VIRGIN STEELE

Hymns To Victory

2001 - T&T

A CURA DI
ANDREA CERASI
01/12/2017
TEMPO DI LETTURA:
8,5

Introduzione Recensione

Il 2001 è un anno davvero speciale per i Virgin Steele, perché celebra un importante traguardo: l'anniversario dei venti anni dalla fondazione. Venti anni di storia. Venti anni di musica ai massimi livelli. Venti anni di gloria. Era il 1981, infatti, quando un gruppo di ragazzini adolescenti guidati dal chitarrista Jack Starr mise l'annuncio su diverse bacheche di Long Island, New York, con su scritto "Cercasi vocalist per band hard rock". Bè, a quelle audizioni si presentò un certo David DeFeis, il quale viene scelto tra tantissimi candidati grazie alla sua voce immensa e acutissima (ma anche acerba, vista l'età) e alla grande interpretazione, che sarebbe poi migliorata negli anni raggiungendo picchi quasi inimmaginabili. Il ragazzo fece subito capire di che pasta era fatto: raffinato songwriter, polistrumentista, artista a tutto tondo, innamorato perso della musica classica, dell'opera e del teatro antico, proveniente da una famiglia di artisti teatrali che hanno pesantemente influenzato la sua formazione musicale e la sua filosofia di vita. In poco tempo, il giovane DeFeis, grazie al suo carisma esplosivo e il suo genio creativo, scansò Starr prendendo in mano le redini della band. Nel 1982 il timido esordio, acerbo e prodotto male, ma che fece letteralmente il botto sulla scena heavy metal, guadagnandosi il rispetto e la venerazione di molte altre band, tra cui Metallica e Queensryche, colpite dalla foga sonora di alcuni pezzi e dall'utilizzo delle tastiere, all'epoca aspetto ancora inedito in campo metal, dei quali i Virgin Steele furono i primi in assoluto a inserirle, creando originali armonizzazioni e anticipando tutta la scena sinfonica che sarebbe esplosa soltanto anni più tardi. Il resto, lo sappiamo, è storia. Venti anni dopo il pubblico si trova a celebrare l'estenuante attività di questa geniale band, tra le più grandi di sempre, onorandone una carriera strepitosa, scandita da un susseguirsi miracoloso di eterni capolavori che hanno elevato un intero genere musicale: l'epic metal, ovviamente, rendendolo colto, intellettuale, complesso, audace, riconducendolo alla musica orchestrale, alla classica e al teatro, tracciando una sorta di ponte tra epoche distanti tra loro, unendo varie dimensioni sonore e culturali fino a generare la cosiddetta "metal-opera". Per festeggiare il Mito Virgin Steele, la T&T rilascia il primo best of della band americana, prendendo i pezzi più conosciuti dai vari concept-album, arricchendo la raccolta con due brani inediti, l'uno ("Saturday Night") risalente ai primi anni 80, abbastanza ingenuo e sempliciotto, l'altro ("Mists Of Avalon"), più recente, intimo e sentito, che a differenza del primo si sposa bene con le atmosfere epiche della compilation. Certo è che i Virgin Steele non sono una band da greatest hits, in quanto risulta difficilissimo prelevare le varie composizioni, estrapolarle dal contesto narrativo tipico del concept-album e gettarle nello stesso calderone. Tuttavia, "Hymns To Victory", dal titolo eloquente che trasuda fierezza e gloria imperitura, è una raccolta che funziona, e funziona ovviamente grazie a una track-list spaventosa che raccoglie una serie di capolavori incredibili che hanno fatto la storia del metallo epico. Una serie di brani di spicco, tra i quali basti citare "The Burning Of Rome", "Invictus", "I Will Come For You" o "Emalaith", per percepirne l'elevata caratura. Tra questi gioielli, il prode DeFeis ha pensato bene di inserire, oltre ai due inediti, alcune versioni remix, tanto per mostrare le tracce con un'altra veste, impreziosendole. Parliamo di piccolissimi ritocchi, sia chiaro, nulla di sconvolgente, la cui attenzione viene posta, in taluni casi, sulle note del pianoforte, e in altri sulle parti chitarristiche o sul potenziamento della batteria, ma in tutti i casi le migliorie si sentono, tanto che i remix sono più belli degli originali. "Hymns To Victory" è una gran bella raccolta, destinata sia ai fans più accaniti che ai neofiti della band, i quali possono farsi un'idea dell'estro creativo di questi signori. Per motivi legali, come al solito, sono state estromesse canzoni relative ai primi due album dei Virgin Steele, recuperate in seguito, e quelle relativi all'album "Life Among The Ruins", meravigliosa parentesi hard rock/blues nella carriera della formazione ma che c'entra poco con la natura epica di questa compilation. Insomma, tredici brani, pochi per un best of, ma data l'esorbitante lunghezza media delle composizioni firmate da DeFeis e Pursino, tutte dal minutaggio generoso, non potevano esserne inseriti di più.

Flames Of Thy Power (From Blood They Rise)

Le solenni tastiere aprono la scena a Flames Of Thy Power - From Blood They Rise (Fiamme Del Tuo Potere - Dal Sangue Esse Rinascono), traccia ambientata ad Atene. Le Erinni, con l'approvazione degli Dei, accusano Oreste e cercano di condurlo in tribunale, sul monte Aeropago ad Atene, dove sarà giudicato dagli Dei. L'attacco è fenomenale, dannatamente epico, anche se poi l'andamento resta abbastanza cauto e con un DeFeis controllato. "Saliamo sul monte, dove gli Dei ci aspettano, rievocando i fantasmi del tuo passato" gridano in coro le Eumenidi, furiose e fiduciose nella condanna di Oreste, ma questi replica nella seconda frase: "La paura mi attanagli l'anima, ogni mattina appena sveglio. C'è un buco nel cielo che attende la mia morte". Oreste è sicuro di essere condannato a morte per matricidio, cosa che nell'antica Grecia era un fatto tremendo, forse il più crudele di tutti, perciò l'omicidio tra consanguinei era visto come atto deprecabile. Differente invece l'uccisione tra mariti e mogli, dato che le due persone non condividono lo stesso sangue. Il ritornello è splendido, che vede l'alternanza tra falsetto e voce piena, nel quale Oreste invoca l'auto di Apollo, qui nelle veci di suo avvocato difensore: "Fiamme del tuo potere, sia adorato il sole. Che possa camminare nel sole assieme agli Dei", e mentre il refrain prende vita, Gilchriest si scatena col doppio pedale, velocizzando l'andamento e fomentando gli animi. La seconda parte vede le tastiere in primo piano, prima di lasciare spazio alla chitarra e alla batteria. In questa fase vengono ripetute esattamente le stesse parole della prima parte del brano, fino a giungere alla fase centrale, dove DeFeis emette falsetti e acuti, cullandoci in un momento prezioso scandito dalla cassa di Gilchriest e dal suo pianoforte, ora più delicato che mai e che ci alletta con sinuosi e sognanti tocchi, introducendo questo regno fatato popolato da divinità. "Cosa posso fare? l'acqua sgorga silenziosa dal monte, il sangue di ieri scende come cascata. Vedo il peccato riversarsi contro di me. Che siate tutti dannati. La mia anima sarà giudicata dalla volontà degli Dei. Figlia di Zues, ascolta il mio pianto". Oreste chiama all'attenzione Atena, sperando nel suo saggio giudizio. DeFeis sussurra, è molto delicato, poi prosegue su questa scia con un assolo di piano, cupo e nostalgico, che rallenta il tutto. La sezione ritmica riprende a spingere sul finale, grazie alle sferzate di Pursino e alla potenza di Gilchriest.

Through The Ring Of Fire

La chitarra svetta alta e la batteria ricomincia a pestare forte in Through The Ring Of Fire (Attraverso L'Anello Di Fuoco), adrenalinico brano epic metal ma dalla natura teatrale. All'alba, Clitennestra si ricongiungerà col marito Agamennone, DeFeis è pacato nell'interpretare le emozioni che sconvolgono la donna: "Guardiani del fato, di questa storia di odio. Guardo la morte negli occhi, sepolta in questo pezzo di carne". Le sue parole sono forti, sprezzanti nei confronti del marito. La donna sa già che Agamennone ha le ore contate, ma per il momento fa finta di nulla. L'uomo, dalla nave, replica nel pre-chorus, dove la melodia prende quota e il vocalist alza il tiro: "Il destino ha guidato la mia mano e mi ha fatto fuggire dall'inferno. Sento un buco nel cielo dove gli spiriti oscuri esprimono ira". Il re ha probabilmente capito che qualcosa non va, ha il presentimento che sua moglie sia cambiata, più distaccata e fredda. Il ritornello è melodicissimo e trascinante, nel quale si ripete per molte volte la stessa frase, recitata dalla bocca di ogni personaggio: Agamennone, Clitennestra, la loro figlia Elektra e i cittadini di Argo, tutti insieme nell'intonare: "Attraverso l'anello di fuoco, attraverso l'anello del dolore, noi rinasciamo di nuovo". Il ritmo si irrobustisce, subentrano basso e tastiere a dare man forte alla batteria e alla chitarra, assetate di vendetta; è ancora Clitennestra a parlare sopra i riff selvaggi costruiti da Pursino: "Ora vivi e ora muori. Sangue cremisi alla ricerca di un eroe sconfitto. L'odio guida la mia mano ed io sorrido. La morte si paga con la morte", dunque riparte il delizioso ritornello e poi ancora un bridge rallentato nel quale sono i cittadini di Argo a farsi largo e a intonare la cantilena di morte, accompagnando la regina nei pensieri impuri. DeFeis sfoggia un solo al pianoforte, spezzando il ritmo serrato e dando un po' di respiro alla narrazione, il vocalist emette degli acuti in falsetto che testimoniano le grida di disperazione dei cittadini per l'imminente morte del loro re. "Onora il tuo re e le nobili azioni che ha compiuto in guerra. Lacrime infinite e tuoni che si scagliano a terra", i cittadini e la figlia Elektra non sono d'accordo col piano organizzato da Clitennestra, ma la regina replica che questo è il suo destino. La sua lama è già affilata e pronta a incidere la carne. Il refrain ritorna prepotente con una serie di controtempi da infarto per proiettarci al gran finale, accompagnato da tamburi, effetti sonori metallici e coretti epici.

Invictus

Gilchriest pesta pesantemente dietro le pelli, l'ira funesta genera Invictus (Invincibile), canzone dalla natura barbarica e dal potere indomito. Un inno al potere, testimonianza della volontà umana, nella quale, se si crede davvero nella propria anima, si riesce a sopravvivere. Pursino ringhia con la sei-corde, la molesta, la stride producendo effetti sonori inquietanti, dunque DeMartino entra in scena seguito a ruota da un DeFeis demoniaco, nelle vesti di Endyamon: "Canto di forza, magia e fede, un sonetto di pura vittoria. Un inno agli spiriti della libertà e della grazia. Io non mi inginocchio mai, la forza della mia anima è superiore". Dunque ritroviamo l'eroe Endyamon, il semidio che, dopo aver ritrovato ed essersi ricongiunto con la sua amata Emalaith, ricorda tutte le nefandezze subite nelle vite precedenti. Ora è pronto a dichiarare guerra agli Dei dell'Olimpo. Le asce sono affilate, assetate di sangue, la sezione ritmica tesa, il vocalist è spiritico, posseduto da un demone dell'inferno che graffia e ruggisce mettendo in mostra il nuovo stile vocale adottato. I cori suggeriscono che si sta arrivando all'acme del brano: "Sto crescendo il mio potere, arricchito dai venti del destino e dall'odio degli Dei. Chiamo questo sacro voto ed è tutto ciò che ti impongo. Io sono puro potere", la melodia cresce di intensità, facendoci pregustare il grande refrain, invece il tutto si smorza all'improvviso, tenendo l'ascoltatore col fiato sospeso. Non è ancora il momento per rilasciare uno dei ritornelli più belli e orgogliosi del disco, Endyamon intanto minaccia l'avversario, il Dio supremo, forse Giove. Doppio pedale e il ritmo su fa più teso, l'incedere più veloce e terremotante: "Fantasma della miseria oscura, evoca i tuoi demoni, rinasco dalle ceneri, fame e odio collassano nell'impurità, non mi inginocchierò e non griderò mai". Finalmente esplode il grandioso ritornello, nobile, violento, brutale, nel quale è Giove a prendere parola: "Muori, muori per mano mia, muori per la mia spada, muori come tuo figlio inchiodato alla trave, cadi in ginocchio contornato dagli avvoltoi". Il richiamo religioso è palese, Endyamon è una figura simile, o forse addirittura antenato, di Cristo, crocifisso qualche anno prima per espiare i peccati dell'uomo. Tutti i personaggi martiri si sono battuti per il genere umano e, in qualche modo, anche l'eroe assolve la funzione di martire. David si esprime in falsetto, donando maggiore epicità, poi subentrano le tastiere che donano dolcezza a questo pezzo tiratissimo. Il break centrale è da infarto, scandito da ruggiti, duelli tra batteria e tastiere, fraseggi chitarristici e intermezzi orchestrali, fino a quando non torna il refrain a ricordarci che qui si spinge sull'acceleratore. Endyamond risponde al Dio nell'ultima parte, tornando a minacciarlo: "Questo è un inno al coraggio, alla natura selvaggia, allo spirito della libertà. Ripago i miei debiti, rinnego i miei peccati, sono il re della mia anima". Un brano power metal strepitoso, che fa presagire l'andamento di tutto il lavoro, un lavoro selvaggio, potentissimo, suonato divinamente.

Crown Of Glory (Unscarred) (In Fury Mix)

Crown Of Glory - Unscarred (Corona Di Gloria - Integro) è un pezzo favoloso, uno dei più famosi prodotti dalla band americana, uno di quelli dotati di una magia e di una sensibilità uniche, che soltanto un poeta come DeFeis sa mettere in musica. In questa versione remix l'intro è deversa dall'originale, dato che le prime battute vengono affidate alle note di pianoforte che creano una dimensione molto più intima e sospesa rispetto alla composizione ufficiale. Tuttavia, le cose non cambiano: la frase introduttiva dimostra natura epica e spirito conquistatore. "Seppelliscimi nel mare profondo, spargi le mie ceneri al vento, ricorda le cose che ho conquistato in vita e brinda col vino sulla mia pira funebre". Qui si rende onore alla morte del guerriero che si è sacrificato. Le tastiere e i cori angelici lasciano il posto alle chitarre per intavolare una cavalcata metallica al cardiopalma, ancora più accentuata da una batteria velocizzata e potenziata nel remix, cosa che fa godere ancor di più l'ascoltatore. "Apri il tuo cuore e guardami, corri veloce, corri lontano. Apri il tuo cuore e sentimi, afferra la luce al di là delle stelle. Siamo carne e sangue. Siamo nati per vivere di nuovo", dunque Endyamon è tornato, agguerrito più di prima, ricordando il suo precedente funerale, ma adesso si è rincarnato in un nuovo corpo e allora cerca di spronare il suo popolo alla rivolta. È lui il ribelle. Il ritornello arriva sornione, costruito sui ruggiti del vocalist e su una serie di controtempi condotti dal nuovo innesto Frank Gilchriest, che rende tutto molto interessante e atipico: "Non morirò finché avrò luce nella mente, ora posso vedere dove siamo. Non vi darò nessuna tregua da questa guerra, la mia corona di gloria è incolore". L'eroe sfida il pantheon divino, lo minaccia con queste parole di monito. Dunque abbiamo ancora una strofa e un secondo refrain: "Volo alto verso il sole, dove osano le aquile, scatenatevi adesso finché avete vita, prima che l'oscurità divori le vostre anime". Gilchriest è scatenato, doppio pedale per una raffica di colpi tipicamente power metal, alla quale si va ad aggiungere il tappeto sonoro delle tastiere. Le armonizzazioni della band sono inedite, originali e favolose, dove le tastiere, spesso, fanno le veci delle chitarre senza far perdere alla musica un briciolo di cattiveria. Subentra Pursino, che va a sostituirsi alle tastiere, proseguendo il discorso e anticipando il melodioso bridge, dove DeFeis è più cauto e intimo: "Ciò che prima era proibito adesso non lo è più, le mele d'oro brillano al sole, corpo e anima possono riconciliarsi, il paradiso e l'inferno si riuniscono in amore e ogni strada mi riporta da te, verso la verità". L'eroe si lancia alla ricerca della sua amata Emalaith, sente che sta per ritrovarla, dopo anni e anni di oblio, ma ancora non è giunto il momento. È iniziata una nuova era. Pursino esegue un secondo brillante assolo, una meraviglia sonora, sovrastando batteria, basso e tastiere, conducendoci all'acme di questo brano, quando DeFeis cambia intonazione e melodia, recitando, con fare profetico, una strofa aggiuntiva molto emozionante: "Ti sto guardando ora, guardo i segni, la vecchia ragione sta morendo. Ho una visione nella notte, ubriaca di vino prodotto in paradiso. Sfido il cielo divino, la corona e la gloria sono mie, Eva è mia sposa e le porte del regno sono aperte, poiché ogni fine è un nuovo inizio. Stiamo vincendo". Come già accennato, Endyamon ed Emalaith sono l'incarnazione di Adamo ed Eva, perciò ogni azione compiuta rispecchia un passo biblico. Mitologia e religione fusi alla perfezione in tutte le liriche presenti. Ancora un ultimo ritornello e poi tutto si calma, restano le tastiere e la voce di David che riprende l'inno funebre introduttivo. Un capolavoro assoluto, uno dei brani più popolari del combo.

Kingdom Of The Fearless (The Distruction Of Troy)

Il sipario si scosta e all'orizzonte sorge Kingdom Of The Fearless - The Destruction Of Troy (Il Regno Degli Impavidi - La Distruzione Di Troia), dove le tastiere ci introducono nella vicenda: Agamennone e Menelao fuggono da Troia per fare ritorno ad Argo. Il testo è un lungo monologo di Agamennone: "Nessun Paese, nessuna legge, nessuna religione, nient'altro. Re Priamo, la tua fortezza è ridotta in cenere. Orizzonti neri brillano sulla tua fossa". Il protagonista saluta la città che ha conquistato e brinda sulla tomba di Priamo, re di Troia. La sezione ritmica è ormai esplosa in un polverone che trasmette l'illusione di trovarci sulla spiaggia dove un tempo sorgeva la mitica città dalle mura impenetrabili. Il ritmo è forsennato, il sentore epico al massimo livello. È il trionfo dopo dieci anni di guerra. Il refrain giunge di soprassalto: "Il regno degli impavidi, il regno degli Dei. Illuminiamo il cielo bruciando questo mondo e fuggiamo". Questo è l'ordine impartito da Agamennone ai suoi soldati, cioè polverizzare Troia, raderla al suolo per testimoniare la grandezza del popolo greco. La melodia è accentuata, si insinua nella mente e non va più via, sorretta da leggiadri cori in sottofondo che aiutano DeFeis a erigersi sulla narrazione. Il power metal è feroce, velocissimo, Gilchriest pesta come un dannato, riproducendo il passo dei soldati in guerra, mentre distruggono tutto. Non si ha un attimo di respiro ed è ancora il re a parlare: "La violenza scaturisce dalle mie sanguinose parole. Angeli della morte dalle ali nere, il vostro regno di menzogne sta per morire, la giovinezza immortale sta morendo sotto un cumulo di macerie". Il re è eccitato dalla distruzione di Troia, la leggendaria città che mai nessuno, prima d'ora, aveva sottomesso. Il bridge è delizioso, le tastiere emergono prepotentemente sui violenti fraseggi di Pursino e allora DeFeis si fa delicato, come a provare pietà per il popolo troiano, massacrato e ridotto in schiavitù: "Attraverso i secoli malediciamo le tenebre, malediciamo la luce. Siamo figli della guerra, forgiati tra le fiamme della paura. Io non mi inginocchierò mai al fato, ma piangerò comunque. Tutti noi piangeremo". Pursino si scatena eseguendo un incredibile assolo, dietro di lui, Gilchriest riprende il ritmo macinando colpi alle pelli. Delle lame vengono sfregate, producendo suoni metallici, Pursino è maestoso con la sua ascia e il batterista non abbandona mai il doppio pedale. L'intensa fase strumentale non termina qui ma ci porta a una parentesi pianistica di grande effetto, che dona poesia a un brano ferocissimo. Infine, le tastiere si fanno definitivamente da parte e la foga ricomincia. "Ora sei carne per i vermi, tua figlia è mia. Sarà ridotta in schiavitù. Ormai io non sono più un uomo ma un Dio.  Morirete tutti per il sangue degli Dei, morirete tutti per mano mia". Agamennone maledice la stirpe troiana e rapisce la figlia di Priamo, Cassandra, rendendola schiava e amante e portandola con sé ad Argo.

The Spirit Of Steele (Acoustic Version)

The Spirit Of Steele (Lo Spirito Dell'Acciaio) è una delle massime composizioni della band, qui presente in veste acustica, sempre molto cara alla band, specie dal vivo, che brevemente racchiude un'intera filosofia di vita, nonché uno stile musicale: l'epic metal. Scritta durante le sessioni dei due "Marriage Of Heaven And Hell", fu completata soltanto nel 1997, in tempo per finire sulla ristampa di "Noble Savage", calzando alla perfezione con il contesto dell'album, ma è in chiave acustica che acuisce il senso di malinconia che trasuda dalle note e dalle parole. Chitarra acustica, e in sottofondo pianoforte e violino, ecco gli ingredienti di questa meraviglia, guidati dalla possente e incredibile voce di DeFeis. Questo breve e idilliaco brano è l'essenza stessa dell'epic, un inno al cielo, alla dimensione ultraterrena, e parla di storia, di nobiltà, di potere divino, di istinti ancestrali, di riti pagani, dedicato allo spirito umano che trascende il corpo per elevarsi a divinità. Un alito di vento prepara il campo, la chitarra acustica è nobile, poi la poesia ci travolge con la calda voce di DeFeis in un turbinio di emozioni e di melodia paradisiaca. "Signori della luce, signori delle tenebre, adesso sto morendo, il mio acciaio è come un figlio, è vita, morte e spirito", il vocalist diventa Dio, la sua voce è spaventosa, tra scale acuti falsetti e tonalità impossibili per chiunque dimostra di essere probabilmente il cantante più grande di tutto l'heavy metal, favorendo un'interpretazione al limite dell'umana comprensione. Due minuti e poco più di epicità e di morbidezza, senza sfuriate strumentali, senza foga sonora, solo il caldo vento dell'est che culla parole possenti, scandite dagli dei della luce e da quelli delle tenebre che fanno dono al prescelto di una spada sacra, impugnata soltanto dai più grandi guerrieri della storia. "Dalle mie mani alle tue, ti passo la spada dei re proprio come fece mio padre con me. Custodiscila con orgoglio" Quando DeFeis scrisse le liriche pensava ad Excalibur, arma dotata di spirito, di vita e di morte, oggetto di venerazione tra i re di tutto il mondo. Di mano in mano l'arma rappresenta la libertà di un regno e di un popolo. Soltanto i giusti possono stringerla e guadagnarsi così l'accesso ad Asgard, come suggerito dalle liriche finali: "Stringimi la mano, sto per lasciare questa terra. Asgard mi attende, Dei e angeli mi chiamo sul ponte del tempo. Il mio nome rimarrà per sempre". "The Spirit Of Steele" è un inno divenuto famosissimo, tra le ballad migliori di un'epoca e di un sottogenere, dall'attitudine barbarica, sospesa in una dimensione poetica e ricca di delicatezza, e termina così come è iniziata, con le note del pianoforte nostalgico e magico che scendono maggiormente in profondità rispetto alla versione originale, comunque intima ed epica all'ennesima potenza.

A Symphony Of Steele (Battle Mix)

A Symphony Of Steele (Una Sinfonia D'Acciaio) si apre in maniera tragica, le tastiere svettano alte, generando un mondo ostile e dannatamente epico. DeFeis recita un verso che nell'originale non esiste, via via le tastiere aumentano di intensità invadendo gli spazi e trasmettendo un senso di trionfo. Sembra di ascoltare la colonna sonora di un film storico, almeno fino all'attacco di batteria che spazza via ogni dubbio: questo è chiaramente heavy metal. Rispetto all'originale, la versione remix pulisce il suono, scandisce meglio i colpi di batteria e i giri di basso. Non si perde tempo e DeFeis intona le prime strofe impersonando Mercurio, messaggero degli Dei: "La magia parla di lingue di fuoco, la fortuna prende la mia mano. Il ferro intona canzoni di gloria. Gridando mi getto nella sfida", nelle quali descrive un mondo lontano al nostro, un mondo creatore del mito e di tutti gli Dei che si sfideranno nel concept. Il Dio capisce che sta per iniziare una nuova era. Subito dopo viene posto il famoso refrain, pregno di gloria imperitura e di trionfo: "Portatemi dove il tuono cammina, portatemi dove il falco vola. Una sinfonia d'acciaio". I Virgin Steele sono più energici che mai, e la canzone è talmente grintosa e rappresentativa del loro spirito che è quella che di solito apre ogni loro concerto. "Suonate la tromba, scuotete la montagna, lasciate che la freccia scocchi. Attraverso questa terra misera lasciate divulgare la notizia: sono il dio Mercurio", e la notizia è che Endyamon è risorto, per sfidare l'Olimpo e dare coscienza al genere umano. La natura epica della band è evidente, e la seconda parte del matrimonio tra paradiso e inferno ha una vena orgogliosa e mitologica in più rispetto alla prima. Ayvazian è scatenato, impressiona con le sue possenti rullate, cercando di seguire l'innata potenza del vocalist, rabbioso più che mai. Si prosegue ancora alternando una strofa e un ritornello, seguendo una linea semplice e diretta: "Spargete le ceneri ardenti, liberate il tempio, fate rintoccare la campana della libertà. Lode a coloro che sono morti, colpiti dalla spada del destino". Ma i Virgin Steele sono imprevedibili, e allora sorprendono con un bridge arioso che spezza in due il brano, DeFeis, nelle vesti del messaggero degli Dei, prega il popolo di combattere la tirannia: "Non morite in ginocchio, combattete per vendicarvi. L'ira della tempesta, le grida degli uccisi, tragico splendore, solo nella morte sarete liberi. Seguite il rumore del tuono, portate la pioggia e ricordate il mio nome!", indicando che egli è al fianco di Endyamon per sovvertire l'ordine divino. Pursino finalmente può sfogarsi, alternando fraseggi magniloquenti ad assoli goliardici, mentre il vocalist ulula e torna dietro le sue amate tastiere. Il ritmo è concitato, Ayvazian è spaventoso, come del resto tutta la band, posseduta da questa forza rinnovata. Le tastiere, infine, suggellano il momento con una bellissima coda, in un tripudio di epicità senza precedenti.

The Burning Of Rome (Cry For Pompei)

The Burning Of Rome - Cry For Pompei (L'Incendio Di Roma - Piango Per Pompei) è uno degli inni più belli e indimenticabili della storia del metallo. Una pietra miliare, famosissima, perfetta, emozionante, dove si palesa in tutto il suo splendore il genio incontrastato di questa band. Cavalcata metallica, riffing prepotente, liriche magiche e melodia che colpisce al cuore. Il ritmo apocalittico e battagliero è introdotto dal suono di una spada, una delle tante collezionate da DeFeis, sfregata su un'asta di ferro, e subito si capisce che siamo in terrori lontani, in un'epoca leggendaria. Veniamo condotti per mano nell'antico impero romano, precisamente a Pompei, la notte precedente alla tragica eruzione del Vesuvio che sommerse la città, e con essa tutti i suoi abitanti, sorpresi nel sonno. Ayvazian e Pursino accompagnano DeFeis, in questo caso anche bassista, data l'assenza di O'Reilly per motivi di salute, nell'epos più tradizionale, raccontando una storia d'amore immortale. Amore e morte, come al solito tematiche predilette dalla band, e un DeFeis semplicemente divino nel raccontare questa storia. Il brano è un canto in onore alla bellezza del mondo e dei rapporti umani, una lotta contro la violenza della natura, vista come madre orgogliosa e impertinente. Dopo un'introduzione epicissima, attaccano le strofe, cattive, dirompenti, fameliche, declamate da un vocalist che sbraita, ruggisce, mostrando un talento quasi sovrumano. La melodia è sempre in primo piano e cattura sin dal primo ascolto, e ci fa immaginare una dimensione infernale: cielo terso, venti di guerra che corrono riscaldando l'aria, lampi di fuoco rigettati dalle viscere della terra e pronti a inghiottire la città di Pompei. È l'apocalisse. Il dio Ares è irritato, se la prende con gli uomini della terra. Un uomo si sveglia nel cuore della notte e nota la scia rossa in cielo, le scintille che presto divoreranno la sua città. Sa che sta per giungere la fine, paura, odio, morte e distruzione sono le prime percezioni, dunque pensa alla sua donna, in quel momento lontana da casa, fortunatamente. Lei è incinta, e così il ragazzo pensa al figlio che prestò nascerà, continuando la linea di sangue. Nel momento più cupo, l'uomo pensa alla vita, pensa alla vita nel momento della morte, dichiarando amore eterno nel suggestivo ed etereo pre-chorus e poi nel sublime, geniale, immortale refrain, dominato da un senso di distruzione e di perdizione, ma che conserva il seme della speranza. "Mi rivedrai attraverso gli occhi di nostro figlio. Ricordagli il prezzo che abbiamo pagato" urla DeFeis con una potenza devastante, scandendo bene un testo favoloso che fa venire i brividi sulla pelle. Ci pensa Pursino a suggellare il momento con un assolo fantasmagorico, in cui palesa la sua grandissima tecnica e il suo gusto melodico impressionante. Questo pezzo è un capolavoro assoluto, probabilmente il più amato di tutta la carriera dei Virgin Steele. Richiesto a gran voce in tutti i concerti, conosciuto da quasi tutti i metallari del mondo, e uno dei tanti sfornati dalla penna del menestrello DeFeis a rappresentare tutto lo spirito della sua band. Questo è epic metal al massimo splendore, di fronte a certe perle bisogna sempre inchinarsi. La coda finale, protratta da un riff ipnotico, dalla magia della batteria e da sommesse tastiere, con l'entrata in scena di celestiali cori angelici, è la ciliegina sulla torta che va ad incoronare un sogno divenuto realtà. L'uomo, sepolto dalla cenere incandescente, chiude gli occhi e si abbandona alla morte proprio quando suo figlio viene alla luce, sorridendo alla vita che ha generato.

I Will Come For You

I Will Come For You (Arriverò Per Te) mostra uno spirito epico ritrovato, e la forma è delle migliori. Pursino svetta oltre le cime delle montagne tessendo una trama ruggente e sostenendo la voce di un DeFeis cantore del Mito. "Sotto cieli martoriati da una terra senza sole, dai sette punti delle tenebre, al di là delle montagne e delle rovine e attraverso campi di rabbia e di desiderio, io tornerò per te" e così si apre una delle più belle composizioni mai scritte, non solo in ambito metal. Esplode la sezione ritmica, Ayvazian è un portento e Pursino si sdoppia suonando chitarra e basso. Su riff incendiari si staglia la possente voce di David che ci trasporta al tempo del mito, facendoci riassaporare quelle antiche atmosfere. Poesia e brutalità vanno di pari passo, così come inferno e paradiso, e allora ascoltiamo una struggente storia d'amore, una delle più belle mai raccontate. È la nascita di Endyamon, la settima reincarnazione, e non appena vede la luce corre a cercare la sua eterna amata Emalaith, al fine di ricominciare a combattere per la libertà del genere umano. "Un tempo avevamo la bellezza e il sole scintillava di passione, lontani dalla falsa predica abbiamo vissuto e siamo morti. Ora, tra le tenebre, attendiamo la fine, cacciati dagli uomini corrotti che uccidono e torturano rivendicando la strada della croce", sin dalle prime battute apprendiamo di essere nell'antica Roma, quando i criminali venivano crocifissi lungo le strade per fare da monito a tutti i passanti. La coppia è cacciata e combattuta dagli Dei ma anche da coloro che venerano gli Dei. La melodia è favolosa, incantata, il clima rovente, e allora veniamo introdotti alla seconda strofa: "Cacciati dall'Eden e battezzati come traditori, siamo additati con occhi ciechi, false speranze dietro le perdute nuvole del raziocinio. Chi ha agito per conto di Dio, chi lo ha fatto per mano propria, il sangue primitivo macchia la sabbia e le vostre figlie sono massacrate, divorate col sangue dell'agnello". È chiaro che siamo in epoca cristiana e la gente lotta una guerra fratricida; pagani contro monoteisti, innocenti contro peccatori. È il caos. Endyamon ed Emalaith sono l'incarnazione di Adamo ed Eva. Emergono le tastiere, a suggellare un intermezzo magnifico e, a questo punto, basso, chitarra e batteria si lanciano in duello facendo da contorno alle note delle onnipresenti tastiere di DeFeis. Giunge il prezioso assolo di Pursino, non un assolo qualunque, ma la colonna portante della trilogia dei Virgin Steele, perché il tema elaborato lo troveremo in molti altri brani, a fare da filo conduttore nella storia. L'energia è al massimo, ma la melodia è sempre in primo piano. L'irruenza si stempera e allora c'è spazio per la poesia: "Siamo nati sotto le stelle della morte, sotto cieli di dolore. Siamo nati e per sempre saremo, sfiderò la morte e ci incontreremo ancora nella terra promessa". Si ricomincia a pestare, viene ripresa la prima strofa introduttiva e poi si termina con una chiusura da brividi sulla pelle, nella quale la melodia cambia inaspettatamente, mettendo in luce la grandezza sconfinata della band: "Farò ritorno, come il sole, il vento e la pioggia, come tempesta nascerò ancora, come la giusta mano di Dio colpirò dall'alto, attraversando gli oceani del tempo, guidato dalla tua voce".

Saturday Night

Saturday Night (Sabato Sera) è uno dei tanti brani rimasti nel cassetto per tanti anni, dall'animo sbarazzino e sempliciotto, strizza l'occhio ai pezzi dei Kiss, col suo andamento hard rock divertente e diretto. È una composizione ingenua, scritta da ragazzi poco più che adolescenti, la cui età è perfettamente riscontabile nella vocina adolescenziale di DeFeis, appena ventenne, ancora acutissima e priva di quella ruvidità che acquisirà con la crescita. Si attacca immediatamente col ritornello, non proprio memorabile, nel quale il vocalist ci invita a unirci a lui per fare baldoria: "Sabato sera, va tutto bene. Tiriamoci su e andiamo". E così esplode la base strumentale, sostenuta dalle chitarre di Pursino e dalla ritmica di Joey Ayvazian. Nelle strofe a emergere è l'ottimo lavoro di basso, suonato dallo stesso Pursino, che svetta su tutti gli altri strumenti, mentre il leader DeFeis intona questo canto rock 'n' roll dallo spirito goliardico. "Vuoi andare? Vuoi goderti lo spettacolo? Ti senti nel mood giusto? Andiamo, ragazza, e prendiamoci la notte. Vuoi sentire il rock 'n' roll? Ti insegno tutto ciò che conosco". Queste sono le elementari liriche partorite dai nostri, certamente banali e grottesche rispetto alla genialità articolata dei restanti brani del best of, ma che ci illumina sui primi anni di carriera dei Virgin Steele che, come tutte le band del mondo, da qualche parte deve pur iniziare, considerando anche il fatto che i nostri, quando hanno esordito avevano soltanto diciannove anni. Molto probabilmente questo pezzo è uno degli scarti del terzo album "Noble Savage", visto la partecipazione di Edward Pursino e non di Jack Starr. Di mio, al posto di "Saturday Night" avrei preferito l'inclusione di un altro brano della onnipotente discografia della band, ma tant'è. ritorna il refrain, questa volta è accelerato, scandito dai piatti di Ayvazian che picchia duro, mentre DeFeis ci regala linee melodiche solari e spensierate piacevoli da ascoltare. "Ti senti di amarmi sin dall'inizio della serata, vero? Ma sai già che un giorno io ti spezzerò il cuore. Ma non preoccuparti per ciò che sarà, godiamoci il momento", grida in una serie di acuti femminee DeFeis, rivolto alla sua amata, pavoneggiandosi di essere il classico latin-lover che seduce le donne e poi le abbandona. Null'altro da segnalare, se non il buon assolo di chitarra verso la fine e gli acuti del singer che raggiungono gli ultrasuoni, mostrando la sua enorme estensione vocale.

Noble Savage (Early Mix)

Noble Savage (Nobile Selvaggio) è uno dei brani più popolari della band, un capolavoro senza tempo che rappresenta l'essenza stessa della musica targata Virgin Steele, qui presente nella prima versione, un poco più rude rispetto a quella che tutti noi conosciamo, meno ritoccata e più scarna dal punto di vista degli accorgimenti orchestrali. La delicata poesia delle liriche si sposa alla perfezione con la magnificenza della musica, dagli strumenti affilati in grado di alternare momenti feroci ad altri morbidi, attraverso un climax discendente che fa sobbalzare il cuore e che via via si smorza colpendo la mente e l'anima. Il pezzo è testamento di onore, di forza, di bellezza e di grazia, contenitore dell'essenza umana, uomo/donna, identificati a tutti gli effetti nel regno animale creando, ancora una volta, una connessione con la natura e col mondo che ci governa. "Animale, grazia di forma e di forza. Dignitoso, che vive di onore, circondato da nobile criniera. Miscela di mente e materia. Scintille di fuoco mi esplodono dentro, la voce della ragione piange nella mia testa ed io respiro fuoco". L'istinto animalesco è rappresentato dalla chitarra felina e ruggente di Pursino, che instaura un riffing glaciale, tagliente e furibondo, colpendo duro così come la batteria di Ayvazian, famelica e gloriosa. DeFeis prende la rincorsa e si presenta come un leone affamato che ruggisce, scalcia, si getta sulla preda raggiungendo tonalità altissime e gridando come un animale. È il suo momento: si trasforma in animale, con tutti i suoi istinti, sempre alla ricerca della libertà che gli spetta. L'uomo deve recuperare gli ancestrali valori, tornare alla sua vera forma, umiltà e onore, miscelare mente e materia per trasformarsi in una macchina perfetta, governata dalle leggi della natura. L'incedere è maestoso, nobile proprio come lo spirito selvaggio, poi giunge l'orgoglioso pre-chorus, magico, unico, incredibile, dove i toni si accendono ancor di più: "Sono un selvaggio, sono un re. Ho combattuto gli ingannatori e ho conquistato il male"; David ci dice che dobbiamo avere speranza, la ragione deve accendersi come un fuoco generato da una scintilla, dobbiamo respirare lo spirito atavico della terra. Siamo selvaggi, siamo re, combattiamo gli impostori che proclamano il male, dobbiamo conquistare la libertà e riportare la pace sul mondo intero. Il tema è delicato perché eleva lo spirito umano, la concezione della vita umana, il suo scopo primario, quello di rispettare la natura e tutte le creature che la popolano. "Noble Savage" è un canto di protesta, un inno alla vita, una preghiera per gli animali, suggellato dall'imperiosa melodia che trascende generi e arriva sotto pelle; il refrain è uno dei momenti più alti di tutto l'heavy metal, lo si respira, lo si assorbe, lo si vive, con il cuore e con la testa. O'Reilly e Pursino sono due sciamani che invocano la potenza degli Dei della terra, si scontrano, duellano, dialogano attraverso assoli, sferzate metalliche, fendenti velenosi, e poi lasciano sfogare un DeFeis incredibilmente potente, aulico e monumentale. Ma non finisce mica qui, perché è nella coda finale che esce tutta la genialità della band. I toni si smorzano, le chitarre si affievoliscono, i tamburi smettono di pulsare, e allora emerge il pianoforte con tocco leggiadro e poetico. Il vocalist ci introduce a uno degli epiloghi più belli e divini del mondo, intonando le ultime battute in falsetto, trasformando la canzone in una ballata amara e disperata, una sorta di funerale vichingo. "Occhi innocenti, brillate su di me. Non oscuratevi, io sono qui con voi, mi sentite? Non mi arrendo, voglio la gloria, il potere, il regno". Nel buio sentiamo la voce del nobile selvaggio che ci guida verso la luce dorata di un tramonto, simbolo di speranza e di pace. Il male ha perduto e adesso gli uomini tutti e tutti gli animali brillano nella terra della cecità come sacre divinità.

Mists Of Avalon

Mists Of Avalon (Le Foschie Di Avalon) è una mistica ballad acustica che scende nelle profondità delle nostre anime per scavarci dentro. È l'unico pezzo nuovo, scritto appositamente per essere inserito nella compilation, ed è di una bellezza che fa rabbrividire. Un canto di pace, scandito dalla chitarra acustica di Pursino e dalla calda voce di DeFeis, che trasmette benessere. All'epoca, i due musicisti provano tantissimi pezzi in versione acustica, scrivendone diversi e molti dei quali resteranno ancora per molto nel cassetto, salvo poi essere recuperati, l'uno dopo l'altro, per le ristampe degli album. "C'è un luogo dorato non lontano da qui, è presso il cielo, terra di ghiaccio e nebbia. Aspettami lì col tuo mantello di velluto e i tuoi neri capelli lunghi" canta un DeFeis sognante, trasmettendoci la poesia e l'epicità delle atmosfere della mitica isola di Avalon, posta tra l'Inghilterra e l'Irlanda, dove venne sepolto Re Artù. Il leggendario Re britannico fondò il suo regno poco prima dell'epoca dell'alto medioevo, si narra tra il V e il VI secolo, e per tutta la vita, grazie ai suoi nobili e coraggiosi cavalieri (i "cavalieri della tavola rotonda") difese i confini garantendo pace e benessere al suo popolo. Placidamente ci avviamo ad ascoltare il melodioso e ipnotico ritornello, delicato e sorprendente: "Non aspetterò altri oltre a te, ruberò il sole e lo farò brillare alleviando il tuo dolore. Abbracciami nella foschia dorata e cammina con me nelle cave di cristallo. Ti aspetterò per sempre". A parlare è probabilmente lo stesso Artù, sepolto proprio nella mitica isola, ricca di vegetazione e accarezzata dalle onde del mare, che invita la sua amata Ginevra a raggiungerlo in quel posto incantato. Pursino esegue dei timidi fraseggi, appena percettibili, come per non spezzare l'incantesimo, e la cosa stupenda è che le note della sei-corde, accompagnate dalla toccante voce dei DeFeis, rievocano il fascino di quei luogo brumosi, avvolti dal grigio della foschia, che sembrano sospesi nel tempo, distesi su una pace eterna e silenziosa. La ballata riprende dal refrain e si consuma in fretta, mostrando una struttura minimale, semplicissima, priva di rifiniture e dove tutto è poggiato sulla chitarra e sulla voce del cantore. Una canzone d'effetto che tocca le corde del cuore, concisa e bella proprio per la sua chiarezza e comprensibilità.

Emalaith

Emalaith (Emalaith) è una di quelle gemme che si stagliano nei cuori dei fans, talmente bella e perfetta da essere considerata da molti una delle vette assolute dell'intero heavy metal. Dieci minuti di poesia e di eleganza difficilmente replicabili che introducono un personaggio che ormai conosciamo: Emalaith, amante di Endyamon, personaggi della saga del Matrimonio tra inferno e paradiso. In questo pezzo troviamo la summa di tutta l'arte dei Virgin Steele, perché racchiude una serie di stili ascoltati nei vari dischi. Si parte lentamente, con un Defeis ispirato che interpreta Endyamon: "Questa è la terra del mio principio, queste sono le montagne della mia nascita. Oscuro è il sangue della profanazione. Dov'è lei che è il mio orgoglio?", e delicatamente pronuncia quel nome: Emalaith, lo sospira al vento. "Sento il piato degli spiriti, le oscure ali dell'odio infuriano sul mondo. So che lei sta aspettando da qualche parte oltre le ombre dei miei occhi". Gilchriest emette una rullata possente, ma non è ancora il momento di scatenarsi, Pursino suona chitarra e basso e si prepara anche lui. La seconda strofa è più potente rispetto alla prima: "C'è vita presso le rovine? I resti carbonizzati di tutto il mio genere, colpito dalla spada della punizione. Tornerò per la mia vendetta, lasciate che il cielo conceda l'amore di cui sono alla ricerca, vivo senza fiato per raggiungere le spine della morte". Il ritornello è bello da mozzare il fiato, morbido e vincente: "Emalaith muore sola nella notte, mi lascia sperduto come un bambino, le cicatrici mi lacerano dentro. Il domani non ci appartiene, butterò giù i muri di Erebo", dove Erebo, secondo la mitologia greca, è l'incarnazione dell'oscurità, figlio del Caos e fratello della Notte. Endyamon sta ricordando la precedente morte, sua e quella della sua amata. Morti atroci nel corso dei secoli, ma questa volta, tira un vento diverso, c'è speranza di riuscita. Sta per cominciare un mondo di luce, costruito dai due amanti inventati da DeFeis. La sinfonia è ben presente, le tastiere sempre in primo piano a prendere gli appalusi e a intonare il tema principale della saga, accompagnate dalla chitarra di Pursino. Arriva la dedica d'amore, cercata a lungo dall'inizio del concept, e Endyamon sta per raggiunge Emalaith, sta per abbracciarla, dunque le canta: "Siamo nati sotto cieli di dolore, piangiamo sotto un cielo dalle stelle morte. Siamo uno soltanto, per sempre lo saremo, uniti. Sfiderò la morte e ti incontrerò nella terra sacra, mia amata". Riprende il tema portante della saga, chitarra e tastiere si alternano in questo contesto idilliaco di gioia suprema. È il trionfo dell'amore: "In questa terra dove tutto muore, noi siamo eterni. Nella morte e nelle tenebre l'amore è nato, l'amore è sopravvissuto e ha generato la luce". Improvvisamente, ci ritroviamo al punto d'inizio, con l'andamento della prima strofa, dopo la sbornia d'amore di sublime bellezza. I toni si smorzano e allora ci ritroviamo la vista di un mondo nuovo: "Ecco il regno degli impavidi, dov'è la speranza dell'assoluzione? Sento il pianto degli spiriti, le ali oscure dell'odio dominano ancora il mondo, ma io mi rialzerò e porrò fine a tutto questo. Emalaith, tu sei la mia anima infinita, la promessa di pace, sei la mia corona di gloria". L'abbraccio è infinito, le due entità semidivine si ritrovano dopo secoli. Le tastiere sono orgogliose e accompagnano i ruggiti del vocalist, chiudendo con fierezza un brano spettacolare, immortale come le gesta narrate.

Conclusioni

Orfeo e la sua lira risplendono sulla cima del capitello. La statua è lì in copertina per introdurci nelle atmosfere epiche, mitologiche e sacre del disco. Sin dal primo sguardo si possono percepire i temi trattati e i contenuti espressi nei singoli brani che formano la succulenta scaletta. Ma c'è un retrogusto amaro che aleggia nell'aria, perché accanto ai sentimenti di fierezza, sacralità mitologica e orgoglio battagliero, ve n'è uno che sovrasta tutto: il dolore. Il dolore per le vittime dell'11 settembre 2001, per tutti i poveri caduti nella strage del World Trade Center di New York al quale "Hymns To Victory" è dedicato. "Per tutti i bellissimi spiriti che abbiamo perduto", recita la sentita dedica di DeFeis all'interno del booklet, e allora il tutto si potrebbe ricondurre alla splendida fotografia di Orfeo che campeggia su sfondo nero. Orfeo, che per la mitologia greca rappresenta l'incarnazione dei valori artistici ed è sciamano in costante contatto con gli animali e la natura, nasce per allietare l'umanità con i struggenti canti d'amore partoriti dalla sua lira; secondo la leggenda, l'uomo è costretto a scendere negli inferi per recuperare Euridice, la sua amata defunta, a patto che non la guardi negli occhi fino al ritorno sulla terra. Ma la tentazione purtroppo è forte e Orfeo si volta e guarda in faccia Euridice, perdendola per sempre. Dal quel momento Orfeo è inteso come cantore di rinascita, le cui note nascono per consolare i cuori e gli animi degli uomini, colmi di morte e di disperazione, lacerati da un amore stroncato o da sogni infranti. Ecco, in tal senso i tredici pezzi qui presenti sono concepiti e raggruppati seguendo più o meno questo nobile intento, svettando sulle nostre teste come vessilli di vittoria, canti di coraggio e lodi di liberazione dai mali terreni. Certo è che, al di là della terribile vicenda terroristica, il 2001 è un anno d'oro per i Virgin Steele: il "The House Of Atreus Tour" è un vero trionfo, così come le rappresentazioni teatrali "The Rebels" e "Klaytemnestra", che vedono in scena i riadattamenti delle saghe "The Marriage Of Heaven And Hell" e "The House Of Atreus", entrambe sceneggiate e prodotte dallo stesso DeFeis. In più, oltre alle attività in studio, sui palchi e a teatro, non mancano le ospitate, come nel caso della partecipazione al progetto Avantasia?, di Tobias Sammet, dove il vocalist viene scelto per interpretare uno dei protagonisti dei due capitoli battezzati "The Metal-Opera", concepiti dal musicista tedesco e usciti tra il 2001 e il 2002 seguendo la scia delle "heavy metal opere" inventate proprio dai Virgin Steele a cominciare dall'album "Invictus", veri e propri concept-album strutturati come fossero copioni teatrali, con dialoghi, cambi di scene, cast di personaggi e incursioni operistiche. "Hymns To Victory" è il best of che celebra venti anni di carriera di una di quelle band che ha influenzato pesantemente diversi sottogeneri e che ha ispirato migliaia di gruppi, sapendosi evolvere nel corso degli anni, perfezionando, album dopo album, la propria proposta musicale, inglobando diverse sfumature e diversi stili, riunendo power metal, musica classica, opera teatrale e poemi antichi di natura mitologia, spirituale e religiosa senza mai piegarsi di fronte a niente e nessuno. Sì, credo proprio che la musica dei Virgin Steele comporti un qualche dono divino che è dote di ben poche band al mondo, capace, come l'Orfeo della leggenda greca, di alleviare dolori e di liberare dalle afflizioni che, molto spesso, albergano nelle nostre menti e schiacciano i nostri cuori. "Hymns To Victory" è davvero un bel regalo ai fans e a tutti gli ascoltatori di musica dura, 80 minuti di epic metal ai massimi livelli, 80 minuti di atmosfere regali e mistiche che forse si stemperano soltanto nell'inedito "Saturday Night", brano ingenuo e appena sufficiente ripescato da vecchissime sessioni, che stona molto col contesto generale dell'album, figurandosi come inno al rock e al divertimento e alle follie del sabato sera, costruito su arrangiamenti semplici e liriche giovanili. Al di là di questo esempio, i restanti brani sono dei capolavori totali di barbaric-romantic metal, delle autentiche perle che fanno comunque fatica ad amalgamarsi perché provenienti da contesti e da narrazioni diversi, disperdendo un pochino la compattezza del disco, ma che, presi a sé, rappresentano il meglio di questo genere. Attraverso questi inni alla vittoria i Virgin Steele hanno scritto le pagine più belle dell'epic metal. Onoriamoli a dovere.

1) Flames Of Thy Power (From Blood They Rise)
2) Through The Ring Of Fire
3) Invictus
4) Crown Of Glory (Unscarred) (In Fury Mix)
5) Kingdom Of The Fearless (The Distruction Of Troy)
6) The Spirit Of Steele (Acoustic Version)
7) A Symphony Of Steele (Battle Mix)
8) The Burning Of Rome (Cry For Pompei)
9) I Will Come For You
10) Saturday Night
11) Noble Savage (Early Mix)
12) Mists Of Avalon
13) Emalaith
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