VIRGIN STEELE

Invictus

1998 - T&T

A CURA DI
ANDREA CERASI
10/11/2017
TEMPO DI LETTURA:
10

Introduzione Recensione

Archiviata la parentesi "The Marriage Of Heaven And Hell", ispirata all'omonimo poema di William Blake, che ha illuminato il cammino della band e anticipato la nuova ondata power metal di fine anni 90, la macchina Virgin Steele è ancora assetata di gloria e in continua marcia verso la perfezione, ispirata da un qualche dono divino che non gli permette di sbagliare e di osare oltre ogni limite. A questo punto, con una formazione a quattro grazie al ritorno di Rob DeMartino, assente dal 1993, nelle vesti di bassista, DeFeis può esasperare il concetto di epicità, superando una linea indefinita che va oltre ogni genere o categoria musicale. Ecco che da una scintilla nasce la terza parte della trilogia del "Matrimonio", e altro non è che la logica trionfale conseguenza. Inizialmente intitolata "A Season In Purgatory" e poi convertita in un titolo più conciso, "Invictus" (Invincibile, a testimoniare un senso di rivalsa, una battaglia solitaria per/contro gli Dei dell'Olimpo), è un'opera magna, un monumentale poema dedicato all'uomo, al mito dell'eroismo e all'introspezione che serve per raggiungere la perfezione, "Ciò che rende l'Uomo simile a un Dio" direbbe D'Annunzio. Il cerchio si chiude nel migliore dei modi e l'album suona ancora più grintoso, veloce e famelico, scandito da sezioni barbariche, intermezzi sinfonici e teatrali, dialoghi tra personaggi e digressioni progressive che danno un senso di ampiezza. In una parola: Epico. "Invictus" è l'incarnazione stessa dell'epic metal, una di quelle gemme che rimarranno in eterno incastonate nella pietra dove la storia viene scolpita. Se con gli album precedenti i Virgin Steele avevano elevato un intero sottogenere, nobilitando l'heavy metal e avvicinandolo alla sacra poesia classica, con il terzo capitolo della saga alzano l'asticella, raggiungendo vette che forse nessuno ha mai osato vedere, trasformando l'hard rock in rappresentazione teatrale, creando la prima vera metal-opera. DeFeis si divide in decine di personaggi, interpretandoli grazie alla sua sublime voce, recitando in falsetto per i personaggi femminili, ruggendo per dare vita ai personaggi maschili, utilizzando le multiple vocals per intonare le grida del popolo. La sua tecnica è sbalorditiva, il timbro si colora di toni più cupi e adirati, le corde vocali sono strumenti che vanno ad aggiungersi alla batteria muscolosa di Frank Gilchriest, che predilige suonare quella elettronica per dare un suono più freddo e acuto, e alla chitarra infuocata di Edward Pursino, capace di dare risalto alle gesta narrate utilizzando la sua scia da battaglia. In copertina troviamo la foto della statua del Cellini, conservata alla Loggia dei Lanzi a Firenze, che vede l'eroe Perseo, semidio (come il protagonista Endyamon) che alza orgoglioso al cielo la testa della gorgone Medusa, recisa dalla lama della sua spada. Autrice dell'art-work è Marisa Jacobi, l'illustratrice di molti altri album dei Virgin Steele. "Invictus" è anche un album dalla natura famelica, nel senso che nasce dal caos che tutto inghiotte, causa ritardi accumulati (incidenti d'auto, stress psicofisici, litigi) che lasciano poco tempo alla band per incidere il materiale, e questa sensazione di tensione esistenziale viene catturata e impressa nella musica stessa, creando un'atmosfera travolgente e simile a una prestazione live. La storia è la normale conseguenza di quella intravista nei due "The Marriage Of Heaven And Hell", laddove gli eroi prendono vita e si evolvono di pari passo con la narrazione, chiudendo una saga stupefacente con questo ultimo ambizioso capitolo. In una Roma antica, ambientazione ideale per tributare il giusto omaggio agli Dei, i tanto temuti gemelli di Endyamon ed Emalaith stanno finalmente per nascere. Il conflitto è dunque in atto: Endyamon è l'eroe semidivino che lotta per l'umanità, ed è il figlio ribelle e insolente che sfida le oppressioni e i soprusi. Emalaith è l'amore della sua vita e, insieme a lui, contrasta il Pantheon divino. Gli Dei rappresentano la tirannia, l'abuso di potere e l'irrazionalità sul mondo umano. Gli stessi Dei che hanno interferito nelle vite dei due protagonisti per più di 700 anni al fine di evitare la nascita dei loro bambini, incarnazione della giusta autorità e della coscienza umana. I pargoli seguiranno le gesta e gli ideali dei propri genitori perché il loro destino è quello di battersi fino alla fine per portare giustizia e consegnare il mondo nelle mani dei Mortali. Endyamon e Emalaith sono alla settima reincarnazione e, in ogni vita durante i secoli, sono morti tragicamente senza riuscire a raggiungere lo scopo: liberare l'Uomo dalla schiavitù divina. Ma entrambi sanno che in una Roma silente e osservatrice di questo scontro infinito riusciranno a tenere in salvo i fanciulli e a vincere le forze oscure. "Invictus" è un album dai toni umani, che esalta lo spirito di una natura fin troppo mortale e fragile, e allora non resta che gettarsi in questa complessa e avvincente narrazione epica. Sediamoci in platea e godiamoci lo spettacolo. Il sipario si sta aprendo.

The Blood Of Vengeance

Il galoppo di un cavallo, il suo nitrito, degli strani effetti sonori, infine tetre tastiere costituisco The Blood Of Vengeance (Il Sangue Della Vendetta), traccia narrata dal minutaggio contenuto. DeFeis, dalla voce effettata, interpreta un inno all'uomo, un canto alla mortalità, proiettando l'ascoltatore nel contesto storico e illuminando sull'argomento che verrà trattato. "Siamo i discendenti degli antichi, siamo vagabondi nella notte che abitano spazi oscuri tra le stelle. Molto prima di questa dinastia abbiamo regnato e regneremo sempre, perché conteniamo l'essenza divina, fatta di carne, sangue e ossa. Siamo stati nutriti dal fuoco, dall'acqua, dalla collera, dal vento e dalle lacrime"; dalle parole capiamo che l'elogio è di natura mortale, non divina, perché l'album che ascolteremo sarà il testamento stesso del genere umano. Il narratore annuncia che siamo in epoca delicata, laddove il paganesimo sta per essere minacciato dalle religioni monoteiste. L'uomo non è più servo e oggetto degli Dei, dal destino già scritto, ma è individuo avente ragione e conoscenza, capace di vendicare la sua eredità. Nel suo sangue brucia la vendetta a causa di millenni di servilismo e miseria. È giunto il tempo di ribellarsi alle leggi divine. In sottofondo grida di donne, scintille di incendi, poi il narratore, così come è venuto se ne va in fretta cavalcando il suo nobile destriero. La profezia annunciata si sta compiendo.

Invictus

Gilchriest pesta pesantemente dietro le pelli, l'ira funesta genera Invictus (Invincibile), temibile title-track del concept-album, di natura barbarica e di potere indomito. Un inno al potere, testimonianza della volontà umana, nella quale, se si crede davvero nella propria anima, si riesce a sopravvivere. Pursino ringhia con la sei-corde, la molesta, la stride producendo effetti sonori inquietanti, dunque DeMartino entra in scena seguito a ruota da un DeFeis demoniaco, nelle vesti di Endyamon: "Canto di forza, magia e fede, un sonetto di pura vittoria. Un inno agli spiriti della libertà e della grazia. Io non mi inginocchio mai, la forza della mia anima è superiore". Dunque ritroviamo l'eroe Endyamon, il semidio che, dopo aver ritrovato ed essersi ricongiunto con la sua amata Emalaith, ricorda tutte le nefandezze subite nelle vite precedenti. Ora è pronto a dichiarare guerra agli Dei dell'Olimpo. Le asce sono affilate, assetate di sangue, la sezione ritmica tesa, il vocalist è spiritico, posseduto da un demone dell'inferno che graffia e ruggisce mettendo in mostra il nuovo stile vocale adottato. I cori suggeriscono che si sta arrivando all'acme del brano: "Sto crescendo il mio potere, arricchito dai venti del destino e dall'odio degli Dei. Chiamo questo sacro voto ed è tutto ciò che ti impongo. Io sono puro potere", la melodia cresce di intensità, facendoci pregustare il grande refrain, invece il tutto si smorza all'improvviso, tenendo l'ascoltatore col fiato sospeso. Non è ancora il momento per rilasciare uno dei ritornelli più belli e orgogliosi del disco, Endyamon intanto minaccia l'avversario, il Dio supremo, forse Giove. Doppio pedale e il ritmo su fa più teso, l'incedere più veloce e terremotante: "Fantasma della miseria oscura, evoca i tuoi demoni, rinasco dalle ceneri, fame e odio collassano nell'impurità, non mi inginocchierò e non griderò mai". Finalmente esplode il grandioso ritornello, nobile, violento, brutale, nel quale è Giove a prendere parola: "Muori, muori per mano mia, muori per la mia spada, muori come tuo figlio inchiodato alla trave, cadi in ginocchio contornato dagli avvoltoi". Il richiamo religioso è palese, Endyamon è una figura simile, o forse addirittura antenato, di Cristo, crocifisso qualche anno prima per espiare i peccati dell'uomo. Tutti i personaggi martiri si sono battuti per il genere umano e, in qualche modo, anche l'eroe assolve la funzione di martire. David si esprime in falsetto, donando maggiore epicità, poi subentrano le tastiere che donano dolcezza a questo pezzo tiratissimo. Il break centrale è da infarto, scandito da ruggiti, duelli tra batteria e tastiere, fraseggi chitarristici e intermezzi orchestrali, fino a quando non torna il refrain a ricordarci che qui si spinge sull'acceleratore. Endyamond risponde al Dio nell'ultima parte, tornando a minacciarlo: "Questo è un inno al coraggio, alla natura selvaggia, allo spirito della libertà. Ripago i miei debiti, rinnego i miei peccati, sono il re della mia anima". Un brano power metal strepitoso, che fa presagire l'andamento di tutto il lavoro, un lavoro selvaggio, potentissimo, suonato divinamente.

Mind, Body, Spirit

Un ruggito dalla voce modificata si espande nell'aria e investe l'ascoltatore. Mind, Body, Spirit (Mente, Corpo, Spirito) è un grido di consapevolezza, una lode all'umanità, adesso vista come divinità in terra. L'intelletto, la psiche, il sentimento e lo spirito di ognuno di noi sono connessi in un unico calderone intimista. Le orchestrazioni prendono il sopravvento e si scatenano in una marcia trionfale guidata dai possenti colpi di batteria. Pursino smorza gli animi e si lancia in un riffing sinistro e pungente. Endyamon si rivolge al popolo per esortarlo alla ribellione e ormai si mostra come la guida spirituale della razza umana: "Sul ponte degli Inferi cercate un segno, non c'è più tempo, risvegliate le menti, il cavaliere oscuro è risorto, dai sette punti del cielo è giunto fino a noi" e qui è anche chiara la citazione del brano "I Will Come For You", openin-track del primo "The Marriage Of Heaven And Hell" e passo introduttivo dell'intera saga. Sette è il numero sacro, il numero della creazione divina. Si continua: "Scacciate il dolore, angeli guerrieri, e seguite me che incarno coraggio e potere". Il ritornello è melodico, trionfale, che mette in luce il genio luminoso dell'aedo DeFeis. Questo è epic metal nella sua massima espressione, doppio pedale sparato a 200 chilometri orari, basso e chitarra impegnati in giri vorticosi sempre più pressanti, DeFeis che si libera della collera e grida la sua rivincita, interpretando il volere del popolo, e infatti subentrano le multiple-vocals per dare maggiore spessore alle parole. "Cavalchiamo le ali della verità, verso un sole che brilla dentro di noi. Mente, corpo, spirito, tutto in uno", e così il popolo fa proprio il popolare detto romano e lo urla al vento, sotto una cascata di note sorrette dalle tastiere. Mente, corpo, spirito sono i tre elementi principali dell'uomo che, secondo la tradizione romana, se curati avrebbero reso la macchina umana vicina alla perfezione. Uomo simile a Dio, è questo il concetto basico. L'età della consapevolezza è giunta, la folla è spronata da Endyamon a riaprire gli occhi e a guardare in faccia la realtà. "Crescete come una torre, risvegliate la torcia della fortuna, spezzate ogni legge che ci divide. Omicidio, fuoco e dolore sono i segni da seguire, il sangue è il nostro vino" dichiara l'eroe al suo esercito, fomentato dalle sue promesse. DeFeis emette degli acuti femminei, Pursino si lancia in un assolo funambolico, Gilchriest riprende a pestare sempre più veloce. Abbiamo oltrepassato metà della canzone, dopo il terzo refrain abbiamo uno stacco improvviso, restano le tastiere e la delicata voce del vocalist, per intonare un bridge mozzafiato, intimista e poetico che ci culla per tre minuti fino alla fine. Una coda finale da brividi: "Ho delle visioni, vedo la linea di confine. Avanzate nell'oscurità in cerca di risposta, utilizzate i vostri occhi ciechi. Alla fine di tutto resteranno due mortali a portarci avanti", i due mortali citati da Endyamon sono i suoi due gemelli, i pargoli che stanno per nascere dal grembo di Emalaith che doneranno al mondo nuove leggi nell'immediato futuro. "Ci sarà tempo per tutti, non abbiamo bisogno di voi, lasciateci soli" adesso rivolto degli Dei del cielo. Gilchriest e DeMartino rientrano in scena, seguendo un mid-tempo solenne, accompagnando David nell'elogiare la magia dell'uomo, esaltando il suo spirito e la sua forza divina, chiudendo un'opera d'arte di immane bellezza

In The Arms Of Death God

In The Arms Of Death God (Tra Le Braccia Del Dio Morte) è uno spiraglio melodico incantevole, dalla natura comunque oscura e temibile. Incentrato sulle orchestrazioni dirette dallo stesso DeFeis, il suono si rafforza secondo dopo secondo grazie all'intervento degli altri musicisti e si mette in scena una specie di interludio sinistro, quasi un cambio di location per questa ipotetica rappresentazione teatrale. Endyamon scorge il futuro e sa che questa volta il destino è dalla sua parte. Gli uomini cominciano a capire che essi stessi sono creature divine e che non hanno più bisogno di venerare gli Dei dell'Olimpo. Il corpo è energia, la mente la chiave dell'immaginazione, lo spirito è fonte di potere ed ingegno, racchiuso dalla carne che gli fa da dimora. Un minuto strumentale a indicare che si sta per scatenare la furia dei cieli. Gli Dei decidono di sterminare la razza umana.

Through Blood And Fire

Le orchestrazioni, già ascoltate nel precedente interludio, risaltano sin dall'apertura di Through Blood And Fire (Attraverso Il Sangue E Il Fuoco), accompagnate dai colpi ruvidi e barbarici di Gilchriest e dalla chitarra assetata di sangue di Pursino. Pochi secondi, poi ci ritroviamo schiacciati da un riffing prepotente e dal doppio pedale della batteria, tanto che il pezzo si scatena subito con un DeFeis dai toni caldi ma adirati, che intona la prima strofa interpretando le parole di Giove, che minaccia Endyamon: "Sono il signore del mondo, tu sei una spina nel fianco. Sono la roccia sulla quale tu ti frantumerai. Libertà o morte, decidi!". Giove è minaccioso ma ha anche timore dell'eroe, perché sa che ha la situazione in pugno e controlla gli umani, tanto che interviene subito il clamoroso ritornello, condito da cori epici e una sezione strumentale elegante e nobile, nel quale è proprio l'umanità a gridare: "Attraverso il fuoco e il sangue, promesse e menzogne. Attraverso il sangue e il fuoco risorgiamo. Da oggi non staremo più dalla tua parte". L'umanità dunque si ribella sotto la guida del semidio Endyamon, cacciando via lo spirito pagano che la accompagna da migliaia di anni e prendendo atto della propria forza individuale, consacrando così lo spirito dell'uomo. Una nuova era. Lo stacchetto è fenomenale, lo strepitio della sei-corde e un brevissimo passaggio di tastiere, e allora si riprende con la stessa foga sonora per la seconda parte: "Infrangi la volta celeste con tuoni e fulmini per onorare le nostre richieste, la grandezza è concessa solo a coloro che tradiscono, io sono l'ultimo della mia razza. Inferno e paradiso esistono dento di noi che li abbiamo trovati. Annega nella tua ira, sarò in quel mare di odio quando morirai". Questa volta è Endyamon a prendere parola e a minacciare Giove Tonante, adirato per la ribellione e intento a tempestare il cielo di saette che si schiantano a terra. Sta perdendo il controllo, l'umanità è compromessa. Il testo si esaurisce prima di metà pezzo, perciò abbiamo una stupenda fase strumentale. Sopra il doppio pedale utilizzato dal drummer e che ci investe i timpani, Pursino crea un'intensa parentesi chitarristica, intavolando un paio di assoli e irrobustendo il suono grazie agli interventi di DeMartino. Le tastiere di DeFeis restano sempre sommesse, donando quel sentore di epicità sempre presente nella musica della band, ma senza prendere il sopravvento sui restanti strumenti. La guerra divina sta per cominciare e non c'è attimo di respiro, la traccia è un polverone sporco e terremotante che aleggia nell'aria, il clamore della ribellione, la foga della gente è riscontrabile nei vari break sparsi nella seconda metà del minutaggio, roba che spezza il ritmo, dividendo le fasi concitate e gli scambi dialettici. Prima di chiudere, il ritmo rallenta improvvisamente, le tastiere emergono dal letargo, duellando con i tamburi, conducendoci a un epilo orchestrale di grandissimo effetto.

Sword Of The Gods

Si sente il bisogno di una canzone cruda e infuocata ed ecco che giunge Sword Of The Gods (La Spada Degli Dei), brillante composizione incentrata sul dialogo tra il semidio Endyamon con la Spada, incarnazione del volere divino e scagliata sul mondo da Giove in persona per tagliare la testa al nostro protagonista. Nelle sei incarnazione precedenti, Emalaith e Endyamon sono morti decapitati dalla lama affilata e sacra della Spada, perciò non sono mai riusciti a portare a termine la loro missione. Ma questa volta il vento è cambiato, lo strumento divino trema di fronte alle parole dell'eroe, tema una sua mossa. È la Spada ad esordire, poggiandosi su un tagliente riff di chitarra ripetuto per svariati secondi, scandendo le parole attraverso una voce quasi sospirata e incredula: "Io solco i cieli, conquisto l'aria e punisco il diniego. Infrango l'aria ma non emetto suono alcuno, sono silenziosa e letale, incarno la morte. Sono la Spada degli Dei, ubbidisco al loro volere". Senza accorgercene siamo travolti da un refrain appena accennato, che giunge silenziosamente senza grossi clamori, ma che entra sottopelle al primo ascolto, data la melodia oscura con il quale viene costruito. È ancora la Spada a parlare, questa volta contornata da cori e con l'ausilio di tutti gli strumenti: "Concedi ogni desiderio di sangue che richiama sangue, io svetto sul mare, volo nell'aria, spezzo le catene del diniego". Il ritornello è velenoso, praticamente è costruito sulla minaccia della Spada nei confronti del protagonista. C'è una nota interessante, perché dalle parole della Spada emerge un'informazione preziosa: "L'incendio avvenuto a Roma è solo una scintilla del mio potere. La mia armatura è una fiamma d'oro", e da qui capiamo che siamo verso la fine del primo secolo dopo Cristo, appena dopo l'incendio di Roma ad opera di Nerone e appena dopo l'eruzione del Vesuvio che distrusse Pompei ed Ercolano. Le tastiere e il basso prendono energia e giungono in soccorso della batteria di Gilchriest, intonando un canto di vendetta, scandendo con vigore le parole del bellissimo bridge: "Guarda i tuoi figli morire, ed è inutile che ti lamenti dicendo che hai sempre servito gli Dei recandoti in santuari e pregando sugli altari. Sei un peccatore, sarai abbandonato e brucerai". Si prosegue con la parentesi strumentale, Pursino si catena con un assolo brillante, le tastiere si quietano per lasciargli spazio, Gilchriest picchia duro utilizzando il doppio pedale nella classica cavalcata power metal, e allora ci addentriamo in un secondo bridge, questa volta scandito dalle parole di Endyamon che risponde all'avversario: "Ciò non accadrà mai, gli Dei del cielo sono spacciati. Aspetta la notte e saprai". A questo punto la parte strumentale continua imperterrita e abbiamo una stacchetto diventato leggendario, giostrato sulle note delle chitarre alternate alle tastiere e che ritroveremo poi in "Agony And Shame", forse il miglior pezzo estratto da "The House OF Atreus - Act I", che sarà interamente costruito su questi riff, in questa sede appena accennati.

God Of Our Sorrows

God Of Our Sorrows (Dio Dei Nostri Dolori) è una ballata di un solo minuto, ma una ballata di una bellezza sbalorditiva. Piano e voce per un canto di dolore che tocca il cuore e che ribadisce, come se ancora ce ne fosse bisogno, che i Virgin Steele riescono a creare magia anche in un lasso di tempo concentratissimo, sbalordendo il proprio pubblico. Qui c'è emozione profonda, un sentore di tristezza, una poesia evocativa. "Dio dei nostri dolori" intona il semidio guardando i cadaveri dei mortali dopo la collera divina "la tua lama è assetata, la Terra sente la ferita ancora fresca. Madre Terra, mi sono sbagliato, ma il vento può essere ucciso solo da chi conosce il vento". Endyamon sa che bisogna sacrificare migliaia di uomini per giungere alla libertà, si sente in colpa, ma così è scritto nel suo destino. "God Of Our Sorrows" nasce per puro caso: una mattina, DeFeis torna in studio dopo averci fatto le ore piccole la notte precedente, e vede l'ingegnere del suono psicologicamente a pezzi e che piange disperato. Ha avuto un crollo nervoso dopo aver lavorato tutta la notte e allora viene fatto ricoverare nel vicino ospedale. Mentre è in attesa di notizie, David si siede al piano e inizia a suonare. Dopo cinque minuti ecco che la perla è partorita. Quando l'ingegnere fa ritorno in studio, è calmo e sorridente, e DeFeis (maleficamente) lo rimette subito a lavoro per missare il nuovo brano. Il tempo stringe e bisogna finire i lavori sull'album.

Vow Of Honour

Una ballata di un minuto che anticipa un'altra ballata di un minuto. Strana scaletta e costruzione imprevista, ma Vow Of Honour (Voto D'Onore) prosegue la scia emozionale di "God Of Our Sorrows", riuscendo a ottenere lo stesso risultato: sentimento profondo che lacera il cuore. Ma questo breve pezzo si pone anche come verso introduttivo alla seguente canzone, tant'è che ne anticipa già il ritornello, qui scandito lentamente sopra un tappeto di tastiere e tamburi: "Sfida, un Dio o un uomo. Io sfido il tuo potere, la tua legge, la tua volontà. Combatto per il mio popolo, la mia casa e la mia terra. Combattere è la nostra eredità sulla terra". DeFeis intona l'intermezzo in falsetto, creando un'atmosfera unica, evidenziando la sua grandezza con un'espressività davvero rara. È probabilmente Emalaith, il personaggio femminile, a fare capolino nella narrazione, dando voce perciò anche all'eroina che porta in grembo i due gemelli. Questo pezzo viene scritto in pochissimo, lo stesso giorno di "God Of Our Sorrows", catturando le impressioni di un istante. La melodia è calda, di sublime splendore, ma nell'aria c'è già odore di fuoco.

Defience

Defience (Sfida) attacca in modo terremotante attraverso le rullate di Gilchriest e i fraseggi rabbiosi di Pursino, dando vita a un brano incendiario e di pura ribellione, di contrasto alla tirannia e di difesa dell'umanità che, secondo le parole del mastermind, richiama liricamente e concettualmente il mito di Prometeo, già ricordato nel pezzo "Prometheus The Fallen One", presente nel precedente album. Infatti, anche qui si parla di sfida al volere degli Dei per liberare gli uomini dalla servitù mentale nei confronti di questi, donando loro il fuoco sacro, l'ingegno e la volontà. Nella foga cavalleresca e battagliera, DeFeis intona frasi emblematiche con voce arcigna: "Correndo nei cieli, figli del tempo, voi governate senza legge. Io sono il signore di me stesso, signore barbarico, spezzerò il tuo potere, fermerò la tua mano mentre scaglia la saetta" e qui Endyamon lancia una sfida allo stesso Giove/Zeus, intento a scagliare una saetta sulla terra. Il pre-chorus è conciso e crudele, sostenuto da un incedere sempre più incendiario e che ci travolgerà nel ritornello, lungo e dannatamente efficace, progettato per essere cantato a squarciagola, le cui parole sono le stesse già ascoltate nella precedente introduzione "Vow Of Honour", ma qui cariche di una forza indomita che prima non esisteva. Nell'intermezzo la frase era cantata con toni morbidi, in falsetto, distesa in un'atmosfera poetica, qui invece la sezione ritmica è furiosa, il basso gronda sangue, la batteria viene tempestata di colpi, i cori bellicosi si fanno avanti per dare maggiore enfasi: "Combatto il tuo potere, il tuo ordine, la tua volontà. Combatto per la mia gente, la mia casa e la mia terra. Combatto per la nostra eredità su questa terra". È il trionfo dello spirito umano, la rinnegazione di quello divino, il ripudio di millennio al servizio degli Dei. Endyamon si rivolge a se stesso e pensa: "Sacro domani, sei così brillante, riponi la mia spada nella tua forza". A questo punto il ritmo accelera e decelera di continuo, dando origine a una fase strumentale tremendamente emozionante. DeFeis sospira, Pursino tocca in modo leggiadro le corde della sua scia. Le tastiere tessono una tela sonora sognante. Il break centrale viene sospirato: "Non dimenticate mai. Questa notte abbiamo acquisito la ricchezza di tanti anni di ingiustizie. Adesso ho io il potere, in cielo si muovono nuvole e furie, ma io guardo nei tuoi occhi. Guardate come muore un Dio". L'eroe si proietta in cielo, spada affilata e protesa, la sala dell'Olimpo è lì davanti. Il vocalist è demoniaco, assetato di sangue, istiga il popolo a battersi fino all'ultimo respiro, si riprende a scalciare, il brano decolla nuovamente, e allora ecco l'ultima parte, dominata dalla ripetizione del refrain e dai ruggiti del leader.

Dust From The Burning

Dust From The Burning (Polvere Dall'Incendio) prosegue la foga, continuando la tempesta d'acciaio. Quattro minuti serrati di epic metal classico nel quale Endyamon ricorda la sua permanenza in purgatorio, le sue sette reincarnazioni (ancora il sette come numero sacro) e la sofferenza accumulata in molti secoli, l'amore ostacolato e poi ritrovato con Emalaith, la miseria del mondo. Non a caso, in queste liriche l'eroe torna dall'amata e le parla, ricordandole il passato e annunciandole il futuro: "Al ritorno dal purgatorio, dai sette punti degli oceani oscuri adesso sono rinato in un paradiso di luce. Non siamo servi di nessuno. Avvolti nel mistero del tempo, il mio sangue è il tuo sangue, siamo sempre finiti in cenere e sabbia, ma stavolta no". Emalaith ascolta in silenzio le parole del suo amante, tornato da poco dalla battaglia. La sua spada è ancora tinta di rosso, la sua pelle sudata, ma ha vinto lo scontro ed è pronto a ripartire. La semidea si tocca il pancione, in procinto di dare la vita ai due pargoli, e confida nella forza di Endyamon. La melodia è trascinante, la chitarra di Pursino sempre in primo piano per dare energia a un pezzo frenetico e nervoso, ed ecco che il semidio si rivolge al proprio popolo, incitandolo a resiste nel bellissimo ritornello: "Polvere dall'incendio, fuoco e acqua, figli e figlie miei, uccidete tutti a vista, non permette una tregua, la fiamma della giustizia ci guida lontano". L'assolo è fenomenale e straniante, i falsetti di David spaccano i timpani, DeMartino è solenne; un brevissimo bridge emerge improvvisamente: "Solo i più forti sopravvivono nella rinascita della nostra nazione" e questa stessa melodia la ritroveremo nella coda finale che attacca subito dopo la ripetizione del chorus. "Il giorno continua, figli e figlie orgogliosi, fuoco e acqua. Dopo che moriremo resterà solo la paura nei loro volti", il giorno volge al termine, la battaglia ancora infuria, anche se i toni si stanno smorzando. Ci sono molti morti sul campo, ma il sacrificio degli umani servirà a creare la nascita di un nuovo mondo. La melodia prende possesso del brano, la forza strumentale si spegne inesorabile, il vocalist ci conduce all'epilogo poetico, dai tratti amari, quando i fuochi della città si spengono lasciando la terra al buio, sommersa da un polverone silenzioso. La guerra, almeno per ora, è terminata. Resta solo il sibilo del vento che ci trascina nella outro seguente, vista come proseguo di questo brano.


Amaranth

Amaranth (Amaranto) è la outro di "Dust From The Burning", poiché nasce dalle ceneri di quel pezzo, subito dopo la fine della guerra. Soltanto venti secondi strumentali, ricchi di poesia, di delicatezza. L'amaranto è la pianta che, secondo la tradizione antica, simboleggia l'immortalità e l'amore eterno. Ma è anche simbolo di morte e rappresenta il portale attraverso il quale gli spiriti devo passare per raggiungere l'eternità. È una pianta dai colori spiccati, importante per la tradizione religiosa, poiché risplendeva nel giardino dell'Eden, e quando Adamo ed Eva furono cacciati da Dio, la pianta fu recisa, perciò l'amaranto testimonia una doppia anima, sia divina che mortale, conservandone la dualità attraverso i secoli. Le tastiere di DeFeis assomigliano a una veglia funebre, intonano una cantilena amara, nostalgica, cullandoci verso la traccia seguente.

A Whisper Of Death

I primi due versi di A Whisper Of Death (Un Sospiro Di Morte) sono cauti, nonostante la patina oscura che li avvolge, Endyamon ricorda di quando era sospeso in purgatorio, nella vita precedente, e ricorda un mondo sprofondato nel buio, dove gli Dei promettevano bugie e tempestavano la terra di dolore. Adesso però l'eroe guarda il cielo, è sereno, pieno di colore, è speranzoso per il futuro. La solenne chitarra di Pursino lo accompagna verso la guerra, il semidio si volta verso il suo popolo per gli ultimi assalti: "Vittoria, sacra guerra, sono rinato stanotte. Voi tutti saprete e vedrete la forma finale della forza. Uccidere e cacciare per il domani, e voi morirete" rivolto adesso agli Dei, che spaventati rispondono in coro nel ritornello: "Un sospiro di morte ti portiamo, i figli del domani saranno dannati. Non ci saranno più giorni, cadrete tutti", ma la realtà è che gli Dei sono spaventati dalla forza del semidio e dalla volontà degli uomini che guida. Sanno che la compagna Emalaith sta per mettere al mondo i due pargoli e capiscono che qualcosa sta cambiando per sempre. I cori rafforzano il concetto trascinandoci nella foga della battaglia, respirando il polverone che i soldati alzano, facendoci sentire l'odore del sangue, l'odore della morte, ma anche quello del trionfo. Endyamon riprende a incitare i suoi: "Batteteli, distruggete il loro regno. Cadranno tutti sotto la nostra luce", dunque il ritmo rallenta impercettibilmente, risaltano il basso e la batteria, poi l'assolo letale dalla sei-corde ricorda che questo è power metal, così nello splendido e sospeso bridge Endyamon ripete le parole minacciose degli Dei e le fa sue: "Un sospiro di morte e l'ombra della paura vi portiamo. Sette ricchezze per sette significati di amore, che vi distruggeranno", e qui torna ancora una volta il numero sette, ripetuto una marea di volte lungo il percorso, a ribadire che questo è il numero sacro sotto al quale il paganesimo è destinato ad estinguersi. Le tastiere tornano in primo piano, stagliandosi sotto gli acuti del vocalist e creando un momento molto profondo e intimo che rallenta il ritmo, lo spezza trasformando il tutto quasi in una ballad. Tornano gli archi che accennano al tema principale dei due "Marriage" e che ritroveremo poi verso la fine. Pursino si scatena ancora, ha le briglie sciolte e può fare ciò che gli pare, duettando con le tastiere del vocalist. Interviene il Dio degli Dei, il presunto Giove/Zeus che mette in guardia il protagonista prima di chiudere il brano: "Ci saranno sangue e martirio, paura e tuoni. Tutto è scritto nel libro della resa".

Dominion Day

Gli istanti si fanno concitati, siamo alle battute finali di questa grandissima epopea mitologica, dunque attacca Dominion Day (Il Giorno Del Dominio), portentoso brano epico sorretto da un imponente tappeto di tastiere, almeno fino a quando le chitarre non sovrastano il tutto e DeFeis inizia a ruggire con timbro adirato: "Da nord a sud, da est a ovest, gli occhi bruciano alla vista dell'aurora. Fiamme di odio e il pathos della guerra. Sangue e fuoco piovono dal cielo", l'umanità sta attendendo la guerra delle guerre che scatterà all'alba, speranzosa in un futuro diverso, tutti uniti sotto un unico vessillo e sotto la legge dell'uomo, non più quella divina. Le tastiere ritornano con un aspetto sulfureo, facendosi largo nel sofisticato ritornello: "Dite addio, le mani poggiate sugli scudi in questo giorno di dominio. Siamo nati per vivere uniti", incoraggia Endyamon il suo popolo, schierato in fase bellica e pronto all'attacco. Ma la cosa che emerge maggiormente è questa leggiadra melodia, molto morbida a dire la verità, che contorna altisonanti parole di vendetta, di giustizia e di libertà. Le strofe sono molto cattive e il refrain delicato, insomma, un bel contrasto che rende questo pezzo davvero insolito. "Accecando gli Dei alla luce del sole, la fine ha un nuovo inizio. Gli Dei della guerra saranno schiacciati al suolo dopo un assedio di sette anni" e ancora il numero sette che torna. Sette sono le reincarnazioni di Endyamon ed Emalaith, sette vite distribuite in sette secoli, ognuno dei quali ha visto sette anni di battaglie. Ma questa volta, la guerra avrà dei vincitori definitivi. Il ponte che unisce i due corpi del brano è cattivissimi, sostenuto da un glaciale riff di chitarra: "Abbiamo tutti giurato in questo giorno di dominio. Sette anni per questo giorno. Uccidiamo e bruciamo in questo giorno". L'assolo di Ed Pursino è quasi gioioso, epico e solenne, testimoniando l'ascesa di una nuova era, più brillante e positiva. Almeno si spera. Gilchriest si scatena dietro le pelli, è il suo momento, accelera per poi farsi da parte lasciando spazio alla sezione finale, più poetica e sognante, nella quale DeFeis e le sue tastiere riprendo testo e linee musicali che abbiamo appena ascoltato, trattandole però con diversa intonazione e ritmo. "Le stelle brilleranno nella notte assecondando il nostro piacere. L'alba piangerà sulla vallata. Festeggiamo il consiglio deli Dei, ormai diventati uomini". Un brano di trionfo, di rivincita, una botta di positività e di speranza che illumina l'ultima fase della narrazione.

A Shadow Of Fear

Ma nulla è ancora dato per scontato, in quanto gli Dei non cedono alle richieste della folla, sono decisi a non arrendersi, così A Shadow Of Fear (Un'Ombra Di Paura) rappresenta il picco del terrore narrato nella saga, un timore reverenziale che assoggetta i cuori dei mortali e che fa loro tremare le gambe. È la rivolta divina, la tirannia non accetta compromessi, Giove Tonante esordisce con voce grave, arricchito da un riff maligno che si insinua nella mente dell'ascoltatore: "Cipressi neri che cadono, la neve del freddo inverno. Cosa stai chiedendo? Cosa vorresti sapere? Gli Dei della liberazione sanguinano nella vergogna, hanno paura che occuperai il regno dei cieli". Il Dio supremo interroga Endyamon, ricordandogli che ha intimorito tutte le divinità dell'Olimpo, che dovrebbe ritenersi soddisfatto così, senza andare oltre, altrimenti sarà annientato per sempre. L'eroe carica il fiato e intona la seconda strofa, più nevrotica della prima, costruita su una sezione ritmica grassa e oscura, e replica: "Rinasco per la sfida, per la fama e la fortuna. Tutte le menzogne che ci hanno torturati, tenuti in catene e addolorati. Gli Dei della liberazione sono stelle nere allineate". Intervengono gli Dei, alle spalle di Giove, e insieme, in coro, si rivolgono al semidio ribelle, in un crescendo musicale da brividi che anticipa l'arioso ritornello: "Cavalca il vento e arriva al cancello del cielo. Noi ci godremo il tuo tormento e cambieremo il tuo fato", e allora invitano Endyamon a provare a sfidare gli Dei nel loro territorio, sapendo che da solo non può nulla contro la loro collera. A questo punto l'umanità si schiera dalla parte del protagonista e ci delizia col refrain, non troppo cattivo perché guidato dalle tastiere, ma che rende bene l'idea del delicato momento in cui ci troviamo: "Noi viaggiamo per il deserto, per il ghiaccio e le nevi. Ricordiamo che il futuro non è in vendita. Gli Dei che sopravviveranno saranno frustati sul dorso e poi martoriati". Il batterista scarica la tensione col doppio pedale, dalle casse dello stereo fuoriesce il terremoto, DeFeis ruggisce, spara urla demoniache: "La fortuna è morta, siamo ormai rinati divinità. Tutto ciò che sperate è defunto e sta sanguinando. Questa è l'ultima ora del vostro regno". Insomma, abbiamo capito l'andazzo, e lo capiscono persino degli Dei, intimoriti dalla rivolta sulla terra, che ancora intona questo canto di morte e di giustizia mentre Pursino, in sottofondo, produce dei sibili affascinanti. Le tastiere si gonfiano lentamente e tengono testa alla batteria e alle pulsazioni di basso, creando una dimensione sonora strabiliante nella quale il vocalist spara acuti e falsetti a più non posso.

Theme From The Marriage Of Heaven And Hell

Theme From The Marriage Of Heaven And Hell (Tema Dal Matrimonio Tra Inferno E Paradiso) la conosciamo già, appena venti secondi estratti dal tema dei primi due capitoli di "The Marriage Of Heaven And Hell", dove le tastiere del leader dei Virgin Steele, come vessilli innalzati in cielo, ci accompagnano alla fine dell'epopea mitologica. Mentre nei due album precedenti questa strumentale orchestrale godeva del suo spazio, evolvendosi in poco più di due minuti ogni volta e chiudendo i due lavori, qui viene appena accennata, giusto per ricordare al pubblico che "Invictus" non è altro che la prosecuzione della precedente narrazione, introducendoci l'ultimo, ambizioso, pachidermico brano, una delle più grandi composizioni heavy metal di sempre, dotata di fierezza e di gloria immortale.

Veni, Vidi, Vici

Veni, Vidi, Vici (Venni, Vidi, Vinsi) è la chiusura che ogni disco epico dovrebbe esigere. Non un capolavoro qualunque, ma il capolavoro assoluto dell'album, cosa miracolosa tra tante gemme incredibili presenti in scaletta. Dieci minuti di trionfale epic metal dai numerosi cambi di tempo, accelerazioni e rallentamenti, stacchetti operistici, melodie sulfuree e altre splendenti. Natura apollinea e natura dionisiaca unite in un unico blocco. Il tutto si apre come una ballata, un arpeggio delicato accompagna dei cori angelici e il nostro Endyamon che recita: "Le ali degli angeli sono tutte una bugia. Dimmi che non sei tu, sono questi i segni del pericolo in cui ci siamo ritrovati?" e richiama accanto la sua amata Emalaith, in procinto di partorire e sfiancata dal dolore. La deve lasciare un'ultima volta per gettarsi nella guerra finale, ma tornerà presto da lei. "Il vento dell'ovest alle mie spalle, sul ponte della morte forse non farò ritorno, un falco sul mio pugno che conta i sette anelli della mia conoscenza. Io esisto, io ucciderò", il semidio lascia la sua amata e scala l'Olimpo, il monte regno dei Dei, costituito da sette cime dalle quali controllare il mondo intero. Le gesta vengono accompagnate da una colonna sonora fantastica, gloriosa, nella quale ogni singolo musicista si ritaglia il proprio spazio e mette in mostra la propria tecnica. Una band unica, dall'elevato tasso tecnico mai fine a se stesso ma sempre posto al servizio della melodia e della narrazione. Il passaggio dalle strofe al refrain è da infarto, un colpo al cuore che riempie l'anima di una luce epica, Endyamon riprende parola prima di gettarsi nel lungo e geniale chorus: "Non ci sarà termine fino a quando uno di noi due non morirà. La morte eterna divora coloro che hanno lasciato il proprio marchio, la luce sanguina tra le piaghe del buio" e infine, ecco l'acme del brano, uno dei ritornelli più belli di tutto il metal, costruito con criterio, intelligenza, gusto e talento. Il cambio di tempo è repentino, i cori invadenti, e tutto il mondo si unisce per cantare questo inno alla libertà: "Dei della notte, Dei del giorno, portateci in un altro luogo. Abbiamo il potere di rendere giusto lo sbagliato, tutti i vostri giorni passati saranno oscurati dal potere della nostra luce. Siamo venuti, abbiamo visto, via abbiamo conquistati", gli umani si rivoltano alle divinità, combattono fino all'ultima goccia di sangue, gli Dei sono spacciati. Sulla terra è il caos, la tirannia sta perdendo e i nostri gridano di gioia, facendo proprie le parole latine utilizzate da Giulio Cesare dopo la vittoria nella regione del Ponto. Il pathos si fa più intenso, DeFeis alza la voce e ci conduce ancora nella mischia: "Le frecce sfiorano le mie spalle, le ombre della loro forza sono ormai sgraziate. All'orizzonte nero vedo le nostre bandiere ondeggiare, mostrando il nostro coraggio". Gli uomini hanno vinto e piantano i vessilli nel regno degli Dei, messi in fuga. Pursino esegue il tema del matrimonio tra inferno e paradiso, questa volta in versione elettrica, poi si sfoga con un feroce assolo, ma il tempo cambia di nuovo, le tastiere sono delicate e introducono una parentesi orchestrale che mette i brividi sulla pelle. Tra sferzate chitarristiche, possenti colpi alle pelli, fraseggi tastieristici, si riprende a raccontare; questa volta la guerra è vinta, i sopravvissuti hanno il sorriso stampato in volto, Endyamon annuncia: "Padre dei cieli, signore dei nostri dolori, la vittoria è in pugno. Guardaci brillare. Dei della notte, dove siete ora? Sorrido al vostro fato, ormai siete in fuga". Il mondo è finalmente libero dalle ingiustizie e dalla tirannia, e adesso il destino è in mano ai mortali, artefici del proprio futuro. Utilizzeranno il potere, la coscienza e l'ingegno nel modo migliore? Sul motivetto generale della saga, DeFeis/Endyamon è delicato, trionfante, e si chiede se mai un giorno rincontrerà i suoi nemici: "Vedremo mai la luce dell'amore al confine del mondo? Vedremo ancora il sole sorgere? Riconosceremo il Dio nell'uomo? Io ci incorono re!" e con queste parole, tra gli appalusi della folla in sottofondo, l'eroe mette fine alla vicenda, tornando dalla sua amata Emalaith, che nel frattempo ha dato alla luce i due gemelli. Adesso è l'epoca dell'uomo, della coscienza umana, dello spirito mortale.

Conclusioni

"The Burning Of Rome (Cry For Pompei)", probabilmente il brano più conosciuto dei Virgin Steele, composto nel 1988 per l'album "Age Of Consent", in qualche modo si pone come capitolo introduttivo di "Invictus", anticipando le tematiche presenti su questo album di ben dieci anni. È lo stesso DeFeis a scrivere che l'idea di terminare la trilogia del matrimonio dell'inferno e del paradiso sia venuta ascoltando proprio il pezzo più famoso, e forse quello più celebrato, della storia della band. Non a caso l'ambientazione è la stessa, suggerendo all'ascoltatore che i fatti raccontati nella saga appartengono a un'epoca precisa: la fine del primo secolo dopo Cristo, perciò subito dopo l'eruzione del Vesuvio che ha distrutto le città di Pompei ed Ercolano (79 d.C.), ma anche dopo l'incendio che ha devastato Roma a causa della deplorevole (e ipotetica) follia dell'imperatore Nerone (64 d.C.), in guerra costante con cristiani ed ebrei. Ci troviamo, perciò, in un periodo delicato della storia del mondo, quando le religioni monoteiste si diffondono nell'impero soppiantando, anno dopo anno, il paganesimo, come del resto si racconta nei due "The Marriage Of Heaven And Hell". Ma la terza parte di una trilogia può essere addirittura superiore ai precedenti capitoli? "Invictus" lo è di certo, perché è il miracolo che il mondo metal stava aspettando, capace di rivoluzionare un intero genere e di far progredire il power metal verso lidi fino ad allora poco conosciuti. Un'opera d'arte immane, perfetta nella sua costruzione, magistrale nella sua narrazione, dove testi sublimi e arrangiamenti sopraffini si sposano in una unione stupefacente. E la cosa più sconvolgente è che il tutto viene concepito, composto e mixato in brevissimo tempo, tanto che i musicisti sono costretti, per molte settimane, a fare le ore piccole in studio di registrazione. Molte tracce vengono scritte di getto e subito arrangiate e registrate, catturando una certa spontaneità di espressione, rendendo il lavoro del tutto genuino. Per i musicisti si tratta di un periodo nervoso, ricco di stress emotivo, e il tempo non è dalla loro parte, ma quando ci sono ispirazione, alchimia e magia ogni cosa viene fuori bene e senza bisogno di ritocchi aggiuntivi. In pochi mesi il capolavoro è pronto e i Virgin Steele dimostrano, per l'ennesima volta, di essere dei fuoriclasse assoluti, di avere intuizioni in grado di dettare nuove leggi e di avere pieno controllo delle proprie capacità. Al centro di tutto c'è il cantore DeFeis, un genio di razza, uno di quegli artisti che qualsiasi cosa tocca trasforma in oro colato, ispirato come non mai, interprete sofisticato, benedetto dagli stessi Dei che celebra nella musica che compone. "Invictus" è un disco che ha segnato un'epoca, pubblicato nel periodo più felice per il power/epic metal, specie in Europa e in America latina, ed è un successo incredibile, tanto che ancora oggi rimane il best seller della band americana, l'album non solo più venduto ma anche quello più venerato dal pubblico. Melodie romantiche si incontrano e scontrano con l'irruenza barbarica, esplodendo in un trionfo epico che sfiora la perfezione. Una celebrazione dello spirito umano (e quindi non divino), ricco di introspezione, di dilemmi morali e di fragilità carnali e psicologiche tipiche della razza umana; tutti elementi, questi, che rendono il concept un gioiello emotivo più unico che raro, una pietra miliare, espressione stessa dell'animo mortale e che, al contempo, proprio grazie alle sfumature narrative e orchestrali di cui è composto, inaugura un territorio del tutto inaspettato in ambito hard rock: la cosiddetta "metal-opera", nuovo formato musicale creato dagli stessi Virgin Steele e poi ripreso da decine e decine di metal band sparse per il mondo. Ma i dischi dei newyorkesi sono metal-opere nel vero senso della parola, dotati di un animo colto, intellettuale e complesso, adattabili al teatro, da sempre principale fonte di ispirazione di David DeFeis, grazie ai dialoghi e al cast dei personaggi, tanto che l'intera trilogia, qualche tempo dopo, verrà trasferita a teatro grazie alla compagnia tedesca Landestheater Schwaben, che girerà la Germania con la rappresentazione "The Rebels", ottenendo un grandissimo successo di critiche e ottimi riscontri al botteghino. Nell'estate del 1998 i Virgin Steele si imbarcano in un lungo tour, forse il più lungo della loro carriera, in compagnia degli storici Riot che fanno loro da spalla. Il tour termina esattamente un anno dopo, chiudendo, dopo decine e decine di live in giro per i vari continenti, al prestigioso Wacken Festival. Un anno intero a promuovere l'album con incredibili esibizioni di circa tre ore, nelle quali la band ripercorre le tappe fondamentali della propria carriera ma focalizzando l'attenzione soprattutto ai brani estratti dall'ultimo monumentale lavoro in studio. "Invictus" meritava successo e il successo non ha tardato ad arrivare; dopo sedici anni di carriera e continui perfezionamenti, i Virgin Steele raggiungono l'apice del loro genio creativo (che si protrarrà per un'altra manciata di anni prima di ridiscendere come è naturale che sia), dando vita a un'opera divina che, come tutte le opere venute dal cielo, merita venerazione e gloria eterna.

1) The Blood Of Vengeance
2) Invictus
3) Mind, Body, Spirit
4) In The Arms Of Death God
5) Through Blood And Fire
6) Sword Of The Gods
7) God Of Our Sorrows
8) Vow Of Honour
9) Defience
10) Dust From The Burning
11) Amaranth
12) A Whisper Of Death
13) Dominion Day
14) A Shadow Of Fear
15) Theme From The Marriage Of Heaven And Hell
16) Veni, Vidi, Vici
correlati