiante e piacevole, ma purtroppo manca di melodia, e il ritornello appare un po' piatto. Il testo è poco efficace e parla di una donna fatale, vista come un angelo dalle gambe sexy e calde. È interessante notare che David si autocita, si definisce Dave il Leone, che tra l'altro è il soprannome che si porterà dietro per tutta la carriera, grazie ai suoi inconfondibili ruggiti divenuti marchio di fabbrica. Qui fa la parte dello sborone, rivelandoci che prima ruggisce, poi conquista le donne e infine le fa piangere di piacere. Sicuramente un testo poco impegnativo e poco coinvolgente, ma negli anni 80 andava e questo tipo di liriche erano nella norma per molte metal band. I Virgin Steele però sono altro e qui fanno un buco nell'acqua, tanto che "Come On And Love Me", banale sin dal titolo, va a contendersi lo scettro di brano più debole assieme a "Rock Me". Ricordiamo comunque che i ragazzi, nel 1985, hanno solo ventitré anni, e qualche piccola caduta di stile si può anche perdonare, soprattutto alla luce del copioso materiale composto in quel periodo, dove magari in mezzo a tanti capolavori capita di trovare il pezzo acerbo. Comunque la traccia è carina, come bonus track funziona.

The Spirit Of Steele

The Spirit Of Steele (Lo Spirito Dell'Acciaio) è una delle massime composizioni della band, che qui racchiude un'intera filosofia di vita, nonché uno stile musicale: l'epic metal. Scritta durante le sessioni dei due "Marriage Of Heaven And Hell", fu completata soltanto nel 1997, in tempo per finire sulla ristampa di "Noble Savage", calzando alla perfezione con il contesto dell'album. Questo breve e idilliaco brano è l'essenza stessa dell'epic, un inno al cielo, alla dimensione ultraterrena, e parla di storia, di nobiltà, di potere divino, di istinti ancestrali, di riti pagani, dedicato allo spirito umano che trascende il corpo per elevarsi a divinità. Un alito di vento prepara il campo, le tastiere sono nobili, poi la poesia ci travolge con la calda voce di DeFeis e la batteria di Ayvazian in un turbinio di emozioni e di melodia paradisiaca. Il vocalist diventa Dio, la sua voce è spaventosa, tra scale acuti falsetto tonalità impossibili per chiunque dimostra di essere probabilmente il cantante più grande di tutto l'heavy metal, favorendo un'interpretazione al limite dell'umana comprensione. Due minuti e poco più di epicità e di morbidezza, senza sfuriate strumentali, senza foga sonora, solo il caldo vento dell'est che culla parole possenti, scandite dagli dei della luce e da quelli delle tenebre che fanno dono al prescelto di una spada sacra, impugnata soltanto dai più grandi guerrieri della storia. Quando DeFeis scrisse le liriche pensava ad Excalibur, arma dotata di spirito, di vita e di morte, oggetto di venerazione tra i re di tutto il mondo. Di mano in mano l'arma rappresenta la libertà di un regno e di un popolo. Soltanto i giusti possono stringerla e guadagnarsi così l'accesso ad Asgard. "The Spirit Of Steele" è un inno divenuto famosissimo, tra le ballad migliori di un'epoca e di un sottogenere, alla pari della gigantesca "The Crown And The Ring" dei Manowar, con la quale condivide la stessa attitudine barbarica, la stessa dimensione poetica e la stessa delicatezza.

The Pyre Of Kings

The Pyre Of Kings (La Pira Dei Re) è una semplice outro di un minuto, concepita come sequel di "The Spirit Of Steele", quando il re dona la sua spada al figlio e si concede alla morte. L'atmosfera è funerea, il re brucia sulla pira gettata in mare e raggiunge il regno degli Dei. L'influenza della musica classica è qui fortissima, DeFeis ricrea il funerale accarezzando i tasti della sua tastiera, e allora sembra di assistere alla veglia laddove tutto un popolo è raccolto a testa china sul corpo del proprio re. L'esercito giura fedeltà al nuovo erede, in alto gli scudi, lance piantate a terra e spade sfoderate in alto a indicare i cieli. Ancora una volta torna in mente l'immagine della copertina del disco, dove un guerriero sembra salutare qualcuno dall'alto di un promontorio, al tramonto. È un'immagine che trasmette forti sentimenti: la gloria, l'onore, ma anche nostalgia di un tempo che non tornerà più. Un lungo addio, lo stesso che chiude uno degli album fondamentali non solo dei Virgin Steele ma di tutto l'heavy epic metal mondiale, principio di un nuovo modo di intendere la musica heavy, infarcendola di testi intrisi di poesia attraverso i quali flirtare con la musica classica, arricchendo l'immaginario collettivo di un pubblico, al tempo, poco avvezzo alla sperimentazione e all'innovazione, tanto meno al miscuglio di generi così lontani nel tempo quanto vicini nello spirito.

Conclusioni

Il periodo di crisi che accompagna i musicisti sembra apparentemente giunto al termine, le tensioni interne al gruppo si dissolvono come per magia nel momento in cui Jack Starr abbandona la nave per mettersi in proprio, ed è in questo momento che DeFeis fa esplodere il suo genio in milioni di scintille lanciandosi a tutti gli effetti nella narrazione epica, con la consapevolezza di amalgamare la passione per l'heavy metal con quella per la musica classica, e ancora con le atmosfere mitologiche che lo affascinano sin da ragazzino. I Virgin Steele si confermano eroi dell'epic metal e dietro di sé trascinano una nuova schiera di band, non solo americane ma soprattutto europee, dove l'epos attecchisce fortemente per ovvi motivi storico-culturali. Certo è che la lavorazione di "Noble Savage", cominciata al termine del 1984 e proseguita per gran parte del 1985, non è facile, a causa delle controversie che hanno portato la contesa del monicker direttamente in tribunale e facendo slittare i lavori e la promozione del disco di interi mesi. Per recuperare il ritardo accumulato, la band è costretta a fare le ore piccole in studio di registrazione e a lavorare senza sosta sul materiale inedito. Intanto, per mettere altra carne sul fuoco e quietare il fabbisogno di pubblicare musica nuova da dare in pasto al popolo metallico, i Virgin Steele, sotto la spinta della Cobra Records, architettano due scherzi fenomenali e ben riusciti, scoperti solo due decenni dopo e oggi passati alla storia; DeFeis, per racimorale qualche soldo in più, organizza due misteriosi side-project, coinvolgendo i suoi compagni di avventura. Accantonata per un po' la band madre e in attesa che gli avvocati sbriglino la faccenda legata al monicker, i quattro ragazzi decidono di mettere in piedi due formazioni diverse e di andarsene in giro per i locali di New York. Con il nome di Exorcist pubblicano il clamoroso album di culto "Nightmare Theatre", un disco proto black metal, utilizzando pseudonimi ed esibendosi mascherati in stile horror con cappucci e trucco pesante; contemporaneamente formano gli Original Sin, autori del disco "Sin Will Find You Out", spacciandosi per una formazione al femminile ma che invece comprende gli stessi musicisti, truccati da donna e ribattezzati con graziosi nomi d'arte, coinvolgendo la sorella di DeFeis, Danae, e relegandola dietro al microfono. Delle due fake-band è interessante sapere che tutti, o quasi, i pezzi composti all'interno dei due album sono stati poi ripresi, ri-arrangiati e inseriti l'uno dopo l'altro nei futuri lavori dei Virgin Steele, magari alcuni proposti con titoli differenti e con testi leggermente modificati, ma tutti quanti a firma DeFeis e Pursino, tanto per ribadirne la paternità e sottolineare l'assoluta riuscita dello scherzo. La cosa divertente è che all'epoca tutti gli ascoltatori c'erano cascati e avevano abboccato alla beffa, facendo aumentare ancora di più le quotazioni di questi due album, avvolti sin da subito da uno strano alone di mistero, vista la carenza di informazioni e le esigue esibizioni live per evidenti motivi di privacy, che hanno fatto la gioia dei più ostinati collezionisti e attirato l'opinione dei più ingenui complottisti. Insomma, il biennio 1985-1986 è un periodo ricco di impegni per i Virgin Steele, ma al di là dei progetti paralleli e delle burle meschine l'attenzione è tutta focalizzata sul lavoro principale, il tanto osannato "Noble Savage", che grazie alle vendite clamorose e alla popolarità di un paio di brani, come la gigantesca title-track e la feroce apripista "We Rule The Night", diventata un piccolo inno generazione e presente nel simpatico film horror "Zombie Nightmare", permette alla band di imbarcarsi in due lunghissimi e trionfali tour, prima in Europa assieme ai Manowar, dove diffondono il verbo dell'epic metal incendiano i palchi del vecchio continente, e dopo, in America, con i leggendari Black Sabbath, ai quali fanno orgogliosamente da spalla. Comunque la si metta, "Noble Savage" è un punto cardine dell'heavy metal mondiale e ancora oggi, nonostante qualche piccola imperfezione a livello di produzione e alcune tracce minori dove si nota l'ingenuità nel songwriting ("Rock Me", "Come On And Love Me" e "I'm On Fire"), in alcuni casi troppo legato agli anni 80, resta un colosso fondamentale in grado di regalare emozioni infinite. Tuttavia, per assaporare ancor di più la magnificenza di questa pachidermica opera d'arte, bisogna guardare all'edizione rielaborata nel 1997, quella della ristampa (T&T) o delle ristampe successive (Dockyard 1 e SPV), da considerarsi quella definitiva (come nel caso del seguente "Age Of Consent", anch'esso sottoposto a restauro), dove ad arricchire la scaletta troviamo sei tracce in più, la metà delle quali provenienti dalle sessioni del 1985 e scartate per motivi di spazio su vinile, reintegrate appunto nella nuova versione proprio come avrebbe voluto DeFeis sin dal principio. E allora, come si potrebbe definire un album contenente articolati inni all'epos del calibro di "The Angel Of Light", "Thy Kingdom Come" e la stessa "Noble Savage", furiose perle oscure come "We Rule The Night", "Fight Tooth And Nail" e "Obsession", e le soffici ed immaginifiche "The Spirit Of Steel" e "Where Are You Running To" se non un disco fondamentale per capire un intero genere e l'epoca alla quale appartiene? "Noble Savage" è storia, una gran bella storia.

1) We Rule The Night
2) I'm On Fire
3) Thy Kingdom Come
4) Image Of A Faun At Twilight
5) Noble Savage
6) Fight Tooth And Nail
7) The Evil In Her Eyes
8) Rock Me
9) Don't Close Your Eyes
10) The Angel Of Light
11) Obsession (It Burns For You)
12) Love And Death
13) Where Are You Running To
14) Come On And Love Me
15) The Spirit Of Steele
16) The Pyre Of Kings
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