VIRGIN STEELE

Guardians Of The Flame

1983 - Mongol Horde / Music For Nations

A CURA DI
ANDREA CERASI
14/07/2017
TEMPO DI LETTURA:
8

Introduzione Recensione

Estate 1983. L'state della svolta decisiva per l'heavy metal americano, al tempo chiamato U.S. power. È il periodo in cui l'epic metal fa la sua ascesa, differenziandosi da tutto ciò che fino ad allora si era abituati ad ascoltare. I giganti scendono dalla cima dell'Olimpo e formano il primo nucleo di guerrieri dell'acciaio per farci dono di una musica orgogliosa, legata alla tradizione dell'hard rock ma, al contempo, evoluzione dello stesso e proiezione di concetti mai sviluppati prima, spogliati dell'animo blues e rock 'n roll al fine di intraprendere nuovi sentieri che lanciano un ipotetico ponte con la tradizione classica e operistica. Il tipico suono del rock si fa più corposo e fiero e comincia ad essere accompagnato da soavi tastiere, per un tocco magico e incantato, mentre le liriche narrano storie di combattenti, eroi e miti antichi. Un viaggio nell'epos, scandito dall'eco di lame affilate, dallo scintillio delle spade che vengono in contatto, da resoconti di guerra e amore che solo nella tradizione mitologica hanno il loro matrimonio perfetto. E così abbiamo due corpi che si incontrano e si baciano in un'unione immortale; due immaginari, tanto lontani nel tempo quanto vicini stilisticamente, che vengono a scontrarsi e amalgamarsi in un simposio assoluto, etereo, sacro e abbondante. "Guardians Of The Flame" esce nel giugno del 1983, anticipando di un mese "Into Glory Ride" dei cugini Manowar, facendo di New York l'ambientazione prediletta di un intero genere, dimora di divinità e di eroi che dagli antichi tempi giungono a noi, in questa era moderna. L'impatto è semplicemente sbalorditivo, non solo perché l'epic metal andrà a forgiare un nuovo stile di metallo americano, con determinati suoni e determinati testi, ma anche e soprattutto perché sarà la base dal quale nascerà il futuro power europeo a tematiche mitologiche/storiche/fantasy che esploderà negli anni 90 e che, molto spesso ed erroneamente, verrà etichettato come epic metal ma che dall'epic sarà soltanto ispirato. Ecco, in questo contesto, i Virgin Steele sono fondamentali per capire nella sua interezza l'heavy metal americano e "Guardians Of The Flame", sebbene sia ancora lontano dalla perfezione assoluta che prenderà forma già dal seguente capitolo, è un album dall'immagine ricca di significati e dalle molteplici chiavi di lettura che sono testimonianza del percorso storico di questo genere musicale che negli anni è rimasto puro e incontaminato, nonostante le inevitabili evoluzioni e influenze esterne. Eppure, si tratta di un genere rimasto di nicchia, non riuscendo mai a sfociare nel mainstream, e quindi senza mai raccogliere grossi successi economici e riconoscimenti da parte del pubblico, a parte le due band di punta: Manowar e Virgin Steele, appunto. Il secondo lavoro della band di DeFeis ha l'intento di rafforzare il messaggio rudimentale del primo capitolo, attraverso un'evidente evoluzione sonora dove emerge la tecnica sopraffina dei singoli componenti, qui aumentata esponenzialmente, a cominciare dalla voce stessa del cantante, molto più corposa e matura rispetto all'esordio, e grazie a una produzione di gran lunga superiore rispetto al debutto dell'anno precedente. Ma non solo, perché l'inserimento massiccio delle tastiere, cosa mai avvenuta prima nell'heavy e voluta fortemente da DeFeis stesso, condiziona prepotentemente la genesi di questo neonato sottogenere, creando una frattura profonda con il passato. Insomma, nel giro di un solo anno sono cambiate molte cose in casa Virgin Steele ma anche nella scena musicale americana, la quale si trova a dover affrontare una nuova ondata di paladini dell'acciaio, proti a donare al pubblico nuovi sapori e idee mai sviluppate prima. Certo, non tutto è perfetto, qualche piccolo calo nel songwriting c'è, inoltre due o tre pezzi composti da Starr sono ancora troppo ancorati alla tradizione per risultare fondamentali, riestando buoni ma fin troppo sempliciotti, a differenza di quelli partoriti dal compagno DeFeis, davvero poetici ed epici nel vero senso della parola. Insomma, "Guardians Of The Flame", album dal titolo emblematico costituito da tanti alti e alcuni bassi dovuti comunque alla giovanissima età dei singoli componenti, evidenzia il vero punto di svolta nella tradizione hard rock americana, ed è perciò un disco importantissimo, destinato però a vivere un percorso sfortunato e poco gratificante, attraverso una discesa vertiginosa che avrà gloria istantanea ma che, nel giro di un paio di anni, giungerà alla sparizione definitiva.

Don't Say Goodbye (Tonight)

Don't Say Goodbye - Tonight (Non Dire Addio - Stanotte) è il trionfo dei toni epici, dotato di un retrogusto AOR grazie all'utilizzo delle tastiere, qui in primo piano, che lottano per prevalere sulla chitarra infuocata di Starr e sulla batteria virulenta di un Joey Ayvazian in grande spolvero. Subentra il basso di Joe O'Reilly ed ecco la potente e graffiante voce di DeFeis che emerge tra la polvere. La cavalcata metallica dall'istino epic ha origine dalle tastiere del vocalist, suonante come fossero proiezione delle chitarre, lanciate in una corsa sfrenata che mette i brividi sulla pelle. L'aria è incandescente, la notte disperata, un amore è stato tradito: un sentimento tragico e depresso prende vita quando la donna scompare dalla vista del suo uomo, sbattendo la porta con forza e salutandolo in malo modo. Resta il silenzio, la realizzazione di una passione terminata nel modo sbagliato. I tremori dell'odio recano sussulti che colpisco dritti al cuore, tremori scaturiti dalla chitarra terremotante che si agitano in questa strana notte. Inutile implorare di restare, la ragazza fugge con la paura negli occhi, come se avesse risvegliato il male col suo addio sofferto, e così il tempo è giunto a separare la coppia. Il lungo addio notturno, la disperazione, l'anima lacerata dalla sofferenza, un'esplosione di sangue bollente schizza nell'aria della città, il basso grasso e orgoglioso, la chitarra violentata, la voce squillante e implorante di un DeFeis cresciuto tecnicamente che intona un ritornello magico e paradisiaco, dalla melodia intensa e dai toni aulici. E proprio quei toni si smorzano per un solo istante quando le tastiere riprendono vita, godendo del loro spazio magico; allora il cuore salta in gola, le lacrime fuoriescono dagli angoli degli occhi e scendono a solcare le guance. La prestazione è da svenimento. Starr scaglia la sua ascia nel cosmo, nella narrazione diegetica del brano, eseguendo un assolo ragionato e quasi depresso, dove la malinconia affoga nella totalità dei suoni. Il vocalist riprende, amareggiato e un poco adirato con se stesso; tutto è perduto, purtroppo. Tutto è stato perso in un solo istante, per colpa della propria gelosia, egli non ha imparato nulla dagli errori precedenti e allora la sua donna è sparita definitivamente nel buio della sera, sulle ali dell'oscurità. Adesso il nome di lei riecheggia nell'aria, portato a spasso dal vento caldo dell'estate, e velenosamente si ripete una sola domanda: riusciremo mai ad imparare ad amare? DeFeis, cantore dell'amore e della guerra, ci regala una delle sue prime perle musicali, di drammatica intensità. L'epos dei Virgin Steele è diverso dal solito, nelle loro liriche non ci sono solo guerrieri e campi di battaglia, ma sentimenti veri.

Burn The Sun

Burn The Sun (Brucia Il Sole) nasce da un'idea di Jack Starr, la sua chitarra è eternamente protagonista del pezzo, cattiva come non mai, in grado di dirigere una sezione ritmica da cardiopalma. Il doppio pedale di Ayvazian è terremotante e infausto, capace di anticipare le composizioni power metal che prenderanno piede, in Europa, grazie agli Helloween. Ma, qui, come per il caso di "Kill With Power" dei Manowar, siamo molto in anticipo sui tempi. Una potenza così terremotante, nel 1983, era davvero rara, la potenza di fuoco scaturita dai musicisti crea un muro di suono duro come il cemento armato. Al di sopra di tutto si staglia un DeFeis mefistofelico, dalle corde vocali che sputano veleni e che infine esplodono in un acuto spaccatimpani che va a suggellare lo splendido refrain. I fraseggi di chitarra elettrica fanno coppia con le pulsazioni di basso, erigendo un corpo musicale massiccio e sferzato da gelidi interludi strumentali e grida lancinanti che assomigliano molto a un'opera horror per la sua atmosfera tenebrosa e letale. Dopo tutto in scena sta prendendo vita una catastrofe, l'apocalisse terrestre, dove il sole esplode in milioni di scintille massacrando ogni essere vivente e lasciando posto alla notte eterna. Pistole fumanti si aggirano nel buio, creando disastri e illuminando la notte con la fiamma delle polveri da sparo, e allora DeFeis prende in pugno la situazione, erigendosi sulla folla in delirio, formando la sua truppa d'assalto. Egli è diventato il frantumatore dei mondi, una creatura senza sentimenti, che ha bisogno di sangue di violenza per sopravvivere. Il chorus è tempestoso, un vortice di violenza heavy metal che fuoriesce dalla casse dello stereo e invade l'ambiente spazzando via la vita stessa, producendo un devastante buco nero che inghiotte tutto. Niente più giorni né notti da vegliare, il nulla cosmico si avvicina facendoci sparire tutti insieme. Il sole, fonte di vita, è esaurito, massacrato in miliardi di stelle: il trono del mondo ora è vacante, chi si siederà lì per governare il regno delle ossa corrose e bruciate? L'amara domanda giunge alla fine, quando il singer spinge al limite attraverso una voce celestiale che ha dell'incredibile, talmente potente da pensare a un miracolo. Impossibile che un uomo possa arrivare a certe tonalità, ma David DeFeis può, dimostrando di poter camminare tra i giganti.

Life Of Crime

Life Of Crime (Vita Di Crimine) ha una ritmica suadente, legata al rock 'n' roll e costruita su un fraseggio magnetico e liberatorio di Starr, il quale ci diletta con una serie di sezioni strumentali che vanno via via intensificandosi. Il pezzo, infatti, è costruito con logica, capace di evolversi di strofa in strofa, aumentando nell'incedere fino a giungere al buon ritornello. Apparentemente un pezzo sempliciotto e "minore" all'interno di "Guardians Of The Flame", ma strutturato bene e dal gusto che resta piacevole e delicato sul palato. A parlare è un imbroglione, uno che con le bugie ci campa, che basa la sua esistenza sul volere sempre di più, perché questo istinto è una vera e propria malattia, e allora cerca in tutti i modi di far quadrare il punteggio, prefissandosi una meta da raggiungere. Eppure, nonostante tutto, avviene il pentimento, l'uomo ha ecceduto, ha fatto il bilancio della propria vita e ha capito di essere incappato nell'errore, oltrepassando la linea che lo porterà all'autodistruzione. La melodia seduce come una donna dalle forme generose, la sezione ritmica è in pace con se stessa, non eccede, non spinge sull'acceleratore, è aleatoria e ciò basta, giostrando tutto sulla chitarra del prode Jack Starr, alle prese con un ritmo scanzonato e hard rock vecchio stampo. DeFeis fa di tutto per ricevere attenzioni, urla sbraita e lancia urletti femminei, come sedotto dalla bella melodia di base. L'animo blues emerge presto, specie nella fase centrale quando O'Reilly si palesa alternandosi con Starr nella prima serie di assoli. Si ricomincia a nararre, e allora apprendiamo che il nostro protagonista, il bugiardo truffatore, colui che è dedito a una vita di crimine, infame e maledetta, paga una prostituta per sopperire ai suoi istinti carnali. Non si cerca amore, l'amore è andato ormai a farsi fottere, qui ci vuole azione, tutto qua; tanto non si ha più nulla da perdere, la linea dell'onestà è stata oltrepassata da tanto e la vita è andata in malora. Solo la morte porterà giustizia, c'è pentimento ma non rammarico per ciò che si è fatto, l'uomo è in pace con se stesso, ha accettato il suo destino e, durante il bridge, ottimo e ben calibrato, egli ci rivela che è salito sul treno che non ha meta, quello che porta alla disfatta, e che si è reso conto di aver fatto già il primo passo per l'inferno. La seconda parte strumentale ha origine da questo momento, per una coda finale blueseggiante e quadrata, dal cuore danzereccio e dall'aria serena.

The Redeemer

The Redeemer (Il Redentore) è la prima vera espressione epic metal del disco, sette minuti di gloria imperitura e di geniale creatività introdotta da arpeggi mistici e tastiere sognanti. Si sente il rintocco di spade in sottofondo, dunque si attacca con una marcia trionfale che cambia forma lungo il percorso, interrompendosi più volte per cambiare ritmo, passando da tonalità leggiadre e solenni ad altre serrate e minacciose. Il redentore prende subito parola attraverso un DeFeis imperioso, e ci chiede di inginocchiarci e di pentirci dei nostri peccati. I saggi scendono dalle montagne portando un messaggio destinato alla razza umana: fuoco e zolfo nell'aria porteranno la terra al collasso, le stelle dell'universo si schianteranno sul mondo. "Abbandonate ogni speranza, voi che entrare" recitano in coro i maestri mandati dalle divinità, e allora gli uomini rispondo di voler fuggire alla catastrofe, facendosi guidare dai loro ordini che li allontaneranno dalle tentazioni, portandoli alla salvezza. Il pre-chorus è impetuoso, gli strumenti si innalzano come reliquie sacre, i musicisti, così come i vecchi saggi scesi dalla montagna, annunciano il verdetto attaccando con il meraviglioso ritornello: "Redentori, salvate le nostre anime, donateci pace e annullate questa guerra", ma intanto, intorno, la vita sta scomparendo, così come è scritto nel destino, così come ha predetto l'oracolo. Il sangue è sparso, la carne bruciata, morte e dannazione è il destino dell'uomo, un centinaio di maledizioni è stato scatenato, il fuoco dell'inferno è ormai esploso. Il purgatorio attende le anime dei mortali. Le turbolenze che imperversano nelle liriche sono sottolineate dagli assoli vorticosi di chitarra e dalle raffiche di batteria, ma non è tutto, perché subito dopo la prima fase strumentale si accende una seconda parentesi strumentale, dove DeFeis esegue uno stranissimo assoli di tastiere, cosa mai udita prima d'ora in ambito metal, con i synth sparati a mille che producono un effetto straniante e apocalittico, in linea con quanto narrato. Il giorno del giudizio è finalmente giunto, gli umani uniti sotto il comando degli anziani, emissari degli Dei, tutti insieme nell'intonare un coro di pace e di speranza, sperando che il sole sorga di nuovo, l'indomani. Il brano è un capolavoro totale, dotato di una struttura tripartita che accelera il passo di strofa in strofa, capace però di fermarsi a ragionare ad ogni cambio di tempo, creando una sorta di sali-scendi che crea forti emozioni, emozioni di confusione, di estasi, di gloria ma anche di smarrimento e minaccia, dato il contesto narrativo non proprio felice.

Birth Through Fire

Birth Through Fire (Nascita Nel Fuoco) è composto soltanto da pochi secondi di tastiere atti all'introduzione del seguente pezzo, la possente title-track. Circa quaranta secondi che aprono il lato B del disco, nei quali David DeFeis mette il carico da dieci sull'utilizzo massiccio del suo strumento preferito, evidenziando un amore incondizionato per la classica e per l'opera lirica. Ormai, già dall'anno precedente, con il debutto discografico della band, il mondo si è abituato all'inserimento delle tastiere nel mondo metal, perciò il tutto è stato sdoganato, anche se non in maniera definitiva. Per l'accettazione dei synth nell'heavy metal bisognerà attendere ancora qualche anno, la seconda metà degli anni 80, quando tantissime metal band condiranno il proprio sound con tastiere sempre più presenti, assottigliando maggiormente il divario stilistico che c'è tra heavy e tutti i generi più melodici che ne fanno abbondante uso. Eppure, i Virgin Steele se ne fregano, inseriscono le tastiere sin da subito, creando una nuova scintilla creativa che influenzerà migliaia di gruppi nel corso degli anni, conquistando migliaia di fans che proprio da loro si aspettano interludi orchestrali e intermezzi di natura classica.

Guardians Of The Flame

Guardians Of The Flame (Guardiani Della Fiamma) ha un'evoluzione stranissima, perché parte come fosse un semplice brano hard rock ma lentamente cambia forma subito dopo il termine della prima strofa, gonfiandosi di significato e sfociando nell'epic metal più puro e incontaminato appena si aggancia il primo refrain, dotato di sfolgorante magia e di una melodia strepitosa che si memorizza all'istante. Venti di ghiaccio che ululano sotto la tempesta, il sole tramonta dietro una coltre grigia oltre l'orizzonte, centinaia di occhi fissano un solo uomo, il loro comandante. Nella sua bocca non c'è amore, non ci sono emozioni, c'è solo angoscia e dolore per la situazione catastrofica in cui versa la terra. I guardiani della fiamma sono pronti a schierarsi per combattere il nemico e per salvare il mondo, per proteggere il regno della luce dalle tenebre che avanzano. I signori degli antichi riti pagani hanno un dovere da svolgere e sono pronti a sacrificarsi. Il mondo si trasforma in una dimensione oscura e pericolosa, i famelici lupi della guerra aspettano fuori in cerca di vittime, di cibo fresco, i cancelli della saggezza stanno per essere abbattuti, proiettando tutti nel nulla totale che tutto divora. Gli umani perdono speranza, sono in preda alla disperazione, ma hanno ancora un asso nella manica, basta chiamare i guerrieri della fiamma, eroi impavidi e immortali, i quali sono destinati a portare salvezza, a uccidere i profanatori e a cacciarli per sempre. Spade innalzate al cielo, spade infuocate, come quella rappresentata sulla cover del disco, dall'acciaio magico forgiato nella notte dei tempi, che emana incanto e potere assoluti. Le spade brillano al buio, illuminando le tenebre e scoraggiando il nemico, anche quello più temibile. "Guardians Of The Flame" è un canto di speranza, coronato dall'assolo centrale di tastiere, ancora una volta protagoniste principali, che sfrecciano nell'aria sommergendo una sezione ritmica forsennata dominata da un Joey Ayvazian scatenato. Ma DeFeis è il maestro assoluto, guida la sua band con il coraggio della sperimentazione, facendo ululare le sue tastiere e poi intonando il fantastico bridge, melodico ma che non disdegna potenza, prima di riprendere col geniale ritornello, accompagnato da cori eseguiti da lui stesso in falsetto. Epicità ai massimi livelli, sia per quanto riguarda la musica che per le liriche, dove il vocalist osanna l'impresa di questi maestri protettori del regno della luce, gli unici in grado si scacciare le forze del male. Le fiamme si snodano dalle mani che impugnano le spade magiche, esplodono per fagocitare i peccatori, la guerra imperversa, i cieli sono invasi da piogge acide, fontane di sangue schizzano ovunque sull'arido terreno. Gli sciacalli sono stanati, uccisi uno ad uno, l'ira dei guerrieri è troppo potente, e così i Virgin Steele ci lasciano con la promessa di una notte tranquilla, dove dolci sogni invaderanno le nostre menti assonnate, per un futuro migliore.

Metal City

Metal City (Città Del Metallo) divampa in un acuto infernale di DeFeis. Ayvazian è scatenato, pesta alla grande col doppio pedale, Joe O'Reilly lo segue a ruota con la sua ascia pompatissima. Il tema è quello dell'ascesa del metallo, in un'epoca in cui non era così scontato parlare dell'importanza sociale e culturale dell'heavy metal. E così, oltre ai Manowar anche i Virgin Steele hanno la loro canzone di omaggio al genere: un po' tamarra, spaccona, a tratti sempliciotta, ma dotata di una botta incredibile, dal passo pesante e fagocitante, frutto della mente di Jack Starr, ovvero l'animo più diretto e meno poetico della band, quello più legato alla tradizione hard rock, perciò abbastanza diverso dal concetto musicale elaborato dal guerriero DeFeis. Due strofe e due ritornelli per questo pezzo dall'impatto devastante, dove il leader ci invita ad aprire bene le orecchie ed ascoltare quello che ha da dire, è un messaggio ovviamente diretto a tutti gli appassionati di musica dura, perciò dice di prepararsi alla carica dei loro strumenti e di godersi la performance sotto palco. Il tempo va goduto, e allora il pubblico deve prenderselo, deve divertirsi, deve essere pronto a godere di ogni attimo, pur di servire la causa del metallo. Tutto pronto? Okay, allora si parte per la città del metallo, dove tutto brilla e tutto segue il ritmo, si beve e si fa festa. Il ritornello è autoesaltazione pura, laddove la band si mette in gioco scherzando sulle proprie abilità concertistiche, affermando che dove arriva, la città si trasforma in un inferno sonoro. E allora il conto è stato pagato, da bravi ragazzi i musicisti si sono trasformati in belve omicide con l'idea di incendiare palchi e stordire gli ascoltatori. Dove passano loro tutto è dato alle fiamme. Questo pezzo è heavy metal al 100%, è un bicchiere di whiskey bevuto in un sorso solo, roba da infiammare la gola e stordire la mente, un calcio in culo diretto e spietato, goliardico e tronfio; poco dal punto di vista tematico ma assolutamente devastante da quello prettamente musicale. "Metal City" sta ai Virgin Steele così come il brano "Kings Of Metal" sta ai Manowar.

Hell Or High Water

Hell Or High Water (Ad Ogni Costo) è introdotto da una rullata di Ayvazian, poi emerge un ritmo scanzonato e un poco gioioso basato sui lisergici fraseggi di Starr, per un brano diretto e dalla durata concentrata. La melodia fa subito presa, Defeis si destreggia bene nei versi assumendo il ritmo di una cantilena, di un inno alla gelosia e alla possessione che diventa quasi una malattia. Ci troviamo di fronte ancora una volta a problemi di cuore, a un amore destinato a naufragare in un mare di dilemmi, e il nostro protagonista che non accetta la sconfitta, la resa. Nonostante tutto egli ha bisogno della sua donna, perciò non può lasciarla andar via, deve tenerla con sé ad ogni costo. È troppo orgoglioso per accettare un "no" come risposta. Inutile fuggire, continuare a scappare, prima o poi bisogna fermarsi e ragionare, la giovane ragazza non ha potere decisionale, l'amore provato dal partner è morboso, pericoloso, imprevisto. È qui che fuoriesce tutta la filosofia artistica di Starr, basata su tematiche abbastanza tradizionali e decisamente scontate, ma anche il suo estro creativo nell'utilizzo della sei-corde, capace di sfornare riff calorosi e sempre interessanti. La tecnica non si discute affatto, la grandezza del musicista è palese, ma purtroppo Jack Starr manca di poetica, e non è un caso se i brani scritti da lui sono quelli minori, che impressionano meno perché sono meno audaci e fin troppo classici, a differenza della sperimentazione eseguita dal compagno DeFeis, uno che compone perle di poesia, coraggiose e impegnate, tanto da rivoluzionare un intero genere. Tuttavia, questo delizioso brano colpisce sin da subito, rievocando un'atmosfera amorosa piuttosto incasinata e che avrà il suo epilogo nell'amara consapevolezza di un amore finito, forse mai voluto realmente, quasi fosse stato un sogno irrealizzabile. Tre minuti che volano via e che, purtroppo, proprio per i limiti sottolineati, spezzano la magia di un disco a metà strada tra l'epica e la tradizione e ancora non pienamente "formato", seppur di grandissima qualità. Insomma, il minutaggio si abbassa, le liriche si semplicizzano, e la magia accumulata un po' si disperde.

Go All The Way

Go All The Way (Spingiamoci Oltre) incarna lo spirito del rock 'n' roll più scatenato, molto vicino agli anni 50, il cui titolo è un gioco di parole che in americano sta a significare una foga sessuale improvvisa, ovvero la voglia di saltare addosso a una bella pollastrella e di farla propria. Lo spingersi oltre è dunque il desiderio di concludere al più presto al fine di placare gli istinti sessuali. DeFeis torna femmineo, con i suoi versetti acutissimi copre quasi tutto il pezzo, trasmettendo all'ascoltatore la voglia maniacale di possedere una donna, mentre O'Reilly e Starr creano un tappeto sonoro piuttosto scarno ma muscoloso. I tre minuti di durata permettono poche evoluzioni e allora si va dritti al punto: è una dichiarazione di amore selvaggio, si sesso primitivo, di istinto carnale da appagare nell'immediato. Il ragazzo si esprime chiaramente e direttamente alla sua dolce metà, le dice che hanno poco tempo, che lui la desidera da morire, che vuole farla sua. Niente sentimentalismi, solo azione, da godere subito e senza troppi preamboli. "Amami oppure vattene" sono le parole utilizzate dal giovane per convincere la fanciulla a giacere con lui, la notte è breve, sta per svanire, e allora non rimane che darsi da fare, a letto, bruciando le tappe. Qui si esige sesso, altrimenti addio, le emozioni le lasciamo al resto del giorno, ma qui, in questo momento, si vuole la carne, il sudore, il godimento. L'altalena sonora creata dalla sezione ritmica accelera e decelera costantemente, si innalza in prossimità del discreto refrain e decelera durante le strofe, a dire la verità più riuscite rispetto al chorus. In effetti, il brano è il meno riuscito dell'album, l'unico forse anonimo, che non riesce ad incidere bene sui timpani dell'ascoltatore. La melodia non resta impressa, la base strumentale nemmeno, il testo è banale e povero di contenuti, talmente breve che si esaurisce subito; sono tutti dati che possono suggerire che "Go All The Way" sia stata concepita durante le sessioni del primo disco, perché l'animo è quello lì, la struttura pure. Probabilmente si tratta di uno scarto dell'anno precedente riproposto in seguito, proprio qui, su "Guardians Of The Flame". Dopo tutto non va dimenticato che i ragazzi, nel 1983, hanno soltanto ventuno anni, e qualche caduta di stile può essere comprensibile.

A Cry In The Night

A Cry In The Night (Un Pianto Nella Notte) è poesia di sublime splendore, uno dei tanti capolavori concepiti da David DeFeis e le sue onnipresenti tastiere. Voce e piano per una ballata da togliere il fiato, intensa e intrisa di una malinconia che lacera l'anima. Quando DeFeis si siede davanti al suo strumento non ce n'è per nessuno, il suo genio è in grado di regalarci regalità pura e trascendentale. Un pianto nella notte emerge dal silenzio, l'amore è bello che perduto e allora non resta che sognare, sognare che lei sia ancora lì, accanto al suo uomo, ancora in vita. Perduto in una foschia di strane passioni attraverso cui aleggiano amore, dolore, gioia e sorrisi, il mondo sprofonda e tutto diventa gelido e buio: è il regno della morte. Non resta che gridare il suo nome e restare in ascolto. Attacca il ritornello, geniale, da capogiro, dove la batteria di Ayvazian rintocca leggiadramente senza mai invadere lo spazio delle tastiere, la voce sublime di DaFeis ritorna più corposa e magnetica e incita la sua donna a piangere nell'oscurità, in modo tale da poterla raggiungere, abbracciarla per donarle calore, per restarle accanto illuminandola con la luce della vita. Ombre e luci, vita e morte messi in scena dalla mente di un artista sensibile e dal raro talento. Lui la incita a resistere, non deve arrendersi all'oblio, deve credere nella forza dell'amore, utilizzare l'amore come scudo col quale proteggersi dagli influssi della notte. Saranno ancora insieme, questa è la promessa che lui le fa. Volti astratti compaiono tra le fiamme, se tutto fosse una sporca bugia? Se la realtà non esistesse più? No, bisogna combattere e lasciarsi andare tra le braccia della speranza, gli occhi di quei volti sono ciechi, la loro è un'espressione di disprezzo, disprezzano tutto ciò che abbia a che fare con la vita, con la gioia, per questo bisogna ignorarli, non ascoltare le loro minacce, quindi non c'è altro modo che urlare il proprio nome. "Chiama il mio nome, gridalo nella notte" incita il nostro protagonista, proprio quando la chitarra di Starr esegue uno splendido e passionale assolo, dal classico sapore anni 80, per una ballad tipica dell'epoca ma sempre toccante. La ragazza apre il suo cuore che trasuda amore, e allora, con un filo di voce in corpo, urla e urla il nome del suo compagno, cercando la luce. I demoni dell'oblio continuano a distogliere l'attenzione dei due amanti, ma nulla può contro l'amore eterno, nulla, nemmeno l'oblio.

Conclusioni

Prodotto dalla Mongol Horde e stampato con due cover differenti: l'una della riedizione per la Music For Nations, molto bella e dai tratti fantasy, che riprende il tema del primo Lp, e la seconda, quella ufficiale a tutti gli effetti e che reca il sottotitolo "II" in calce al logo della band, molto più spartana, dove una spada alata sbuca tra le fiamme, "Guardians Of The Flame" raggiunge un successo incredibile sin dalla sua uscita, vendendo centinaia di migliaia di copie nel mondo, ispirando dunque tutta una cerchia di musicisti che dalla musica dei Virgin Steele trae ispirazione e idee. Eppure, l'opera che ha dato il via definitivo all'epic metal è destinata ad affrontare un sentiero impervio che, nel giro di soli due anni, la costringerà al ritiro dal mercato a causa del litigio tra i due leader, David DeFeis e Jack Starr, per l'assegnazione del monicker e per la paternità dei primi due album dei Virgin Steele. Un vero peccato che il pubblico non possa godere oggi, salvo faticose ricerche nell'ambito dell'usato, di un disco del genere, composto da numerosi capolavori che hanno contribuito alla nascita di un sottogenere; dalla potenza intrinseca di una "Don't Say Goodbye" e di una "Burn The Sun" all'epicità mistica di una "The Redeemer" o della title-track, arrivando alla struggente poesia della conclusiva "A Cry In The Night", primo singolo estratto dell'album. A differenza di quanto avvenuto nel disco di esordio, dove le eccellenti canzoni erano solo una manciata sparsa in un contenitore immaturo e confuso, nel secondo Lp della band troviamo una serie di capisaldi scritti e composti con criterio e forme chiare, dotate di una produzione ottima che ne aumenta sicuramente il valore. Purtroppo, "Guardians Of The Flame" si perderà con l'uscita, nel 1985, del chitarrista Jack Starr, il quale accuserà il compagno DeFeis di avergli soffiato la paternità del monicker, costringendolo quindi a ritirare le prime due opere firmate Virgin Steele. Soltanto nel 2002, a seguito della temporanea riappacificazione con Starr, il vocalist riuscirà ad ottenere il via per la ristampa degli album tramite l'etichetta T&T, per poi essere bloccato nuovamente l'anno successivo per colpa dei soliti cavilli legali che non sembrano, tutt'oggi, avere fine, tanto che l'attuale casa di produzione della band, la SPV Records, nel 2010 ha ristampato l'intero catalogo partendo dal terzo capitolo, il leggendario "Noble Savage", considerandolo il vero e proprio punto di inizio della carriera e snobbando alla grande quanto fatto in precedenza. Non a caso è proprio dal terzo album e con l'uscita definitiva di Starr che la formazione americana modella il proprio sound, frutto dell'originale concezione di "musica metal" di David DeFeis, da questo momento in poi mastermind assoluto, che ha l'intuizione e anche la libertà di unire le sue principali passioni: l'opera, il rock e la mitologia; passioni ereditate dai genitori, artisti di teatro (il padre è attore Shakesperiano della compagnia "Arena Players Theatre"), mentre le sorella maggiore Doreen è una popolare cantante lirica che lo aiuterà, anni più tardi, nella rappresentazione teatrale di ben tre metal-opere, tutte scritte e composte da David e ispirate ai dischi dei Virgin Steele, come "Klytaimnestra", la prima metal-opera teatrale al mondo, tratta dai due "The House Of Atreus", a loro volta ispirati all'"Orestea" di Eschilo, "The Rebels", ispirata alla saga dei "The Marriage Of Heaven And Hell" e l'opera religiosa sul mito sumero di "Lilith", dal quale sarà tratto il concept "Visions Of Eden". Insomma, è dopo la pubblicazione di "Guardians Of The Flame" che esplode l'estro creativo del geniaccio di Long Island, mentre il distacco tra Starr e DeFeis avviene repentinamente, subito dopo il rilascio dell'ep "Wait For The Night" e di una compilation intitolata "Burn The Sun", nel 1984, quando il chitarrista esordisce col suo disco da solista, "Out Of The Darkness", prodotto dallo stesso DeFeis, e tentando indebitamente di appropriarsi del nome Virgin Steele per un tour europeo con la sua nuova band. Prontamente bloccato e denunciato, tra scontri in tribunale e litigi vari, termina qui l'avventura di Starr all'interno della formazione newyorkese, cacciato in malo modo dai compagni di squadra e sostituito da un vecchio amico del cantante, un certo Edward Pursino, maestro della sei-corde, pronto a donare estro e tecnica sopraffina alla causa del metallo epico, dando ufficialmente inizio alla magnifica "barbaric-romantic saga".

1) Don't Say Goodbye (Tonight)
2) Burn The Sun
3) Life Of Crime
4) The Redeemer
5) Birth Through Fire
6) Guardians Of The Flame
7) Metal City
8) Hell Or High Water
9) Go All The Way
10) A Cry In The Night
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